giovedì, febbraio 09, 2012

Indicatori bio-economici: le coltivazioni cerealicole



Di Janet Larsen 

I cereali non riescono a ricaricare i magazzini globali
Bumper 2011



11 Gennaio 2012

I contadini di tutto il mondo nel 2011 hanno raccolto più cereali che mai. Le stime del Dipartimento dell'Agricoltura americano mostrano che il raccolto ha raggiunto le 2.295 tonnellate, 53 tonnellate in più rispetto alla cifra record precedente del 2009. Nello stesso periodo la richiesta di cereali  è cresciuta di 90 milioni di tonnellate, arrivando a 2.280 milioni di tonnellate. Nonostante il consumo di cereali sia calato per 7 dei passati 12 anni, i magazzini di grano rimangono drammaticamente vuoti, lasciando il mondo vulnerabile agli sbalzi del prezzo del pane. 

Circa la metà delle calorie consumate nel mondo viene direttamente dai cereali, compresi i prodotti derivati da animali alimentati a cereali. Tre cereali dominano la coltivazione mondiale: frumento, riso (usualmente consumati direttamente come alimento) e mais (impiegato principalmente come mangime animale). Fino al 1995 il frumento era il cereale più coltivato al mondo. Successivamente  il mais acquistò il primato, a causa della continua crescita della domanda in prodotti di origine animale e, recentemente, per la produzione di etanolo (biofuel). Nonostante la caduta della produzione americana nel 2011, dovuta alle elevate temperature estive, la produzione di mais globale toccò 868 milioni, un record assoluto. Anche i raccolti di frumento (689 milioni di tonnellate) e riso (461 milioni di tonnellate) furono anch'essi da record (vedi i dati).

Le provviste di cereali in disavanzo (la quantità di cereali contenuta globalmente nei silos quando comincia il nuovo raccolto) al momento si attesta intorno ai 469 milioni di tonnellate, sufficienti a coprire un fabbisogno di 75 giorni agli attuali livelli di consumo. Tra il 1984 e il 2001 tali provviste bastavano a coprire il più rassicurante periodo di 100 giorni. Nel 2002, tuttavia, si registrò una caduta della produzione cerealicola, che procurò un deficit di 88 milioni di tonnellate in risposta alla domanda del mercato. Da quel momento, le provviste di disavanzo annuali bastarono a coprire 72 giorni di fabbisogno, una cifra molto vicina al minimo necessario per garantire la sicurezza alimentare di base. Nel 2006 la disponibilità delle provviste diminuì ancora, fino ad arrivare a 62 giorni di fabbisogno garantiti; questa fu una delle cause che portò ai forti sbalzi del prezzo del pane del 2007-08, quando i prezzi dei cereali globalmente duplicarono o triplicarono il loro valore nel giro di breve tempo. Chi ne pagò maggiormente le conseguenze, senza avere di che mangiare e frustrazione, furono le famiglie povere dei paesi in via di sviluppo, per cui i cereali costituiscono la parte fondante della dieta e assorbono più della metà dell'introito familiare. Quando il numero degli affamati nel mondo superò quota 1 miliardo, le proteste scoppiarono in 35 paesi.

Seguirono annate favorevoli, finché nel 2010 le riserve di cereali mondiali furono di nuovo messe in pericolo da siccità, incendi boschivi e ondate di caldo torrido, che decimarono le coltivazioni di frumento in Russia e nei paesi limitrofi. Le esportazioni furono proibite. Il prezzo del pane cominciò nuovamente a salire, lanciando i presupposti di una seconda crisi del prezzo del pane nei successivi tre anni. Il rialzo dei prezzi tra giugno e dicembre 2010 portarono altri 44 milioni di persone in fondo alla scala sociale in condizioni di estrema indigenza, secondo le stime della Banca Mondiale. Le prospettive per i più poveri del mondo sono cupe, dato che anche la produzione record del 2011 non è bastata a ridare solidità alle scorte di cereali. 

La scarsità delle riserve cerealicole e la volatilità dei prezzi di certo non favoriscono la realizzazione di uno scenario in cui l'area coltivabile pro capite e la pressione sulla resa del terreno vengano ridotti. Globalmente, i terreni coltivati a cereali sono 700 milioni di ettari (1,7 miliardi di acri). Il raggiungimento di 7 miliardi di abitanti nel 2011 ha portato a 0,1 ettaro (un quarto di un acro) il terreno coltivato a cereali per persona, che corrisponde a circa la metà di quanto succedeva nei primi anni Sessanta. 

Nonostante l'area dedicata alle colture di cereali sia diminuita rispetto al picco di 732 milioni di ettari registrato nel 1981 (in larga misura dovuto a terreni marginali ed erosi, poco produttivi), la produzione è più alta del 50% grazie al miglioramento della resa. Nel 1950 i contadini potevano contare su un raccolto in media di una tonnellata per ettaro. Oggi le rese sono triplicate. Il problema dal punto di vista della prospettiva alimentare globale è che il cosiddetto “low-hanging fruit” (cioè il frutto facile da cogliere, a portata di mano) è già stato raccolto: la maggior parte dei terreni mondiali (ad eccezione dell'Africa sub-sahariana, da notare), infatti, ha già adottato varietà di sementi dalla resa più alta, oltre a fertilizzanti e pratiche di irrigazione per aumentare la resa del raccolto. Inoltre, in alcuni paesi ci potrebbe essere una riduzione dei terreni in quantità o estensione. Su scala mondiale, il raccolto di cereali è cresciuto ad una media del 2,2% annuo dal 1970 al 1990. Ma tra il 1990 e il 2010 la resa effettiva si è dimezzata in rapporto alla sua estensione. 

Nel 2011 tre paesi hanno coperto circa la metà della produzione mondiale di cereali: la Cina con 456 milioni di tonnellate, gli Stati Uniti con 384 milioni di tonnellate e l'India con 226 milioni di tonnellate. I 27 paesi dell'Unione Europea hanno prodotto insieme 286 milioni di tonnellate di cereali. 

Sempre più paesi sono dipendenti dalle importazioni per soddisfare il fabbisogno alimentare interno; nella bilancia del commercio internazionale, infatti, i cereali coprono il 12% del totale. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior esportatore mondiale: nel 2011 hanno esportato 73 milioni di tonnellate di cereali, che corrisponde a un quarto del totale del commercio di cereali. Il secondo esportatore è l'Argentina con 32 milioni di tonnellate; poi vengono l'Australia e l'Ucraina con 24 milioni di tonnellate e infine la Russia e il Canada, ciascuno esporta cereali per 20 milioni di tonnellate. Nello specifico, gli Stati Uniti occupano il primo posto nel mercato mondiale come esportatore di mais, coprendo circa il 40% del commercio internazionale di questo cereale. Per questa ragione, i paesi che importano dagli Stati Uniti sono preoccupati per la quantità crescente di raccolto trasformata in biocarburante (circa il 40% nel 2011).

Il Giappone è il primo importatore mondiale di cereali. Nel 2011 ne ha acquistati dall'estero circa 25 milioni di tonnellate, la cui gran parte viene utilizzata come mangime. Egitto, Messico, Sud Corea e Arabia Saudita completano la lista dei paesi che importano più di 10 milioni di tonnellate di cereali. La dipendenza dalle importazioni di grano è particolarmente elevata nelle zone a cavallo dell'arido Medio Oriente. Per citare un esempio, il consumo di cereali dell'Arabia Saudita dipende dalle importazioni per il 90%: dato che il paese ha ormai prosciugato le riserve di acqua sotterranee e sta  via via abbandonando le coltivazioni di frumento nel deserto. 

