venerdì, luglio 03, 2009

Da Lagash a Istanbul: la lunga guerra dell'acqua



La Stele degli avvoltoi (conservata al museo del Louvre a Parigi): rappresenta, con bassorilievi e scrittura cuneiforme, la vittoria del re Eannatum di Lagash sulla città di Umma



created by Armando Boccone



Premessa
Qualche anno fa decisi di studiare di nuovo la storia antica. Per la verità si trattava di studiarla per la prima volta perché non si può certo considerare “studio” quello fatto alle medie, sia per le superate metodologie applicate sia perché non si possedevano molte conoscenze sulla storia antica (mi pare tra l’altro che si iniziasse dagli “Egizi” e che non venisse trattata per niente la civiltà sumera). Il motivo di questa scelta fu che trovavo difficoltà a comprendere certe cose e che, pensavo, avrei superato queste difficoltà se avessi studiato quel periodo (il settimo-sesto-quinto millennio B.P. [Before Present]) in cui ipotizzavo si fossero create (in risposta a nuovi problemi come, per esempio, l’incremento demografico) tutte quelle strutture, tutti quei valori che sono il corpo e il sangue dell’attuale civiltà.

L’importanza dell’acqua
Il miglioramento delle condizioni di vita che è avvenuto nel mondo sviluppato da circa un secolo e mezzo a questa parte è dovuto a tanti fattori. La maggiore disponibilità di cibo e le disponibilità di cure mediche (in specie le vaccinazioni) hanno avuto la loro importanza. Ma è stata la maggiore disponibilità di acqua a rendere possibile migliori condizioni igieniche oltre che a rendere possibile una maggiore produzione agricola e zootecnica. L’anno scorso ho fatto una ricerca sul modo in cui al mio Paese di nascita si cercava di risolvere il problema dell’approvvigionamento dell’acqua prima che arrivasse l’acquedotto. Ho così appreso come il problema dell’acqua fosse centrale nella vita delle famiglie. Nel periodo a cui si riferisce questa ricerca (dall’unità di Italia fino alla metà del secolo scorso) la scarsità di acqua aveva un’incidenza notevole sull’igiene e sulla salute delle persone; specialmente durante l’estate la mortalità infantile per enterite raggiungeva cifre spaventose. Ma a mietere vittime, soprattutto sulla gente più povera, erano anche il tifo, la malaria, la polmonite, il vaiolo, la difterite, la poliomielite e altre malattie ancora.

Secondo molti studiosi il problema dell’approvvigionamento dell’acqua sarà uno dei problemi più importanti dell’umanità nel prossimo futuro, insieme alla riduzione della disponibilità dei combustibili fossili e al rischio del venire meno di molti equilibri ambientali. Il petrolio viene anche chiamato 'oro nero', e l’acqua viene anche chiamata 'oro blu'. L’approvvigionamento dell’acqua inoltre è strettamente dipendente dalla disponibilità di combustibili fossili e dalle condizioni ambientali-climatiche. Per rendere disponibile l’acqua è necessario che piova e nevichi ma poi è necessario captarla, trasportarla e distribuirla; ciò richiede la costruzione di dighe, acquedotti, serbatoi, impianti di sollevamento idrico e altre strutture ancora: ciò significa infine enorme consumo di energia.

Probabilmente le guerre future avverranno per il petrolio, il gas e altre risorse minerarie, ma, data l’indispensabilità dell’acqua per la vita umana, si pensa che soprattutto l’accesso all’acqua sarà un forte motivo dei futuri conflitti.
Di sicuro l’accesso all’acqua fu il motivo più importante di quelle che potrebbero essere considerate le prime guerre in senso moderno, cioè quelle che riguardarono le città-stato della civiltà sumera nella bassa Mesopotamia circa 4.500 anni fa.

Nel terzo millennio a.C.
Per centinaia di migliaia di anni, durante il paleolitico, i gruppi umani, della consistenza di una trentina di individui fra uomini, donne e bambini, non avevano il problema del territorio. Conducevano una vita nomade, con gli uomini dediti alla caccia e le donne alla raccolta. Gli spazi erano vasti e caso mai un gruppo si fosse imbattuto in un altro si sarebbe fatto ricorso alla tecnica dell’ “evitamento reciproco”.
Nella prima metà del terzo millennio a.C. la pianura alluvionale della bassa Mesopotamia ospitava una popolazione di una consistenza enormemente superiore ai periodi precedenti. Gli abitanti, chiamati Sumeri, erano organizzati sul territorio in numerose città-Stato di grandezza quasi equivalente, come Uruk, Lagash, Umma, Ur, Kish e altre ancora. Il territorio delle singole città aveva approssimativamente un'estensione di una trentina di Km di diametro, erano distanti alcune decine di km l’una dall’altra e la popolazione di ogni città-stato era di alcune decine di migliaia di abitanti, distribuiti in parte nella città e in parte nel territorio circostante.
Ciò che caratterizzava il territorio su cui insistevano le varie città-Stato era la rete dei canali. L’agricoltura nella bassa Mesopotamia era irrigua e si basava sulle colture orticole, i cereali (soprattutto grano e orzo), i legumi e la palma da dattero. Nelle intercapedini fra i vari territori irrigati veniva praticata la pastorizia. Il territorio irriguo era formato da tanti campi a forma rettangolare molto allungata con il lato corto che si affacciava sul canale.
Fu l’agricoltura irrigua che, accoppiata all’uso dell’aratro seminatore, rese possibile, nella coltivazione dei cereali, rendimenti con un rapporto anche di 25-30:1 fra prodotto e semente. Fu questa l’energia che rese possibile il forte incremento demografico e l’imponente urbanizzazione nella bassa Mesopotamia nel terzo millennio a.C.
La consistente presenza demografica fu sicuramente la base per le frizioni che ben presto si crearono fra le varie città-Stato. Ma la motivazione più immediata, molte volte, fu l’accesso all’acqua a fini irrigui con la creazione dei canali. La creazione di canali favoriva i territori a monte del corso del fiume e danneggiava quelli a valle.
Probabilmente fu un problema di costruzione di canali, di accesso all’acqua e di sistemazione organica di tutto il territorio della bassa Mesopotamia (il paese di Sumer) che, verso la metà del terzo millennio a.C., portò il re Eannatum di Lagash a fare guerra ad Umma e ad una coalizione di altre città-Stato della regione. Lagash uscì vittoriosa da questo scontro e rese Umma sua tributaria (nel senso che quest’ultima dovette pagare periodicamente dei tributi a favore della stessa Lagash) e sistemò in modo organico tutto il territorio della bassa Mesopotamia.
Lagash e Umma erano situate fra il Tigri e L’Eufrate nel loro basso corso. La distanza fra le due città era di qualche decina di Km. Il territorio di Umma, in relazione al corso dei due fiumi, era situato a monte rispetto a quello di Lagash, per cui è da presupporre che furono le iniziative di Umma di costruzione di nuovi canali a provocare la reazione di Lagash, che si vedeva appunto danneggiata dalla costruzione di quei canali. A quei tempi le dispute territoriali venivano ideologizzate come dispute tra divinità e nell’interpretazione della loro volontà da parte delle diverse città-stato. Ovviamente, a posteriori, la volontà vera delle divinità era quella del vincitore e quindi giustificava i suoi interessi territoriali. Bisogna anche dire che furono sperimentate delle tecniche laiche come, in questo caso, un precedente arbitrato del re Mesilim di Kish per dirimere le dispute territoriali fra le due città-stato in questione.
Eannatum, a ricordo della vittoria, fece erigere un monumento a cui è stato dato il nome di Stele degli avvoltoi (è conservata al museo del Louvre a Parigi). Le scene raffigurate nei bassorilievi esprimono momenti della guerra vittoriosa mentre nelle scritte cuneiformi (oltre a celebrare la vittoria di Eannatum, il “giusto”, il” potente”, il “saggio”) viene, tra l’altro, detto che (1):” Eannatum gettò la grande rete di battaglia di Enlil sull’uomo di Umma e su di essa lo fece giurare. L’uomo di Umma a Eannatum fece giuramento: ‘Per la vita di Enlil, signore del cielo e della terra! Io posso sfruttare il campo di Ningirsu come prestito. Io non…il canale di irrigazione! Mai io violerò il territorio di Nirgirsu. Io non cambierò il corso dei suoi fossati e canali di irrigazione. Io non sposterò la sua stele! Se mai io trasgredissi (questo giuramento) possa la grande rete di battaglia di Enlil, re del cielo e della terra, sulla quale io ho giurato, scendere su Umma’.”

Nel terzo millennio d.C.
Situazioni come quella descritta in riferimento alla bassa Mesopotamia sono diffusissime in tutto il mondo attuale perché circa 250 fiumi, che forniscono più della metà dell’acqua dolce mondiale, sono condivisi da due o più Paesi.
Il Medio Oriente si pone in questo inizio del terzo millennio d.C. come una delle aree più critiche per quanto riguarda il problema dell’approvvigionamento di acqua dolce. La “struttura” del problema è simile a quella vista a proposito di Lagash e Umma a metà del terzo millennio a.C.: il Paese a monte del corso di un fiume, con iniziative di sfruttamento dell’acqua, a fini irrigui e/o potabili e/o per produzione di energia elettrica, danneggia i Paesi a valle del corso del fiume, sottraendogli acqua.
Per esempio la Turchia ha sbarrato con dighe gli iniziali corsi del Tigri e dell’Eufrate e dei suoi affluenti per produrre energia elettrica e per usi irrigui: in questo modo però entra in contrasto con l’uso dell’acqua da parte dei Paesi a valle del corso dei due fiumi, cioè la Siria e l’ Iraq. In seguito a queste opere il livello dei due fiumi si è abbassato di alcuni metri. La Turchia inoltre sembra che abbia in progetto la costruzioni di ulteriori dighe e di ulteriore uso irriguo ed energetico delle acque degli stessi fiumi e di suoi affluenti. E’ da pensare che ciò acuirà i rapporti con i due Paesi sopra menzionati, oltre che con le popolazioni curde, che abitano nei territori sud-orientali della stessa Turchia (che sono i territori maggiormente interessati da quei progetti).
Per rimanere in Medio Oriente bisogna dire che le difficoltà di pacificazione e di convivenza fra Israele e il Popolo Palestinese hanno una motivazione consistente anche nell’approvvigionamento di acqua dolce. Una parte consistente degli approvvigionamenti idrici di Israele provengono dal Golan e dalla Cisgiordania, cioè da territori che erano fuori dai suoi confini prima della “guerra dei sei giorni” nel 1967.
Nel sub continente indiano l’India, con la costruzione di una imponente diga sul Gange nella seconda metà del secolo scorso, ha sottratto molta acqua al Bangladesh. La stessa India inoltre ha iniziato, negli anni novanta del secolo scorso, altre opere di sbarramento di alcuni fiumi che condivide con la stessa nazione confinante, e ciò porterà ad un ulteriore diminuzione di disponibilità di acqua per quest’ultimo Paese.
L’utilizzo delle acque del Nilo e la loro giusta ripartizione sono occasioni di tensione fra Egitto, Sudan ed Etiopia.
Situazioni simili sono diffusissime nell’Africa nera, nel sub continente indiano, nell’estremo Oriente, nel centro Asia e in altre aree ancora.

La “struttura” del problema, sebbene ancora più complessa di come è stata descritta, è in linea di massima identica a quella delineata a metà del terzo millennio a.C. nella bassa Mesopotamia.

Il 5° Forum mondiale sull’acqua di Istanbul: una nuova “struttura” del problema dell’acqua
Riguardo all’acqua però si sta intravedendo un nuovo problema che si va ad aggiungere al precedente. E’ un problema caratterizzato da una nuova “struttura”, che si articola però in due aspetti strettamente connessi: la sua privatizzazione al fine di profitto e la ripartizione del costo delle strutture idriche in base agli utilizzatori dell’acqua portata dalle predette strutture idriche.

A Istanbul, dal 16 al 22 marzo 2009, si è tenuto il 5° Forum Mondiale sull’Acqua dal titolo “Bridging Divides for Water” (Colmare il divario per l’acqua) . Questa manifestazione è stata organizzata dal World Water Council (Consiglio Mondiale dell’Acqua), un organismo privato che ha forti legami con alcuni Paesi ricchi, con la Banca Mondiale e con società legate allo sfruttamento dell’acqua a fini di profitto. Al Forum hanno partecipato oltre 25.000 persone, capi di Stato e delegati provenienti da più di 150 Paesi.
L’ONU, in contemporanea ai lavori del Forum, ha reso noto dati che dicono che nel mondo ci sono 1,1 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, che 2,5 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici e che, ogni giorno, muoiono 3.900 bambini per malattie legate all’insalubrità dell’acqua.

