lunedì, febbraio 08, 2010

Verso l'autosufficienza... vincoli, azioni e risultati: il mio primo restyling energetico




Nella foto potete vedere come si presenta la falda sud del tetto della casetta dove oggi vivo con mia madre. I moduli solari che vedete, sia termici che fotovoltaici, sono stati piazzati in novembre dello scorso anno: circa 5 metri quadri di superficie dedicata al solare termico totalmente integrato, e circa 14 per il solare fotovoltaico parzialmente integrato.

L'idea di sostituire la vecchia caldaia a gas (33 anni di onorato servizio) e il non più giovane boiler a gas  (20 anni) è nata poco più di un anno fa quando, già bazzicante in ASPO, sentivo fortemente il "richiamo" a fare qualcosa di concreto in prima persona, oltre a constatazioni sull'insostenibilità del mondo e a dialoghi sopra i massimi sistemi dell'universo, per limitare il consumo di risorse fossili.

Quando si è trattato di valutare la sostituzione dell'impianto, mia madre si era subito trovata d'accordo con l'idraulico nell'installare una caldaia a condensazione che facesse riscaldamento e acqua sanitaria, soprattutto per motivi pratici: spesso la fiammella pilota del riscaldamento si spegneva, mentre il bollitore richiedeva una manutenzione quasi ogni anno per la formazione di incrostazioni calcaree; l'insieme dei due costituiva un' importante fonte di inefficienza.
L'idea piaceva anche a me, ma gli scambi di idee sulle liste Aspo (e un po' di sano buonsenso) mi portavano a pensare che era assurdo lasciare "incolta" quella falda di tetto così ghiotta per intercettare l'energia dal Sole.

Quando ho proposto a mia madre l'idea di installare i pannelli termici (ed eventualmente fotovoltaici), ha iniziato a tremare il nucleo della Terra.
"I pannelli sono cari, non te li ripaghi", "solo per 1 o 2 persone non servono", "non li ha nessuno, se funzionassero tutti li avrebbero sui tetti", "poi ci nevica sopra", "la grandine li rompe", "poi ci piove in casa", "d'estate scaldano il soffitto della stanza da letto", "per montarli sul tetto spacchi tutti i coppi", "sono brutti", "il nostro vicino che se ne intende di lavori li sconsiglia", " ci sono le ombre delle case dei vicini, mica siamo in campagna" ...

Sono sicuro di dimenticare altre forze frenanti, ma credo che basti. Probabilmente il mio è stato un caso disperato, con innumerevoli vincoli soprattutto psicologici, ho dovuto davvero lottare per mesi e a volte litigare per procedere. Ma alla fine ce l'ho fatta.

Nel frattempo, non pago di tutto questo, mi sono messo in testa di non installare la caldaia a condensazione, che pure avevamo valutato, ma di mettere una pompa di calore, supportata da pannelli fotovoltaici. Anche qui è stata molto dura l'opera di convincimento, ma alla fine è andata :-)
Ho avuto anche modo di riuscire a partecipare a buona parte delle operazioni generali di installazione, prendendo così contatto con tecnicismi che ignoravo.
Tra l'altro, avendo realizzato con il nuovo impianto una riduzione dell'impiego di energia primaria (circa il 50%), ho richiesto al GSE una maggiorazione della tariffa incentivante del 30%, richiesta che deve ancora essere accettata formalmente.

Per avere un bilancio energetico completo occorrerà attendere novembre 2010; comunque, visto il trend è probabile che la casa autosoddisferà circa il 90% dei suoi bisogni, nonostante sia un edificio anni '70, a cui ho fatto solo interventi di isolamento molto semplici (sottotetto, doppi vetri, chiusura spifferi, isolamento tapparelle,  parte del sottopavimento isolato).
Per arrivare al 100% o più, occorrerà fare ulteriori interventi, sia singoli che combinati: passare al riscaldamento a pavimento e realizzare un cappotto perimetrale. Questi lavori non sono stati fatti subito per motivi pratici: rifare i pavimenti di una casa in cui ci si vive, e realizzare un cappotto con spostamento in avanti di infissi (che a questo punto verrebbero sostituiti) e tenendo conto della vicinanza di altri edifici sono cose un po' più delicate, sia da un punto di vista economico che psicologico, non so se mia madre avrebbe retto.
Per il momento sarà più semplice dotare la casa di una ministufa a pellet/legna, in modo da "rilassare" la pompa di calore (che diventa energivora per basse temperature dell'aria) nelle prime ore del mattino e alla sera, per i 2 mesi più freddi dell'anno. Inoltre, quando la lavatrice tirerà le cuoia (ha 20 anni pure lei) sarà sostituita con una a doppio ingresso, che sfrutti il surplus termico dell'accumulo solare (500 litri) e scaldi l'acqua per effetto Joule solo quando necessario.

Ora mia madre potrà godersi, anche se non so quanto consapevolmente, la raggiunta quasi-autosufficienza energetica. E dopo aver compiuto questa missione, direi quasi eroica :-) , sono pronto per perdere lo status di "bamboccione" e andare a caccia di nuove sfide rinnovabili ... 

Alla prossima puntata!

PS Se tra i lettori c'è chi ha fatto esperienze analoghe e ha voglia di raccontarle può inviarci una mail, si potrà fare un nuovo post della saga dell'autosufficienza

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domenica, febbraio 07, 2010

La patata come arma di distruzione di massa


Il crollo della popolazione irlandese al tempo della grande carestia della metà dell'800: 2 milioni di vittime in pochi anni e il dimezzamento della popolazione nell'arco di qualche decennio. La patata, introdotta nel diciassettesimo secolo, si è rivelata una trappola mortale per gli irlandesi, consentendo prima l'aumento incontrollato della popolazione e poi causando il suo crollo.


La grande carestia irlandese della metà dell'800 è un evento ancora oggi poco capito e che suscita forti reazioni emotive. Eppure, è un esempio classico dell'incapacità umana di pensare e agire verso obbiettivi a lungo termine.

Tutto comincia con l'introduzione della patata in Irlanda, sembra nel diciassettesimo secolo. La patata è una pianta che origina nel continente americano. E' robusta, da una buona resa ed è specialmente adatta a climi umidi, come è quello irlandese. Per l'Irlanda, fu una vera rivoluzione.

Guardate sul grafico più sopra come è cresciuta la popolazione con l'introduzione della patata: triplicata in meno di un secolo, da circa un milione a tre milioni di persone. La patata era la meraviglia agricola del suo tempo, comparabile alla nostra "rivoluzione verde" della seconda metà del ventesimo secolo.

Eppure, la patata portava con se il germe della distruzione. Si era instaurato un meccanismo perverso che era diventato impossibile interrompere. Più patate si coltivavano, più la popolazione cresceva. Più la popolazione cresceva, più si coltivavano patate. Ma il suolo irlandese è fragile e più patate si coltivavano più si accellerava l'erosione. Era una corsa verso la distruzione, accompagnata da un'alternanza di fasi di abbondanza e di carestia.

Il disastro prese la forma di una malattia della patata, il "potato blight", che distrusse il raccolto per tre anni di seguito. Ma non era che un sintomo di una situazione che era comunque disperata: l'erosione e la deforestazione avevano portato al sovrasfruttamento del terreno. Se non ci fosse statoil potato blight, la produzione e la popolazione avrebbero potuto continuare a crescere - forse - per qualche anno ma il crollo che ne sarebbe seguito sarebbe stato ancora peggiore. La popolazione non poteva continuare a crescere per sempre. Qualcosa doveva cedere.

La cosa strana della vicenda irlandese è il ruolo della patata. E' stata la patata che ha consentito la crescita della popolazione ben oltre i limiti della sostenibilità. In un certo senso, la patata è stata un'arma di distruzione di massa che ha sterminato quattro milioni di irlandesi. Eppure, le patate in Irlanda non potevano essere viste che come una cosa buona: le patate sfamavano la gente - sembrava ovvio cercare di produrne sempre di più!

Questo ruolo perverso di una risorsa apparentemente abbondante - la patata - ha a che fare con quelli che Jay Forrester ha chiamato i "punti critici" del sistema. Forrester, l'ispiratore del lavoro dei "Limiti dello Sviluppo" nel 1972, aveva trovato che i sistemi complessi tendono a reagire amplificando piccole perturbazioni. Andando a identificare dove queste perturbazioni agiscono (i "punti critici") è possibile cambiare radicalmente il comportamento di un sistema con mezzi apparentemente infinitesimali. La patata è stata una di questi elementi critici per il sistema irlandese. E' bastato un sacchetto di patate portato dalle Americhe nel '600 per cambiare radicalmente l'irlanda generando quell'esplosione di popolazione di cui abbiamo parlato.

Ci dice anche Forrester che di solito la gente capisce benissimo quali sono gli elementi critici di un sistema complesso ma che, spesso, agisce su questi elementi "al contrario", ovvero in modo da generare cambiamenti dannosi e non voluti. La patata è un classico esempio di questa tendenza. Sicuramente, in Irlanda la gente si rendeva conto del problema delle carestie e della sovrappopolazione. Si rendevano anche conto che la patata era un elemento critico nella faccenda. Ma non avevano capito il ruolo perverso della patata nel creare più problemi di quanti ne potesse risolvere. Cercando di coltivare sempre più patate stavano spingendo il punto critico al contrario.

Sicuramente, il ragionamento degli irlandesi era semplice: "più patate coltiviamo, più gente possiamo sfamare". La patata gli sembrava un arma contro la carestia. Non si rendevano conto che più patate si coltivavano, più la popolazione cresceva. La patata peggiorava il problema che si pensava potesse risolvere. La patata era una vera arma di distruzione di massa.

Seguendo la linea di ragionamento di Forrester, invece, si doveva fare esattamente il contrario: ovvero coltivare MENO patate. Questo era spingere il bottone critico del sistema nella direzione giusta. Avrebbe causato un certo livello di sofferenza a breve termine, ma a lungo termine avrebbe stabilizzato la popolazione su livelli sostenibili dal suolo irlandese. Certamente, gli Irlandesi erano perfettamente capaci di stabilizzare la loro popolazione in funzione delle risorse disponibili: è quello che hanno fatto dopo la carestia usando il classico metodo di tutte le società del tempo. Hanno ritardato l'età del matrimonio in modo da ridurre il numero di figli per coppia. Avrebbero potuto farlo benissimo anche prima della carestia. Ma hanno dovuto scontrarsi duramente con la realtà prima di arrivarci.

Era possibile evitare il disastro irlandese? Con quello che sappiamo oggi, ci sembra abbastanza chiaro che cosa di doveva fare. Ma immaginatevi di essere in Irlanda prima della carestia. Immaginatevi di essere preveggenti a sufficienza per capire cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo. Avreste subito capito che era poco utile mettersi a predicare l'abbassamento della natalità in un paese agricolo dove, come in tutti le società agricole, più figli significano più ricchezza. Allora, avreste fatto tesoro delle raccomandazioni di Forrester che raccomandava di operare in modo giusto sui punti critici. Ma immaginatevi di andare a dire in giro nell'Irlanda dei primi dell'800: "stiamo coltivando troppe patate, dobbiamo coltivarne di meno!" Come minimo, vi affogavano nella cisterna della birra Guinness.

La storia della carestia irlandese ci fa capire quale è, in fondo, il nostro problema. Non è la mancanza di preveggenza, ma l'incapacità di agire su problemi a lungo termine. Gli irlandesi erano perfettamente in grado di prevedere che cosa gli stava per arrivare addosso e che la patata che li stava nutrendo sarebbe stata l'arma che li avrebbe sterminati (e qualcuno l'aveva anche previsto). Ma non furono in grado di agire in proposito. Questo ci insegna molte cose sul nostro tempo e su quello che ci sta per succedere.

Per approfondire, vedere il mio post sulla carestia irlandese su "The Oil Drum"

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venerdì, febbraio 05, 2010

Petrolio e mammut



created by Massimo Nicolazzi


Resta il dubbio se sia genetica, oppure Berlusconi. Per miseria che sia a perdita d’occhio, dalla necropoli del Cairo all’ultima favela, in principio è antenna; e spesso neanche dopo è acqua, per non dire di frigoriferi. Malnutrito e denutrito è meglio che scollegato. Non è la parabola della televisione. E’ quella del nostro consumare. Esagerare è giusto; e astenersene contronatura.

Forse è solo corteccia e neuroni, e dunque fisiologia del cerebro. Fino a ieri eri giusto cacciatore, ed il cibo da cacciatore te lo conquisti giorno per giorno. Nel lungo processo che ci ha infine reso (anche) agricoltori il cerebro ci è enormemente ingrossato. Il fenomeno, unito all’abilità di piegare il pollice, ci ha dato un notevole vantaggio competitivo su tacchini e leoni; vantaggio usato però sempre e (quasi) solo per risolvere il problema del quotidiano e del suo cibo. Se non sei sicuro di mangiare oggi, è duretta pensare che tu ti prepari il domani. Lo stimolo ad adattarsi alla necessità di pensare lungo tende allo zero o meno; e nel dubbio tra risparmiare e consumare potendo si esagera.

Forse invece è il modello velina, e dunque corruzione del cerebro. Al mondo ci sono meno cose di quel che voglio; e comunque le voglio tutte. Oggi lei ha più scarpe che giorni un anno e lui in SUV magnum si beve in un metro il petrolio che gli basterebbe a farne cento. L’esagerazione del moderno. Già tante decine di secoli prima però l’ava e l’avo per conquistare cibo i mammut nel burrone ce li facevano cascare a branchi interi. Cibo ogni volta per un anno; e però proteicamente inutile dopo poco più di un giorno e destinato a rivertere indigerito a cenere se non lo sapevi conservare. La tecnologia non sempre assiste tempestiva. La capacità di conservare, insomma il congelatore, ce la siamo inventata solo tanti millenni dopo; e nel frattempo l’esagerazione ha estinto il mammut.

Dice che il consumare è figlio del capitalismo, e la sua patologia estrema e globale si alimenta di media e pubblicità. Fosse del tutto vero, il mammut ne sarebbe stato felicissimo. Il capitalismo è un potentissimo coadiuvante ed anche carburante di proprio; però il mammut potrebbe spiegarti e forse anche convincerti che a farti esagerare basta l’abbondanza del presente, se non anche solo la sua percezione.

La storia moderna dell’energia si è in qualche modo sempre intrecciata con la storia dell’esagerazione. All’inizio è giusto storia dei nostri muscoli. Il senso di ogni giornata del tuo passaggio in terra si conchiude nel trovare abbastanza cibo da alimentarli. Però non solo per alimentare i tuoi. Devi alimentare anche quelli dei tuoi cuccioli. Più mammut si ammazzano e più bambini mangiano. Oggi, che del domani non c’è certezza. E così ti sviluppi da subito, come specie, ammazzando biodiversità. Ogni tanto adesso ti dicono che erano i tempi felici della parsimonia e dello stato di natura. In realtà era parsimonia solo quando (ed era la regola) non c’era trippa per esagerare e sembrava natura perchè a parità di Terra in sessantamila che si era allora ne ammazzavi per esagerato che tu fossi sempre meno che in sei miliardi e mezzo adesso. Però in pochi si era già abbastanza da cancellare per intero i mammut e qualche altra specie incauta.