La Cina nel 2011 ha importato 5 milioni di tonnellate di cereali, la quantità ad oggi più significativa da quando il paese ha proclamato la propria politica di autosufficienza alimentare a metà degli anni Novanta. Nonostante il consumo cerealicolo copra ancora una piccola fetta del consumo cinese (451 milioni di tonnellate), l'eventualità che la Cina importi maggiori quantità di cereali desta preoccupazione per i paesi che tengono sott'occhio i mercati e i prezzi del pane.
Le importazioni cinesi di cereali, inoltre, sarebbero molto più significative se il paese non avesse controllato il flusso di un altro fondamentale cereale per la dieta cinese: la soia. Passando da una quantità trascurabile a metà degli anni Novanta a 56 milioni di tonnellate di soia importate nel 2011, la Cina è dipendente dall'estero per l'80% del consumo interno di soia, coprendo una fetta del 60% del commercio mondiale di questo alimento. La maggior parte della soia, che ha un alto contenuto proteico, è impiegata come mangime per l'allevamento di pollame e bestiame in generale. 

Di pari passo con il cambiamento nelle abitudini alimentari dei cinesi, che mangiano sempre più carne, latte e uova, la parte di cereali destinata a mangime animale è cresciuta enormemente, sorpassando quella degli Stati Uniti (dove il loro impiego sta diminuendo) per la prima volta nel 2010. La Cina, con le sue 149 milioni di tonnellate nel 2011, è il primo paese al mondo per quantità di cereali destinati alla filiera animale. Tuttavia, siccome il consumo medio di carne in Cina è pari a meno della metà di quello statunitense, il calcolo dei cereali consumati per persona in questo paese indica ancora una cifra molto minore. 

Considerando che gli appezzamenti di terreno coltivabile non ancora sfruttato sono ben pochi, mentre il numero delle bocche da sfamare continua a salire, i contadini di tutto il mondo hanno una strada in salita da percorrere per cercare di soddisfare i bisogni di tutti. Il consumo di carne e i carburanti di derivazione agricola sono due aree a cui si potrebbe sottrarre il terreno per restituirlo alla coltivazione per l'alimentazione degli uomini, invece che di animali e motori. E ancora, per via della mancanza di acqua e dell'innalzamento della temperatura che porta a sempre più frequenti e imprevedibili fenomeni meteorologici (ondate di caldo, siccità, alluvioni e altri fenomeni che impattano sui campi), è necessario costruire una riserva di cereali che ammortizzi un grosso calo nel raccolto. Altrimenti, prevenire gli shock del prezzo del pane richiederà raccolti eccezionali anno dopo anno, cosa che è alquanto lontana dall'essere garantita. 


Copyright © 2011 Earth Policy Institute

Traduzione di Sara Francesca Lisot. Revisione di Emanuele Mercedi.
Peak & Transition Translators Team

lunedì, febbraio 06, 2012

Informazione, apprendimento, pedagogia delle catastrofi


Di Enrico Euli

CONVEGNO ASPO-ITALIA, FIRENZE, 28.10.2011



1. CASSANDRATE ?

Naturalmente non mancano neppure singoli individui capaci di prevedere il corso degli eventi, di lanciare moniti ed esortazioni. Ma, Dio mio, come si può distinguere in tempo il solito menagramo dal profeta chiaroveggente ? Il mondo è pieno di forze apparentemente assopite: come si fa a sapere in anticipo quale possa essere risvegliata senza pericolo e quale occorra lasciare assolutamente in pace ? Tra l’istante in cui l’allarme suonerebbe prematuro in modo ridicolo e l’attimo in cui ormai è troppo tardi per fare checchessia deve pur esserci il momento giusto, l’unico adatto a evitare la tragedia. Ma in mezzo a un simile frastuono, il più delle volte passa inavvertito. Del resto, qual è il momento giusto ? E come fare a riconoscerlo ? Credo si tratti dell’interrogativo più doloroso che la storia ponga agli uomini. (W.Szymborska)

La scala di Turner-Pidgeon (1) distingue sei stadi percettivi associati allo sviluppo di un disastro:
1. Punto di partenza apparentemente normale (convinzioni culturali condivise sul mondo e i suoi pericoli; norme precauzionali contenute in leggi, codici di comportamento, costumi e consuetudini)
2. Periodo di incubazione (accumularsi inosservato di un insieme di eventi in contrasto con le convinzioni e norme di cui al punto 1)
3. Evento precipitante (focalizza l'attenzione su di sé e trasforma le percezioni generali dello stadio 2)
4. Innesco (l'improvviso collasso delle precauzioni culturali diventa evidente)
5. Operazioni di soccorso e recupero
6. Adeguamento culturale completo.

E gli stessi autori commentano: ' Nel corso del periodo di incubazione, eventi in contrasto con le convinzioni esistenti incominciano ad accumularsi senza produrre commenti od osservazioni di sorta: o perchè non vengono notati o perchè il loro significato viene frainteso...Non vengono avvertiti perchè nessuno se li aspettava o prestava attenzione a quel tipo di fenomeni, oppure perchè se ne dà un'interpretazione tranquillizzante, che ne snatura il senso mentre altri fenomeni 'civetta' monopolizzano l'attenzione. Questi eventi sono, per loro stessa natura, difficilmente osservabili se non con il senno di poi, ma è possibile rintracciarne indizi nel modo in cui vengono trattati coloro che dissentono dalla visione organizzativa dominante. Quando l'ortodossia vigente liquida automaticamente le proteste di estranei come rivendicazioni di maniaci inesperti, viene il sospetto che ci si trovi in presenza di alcune distorsioni e rigidità organizzative.' (2)

La nostra specie è stata definita 'neghentrofaga', famelica mangiatrice di ordine e informazione; essa esprime infatti una netta ed esasperata preferenza per l'ordine, il controllo, la sicurezza; questa tendenza epistemologica profonda è divenuta ancora più forte, direi ossessiva, in una civiltà scientifico-tecnologica come la nostra, caratterizzata da un rischio mitomanico di onnipotenza, in cui l'Uomo si erge a sostituto di Dio.
Non siamo allenati, quindi, a leggere e gestire il disordine, e non ne sosteniamo a lungo neppure la vista. Cerchiamo, più velocemente possibile, di 'riportarlo all'ordine'.
La domanda che ci facciamo, anche rispetto al comportamento dei nostri consimili, non è certo 'come mai si sta così tranquilli ?', ma quasi sempre 'come mai ci si agita tanto ?'. La passività ci preoccupa meno dell'azione, la stabilità meno del cambiamento, la quiete molto meno del conflitto.

In una visione complessa, invece, ordine e disordine si equivalgono e non può sussistere preferenza escludente e dualistica, in quanto entrambi appaiono costitutivi della vita e dei suoi processi: peraltro gli stati che chiamiamo 'disordinati' saranno sempre più frequenti e probabili di quelli che chiamiamo 'ordinati' (infatti abbiamo bisogno di una colf per togliere la polvere e non dobbiamo invece assumere nessuno per metterla) e sorgeranno continuamente conflitti, spesso non mediabili,' proprio tra le diverse visioni su 'ciò che riteniamo ordinato' (infatti, quando la colf mette in ordine la nostra stanza spesso non troviamo più nulla e ci lamentiamo...). Gran parte dei problemi umani, infine, non nasce da un eccesso di disordine, ma proprio dai tentativi di imporre il nostro ordine (di specie, di gruppo, individuale) a sistemi che, se fossero lasciati liberi, ne sceglierebbero altri. Quel che si genera così è un disordine di secondo livello, generato proprio dai conflitti tra diversi e presunti 'ordini'. (3)
'Due pericoli minacciano il mondo, l'ordine e il disordine', amava dire Paul Valery..