Sempre ad Istanbul contemporaneamente si è tenuto il Forum Mondiale alternativo sull’acqua, espressione di vari movimenti e, in generale, della società civile. A questo Forum alternativo hanno partecipato però anche rappresentanti di diversi governi nonché alti esponenti dell’ONU, come Miguel D’Escoto, Presidente dell’Assemblea Generale, e Maude Barlow, Senior Advisor on Water Issues per la stessa ONU.
Le posizioni venute fuori da questi due forum possono riassumersi in poche parole: per il Forum “ufficiale” l’acqua è un bisogno mentre per il Forum “alternativo” è un diritto. La distinzione non è da poco perché se l’acqua venisse considerata un diritto, un “bene extra mercato”, significa che gli Stati dovranno fare di tutto affinché le popolazioni possano averne accesso. Nel caso invece l’acqua venisse considerata un bisogno, una merce, significa che ogni persona, privatamente e in base alla propria possibilità economica, dovrà provvedere al suo soddisfacimento. In questo secondo caso molte popolazioni sarebbero escluse dall’acqua, come è già successo in alcuni Paesi che hanno privatizzato questa vitale sostanza.

E’ indicativo quanto successo in Bolivia alla fine degli anni novanta del secolo scorso: nel 1998 la Banca Mondiale decise che avrebbe concesso la garanzia di un prestito di 25 mln di dollari a Cochabamba (una delle più grandi città della Bolivia) a patto che il governo boliviano avesse privatizzato il sistema idrico pubblico, addossando l’intero costo delle infrastrutture idriche sui consumatori, senza utilizzare nessuno dei prestiti della Banca Mondiale stessa per aiutare i più poveri nel sostenere il costo dell’acqua. Ciò significò per molta gente dover pagare l’acqua più del cibo e dedicare buona parte del proprio reddito per acquistare l’acqua. Si arrivò al punto che i contadini avrebbero dovuto pagare per l’acqua che attingevano dai pozzi (cosa che avevano da sempre fatto liberamente) e a pagare dei permessi per raccogliere l’acqua piovana. Ciò portò alla nascita di un imponente movimento di opposizione che portò in breve tempo il governo boliviano ad eliminare la legislazione con cui aveva privatizzato l’acqua.

Il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua di Istanbul nella sua dichiarazione finale afferma, tra l’altro, che le politiche di privatizzazione dell’acqua attuate nel recente passato da alcuni governi sono stati un fallimento, chiede che il controllo sull’acqua sia pubblico e partecipativo, e che il prossimo Forum Mondiale sull’Acqua sia organizzato dall’assemblea generale dell’ONU e non dal World Water Council.


(1) per la comprensione del testo è necessario sapere che: Enlil è uno degli dei supremi di tutti i Sumeri, ha caratteri di dio creatore, è dio del destino, stabilisce le sorti del mondo e, nella sua volontà, le varie città-stato e i suoi regnanti cercano la legittimazione delle loro posizioni di potere, comunque acquisite; Ningirsu invece è una divinità di Lagash; i puntini a metà della citazione indicano la mancanza di uno o più segni, dovuta allo stato di conservazione del monumento.

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giovedì, luglio 02, 2009

Verrà la Parusia come Ladro di Notte


"Per quanto, poi, riguarda il tempo e il momento preciso, voi fratelli, non avete bisogno che vi si scriva. Voi stessi, infatti, sapete molto bene che il giorno del Signore arrivera’ come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dira’: Pace e sicurezza! improvvisa piombera’ su di essi la rovina allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non ci sara’ scampo. "
(Paolo di Tarso, prima lettera ai Tessalonicesi.
)

Se ti occupi di esaurimento delle risorse, ti accorgi spesso che la gente ti guarda strano. E' un po' come se fossi uno dei primi cristiani che si aspettavano la Parusia arrivare "come ladro di notte" in qualsiasi momento. La gente, apparentemente, si aspetta che tu sia triste e terrorizzato tutto il tempo in attesa della catastrofe imminente.

Credo che non ci sia bisogno di dire che chi si preoccupa dell'esaurimento delle risorse non passa il suo tempo seduto immobile a guardare l'intonaco del muro. Ma ci deve essere qualche ragione psicologica profonda che rende la possibilità di una catastrofe qualcosa ri reale per qualcuno di noi, mentre la rende qualcosa di impensabile per altri. In questo post, cerco di esaminare un po' la questione.

Negli anni '80, lavoravo all'università di Berkeley. Molti dei miei colleghi abitavano sulle colline a Sud-Est della città. Ci sono stato molte volte: era una zona residenziale tranquilla, molto tipica della California con le sue casettine; quasi tutte con la bandiera americana sul balcone. Una delle cose che notate quando vivete nella "East Bay" di San Francisco è come il clima cambi rapidamente appena ci si muove verso l'interno. Berkeley è una città spesso nebbiosa e umida, ma basta fare qualche chilometro a est e vi trovate immediatamente in una zona molto secca. Si sa che quelle zone sono soggette a periodici incendi - e le case sulla collina erano tutte di legno.

Nell'estate del 1991 mi ricordo che ero a Berkeley; a cena da un collega sulla collina. Mi ricordo anche di aver notato erba secca a perdita d'occhio nella zona. Non mi venne in mente, e probabilmente nemmeno al mio collega, che quell'erba secca poteva essere un rischio. Pochi mesi dopo, quella casa non esisteva più.

L'incendio di Berkeley dell'Ottobre del 1991 ha avuto un'intensità tale da essere definito "firestorm"; tempesta di fuoco. Un totale di oltre 3000 case e più di 400 appartamenti sono finiti in cenere in pochi giorni. Mi ricordo che in quei giorni la notizia dell'incendio passò brevemente anche sui telegiornali italiani. Scrissi al mio collega per sentire se stava bene. Mi rispose che stava bene - si - ma la casa era bruciata fino alle fondamenta. Lui è sua moglie erano riusciti a scappare all'ultimo momento; salvando la pelle e la macchina, ma niente altro. Altre persone che abitavano nella zona mi hanno raccontato storie simili. Il fuoco è divampato con un'intensità tale che non c'è stato nulla da fare. Sono potuti solo scappare, alle volte ancora in ciabatte, senza poter salvare quasi niente. Le foto della zona ricordavano i bombardamenti di Tokyo nella seconda guerra mondiale: rovine tutte uguali con solo qualche caminetto ancora in piedi.

Nel 1996, sono tornato a Berkeley. C'erano ancora case distrutte, ma la maggior parte era stata ricostruita. Il mio collega mi ha invitato a cena nella sua nuova casa e abbiamo parlato a lungo di quello che era successo. Alle volte, la catastrofe ti colpisce "come ladro di notte", come la parusia di cui parla san Paolo. Non te lo aspetti: vivi la tua vita tranquilla di pendolare; vai a lavorare tutte le mattine, torni a casa, accendi la televisione. Tutto questo va avanti tutti i giorni, per anni. E poi, all'improvviso, tutto questo sparisce in una vampata: la tua casa, i tuoi mobili, i tuoi vestiti, i tuoi ricordi: le foto di una vita che tenevi in un cassetto. Ti ritrovi in ciabatte in un centro di accoglienza del governo, senza nemmeno più la tua carta di identità per dimostrare chi sei. La sensazione, mi diceva il mio collega, era di irrealtà, di sgomento, di assoluta incredulità. La sensazione, mi diceva, è che tutto fosse un sogno, che non fosse vero.

Eppure, nell'incubo c'era una certezza. Quasi tutti a Berkeley avevano un'assicurazione contro l'incendio. Il mio collega ce l'aveva e con quella aveva potuto ricostruirsi una casa nuova, anche più bella di quella di prima. Gli dispiaceva aver perso tutte le foto della sua vita prima dell'incendio ma, a parte quello, il ricominciare da capo non era stato tanto traumatico.

Di quelli che conoscevo a Berkeley e che hanno avuto la casa bruciata, nessuno era senza assicurazione. Ma non tutti l'avevano: non era obbligatoria. In un documentario sull'incendio, ho visto qualcuno di loro intervistato in TV. Impietosamente, l'intervistatore gli chiedeva come si sentiva. Non mi ricordo cosa avesse risposto, ma mi ricordo l'espressione; qualcosa come quella di un cervo fermo in mezzo alla strada, abbagliato dalla luce dei fari.

Ho cercato su internet se c'è qualche studio che ci dia il profilo psicologico di quelli che non assicurano la propria casa di legno contro gli incendi. Non ho trovato niente di specifico. Mi posso immaginare, però, cosa mi avrebbe risposto uno dei non assicurati di Berkeley se gli avessi fatto notare il rischio prima del grande incendio. Immagino che mi avrebbe risposto con lo stesso astio aggressivo che trovo spesso quando si comincia a parlare di esaurimento delle risorse e di cose del genere. Se avessi insistito, mi avrebbe mandato a quel paese, io e le mie "teorie catastrofiste". Probabilmente mi avrebbe anche fatto notare come deve essere infelice la vita di uno che passa il suo tempo a preoccuparsi.

Beh, la testa di certa gente deve funzionare in modo un po' particolare. L'unica cosa che posso dire è che, se vivete in un area a rischio di incendi, non è catastrofismo fare una buona assicurazione sulla casa - soprattutto se è di legno. E se vivete in un pianeta che ha risorse minerarie limitate, non è una cattiva idea pensare a come gestirsi il loro esaurimento prima che sia del tutto evidente.


Nota: il titolo di questo post è ispirato anche al romanzo di Mauro Miglieruolo "Come Ladro di Notte", apparso su "Galassia" nel 1972

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mercoledì, luglio 01, 2009

Aiuto, le tasse




Le tasse, uno spauracchio. Nessuno le vuole, per questo sono facile oggetto di campagne demagogiche: "Diminuiremo le tasse!", frase tipica da clima elettorale. Inutile dire che, nonostante la repulsione psicologica che suscitano, sono necessarie per far funzionare la cosa pubblica. Il punto è "agganciarle" a oggetti e fenomeni che abbiano un senso. Per fare un esempio, non riesco a capire il senso della "tassa rifiuti". Che sia fonte di uno stream di denaro verso le casse comunali è fuori discussione; ma allora, lo stesso flusso si potrebbe ottenere con una qualunque altra tassa, chiamata diversamente. Quel che è peggio, è che tale tassa non incentiva in modo diretto i nuclei familiari a produrre meno "rifiuti": il meccanismo è molto debole, addirittura sbagliato&assente. Per esempio, in campagna pago a un comune una tassa rifiuti di 70 € l'anno (raddoppiata dal 2007 al 2008), nonostante non produca praticamente alcun rifiuto (composto tutto, riutilizzo le poche plastiche etc.). Anzi, mi sento pure mia madre dire : "Giacchè paghiamo, che senso ha impegnarsi a non fare rifiuti, facciamoli: il servizio ci è dovuto". Tipica frase anni '60, ma dalla logica perfettamente compatibile con quella imperante nella scienza della comodità.

A questo post (ripreso sotto in blu) si trova un'ottima argomentazione sulla tassazione del lavoro e delle risorse, in cui emerge un'Italia fortemente retrograda rispetto a Francia, Germania e altri paesi UE. Di fatto, in regime di scarsità di risorse, è molto più intelligente il meccanismo fiscale che premia chi usa poche risorse e genera lavoro utile per le persone (risorsa tra l'altro rinnovabile!), invece di quello che incentiva una diminuzione dei posti di lavoro, con mantenimento dei volumi produttivi e uso crescente di materie prime.

Il denaro e l'economia sono sovrastrutture aritmetiche; la realtà è fisica. Se gli strumenti di gestione arrivano ad un certo punto a cozzare contro la realtà, beh ... forse è ora di adattarli (sperando che non sia troppo tardi).