Poi siamo diventati agricoli. Prima la sovrabbondanza era occasionale (un branco di mammut non è roba di tutti i giorni); però in fondo “comunitaria” (mangiava e sprecava l’intera tribù). Adesso ti diventa quotidiana però elitaria. E’ nato il surplus, che è roba per quelli che comandano. Dalla sovrabbondanza naturale (un mammut lo consumi in forma di mammut, o comunque dei suoi pezzi) a quella artificiale. Quella per cui si compie via surplus la trasformazione del frumento in eserciti, e burocrazia, e monili per la Faraona. E’ la nuova forma dell’esagerazione; questa volta socialmente organizzata. Fino adesso potevi dire che estinguevi il mammut per carenza di tue connessioni neurali, insomma per genetica. Da adesso c’entra anche Nabuccodonosor/Berlusconi, insomma la “cultura” e tutto quel che si accompagna al complicarsi dell’organizzazione sociale. Però l’esagerazione sembra piacere ad entrambe. Il surplus non è determinato dalle necessità del sociale. Sono i bisogni delle élites ad essere definiti dal surplus. Siamo al dispotismo orientale (per dirla con Wittfogel), e ancora lontani poco meno di duemila anni dall’Occidente capitalistico. Però al netto del sistema economico la regola del consumo, per i beneficiari del surplus, è quella di sempre. The more the better.

L’energia nel frattempo oltre che i muscoli nostri ce la davano anche quelli degli animali che con qualche millennio di pratica ci era riuscito di domesticare. E (inaudito!) ci riusciva anche di imbrigliare qualche forza e risorsa della natura. La legna, anzitutto; e poi vento ed acqua, che tra le tante ti fanno anche girare le pale dei mulini. Adesso insieme le chiamano anche alternative; ma carbone e petrolio, quando arrivarono, furono alternativi a loro.

Per secoli e secoli il “progresso” tecnologico fu una paziente ottimizzazione di quel che c’era. Come far spingere meglio cavallo e bue, e come far girare di più la ruota. La descrizione dell’evoluzione di gioghi, basti ed aratri e quella dell’evoluzione parallela delle razze bovine ed equine prende quasi un capitolo intero della Storia dell’Energia di Smil. Non è precisamente il capitolo più emozionante; ma non è il caso di prendersela con l’Autore. L’energia non è né arte né bellezza. E’ giusto un mezzo. Potere calorifico trasformato in lavoro. L’unità di misura dell’energia è il lavoro; e non c’è unità di lavoro senza energia. L’energia di cui disponi detta il limite del tuo fare; e perciò e per inclusione anche del tuo produrre. Dopo qualche decina di migliaia d’anni di avventure, il moderno homo sapiens è arrivato a trecento anni fa che aveva messo assieme come fonti legna,cibo, aria ed acqua; e come “macchine” per produrne lavoro le pale dei mulini, ed il corpo suo e quello degli animali amici. Poco per garantire l’esagerazione di massa. Il surplus che riesci a produrre resta per pochi; ed il cibo che riesci a produrre è poco per molti.

Poi è l’esplosione. Di nuove fonti e di nuove macchine. Carbone e petrolio e gas. Macchina a vapore e motore e turbina. Lavoro a volontà. Nasce l’elettricità, e sono industrialmente poco più di cento anni e però già da tempo non ne trovi più uno che si capaciti del come si possa vivere senza. Nasce il trattore, e ne basta uno per fare il lavoro di quindici contadini pur dotati di proprio di buoi e cavalli; e succede in pochi anni in qualche punto d’ Occidente che si passi dal 70 al 2% di popolazione impiegata in agricoltura, e però insieme dal deficit al surplus agricolo. Nasce l’automobile, e con lei camion e corriera, e persino aereo, e la mobilità di qualunque persona e di qualunque merce tra qualunque due punti nel mondo. Prova a togliere il petrolio dalla globalizzazione; e se ti va benissimo ti ritrovi i Granducati. Nasciamo infine anche noi. E tanti. Da meno di un miliardo a più di sei in un solo secolo. Dicono nove e mezzo a metà di questo. Cominciate a stringervi.

Un’esagerazione di lavoro. Un’esagerazione di fertilità. Un’esagerazione di consumi. Tutte scatenate dall’esagerazione primaria. L’esagerazione di energia. Che poi coincide perfettamente con lo sbarco dei combustibili fossili. Carbone, gas e petrolio. Pronunciati tutti assieme adesso quasi scatenano l’esorcismo, per quanto puzzano e sporcano e scaldano (l’atmosfera). Però toglili e della nostra moderna civiltà non (ri)conosci più nulla. Non c’è mai stata fonte così poco costosa e così efficiente; ed altro non si vede che la eguagli. Al lordo di petrolchimica e fertilizzanti per l’agricoltura,la combinazione delle fonti fossili e delle loro macchine ci ha modellato il novecento. Se non ci credete, provate giusto a staccare la corrente, rinunciare alla vostra mobilità privata ed eliminare tutte le componenti plastiche di casa. Mio nonno ci è sopravvissuto per buona parte della sua vita. Noi tanti auguri.

(Ri)adattarsi non sarebbe e non è semplice. Il surplus diffuso del novecento ci resta attaccato dentro, quasi fosse lui ad essersi trasformato in pochi decenni da cultura in genetica. E’ successo che il petrolio al posto della legna e il trattore al posto del bue e il modello T al posto del calesse, insomma l’energia facile e le sue manifestazioni siano sembrate togliere ogni limite alla capacità di lavoro, e dunque al fare e al produrre. L’illimitatezza dello sviluppo delle forze produttive. Togli dalla Storia i combustibili fossili, e neanche ti passava per la mente.

Dalla produzione illimitabile al consumo illimitato. Amavamo esagerare già ai tempi del mammut. Figurarsi nel secolo dell’embarras de richesse. Astenersi moralisti. L’uno e’ alimento necessario dell’altro, e viceversa. Non puoi lodare il produrre e bandire l’illimitatezza del consumare. Eppure in un pezzo della sinistra del ‘900, e altrove, andava di moda. Me lo spiegate come si sviluppano le forze produttive (o anche solo, vulgariter, il PIL) se non si sviluppano i consumi? Adesso sembra quasi banale, ma se la scrivevo trent’anni fa mi bandivano con disonore.

Dicono oggi dei fossili, tra le tante, due cose. Una è che dobbiamo starne lontano o comunque ridurli in fretta perché ci surriscaldano il pianeta. L’altra è che stanno per finirci. Premessa.Il processo di formazione di un idrocarburo dura da uno a qualche milione di anni. Abbastanza, se raffrontato alla nostra aspettativa media di vita, per farcelo considerare una risorsa “finita”; e che perciò se prodotta prima o poi “finisce”. Il problema però non è se “finisce”. Il problema è se ci riesce di metterci ad usare qualcos’altro prima che ci scarseggi, e che perciò il suo prezzo ci aumenti al punto da forzarci a cambiare abitudini e modello di vita. Il problema è insomma se la sostituzione sarà traumatica, o dolce. L’esplosione è stata una combinazione di fossile e di tecnologia. Fonte e macchina. Nella storia hanno sempre progredito in parallelo. Dal muscolo alla turbina, e dalla legna all’idrocarburo. Però (storicamente) rivelano un’asimmetria. La macchina è cultura, insomma roba umana. La fonte sino ad oggi è stata prevalentemente natura, e dunque uso umano di quel che abbiamo trovato nella e sulla terra. Noi non sappiamo quale nuova macchina (o financo fonte...) ci regalerà la tecnologia di domani. Però sappiamo che oggi, a parità di condizioni, siamo lontani dall’aver trovato in terra e dintorni un credibile sostituto dell’idrocarburo. In giro non si vede se non marginalmente nulla che costi meno e/o renda di più. Nel futuro non vi è nulla di usuale, ed è persino possibile che fonti di domani travolgano l’asimmetria e siano infine frutto d’ invenzione anziché di natura ; però è certo che oggi e nella presente condizione del sapere la sostituzione sarebbe traumatica.

Fine dell’intervallo felix della sovrabbondanza. Meno consumi. Più basso tenore di vita. Per qualcuno decrescita, se ben gestita, è pure bello. Ma il tema è anzitutto tema di consenso, e di tenuta sociale. Dai mammut al Suv, la propensione all’esagerare pare maggioritaria. Il modello San Francesco può andare bene alle feste comandate; ma se fai un referendum ti stravince Nabuccodonosor. Bello per pochi può essere rivoluzione, e violenta, per molti.

Clima. E consenso. Bandire l’idrocarburo a tappe forzate, per evitare di stravolgere il clima della terra, e la terra stessa. Kyoto. Copenhagen. Mi astengo dal merito. Nel metodo, e cioè in punto di consenso, sin qui è storia di obiettivi clamorosamente falliti dalla politica e che forse raggiungeremo malgré nous per cinicità del destino. E’ la dannazione del nesso tra energia (fossile) e sviluppo in forma di PIL. Sino ad oggi non ti è riuscito, checchè te ne scrivano, di trovare il modo di essere drastico coi fossili senza toccare (anche) lo sviluppo. Ci siamo dati “politicamente” degli obiettivi (da Kyoto al 20-20-20 europeo); e poi “politicamente” ce ne siamo di regola allontanati in corso d’opera. Il che, se la politica è (anche) consenso, sembra suggerirti che il consenso sia predicato sull’ambiente quando si parla, e tutt’ora sull’idrocarburo quando si va a fare spesa. Poi comunque sono arrivati Lehman, ed il tentativo (men che riuscitissimo) di rimandare in onda la Grande Depressione. Recessione, e brutale, è comunque stata. E non senza un qualche (perdurante) sommovimento sociale. Però la dannazione del nesso se rigiri la frittata è anche benedizione (?). Sono venuti giù alla grande i consumi di combustibili fossili , e alla grandissima le emissioni di anidride carbonica. La crisi ci condanna alla virtù, e forse grazie a lei raggiungeremo gli obiettivi della parola politica. Che è come dire che sino ad oggi non c’è riuscito di frenare significativamente la strage dei mammut per via di consenso; ma solo per via di recessione.

Dice che adesso però cambia. Il limite sta diventando cultura, e perciò consenso. Basta esagerazione demografica. A metà secolo ci fermiamo. Saremo solo nove miliardi e mezzo. Buon appetito a tutti. Poi dice che cambia anche il sentire. Basta esagerazione dei consumi. Sempre più qualità della vita, e sempre meno PIL. Un nuovo Occidente. Colto, bucolico e affettivo. Voglioso insomma del limite. A Stuart Mill sarebbe piaciuto, e io mi ci riconosco appieno. Il dubbio è se sia cultura, o non giusto la sindrome del sazio che vorrebbe evitare l’obesità. Quanto si riconoscono in questo sentire tre miliardi di cinesi e a ruota tutti gli africani potrebbe essere un buon test. Per male che vada, ci dovrebbero essere grati d’aver scelto le alghe lasciandogli i mammut.

L’esagerazione del lavoro, almeno in qualche versione, invece resta. Il vecchio tabù dello sviluppo illimitato. Tradotto col dire che il produrre rinnovabili ed alternative genererà più nuova occupazione; e che le alternative in quanto rinnovabili possono produrre per definizione lavoro illimitato. I numeri sarebbero lunghi. E la mia formazione provinciale qualche dubbio me lo impone. Che l’industria eolica possa generare occupazione comparabile a quella automobilistica, ad esempio. O che il futuro rovesci la storia, e si metta a produrre a intensità di lavoro crescente per unità di prodotto. O che in queste condizioni e contro ogni evidenza il lavoro generato oltre che illimitato possa essere anche efficiente. Se è questo quello che vogliono fargli dire, il tabù praticato in versione rinnovabile c’e’ rischio che degradi. Non piu’ cultura, e neanche mito del progresso; ma solo tecnica di consenso. Per limitare l’esagerazione dell’energia fossile ti tocca promettere l’immortalità dell’esagerazione tout-court. Energia, consenso e demagogia. Quasi il titolo di una tesi di laurea.

Per centocinquant’anni abbiamo trattato il petrolio allo stesso modo dei mammut. Della cui strage, peraltro, non abbiamo avuto occasione di pentimento. Estinti loro, siamo riusciti a domesticare bestiame in quantità più che copiose; e il mammut magari sarebbe finito estinto dalla concorrenza del manzo argentino. Con il petrolio ci dicono che non è lo stesso. La Terra non ha altre fonti di esagerazione da offrirci, oltre a quelle che andiamo esaurendo. Il Sole è lontano. L’invenzione ritarda. Dovremmo - dicono – riuscire perciò ad andare contro genetica e Berlusconi, e ad adattare le nostre connessioni neurali e la nostra cultura alla bellezza del limitarsi. Non possiamo abbandonarci e affidarci interamente all’idea che il futuro ci riservi un’esagerazione compensativa di energia alternativa, e magari anche pulita. Sarebbe follia. In gioco sono (sarebbero?)l’equilibrio climatico del Pianeta; e la possibilita’ di fuoruscire in forme non violente dalla civiltà a propulsione fossile.

Questo se Stern vi ha convinto (a proposito di consenso e sue tecniche...), e se non vi fidate dell’idea che il futuro magari in forma di mercato ci riservi comunque abbondanza di chianine e scottone più buone e soprattutto più nutrienti del mammut ( e qui mi metto tra quelli che non si fidano). Non stiamo climaticamente parlando dell’imminente estinzione della specie umana . Che si possa sopravvivere con qualche previdente adattamento all’innalzarsi delle acque ce lo ha già testimoniato Noè. Stiamo però parlando del rischio di un potenziale altissimo di sconvolgimento sociale ; e del se ci convenga investire e nel caso in che misura nella prevenzione, nell’adattamento o in una misura/mistura di entrambi. Ci stiamo interrogando (Costi/benefici? O vi pare metodo troppo poco religioso?) sul se convenga investire per prevenire conflitti tra umani; e non (almeno immediatamente) la fine stessa degli umani.

Attorno all’idea che il petrolio finisca stiamo discettando della stessa cosa. C’e’ il rischio, se non lo sostituiamo in tempo, che ci scompaia non solo un modello sociale basato sulla mobilità; ma anche che ci scompaia, assieme all’efficienza ed al costo irrisorio del suo combustibile, buona parte del surplus che ci si accompagnava. Genetica e Nabuccodonosor continuano a compellere al tutto, subito ed esagerato . Pero’ rimanca la trippa su cui sfogare la compulsione. Mentre diventi nove miliardi e mezzo, che il surplus possa ridiventarti roba riservata in proporzioni sumero-babilonesi a chi comanda è ipotesi cruenta. Difficile che ci si rassegni a non esagerare senza combattere. Se la civiltà fossile ci agonizzasse male ci sarebbe il rischio di scoprire di botto, e dopo un secolo di intervallo felix, che un conflitto globale può essere più devastante di un conflitto mondiale. Di nuovo niente a che vedere con la sopravvivenza della specie. Solo con quella del nostro modello sociale, e con l’opportunità (o meno) di investire nell’eutanasia di una civiltà.