2. ORLO ?

Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in un incubo. Conosciamo tutti la scena dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell'abisso. (S.Zizek)

'Mannheim sottolinea la differenza tra razionalità funzionale e sostanziale. La prima è vista come 'una serie di azioni organizzate in modo tale da condurre a una meta predeterminata, e ogni elemento di questa serie di azioni riceve una posizione e un ruolo funzionali'...La seconda è invece caratterizzata da 'un'intelligente comprensione delle interrrelazioni tra gli eventi in una data situazione'. Egli afferma che la nostra società industriale, per il solo fatto di presentare una grande quantità di razionalità funzionale, non per questo è caratterizzata da una grande quantità di razionalità sostanziale...Anzi, è chiaro che il comportamento razionale ha dei limiti, specialmente se si è portati ad accettare la razionalità funzionale come sostitutiva della razionalità sostanziale: l'esistenza di una grande organizzazione, con un'imponente struttura organizzativa, una pianificazione aziendale elaborata, compiti complessi e un ampio staff di specialisti non garantisce affatto una razionalità sostanziale.' (4)

Da un punto di vista psichico, la paura e l'incessante rimozione del 'disordine' agiscono quali strategie di autoconservazione-autorassicurazione a breve termine; l'anestetizzazione e l'immunizazione preventiva procedono ad ampie falcate al fine (dicono) di 'proteggere la (nostra) vita'. (5)
Notate come, anche nel linguaggio attuale preferiamo 'default' a 'fallimento', 'crisi' a 'catastrofe': un imbarazzante modo di dire dei miei colleghi, davanti al tracollo dell'Università, è : 'emergono delle criticità' !
Ma, a lungo termine, proprio questi automatismi reattivi favoriscono, anziché la nostra sopravvivenza, proprio la nostra estinzione: 'fare lo struzzo' non ci salva più sull'orlo dell'abisso (a proposito di rimozione/negazione: quanto è grande questo orlo, quando sarà consumato nel linguaggio e ammetteremo di essere 'andati oltre' ? (6)
Il riccio continua a chiudersi tra i suoi aculei, come ha fatto da sempre. Ma non riesce a modificare il suo automatismo ora che esistono le automobili e viene schiacciato, ben chiuso, al loro passaggio.

3. IGNORANZA ?

Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell'autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale (A.Zanzotto)


Le persone comuni percepiscono e pensano secondo modalità non popperiane: in genere, se un a nuova esperienza falsifica una nostra premessa preferiamo falsificare (manipolare, mistificare, negare) l'esperienza percettiva piuttosto che cambiare idea.
Inoltre, Simon ha mostrato come 'la capacità della mente umana di formulare e risolvere problemi complessi è molto ridotta rispetto alle dimensioni dei problemi che è necessario risolvere per ottenere un comportamento oggettivamente razionale nel mondo reale o anche solo un'approssimazione ragionevole a questa razionalità'. E commentano Turner e Pidgeon: ' Quindi, anche se le persone riescono ad evitare una pura razionalità funzionale e cercano di perseguire obiettivi ragionevoli ed appropriati...non possono sfuggire ai vincoli della razionalità limitata'. (7)
E ancora:
'Che cosa impedisce alle persone di acquisire ed utilizzare segnali di allarme e anticipazioni che permetterebbero di evitare disastri ? In termini generali, la risposta è che le informazioni non sono a disposizione delle persone giuste, al momento giusto, e in una forma tale che le renda utilizzabili...(Più in specifico) possiamo suddividere le informazioni necessarie per prevenire un disastro nelle seguenti categorie:
1. informazioni completamente sconosciute
2. informazioni note ma non completamente recepite
3. informazioni note a qualcuno, ma che non vengono combinate con altre informazioni al momento giusto, quando la loro importanza diventa palese e vi sarebbe la possibilità di agire in base al loro contenuto
4. informazioni disponibili, ma non comprese in quanto non è possibile collocarle nei quadri interpretativi esistenti.' (8)

Possiamo chiudere citando anche le 4 cause di fallimento che conducono al collasso di un sistema, secondo Diamond (9):
non essere capaci di vedere,
essere capaci di vedere ma rimuovere/negare
essere capaci di vedere, di non rimuovere ma non di agire
essere capaci anche di agire, ma in modo sbagliato e non efficace

Ci troviamo a descrivere qui quella che amo chiamare ignoranza 2: anche le persone colte, informate si sono trasformate in una nuova specie, quella dell''homo sapiens insapiens', l'uomo che non sa di sapere, in una sorta di maieutica rovesciata, in cui si finge di non sapere quel che si sa.
L'ignoranza 2 rappresenta la strategia di sopravvivenza primaria per adattarsi all'apocatastasi, termine che la Scolastica utilizzava per definire la fine penultima, la fine che non finisce di finire (che pare essere, per ora, la forma assunta dalla catastrofe in corso).
Per la maggioranza degli esseri umani che la attuano (intellettuali e scienziati compresi) non indica quindi il problema, ma la soluzione. E, in quanto tale, andrebbe affrontata. Ben sapendo che correggere quella che si crede una soluzione è molto più complicato ed improbabile che correggere quel che si crede un errore.
Stiamo cercando di verificare se è ancora troppo presto per avere la certezza che abbiamo già fatto troppo tardi”. Insomma, il rischio sempre più probabile è che, a differenza dei dinosauri, ci estingueremo perfettamente informati e consapevoli, magari mentre ancora ne discutiamo!

4. TOSSICODIPENDENDO

Parliamo della politica della depressione. La depressione come atto politico. Lei ed io subiamo quotidianamente la pulsione irrefrenabile a comprare e spendere e vivere in fretta…La depressione è l’unico modo per mettere un freno a tutto questo. La depressione economica così come quella psicologica. Per cui, provi a supporre che la sua depressione e la mia siano atti politici di ribellione. Provi a supporre che la psiche stia dicendo NO. Non voglio questa accelerazione. Non voglio comprare niente. Le mie gambe non si vogliono muovere. Non mi interessa. Ora me ne sto qui nel letto e penso al passato…’ (J.Hillman)

Da vari esperimenti di laboratorio, concentrato premonitore di violenza verso esseri viventi inermi, sappiamo che se noi mettiamo dei topolini in gabbia e li lasciamo lì, a subire scariche elettriche senza possibilità di fuga, essi iniziano presto a deprimersi e, in un certo tempo, ad ammalarsi, sino a morire.
Come è possibile che il topo non si deprima e non si ammali, restando in una gabbia senza uscita ?
1. le punizioni possono essere alternate a premi, se il topo apprende a fare qualcosa che possa essere premiato o apprende che anche le punizioni possano avere un significato ed un’utilità (vedi alla voce: istruzione);
2. il topo può essere tenuto continuamente in attività, attraverso esercizi, occupazioni, compiti produttivi (vedi alla voce: lavoro);
3. il topo può essere anche curato, assistito, protetto e creare così legami di dipendenza strumentale ed ‘affettiva’ con i suoi 'difensori' (vedi alla voce: sicurezza);
4. può essere continuamente distratto e occupato attraverso divertimenti, svaghi, offerte di consumo e di servizi (vedi alla voce: spettacolo);
5. può essere messo a convivere con un suo simile: i due possono così competere-aggredirsi (e si possono far del male, anche uccidersi, ma non si deprimono e non si ammalano più…anzi, si sentono più vivi !..se restano vivi…) (vedi alla voce: guerra).
Lo so che non siamo (uguali a) topi, lo so che (forse) non ci sono sperimentatori malvagi sopra di noi, lo so che la storia umana non è solo questo ed è stata anche (quanto ?) capace di altro, lo so che i nostri spazi di libertà, di cambiamento e di gioco sono (potrebbero essere) più ampi…
Non sono un sostenitore della sociobiologia, né del determinismo genetico, culturale e ambientale…
Ma la catastrofe pare proprio avvicinarsi quando, per vari motivi, si riducono le possibilità di compensare e ricompensare:quando un sistema inizia a non poter più ridistribuire premi ( o questi perdono valore d’uso e di scambio), a non poter più garantire lavoro e occupazione, assistenza e protezione, restano solo spettacolo e guerra: essi sussumono, sostituendosi alle istituzioni sino a quel punto abilitate, le matrici stesse dell’istruzione, del lavoro e della sicurezza. Divengono le fonti primarie e pervasive di in-formazione, produzione, protezione.
Ed ora che anche lo spettacolo sta per finire, rischiamo di trovarci soltanto dentro la guerra, o forse la guerra come unico spettacolo...