DESTRE A CONFRONTO SU TASSE E LAVORO (da http://schiavieservi.blogspot.com/)


Il presidente francese Sarkozy ha presentato lunedì le proposte per la seconda fase del suo settennato all’Eliseo, che puntano sull’aumento del debito pubblico e sullo spostamento del peso fiscale dal lavoro all’inquinamento. «L’idea di una Francia senza fabbriche e senza operai è un’idea folle – ha dichiarato Sarkozy- E’ una scelta strategica. E’ a nome di questa scelta strategica che la tassa professionale deve essere soppressa. Questa riforma sarà l’occasione per ripensare la nostra fiscalità locale. E’ con la stessa determinazione che sostengo che dobbiamo andare il più possibile verso la carbon tax. Più tasseremo l’inquinamento più potremo alleggerire i carichi che pesano sul lavoro. E’ un impegno immenso. E’ un impegno ecologico. E’ un impegno per il lavoro»

Un approccio assai diverso da quello che pare essere il fulcro della manovra d’estate che il prossimo Consiglio dei ministri (italiano) si appresta a varare: aiuti fiscali per le imprese che reinvestono gli utili (senza specificare in quale direzione), un premio occupazione per le imprese che non licenzieranno gli operai alla fine della cassa integrazione e un nuovo meccanismo per velocizzare i pagamenti da parte della pubblica amministrazione alle aziende, ovvero per saldare un debito pregresso.Fine.Considerando che gli ultimi dati forniti dall’Eurostat mettono il nostro paese in cima alla classifica per la tassazione sul lavoro, con un 44% rispetto ad una media del 34% sia dell’area euro, sia dell’Ue a 27, e tra quelli dove è maggiore la tassazione sul reddito (36,2% contro il 29,8 nell’area Euro e il 28,7 sull’Eu a 27) e più bassa sui consumi (17,1% contro il 21,5 dell’area euro e il 22,2 dell’Ue a 27) ci sarebbe forse da rivedere l’intero sistema fiscale, anziché mettere semplicemente delle pezze, per far fronte a una crisi che sta portando i livelli d’occupazione ai minimi storici.Una opinione ( in qualche modo) espressa anche dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a commento dei dati Eurostat: «Lo diciamo da sempre. In Italia c’è una pressione fiscale alta in generale, salita in questo anno, ma soprattutto siamo il paese in cui il peso delle tasse è il più alto sul lavoro e sul capitale».Il tema da porsi è dunque come abbassare il carico fiscale e come riformarlo, e la direzione, in parte annunciata da Sarkozy, sembra quella giusta, perché coglie la necessità di riallocare le tasse, abbassando quelle sul reddito e sul lavoro e innalzando invece quelle sulle attività dannose all’ambiente e sul consumo delle risorse.

La riallocazione della fiscalità dal lavoro al consumo delle risorse, è ormai una riforma necessaria perché agirebbe su alcuni punti essenziali: sarebbe da una parte un incentivo a limitare l’ uso delle risorse (che è divenuto ormai del tutto insostenibile) e a inquinare di meno, spingerebbe le aziende ad essere più efficienti e innovative (ed anche maggiormente competitive) e stimolerebbe la creazione di nuovi posti di lavoro.L’attuale modello industriale impostato sulla minimizzazione dell´uso del lavoro in rapporto alle risorse usate (cioè meno lavoro per unità di risorse) dovrebbe essere incentivato ad invertire il rapporto, ovvero a minimizzare le risorse usate in rapporto al lavoro.Spostare il carico fiscale dal lavoro alle risorse significherebbe che le imprese più avvantaggiate sarebbero quelle che più intervengono per migliorare i propri processi produttivi, in favore di un minore uso delle risorse e di un minore inquinamento. Con il risultato che le imprese virtuose avrebbero una minore imposizione fiscale.

Il sistema più efficace per spostare gradualmente le tasse dal lavoro all´uso di materiali e di energia è quella che porta a tassare meno il lavoro e tassare di più materiali e combustibili, in modo da rendere disoccupate le tonnellate, non le persone. Una strategia che prende il nome di “Riforma ecologica fiscale” che non ha niente di nuovo, dato che in molti Paesi l’hanno in aprte già realizzata, anche in Europa. Ad esempio la Germania ha adottato nel 1999 un piano quadriennale in cui sono state spostate le tasse dal lavoro all’energia. Al 2003 questo piano aveva ridotto le emissioni di Co2 di 20 milioni di tonnellate e aiutato a creare circa 250.000 nuovi posti di lavoro, contribuendo alla crescita del settore delle energie rinnovabili su tutta la filiera.Dal 2001 al 2006 la Svezia ha spostato circa 2 miliardi di dollari di gettito dai redditi di lavoro alle attività ambientalmente dannose. Gran parte di questa riallocazione, pari a circa 500 dollari per famiglia, è stata ottenuta attraverso imposizioni fiscali sul trasporto stradale (prezzo dei veicoli e tasse sui carburanti).Esempi quindi già esistono e hanno dimostrato di funzionare, basterebbe prenderli a modello (evitando, punendole severamente le solite basse speculazioni del trasferimento dei carichi fiscali sui prodotti finali, a danno dei consumatori).

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martedì, giugno 30, 2009

Alcatraz: il raduno di ASPO e TOD


Nate Hagens nella sua presentazione al "Peak Summit" di Alcatraz, Perugia: Con 114 diapositive è stato probabilmente il record mondiale di concentrazione nell'informazione

Si è concluso il "Peak Summit" alla "Libera Università di Alcatraz", tenuto il 27-28 Giugno del 2009. Più di cinquanta persone hanno partecipato; in maggioranza dall'Europa, ma anche dagli Stati Uniti e persino dall'Australia.

L'idea del meeting era di fare qualcosa di più informale e più amichevole delle tipiche conferenze ASPO. La cosa sembra aver funzionato. Abbiamo parlato di tutto e di più, sia in modo formale che informale. Di petrolio, di risorse minerali, di economia, di complessità, del crollo dell'Impero Romano e di come catturare le scimmie (l'ultima cosa, cortesia di Nate Hagens).

Quando possibile, metteremo on line le presentazioni. Per il momento ringrazio tutti i partecipanti e soprattutto Rembrandt Koppelaar con cui è stato un piacere lavorare insieme a organizzare questo incontro. Ringrazio anche Andrea Fanelli, senza il cui contributo non ci saremmo riusciti e anche tutti i partecipanti di ASPO-Italia: oltre a Fanelli e al sottoscritto c'erano Giovanni Marocchi, Antonio Zecca, Luca Chiari, Gianluca Ruggieri e Toufic El Asmar (se non mi sono dimenticato di nessuno). Ringrazio anche Cristiano Bottone che mi ha dato l'idea di fare il convegno ad Alcatraz, come pure Jacopo Fo e tutto lo staff del luogo per la loro accoglienza molto amichevole.-

Si dice di certe cose "esperienze indimenticabili"; direi che questo termine si può applicare al convegno di Alcatraz. Più di uno mi ha detto che dovremmo rifarlo di nuovo - vedremo.

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lunedì, giugno 29, 2009

Sette volte l'Arabia Saudita



Ecco una mappa globale che mostra dove sono i giacimenti petroliferi del mondo. Come vedete, sono concentrati in certe aree specifiche. Non è che fuori da quelle zone non ci sia per niente petrolio, ma ce n'è molto poco. Per esempio, l'Italia ha una piccola quantità di petrolio, ma non abbastanza per essere mostrata sulla mappa.

Il fatto che il petrolio sia concentrato in quelle "chiazze" è dovuto al meccanismo della sua formazione. I giacimenti da cui estraiamo oggi, si sono formati parecchie decine di milioni di anni fa dalla sedimentazione di materiali organici sul fondo marino. Quelle chiazze che vediamo sono antichi fondali marini, prosciugati da milioni di anni. Perché il meccanismo potesse funzionare, bisognava che il mare fosse in condizioni di carenza di ossigeno - dette "anossiche". I periodi di formazione del petrolio non sono stati i più brillanti nella storia del pianeta - dovete pensare a un mare ristagnante e puzzolente di materia organica in parziale decomposizione. Non è detto che il riscaldamento globale in corso non ci possa far ritornare a condizioni del genere in un futuro non troppo remoto. Se succede, potremmo creare petrolio da estrarre per qualche nostro remotissimo discendente.

Le aree delle chiazze viola nella figura non sono proporzionali alla quantità di petrolio che contengono; ma solamente all'estensione dell'area del giacimento. A tutt'oggi, le riserve più importanti rimangono quelle dell'Arabia Saudita. Anche queste non sono infinite e - in ogni caso - già non sono più sufficienti. Secondo un recente rapporto di Richard Jones, IEA Deputy Executive Director, per mantenere le tendenze alla crescita produttiva a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni, ci vorrebbero sette nuove Arabie Saudite da qui al 2030.

Niente male come richiesta; e anche piuttosto improbabile che da qui al 2030 appaiano sulla mappa le aree viola corrispondenti.

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venerdì, giugno 26, 2009

L'unto del Signore


La vita dissoluta del Presidente del Consiglio italiano sta generando nel mondo cattolico un’interessante discussione riguardo la coerenza tra i principi della fede e i comportamenti concreti dei credenti, che spesso la gerarchia ecclesiastica trascura, in nome della conservazione del potere temporale a scapito di quello spirituale. Qualche giorno fa, il Cardinale Bagnasco aveva raccomandato molto pacatamente a Berlusconi di usare più sobrietà nella propria vita privata, proseguendo ipocritamente la tradizione cattolica di condannare solo la manifestazione esteriore di comportamenti individuali ritenuti eticamente riprovevoli. Ma ecco che, di fronte ai sempre più evidenti atteggiamenti licenziosi e alle ambigue frequentazioni femminili del capo del Governo, si sviluppa un crescente dissenso nella base cattolica alla cui guida si collocano alcuni prelati e, ultimamente, Don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, il settimanale italiano più venduto. Il giornale pubblica le lettere indignate di alcuni lettori mentre il direttore, in un vibrante editoriale, tuona che “a tutto c’è un limite e quel limite è stato superato”. “Il problema dell’esempio personale”, spiega Don Sciortino, “è imprescindibile per chiunque accetta una carica pubblica… l’autorità senza esemplarità di comportamenti non ha alcuna autorevolezza e forza morale. E’ pura ipocrisia o convenienza di interessi privati. Chi esercita il potere, anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una zona franca dall’etica. Né pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa”… che a sua volta, “non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del paese”.
Tanto di cappello al prete – giornalista, ma temo che anche stavolta come nella plurimillenaria storia della Chiesa Cattolica, il dissenso tendente a ripristinare principi di vita coerenti con i valori morali e spirituali del cristianesimo, verrà ignorato o represso. L’ultimo grande tentativo di riportare allo spirito originario il cattolicesimo fu la Riforma protestante, ma riuscì solo in parte. In Italia, soprattutto, la repressione della Chiesa bloccò sul nascere qualsiasi fermento riformatore e, dopo la Controriforma, il nostro popolo continuò a comportarsi come un “gregge” privo di coscienza civile, avendo affidato la propria coscienza religiosa individuale al controllo e al giudizio del clero, dal canto suo sempre pronto a dispensare generosamente perdono e indulgenze agli umili peccatori.
Ora, direte voi, cosa c’entra l’inquietudine del mondo cattolico con il problema ambientale e con la gestione delle risorse naturali? C’entra, c’entra. Nel mondo occidentale, l’etica laica ecologista a cui mi sento di appartenere, che propone stili di vita meno consumistici e dissipativi, non può che avere come riferimento nel mondo religioso, una morale cristiana genuina che recuperi quell’anelito spirituale delle origini orientato a una vita meno attratta dai valori materiali e dalle lusinghe del benessere terreno, di cui il nostro San Francesco d’Assisi fu uno dei più grandi, ispirati ed integrali assertori.


giovedì, giugno 25, 2009

Nate Hagens a Firenze: il picco delle conferenze


Nate Hagens alla conferenza ASPO-6 a Cork, in Irlanda


Nate Hagens, uno dei fondatori e editori di "The Oil Drum" è venuto oggi (25 Giugno 2009) all'Università di Firenze, dove ha tenuto una conferenza sul tema "L'esaurimento delle risorse in un pianeta affollato"

Nate è un oratore avvincente, uno studioso di vaste vedute, una persona capace di un livello di approfondimento raro a trovarsi. Quelli che hanno sentito la sua conferenza ne sono stati affascinati.

Il problema? A sentirlo erano in tutto in 16 persone - un panorama abbastanza desolante dell'aula magna del polo scientifico di Sesto Fiorentino. Eppure, la conferenza era stata annunciata con tutti i mezzi informatici del caso, con buon anticipo.

Da notare che, qualche anno fa, avevo invitato Colin Campbell a parlare sempre nello stesso ateneo. Bene, la sala era strapiena con gente che lo ha sentito stando in piedi. A quel tempo, Colin Campbell non era più famoso di quanto non sia Nate Hagens oggi. Che cosa è cambiato da allora a oggi? Perchè non interessa più niente a nessuno del picco del petrolio, del problema delle risorse, della sovrappopolazione, dell'economia, eccetera?

Io credo che la spiegazione ce l'abbia data Dimitri Orlov già anni fa nel suo libro "re-inventare il collasso". Quello che succede oggi da noi è già successo in Unione Sovietica qualche decennio fa. Prima dell'inizio del collasso, c'è tempo e ci sono risorse per discuterne e cercare di capire che cosa ci aspetta. Quando il collasso è già iniziato, tutti sono ormai impegnati nella lotta per la sopravvivenza - non hanno più tempo per cercare di capire che cosa sta succedendo.