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mercoledì, febbraio 03, 2010

Petrolio: aggiornamento per il 2010



Produzione petrolifera aggiornata a Gennaio 2010. Da "oilwatch monthly"

In un post precedente ho fatto qualche previsione di ordine generale sull'economia per il 2010. Ora mi provo a dettagliare un po' la condizione del petrolio, con qualche nota aggiuntiva sugli altri combustibili fossili; gas naturale e carbone. In generale, abbiamo un momento di ottimismo fra gli operatori del settore. Come sempre, l'ottimismo potrebbe essere eccessivo, ma il 2010 non dovrebbe riservarci grosse crisi.

Il 2009 ha visto un ritorno dei prezzi del petrolio a valori relativamente alti (intorno ai 70-80 dollari al barile) che corrispondono abbastanza bene al prezzo del cosiddetto "barile marginale" ovvero alla frazione più costosa della produzione attuale.

 
La produzione si assesta intorno agli 86 milioni di barili al giorno per quanto riguarda "tutti i liquidi", ovvero la somma del petrolio convenzionale e non convenzionale. Come vedete nel grafico, più sopra, la produzione mondiale è rimasta praticamente costante dal 2004; questo nonostante le ampia variazioni di prezzo. Evidentemente la produzione petrolifera è fortemente anelastica; ovvero risente poco delle variazioni dei prezzi. Però ne risente un po'; per cui al momento il picco della produzione mondiale del petrolio rimane quello del luglio del 2008, in corrispondenza dei massimi prezzi osservati finora.

Per il 2010, non mi aspetto grosse variazioni della produzione petrolifera: questa è una previsione facile dato che la produzione è, appunto, molto anelastica. L'ingresso in produzione di nuovi giacimenti dovrebbe compensare abbastanza bene il declino dei pozzi esistenti. Mi aspetto un leggero declino rispetto ai valori di quest'anno, ma non molto grande. Rimane comunque il problema di fondo di tutta la faccenda: ovvero che se anche la produzione rimane approssimativamente costante, i paesi produttori aumentano i loro consumi e questo lascia meno petrolio per i paesi consumatori, in particolare le economie più deboli fra le quali anche quella italiana.

E' possibile un nuovo salto in alto dei prezzi del petrolio - oppure anche un nuovo crollo? Può darsi: tutti i dati storici disponibili indicano che il picco di produzione è accompagnato da forti oscillazioni di prezzi. Una di queste fortissime oscillazioni l'abbiamo già vista. Ora il mercato sembra essersi stabilizzato; ma una ripresa dell'economia potrebbe ridar fiato alla corsa dei prezzi - cosa che credo probabile. Comunque, ricordiamoci che i prezzi sono delle entità effimere e poco significative. Quello che conta è la produzione e, come ho detto, non mi aspetto ancora l'inizio di un rapido declino che sarà tuttavia inevitabile fra qualche anno.

Curiosamente, in ogni caso, sembra che il petrolio sia passato di moda come notizia o come argomento di conversazione. Un paio di anni fa, il petrolio a 80 dollari al barile sembrava la fine del mondo. Oggi, non interessa a nessuno. Questo ci dice indubbiamente qualcosa sulle carenze della capacità percettiva umana. Un altro balzo in avanti dei prezzi potrebbe riportare l'attenzione sull'argomento, ma ormai sembra che ci stiamo abituando ai prezzi alti - in sostanza stiamo diventando indifferenti a certe cose alle quali sarebbe bene non essere. Ma così vanno le cose e ogni nuova crisi ci prenderà di sorpresa; come del resto ci hanno preso le crisi del passato.

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martedì, febbraio 02, 2010

Il vento gonfia la rete


Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il principale limite alla diffusione della produzione energetica da fonti rinnovabili è la loro intermittenza e irregolarità che, oltre certi limiti, rende impossibile la regolazione, da parte del sistema di controllo, delle condizioni del carico nella rete di trasmissione dell’energia elettrica, compromettendone la stabilità e innescando meccanismi di difesa “a catena” delle centrali generatrici, che interrompono l’erogazione del servizio (black out). Ma quali sono questi limiti?
Essi sono incerti perché dipendono da molti fattori, tra cui la configurazione del sistema, la quantità e tipologia dei generatori di energia elettrica, il livello di interconnessione delle reti, le caratteristiche locali della produzione di energia rinnovabile ecc. Comunque, è comunemente ritenuto che la potenza rinnovabile non possa superare in ogni momento il 20% della potenza generatrice attiva senza incorrere in seri rischi per la stabilità del sistema elettrico. Quindi, conseguentemente, sarebbe problematico superare la soglia di 10.000 MW di potenza rinnovabile nel nostro paese.
Una risposta definitiva al problema non può che essere fornita dal gestore della rete di trasmissione nazionale, cioè Terna S.p.A., ente preposto proprio a garantire la continuità della fornitura di energia elettrica sull’intero territorio nazionale. E infatti ad esso si sono rivolti i produttori di energia eolica che l'anno scorso si sono visti limitare sensibilmente l’immissione in rete dell’energia prodotta, ma anche l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, che ha chiesto di recente un chiarimento sull’impatto della crescita delle rinnovabili sul sistema elettrico nazionale.
E finalmente, Terna da una risposta al delicato problema nell’ultimo nell’ultimo “Piano di sviluppo della rete di trasmissione nazionale” relativo al 2009 e tuttora in fase di consultazione.
Riporto alla lettera quanto affermato in questo documento: “Al fine di approfondire i fenomeni menzionati con scenari di generazione da fonti rinnovabili non programmabile sempre più elevata, sono state condotte delle analisi tecniche per valutare il suo impatto sul sistema elettrico in termini di affidabilità del sistema stesso e sulle percentuali attese di energia eolica producibile da ridurre…. In sintesi si evidenzia che nelle condizioni attuali della rete elettrica la possibile massima decurtazione dell’energia eolica producibile nel Continente può variare fra il 5% (per un eolico installato fino a 6.000 MW) e il 35% (con 15.000 MW di installato) dell’energia eolica potenzialmente producibile. In Sicilia le percentuali sono sostanzialmente analoghe, 5% (per un eolico installato fino a 1.000 MW) e 35% (con 5.000 MW installati). In Sardegna, invece, fino all’entrata in esercizio del nuovo collegamento con il Continente SAPEI, le percentuali sono ben più alte: 10% (per un eolico installato fino a 1.000 MW) e circa 70% (con 2.500 MW installati). Nello scenario previsionale, con la realizzazione di tutti gli interventi di sviluppo, la possibile decurtazione dell’energia eolica producibile nel Continente può variare fra l’1,5% (per un eolico installato fino a 6.000 MW) e il 12% (con 15.000 MW di installato) dell’energia eolica potenzialmente producibile. In Sicilia le percentuali sono inferiori all’1% (per un eolico installato fino a 1.000 MW) e 25% (con 5.000 MW installati); tuttavia è opportuno segnalare che la produzione potenzialmente tagliata è compresa tra il 2 e l’8% per un installato eolico tra i 2.000 e 4.000 MW, con un beneficio medio in termini di riduzione di energia eolica decurtata pari al 65% circa. In Sardegna, invece, a valle dell’entrata in esercizio del nuovo collegamento con il Continente SAPEI, le percentuali sono pari al 5% (per un eolico installato fino a 1.500 MW) e a circa 40% (con 2.500 MW installati), considerato l’elevato coefficiente di contemporaneità. Le percentuali riportate rappresentano le massime riduzioni possibili della produzione eolica per garantire la sicurezza del sistema elettrico e tali riduzioni possono oscillare all’interno di una fascia di variabilità.”

Quindi, sintetizzando, Terna ritiene che quando verranno realizzati gli interventi sulla rete per favorire la produzione eolica previsti nel piano (pag. 82), a fronte degli oltre 50.000 MW di richieste di connessione di impianti eolici alla rete di trasmissione nazionale (pag. 46), si potrebbero consentire con una certa tranquillità 15.000 MW nel Continente con un massimo del 12% di riduzione, 5000 MW in Sicilia con un massimo di riduzione del 25% e 2500 MW in Sardegna con un massimo di riduzione del 40%. Secondo Terna, “tuttavia, in presenza di maggiori garanzie offerte dalla produzione eolica in termini di continuità di esercizio … il limite superiore della curva può essere ridotto a fronte di una maggiore capacità di supporto degli eolici in rete mentre quello inferiore costituisce un obiettivo a cui tendere anche e soprattutto mediante la rimozione dei vincoli di scambio fra le aree della rete, in modo da consentire una diminuzione della quota di generazione eolica rispetto a quella convenzionale riferendola a quella di una zona più vasta.”

Le conclusioni dello studio di Terna sembrerebbero quindi abbastanza incoraggianti circa la crescita dell’eolico in Italia e condurrebbero ad ipotizzare un contributo alla produzione elettrica nazionale leggermente superiore al limite finora considerato massimo del 7% - 8% del Consumo Interno Lordo (fino a oltre il 10%). Si tratta di quantità non trascendentali e sicuramente non risolutive rispetto alla globalità del problema energetico, però sufficienti a diversificare le fonti energetiche, ridurre l’uso dei combustibili fossili ed evitare l’immissione di gas serra nell’atmosfera, in maniera significativa.
Infatti, considerando che la produzione di energia elettrica italiana da olio combustibile (derivato del petrolio) era nel 2008 pari al 5,3% del Consumo Interno Lordo, l’utilizzazione anche parziale delle potenzialità eoliche italiane permetterebbe di annullare del tutto la dipendenza da un combustibile fossile che sarà sempre più scarso in futuro a causa del raggiungimento del picco produttivo, evitando l’immissione in atmosfera di circa 13 milioni di tonnellate di CO2. Lo sfruttamento dell’intera potenzialità eolica ci consentirebbe inoltre di evitare complessivamente l'immissione in atmosfera di circa 22 milioni di tonnellate di CO2, pari alla riduzione richiesta dagli obblighi del Protocollo di Kyoto per le emissioni del settore elettrico italiano (e il 20% di quelle del settore energetico nel suo complesso).
Chi si oppone, spesso pregiudizialmente all’eolico, dovrebbe perciò contemporaneamente indicare quali alternative realmente praticabili ai combustibili fossili siano in grado oggi di conseguire gli stessi risultati.

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domenica, gennaio 31, 2010

La globalizzazione impazza





created by Armando Boccone


Ogni analisi della realtà e ogni ipotesi sull’andamento futuro di qualsiasi fenomeno richiedono una serie di dati, di conoscenze di base. Solamente in questo modo, per esempio, è possibile fare degli apprezzamenti sul consumo energetico del commercio mondiale oppure scoprire perché in alcune parti del mondo manca il cibo. E, soprattutto, solamente in questo modo è possibile farsi una idea delle conseguenze che, sul comportamento e le condizioni di vita quotidiane, avrà la futura minore disponibilità di combustibili fossili.

Nel periodo natalizio (circa 1 mese fa), mentre con la mia compagna stavamo facendo la spesa, ho pensato di fare una ricerca su alcuni prodotti venduti dal supermercato.

I dati che di seguito saranno presentati sono stati presi (nel periodo natalizio come anzidetto), in due supermercati di una media città dell’interno del Nord Italia. Con essi si intende mettere in evidenza l’enorme consumo di combustibili fossili richiesti dal commercio mondiale così come è stato caratterizzato da quel fenomeno chiamato “globalizzazione”. E’ una analisi di prima approssimazione, perché uno studio approfondito richiederebbe una ulteriore e non indifferente quantità di dati (per esempio la conoscenza dell’incidenza della vendita dei singoli prodotti sul complesso dei prodotti venduti, il tipo di mezzo di trasporto utilizzato [nave, aereo oppure autocarro], la necessità o meno di refrigerazione e/o di altri trattamenti durante il trasporto, ecc.)

La ricerca ha riguardato i settori “frutta e verdura”, “prodotti ittici” e “carni”.

Settore “frutta e verdura”

Per il settore “frutta e verdura” sono stati indicati la provenienza geografica e il prezzo al kg. E’ sempre stato indicato il prezzo pieno perché alcune volte (pochissime per la verità) è applicato uno sconto. In molti casi la merce è venduta in confezioni di plastica trasparente e in pezzatura di pochi etti.
Questo è l’elenco dei prodotti rilevati:

1 Mirtilli dal Cile € 15,84

2 Lamponi dalla Spagna € 19,84

3 More dal Mexico € 18,24

4 Alchechengi della Colombia € 11,90

5 Granadilla dalla Colombia € 12,40

6 Peperoncini dolci dall'Egitto € 2,94

7 Patate dolci da Israele € 2,18

8 Pomodoro grappolo dall'Olanda € 1,68

9 Asparagi dal Perù € 7,10

10 Papaja dal Brasile € 3,98

11 Ananas dal Costarica € 1,18

12 Pitahaya dal Vietnam € 13,19

13 Mangosteen dall'Indonesia € 15,40

14 Carambola dalla Malesia € 14,30

15 Rambutan dalla Thailandia € 15,40

16 Ananas baby delle Isole Mauritius € 3,95

17 Bananito della Colombia € 9,98

18 Ciliegie dal Cile € 13,80

19 Banane baby dall'Ecuador € ………….

20 Pistacchi dall'Iran-Spagna € 4,97

21 Mandorle da cocktail dagli USA € …………

22 Uva Aledo dalla Spagna € 2,84

23 Meloni gialli dal Brasile € 1,28

24 Litchees dal Madagascar € 3,98

25 Banane dall'Ecuador € 1,68

26 Avocados da Israele € 3,58

27 Caco-mela dalla Spagna € 2,59

28 Peperoncini piccanti dal Marocco € ………….

29 Fagiolini body dal Marocco € 2,68

30 Insalata belga dall'Olanda € 2,78

31 Ponpelmi rossi da Israele € 1,28

32 Fagiolini spuntati dal Marocco € 1,98

33 Fagiolini body verdi dal Marocco € 2,98

Le tradizionali frutta, verdura e ortaggi di stagione (come mele, pere, arance, mandarini, lattuga, cicorie, radicchio, rape, carote, patate, cipolle, sedano, ecc.) provengono dalle varie regioni italiane.

Settore “prodotti ittici”

Questi prodotti in piccola parte sono distribuiti interi e sfusi attraverso la tradizionale vendita col banco del pesce mentre in buona parte sono venduti attraverso il libero servizio con i banchi frigo. Con questa seconda modalità di vendita il prodotto è venduto porzionato e confezionato nelle comuni vaschette di polistirolo coperte da una pellicola di polietilene su cui viene indicato il peso, il prezzo e altre informazioni relative al prodotto.

Nei banchi frigo sono stati rilevati i seguenti prodotti, di cui viene indicato solamente la provenienza e se pescato oppure allevato.