E' sempre un'impresa disperata tentare di uscire da una mitologia, da un'ideologia anti-ideologica, da una neo-religione che recita i suoi mantra, sempre attraenti seppure ossidati: + denaro, +crescita, + lavoro, +consumi, + energia...
E sappiamo bene che il dio petrolio è un problema anche quando c'è, non solo quando sparirà.
Ci troviamo dentro una sindrome di tossicodipendenza allucinatoria, grave e profonda, la cui prognosi è riservata.
Le persone che partecipavano ai recenti riots a Londra (e che svaligiavano i negozi di alta tecnologia) condividono gli stessi immaginari di quelle che abbiamo visto fare file oceaniche, rinunciando al sonno, per comprare da Trony a Roma e che hanno trasformato la morte di Saint Steve Jobs in una iper-reale cerimonia religiosa su scala globale: l'acquisizione di un Ipad si trasforma in una nuova cerimonia eucaristica, in un rito tra 'civiltà' ed 'invasioni barbariche', tra la cortesia ipocrita di chi ha e può ancora comprare e la violenza distruttiva di chi non ha e ruba. (10)
Come quella rana, descritta da Bateson, che continua a saltellare allegramente nell'acqua sempre più bollente, adattandosi sempre alle nuove condizioni di calore, ma -in un attimo- schiatta, senza riuscire più a saltar fuori dalla pentola.

Se questo non bastasse, siamo costretti ad aggiungere che affrontiamo l'attuale situazione tossico-dipendendo, concettualmente ed operativamente, da modelli di organizzazione dei processi di decisione e di gestione dei conflitti mutuati da logiche militari e statuali, basate quindi su accentramento, delega, obbedienza, repressione delle divergenze, procedure burocratiche...), con i disastri conseguenti, derivanti anche dalle sedicenti soluzioni proposte da sedicenti esperti e nostri volenterosi rappresentanti (vedi i recenti casi del Golfo del Messico e di Fukushima) . (11)
Ma chi ha oggi la capacità e il coraggio di dire che siamo in una fase inedita, che nessuno sa cosa fare, che dobbiamo rivedere i nostri presupposti per provare ad uscirne vivi ?
E ammettendo che siamo non dentro semplici problemi da risolvere tecnicamente, ma dentro dilemmi: la distruzione del Pianeta è necessaria per la sopravvivenza del sistema, e la distruzione del sistema è necessaria per la sopravvivenza del Pianeta: cosa facciamo?
'Nel mondo contemporaneo ci sono problemi senza soluzione che caratterizzano la complessità. Sono polarità tra le quali è impossibile scegliere, perché solo tenendole insieme si può garantire l’equilibrio di un sistema molto differenziato. Sono problemi che è impossibile non tentare di risolvere, ma la cui soluzione sposta solo temporaneamente l’incertezza…Le decisioni politiche tendono spesso a nascondere dietro tecniche e procedure il fatto che i grandi dilemmi della società contemporanea (ad es. il conflitto tra autonomia e controllo) non hanno soluzione. Essi possono solo trovare aggiustamenti temporanei, che saranno tanto più democratici quanto più saranno equi e aperti alla possibilità di cambiare…' (12)
Ma chi, oggi, prenderebbe voti dicendo questo?

5. NO FUTURE ?

-Vede, sta entrando in quel turbine che io chiamo 'tutto in vacca, fuori dallo stallo'.
-Ma poi devo comunque tornare alla realtà .
-Non si ponga il problema ora; spazi, diventi lei l'orizzonte.
-E' vero. Cosa mi aspetta, ora, mi fa meno paura. (A.Bergonzoni)


'Gephart sostiene che 'i problemi di comunicazione e di non ascolto degli avvertimenti...sono visti sempre solo in modo retrospettivo...Un rumore considerevole si mischia con i potenziali segnali di pericolo per mascherarli, ed essi sono distinguibili da segnali 'normali' e falsi allarmi solo dopo l'evento. Inoltre i sistemi complessi non sono reattivi rispetto ai segnali inusuali. I disastri normali sono pertanto inevitabili.' . (13)

E la conclusione radicale a cui arriva Perrow è che ' il solo modo per evitare  incidenti gravi [...], in sistemi complessi e strettamente connessi, è di impedire che tali sistemi vengano costruiti'. (14)


Sembra proprio che non potremo quindi evitare l'effetto-sorpresa della catastrofe.
L'inutilità delle informazioni di primo livello, infatti, appare evidente. La catastrofe non è evitabile, anche perchè non è qualcosa che deve ancora avvenire, ma è già in corso. possiamo solo iniziare a percepirla e prepararci ad essa, provare a conviverci e a ridurne i danni. (15)
E a viverla come opportunità di cambiamenti ed evoluzioni, verso nuovi apprendimenti e nuove premesse e modelli. (16)

La pedagogia delle catastrofi nasce proprio da questo assunto: un forte shock ed un alto livello di instabilità cognitiva appaiono quali passaggi obbligati per un salto gestaltico: quel che Bion chiama 'cambiamento catastrofico' (analogo al 'paradigm breakdown' in Kuhn o all''apprendimento 2' in Bateson). (17)
Forse così potrebbe avvenire quel che possiamo chiamare, in generale, una potente e ristrutturazione cognitiva:
'Secondo Platt questi salti hanno quattro caratteristiche:
I salti sono preceduti o accompagnati da una 'dissonanza cognitiva', o da quel che potremmo forse chiamare un aumento dello stato di incertezza, provocato dalla consapevolezza dell'esistenza di anomalie
Sia la dissonanza che i salti hanno un carattere globale
La ristrutturazione, quando avviene, è improvvisa
La nuova struttura garantisce un'organizzazione delle informazioni disponibili più generale e concettualmente più semplice delle precedenti.' (18)

Quindi, la pedagogia delle catastrofi mi appare oggi quale unica chance: un 'equivalente morale' della shock economy (termine coniato da Naomi Klein (19)), forma che il tardocapitalismo assume oggi, prendendo atto (lui sì!) della catastrofe in corso, neutralizzando il negativo, rivalutandolo in termini economici (profitti da disinquinamento, trasporti più agevoli e diretti attraverso uno Stretto di Bering senza ghiacci, etc...) e preparandosi alla (illusoria?) gestione militare delle rivolte e delle guerre civili interne: la catastrofe si traduce in 'questione di ordine pubblico' , 'emergenza da protezione civile' o 'problema di interesse strategico nazionale', come sta già accadendo di fatto anche nel nostro paese da almeno dieci anni (vedi: G8 a Genova, terremoto in Abruzzo, CPT a Lampedusa, rifiuti a Napoli, Tav in Val di Susa).

Ma se non abbiamo alternative rispetto all'assunzione di una posizione depressiva, e visto che la catastrofe sta avvenendo e non possiamo più evitarla, che fare?
Possiamo abbatterci del tutto e restare catatonici, paralizzarci.
Possiamo agitarci, urlare, aggredire, distruggere.
Ma possiamo anche attraversarla creativamente e provare a farci nuove domande, vivendo la catastrofe come opportunità.
Potremmo seguire la logica scientifica della controdeduzione fattuale (del tipo: e se l'acqua bollisse a 80 gradi ?) e tentare di immaginarci 'altri mondi possibili'.
Alcune domande che dovremmo permetterci di farci finalmente, approfittando della catastrofe?
Ci provo:
E se il reddito fosse svincolato dal lavoro?
E se i beni non fossero solo e sempre merci?
E se il lavoro non fosse più un valore ma un'attività come altre?
E se la disoccupazione crescente si rivelasse anche come un successo?
E se andassimo verso un'economia stazionaria, senza crescita, o decrescente?
E se la formazione fosse più sganciata da produzione e occupazione?
E se la democrazia rappresentativa e statuale non fosse l'unico regime politico possibile?
E se 'pubblico' non fosse più sinonimo di 'statale'?
E se la protesta pacifica non fosse più un metodo efficace per prendere potere?
E se la guerra non fosse più una soluzione ai conflitti?