Una conferenza, come quella di Nate Hagens, che non aiuta nessuno a sopravvivere un altra settimana. Infatti, molta gente che mi aveva promesso di venire, si è scusata dicendo che aveva troppo da fare. Non è una scusa: è vero. Siamo ridotti tutti allo stremo è chi ha più il tempo di discutere a partire dai primi principi?

Credo che, anche questo, sia un sintomo evidente che il picco del petrolio è già arrivato.

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mercoledì, giugno 24, 2009

James Hansen arrestato in Virginia



James Hansen, climatologo della NASA


Sta facendo il giro del mondo la notizia dell'arresto - ieri, 23 Giugno - di James Hansen, climatologo della NASA, mentre protestava contro una miniera di carbone in Virginia. Hansen è uno dei climatologi più attivi e più noti nel campo degli studi sul riscaldamento globale.

Sono stato in contatto più di una volta con Hansen e i suoi collaboratori. La senzazione che hai parlando con loro è chiarissima: chi lavora seriamente sulla questione del riscaldamento globale si rende conto sempre di più che siamo nei guai. Eppure, mentre gli scienziati raccolgono dati, il pubblico e i politici si perdono in polemiche sciocche e senza costrutto.

E' la frustrazione nei riguardi dell'inazione e all'ignoranza che circonda il problema del riscaldamento globale che ha spinto Hansen al gesto clamoroso di una pubblica protesta come quella di ieri. Non basta certamente questo, ma se Hansen l'ha fatto vuol dire che ci vuol dare una scossa a tutti quanti: fare qualcosa contro il riscaldamento globale è urgentissimo.

Rischiamo seriamente quella "transizione verso un pianeta diverso" di cui Hansen ha parlato spesso. Non so cosa ne pensate voi, ma a me il pianeta piace così com'è, e non ne vorrei un altro.


Piu' informazioni a:

http://dotearth.blogs.nytimes.com/2009/06/23/hansen-of-nasa-arrested-in-coal-country/?hp

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Il mercato dei Titoli di Efficienza Energetica


L’Italia certamente non rifulge nella tutela ambientale, però in qualche sporadico caso anche il nostro paese riesce a raggiungere brillanti risultati e ci fa piacere segnalarlo. In un mio precedente articolo avevo raccontato dell’esperienza positiva di alcune regioni italiani nel settore della raccolta differenziata dei rifiuti, oggetto di studio e approfondimento a livello europeo. Un altro esempio positivo si sta rivelando quello del mercato dei titoli di efficienza energetica. In uno dei rapporti pubblicati annualmente sul sito dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, si legge che “l’esperienza italiana è la prima al mondo di applicazione di questo strumento di mercato alla promozione dell’efficienza energetica negli usi finali. Successivamente all’introduzione in Italia, la struttura del meccanismo e della relativa regolazione attuativa sono stati oggetto di approfonditi studi e analisi da parte della Commissione Europea, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia e di un numero crescente di Paesi, sia europei, sia extra-europei (Stati Uniti, Australia, Giappone, Corea). Nel luglio 2006 la Francia ha introdotto un sistema di certificati bianchi che ricalca molto quello italiano, soprattutto dal punto di vista della regolazione attuativa”.

Ma di cosa si tratta? Dal 2004 sono entrati definitivamente in vigore in Italia i decreti che introducono il mercato dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE) altrimenti detti certificati bianchi. In sintesi, il nuovo regime prevede degli obiettivi nazionali di efficienza energetica espressi in unità di energia primaria (tonnellate equivalenti di petrolio), da conseguire annualmente. Questi obiettivi vengono ripartiti tra le società distributrici di energia elettrica e di gas, sulla base del rapporto tra la quantità di energia elettrica/gas naturale distribuita dal singolo distributore e quella complessivamente distribuita sull’intero territorio nazionale. I distributori perseguono i propri obiettivi specifici realizzando, attraverso la predisposizione di progetti, misure e interventi ricadenti nelle tipologie indicate nell’Allegato I ai decreti 20 luglio 2004. I progetti possono essere realizzati dai distributori sia mediante azioni dirette, sia tramite società controllate, ovvero attraverso “società terze operanti nel settore dei servizi energetici”. In alternativa alla realizzazione di progetti, i soggetti obbligati possono scegliere di soddisfare gli obblighi a loro carico acquistando da terzi, in tutto o in parte, certificati denominati “titoli di efficienza energetica” attestanti il conseguimento di risparmi energetici da parte di altri soggetti. La valutazione dei risparmi conseguiti dai diversi interventi è stata affidata all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas che, a questo fine, ha emanato “Linee guida” per la preparazione, esecuzione e valutazione consuntiva dei progetti e i criteri e le modalità di rilascio dei titoli di efficienza energetica, compresa la documentazione comprovante i risultati ottenuti, che deve essere prodotta dai distributori. I titoli possono essere scambiati tramite contratti bilaterali o in un mercato apposito istituito dal Gestore del Mercato Elettrico (GME) e disciplinato in base a regole di funzionamento stabilite dal GME stesso, d’intesa con l’Autorità. I distributori inadempienti sono soggetti a sanzioni, la cui definizione è affidata all’Autorità sulla base di alcuni criteri di riferimento. Sul sito dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas sono disponibili i primi tre Rapporti annuali sul meccanismo dei titoli di efficienza energetica, contenenti una descrizione più dettagliata dei principi di funzionamento del mercato e l’analisi dei risultati conseguiti in rapporto agli obiettivi prefissati.
Alla luce di questi rapporti cerchiamo ora di analizzare i risultati in termini di risparmio energetico conseguiti dal nostro paese grazie al regime dei certificati bianchi. L’impresa non è facile, perché l’Autorità, con il supporto di ENEA, certifica i risparmi energetici dichiarati dai distributori non per l’anno solare, ma per il periodo 1° Giugno – 31 Maggio. Inoltre, solo la conoscenza precisa della data di avvio dei singoli progetti di risparmio energetico, potrebbe consentire di valutare il risparmio energetico complessivo su base annua. Però, considerando i risparmi certificati e i titoli complessivamente disponibili a una certa data è possibile effettuare una stima che, per il 2007, mi ha condotto a valutare cautelativamente tra i 600.000 tep e i 750.000 tep (tonnellate equivalenti petrolio) il risparmio di energia primaria conseguito nell’anno grazie al regime dei certificati bianchi. A questo punto è possibile dare una risposta un po’ più precisa a Gianluca Ruggieri che, commentando il mio precedente articolo “Breve analisi sul calo dei consumi energetici in Italia”, si chiedeva quanto del calo dei consumi energetici italiani degli ultimi anni fosse attribuibile al sistema dei certificati bianchi. Siccome nel 2007 c’è stato un calo dei consumi energetici rispetto all’anno precedente di 2.447.000 tep, il mio calcolo approssimato conduce a un ruolo del mercato dei titoli di efficienza energetica di circa il 25% - 30%. Quindi, pur confermando il peso determinante della crisi economica e della dinamica dei prezzi energetici, non si può escludere un contributo minoritario ma quantitativamente significativo derivante dall’adozione di tecnologie di risparmio energetico connesse al sistema dei certificati bianchi.

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lunedì, giugno 22, 2009

"Peak Summit" a Alcatraz il 26-28 Giugno




Tutto è pronto per la conferenza "peak summit" che si terrà alla libera università di Alcatraz (Perugia) questa settimana a partire da venerdì 26, pomeriggio fino a domenica (28) sera. E' un incontro informale con ampie possibilità di discussione e anche una rara occasione di conoscere di persona alcuni dei "guru" di The Oil Drum e di ASPO internazionale, fra i quali Nate Hagens, Euan Mearns, Gail Tilverberg e altri, incluso Jean Laherrere che parlerà in videoconferenza.

I partecipanti sono circa 50; che è il massimo che la struttura può ospitare. Tuttavia, se qualcuno di voi volesse decidere all'ultimo momento di venire, forse c'è ancora la possibilità di infilare una o due persone. Nel caso, scrivete a ugo.bardi@unifi.it.

La conferenza è organizzata da ASPO-Italia (Ugo Bardi) e ASPO-Netherlands (Rembrandt Koppelaar)


sabato, giugno 20, 2009

Il mondo contadino





created by Andrea De Cesco






Con questo post vorrei fare eco al recente “I contadini e la crescita zero” di Ugo Bardi, per portare un contributo personale alla discussione un po' più esteso di quanto non si possa fare in un commento al post.

Pur premettendo che le mie esperienze e i libri di Farb si riferiscono a località e realtà molto lontane, completamente diverse tra di loro e che l'agricoltura non è una pratica che si sviluppi uniformemente in tutto il mondo, ma si adatta alle mutanti condizioni ambientali, climatiche e sociali, mi sento in dovere di portare il mio parere basato sulla mia esperienza riguardo il mondo contadino dell'Italia settentrionale negli anni '70 e più precisamente della campagna friulana.
Lo faccio perché, cresciuto in una società agricola negli anni in cui Farb scriveva il suo libro, posso dare un immagine diversa rispetto a queste opinioni che mi sembrano frutto di una forzatura di chi dall'esterno vede il mondo agricolo immobile e condannato alla rassegnazione perpetua, creando una generalizzazione tra varie realtà spesso molto diverse fra di loro.

Certamente il mondo agricolo è sempre stato un mondo conservatore, spesso anche politicamente, ma non poteva essere diversamente, in un ambiente in cui tutto il sapere veniva da secoli tramandato oralmente da padre in figlio, con corollario di credenze popolari ed errori, dovuti principalmente ad ignoranza e superstizione, ma si tenga in considerazione che ogni anno l'agricoltore doveva ricrearsi i mezzi per la propria sussistenza e commettere errori avrebbe significato comprometterla.
Far un gran numero di figli era una cosa ovvia in anni in cui la mortalità infantile era molto elevata, del resto la prolificità deve essere una caratteristica innata e presente nel patrimonio genetico dell'Homo sapiens, visto che l'ha portato a colonizzare l'intero pianeta e che se non ci fosse stata probabilmente l'avrebbe portato all'estinzione da molto tempo.
Inoltre più figli significava avere più braccia per lavorare in un mondo in cui il lavoro era essenzialmente sforzo fisico, le famiglie erano numerose in quanto traevano forza dal numero di componenti, inoltre non esisteva lo stato sociale e una qualunque malattia o infortunio di un membro adulto per una famiglia mononucleare avrebbe creato le condizioni per la morte per fame della stessa, visto che venivano a mancare due braccia indispensabili al sostentamento, cosa che non accadeva in una famiglia numerosa dove la mancanza di due braccia da lavoro veniva compensata dall'intervento di altri familiari.
Del resto questo modo di pensare riguardava anche le classi operaie già allora inurbate, tanto che a metà 800 fu coniato per le famiglie povere in cui l'unico mezzo di sostentamento e di garanzia per il futuro era solamente il lavoro dei figli il termine di proletariato.
Nel mio piccolo sono stato testimone di un passaggio epocale, dall'agricoltura tradizionale che usava ancora le tecniche tradizionali nonché la forza degli animali, praticata ancora dalla generazione dei miei nonni, nati ad inizio 900 a quella moderna dell'epoca dei miei genitori, nati negli anni 30 dello stesso secolo.
Devo dire che lo scontro fu molto forte, seppur non cruento, visto che la conoscenza accumulata in millenni di pratiche tradizionali diventava inutile, soppiantata dall'agricoltura meccanizzata, tutte le certezze fino ad allora accumulate venivano superate dal progresso tecnologico.
Gli anziani all'inizio vedevano questo progresso come una moda passeggera che poi avrebbe lasciato tutto come era prima e quindi ne diffidavano, per i giovani era l'inizio di un'epoca radiosa in cui l'agricoltura si affrancava dalla fatica fisica bestiale e diventava un settore produttivo analogo agli altri (industria, commercio) quindi apportatore di danaro e beni materiali non solo quindi mezzi di sostentamento, anche se continuava ad avere lo svantaggio di dover essere praticata all'aperto, quindi soggetta alle intemperie e alle variabili climatiche e soprattutto legata ad una stagionalità.
Lo sconvolgimento fu anche sociale, infatti le gerarchie interne alle comunità cambiavano, gli anziani perdevano il loro ruolo di guida della società che avevano avuto per millenni, ormai il loro ruolo non era più funzionale alla produzione la loro memoria, a volte fallace, non era più un metro di paragone, tutto cambiava.
A quel tempo scherzando questa generazione aveva un modo di affermare il suo disagio con una semplice frasetta “Quando ero giovane comandavano i vecchi e io dovevo ubbidire, oggi che sono vecchio comandano i giovani e io devo sempre ubbidire, chissà quando verrà il giorno in cui comanderò io?”.
Spesso non erano più le famiglie più abbienti a cogliere al meglio questo cambiamento, ma quelle composte da coloro che riuscivano a utilizzare proficuamente le risorse tecnologiche offerte, cioè persone che si erano un minimo istruite o che per un periodo erano emigrate altrove per lavoro ed erano venute in contatto con altre realtà agricole più evolute.
In quegli anni quindi una generazione si era trovata impreparata allo sviluppo della tecnologia, non sapeva usare i trattori, non conosceva i fertilizzanti e gli antiparassitari, non aveva nozioni di meccanica e di gestione aziendale neanche minime, quindi si trovo in breve superata dagli eventi.
Ma è sbagliato dire che quella generazione e le precedenti fossero restie al miglioramento al progresso, fu soltanto la velocità con cui avvenne che li trovò impreparati e non in grado di adeguarsi.
Non pensiamo che l'agricoltura fosse ferma nei millenni, ma solo che i progressi erano molto lenti, certo non era facile abbandonare pratiche consolidate per le novità, quindi queste dovevano essere introdotte molto lentamente.
Vengo da una zona in cui da più di 100 anni si coltivano i vitigni francesi, che hanno sostituito o affiancato le varietà autoctone, importati da un agricoltore illuminato, certamente un grosso agrario, che aveva visitato quel paese per istruirsi e poi si era riportato a casa il materiale di propagazione, lo distribuì e tutti gli altri accettarono la miglioria.
In quella come in altre realtà l'agricoltura era sempre in lento, impercettibile movimento, non era mai ferma (con tempi molto lunghi).
Del resto la patata, il mais, il pomodoro erano tutte specie estranee al mondo rurale italiano, e furono nei secoli lentamente introdotte, utilizzate e tramandate tanto da diventare la base alimentare delle popolazioni.