1 Filetti di tonno a Pinne Gialle pescato oceano indiano orientale

2 Gamberetto boreale pescato atlantico nord orientale

3 Cappasante dell'atlantico pescato atlantico nord orientale

4 Mazzancolle tropicali allevato Brasile

5 Branzino fresco allevato Grecia

6 Polpo pescato atlantico centro orientale

7 Astice americano pescato atlantico nord occidentale

8 Pesce spada pescato pacifico sud orientale

9 Gambero gigante pescato atlantico centro orientale

10 Code mazzancolle allevato Ecuador

11 Mazzancolle tropicali allevato Thailandia

12 Filetto merluzzo pescato atlantico nord orientale

13 Filetto orata allevato Grecia

14 Filetto branzino pescato atlantico nord orientale

15 Tranci salmone allevato Norvegia

16 Filetto di platessa pescato atlantico nord orientale

17 Filetto cernia pescato atlantico centro orientale


I prodotti ittici venduti nel tradizionale banco del pesce sono interi e sfusi. Sono in gran parte di provenienza dal mediterraneo, in gran parte pescate mentre solamente in piccola parte sono di altra provenienza e sono allevate.

Per quanto riguarda i prodotti pescati nel mediterraneo non viene indicato la provenienza specifica per cui avrebbero potuto essere anche di importazione.


Settore “carni”

Le carni fresche sono vendute solamente attraverso la vendita a libero servizio con i banchi frigo (non c’è la “macelleria”).

Per quanto riguarda le carni fresche bisogna fare una netta distinzione fra quelle bovine (tutte di importazione da Paesi dell’Unione Europea) e le altre (suine, avicole, cunicole, ovine, ecc.) che sono invece tutte di produzione nazionale.

La ricerca fatta ha riguardato quindi la provenienza delle carni bovine. La caratteristica di queste carni è che provengono da capi che nascono in una nazione ma che poi sono allevati e/o macellati in un’altra e infine inviate in Italia dove sono sezionate, porzionate e confezionate.

Nei banchi frigo sono stati rilevati i seguenti “tagli”.

Nella prima colonna è indicato il “taglio”, nella seconda il Paese di nascita del capo, nella terza quello di macellazione e nella quarta quello in cui è stata sezionata la carcassa, porzionata e confezionata. Come si vede l’ultima operazione, che si articola in più aspetti, avviene nel paese (l’Italia in questo caso) in cui avviene la vendita.

1 Rollè di vitello Lituania Olanda Olanda Italia

2 Costate di vitello Olanda Olanda Olanda Italia

3 Roast beef a fette Germania Germania Germania Italia

4 Entrecote Francia Francia Italia Italia

5 Costata con osso Austria Austria Austria Italia

6 Saltinbocca di vitello Polonia Olanda Olanda Italia

7 Arrosto scelto di vitello Lituania Olanda Olanda Italia

…però non ci siamo fatti mancare niente!!!


Molti studiosi dipingono il futuro a tinte molto fosche. Le cause individuate sono tante e convergerti verso la suddetta previsione: la diminuzione della disponibilità di combustibili fossili, l’incremento demografico, il cedimento di molti equilibri ecologici, ecc. Molte persone comunque potranno dire ”… però non ci siamo fatti mancare niente, nemmeno la carambola della Malesia e il pitahaya del Vietnam!!!”

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giovedì, gennaio 28, 2010

In visita al lato B della società dei Consumi





created by Luca Lombroso


Sabato 29 novembre 2009 Hera ha aperto le porte di casa nostra (in quanto pagato, in fin dei conti, con i soldi di noi contribuenti, specialmente tramite i CIP6), ovvero dell’impianto di incenerimento di rifiuti di Modena. Ho così deciso di partecipare, non come conferenziere e divulgatore ambientale, ma come cittadino, non rinunciando però se vi era occasione a dire la mia e chiedere.
 “Conoscere per giudicare”, lo slogan dell’iniziativa e la prima impressione che si ha avvicinandosi all’impianto è di avvicinarsi alla tomba della società dei consumi: file di camion, un vero funerale agli scarti della produzione. Scarti che si avviano alla peggiore delle soluzioni: i fuochi dell’inferno. L’impianto appare comunque pulito, in ordine, e senza odori sgradevoli: una macchina indubbiamente complessa e all’avanguardia, come ci viene illustrato dai dirigenti Hera, ma vorrei anche vedere che così non fosse!

Ci sarebbe tanto di che raccontare e discutere, anche alla luce delle domande poste durante la visita: qual è l’EROEI dell’impianto? quanta CO2 si immette per kWh elettrico prodotto? Secondo i dirigenti presenti poco importa, dato che l’organico rientra nel ciclo del carbonio, ma come quantificare la parte effettivamente ascrivibile a biomasse organiche, e quella di plastica e altri materiali che invece si aggiunge in atmosfera sotto forma di ulteriori gas serra? Domande a cui nessuno ha saputo darmi risposta (mi risulta un EROEI inferiore a 1 e circa 1 kg CO2/kWh, più di una centrale a carbone), liquidate con un “ l’impianto produce energia netta"  e “noi evitiamo CO2, non la emettiamo”, cosa che mi sa da contabilità creativa di gas serra.

Il punto però è che oltre ai dettagli tecnici, non si può fare a meno di meditare su quanto si vedeva entrare, così come arrivava dai camion dell’indifferenziato, e quanto si scorge dal finestrino del forno: lattine, carta, cartoni, imballaggi, bottiglie di plastica e di vetro, umido… insomma, i nostri consumi che finiscono all’inferno.

Tutto materiale che non dovrebbe finir bruciato: una parte perché riciclabile, una parte perché non bruciabile, un’altra parte perché bruciarlo aggiunge gas serra e altre cose non certo buone. E del resto alla fine del processo viene ammesso che restano il 10% di ceneri, rifiuto speciale, a regime dunque su 250.000 t di rifiuti saranno 25.000 t da trasportare, indicativamente, con un migliaio di camion all’anno, 2-3 al giorno. Viene anche ammessa, dopo l’incredibile affermazione che “i rifiuti che bruciano per autocombustione”, la presenza di un bruciatore, descritto infatti nel sito.



Al fine di garantire il mantenimento della temperatura in corrispondenza della camera di combustione di ogni linea, sono installati due bruciatori ausiliari a metano che entrano in funzione automaticamente al raggiungimento della temperatura di set point (generalmente 870°C - 900°C) al fine di mantenere temperature superiori al suddetto limite di legge ma non è chiaro quanto metano (e quanta acqua) consuma l’impianto.



Invece “ridurre la produzione di rifiuti è molto difficile”, e così non ci proviamo neanche: così come sono, bisogna sbarazzarcene, poco importa se i rifiuti rappresentano nel loro ciclo di gestione il 3% dei gas serra e il 9% delle PM10 emesse. Poco importa se il processo di termovalorizzazione si sostiene solo grazie ai famigerati CIP6. Dobbiamo sbarazzarcene, ridurli di volume e massa, e il resto sparisce: chiudiamo le discariche, nascondiamo le ceneri da qualche parte sotto al tappeto, ma apriamo un’altra discarica: l’atmosfera, la nostra discarica abusiva.

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martedì, gennaio 26, 2010

Le leggende di Caserini


Segnaliamo l'iniziativa di domani, Mercoledi' 27 Gennaio, alle 17:30 presso la biblioteca del convento delle Oblate, a Firenze, dove Stefano Caserini presenterà il suo ultimo libro sulle leggende climatiche.
Introduce il modesto sottoscritto, Ugo Bardi.
   


Stefano Caserini sta facendo un ottimo lavoro di divulgazione sul riscaldamento globale.
Docente al Politecnico di Milano e studioso di problemi climatici , Caserini non si limita a fare quello che fanno la maggior parte dei ricercatori in questo campo, ovvero a pubblicare il loro lavoro sulle riviste scientifiche. Caserini, invece si lancia attivamente all'attacco dei negazionisti, così come ha fatto nel suo libro precendente "A qualcuno piace caldo" (Edizioni Ambiente, 2008) dove è andato a fare le bucce ai tanti negazionisti della domenica che si sentono in grado di pontificare sulla scienza del clima senza saperne un piffero.

Con questo libro, "Guida alle leggende sul clima che cambia" (edizioni ambiente, 2009), Caserini è andato a fare un'utile opera di sbugiardamento delle tantissime sciocchezze che girano sul clima. Dalla Groenlandia verde al tempo dei vichinghi, al "punto caldo della troposfera" al vino in Inghilterra nel medio evo, Caserini ci offre una guida ragionata delle fesserie dei negazionisti. La storia è ben scritta, sarebbe divertente se non fosse che qui si scherza col fuoco. Ma vale la pena di leggerla, se non altro per capire a quali livelli di idiozia si può arrivare quando si confonde la politica con la scienza.

Caserini è uno dei pochi scienziati italiani che si è reso conto della necessità di scendere in campo e sporcarsi le mani rispondendo anche in modo aggressivo alle campagne propagandistiche dei negazionisti. Purtroppo molti scienziati rimangono confinati nella loro torre d'avorio e la recente vicenda del furto delle email del Climate Research Units dimostra che la torre non è un rifugio sicuro. C'è gente, la fuori, che non si ferma davanti a nulla, neanche ad azioni illegali e infami. Bisogna tenerne conto e agire di conseguenza.

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domenica, gennaio 24, 2010

Il picco degli alberghi


Il numero di presenze negli alberghi italian. La tendenza non è ancora chiarissima, ma sembrerebbe che ci sia stato un picco nel 2007 (immagine da "Hotel-Lab").

Col mestiere che faccio, mi capita abbastanza spesso di girellare per il mondo e di alberghi ne ho provati un po' di tutti i tipi. Gli alberghi sono un po' come gli esseri umani: buoni o cattivi, belli o brutti, grandi o piccoli; Ce n'è una varietà quasi infinita. Il peggiore è stato forse uno a Zurigo che avevo trovato su internet e che si è rivelato un albergo a ore nel mezzo del quartiere a luci rosse. Il migliore è stato forse uno a Helsinki, che aveva anche la sauna privata annessa alla camera!

Questo post mi è stato suggerito, in effetti, da un'esperienza non proprio piacevole che ho avuto a Torino. Albergo splendido, visto dal di fuori. Camera molto pretenziosa, quando ci entri. E poi invece ti accorgi che la doccia e vecchia e rugginosa. Non solo non viene acqua calda, ma ti casca in testa anche il "telefonino" della doccia perché la giunzione che lo regge è decrepita. Non è leggero e neanche morbido.

Già al tempo di Gallia Placidia e del suo mausoleo a Ravenna era ben noto agli antichi che non è l'aspetto esteriore che conta: è quello interiore. Gli alberghi ne sono un'illustrazione perfetta. Ormai ho verificato abbastanza bene che quanto più l'ingresso è illuminato e pretenzioso, tanto meno buono è il servizio. Mi spiego: non che io sia uno con la puzza sotto il naso; per carità. Per tanti anni, quando avevo dei contratti di ricerca con l'IVECO andavo a Torino abbastanza spesso. Stavo di solito in un albergo che aveva il problema di un mobilio che sembrava roba rimasta a un asta di beneficienza dopo che i Rom si erano comprati la roba migliore. A parte questo, però, era un posto tranquillo, costava poco e ci si stava proprio bene. Non è questione di quante stelle abbia un albergo: è questione di come è tenuto.

Credo che non ci siano regole precise su come trovare un albergo che sia decente e a un costo ragionevole. Una è di non fidarsi delle foto che si vedono su internet, ma questo credo che sia ovvio. Un'altra è - quando possibile - scegliere posti abbastanza piccoli, se possibile a gestione familiare. Questo vuol dire che quando hai un problema puoi parlare con la persona che l'ha creato e che - probabilmente - può risolverlo. Viceversa, se sei in un albergo grande e non ti funziona la doccia (e ti è anche cascato il telefonino sulla testa) ti trovi ad avere a che fare con una banda di ragazzi giovani che hanno l'aspetto più che altro di uligani appena arrivati per il match del Liverpool e cortesia paragonabile (questo è, appunto, quello che mi è successo a Torino). Non che sia colpa loro, poveracci, sono semplicemente stra-sfruttati con stipendi da fame da qualche disgraziato che crede di essere un super-manager perchè gestisce un albergo e - per ora - nessuno dei clienti si buttato dalla finestra dalla disperazione.

Ma la linea che separa fra un albergo buono e uno pessimo può essere molto sottile. Dopo l'esperienza con quel pessimo albergo di Torino, mi sono spostato in un altro, sempre a Torino. Era delle stesse dimensioni e numero di stelle; nemmeno tanto lontano dal primo. Ma era un abisso di differenza. Me ne sono accorto subito quando ho visto che alla reception, dietro il banco, c'erano due bambini a giocare. Forse figli della ragazza al lavoro, forse glie li aveva parcheggiati un cliente per mezz'ora; non lo so, ma comunque il risultato è tutta un'altra atmosfera. Appunto, un abisso di differenza.

Un altra cosa degli Hotel è la loro infinita proliferazione. Non so com'è da voi, ma a Firenze, in centro, ci sono ormai più hotel che appartamenti - o almeno questa è l'impressione che se ne ricava. Chiunque avesse una cantina, un appartamento, una soffitta o un vecchio garage, lo ha riadattato per farci un bed and breakfast. Ma continuano anche ad esistere gli alberghi grandi, rutilanti di luce e di moquettes. Secondo wikipedia, in Italia nel 2005 c'era una capacità ricettiva totale di oltre quattro milioni di posti letto (4.350.000 per l'esattezza). Per la sola Firenze, ho trovato qualche dato che risale al 2003 e che dice che a quell'epoca a Firenze c'erano circa 450.000 posti letto. Oggi devono essere più di mezzo milione. Ovvero, non è solo un'impressioone che ci sono più posti per i turisti di quanti abitanti abbia Firenze.

Quanto potrà durare? Difficile dire. Dai dati che riporto in cima a questo post, sembrerebbe possibile che abbiamo passato un picco del turismo in Italia nel 2007. La tendenza non è ancora ben definita, ma darei per probabile che il 2009, anno dopo la grande crisi economica del settembre del 2008, sia stato un anno orribile per gli albergatori. Quindi, il 2007 potrebbe essere stato veramente il picco storico.

Non sembra però che, per il momento, la cosa sia stata capita. In effetti, non si vedono inversioni di tendenza: mi sembra che stiano continuando a costruire e programmare nuovi alberghi (è un po' la stessa cosa del ponte sullo Stretto: non hanno capito ancora come stanno le cose). Prima o poi, comunque, dovranno cominciare a rendersi conto della situazione e cominciare a chiudere. Nel frattempo, è probabile che cominceranno a risparmiare sulla manutenzione e sugli stipendi dei dipendenti. In effetti, quello che mi è capitato a Torino potrebbe essere proprio questo: il primo sintomo del picco degli alberghi.