Per poterci anche solo permettere domande come queste, credo sia suggestiva, infine, l'ipotesi di vivere come se la catastrofe fosse avvenuta e come se vivessimo già in un futuro anteriore (20).
' Siamo sopraffatti da ciò che i francesi chiamano l'esprit d'escalier: lo stato d'animo retrospettivo sperimentato a serata finita, per le scale appunto, quando ormai è troppo tardi. Ebbene, il futuro anteriore è lo strumento grammaticale per esprimere fin da subito, prima ancora che la serata abbia inizio, l'esprit d'escalier di cui saremo preda dopo, a cose fatte: 'sarò stato inadeguato' o 'avrò colto l'occasione di una vita'. Poiché si addossa per un istante il rammarico o il compiacimento che forse proveremo molto più tardi, il futuro anteriore consente di discernere in anticipi quante possibilità alternative coesistano, ancora impregiudicate, mentre ci si reca a casa degli amici. Collocandosi nell'attimo in cui dilagherà l'esprit d'escalier, il 'sarò stato' censisce i decorsi divergenti che ora ci stanno dinanzi, traduce l'acidulo 'si sarebbe potuto' in un più decente 'si potrebbe', riabilita per tempo quelli che, in seguito, rischiano di figurare come 'futuri perduti'. Ciò che vale per la festa conviviale, vale a maggior ragione per ogni gesto politico radicale, per ogni condotta pubblica che strida con l'ordinamento statale. L'esprit d'escalier, e il futuro anteriore che se ne fa carico preventivamente, impediscono la compilazione di una storia in cui ogni tappa successiva sia spacciata per necessaria e inquestionabile.' (21)

NOTE

  1. B. A. Turner – N. F. Pidgeon, Disastri. Dinamiche organizzative e responsabilità umane, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p.108
  2. idem, pp.126-7
  3. G. Bateson, Perchè le cose finiscono sempre in disordine?, in Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, pp.33-38
  4. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, op.cit., pp.158-9; vedi anche G.Bateson, Finalità cosciente e natura, in op.cit., pp.465-479
  5. cfr. R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002; S. Cohen, Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea, Carocci, Roma, 2002; La Sicurezza che ci Terrorizza, in E.Euli, Casca il mondo! Giocare con la catastrofe, la meridiana, Molfetta, 2007, pp. 258-275
  6. cfr. H. Jonas, Sull'orlo dell'abisso, Einaudi, Torino, 2000
  7. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, p.163
  8. idem, p.233
  9. J. Diamond, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, Torino,2005
  10. G. Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo, Il Mulino, Bologna, 2005; V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2007; J. G. Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, Milano, 2009
  11. 'Toft propone la distinzione tra apprendimento passivo e attivo: il primo è caratterizzato dalla mera presa di coscienza dei risultati o delle raccomandazioni prodotte dalle inchieste; il secondo da una consapevolezza più ampia e dal tentativo di generare attivamente una migliore capacità di previsione...' , in Turner-Pidgeon, p.249
  12. A.Melucci, Passaggio d'epoca. Il futuro è adesso, Feltrinelli, Milano, 1994, p.68,; e cfr. E.Euli, I dilemmi (diletti) del gioco, la meridiana, Molfetta, 2004
  13. R. P. Gephart, in Turner-Pidgeon, p.252
  14. C. Perrow, in Turner-Pidgeon, p.260
  15. L. Mercalli, Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia,meno abbondanza, e forse più felicità, Chiarelettere, Milano, 2011
  16. 'Per usare un'espressione di Argyris e Schön, dobbiamo andare oltre un semplice modello cibernetico, a un solo anello, di cambiamento retroattivo del comportamento, per arrivare allo stadio del cosiddetto apprendimento a doppio anello, nel quale le procedure per cogliere e valutare i segnali d'allarme di possibili pericoli, insieme alle nostre teorie su come interpretare il mondo, sono messe direttamente e continuamente in discussione. Anche Levitt e March si sono allontanati dalla tradizionale visione cognitiva dell'apprendimento organizzativo per rivolgersi a quella che hanno definito ecologia dell'apprendimento...Hedberg ha inoltre attirato l'attenzione sull'importante processo del disapprendimento: un disapprendimento lento, infatti, sarebbe secondo lui un fattore di debolezza cruciale per molte organizzazioni. In ambienti stabili l'apprendimento può essere cumulativo, ma in ambienti che cambiano chi apprende deve lavorare attivamente per preservare tanto il proprio apprendimento quanto il proprio disapprendimento. (cfr. su questo tema anche Z. Bauman La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Il Mulino, Bologna, 2010) D'altro canto, Hedberg sottolinea anche che un'eccessiva stabilità ambientale inibisce la motivazione al disapprendimento'. (in Turner-Pidgeon, pp.282-283)
  17. cfr. W. R. Bion, Analisi degli schizofrenici e metodo psicanalitico, Armando, Roma, 1970; T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 2009,; G. Bateson, Le categorie logiche dell'apprendimento e della comunicazione, in op.cit, pp.324-356; M.R. Mancaniello, L'adolescenza come catastrofe. Modelli di interpretazione psicopedagogica, ETS, Firenze, 2002
  18. J. Platt, in Turner-Pidgeon, pp.189-190; e cfr. R.Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi, Torino, 1980; A. Koyrè, Dal mondo chiuso all'universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970
  19. N. Klein, Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, BUR, Milano, 2008
  20. J.Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo, Donzelli, Napoli, 2006; J.Attali, Breve storia del futuro, Fazi, Roma, 2009;
P. Virilio, L'università del disastro, R.Cortina, Milano, 2008; A.Bosi-M.Deriu-V.Pellegrino (a cura di), Il dolce avvenire. Esercizi di immaginazione radicale del presente, Diabasis, Reggio Emilia, 2009
  1. P. Virno, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica, Ombre corte, Verona, 2002, pp.141-2

venerdì, febbraio 03, 2012

Un caso di overfishing passato alla storia: i merluzzi di Newfoundland

Di Marco Affronte



Overfishing (eccesso di pesca), sfruttamento sostenibile delle risorse marine, son termini oggi molto diffusi dal momento che il mare, e in verità il pianeta in generale, sono continuamente saccheggiati e impoveriti di risorse che vengono concepite come infinite, ma che sono invece, ovviamente limitate. Più che tante spiegazioni, possono fare gli esempi di quanto si va dicendo. E una delle storie più emblematiche resta, e forse resterà sempre, quella dei merluzzi di Newfoundland.

Cinque anni dopo la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo, dunque nel 1497, un altro italiano, Giovanni Caboto, navigatore al soldo degli inglesi, raggiunse le coste americane. Sbarcò molto più a nord, probabilmente nell'attuale Newfoundland (Terranova), in territorio canadese. Al suo ritorno in Gran Bretagna raccontò, fra le altre cose, che "lassù il mare è coperto di pesci".
Qualche decina di anni dopo, chi sfruttò al meglio quello che Caboto aveva scoperto riguardo alla pescosità dell'Atlantico nord occidentale furono però i francesi. A metà del sedicesimo secolo, 150 imbarcazioni francesi attraversavano ogni anno l'Atlantico per raggiungere quel paradiso della pesca. Gli inglesi seguirono a ruota, espandendo quei territori di pesca più a sud, al largo di quelle che oggi sono le coste del Massachusetts. Pescavano moltissimo, e soprattutto merluzzi. Al punto che chiamarono una di quelle località, un promontorio, Cape Cod: cod è il nome inglese del merluzzo, appunto.

Il merluzzo è, secondo qualcuno, la quintessenza del pesce. Corpo grigio-argento senza colori appariscenti, carni bianche e praticamente senza spine. E lassù, di merluzzi, ce ne erano proprio tanti.
Nei successivi 3-400 anni la pesca continuava a prosperare, sebbene le tecniche di pesca, in qualche modo ancora artigianali, restassero più o meno immutate. Pescavano praticamente con la lenza; molte lenze per ogni barca, ma pur sempre lenza, cioè filo da pesca con in fondo un amo e un'esca. I pesci pescati venivano puliti e messi sotto sale. 
Nel diciannovesimo secolo si erano ormai uniti al banchetto anche americani e portoghesi, e fu in questo periodo che le semplici lenze lasciarono il passo alle longline (in italiano sono i palamiti). Lenze lunghe anche chilometri, ognuna delle quali attrezzata con migliaia di ami. Una tecnica molto efficace che permette bottini spaventosi. Nel solo New England, nel 1895 furono pescate 60.000 tonnellate di merluzzi. Che sembravano non finire mai. Addirittura un grande biologo e ricercatore come Huxley affermava: credo che la pesca dei merluzzi, così come le altre risorse del grande mare, siano inesauribili...