Non è neanche corretto affermare che le famiglie contadine siano sempre state individualiste, refrattarie alla cooperazione e che vedessero le risorse come non ampliabili e quindi tollerassero malvolentieri i progressi di una famiglia perché considerata una minaccia al benessere delle altre.
Proprio in Italia a partire da fine '800 si diffusero le prime cooperative, proprio legate alla produzione agricola, esempi come quelli dell'Emilia Romagna, del Veneto, del Friuli e successivamente del Trentino, furono da esempio, i caseifici, i circoli i consorzi, nacquero su queste basi e sono ancora un modello attualissimo.
Il vero problema delle comunità contadine erano in primis l'ignoranza e poi le piccole dimensioni delle comunità, ed il loro isolamento.
Non è possibile immaginare il progresso di una comunità o di una nazione, senza una adeguata istruzione, se le uniche informazioni sono quelle tramandate, riguardanti la mera sopravvivenza, non può esservi miglioramento delle condizioni di vita.
Molto spesso l'ignoranza era “coltivata”, dato che una massa ignorante e dipendente è più facilmente malleabile ed influenzabile (ma questo succede anche ai giorni nostri) da chi detiene il potere.
Inoltre le limitate dimensioni delle comunità facevano si che vi fosse una scarsa circolazione delle idee, in particolare quelle più innovative e “rivoluzionarie”, favorendo di fatto una omologazione dell'intera comunità al pensiero di poche persone, che dettavano legge, stabilendo quello che era o non era giusto.
Pertanto, anche un'innovazione tecnica introdotta in una comunità impiegava molto tempo ad essere accettata, ed anche quando questo accadeva faticava ad espandersi alle zone o alle altre comunità limitrofe
Può essere vero che a volte regnasse la rassegnazione ad un destino di miseria e di vita stentata, da cui si poteva fuggire solo con l'emigrazione, ma si consideri che per molti la rassegnazione traeva origine dal fatto che intere comunità spesso venivano tenute in condizioni di autentica sudditanza, dai vari poteri politici, economici o religiosi del tempo.
Infatti fino al secondo dopoguerra, molti agricoltori non erano nemmeno padroni del loro destino, in quanto mezzadri (la mezzadria rappresenta solamente un gradino sopra la servitù della gleba) quindi fornitori solamente di manodopera al padrone, senza alcun diritto sul terreno che lavoravano e senza garanzie per il futuro, in quanto il mezzadro e la sua famiglia, poteva essere allontanato dal fondo senza molti complimenti da parte del proprietario.
Venendo all'oggi, lo scenario che ci si presenta davanti è molto diverso, la diminuzione della disponibilità di energia da combustibili fossili non è una cosa da poco, sicuramente creerà degli scompensi enormi soprattutto nei paesi più poveri; fame, carestie disordini sociali saranno, anzi mi sembra lo siano già, all'ordine del giorno.
Ma a mio parere non è prevedibile un ritorno a quel passato.
Le nostre tecnologie e conoscenze si sono ampliate moltissimo, la mentalità è cambiata, certo non sarà facile abituarsi a delle situazioni di scomodità che si credevano superate, oppure neanche mai conosciute, ma sicuramente l'insieme delle professionalità degli sviluppi in campi come fisica, biologia, chimica, potranno fare in modo che l'agricoltura e gli agricoltori non ritornino indietro ai tempi bui della pura sussistenza.
La seconda fase dell' ”era del petrolio” sarà contraddistinta da un calo dei redditi e del tenore di vita medio, delle possibilità economiche e del possesso dei beni materiali, e per il mondo agricolo come per quello urbano industriale ci saranno difficoltà.
La scarsità di mezzi tecnici (fertilizzanti, antiparassitari, combustibili, attrezzature meccaniche) farà precipitare le produzioni agricole, ponendo problemi enormi di sussistenza in un pianeta sovrappopolato, ma sono fiducioso che in questo come in altri settori, l'uomo con la sua cultura sarà in grado di dare una prospettiva alla civiltà che ha costruito.

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giovedì, giugno 18, 2009

L'insostenibile leggerezza del data processing




Distrutto il giardino, profanati i calici e gli altari, gli Unni entrarono a cavallo nella biblioteca del monastero, sfasciarono i libri incomprensibili, li offesero e li bruciarono, forse temendo che le lettere nascondessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. (Jeorge Luis Borges, Los Teologos, 1949)

Arrivato a Granada, in Spagna, la prima cosa che faccio una volta in camera, all'hotel, è aprire il mio notebook. Quello che leggo sullo schermo mi fa sbiancare: "Cannot find operating system". In italiano: "riposi in pace".

E' sabato pomeriggio; lunedi mattina comincia il convegno e tutti i dati e le slide della mia presentazione sono nel disco rigido andato in fumo. Maledetto io, ma perché non mi sono portato un backup? Ma è troppo tardi per recriminare. Mi fiondo in un negozio di computer; miracolosamente ancora aperto. Gli chiedo se possono ripararmi il notebook e ritrovarmi i dati. Parlano un inglese molto stentato, ma capisco che mi stanno dicendo qualcosa tipo, "ce lo porti lunedì e in una o due settimane glie lo sistemiamo". Mi vedo perduto. Però, c'è un'offerta speciale sugli scaffali: un notebook bello nuovo che costa veramente poco. Dopotutto, ho un backup dei dati in Italia. Se posso connettermi a internet, li posso recuperare. Perché no?

Noto che il computer in vendita usa Vista; sistema che avevo sempre fatto attenzione a evitare. Domando al commesso se in Vista si può scegliere la lingua del sistema operativo. Mi dice, "certamente si; quando lei fa partire il computer per la prima volta, il sistema le chiederà la lingua da utilizzare." Mi faccio ripetere. L'inglese del commesso è veramente pessimo ma insiste sul fatto che in fase di inizio si può scegliere il linguaggio da usare. Beh, perchè no, dopotutto? Piuttosto che rischiare una figuraccia al convegno, meglio spendere qualche centinaio di euro e - in fondo - il mio vecchio notebook ha fatto il suo tempo.

Torno in albergo con il mio computer bello nuovo. Lo scarto, lo attacco alla presa e lui si accende e comincia a chiedermi delle cose in spagnolo. Lo spagnolo non è il mio forte, ma capisco bene quando mi chiede che lingua voglio. Per essere sicuro, ogni volta che me lo chiede, scelgo dal menu l'opzione "Italiano".

Sembra che funzioni tutto, lui si legge cose dal disco, installa questo e quello, e poi si avvia con la schermata di inizio. Ed ecco qui: Vista in spagnolo.

Se un decimillesimo delle maledizioni che ho mandato quella volta sono arrivate a Bill Gates, deve essergli venuto un bel mal di testa. A tutt'oggi, lo sgomento mi sovrasta quando mi viene da pensare che, con tutta la loro grande tecnologia, a Microsoft non è mai venuto in mente che uno che compra un computer in Spagna potrebbe non volere un sistema operativo in spagnolo. E non è solo un problema della Spagna. Se, in Italia, avete provato a cercare una versione di Windows, avrete visto che è più difficile che trovare Bin Laden nella sua caverna afgana. Come dicono Aldo, Giovanni e Giacomo, che cos'hanno nella testa questi di Microsoft? Criceti?

Bene, quel sabato notte e quella domenica mi è toccato un corso intensivo accellerato in contemporanea di spagnolo e di Microsoft Vista. Alla fine, dopo innumerevoli accidenti e tentativi, sono riuscito a far funzionare l'aggeggio, connettermi a internet, e a farmi mandare i dati che mi servivano dai miei collaboratori in Italia. Così ho potuto fare la mia presentazione al convegno.

Però, l'esperienza del computer di Granada è stata, come si suol dire, la goccia di petrolio che fa traboccare il barile. Da allora, ho deciso di passare a Linux, cosa che avevo provato a fare altre volte, senza però veramente decidermi.

Molti di quelli che leggono questo blog sono probabilmente dei pinguini ben assestati. Per quelli che non lo sono, vi posso dire che, effettivamente, linux da delle grosse soddisfazioni. Il notebook comprato in Spagna per esempio, immonda ciofeca sotto Vista (c'era una ragione perchè costava così poco), ha acquistato nuova vita con linux. E' diventato - se non proprio un supercomputer - perlomeno una macchina di velocità accettabile. Adesso lo usa mia figlia e quando, tempo fa, le ho proposto di tornare a Vista non ne ha voluto sapere. Anche il mio vecchio notebook, una volta riparato e messo sotto linux, ha ripreso vita e sprint e funziona benissimo.

D'altra parte, ci sono anche delle ragioni per le quali linux non scalfisce il dominio Microsoft e si limita a una nicchia di meno dell'1% della popolazione dei computerizzati. Linux è bello, ma a volte è letale. Vi posso raccontare, per esempio, che per installare il wireless a casa mia ci sono voluti 30 minuti per il computer di mio figlio (XP) e due settimane di passione per il mio e quello di mia figlia (Linux). Questo ha a che fare con i misteri di una cosa chiamata "Ndiswrapper", ma non solo quello. Ultimamente, in Ubuntu ho avuto uno scontro quasi mortale con l'Antilopeconiglia Arzilla, cosa che mi ha costretto a ritornare all'Airone Arrapato (chi sa di Ubuntu, capisce questi termini). Insomma Linux non è proprio per tutti e ve ne accorgete se girellate anche solo per una mezzoretta in un qualsiasi negozio di computer e ascoltate le domande che fa la gente ai commessi. Non so se vi ricordate la leggenda di quello che aveva preso il cassetto del CD per un supporto per la tazza del caffè; beh, da quello che ho sentito in queste occasioni, potrebbe anche essere una storia vera.

Una cosa, comunque, che si guadagna in linux è di farsi una certa idea dell'immensa complessità che sta dietro all'apparenza delle finestre "user-friendly". In Vista/Windows ve ne accorgete poco, a meno che non si scatafasci tutto e arrivederci. In Linux, invece, vi capita di aprire la console e mandare stringhe misteriose tipo "sudo nano xorg.conf" che squarciano il velo degli intestini oscuri del sistema operativo. Certe volte, vedi in faccia l'abisso (cfr Genesi "e la tenebra copriva l'abisso").

Ci sono in giro delle preoccupazioni che Windows/Vista sia diventato talmente complesso da essere ingestibile e rischiare di collassare sotto il peso della sua propria complessità (vedi per esempio, qui). Non sono un esperto di sistemi operativi, quindi non vi so dire quanto sia ragionevole una preoccupazione del genere. Quello che so, tuttavia, è che la complessità si paga. Il fatto che quelli che producono windows e vista non siano in grado di fornire un sistema operativo multilingue - come fa qualsiasi telefonino cinese da 50 euro - la dice lunga sul livello di complessità che il sistema ha raggiunto. Metterci le mani per fare qualunque cosa - anche una relativamente semplice come gestire più di una lingua - deve essere diventato un incubo. Gestire le varie creature prodotte da Microsoft potrebbe diventare talmente costoso da essere insostenibile, esattamente come produrre 87 milioni di barili di petrolio al giorno.