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venerdì, gennaio 22, 2010

Fuori Orario


Questa è la recensione del libro “Fuori Orario, sottotitolo: da testimonianze e documenti riservati, le prove del disastro FS” della Casa Editrice “chiarelettere”, scritto dal giornalista del Sole 24 Ore, Claudio Gatti. E’ un’inchiesta, impietosa e documentata, dei mali endemici delle ferrovie italiane, scritta nello stile dei giornalisti anglosassoni, cioè con indipendenza e a prescindere dagli interessi coinvolti nella denuncia. Ne consiglio vivamente la lettura, perché getta uno squarcio di luce su decenni di sprechi, corruzione, inefficienze, incapacità gestionali, perpetrati in un regime di connivenza e di spartizione, da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali coinvolti, a danno del contribuente e degli utenti del servizio. Giustamente l’autore inizia il libro con queste parole “Niente è profondamente più italiano delle FS. E niente rispecchia i limiti e i difetti del nostro popolo più delle Ferrovie dello Stato.” Ne emerge il quadro sconsolante di un’azienda strutturalmente inadeguata a fornire un servizio efficace e qualitativamente di tipo europeo, tenuta artificiosamente in vita solo con generose elargizioni pubbliche (il prelievo per famiglia è di 273 €/anno), inadatta sul piano tecnologico e gestionale ad affrontare efficacemente la competizione internazionale conseguente al processo di liberalizzazione in atto.
Numerose sono le nefandezze amministrative analizzate, di cui il giornalista individua in maniera circostanziata le cause profonde, dal livello scadente del servizio di pulizia dei vagoni, alla carenza e insufficiente manutenzione del materiale rotabile, dalla gestione approssimativa, dispendiosa e priva di visione strategica dell’alta velocità ferroviaria, all’ingresso nell’azienda di spregiudicati soci privati e alle procedure quantomeno discutibili di assegnazione degli appalti.
Ma il capitolo che a mio parere merita più attenzione, giustamente Galli l’ha inserito all’inizio della narrazione, è quello intitolato “La grande truffa della puntualità”. Quello della puntualità taroccata è una questione cruciale perchè non solo incide sulla qualità del servizio, ma perchè su di essa si calcolano i bonus per i dirigenti delle Ferrovie e le penali da pagare alle Regioni. Ed è anche di grande attualità, perché in questi giorni di continui e reiterati ritardi dell’Alta velocità, Trenitalia ha continuato ad affermare che “i ritardi dei treni sotto 15 minuti non sono considerati tali per consuetudine europea”. L’autore dell’inchiesta, smaschera infatti il bluff dell’ad di Trenitalia Moretti che attribuisce agli Eurostar italiani la stessa puntualità dei treni francesi e tedeschi, senza precisare che il calcolo viene fatto prendendo a riferimento standard diversi: “in Francia e in Germania, …i treni sono ritenuti puntuali se il loro arrivo avviene entro i cinque minuti dall’orario previsto. In Italia, ciò vale soltanto per i treni regionali, cioè quelli che percorrono le distanze più brevi. Per gli Eurostar, gli Intercity e gli altri treni di lunga percorrenza si applica quello che si potrebbe definire “il quarto d’ora accademico”, che concede alle FS un margine … tre volte superiore…”
Così, si scopre che mentre in Francia l’82,8% dei treni ad alta velocità sta nei cinque minuti di ritardo, in Germania ciò avviene nel 90% dei casi e nella impareggiabile Svizzera addirittura nel 95,8% (l’89,7% sta nei tre minuti), nella povera Italia, i dati nascosti scoperti dal Galli, rivelano nel 2008 una misera percentuale del 64%, in una rete quasi nuova e quasi completamente dedicata.

L’autore approfondisce successivamente le possibili cause di questa vera e propria assurdità e svela altri trucchi per far tornare i conti della puntualità, ma non voglio farvi perdere il gusto di scoprirle leggendo questo libro davvero interessante che si conclude con un auspicio che condivido pienamente:
“…per l’Alitalia non si è fatto in tempo ad intervenire. A pagarne le conseguenze sono stati i contribuenti. Ma le FS sono cinque volte più grandi di Alitalia. Così come i loro sprechi e la loro grandeur. E credo si sia ancora in tempo per intervenire. Spero che questa mia inchiesta contribuisca a fare in modo che ciò avvenga. Perché oggi si sta correndo il rischio di un “progressivo declino dell’impresa ex monopolista nazionale, relegata nella gestione di servizi assistiti di bassa qualità”. Non lo dico io. Lo afferma lo stesso Mauro Moretti nel suo Piano industriale”.

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mercoledì, gennaio 20, 2010

Il petrolio sconosciuto




E' uscito oggi sull'inserto "Tuttoscienze" (de La Stampa di Torino) un articolo del prof. Riccardo Varvelli (Politecnico di Torino), dal titolo "Sos petrolio il compagno sconosciuto".

Il pezzo è in coerenza totale con il pensiero che l'autore ha sviluppato in un suo libro, come esposto in questo post. In poche righe, il pubblico viene rassicurato sul fatto che il petrolio durerà ancora i prossimi 50 anni, dopodichè sarà sostituito dal gas naturale, e poi si procederà con le energie rinnovabili.

Questi concetti trasudano un fragile ottimismo.  L'ottimismo è una cosa meravigliosa quando è supportato da solide motivazioni. Nel nostro caso, l'autore tende a mio avviso a sottovalutare il comportamento dei sistemi complessi. La penetrazione di nuove risorse e tecnologie è innanzitutto caratterizzata da una certa gradualità e sovrapposizione con quelle "anziane"; il gas naturale, ad esempio, potrà fornire un'integrazione/diversificazione affiancando sempre di più il petrolio, ma non riuscirà a sobbarcarsi "in toto" i ruoli ricoperti dal petrolio, anche e soprattutto perchè sta piccando anche lui [per un'interessante analisi sulla non-fungibilità del petrolio, si veda questo post di Ugo Bardi]
Le energie rinnovabili, se fatte decollare in modo significativo solo quando petrolio e metano saranno alla frutta, si alzeranno di un paio di metri da terra, dopodichè si schiacceranno al suolo, e con esse la civiltà così come la conosciamo da mezzo secolo abbondante.

L'autore scrive anche che boccerebbe un suo studente che esprima dubbi sulla consistenza delle riserve petrolifere e sulla capacità nel vicino futuro del petrolio di stare al passo con la domanda.
Per logica estensione, Varvelli boccerebbe Aspo con procedura collettiva.
Sinceramente sono preoccupato, ma non per l'ipotetica bocciatura.

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(22/01/2010) Update: articolo completo


Se un allievo del  mio corso di dottorato alla prova finale scrivesse «la fine del petrolio è questione di qualche anno, forse il prossimo» o «il prezzo del petrolio cresce a dismisura perché non ce n'è più» o, ancora, «i giacimenti scoperti di recente sono di valore insignificante », dovrei inesorabilmente bocciarlo. Se poi fosse un Premio Nobel a scrivere queste affermazioni, si incrinerebbe la mia stima verso questo prestigioso riconoscimento che laurea fior di scienziati e di menti eccelse.
Eppure chi ha scritto quelle frasi è un Premio Nobel: è Dario Fo nel suo ultimo libro «L'apocalisse rimandata». Per fortuna (della Scienza) il «Nobel » è stato assegnato a Fo per meriti letterari e non scientifici, ma suscita comunque stupore che un personaggio di tale calibro e fama manifesti un’imperfetta conoscenza dei dati relativi alla fonte energetica più importante sulla Terra.
Perché i dati e i fatti dicono incontrovertibilmente che il petrolio non è finito nel 2009, che non finirà nei prossimi 50 anni e che non finirà mai, perché prima che si esaurisca verrà sostituito dal gas naturale e più in là ancora dalle energie rinnovabili.
Il prezzo del petrolio, cresciuto a dismisura fino ai 147 dollari al barile nel luglio del 2008, è poi crollato a 36 nel settembre dello stesso anno, continuando a soddisfare la domanda mondiale.
Intanto il giacimento di Kashagan, in Kazakistan, è una recente scoperta ed è il più grande individuato negli ultimi 30 anni e oggi fa buona compagnia con le nuove scoperte di petrolio nel bacino di Santos, al largo delle coste brasiliane, e con i giacimenti giganti dell'«off-shore» dell’Angola.

Di un’ignoranza diffusa sui temi energetici siamo in buona misura responsabili noi studiosi, perché non abbiamo saputo parlare nelle sedi giuste e nei momenti opportuni o perché, pur avendo parlato, non siamo
stati sufficientemente chiari e convincenti.
Ma con tante sacche di impreparazione non ci si deve poi stupire se nascono forti movimenti antagonisti allo sviluppo e alla diversificazione energetica, soprattutto verso quelle energie più utilizzate e diffuse che evidenziano probabili (ma non certe) conseguenze negative per la sicurezza dell'umanità e per gli effetti sgraditi sull'ambiente.
Non si può infatti negare che la combustione del petrolio produca grandi quantità di anidride carbonica che, sommata ad altri gas di origine umana, generi l'effetto serra, con il conseguente surriscaldamento dell’atmosfera terrestre, così come non si può negare che le scorie prodotte da una reazione nucleare siano estremamente pericolose e durature nel tempo. Ma trarre da questi fatti interpretazioni catastrofiche (spesso annunciate come certezze) per la sopravvivenza dell’umanità nel breve termine significa non avere fiducia nell'intelligenza dell'uomo, che attraverso una corretta e completa conoscenza dei fenomeni fisici può intervenire e correggerli, limitando quindi i danni.
E’ per questa ragione che il Politecnico di Torino, a partire da oggi e con cadenza settimanale, fino al 3 marzo, ha deciso di organizzare un approfondito programma di sette conferenze intitolato «Energia: 2010 e oltre», con lezioni e testimonianze di professori ed esperti industriali della durata di due ore (dalle 17.30 alle 19.30) presso l'Aula Magna.
L'obiettivo del programma è quello di comunicare insieme con lo stato dell' arte delle conoscenze anche un’opinione il più possibile obiettiva su eventi che sono considerati cruciali per lo sviluppo e il benessere della società umana nei prossimi decenni.
Verranno affrontati con linguaggio appetibile e comprensibile i temi relativi alle fonti non rinnovabili (petrolio, gas naturale, carbone e uranio), alle fonti rinnovabili (solare, eolica, biomasse, rifiuti, idrica e geotermica), alle reti elettriche, oltre che all'efficienza energetica nei processi industriali, negli edifici e nei trasporti.
Le conferenze sono aperte al pubblico (le informazioni sul programma sono disponibili sul sito www.polito.it)

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martedì, gennaio 19, 2010

Quello che ho dimenticato di dire al convegno di ASPO






created by Luca Pardi


Al termine del mio intervento al recente convegno di ASPO a Lucca, nel quale avevo messo in risalto la condizione di overshoot ecologico della popolazione umana, un giovane partecipante mi ha chiesto come mai non avessi menzionato il tema del controllo delle nascite o, come si dice in modo politicamente corretto (ma anche più esaustivo) della programmazione familiare e della salute sessuale e riproduttiva. Non ho avuto altra risposta da dargli che ammettere che essendo andato lungo con i tempi me ne ero dimenticato.
Per riparare a questo errore propongo ai lettori di questo blog un mio articolo sul tema, che uscì nel 2008 sul periodico on-line Notizie Radicali e che, partendo dalla recensione del libro di Robert Engelman intitolato "More, Population, Nature and what women want", esprimeva le mie opinioni riguardo alla possibilità di piegare verso il basso la natalità senza metodi coercitivi. L’articolo ha un taglio non tecnico e molto politico, ma parlando di questo tema non credo si possa fare altrimenti.


L’altra metà del cielo

Nel 2008 è stato pubblicato in lingua inglese l’ultimo libro di Robert Engelman intitolato More (di più) che ha, per sottotitolo, Popolazione, Natura e quello che vogliono le donne. Il libro tratta del tabù primario dei nostri tempi: la sovrappopolazione. Molti sono gli indicatori che danno una stima della pressione antropica sugli ecosistemi terrestri. Ognuno di questi include, ovviamente, implicitamente o esplicitamente, il numero degli umani oltre ai loro consumi di risorse.
La più popolare fra le misure escogitate per stimare la pressione antropica è, indubbiamente, l’Impronta Ecologica che mostra come Homo Sapiens, già oggi, consumi nel suo complesso la Natura ad un tasso che supera ormai del 30% la capacità di ricostituzione delle risorse terrestri. Il venticinque settembre si “celebra” l’overshoot day”, il giorno in cui ogni anno iniziamo a consumare risorse a debito.

Inoltre questo indicatore mostra che se l’attuale popolazione umana sviluppasse un metabolismo socio economico analogo, per intensità, a quello di quello del miliardo di persone che abitano i paesi industrializzati, non basterebbero quattro o cinque pianeti per sostenerla. Un’altra misura impressionante è quella che stima il consumo di prodotti vegetali che ogni anno le piante verdi producono sulla Terra, grandezza tecnicamente indicata come Produttività Primaria Netta (PPN), al netto cioè della respirazione. Le stime indicano che l’umanità si appropria di almeno il 25 per cento della PPN. Il grado di tracimazione ecologica della nostra specie è sinteticamente esemplificato in un singolo dato che viene riportato in diverse pubblicazioni.
Della biomassa totale dei vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) solo il 2-3 per cento è biomassa selvatica, il restante 97- 98 per cento consiste per un terzo di biomassa umana e per due terzi di biomassa degli animali domestici (bovini, ovini, suini e pollame). Un dato che da solo dovrebbe far riflettere sul peso imposto dalla nostra specie, questo eccezionale primate, sugli ecosistemi terrestri e, inultima analisi, su tutte le altre specie viventi. L’eccezionalismo umano è proprio nel fatto che esso è l’unico grande primate ad essersi imposto a tutte le latitudini e adattato a tutti i climi. La sua intraprendenza e la sua vivace dinamica riproduttiva, lo ha portato, gia nel lontano passato, a modificare pesantemente gli ecosistemi da lui colonizzati con grandi estinzioni della megafauna e vere e proprie rivoluzioni botaniche.

Nel lavoro di Engelman si inverte una tesi fondamentale della storia biologica umana. La cosiddetta rivoluzione agricola del neolitico, iniziata circa 10.000 anni fa, non sarebbe la causa della prima espansione demografica, come spesso affermano i demografi, ma l’effetto di una continua espansione della popolazione e di un successo nel portare ad età riproduttiva il terzo figlio, che già si manifestava nelle società di cacciatori raccoglitori. Il passaggio alla coltivazione e all’allevamento delle società agricole, sarebbe quindi l’effetto di una prima espansione demografica del cacciatore raccoglitore che aveva escogitato tecniche di caccia più efficaci in un ambiente dove le popolazioni animali non lo temevano perché lui, ultimo arrivato, non si era coevoluto con loro. A riprova di questo fatto sarebbe l’osservazione che nella sola Africa, culla originaria degli ominidi, non ci sono state estinzioni di massa dei grandi mammiferi, e questo perché essi si erano evoluti insieme all’uomo ed avevano darwinianamente “imparato” a temerlo.