Nel 1905, una nave da pesca, guardata con sospetto, se non peggio, dagli altri pescatori, salpò dal porto di Boston. Era la prima nave americana equipaggiata con uno strumento che già si usava in Inghilterra, e che per la prima volta arrivava in quelle acque: una rete a strascico. I merluzzi sono pesci che amano mangiare sul fondale, e dunque la rete a strascico, che sul fondale corre e raccoglie tutto quello che trova, serviva benissimo a pescare merluzzi. Talmente bene che nel 1914 la Commissione della Pesca degli Stati Uniti formò un comitato per indagare quali danni potesse fare agli stock ittici. La risposta fu che, almeno nel Mare del Nord, le nuove tecnologie stavano già causando un declino del pescato, anche se ancora non dei prolifici merluzzi. Non furono prese contromisure.

In quegli anni, il principale obiettivo divenne un altro pesce, l'eglefino, parente stretto del merluzzo e dal sapore simile. Negli anni '20 poi furono introdotti sul mercato i filetti surgelati (come li mangiamo ancora oggi). Era un bel salto dal classico merluzzo sotto sale, e soprattutto i pescatori del New England corsero a riempire la nuova nicchia di mercato: nel 1929 si pescarono 120.000 tonnellate di eglefino, in quella zona. Cinque anni dopo le catture saranno già crollate a 28.000 tonnellate.
I merluzzi intanto continuavano a essere regolarmente pescati, a cifre attorno alle 8.000 tonnellate all'anno. Questo fino al 1954, l'anno in cui tutto accelerò verso il baratro. Fu quando arrivò in quelle acque la Fairtry. Era una nave enorme fatta costruire da un'industria baleniera scozzese, la quale vedendo diminuire sempre più le catture dei grandi cetacei, decise di buttarsi in altri mercati. La Fairtry era una nave industria che permetteva di pulire e congelare i merluzzi già a bordo, stoccandone in grandi quantità. E le sue reti erano enormi. Talmente ampie che, in un mare ancora così pescoso, a volte si rompevano sotto al peso delle tonnellate di pesce pescato. Quella nave, e quelle che seguirono poi, poteva pescare in un'ora quanto una tipica imbarcazione del sedicesimo secolo faceva in una stagione. La Fairtry venne presto raggiunta da altre navi industria, provenienti dalla Germania, dall'Unione Sovietica e da altri paesi stranieri. Nel 1968 i merluzzi pescati raggiunsero la cifra impressionante di 810.000 tonnellate! La fine era scritta, bastava sapere leggere i segnali.

A metà degli anni '70 gli eglefini erano ormai scomparsi, e la "produzione" di merluzzi era scesa a meno di 250.000 tonnellate. I pescatori locali, impotenti e in ginocchio, implorarono l'aiuto dei loro governi, canadese e statunitense. Questi risposero estendendo il limite delle acque territoriali a 200 miglia. In pratica, il dominio delle navi straniere sui grandi banchi dell'Atlantico nord-occidentale era finito. Adesso USA e Canada avevano l'occasione per salvaguardare le loro risorse ittiche, instaurando finalmente una pesca sostenibile. Ma non lo fecero.

L'euforia dell'allontanamento degli stranieri colpì soprattutto la gente del Newfoundland, che viveva solo e soltanto di pesca. Il futuro ora sembrava roseo e il DFO (Department of Fisheries and Oceans), cioè il Dipartimento della Pesca e degli Oceani canadese, in qualche modo cavalcò l'onda e sbagliò le previsioni, calcolando che le catture di merluzzi, scese a 139.000 tonnellate nel 1978, sarebbe risalite a 350.000 nel 1985. Ma adesso, a posteriori, sappiamo che nel 1977 il numero di merluzzi in fase riproduttiva, al largo di Newfoundland, era diminuito del 94% rispetto ai valori del 1962. La catastrofe era ormai pronta.

I pescatori canadesi, nei primi anni ottanta non riuscirono mai a raggiungere la quota di pescato permessa dal governo, ma stavano comunque pescando molto più di quanto la popolazione residua di merluzzi potesse sostenere. Con la cacciata degli stranieri, la pesca aveva ripreso vigore e gli strumenti migliorarono ancora, con l'introduzione dei sonar che permettono di localizzare i grossi banchi di pesce. A metà anni '80 la DFO continuò a sostenere che gli stock sarebbero cresciuti, e il 1986 fu un anno eccezionalmente produttivo, e quindi alimentò le certezze di alcuni e le speranze di altri. Che vennero però duramente colpite dalle previsioni per gli anni successivi: i ricercatori erano certi, ci sarebbe stato un crollo. Nel 1989 biologi e studiosi cercano di convincere la DFO a dimezzare la quota di merluzzi, abbattendola a 125.000 tonnellate. Ma l'industria delle pesca era all'apice dell'espansione e il Dipartimento canadese non se la sentì di infierire il colpo. La quota venne ridotta solo di un decimo.

Ma di merluzzi ne erano rimasti pochi, e per mantenere i loro guadagni i pescatori li cercavano molto più duramente, avventurandosi sempre più al largo e anche in condizioni di mare spaventose. Nel 1991 vennero pescati 180.000 tonnellate di merluzzi: erano, oggi lo sappiamo, più della metà di tutti quelli rimasti là fuori.
Il DFO stabilì questa quota anche per il 1992. Ma ogni quota era ormai inutile, la festa era finita. Non c'era più niente da pescare, e a luglio del 1992 il ministro fu costretto a chiudere completamente la pesca al merluzzo.
Dall'oggi al domani 30.000 persone persero il lavoro. Il disastro si era compiuto.
A tutt'oggi la pesca al merluzzo a Newfoundland non si è più ripresa, oggi l'economia di quel paese è basata sulla pesca alle aragoste e soprattutto sullo sfruttamento delle risorse boschive e minerarie. I merluzzi non sono più tornati. Pesci come i capelin, un tempo prede dei merluzzi, oggi sono divenuti molto comuni, e mangiano i merluzzi appena nati. Quell'ecosistema oggi è dominato da granchi e gamberi.

mercoledì, febbraio 01, 2012

Catastrofi palesi e catastrofi nascoste

L'Isola del Giglio vista da Punta Telegrafo sul Monte Argentario. Sullo sfondo l'Isola di Montecristo.
 
Tutti l'hanno vista, e non si poteva far finta di niente. Una nave lunga trecento metri
appoggiata agli scogli appena fuori del porto di una delle tante mete turistiche toscane
non poteva essere nascosta.
Poi c'erano i morti umani, fra cui molti stranieri, e soprattutto la morbosità dei soliti necrofili che alimenta la necrofilia della stampa ed è a sua volta da essa alimentata
(un caso di scuola di ciclo di retroazione positivo nel quale si manifesta l'incapacità degli
spiriti vivi del mercato nell' interrompere un circolo vizioso).

C'era da indagare sulla biondina moldava del capitan Schettino, c'era da fare le magliette con su scritto “vada a bordo cazzo!”, c'era tutto il marketing della catastrofe e allora (con debito ritardo e inopinata lentezza per un governo tecnico) si è mandata tutta la schiera che vediamo quotidianamente in TV per i briefing che parlano delle azioni di recupero e delle analisi che con estrema acribia (e va bene!) riportano le variazioni dei parametri chimico- fisici e microbiologici fra poppavia e dritta, in confronto al bianco preso a un miglio al largo.
(Sia chiaro che ho il massimo rispetto, la massima stima e una vera ammirazione per gli uomini che lavorano in queste settimane intorno e dentro al relitto della Costa Concordia).