Linux, nelle sue varie versioni, è probabilmente più semplice e quindi più gestibile di Vista/Windows. Anche per Linux, tuttavia, la complessità è tanta. E poi, il problema non sta soltanto con il sistema operativo. I computer oggi dipendono quasi completamente da internet. E anche internet è una bestia enormemente complessa e che consuma grandi quantità di energia. Per non parlare poi dei supporti dei dati; molto spesso estremamente fragili in forma di domini magnetici. Anche i CD e i DVD sono creaturine fragili: quanto può durare uno di quei dischi? Secondo OSTA (optical storage technology association) un CD potrebbe durare da 30 a 100 anni e anche di più. Si, ma solo se uno lo tratta bene; se lo graffi o lo pieghi, addio. E non parliamo di quello che potrebbe succedere se arrivano gli Unni, come nel racconto di Borges.

Insomma, se ci trovassimo di fronte a una grossa crisi di disponibilità di energia e di risorse economiche, è probabile che il sistema di data processing e data storage ne risentirebbe pesantemente. Potremmo perdere una gran quantità di dati; un po' come è successo con il crollo dell'Impero Romano. Allora, una parte dei testi prodotti dalla civiltà classica fu salvata in parte dai monaci irlandesi e in parte dagli intellettuali arabi. Ma soltanto una piccola parte. Nel nostro caso, chi copierà i CD abbandonati?

A proposito..... questo blog, dove mai sarà immagazzinato....?

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mercoledì, giugno 17, 2009

La moda del GPL genera nuove unità di misura




1832: Carl Friedrich Gauss getta le basi del sistema metrico di misurazione CGS

1961: si formalizza il Sistema Internazionale, che stabilisce le unità di misura ufficiali del mondo scientifico e tecnico

2008/2009 : viene inventata una nuova unità di misura del volume: il "pieno".


Sulla scia dei rincari dei carburanti più diffusi, benzina e gasolio, le case produttrici di autoveicoli fanno una pubblicità serrata ai loro modelli ibridi benzina-GPL.

"E il pieno costa la metà", per alcune. Per altre, "15 euro"; per altre ancora, "18 euro". Chiarissimo.
Potrei proporre un nuovo modello dove il pieno costa 1 euro, con l'enorme vantaggio di avere un ingombro del serbatoio davvero irrisorio... :-)

A parte le battute, sta davvero cominciando l'invasione di massa del GPL, un po' come 20 anni fa è successo per il gasolio, che oggi ha superato la benzina, in termini di proporzione di veicoli circolanti. Personalmente ho fatto montare l'impianto a gas sul mio 1200 cc, a scopo di diversificazione, per risparmiare e per utilizzare un combustibile meno "pregiato" della benzina.

Non dobbiamo tuttavia credere che GPL e Metano siano "la soluzione" per un futuro che veda ancora presente l'attuale modello di mobilità di massa, basato sul motore a combustione interna; possono andare bene come diversificatori nella transizione, ma il picco del petrolio e del gas li condurrà nel giro di (suppongo) 5-10 anni sulla scia degli altri carburanti liquidi.

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martedì, giugno 16, 2009

Notizie dal territorio: a proposito di riscaldamento globale





created by Armando Boccone



Da circa 12 anni lavoro presso un Istituto previdenziale a Bologna.
Nel giardino dell’istituto ci sono dei banani, sui quali si formano dei caschi di frutti. Le piccole banane (è proprio una varietà di banane "mignon") diventavano di un colore verde intenso per poi diventare nere, marcire e poi seccare.
Nell’estate del 2007 avvenne però qualcosa che non si era mai verificato negli anni precedenti: le banane, dopo avere assunto un colore verde intenso, iniziarono ad assumere il classico colore giallo delle banane mature.
Allora non possedevo una macchina fotografica e chiesi ad un collega di fare delle foto di quel casco. In seguito notai che il fenomeno riguardava altri bananeti disseminati nei giardini di Bologna.


Casco di banane in via di maturazione in un giardino nel centro di Bologna (estate 2007)



In quel periodo in televisione imperversava Giuliano Ferrara che sosteneva che il riscaldamento globale non esisteva, e che fosse una invenzione di certe formazioni politiche o parapolitiche come i verdi, gli ambientalisti ed altri.
La prima cosa che feci con quella foto fu di inviarla a Giuliano Ferrara oltre che alla mailing list di Aspoitalia. Sulla lista l’invio della foto fu occasione di dibattito oltre che di acquisizione di una conoscenza che molti non possedevano: non so però cosa ne abbia fatto Giuliano Ferrara!

Decisi di acquistare una macchina fotografica e di fotografare altri casi di maturazione di caschi di banane nei giardini di Bologna. Per poter fare delle affermazioni che hanno carattere di scientificità è necessario che il fenomeno avvenga per molti anni e che riguardi un territorio di una certa estensione. Se invece fosse stato un fenomeno limitato al giardino dell’istituto dove lavoro e fosse successo per un solo anno il fenomeno non avrebbe avuto nessuna importanza scientifica.





Casco di banane mature nel giardino dell’ARPA E.R. di Via Trachini

(media periferia di Bologna – estate 2008)




Questo inverno si sono scatenati i “negazionisti”, cioè tutte quelle forze che confutano il riscaldamento globale. Hanno iniziato a fare dell’ironia mettendo in evidenza le forti nevicate che hanno interessato l’Italia questo inverno. Poi hanno detto, travisando delle notizie provenienti da istituti di ricerca americani, che si erano ripristinati i ghiacci artici così come erano nel 1979.
Questo inverso ha fatto effettivamente molto freddo ed anche i bananeti di Bologna ne hanno sofferto.







Banani dopo l’inverno 2008-2009 (febbraio 2009)




Adesso siamo in primavera inoltrata e già la temperatura ha raggiunto livelli da piena estate. Sembra che se ne siano accorti anche i banani di Bologna, come si vede nella foto successiva.


Banani con diversi caschi (21 maggio 2009)



Questo mese di maggio ha fatto realmente caldo e sono bastati appena dieci giorni affinché maturasse il casco di banane che si vede al centro della foto precedente.








Banani con casco maturo - 31 maggio 2009





Domenica sera, 31 maggio 2009, accendo la televisione per vedere il programma “Che tempo che fa”. Luca Mercalli dice che nel Nord Italia questo mese di maggio è stato quello più caldo da 250 anni a questa parte, da quando cioè vengono fatte le misurazioni della temperatura.
Sembra che tutto torni … ma forse c’è un certo Giuliano Ferrara che ha ancora dei dubbi!!!

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lunedì, giugno 15, 2009

Il picco sparisce dietro l'orizzonte


Immagine da ASPO-Netherlands, cortesia di Rembrandt Koppelaar

Continua il declino della produzione petrolifera a conferma del fatto che - molto probabilmente - abbiamo raggiunto il picco di produzione globale ("peak oil") nel 2008 (*). Come si vede dalla figura, siamo scesi oggi ai livelli del 2004 e la discesa continua. Non si può ancora dire se saremo in grado di risalire nel futuro, ma al momento stiamo vedendo una clamorosa conferma delle previsioni di ASPO, che già a partire dal 1998 aveva previsto il picco nel periodo 2005-2010.

Allo stesso tempo, si sta verificando un'altro effetto: la sparizione del picco dall'attenzione del pubblico. Vediamo qui i risultati di Google Trends per il termine "peak oil" che indicano il numero di volte in cui il termine è stato cercato su internet. In basso, si vedono le citazioni sulla stampa.



L'attenzione del pubblico ha avuto un massimo storico nel 2005, avvicinato, ma non superato, nel Luglio del 2008 in corrispondenza con il picco dei prezzi. Da allora è in netto declino, raggiungendo oggi i minimi storici per periodo per il quale si hanno dati.

Evidentemente, il pubblico percepisce soltanto i prezzi del petrolio e non è in grado di "vedere" la produzione. Ecco il grafico dei prezzi aggiornati del petrolio, sempre da ASPO-Netherlands.


In effetti, più che altro la percezione del pubblico sembra essere sensibile alle variazioni di prezzo, più che ai prezzi assoluti. Oggi che il prezzo è allo stesso livello del 2006, l'attenzione del pubblico è molto minore.

In sostanza, il picco del petrolio può essere stato benissimo nel 2008, ma non sembra che glie ne importi niente a nessuno. Questo fenomeno di sparizione del picco dall'attenzione del pubblico si era già verificato in un altro caso storico, quello del picco di produzione degli Stati Uniti, verificatosi nel 1970. Dopo il picco, l'attenzione del pubblico era completamente crollata. Si è ricominciato a parlare del picco del petrolio negli USA soltanto quando l'argomento "picco" è tornato di moda per via dell'avvicinarsi del picco globale. Dimitri Orlov riferisce che qualcosa di simile si è verificato anche con il picco di produzione dell'Unione Sovietica, nel 1991.

Sembra che i problemi che il picco sta creando spingano la gente a occuparsi del quotidiano e dell'immediato, cercando di sbarcarsela come possono in una situazione che si sta facendo sempre più difficile. Il picco è ormai parte del passato; non c'è più tempo ne voglia di occuparsene. Probabilmente è un fenomeno inevitabile - in effetti era previsto anche quello. Quindi, prendiamo atto della situazione e andiamo avanti. Non è più tempo di elucubrazioni, ma di soluzioni concrete.

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* Nota: c'è sempre qualche allocco in giro che continua a sostenere che in qualche modo questo picco non può essere il "vero" picco perchè "non è un picco dell'offerta ma un picco della domanda". Non hanno capito nulla del concetto di "picco di produzione". Io continuo a cercare di spiegarglielo, ma non ci posso fare nulla se sono duri come le noci di cocco.

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sabato, giugno 13, 2009

L'architettura del post picco


BedZED, quartiere periferico a sud di Londra, vicino a Wallington



created by Gianluca Ruggieri e Valentina Sachero




“It's the architecture, stupid”. Così non molto tempo fa veniva risposto alla domanda: chi ha in mano le chiavi del termostato globale?
Certamente la competizione su chi ha la maggior responsabilità nel consumo di risorse non rinnovabili e nelle emissioni di gas ad effetto serra lascia il tempo che trova. Di volta in volta, in base al tipo di dati che si sceglie di analizzare potremmo rispondere l'automobile, la generazione elettrica, l'economia industriale o l'agricoltura intensiva. Ma è chiaro per chiunque che il settore delle costruzioni e degli edifici continua a consumare suolo, materiali non rinnovabili ed energia sia in fase di costruzione, sia in fase di esercizio e persino in fase di dismissione.
Per questo motivo l'azione legislativa sta dando una crescente importanza alla regolazione delle attività di costruzione e di ristrutturazione. Basti pensare alla Direttiva Europea 91 del 2002 sulle prestazioni energetiche degli edifici, al suo processo di recepimento e all'azione di verifica che porterà probabilmente presto a ulteriori provvedimenti legislativi. Basti pensare che nelle scorse settimane la Commissione del parlamento europeo che si occupa di energia industria ricerca e trasporti (ITRE) ha votato una mozione che dovrebbe portare all'obbligo per tutti gli edifici nuovi di risultare a emissioni zero entro il 2019.

Ma di cosa si parla invece nelle riviste di architettura, nelle mostre, nelle università o sui quotidiani nazionali? E soprattutto, cosa viene chiesto dai committenti, e in particolare dai committenti pubblici o dai grandi committenti privati?
Premesso che non siamo architetti e che quindi il nostro è uno sguardo collaterale, pronto a qualunque smentita, ci sembra in tutta onestà di poter dire che gli approcci più interessanti in un'ottica di post picco ancora stentano ad affermarsi. Per usare un eufemismo.
Potrebbe essere interessante cercare di ripercorrere le migliori esperienze, che affondano in molti casi le radici in progetti che iniziati a partire dai primi anni settanta. Ma spesso si impara di più da un esperimento non riuscito piuttosto che da uno riuscito.
Preferiamo quindi farci condurre da Franco La Cecla in un viaggio attraverso quello che ancora non funziona (Franco La Cecla “Contro l'architettura” Bollati Boringhieri 2008, 117 pag. 12 euro). Architetto di formazione, La Cecla decide presto di rinunciare a praticare la professione (come spiega bene lui stesso nel primo capitolo), ma negli anni è coinvolto come consulente in innumerevoli progetti a livello internazionale. In questo agile volumetto racconta efficacemente le sue più recenti esperienze che lo hanno portato a operare a Tirana, a Barcellona e a New York in quest'ultimo caso con Renzo Piano nel progetto del nuovo Campus della Columbia University ad Harlem. Dalle esperienze non riuscite di La Cecla c'è molto da imparare: “Trasformare finalmente le città in qualcosa di moderno, usando tecnologie, edilizia, servizi per correre ai ripari adesso e non tra un po', questo è forse l'unico compito che potrebbero assumersi gli architetti, a patto che ne siano capaci e che la loro competenza non sia invece ridotta a quella di semplici vetrinisti di boutique.
Essere contemporanei significherebbe oggi prendere sul serio la catastrofe imminente, la slumizzazione del mondo, la fine della città per esaurimento delle risorse, la questione della sopravvivenza, di una convivenza umana che faccia i conti con un ambiente costruito sostenibile, con una redistribuzione delle opportunità di accesso alle risorse, significherebbe adoperarsi in ogni modo per evitare che l'intera città diventi un luogo di conflitti efferati tra etnie, forze, gangs e soggettività impazzite.”
Quanto di questo riusciamo a portare nelle nostre università, anche in quelle dove si provano a sperimentare nuove forme didattiche? Quanto siamo contemporanei se con questo intendiamo chi “non coincide perfettamente” con il suo tempo “né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo.” (Giorgio Agamben, “Che cos'è il contemporaneo?” Nottetempo 2008, 28 pag. 3 euro).
La provocazione di La Cecla riguarda soprattutto l'architettura delle grandi star (o archistar, come proposto in Silvana Micheli e Gabriella Loricco “Lo spettacolo dell'architettura. Profilo dell'archistar©” Bruno Mondadori 2003, 240 pag. 24 euro).