Per quanto riguarda l’ultima grande espansione demografica, da alcuni definita Bomba Demografica, si potrebbe argomentare che essa più che dalla rivoluzione industriale e dal benessere da essa determinato, sia stata indotta dalla scoperta dell’uso dei combustibili fossili. Una riserva intatta di energia solare accumulatasi nel corso di centinaia milioni di anni in una forma particolarmente vantaggiosa e accessibile. La moltiplicazione per un fattore ormai prossimo a 7 della popolazione mondiale in poco più di due secoli non sarebbe tanto e solo l’effetto di una crescita socio- economica, come dicono i cantori dell’industrialismo, ma piuttosto l’effetto di una scoperta analoga a quella che 10.000 anni fa portò l’uomo a addomesticare animali e piante, ma più repentina e densa di conseguenze, almeno in un presente in cui si cominciano a scontare gli effetti del declino delle fonti energetiche fossili.

Non è colpa di nessuno se tutto questo è successo. Non si tratta qui infatti di osservare l’evoluzione naturale e sociale dell’uomo con la lente della morale, ma di capirne l’essenza sociobiologica e immaginare le possibili soluzioni. La tesi del libro è che se l’eccezionalismo umano risiede nel genere femminile, anche le soluzioni sarebbero nelle mani delle donne, purché si dia forza alla loro capacità di decisione e di autodeterminazione. Non sono slogan politici veterofemministi quelli che escono dal lavoro di Engelman, ma tesi ragionevoli degne di discussione a tutti i livelli della nostra società globale.
Qualcuno si è maliziosamente chiesto come faccia un maschio a sapere quello che vogliono le donne, ma a questo qualcuno, lui si portatore di un femminismo un po’ stantio, ha risposto in modo esemplare una donna con una semplice frase: “basta che abbia avuto la pazienza di ascoltarle”. Ed Engelman le ha ascoltate. Così dal suo lavoro si viene a sapere che nella comunità più remota e povera del mondo, un villaggio del Chad o del Malawi, per esempio, le donne sanno che esistono i sistemi anticoncezionali e vorrebbero usarli essendo stanche di avere un bambino al seno, uno sulle spalle ed uno per mano.

Stanche di vivere la propria sessualità come macchine da riproduzione. Si mettono di mezzo formidabili cortine ideologiche per nascondere questa semplice verità: le donne non vogliono più figli, ma vogliono di più per i propri figli. Sarebbe sufficiente dare alle donne di tutto il mondo il potere di scegliere se, quando, come e con chi, avere figli, godendo della propria sessualità con l’ausilio degli anticoncezionali, per far convergere rapidamente il tasso di natalità a quello di 2,1 figli per donna. E’ possibile che questa tesi sia troppo ottimistica, è possibile che molte donne, ancora condizionate da tradizioni nataliste fortemente radicate nelle comunità, siano indotte a desiderare una famiglia numerosa. Ma certo come punto di partenza non andrebbe preso quello dell’ineluttabilità della dinamica demografica come processo sul quale non abbiamo controllo. Del resto, in relazione agli aiuti che si dovrebbero dare ai paesi poveri, si parla sempre di aiuti alimentari, economici e tecnologici, ma non si fa mai menzione della semplicissima tecnologia che si nasconde nella prevenzione delle gravidanze indesiderate.

E lo si fa in ossequio al dettato di ideologie maschiliste spesso portate da gerarchie religiose sessuofobiche ed oscurantiste appoggiate da interessi politici ed economici di potenza coloniale. In sostanza la questione della sovrappopolazione diventa principalmente una questione femminile. Una questione di diritti civili.
Certamente sulla questione della popolazione, della diffusione della salute sessuale e riproduttiva e della programmazione familiare, la conferenza ONU del Cairo del 1994 non era stata granché, tuttavia la barriera al dispiegamento dei progetti da essa iniziati, opposta dall’amministrazione americana sotto i Bush, in accordo con il Vaticano e molti paesi islamici è stata molto peggio.
Seduti sul picco del petrolio, in piena crisi climatica e con le conseguenze che questi due fatti hanno sulla produzione di cibo non possiamo più attendere il prossimo ciclo malthusiano di “controllo” della popolazione in modalità naturale, non basta immaginare nuovi mezzi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili, o predicare il risparmio e l’efficienza nello sfruttamento delle risorse e nel conferimento dei rifiuti del nostro metabolismo.
Ogni persona che non sia un analfabeta nelle Scienze Naturali, dovrebbe abbandonare la torre d’avorio della discussione accademica e diventare un militante del rientro dolce della popolazione umana entro limiti ecologicamente e socialmente sostenibili. Tale rientro dolce potrebbe proprio essere nelle corde dell’altra metà del cielo: le femmine di Homo Sapiens, le donne.

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domenica, gennaio 17, 2010

Il picco degli obesi negli Stati Uniti




Dal New York times del 13 gennaio, una notiziola interessante. Abbiamo i dati sulla tendenza all'obesità negli Stati Uniti. La vediamo nella figura qui sopra espressa in "body mass index" (BMI) che è semplicemente il peso di una persona diviso per la sua altezza al quadrato. Quando il BMI è sopra il valore di 30 (espresso in unità internazionali) allora la persona è obesa.

Nella tabella qui sopra, vedete qualche tendenza per la popolazione americana. L'obesità si è stabilizzata per tutti i gruppi etnici americani (neri, bianchi e ispanici) intorno a un massimo del 50% della popolazione per le donne nere. I maschi sembrano essersi stabilizzati intorno al 35% per tutte le etnie. Sembrerebbe che ci sia stato in questi anni un vero e proprio "picco dell'obesità"

L'interpretazione del NY times è che abbiamo raggiunto un limite fisico all'obesità. Non si può essere obesi più di tanto ed essere ancora in grado di camminare.

La mia impressione è che non sia così, ovvero che c'è sempre spazio per essere più grassi e, soprattutto, per un aumento del numero delle persone grasse. Perché limitarsi al 50%? Cosa vieta di avere l'80% delle donne obese? (se andate in America, una passeggiata per qualsiasi città vi darà subito l'impressione che il 99% della gente è obesa).

E' possibile, in effetti, che siamo di fronte a qualcosa di più complesso che ha a che fare con il generale impoverimento della popolazione. L'obesità della popolazione è stata spesso indicata come un'evidenza che gli Stati Uniti sono un paese ricco. Non è mai stato così. La ragione per l'obesità, in generale, è dovuta all'ottimizzazione del rapporto calorie/dollari. A parità di dollari, il pasto che vi da più calorie è uno di "junk food" a base di forti dosi di grassi e di zuccheri. I poveri, sostanzialmente, non si possono permettere una dieta sana e la loro obesità è evidenza, piuttosto, delle forti disparità sociali che esistono in USA.

L'aumento graduale del numero dei poveri, che dura ormai dagli anni '70 negli USA, ha causato l'esplosione di obesità che vediamo. Oggi, è probabile che abbiamo saltato un ulteriore livello di povertà. Ovvero, i poveri stanno diventando talmente poveri che devono tagliare anche sugli hamburger e sulle patatine fritte. Non possono più permettersi una dieta malsana. Alcuni di loro, evidentemente, non possono permettersi proprio più nemmeno una dieta.

Se questa interpretazione è giusta, vedremo un calo degli obesi nel prossimo futuro. Questo però non sarà dovuto a un miglioramento della dieta, ma a un peggioramento ulteriore. Quindi lo vedremo accompagnato da una riduzione dell'aspettativa di vita. Per ora questi fenomeni non si vedono, ma tutto è in movimento. Nulla di quello che credevamo assodato lo è stato negli ultimi anni e allora aspettiamoci altri cambiamenti.

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sabato, gennaio 16, 2010

Probabile picco dei consumi elettrici in Italia e crescita dell’energia eolica


Il titolo di questo articolo sintetizza le novità più importanti che emergono dai dati provvisori per il 2009 dei consumi di energia elettrica in Italia, forniti da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione dell’energia elettrica nel nostro paese.
Il grafico qui accanto, che ho ricavato proprio dai dati storici di Terna, rappresenta plasticamente il punto di svolta storico del Consumo Interno Lordo di energia elettrica (Produzione Lorda + Saldo con l’estero), con un crollo vertiginoso verificatosi nel 2009, che segue una prima limitata riduzione nel 2008 (descritta in un articolo di qualche tempo fa dal titolo “Evento storico”). La riduzione del CIL rispetto al valore del 2008 è stata pari al 6,7%, che corrisponde in termini assoluti a un calo da 359,164 TWh a 333,613 TWh. Un crollo spaventoso, che qualche giornalista ha paragonato a quello della seconda guerra mondiale ma, come si vede bene dal grafico, si tratta di un fenomeno molto più intenso e drammatico. Qualcuno potrebbe correlare questa vertiginosa tendenza, al calo della potenza sessuale nelle popolazioni occidentali, ma è molto più probabile che essa sia una diretta conseguenza della devastante crisi economica e finanziaria che si è abbattuta nel 2009 sulle economie e sulle produzioni industriali di tutto il mondo. Nei prossimi anni ci saranno probabilmente piccole risalite del CIL in corrispondenza di incerte ripresine economiche che però saranno sempre più tarpate da nuovi aumenti dei prezzi petroliferi dipendenti dal definitivo ingresso della produzione mondiale di greggio nell’area picco. Quando saranno disponibili i dati definitivi, potrò disegnare il grafico della distribuzione per fonte del Consumo Interno Lordo 2009 (per l’anno scorso lo potete trovare nel mio articolo “Da dove viene l’energia elettrica prodotta in Italia nel 2008”). Nel frattempo consoliamoci con i dati provvisori 2009 delle fonti rinnovabili, che registrano una generale tendenza alla crescita. La produzione idroelettrica aumenta del 9,6%, proseguendo la tendenza degli ultimi anni a una ripresa delle precipitazioni, e l’eolico addirittura del 20,4%. Ma quest’ultimo dato va preso un po’ con le molle. Come vedete dalla tabella Terna allegata, la produzione eolica passerebbe da 5055 GWh a 6087 GWh, ma bisogna considerare per la precisione che nel dato è stata inserita la produzione fotovoltaica, che nel 2008 fu di 194 GWh e che nel 2009 dovrebbero aggiungersi circa 400 GWh - 500 GWh. Poi, principalmente, bisogna considerare che l’anno scorso (come descrissi nel mio articolo “Energia elettrica buttata al vento”) dopo un dato provvisorio di 6637 GWh, Terna certificò un dato definitivo di 4861 GWh per tener conto delle limitazioni di produzione operate per salvaguardare la stabilità della rete.
Commento politico finale: La produzione energetica nazionale è in grado di soddisfare più che abbondantemente la dinamica attuale e futura dei consumi e la costruzione dei rigassificatori previsti aumenterà ancora la disponibilità di metano per il parco centrali esistente, garantendo nel contempo una efficace diversificazione degli approvvigionamenti. Per quale motivo l’Italia dovrebbe costruire nuove centrali termoelettriche, in particolare quelle nucleari, nell’assoluta incertezza dei costi e della disponibilità della materia prima? Il Ministro Scajola, invece di rispondere a questa domanda, in una recente conferenza stampa, non a caso ha completamente nascosto la notizia del clamoroso calo dei consumi per concentrarsi esclusivamente sulla crescita delle rinnovabili. Si tratta evidentemente dell’ennesima dimostrazione della strategia di manipolazione della realtà che caratterizza da qualche tempo il mondo della politica italiana.

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giovedì, gennaio 14, 2010

Un messaggio di speranza




Il recente vertice di Copenaghen purtroppo non ha prodotto risultati apprezzabili per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici (per chi fosse interessato, una sintesi delle conclusioni è disponibile sul sito del Focal Point italiano dell’IPCC). Molti commentatori hanno manifestato stupore misto ad indignazione per degli esiti così scoraggianti, non sapendo spiegarsi per quale motivo i Capi di Stato mondiali non riescano a raggiungere un accordo su una tematica così essenziale per i destini del pianeta e dell’umanità. Eppure, il motivo è molto semplice e sarebbe facilmente comprensibile se si riflettesse senza preconcetti sui meccanismi che generano l’aumento delle emissioni di gas serra. Esso risiede nel fatto poco percepito dall’opinione pubblica internazionale, ma estremamente chiaro ai Capi di Stato, che le politiche necessarie a raggiungere gli obiettivi indicati dalla comunità scientifica internazionale sono economicamente antiespansive e contrastano con la tendenza del sistema produttivo e di consumo a crescere illimitatamente.

La Cina ha avviato da qualche anno il motore apparentemente inarrestabile della crescita economica, con percentuali di crescita annuale del PIL paragonabili a quelle italiane del boom economico negli anni ‘60 e non ha alcuna intenzione di arrestarlo. Per fare questo ha bisogno di grandi quantità di energia e sta utilizzando in maniera intensa le fonti interne (soprattutto carbone), incrementando contemporaneamente le importazioni attraverso politiche aggressive di accaparramento dei residui mercati petroliferi mondiali. I paesi emergenti stanno anche investendo fortemente nella produzione energetica da fonti rinnovabili, ma le attuali tecnologie sono solo in minima parte in grado di sostenere la crescita tumultuosa di quelle economie.
Un discorso analogo vale per gli Stati Uniti. La colossale crisi finanziaria globale che ha rischiato di travolgere le economie planetarie è partita proprio da quel paese, e nasce in effetti dal tentativo di contrastare la concorrenza internazionale delle economie emergenti e rilanciare la domanda interna attraverso politiche di sviluppo fittizie fondate sull’abnorme crescita del debito privato. Del resto gli americani non sembrano avere alcuna intenzione di modificare i propri stili di vita consumistici e dissipativi di risorse e lo stesso Obama considera prioritaria la ripresa della crescita economica interna, anche se edulcorata con il riferimento a una green economy i cui risultati saranno inevitabilmente vanificati dal meccanismo esponenziale della crescita economica e dalla progressiva saturazione dell’efficienza energetica. Se si guarda al vertice di Copenaghen da questo punto di vista, appaiono anche del tutto ineluttabili le deludenti conclusioni e inevitabili gli analoghi fallimenti negli incontri che lo seguiranno.

Ma, in questo quadro desolante, si intravede un barlume di speranza. La crisi economica globale sta determinando anche un calo sensibile dei consumi energetici e delle emissioni di CO2. Secondo quanto si legge nell’ultimo Rapporto Energia e Ambiente dell’ENEA, “una valutazione precisa dei consumi energetici nei mesi a cavallo fra il 2008 e il 2009 è ovviamente ancora impossibile, tuttavia sono disponibili dati parziali che possono fornire una prima idea dell’ordine di grandezza dell’impatto della crisi sul sistema energetico globale. L’edizione di maggio dell’Oil Market Report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) stima una riduzione della domanda globale di petrolio del 2,5% nell’ultimo trimestre del 2008, seguita da un’ulteriore riduzione del 3,6% nel primo trimestre del 2009. La caduta della domanda risulta particolarmente accentuata nei paesi OCSE (-5% circa nei due periodi). La domanda globale è quindi prevista diminuire del 3% circa nell’intero 2009 (-0,3% del 2008). Secondo il Monthly Natural Gas Survey (sempre dell’AIE) di aprile 2009, la riduzione dei consumi di gas naturale nei paesi OCSE nei primi quattro mesi del 2009 è pari al 5,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un picco del -8% nei paesi europei. Nel corso dell’ultimo inverno la domanda è letteralmente precipitata anche in Europa: dati preliminari parlano di una caduta del 15-20% dei consumi elettrici dell’industria, con conseguente crollo parallelo della domanda di gas per la termogenerazione. Il crollo della domanda è stato particolarmente intenso dove maggiore è stata la caduta della produzione industriale: in Italia, Francia, Spagna, Regno Unito.
Il consumo di elettricità a livello globale è previsto ridursi anch’esso del 3,5% nel corso del 2009, per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale (i dati dei paesi OCSE relativi ai primi tre mesi del 2009 evidenziano una caduta della domanda elettrica su base annua del 4,9%, mentre una domanda debole è prevista anche nell’area non OCSE)”. E inoltre, “Nel breve termine, la più ridotta crescita economica potrà determinare una flessione delle emissioni, una riduzione in termini assoluti nei paesi avanzati e una riduzione del tasso di crescita nei paesi emergenti. Stime preliminari indicano che le emissioni di CO2 dell’Unione Europea si sarebbero ridotte nel 2008 del 6% circa con una riduzione simile attesa per il 2009.”