Inevitabile. In attesa che la SMIT e Neri si porti via l'IFO380 dai serbatoi della Costa- Concordia, abbiamo tutti imparato a parlare di biscaggine, bettoline, bunkeraggio ecc.

Il problema è che, morti umani a parte, l'incidente della Costa- Concordia è la proverbiale punta dell'Iceberg della catastrofe ambientale determinata dal traffico nei nostri mari. Traffico che coinvolge anche materiali tossici da smaltire, spazzatura e altro. Incluso ovviamente anche il diporto estivo che, ad esempio, fa apparire i bracci di mare davanti alle nostre coste altrettante autostrade e parcheggi, con le solite manifestazioni di inciviltà che pensiamo siano proprie degli automobilisti, ma che sono invece un modo di essere dell'italiano: navigazione a ridosso della costa, svuotamento di cessi chimici, abbandono di rifiuti ecc.

Due anni fa le spiagge dell'Argentario furono invase da un maceriume di spazzatura che, si disse, era spazzatura di Napoli scaricata dolosamente in mare da una chiatta. Non ho idea di come sia finita l'ichiesta.

Il 17 dicembre scorso la motonave Venezia della compagnia Grimaldi ha perso in mare due semirimorchi carichi di fusti (e sacchi) di un catalizzatore esaurito, a base di silicati di Molibdeno e Nickel, che serve per la desolfurizzazione del petrolio (altri danni collaterali della tossicodipendenza dalle fonti fossili).

Leggo da questa intervista in rete, che fa seguito ad un'intervista pubblicata sul settimanale Panorama, che il mare Tirreno è una discarica. I pescatori tacciono perché temono di vedersi bloccati i pescherecci dagli inquirenti, le capitanerie e altre autorità di sorveglianza tacciono per motivi loro (ci saranno bustarelle in gioco?), i mezzi di comunicazione perennemente alla ricerca del fatto eclatante nel migliore dei casi fanno un po' di rumore quando qualcosa trapela poi dimenticano rapidamente alla ricerca di nuove più eccitanti, nel peggiore dei casi tacciono anche loro.

E' significativo che nell'intervista il pescatore dica anche che tacere è necessario perché già si fa fatica a portare a casa  qualcosa. E forse si può immaginare perché: le zone di pesca si stanno esaurendo ovunque. Altrettanto significativo che lo stesso pescatore dichiari che a suo figlio preferisce dare il nasello surgelato pescato in Norvegia.

Ancora una volta possiamo tranquillamente dire con Enrico Euli che viviamo già interamente nella catastrofe, non c'è più nulla da annunciare, ma c'è ancora tutto da fare.

lunedì, gennaio 30, 2012

La produzione di tempo

Di Armando Boccone



Da molti studiosi il futuro è descritto a tinte molto fosche.
Si avvicina il  momento in cui l’offerta di combustibili fossili non reggerà più la domanda. Forse ciò sta già avvenendo visto le tensioni e le guerre da alcuni decenni a questa parte nelle aree produttrici di risorse energetiche, visto la crisi finanziario-economica scatenata, dicono alcuni studiosi, anche dall’aumento del prezzo del petrolio, e che interessa il mondo intero ormai dal 2008 e, infine, visti gli sconvolgimenti politici che, a partire dagli inizi del  2011, interessano il Maghreb e il Medio Oriente.
Inoltre molti equilibri ecologici rischiano di saltare. Si prevedono effetti sconvolgenti a livello mondiale se le cose continueranno allo stesso modo in cui si sono sviluppate finora (alcuni studiosi dicono che le cose sono compromesse in ogni caso, anche se le cose cambiassero da subito).

Molti studiosi continuano dicendo che non può esserci sviluppo infinito in un mondo che è finito. Il pianeta Terra infatti ha dei limiti fisici che non possono essere superati e, anzi, sembra che l’umanità sia in debito verso il pianeta Terra, nel senso che  si è andati oltre la capacità del pianeta di rigenerarsi. Se inoltre tutte le popolazioni del mondo desiderassero vivere come negli Stati Uniti e in Europa (ma si ricorda che una parte della popolazione mondiale vive con problemi di approvvigionamento di cibo e acqua potabile), se si desse inizio a uno sfruttamento intensivo di combustibili fossili estraendoli da scisti e sabbie bituminose oppure estraendoli in posti difficili come in alto mare oppure in zone sempre ghiacciate…(ma ciò sta già avvenendo), allora l’umanità andrà incontro a una catastrofe certa.
Inoltre (per mettere in evidenza, nel contempo, la complessità e la contraddittorietà  dell’attuale situazione che si è creata), alcune ricerche hanno messo in evidenza che nei Paesi sviluppati non c’è più un rapporto diretto fra aumento della produzione e aumento di benessere. C’è stato un rapporto diretto fino agli anni settanta del secolo scorso ma dopo non più e, in alcuni casi, il rapporto si è addirittura invertito.

Si conclude invocando un nuovo paradigma, cioè un nuovo modello di vita. A fronte dalle cose dette, questo nuovo modello di vita dovrà essere davvero rivoluzionario per dare qualche chance a tutta l’umanità di esistere in buone condizioni. Quale dovrà essere l’elemento rivoluzionario al centro di questo nuovo modello di vita?

Sarà il primato della dimensione tempo l’elemento rivoluzionario al centro del nuovo modello di vita! Per la precisione si passerà, con un complesso rapporto dialettico, dal primato della dimensione spazio (sempre maggiore produzione di beni) al primato della dimensione tempo (più lunghe prospettive di vita per il genere umano).

Ma cosa  significa l’introduzione del primato della dimensione tempo nella cultura umana? Significa che l’umanità d’ora in poi dovrà interessarsi non a produrre di più ma, contemporaneamente e in modo dialettico, a soddisfare più adeguatamente possibile i suoi bisogni e ad aumentare il più possibile le sue prospettive di vita.

L’imperativo, in questo nuovo modello di vita, dovrà quindi essere il soddisfacimento più adeguato possibile e per tempi più lunghi possibile dei bisogni umani. Davanti a ogni scelta bisognerà chiedersi: che cosa soddisfa più adeguatamente e per tempi più lunghi possibili i bisogni umani? Questa affermazione è enormemente rivoluzionaria se si guarda alle conseguenze che porterà a tutti i livelli della vita umana.

In una azienda industriale significherebbe che non si dovrà produrre di più ma produrre di meno e che, però, bisognerà produrre macchine che durino moltissimo e che sia possibile, riparandole, allungare il loro tempo di vita. Bisognerà abbandonare la produzione di beni a “obsolescenza programmata” e che non rendano possibile le riparazioni e, soprattutto, bisognerà abbandonare la produzione di beni che non soddisfano bisogni concreti ma solamente i profitti dei produttori (ma la situazione, riguardo alla decisione dei beni da produrre, è molto più complessa).
In una azienda di distribuzione questo nuovo modello di vita significherebbe non vendere di più ma di meno, eliminando tutte quelle forme di promozione delle vendite (per esempio le offerte “prendi due e paghi uno” o le varie altre forme di sconti, l’assegnazione di regali al raggiungimento di un certo punteggio legato agli acquisti fatti dai clienti, ecc.) che portano a enormi sprechi soprattutto di beni alimentari deperibili.
Vi immaginate i proprietari e i dirigenti di queste aziende che abbiano come obiettivo non l’incremento del fatturato e degli utili ma il soddisfacimento in modo più adeguato possibile e per tempi più lunghi possibili dei bisogni umani? (con che cosa poi dovrebbe essere premiato il raggiungimento degli obiettivi di consumare di meno? Con l’ottenimento di maggiore reddito che consente di consumare di più?)
Vi immaginate che come conseguenza rivoluzionaria di questo nuovo modello di vita nelle aziende si dovrà ridurre sia l’orario di lavoro che la retribuzione?
Vi immaginate le conseguenze sul sistema informativo quando si dovrà fortemente ridurre se non eliminare la pubblicità? Vi immaginate le conseguenze sui rapporti di proprietà dei mezzi di produzione?