La realtà edilizia italiana è però ben più articolata, riguarda non solo architetti, ma anche ingegneri, progettisti di impianti e geometri, e comunque passa attraverso oltre 500 000 imprese che impiegano mediamente tre addetti ciascuna. Nella concreta esperienza di cantiere, specie in certi contesti, è inoltre fondamentale il ruolo dell'autocostruzione, magari anche attraverso interventi abusivi, in molti casi condonati a posteriori. Del resto oltre il 50% delle abitazioni italiane sono realizzate in edifici che ospitano al massimo quattro unità abitative e che quindi spesso si prestano all'intervento diretto del proprietario durante la fase di costruzione.
Insomma, la realtà concreta della maggioranza degli interventi edilizi è molto lontana dalle riviste patinate o dagli inserti specializzati dei quotidiani nazionali. Anche in questo contesto però c'è qualcuno che prova a essere contemporaneo e anacronistico allo stesso tempo. È il caso ad esempio di Adriano Paolella che insegna Tecnologia alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria.

In un libretto di qualche tempo fa (Adriano Paolella “Progettare per abitare. Dalla percezione delle richieste alle soluzioni tecnologiche” Elèuthera 2003, 136 pag. 10 euro) aveva già raccontato di alcuni interessanti laboratori durante i quali propose ai suoi studenti di leggere la realtà del costruito (e soprattutto dell'autocostruito) in alcuni quartieri di Reggio Calabria. Il tentativo era di interpretare i desideri e le esigenze degli abitanti stessi oltre che di verificarne le abilità operative e le capacità tecniche. A partire da questo gli studenti avrebbero dovuto proporre delle soluzioni progettuali ai bisogni emersi, che fossero direttamente realizzabili dagli occupanti, al limite con l'ausilio di artigiani locali.
“L'architettura tradizionale e le tecniche connesse sono le rappresentazioni di un mondo spesso povero e oppresso in cui le condizioni di vita erano insostenibili, ciò non toglie che queste tecniche siano una risposta di capacità tecnica applicata di grande valore che non può essere dispersa”. Si tratta quindi di ri-appropriarsi delle tecnologie appropriate, apparentemente inattuali in un contesto dove il settore edilizio si è caratterizzato per una ricerca di soluzioni tecnicamente innovative ma non in grado di garantire alcun miglioramento in ordine ai temi sociali e ambientali.
Sulle tecnologie appropriate, contiamo di tornare presto. Per ora basti ricordare che il concetto fu introdotto da Ernest Schumacher nei primi anni settanta. In studi successivi si è arrivati a definire le tecnologie appropriate come quelle tecnologie che cercano di aiutare le capacità umane di capire, operare e migliorare le tecnologie perché possano portare un beneficio alle persone, avendo il minor impatto ambientale e sociale sulle comunità e sul pianeta.
Per essere appropriata una tecnologia dovrebbe essere quindi di piccola scala, energeticamente efficiente, ambientalmente compatibile, ad alta intensità di lavoro, controllata dalla comunità e sostenibile a livello locale.
Paolella è tornato più recentemente su questi temi (Adriano Paolella “Attraverso la tecnica. Deindustralizzazione, cultura locale e architettura ecologica” Elèuthera 2008, 79 pag. 9 euro) ricordandoci l'importanza della comunità che deve tornare a poter gestire il proprio territorio anche attraverso le sue capacità tecniche. I processi produttivi devono “tornare a rispondere alle effettive necessità delle comunità locali”.
Attraverso la capacità tecnica diffusa, e la produttività locale, si può stringere il legame tra domanda e offerta, tra insediamenti e uso sostenibile delle risorse locali.”
Ma l'approccio di Paolella va oltre il ruolo dell'architettura e dei progettisti: “ci si attenderebbe che la ricerca, l'innovazione e l'informazione scientifica e tecnologica agissero prioritariamente per contribuire alla risoluzione dei problemi; viceversa, davanti alla crescente complessità del sistema, molto frequentemente reagiscono aumentando fittiziamente la complessità e pervenendo a soluzioni complicate. Questo perché la ricerca e la tecnica praticate presuppongono di risolvere i problemi senza cambiare le condizioni dell'esistenza, lasciando immutati i caratteri dei sistemi produttivi e gli interessi degli individui e delle aziende, non chiedendo una modificazione dei comportamenti e dei processi.”
Paolella propone di “eliminare le ridondanze”, “allungare i tempi della produzione, diffondere le conoscenze, ridurre le informazioni e i prodotti”. Sembra quasi riecheggiare il motto di Alex Langer: più lento, più dolce, più profondo.
Le riflessioni di Paolella sono molto stimolanti, e aprono una sfida soprattutto per chi, come noi, ritiene che la normativa e la regolamentazione possano comunque vestire un ruolo fondamentale nel migliorare la qualità del costruito.

Sarebbe fin troppo facile in questo momento sottolineare l'importanza della normativa antisisimica per le nuove costruzioni. Ma anche limitandoci al problema energetico, noi riteniamo ad esempio che la certificazione energetica degli edifici sia uno strumento fondamentale, ancora non del tutto compreso e metabolizzato dal sistema paese.
Infatti pensiamo sia possibile rispondere all'esigenza di “abitare un luogo e di utilizzarne le risorse ai minori livelli energetici possibili” attraverso la “definizione di soluzioni specifiche per i luoghi e le persone” e pensiamo che questo sia assolutamente compatibile, almeno in linea di principio, con gli strumenti regolativi che si stanno affermando.
La sfida è quindi, secondo noi, nel cercare di modulare le normative in modo tale da non indirizzare necessariamente il progettista su soluzioni pre-fabbricate, e di rimanere aperti quindi anche alla valorizzazione delle risorse locali, in termini di energia, di materiali e di maestranze. Solo in questo modo è possibile pensare che la certificazione non sia vista semplicemente come l'ennesimo adempimento burocratico fine a se stesso, ma possa diventare uno degli strumenti per la valorizzazione del nostro patrimonio edilizio. Soprattutto negli interventi di ristrutturazione e soprattutto nel caso dei piccoli edifici. A questo speriamo si possa lavorare presto.

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venerdì, giugno 12, 2009

Petrolio, che fatica




Ci siamo. Il petrolio e tutto il downstream (carburanti, intermedi chimici, ...) sta ripartendo con la salita dei prezzi. I beni alimentari seguono a ruota, in quanto incorporano i costi dei trattamenti chimici agricoli, degli imballaggi e dei trasporti.

Le "ripide montagne russe" nei prezzi di una risorsa finita, non immediatamente sostituibile, basilare per l'industria, e che ha da poco superato la mediana della curva di produzione sono assolutamente naturali nella matematica di questi sistemi. Scattano dinamiche non-lineari tali per cui da una piccola variazione in più (o in meno) discende una catena di feeedback positivi, che rinforzano la tendance in modo vorticoso, fino a un punto in cui il sistema "cede" e si deve tornare indietro. Esattamente come avviene nelle reazioni chimiche oscillanti, o nei sistemi preda-predatore. Più il sistema è lontano dall'equilibrio, più le oscillazioni sono ampie e difficili da governare.

Se prendiamo un pezzo di acciaio non eccessivamente rigido (ad esempio un cucchiaio), e proviamo a piegarlo in un punto preciso, alternando l'angolo di piegamento da una parte e poi dall'altra, insistendo sempre sullo stesso punto, dopo un certo numero di piegamenti lo spezzeremo. Il fenomeno è noto come "rottura a fatica". Nei laboratori metallografici, esiste una prova del controllo qualità nota come "prova di fatica", che consiste nel registrare il n° di piegamenti effettuati prima di osservare la rottura.

Che cosa comporterà l'instabilità dei prezzi del petrolio? Ad esempio, nella discesa da 150 a 30 dollari, la demand destruction era (ed è) accompagnata da una sovrabbondanza di forza-lavoro nella grande industria, che ha cercato di adattarsi lasciando a casa milioni di persone nel mondo. Se ora il petrolio riparte e riesce ad oltrepassare i 100 $, ripartirà l'inflazione; se arriverà a sfiorare i 200, le bollette energetiche delle imprese saranno tali da provocare ulteriori fallimenti. Nel frattempo, le famiglie che avevano perso il posto nel precedente periodo di deflazione ridurranno ulteriormente il loro potere d'acquisto; probabilmente dovranno rinunciare all'automobile e ad altre cose ancora. In questo gioco perverso si innesta il rischio bancario e dei prestiti in genere.
Insomma, quello che possiamo aspettarci è di vedere succedere una cosa molto simile al cucchiaio: una rottura del sistema per fatica.

Possiamo evitare questo infausto epilogo? L'unica via che riesco a vedere è quella di spostare la forza lavoro dai settori più energivori e in decrescita verso l'industria del rinnovabile e del recupero materiali. Purtroppo ad oggi Sindacati e Confindustria richiedono a gran voce riforme, investimenti eccetera... ma per cosa? Per continuare a produrre quello che abbiamo sempre prodotto da trent'anni a questa parte. Ad esempio? Automobili, sacchetti di plastica e pannolini ...
[La frase di Gheddafi, plaudita dal presidente di Confindustria, "...La Libia non favorirà la fornitura di gas e petrolio ad altri paesi a spese dell'Italia..." è emblematica della scarsa evoluzione in cui siamo immersi e dalla quale abbiamo oggettive difficoltà a liberarci: dipendenza dai fossili e rapporti geopolitici costruiti su basi di "forza". A dispetto del titolo dell'articolo linkato, di tutto possiamo parlare, fuorchè di svolta]

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mercoledì, giugno 10, 2009

Noi a carboidrati, Voi a idrocarburi



Il Picco lo si supera pedalando.

created by David Conti


Lungotevere De’ Cenci, sabato, ore 18, il lungo serpentone metallico resta inchiodato all’asfalto, intrappolato, capace solo di esalare fumi tossici e colpi di clacson nervosi. Affiancati al semaforo, in attesa di un verde che potrà dar loro la gioia di percorrere almeno 100 metri di irrefrenabile libertà, tre personaggi. Gianni, 62 anni, idraulico alla guida di una Punto Bianca del 97; Piero, 31 anni, consulente finanziario alla guida di un fiammante Suv ed Enrico, 45 anni, impiegato di banca alla guida di una Escort, impreziosita dalla presenza della famiglia al gran completo.

Ci siamo, i giri del motore salgono quando all’improvviso, da Via Arenula ecco spuntare, una, cinque, dieci, cinquanta, cento, mille biciclette. Ragazzi, ma anche no. Biciclette sportive, sgangherate, grazielle, tandem, strani aggeggi a pedali che sembrano usciti da una delle ultime fatiche di Fellini. E’ un fiume in piena, di scampanellii e di pedalate quello che ha invaso questo caotico e turbolento angolo dell’Urbe.

Gianni resta impietrito. La sua espressione varia fra un “ho appena visto una navicella aliena pararsi davanti al mio cofano” ed un “ma perché? Esistono anche le biciclette?”. Piero, già duramente provato dall’esperienza sulla Tuscolana, esplode. Esce furente dal trono di pelle firmata, rischiando pure di cadere e si mette ad urlare: “Comunisti di m****! Fuori dai co******!”. Riacquistato un certo aplomb, il suo sguardo incrocia quello del vigile urbano, implorando una qualche forma di giustizia. La sua delusione è palpabile quando il pizzardone gli risponde con il più romano dei gesti, braccia aperte sui fianchi a 45 gradi… chettepossofà?. Enrico? Ancora non ha deciso se fare il Gianni o il Piero, quando viene investito dall’ondata di entusiasmo proveniente dal sedile posteriore. I suoi due figli sembrano entusiasti dello spettacolo che gli si è parato davanti, interrompendo la monotonia del viaggio. L’autista abbozza, segue la corrente e si fa una bella risata.