Siccome l’agognata ripresa economica avverrà molto lentamente e sarà comunque frenata dalla contemporanea crescita delle quotazioni petrolifere che già oggi, in corrispondenza di una limitata ripresa della domanda mondiale e di uno squilibrio sempre più evidente tra la domanda e l’offerta, hanno superato gli 80 dollari al barile, è facile prevedere che il mondo si avvierà stancamente verso un lungo periodo di stasi dei consumi e, successivamente, verso nuove crisi economiche che produrranno un ulteriore calo dei consumi energetici. Riuscirà questa tendenza a scongiurare il rischio del cambiamento climatico o a limitarne gli effetti? Come si legge in questo documento, la questione è ancora controversa, ma mi sembra indubitabile che qualche effetto positivo ci sarà.

E in Italia cosa sta succedendo? Se guardiamo i dati ufficiali dei consumi energetici del 2008, pubblicati sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, ci accorgiamo che la tendenza alla riduzione dei consumi energetici era apparsa già molto prima della crisi finanziaria globale. Come possiamo vedere dal grafico iniziale che ho ricavato dai dati storici del Consumo Interno Lordo di energia primaria (Produzione + saldo tra importazioni ed esportazioni), i consumi sono calati per il terzo anno consecutivo, attestandosi a 191, 304 Mtep, rispetto ai 197,776 Mtep del 2005 (- 3,27%) e sicuramente caleranno ancora nel 2009 sotto i 190 Mtep, in corrispondenza degli effetti maggiori della crisi economica. Un segnale evidente di questo futuro ulteriore calo è costituito dall’andamento dei consumi di energia elettrica che, secondo i dati Terna, nel 2009 subiranno un calo rispetto all’anno precedente di circa il 7%.
Come si può osservare in quest’altro grafico, ancora più accentuato risulta il fenomeno se si prendono in considerazione i consumi procapite, dove il calo si è verificato per il quarto anno consecutivo da 3,39 tep/residente a 3,19 tep/residente (- 6,56%).
Un’analisi della distribuzione per fonti e per usi dei consumi energetici è contenuta in questa mia precedente analisi, ma se si osservano i consumi finali ricavati dai dati del Ministero Sviluppo Economico, notiamo che la riduzione è molto differenziata tra i settori dei consumi finali. Mentre l’industria registra nel triennio considerato un catastrofico – 8,89%, e il civile un sensibile calo (- 3,84%), i trasporti rimangono sostanzialmente stabili (- 0,63%), a dimostrazione della marcata rigidità di questo settore rispetto alle dinamiche economiche. Come ho scritto in un mio precedente articolo, gli effetti di questa dinamica dei consumi energetici si riflette positivamente sulla quantità delle emissioni di CO2, consentendoci probabilmente di avvicinare se non raggiungere gli obiettivi del protocollo di Kyoto per il 2012, che l’Unione Europea quasi sicuramente nel suo insieme conseguirà.

Morale della favola. Inutile deprimersi per il calo dei consumi e del Prodotto Interno Lordo, o lamentarsi per le famiglie che non raggiungono la fine del mese. Dovremo imparare a compensare il calo della ricchezza, con la rinuncia agli sprechi e agli eccessi di un’economia insostenibile, ritornando ad adottare più incisive politiche dei redditi che riducano le sperequazioni sociali e salvaguardino le fasce più deboli della popolazione. Riscopriremo i valori veri della vita e forse lasceremo alle generazioni future una situazione climatica meno drammatica di quella che si prospetterebbe se non cambiassimo i nostri insostenibili comportamenti.

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martedì, gennaio 12, 2010

Fungibile: ecco perché l'energia non si esaurirà mai



Gli "assegnini" che andavano di moda negli anni '70 per risolvere il problema della scarsità di spiccioli. Magari si potesse fare lo stesso per la scarsità di petrolio! Foto da http://www.toninocarbone.it/



Fra i tanti strani e astrusi concetti che si trovano nei testi di economia una è la "fungibilità." Un bene si dice "fungibile" quando può essere scambiato con un altro bene completamente equivalente. La definizione si applica, per esempio, agli scambi di banconote: non importa che io abbia in tasca pezzi da 50 o da 10. Cinque pezzi da 10 sono intercambiabili con un pezzo da 50, oppure con venti pezzi da cinque - non cambia niente.

Un curioso esempio di fungibilità monetaria si verificò in Italia negli anni '70 quando ci fu una carenza di monete spicciole. Le monetine da 50 e 100 lire erano quasi sparite e, come conseguenza, le banche si misero a emettere "assegnini" da poche centinaia di lire che servivano per dare i resti nei negozi. Non solo le banche si misero in questa attività, ma un po' chiunque poteva "battere moneta" distribuendo assegnini a suo nome. La cosa durò qualche anno a dimostrazione, in effetti, della fungibilità della carta moneta.

Fin qui, la storia è talmente ovvia da sembrare banale; è in effetti lo è. Ma, quando si è cominciato a parlare di picco del petrolio, qualche economista ha detto che non c'è ragione di preoccuparsi, dato che il petrolio è "fungibile". Ovvero, se finisce il petrolio, non c'è problema dato che lo possiamo sostituire con altre cose.

Questa cosa della fungibilità del petrolio è sostanzialmente una fesseria, perlomeno così come è stata presentata; ovvero che non c'è niente da preoccuparsi. Se ci manca il petrolio, non c'è niente che lo possa sostituire automaticamente. Non esiste un combustibile altrettanto pratico, abbondante, versatile e a basso prezzo. Il petrolio non è come la moneta, non lo si può sostituire stampando assegnini.

Ma, su una cosa, gli economisti hanno ragione. L'energia è fungibile.

Un chilowattora è un chilowattora e quando attaccate la spina del phon o del carica-telefonino non sapete, e non vi interessa sapere, se arriva dal nucleare francese, da una centrale a carbone, oppure da un impianto rinnovabile. Ma, attenzione, se l'energia è fungibile questo vuol dire che è sostituibile ma non che è facilmente sostituibile. Per rimpiazzare gli spiccioli mancanti, è bastato stampare degli assegnini ma, se manca il combustibile per le centrali elettriche, una centrale a energia rinnovabile non si può stampare in un giorno.

Però, la faccenda della sostituibilità - o fungibilità - rimane fondamentale. Quello che si esaurisce gradualmente non è l'energia, semmai è il petrolio. Ma del petrolio ne possiamo fare a meno sostituendolo con altre cose. Magari ci saranno tempi difficili nel prossimo futuro, ma prima o poi ci si deve arrivare. L'energia non si esaurirà mai.

Ora, a questo punto c'è un problema interessante. Oltre all'energia, sono fungibili anche le altre materie prime?

Secondo alcuni, tutto è fungibile, tutto è sostituibile. C'è addirittura un "principio dell'infinita sostituibilità" che fu proposto da Goeller e Weinberg nel 1976 (*). Il loro articolo è stato molto citato ma, detto francamente, è una discreta scemenza. Da alcuni esempi di materie prime che sono state effettivamente sostituite, saltare a un principio universale di infinita sostituibilità è veramente una cosa un po' troppo ardita.

La questione è complessa e non si risolve in tre parole e neppure, tantomeno, con principi altisonanti. In sostanza, quasi tutte le materie prime minerali che utilizziamo vengono riciclate soltanto in parte. In parte, invece, vengono disperse nell'ambiente: pensate per esempio al rame spruzzato come insetticida o che sparisce come polver fine nello sfregamento dei conduttori. Queste polveri disperse nell'ambiente non sono più recuperabili e le miniere da cui le abbiamo estratte non si riformeranno se non in centinaia di migliaia o milioni di anni. In pratica, sono perse per sempre. Quindi, di certe materie prime o impariamo a riciclarle meglio, oppure dobbiamo imparare a farne a meno - ovvero a sostituirle con altre cose.

Ci sono tantissime materie prime; alcune facilmente sostituibili, altre molto meno, altre per niente o quasi. Ci sono dei casi dove è proprio impossibile: pensate ai fosfati come fertilizzanti. Per sostituirli dovete come minimo riprogettare la struttura delle catene peptidiche che formano le proteine di tutta l'ecosfera. Cosa non proprio facilina, direi.

Per altri casi, forse non proprio impossibile, ma è molto, molto difficile. Pensate al platino come catalizzatore per le marmitte catalitiche, all'indio per gli schermi LCD, al gallio per le lampade LED, solo per citarne alcuni. Magari ci sono dei modi per sostituirli, ma sono decenni che ci si prova e non ci siamo riusciti. Oppure, pensate alla complessità di un circuito MOS che contiene tantalio, tungsteno, oro, rame e chissà che altro. Si può fare a meno di questi elementi? Forse, ma non è ovvio che l'arnese possa funzionare altrettanto bene senza.

Anche nei casi in cui la sostituzione sembra abbastanza facile, le cose non sono tanto ovvie. Pensate al rame - in teoria lo si potrebbe sostituire con l'alluminio che è un discreto conduttore e costa anche meno. Nella pratica, bisognerebbe rifare mezzo mondo; fra i tantissimi problemi, solo un esempio: L'alluminio, a differenza del rame, è infiammabile quando si scalda e questo porta a dover riprogettare tutte le applicazioni per tenerne conto.

Insomma, il problema delle materie prime è più grave di quello dell'energia. L'energia è fungibile - se finiamo il petrolio, possiamo sempre ottenere energia dalle rinnovabili e quella non si esaurirà mai. Ma molte materie prime non sono fungibili. Oggi stiamo molto più attenti di una volta a non sprecare energia, ma dovremmo stare altrettanto - e più - attenti a non sprecare le materie prime. Una volta disperse nell'ambiente in forme non recuperabili, non le potremo ristampare come se fossero assegnini.


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* Goeller, H.E. Weinberg, (1976)"The Age of Substitutability" The American Economic Review, Vol. 68, No. 6. pp. 1-11.

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domenica, gennaio 10, 2010

Rovesciare Jevons





William Stanley Jevons (1 September 1835 – 13 August 1882)



created by Mario Marchitti


Il miglioramento dell'efficienza energetica dei prodotti e dei servizi ha ricevuto, di recente, attenzione da parte dei media, di alcune forze politiche e di governo, e di alcune amministrazioni.

L'efficienza viene spesso indicata come un importante obiettivo da perseguire per risparmiare l'uso dei compustibili fossili, e così ridurre le quantità di gas serra. Obiezioni e critiche a questa impostazione vengono avanzate mettendo in risalto il parodosso di Jevons. In effetti Jevons osservò che il miglioramento dell'efficienza con cui una risorsa è usata, può fare aumentare il consumo di quella risorsa.
Il paradosso può trasformarsi in osservazione ovvia, quando si consideri che la maggior parte dei bisogni e delle necessità umane sono per lo più indotte, e quindi presentano una estrema elasticità (Se ci è permesso scherzare, Jevons rovesciò il detto, "la necessità aguzza l'ingegno", per sostenere, giustamente, che anche "l'ingegno aguzza la necessità").
Pertanto l'individuo consuma in funzione di quello che può spendere. Si può portare l'esempio delle lampadine ad alto rendimento che stimolano l'utente a tenere le luci accese per un tempo maggiore, o ad aumentare i punti luce e la loro potenza; oppure si può ricordare come i motori delle automobili, oggi, sono certamente più efficienti di quelli di 30-40 anni fa, ciononostante, con l'aumento delle cilindrate, delle potenze dei motori, e della motorizzazione privata, oggi il consumo procapite di carburante per il trasporto è maggiore.

Il paradosso può agire anche ad altri livelli: si pensi che oggi la maggior parte degli individui si può permettere l'uso di PC la cui potenza di calcolo e di capacità di memoria sono di diversi ordini di grandezza maggiori rispetto a quelli di venti-trent'anni fa, ciononostante sembra che non ce ne sia mai abbastanza. Oppure si pensi alla burocrazia che il processo di informatizzazione avrebbe dovuto ridurre, e che invece è aumentata.

Questa situazione sembra senza via di uscita, e, per quanto riguarda l'aspetto energetico, anche la completa conversione ai sistemi rinnovabili potrebbe portare a problemi ancora più gravi di quelli che stiamo affrontando attualmente.
William Jevons appare nella storia economica come l'esponente della teoria marginalista in Inghilterra, contemporaneamente a Karl Menger in Austria e a Leon Walras in Francia. Non è un caso questa coincidenza - subito dopo che il capitalismo aveva ricevuto critiche particolarmente severe e incisive da Karl Marx. Il marginalismo, poi ulteriormente elaborato da Vilfredo Pareto e da Alfred Marshall, sposta i termini dell'impostazione dell'economia classica: dalla quantità di lavoro impiegato come definizione del valore di un prodotto, a un valore definito soggettivamente, in base all'importanza che il consumatore attribuisce al prodotto stesso; e da qui le curve di domanda e offerta, lo studio dell'equilibrio economico.

Ecco, io credo che è dall'economia che occorre ripartire per cercare di affrontare i problemi che oggi agitano la società. Purtroppo le parole scritte da Cornelius Castoriadis *  non sono incoraggianti:

"Quello che attualmente passa per «scienza economica» è stato oggetto di tante devastanti critiche, e ha così pochi rapporti con la realtà che occuparsene ancora può sembrare altrettanto anacronistico e inutile che frustare dei cavalli morti.[...] Le derivate e le differenziali di cui sono pieni i testi economici sono una presa in giro della matematica. Tutte le curve «marginali» (di «costi», «utilità», e così via) sono fondamentalmente prive di senso."

D'altro canto aggiunge:

"È anche vero che lo stato pietoso degli ex critici professionisti (marxisti o sedicenti tali) del capitalismo permette a questi ideologi, in pieno accordo con lo spirito del tempo, di mettere da parte ogni pretesa di serietà."

La critica al mito della crescita va certamente svolta, con quanta più energia (rinnovabile o meno) possibile. Ma ho paura che questa critica prenda poi delle scorciatoie come quando si propone l'obiettivo della decrescita (felice o infelice che sia) oppure quando si propone l'economia stazionaria (al segno + o - di una quantità si sostituisce il valore zero).


