Stefano Saviotti ci invia questo interessante documento. E' una storia di un paio di secoli fa, ma è impressionante notare come certe cose si potrebbero ripetere anche ai nostri tempi e come sarebbe difficile oggi salvare i nostri boschi da gente disperata e armata di sega a motore (UB)
LA CRISI DELLA LEGNA IN EPOCA NAPOLEONICA
di Stefano Saviotti
Cercando materiale per una ricerca storica sul territorio faentino negli ultimi secoli, mi sono imbattuto in un documento (1) che, agli occhi di un picchista, dimostra come la storia delle crisi energetiche sia soggetta a logiche ricorrenti, valide in ogni epoca.
Nel 1804, il Ministero degli Affari Interni dell’ex repubblica Cisalpina, poi divenuta Italiana, diramò alle Prefetture una circolare con cui si richiedeva ad ogni Municipalità di rispondere ad alcuni quesiti riguardanti le forniture energetiche.
Le domande erano le seguenti:
1° Se, e in quale numero, ubicazione, estensione, e qualità esistano Boschi in codesto Circondario di qualsivoglia ragione sian essi, o Nazionale, o Comunale, o privata;
2° Quale metodo possa immaginarsi il più cauto per averne cura, e conservarli;
3° Se esistono in codesto Circondario Miniere, Cave, Officine di Vetri, e di Vasi argillosi, ed in caso affermativo a quanto approssimativamente ascenda l’annuo consumo della Legna, o del Carbone pel totale di questi Stabilimenti. Potrete aggiungere qualche rilievo sulla estrazione all’estero, od introduzione, che per avventura si facesse dell’accennato genere;
4° Finalmente un prospetto dell’aumento del prezzo della Legna da fuoco, e del Carbone seguito nel periodo di 30 anni addietro fino al presente.
La Municipalità di Faenza rispose che nel suo territorio esistevano solo, confinati sui pendii delle colline della parte alta, alcuni boschi cedui a taglio quadriennale detti Siepi, con un’estensione massima di 5000 tornature (1150 ettari, 7 % del territorio comunale) e tutti di proprietà privata.
Tali boschi erano soggetti a gravi danni a causa del pascolo abusivo e dei furti di legna non solo secca, ma pure di intere piante giovani, tanto che la loro distruzione totale appariva molto probabile. Un notevole scandalo era inoltre costituito dalla pubblica vendita della legna rubata che avveniva tranquillamente in centro a Faenza, nella cosiddetta Piazzetta della Legna, senza che nessuno intervenisse.
Riguardo il terzo quesito, si rispondeva che a Faenza non esistevano miniere o cave, ma alcune industrie che consumavano parecchia legna, ossia due vetrerie, due fabbriche di maioliche e cinque di ceramiche comuni. Tali stabilimenti consumavano annualmente circa 120 carri di legna grossa e 600 di fascine. La legna proveniva tutta dai boschetti della collina, ma era insufficiente a coprire anche il fabbisogno per il riscaldamento delle case, per cui si era costretti ad importare ogni anno 20.000 libbre (7200 Kg.) di carbone dalla Toscana.
Col tempo, logicamente aumentarono i prezzi sia della legna sia del carbone. Trent’anni prima (1774), i zocchi (tranci) di legna costavano 12 paoli il carro (circa 60 Euro odierni) e le fascine 30 (150 Euro). Nel 1804 invece, i zocchi erano cresciuti sino a 18 paoli (90 Euro) e le fascine a 55 (275 Euro). Anche il carbone, sempre più richiesto per supplire alla carenza di legna, era cresciuto da 25 a 50 baiocchi ogni 100 libbre (ossia da 35 a 70 Euro al quintale). Rispondendo al Ministero, la Municipalità faentina non seppe suggerire altro rimedio che quello di istituire dei guardaboschi e reprimere severamente la vendita della legna rubata.
Il documento sopra riassunto è ricco di spunti di analisi. Si nota innanzitutto come la presenza di una concentrazione urbana di un certo rilievo (la città di Faenza) avesse nei secoli passati portato al sovrasfruttamento ed alla distruzione progressiva delle aree boschive limitrofe, che pure fino al Medioevo erano ancora estese, sia per il consumo di legna da fuoco e da lavoro, sia per far posto alle colture alimentari.
I boschetti superstiti erano rimasti confinati nei luoghi più accidentati, che non potevano essere coltivati, ed erano sempre più lontani dal centro abitato. La distruzione dei boschi era stata favorita dal sorgere di attività artigianali energivore (vetrerie e soprattutto maioliche, per cui Faenza è famosa da sempre) che sottraevano legna al consumo domestico. Si era pertanto costretti a ricorrere al carbone d’importazione; chi non se lo poteva permettere andava invece a tagliare legna di nascosto o a rifornirsi al mercato “irregolare” che garantiva prezzi accessibili, essendo merce rubata. Ovviamente i furti depauperavano ulteriormente il patrimonio boschivo, e l’aumento delle importazioni di carbone non avrebbe potuto fermare il fenomeno, visto il suo costo troppo alto per una consistente fetta della popolazione.
Si stava così assistendo ad un inarrestabile esaurimento della fonte energetica locale e tradizionale (la legna), con un ovvio forte aumento dei prezzi (legna + 50 %, fascine + 83%). Anche il carbone, unica fonte alternativa, a causa della crescente richiesta subì un aumento del 100 %, ed oltretutto introdusse una dipendenza energetica da uno Stato estero.
Le autorità del tempo seppero pensare solo a strumenti repressivi, di fatto inefficaci o inapplicabili: istituire i guardaboschi non avrebbe di certo aumentato le superfici boschive o diminuito il fabbisogno di legna, e reprimere con la forza la vendita della legna rubata avrebbe provocato una rivolta dei poveri. Con un certo stupore, si deve quindi dedurre che persino una società tecnologicamente arretrata e semirurale come quella faentina del primo Ottocento (con soli 29.000 abitanti, in gran parte poveri e dai consumi limitatissimi) fosse insostenibile per il suo territorio.
Dopo l’annessione della Romagna al Regno sabaudo (1859), l’arrivo della ferrovia favorì l’importazione di carbone estero a prezzi più accessibili, e la crisi della legna fu superata. L’introduzione del petrolio e del metano ha infine portato allo sviluppo attuale, comune a tutto l’Occidente.
Oggi Faenza è piena d’industrie (di cui molte in crisi), di automobili, caldaie e luci, si è estesa per sette volte la sua estensione originaria ed i suoi abitanti sono saliti a 57.600. Quando petrolio e metano verranno ad essere meno disponibili non so cosa succederà, ma di certo tutte queste persone non si potranno scaldare accendendo un fuoco con la legna.
(1) Archivio di Stato Faenza, Carteggio del Comune, 1804, busta 9, titolo XIX, Prot. 359 del 6 aprile 1804)