Ma cos’è quella colorata ed irriverente moltitudine a pedali. Sono essenzialmente ciclisti urbani che “per caso” confluiscono in una pedalata collettiva che ha il fine ultimo di riprendersi la strada, al grido di “Noi non blocchiamo il traffico. Noi siamo il traffico!”. Critical Mass, così si chiama il movimento nato nella San Francisco dei primi anni 90 dall’idea di un pedalatore illuminato, Chris Carlsson. Da quelle prime eroiche pedalate, il movimento si è sparso in tutto il mondo fino ad attecchire anche nel belpaese. Avendo il sottoscritto partecipato alle prime sortite della Critical Mass romana, posso testimoniare che quanto riportato nella storiella introduttiva è si, romanzato, ma non si discosta troppo dalla realtà. Ovvero, quello di una massa, questa volta assolutamente acritica, che prima ancora di essere intrappolata in media per 500 ore l’anno nel proprio abitacolo [1], è intrappolata in schemi mentali che le impediscono di immaginare un futuro privo dell’automobile privata. E’ da questo blocco che nascono le reazioni di stupore, incredulità, rabbia e frustrazione di coloro che al volante vengono sopraffatti da un qualcosa che ribalta completamente il loro immaginario. La Critical Mass è uno di quei momenti in cui due mondi si scontrano. Da un lato, l’esasperazione di un possibile mondo post picco. Dall’altro, lo status quo. La bicicletta sta lentamente guadagnando terreno sulla macchina, complice la crisi, una “moda ambientale”, ma rimane pur sempre, metaforicamente parlando, un colle di prima categoria da scalare.

E allora, vediamo perché la bicicletta può considerarsi una credibile alternativa all’auto negli spostamenti cittadini. In questo senso, una statistica ci indica che in media, in Italia, il 90% degli spostamenti cittadini non superano i 10Km di lunghezza. Più in dettaglio, il 30,1% dei tragitti urbani non supera il chilometro di lunghezza mentre il 27,1% ricade fra i 2 ed i 5 km [2]. Queste distanze sono ampiamente alla portata di qualunque tipo di ciclista, anche il meno allenato. Consideriamo adesso il rendimento della bicicletta a confronto con gli altri mezzi a motore. Ogni anno, in diverse città italiane, Legambiente organizza il “Trofeo Tartaruga”, una competizione su 7 km che punta a stabilire quale sia il mezzo più veloce in città fra la bici, l’auto, il motorino ed il mezzo pubblico. Inutile aggiungere che la bicicletta vince regolarmente ogni edizione, mentre l’auto, quasi altrettanto regolarmente si piazza all’ultimo posto, inesorabilmente penalizzata dall’affannosa ricerca di un parcheggio. Nonostante sia un mezzo a trazione umana, la bicicletta si dimostra più veloce. Questo è il vantaggio più immediato e spesso meno pubblicizzato se si considera anche la totale assenza di emissioni nocive, i costi di manutenzione irrisori, l’assenza di tasse e balzelli vari, oltre che la possibilità per chi la guida di praticare esercizio fisico gratis.

Da venerdì 29 a domenica 31, oltre 3000 biciclette hanno percorso il centro di Roma, avventurandosi anche in luoghi storicamente off-limits per loro come la tangenziale. Il messaggio, per chi lo vuole cogliere nella sua irriverenza, è chiaro. Sostituire l’automobile con la bicicletta, quando il percorso ed il chilometraggio lo consente, non è solo possibile, è doveroso. Il Picco sarà anche storia, ma gli effetti della sua onda lunga sono ora appena percettibili. Modificare il proprio stile di vita e con esso il modo in cui ci si muove in città, resta per il momento una scelta. Per il momento, appunto.


PS
Un resoconto video della manifestazione su You Tube.


[1] su http://www.blogger.com/www.aci.it/fileadmin/documenti/notizie/Comunicati/Comunicatoluceverde.pdf
[2] ISFORT-ASSTRA, Dove vanno a finire i passeggeri. Terzo rapporto sulla mobilità urbana in Italia. 2006

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martedì, giugno 09, 2009

Il comportamento elettorale degli europei


L’Italia delle Noemi e dei celodurismi bossiani sembra lontana anni luce dalle tendenze politiche di fondo che emergono oltralpe dopo le ultime elezioni per il Parlamento Europeo. Tra queste, assume particolare rilievo la crescita dei partiti verdi e, in particolare, quella degli ecologisti francesi di Cohn Bendit, che con più del 16% hanno quasi raggiunto il grande e storico Partito Socialista. Qualcuno attribuisce questo risultato sorprendente all’uscita in Francia, qualche giorno prima delle elezioni, del bel documentario di Yann Arthus-Bertrand “Home” che mostra splendide immagini di tante regioni del globo, riprese dall'alto, e che lancia un messaggio di preoccupazione sul fronte dell'ecologia. Il film, che si può scaricare da questo articolo di Debora Billi, è stato visto da ben 8,3 milioni di telespettatori, il 33% del pubblico televisivo francese di quel momento, inducendo osservatori superficiali a motivare con esso il successo dei verdi. Ma si confonde la causa con gli effetti. L’opinione pubblica europea è da anni molto più sensibile e attenta di quella italiana al problema della sostenibilità dello sviluppo e dei rischi connessi all’inquinamento e all’esaurimento delle risorse. Basti pensare alla tematica, trattata in questo blog, del picco del petrolio e degli altri combustibili fossili, in Europa molto più avvertita che in Italia, dove è relegata a un pubblico marginale o specialistico.
L’anomalia e l’arretratezza storiche del nostro paese si rivelano non solo in una guida politica inimmaginabile nelle altre nazioni dell’occidente evoluto, ma anche in questa scarsa o superficiale sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali, a cui fa da contraltare l’esistenza di un piccolo, rissoso, massimalista e ininfluente partito dei verdi, la cui progressiva pochezza culturale e programmatica lo ha inevitabilmente confinato in uno spazio di pura testimonianza e marginalità elettorale.
Come evolverà ulteriormente il quadro politico europeo? La mia opinione è che assisteremo, con l’accentuarsi della crisi delle risorse e delle conseguenze sociali ed economiche ad essa connesse, a una “ecologizzazione” dei partiti socialisti, che abbandoneranno gradatamente la cultura industrialista dello sviluppo illimitato a favore della redistribuzione della ricchezza tra ceti abbienti e meno abbienti, parte essenziale della loro tradizione e di alleanze sempre più accentuate con i partiti ecologisti. In Italia, il Partito Democratico avrebbe le potenzialità per anticipare queste tendenze, ma purtroppo gran parte dei quadri di quel partito fa ancora riferimento a motivazioni del passato e solo un radicale rinnovamento della classe dirigente, generazionale ma soprattutto culturale, potrà far emergere realmente queste potenzialità innovative.


lunedì, giugno 08, 2009

Cocco Bill e i sistemi complessi



Cocco Bill, indimenticabile eroe dei fumetti di Jacovitti.



In una delle storie western di Jacovitti, si parlava di un pistolero talmente bravo che aveva trovato un modo sicuro per farla franca quando voleva ammazzare qualcuno. Per prima cosa lanciava una pistola in aria. Poi con l'altra pistola sparava al grilletto di quella in aria; da li' partiva un colpo che ammazzava la vittima. Dopo non gli potevano fare nulla perché non è reato sparare a una pistola.

La storia del funambolico pistolero di Jacovitti è surreale, certo, ma - pensandoci bene - somiglia a tante cose che si dicono, per esempio, a proposito del riscaldamento globale. Che cosa causa il riscaldamento? E' possibile che poche centinaia di parti per milione di CO2 possano surriscaldare un intero pianeta? E' sempre possibile far confusione nell'attribuire esattamente una "causa" e un "effetto" a certi eventi. Pensate semplicemente a qualcuno che spara a qualcun altro. L'assassino potrebbe sempre dire: "Ehi, cosa c'entro io? Io mi sono limitato a premere un affarino di metallo; tutto li'. L'energia del mio dito non è certamente sufficiente per ammazzare chicchessia. "

La ragione per cui quando spari a qualcuno ci sono pochi dubbi che tu sia un assassino sta nel fatto che la cosa è ben nota e ripetibile (anche troppe volte su questo pianeta). Un arma da fuoco è progettata in modo tale che l'esplosione della carica nella cartuccia ottenga risultati sempre uguali, prevedibili e ripetibili. Tuttavia, l'esplosione di una carica ha risultati spesso difficili da prevedere se avviene al di fuori di una camera di scoppio con caratteristiche ben note. In generale, tutte le reazioni chimiche rapide hanno questa caratteristica: si espandono rapidamente in un processo di "feedback positivo" e non è facile prevedere dove si fermeranno.

Un caso classico di questa imprevedibilità è l'attacco alle torri gemelle di New York, l'11 Settembre 2001. Per capire il meccanismo del crollo bisogna mettere insieme una serie di fenomeni concatenati che partono dall'incendio del carburante degli aerei e includono il rammollimento dell'acciaio delle strutture degli edifici. Tutto questo, alla fine, ha generato un crollo spettacolare - un evento che a prima vista sembra sproporzionato in confronto all'urto di un aereo. L'aereo ha fatto soltanto da "grilletto" ("trigger" come si dice spesso in inglese). In effetti, per molti questo effetto grilletto è difficile da capire: sembra che ragionino un po' come il pistolero di Jacovitti. Tanto è vero che c'è chi si è inventato un'improbabile "demolizione controllata" proprio per cercare di trovare a tutti i costi una relazione immediate e diretta fra causa ed effetto.

Ma non sempre si può trovare una relazione immediata del genere. Anzi, è un caso raro in un mondo dove la complessità è la regola. Sono le nostre limitazioni mentali che ci portano a cercare per forza questo tipo di relazione. E' l'errore del topo che non si rende conto che il formaggio che cerca di addentare è connesso a un gancio che è connesso a una molla che è connessa a una tagliola e...... Non rendersi conto che certi sistemi sono complessi può essere molto pericoloso.

Dove la difficoltà di capire la relazione fra causa ed effetto è veramente estrema è nel caso della crisi economica mondiale. L'economia mondiale è un tipico sistema complesso. E' tutto un gioco di fattori che si influenzano l'un l'altro: Tutta la miriade di cose che formano quello che chiamiamo il "sistema economico", dal governo che stabilisce il tasso di sconto agli operai di una fabbrica che decidono di fare sciopera, interagiscono fra loro rinforzandosi o indebolendosi. Questi sono tutti "feedback" (retroazioni in italiano). Un feedback può essere positivo o negativo. Se è positivo, allora parliamo di "effetto grilletto", ovvero una piccola perturbazione può causare effetti molto importanti, come quando si preme il grilletto di una pistola.

Allora, che cosa è successo con la crisi? L'economia reagisce agli aumenti di prezzo del petrolio allocando più risorse per l'estrazione. Questo vuol dire che altri settori dell'economia devono contrarsi: la quantità di risorse disponibili è limitata. Questa riallocazione, però non avviene in modo lineare ma in modo complesso - infatti è un sistema complesso governato da feedback. Così, possiamo dire che l'aumento del prezzo del petrolio ha fatto da "grilletto" causando l'esplosione dell'economia. Questa perturbazione relativamente modesta ha causato una serie di feedback che ha portato al crollo del sistema nel suo punto più debole: il sistema finanziario. Era una cosa che ci aspettavamo da un pezzo in ASPO e che avevamo previsto da lungo tempo. Certo, alle volte la gente ti chiede "che prova hai che è stata colpa del prezzo del petrolio?" Vorrebbero una semplice relazione di causa ed effetto - ma questa non ci può essere nei sistemi complessi.

Ed è curioso che questa stessa gente che è scettica sul ruolo del petrolio nella crisi, poi cade facilmente in spiegazioni complottistiche che coinvolgono i "poteri forti" o "le multinazionali" o cose del genere. La nostra tendenza a cercare sempre spiegazioni semplici per fenomeni complessi ci spinge a questo complottismo diffusissimo ovunque. Dare la colpa a qualcuno è facile e soddisfacente; ti risparmia la fatica mentale di esaminare le cose in dettaglio. Così è per la "demolizione controllata" delle torri gemelle. E' così per il problema climatico dove si accusano gli scienziati di essersi inventati tutta la storia per avere lauti contratti di ricerca. E' così anche per il petrolio, dove si accusano le compagnie petrolifere di aver "chiuso i rubinetti" per aumentare i propri profitti.

Sembra che tutti quanti stiano ragionando come il pistolero di Jacovitti, "che male c'è a sparare a una pistola?"

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