* Fonte: "La razionalità del Capitalismo"

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sabato, gennaio 09, 2010

Cantando dietro i paraventi: armonia e omeostasi nella dinamica dei sistemi




Nel 1935, Jorge Luis Borges aveva raccontato per primo in Occidente la storia della vedova Ching, piratessa cinese del diciottesimo secolo. Nel 2003 Ermanno Olmi ha rivisitato la stessa storia in un film che ricorda la prosa di Borges per l’intensità e la profondità, accoppiata alla semplicità.

Quando il pirata Ching muore avvelenato, la sua vedova giura vendetta e si imbarca in una guerra mortale contro l’impero cinese. Ne seguono scontri, disastri e sofferenze. Alla fine, l’imperatore celeste in persona interviene a restaurare l’armonia e la vedova Ching, sconfitta, accetta il perdono che le viene offerto.

Il film è così carico di simboli e di significati che gli strati di idee e di storie si intersecano a volte rinforzandosi e a volte sfumandosi vicendevolmente come un tramonto sul fiume giallo. La storia non lascia spazio alla pietà spicciola. Chi tiene il legame fra il cielo e la terra è tenuto a amministrare la giustizia, ma non è immune da errori e pertanto da commettere ingiustizie. Questo distrugge l'armonia e chi subisce l’ingiustizia ha diritto di ribellarsi e di combattere. Ma il risultato è la guerra, suprema disarmonia.

Ma chi ha le armi più potenti non è tenuto a usarle, chi cerca la vendetta può rinunciarvi, chi ha il legame con il cielo può perdonare. Il perdono è più importante anche della giustizia. E' l'essenza dell'abbandono a Dio che è detto essere misericordioso e benevolo.

Già Borges aveva colto il messaggio universale della storia della vedova Ching. Olmi lo riprende e lo espone nuovamente in un film dai colori chiari e dai paesaggi immensi. Un film che si muove in una sua lenta sensualità, splendido e languido come la vedova Ching stessa. Interpretata da Jun Ishikawa, è una sensuale, bellissima pirata di una Cina che forse non è mai esistita ma che riverbera di mondi in cui tutti, forse, abbiamo vissuto.

A volte, - come la vedova Ching - tutti riceviamo degli aquiloni messaggeri dal cielo, ma il nostro sguardo spesso è diretto verso il basso e non riusciamo a vederli.

Un pezzettino del film si trova sul blog di Ugo Bardi

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Si deve a Jay Wright Forrester negli anni '60 l'invenzione del concetto di "Dinamica dei Sistemi" un metodo per calcolare l'evoluzione di sistemi complessi dominati da interazioni di feedback. Sulla base del lavoro di Forrester, possiamo vedere la storia di "Cantando dietro i paraventi" come una perturbazione in un sistema dinamico. La perturbazione - l'assassinio del pirata Ching - cambia i valori delle costanti delle equazioni differenziali che descrivono il sistema. Di conseguenza, le variabili cambiano di valore: crescono e si contraggono; c'è una guerra, ci sono scontri e saccheggi, chi vive e c'è chi muore. Ma alla fine, i sistemi tendono naturalmente all'omeostasi, che in altri contesti si dice armonia.

A Forrester si deve anche l'invenzione del concetto di "punti critici" di un sistema. Ogni sistema, ci dice Forrester, ha dei punti critici - o "punti leva" dove si può agire efficacemente per modificarne l'andamento; in bene e in male. Sempre Forrester ci spiega che nella maggior parte dei casi la gente si rende conto molto male di quali siano questi punti critici e tende ad agire su quelli sbagliati ottenendo risultati opposti a quelli voluti. Ne è un buon esempio il film "Cantando dietro i paraventi" dove il tentativo di fermare la vedova Ching mandandole contro flotte sempre più potenti si risolve con un fallimento. Non serve fare ancora più guerra per fermare la guerra - si agisce sui punti critici sbagliati. Nel film, la guerra si interrompe soltanto quando l'imperatore promette alla vedova Ching il perdono. Il perdono agisce direttamente sui punti critici del sistema. Il perdono è la suprema armonia.

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giovedì, gennaio 07, 2010

Giochi, ramificazioni e complessità




Quando un gruppo di ragazzi si trova per giocare a calcetto (o a qualunque altro sport), succede spesso che una parte non trascurabile del pomeriggio venga “sciupata” nel decidere come formare le squadre. Entrano in gioco amicizie, simpatie e antipatie, feeling nel costruire le azioni e svariate cose di questo tipo.

La complessità delle relazioni sociali è evidente da subito, anche senza fare ulteriori approfondimenti sui meccanismi di base; tuttavia, in questo post vorrei far emergere il fatto che la complessità per potersi manifestare ha bisogno di un substrato favorevole [flash back: per analogia, in questo post avevo individuato la scarsità delle risorse come il sottobosco ideale per l’insorgere di fenomeni speculativi]

Bene, nella stragrande maggioranza dei casi tale substrato è costituito dalla presenza di ‘grandi’ numeri, in grado di generare una varietà combinatoria impressionante; a titolo di esempio, esiste un settore scientifico relativamente giovane, quello della meccanica statistica, che si occupa specificamente di derivare le proprietà macroscopiche (termodinamiche) dei corpi a partire da quelle microscopiche delle molecole costituenti.

Se una persona si trova con un amico per giocare a ping pong, il tempo necessario per “formare le squadre” è banalmente 0 (una sola configurazione). Se si trovano 4 amici (Claudio, Gianni, Terenzio e Ugo) per un doppio sempre a ping pong, occorrerà verosimilmente una manciata di secondi per decidersi sulle coppie. Possiamo fare rapidamente l’elenco dei 3 possibili “incontri”:

1. Claudio e Gianni        vs     Terenzio e  Ugo
2. Claudio e Terenzio    vs      Gianni    e  Ugo
3. Claudio e Ugo          vs      Terenzio e  Gianni

Torniamo un attimo all’esempio della partita di calcetto: supponiamo che ci siano 10 ragazzi che vogliano suddividersi in 2 squadre da 5. In questo caso scrivere “a mano” l'elenco delle possibili situazioni (senza l’ausilio di un calcolatore che esplori tutti i casi) diventa piuttosto arduo.

Possiamo determinare il numero di situazioni possibili ricorrendo al calcolo combinatorio.

Dato un insieme di N persone che si suddividono in k squadre di ugual numero (che avranno pertanto dimensione n=N/k), il n° complessivo di situazioni diverse possibili si ottiene ricorrendo a quelle che in combinatoria si chiamano “permutazioni con elementi ripetuti”.

Il problema è abbastanza simile a quello dell’anagramma di una stringa che contiene tante lettere diverse quante sono le squadre (k), ciascuna ripetuta n volte. C’è poi una piccola “complicazione” in più, che consiste nel fatto che si hanno situazioni equivalenti se si hanno permutazioni “in blocco” tra le squadre.

Pertanto, l’espressione combinatoria è

                                                   N !
Numero di situazioni   =        __________

                                            ( n ! )^ *  k!


dove con ! denotiamo l’operatore Fattoriale. N! = N*(N-1)*(N-2)* … *… 2 * 1

e il simbolo ^ è quello dell’elevamento a potenza.

[mi scuso per la forma "artigianale", ma Blogger non permette formattazioni di questo tipo]

Al di là dei formalismi, la cosa interessante da vedere è che si tratta di una formula “esplosiva”, che aumenta molto rapidamente al crescere di N. Se proviamo a mettere la formula in un foglio di calcolo ci accorgiamo che, nel nostro caso dei 10 ragazzi, il numero possibile di configurazioni è 126. E’ già un valore discretamente alto per far perdere al gruppetto un po’ di tempo nella formazione delle squadre, in mancanza di un “decisore” esterno o di squadre predefinite.

Se i ragazzi non sono 10 ma 22, e vogliono giocare a calcio a 11 (2 squadre), le possibili giocate sono 352.716.

Se abbiamo invece 21 ragazzi che vogliono giocare a calcio a 7 con una terna di squadre, avremo 66.512.160 possibilità.

Se N è 30 o più, si arriva rapidamente a enumerazioni dell'ordine dei miliardi di miliardi.
Naturalmente, si tratta di un esercizio teorico di combinatoria; personalmente ritengo che sia affascinante e che richieda un minimo di abitudine all'astrazione e un po' di esercizio con l'aritmetica degli interi per essere apprezzato. Se pensiamo però al fatto che è solo un’impalcatura per tutta la complessità che viene dopo, ci rendiamo conto che la varietà del mondo reale è incommensurabile, nonché di difficile previsione.

I giocatori non sono macchine e non basta conoscere la configurazione generale per stabilire a priori i rapporti di forza tra le squadre. A parità di giocatori, una squadra può essere più o meno forte a seconda delle condizioni generali della squadra in un certo periodo, un giocatore può fare la differenza se è “ispirato”, una coppia di attaccanti veloci con particolare feeling possono diventare un rullo compressore, e cose di questo genere.

Per quanto possa dare l’impressione di fornire un controllo completo della situazione, il calcolo combinatorio è solo uno strumento di “forza bruta” che va molto bene laddove il problema è relativamente “semplice” e simmetrico per poter essere esplorato, ma che nel caso di sistemi reali (dinamica delle risorse, macroeconomia, clima …) deve essere integrato o addirittura sostituito  con tecniche probabilistico-statistiche e metodi a reti neurali, con uso praticamente obbligatorio di supercalcolatori*.  Senza contare tutta la parte, fondamentale, di osservazioni sul campo, misure ed esperimenti.


* Può essere interessante notare che tra le applicazioni dei più potenti cluster di calcolatori figurano la meteorologia e la prospezione petrolifera (oltre alle immancabili applicazioni militari)


PS   Riallacciandomi ad alcuni commenti del post precedente:  nè Aspo nè altri possono predire con probabilità = 1 l'anno, e magari anche il mese e il giorno del picco globale del petrolio. Ma il warning che lanciamo come associazione è il concetto in sè. Un picco "largo" 5 anni, su una vita stimata del petrolio di circa 300 anni, non è assolutamente un'ovvietà   :-)




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martedì, gennaio 05, 2010

Quanto durerà il petrolio?




A questa domanda impropria risponde in maniera sbagliata il periodico di divulgazione scientifica (sigh!) FOCUS DR. Ho inviato per conto del Comitato Scientifico di Aspoitalia la seguente precisazione.



Gentile Direzione di FOCUS DR,

nel n. 21 della Vostra rivista è presente un dossier sull’energia che contiene alla pagina 72 diverse imprecisioni che rischiano di ingenerare un falso ottimismo circa l’effettiva disponibilità di risorse petrolifere nel mondo.
Alla domanda: “Quanto durerà il petrolio?”, voi rispondete: “Le stime sono contraddittorie. Alcune sono molto pessimistiche (20 anni o poco più), altre parlano di secoli. Negli ultimi anni, tuttavia, le riserve mondiali sono andate crescendo, anziché calando, in seguito alla scoperta di nuovi giacimenti e all’introduzione di nuove tecnologie d’estrazione… Secondo dati dell’OPEC… i giacimenti noti e sfruttabili in tutto il mondo garantirebbero ancora 1300 miliardi di barili, sufficienti per altri 85 anni. Il World Factbook della Cia ha stilato una lista dei paesi con le maggiori “riserve sicure”… e stima in 54 anni la durata media delle riserve dei primi 17 paesi di questa classifica, guidata da Arabia Saudita, Canada e Iran.

Tralasciamo il fatto che evitate di citare le fonti definite impropriamente pessimistiche (il pessimismo e l’ottimismo non sono categorie scientifiche). Innanzitutto, nessuna stima, “pessimistica” o “ottimistica” che sia, prevede che il petrolio finirà fra vent'anni. Anche le stime più conservative vedono una "coda" di produzione che si estende ben oltre i vent'anni. Confutare inoltre le previsioni “pessimistiche” sulla disponibilità di petrolio, con la notizia che le riserve mondiali starebbero crescendo, anziché calando, è sbagliato e infondato, perché in questo modo cadete anche voi nella confusione che spesso viene fatta tra i termini risorse e riserve. Le prime rappresentano la quantità totale di petrolio potenzialmente estraibile, le seconde sono le risorse effettivamente accertate e disponibili in un determinato momento. E’ evidente che, quando una parte delle risorse diviene realmente estraibile, perché viene scoperto e messo in produzione un nuovo giacimento di petrolio, questa quota va ad aumentare le riserve. Ma l’entità delle risorse rimane purtroppo inalterata ed è questa che conta quando si vuole fare una previsione ragionevole sulla disponibilità futura di petrolio.

Per quanto riguarda le citate previsioni di durata delle risorse petrolifere, la domanda che correttamente dobbiamo porci non è quando ma come finirà il petrolio. Spesso, i commentatori non esperti della materia, tendono superficialmente a considerare il meccanismo di esaurimento dei giacimenti petroliferi come quello che io definisco a “botte di vino”: nella cantina di una casa della ricca borghesia c’è una botte piena di vino. Durante una festa i proprietari cominciano a far spillare il vino, aumentando l’estrazione man mano che arrivano gli ospiti, fin quando l’ultima goccia di vino presente nella botte viene bevuta. Anche quando si fanno previsioni sulla durata del petrolio spesso si ragiona con questo schema mentale: posta x la quantità di risorse petrolifere ancora disponibili, si divide per la produzione annuale di petrolio e si ottiene in via approssimata (non tenendo conto della tendenza alla crescita della domanda petrolifera) la durata in anni delle potenzialità estrattive. Sfortunatamente però, la dinamica di esaurimento dei giacimenti petroliferi non segue uno schema così semplificato ma, per motivi geologici ed economici, raggiunto un picco di estrazione, la produzione comincia gradualmente ed irreversibilmente a declinare secondo un modello a campana, in cui il picco è approssimativamente collocato in corrispondenza di metà delle risorse disponibili.

Questo è il punto fondamentale: raggiunto il picco avremo consumato metà delle risorse, ma a produzione crescente, superato il picco avremo ancora disponibile l’altra metà delle risorse, ma a produzione decrescente e, aggiungo, a costi più elevati. Quindi la domanda giusta è: quando ci sarà il picco del petrolio? Secondo ASPO internazionale il picco potrebbe essere già passato o al massimo si collocherà in un breve intervallo intorno al 2010. Anche l’Agenzia Energetica Internazionale, dopo avere per anni negato l’esistenza del picco, ne ha ammesso l’esistenza e le loro previsioni, ogni anno che passa, si avvicinano sempre più a quelle di ASPO. Inoltre, di recente, l’autorevole giornale “Guardian” ha svelato che l’AIE avrebbe deliberatamente nascosto negli anni scorsi le difficoltà dell’offerta mondiale di petrolio rispetto alla crescita costante della domanda sostenuta dalle economie emergenti, per non “turbare i mercati internazionali”.

Per approfondire le tematiche sintetizzate in precedenza, vi consigliamo di consultare i nostri siti http://www.aspoitalia.it/ e http://www.peakoil.net/ .

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