Che cosa dire poi di quell’altra conseguenza rivoluzionaria (non so se più rivoluzionaria delle altre ma quanto meno la più efficace) che sarà la riduzione della popolazione? Con la riduzione della popolazione si allungherebbe enormemente l’aspettativa di vita dell’umanità e, nello stesso tempo e in modo dialettico, aumenterebbero le possibilità di soddisfare più adeguatamente i bisogni umani.

Che cosa dire poi del vuoto psico-culturale  che si creerà nella vita degli  uomini quando verrà meno quell’insieme di motivazioni che guidano tutti i comportamenti quotidiani (dall’acquisto della nuova autovettura e/o telefonino, ai viaggi, al seguire le più svariate e nuove mode)? Cosa prenderà il loro posto?

Diceva Aurelio Peccei negli anni settanta del secolo scorso che la via di uscita da questa situazione sarà una rivoluzione culturale (per la precisione usava l'espressione "evoluzione culturale")  che dovrà riguardare l’umanità in tutta la sua variegata articolazione, dai rapporti interpersonali alle organizzazioni mondiali. L’uomo infatti vive dominato da residui culturali del passato (che, per esempio, hanno portato nei secoli scorsi al principio della sovranità nazionale, e in tempi più recenti, all’ossessione della crescita economica e dei consumi, ecc.) che ormai sono apertamente in contrasto con i limiti del pianeta terra. L’uomo non può più correre freneticamente nel traffico urbano, verso ambienti climatizzati, per andare a prendere un aereo, oppure verso la propria TV e verso il proprio frigorifero. Sono necessari nuovi valori, nuove motivazioni spirituali, sociali, politiche, estetiche, artistiche e nuovi modi di stare con gli altri uomini, basati sull’amicizia, la solidarietà, la convivialità.

Bisogna chiedersi se le vecchie culture (per semplificare quella di destra e quella di sinistra) siano adeguate alla nuova sfida che la nuova realtà impone. La risposta è negativa perché tutte e due, anche se in modi diversi, mirano alla crescita. Qualche tempo fa ho rivisto dei vecchi appunti (considerazioni) di quando facevo l’Università. Gli appunti riguardavano il pensiero di Marx. Per la precisione riguardavano la teoria del “materialismo dialettico”, che vede la storia come rapporto dialettico fra uomo e natura o, per meglio dire, fra il bisogno e il suo soddisfacimento: la considerazione che annotai in questi appunti era che questo rapporto non teneva conto della dimensione tempo, non teneva conto cioè che questo rapporto avrebbe dovuto essere oltre che completo anche per sempre.
Marx ovviamente era figlio del suo tempo e a quei tempi non c’era coscienza dei limiti dello sviluppo.

Per concludere bisogna dire che ci aspettano lacrime e sangue… ma che le scelte da fare sono obbligate!

sabato, gennaio 28, 2012

Perché le tartarughe marine temono il riscaldamento globale

Di Marco Affronte
Pubblicato anche su Sottobosco.info


E’ noto e dimostrato come molti aspetti del ciclo vitale delle tartarughe marine siano legati a fattori di tipo climatico, ad esempio la temperatura (sotto diversi punti di vista, ma soprattutto, come vedremo, per la temperatura della sabbia dove depongono le uova) e la frequenza di maltempo e tempeste.
Negli ultimi anni, lo sappiamo bene, i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale sono temi assolutamente di attualità. 



Le temperature atmosferiche, ci fa sapere l’IPCC (cioè l’Intergovernmental Panel on Climate Change, dunque un gruppo di esperti internazionali che studiano i cambiamenti del clima), sono salite a livelli mai registrati da quando questo valore viene registrato (1850), mentre le temperature medie dei mari si ritiene siano di 0,7 °C più calde di quanto non siano mai state negli ultimi 420.000 anni.

Il clima dunque come fattore fondamentale nel ciclo biologico delle tartarughe marine, e i cambiamenti climatici come realtà inoppugnabile e dunque come minaccia per questi antichissimi rettili marini. Eppure, sebbene alcuni articoli scientifici in qualche modo pionieri, siano apparsi già negli anni ’80, l’interesse dei ricercatori per questo argomento è cosa molto recente. Nei primi anni del nuovo millennio, i lavori scientifici pubblicati ogni anno si contano sulle dita di una mano, mentre approssimativamente dal 2007 in poi, l’interesse è andato crescendo.

La temperatura, si diceva, gioca un ruolo fondamentale in diverse fasi vitali delle tartarughe marine. Molti fattori conseguenti al rialzo delle temperature – acidificazione degli oceani e crescita del livello del mare, aumento degli eventi climatici estremi, variazioni delle precipitazioni – possono modificarne abitudini e comportamenti consolidati da secoli, con conseguenze anche difficili da predvedere.
Ma la preoccupazione maggiore è per le spiagge. Come è noto le tartarughe marine lasciano l’acqua per un solo, fondamentale, motivo: deporre le uova, scavando buche nella sabbia. L’IPCC prevede che il livello degli oceani si alzerà di 4,3 mm all’anno, da qui al 2080. Questo vorrebbe dire la scomparsa di molti siti di deposizione, e una enorme minaccia per la sorte delle tartarughe.

Eppure c’è qualcosa che pone un rischio ancora più elevato: infatti il parametro che maggiormente preoccupa chi studia questi rettili è… la temperatura della sabbia.
Infatti le uova, che vengono deposte appunto in buche scavate nelle sabbia, hanno necessità di un intervallo di temperatura ottimale, che va dai 25 ai 35 °C. Non solo: gli embrioni contenuti nelle uova, al momento della deposizione, “non hanno sesso”, cioè sono geneticamente indeterminati. 

Il fattore determinante è proprio la temperatura: se questa, all’interno del nido, è inferiore a 28 °C, nasceranno dei maschi, se supera invece i 31 °C, nasceranno femmine L’intervallo 28-31 °C, la cosiddetta temperatura pivotale, darà origine, in egual misura, a maschi e femmine.
Così, ogni nido avrà una temperatura media che cade dentro una delle tre fasce e di conseguenza darà vita a nidiate di un sesso o dell’altro, oppure intermedie. Dal momento che può succedere che la parte più profonda del nido sia più fresca di quella superficiale, anche di 1,4 °C secondo gli studi effettuati, possiamo avere anche nidi di fascia, diciamo così, mista.

E’ chiaro però come l’aumento continuo e inesorabile delle temperature del pianeta possa portare a un fenomeno di cosiddetta femminizzazione della specie. Ragionando per astratto, se tutte le spiagge raggiungeranno un giorno temperature medie superiori ai 31 °C, tutte le nuove generazioni di tartarughe marine saranno femminili, e queste specie saranno condannate all’estinzione. Di fatto, basterebbe anche una sex ratio (cioè un rapporto maschi-femmine) molto sbilanciato, per causare grossi problemi.

Il futuro è quindi nero, per le tartarughe marine? Ovviamente dipende da quanto l’uomo, artefice principale del riscaldamento globale, saprà porre dei freni e dei rimedi a questa situazione. Ma altri elementi entrano in gioco. Intanto la temperatura delle sabbie dipende da molti fattori, non solo dalla temperatura esterna (anche se esiste una forte correlazione fra i due valori), ad esempio il colore e la granulometria della sabbia. Ad Asciension Island, tanto per citare un caso noto, ci sono spiagge nere dove nascono femmine e spiagge chiare dove nascono maschi.

Inoltre è possibile, sebbene non del tutto probabile, che le stesse tartarughe possano in qualche modo mitigare gli effetti dell’aumento di temperatura globale. Ad esempio deponendo in zone più fresche (ombre, aree ventilate), o anticipando la deposizione a periodi meno caldi. Questi però sono adattamenti che, anche ammesso che possano avvenire, richiedono tempi molto lunghi, dunque sono molto più lenti del progredire delle temperature, e lo “spostamento” del rapporto maschi-femmine verso queste ultime è stato già notato in diversi studi. Il pericolo è dunque, tristemente reale.