lunedì, luglio 26, 2010
Uranio: quanto ne resta nelle bombe nucleari?
Al momento, la fornitura di uranio per le centrali nucleari è assicurata per una frazione molto importante (almeno il 30%) dallo smantellamento di vecchie testate nucleari. In questo post discuto brevemente la situazione della produzione di uranio minerale e il ruolo di quello ottenuto dalle testate atomiche. Il risultato è che entro pochi anni avremo finito le bombe; cosa buona di per se, ma dovremo basarci completamente sull'uranio minerale; cosa per niente ovvia.
La firma del trattato SALT-II fra Russia e Stati Uniti per la riduzione degli armamenti nucleari è passata quasi inosservata. Una volta, questi trattati erano una cosa difficilissima - ci ricordiamo forse delle estenuanti trattative fra Reagan e Gorbaciov negli anni '80. Oggi, certamente, la situazione politica è cambiata enormemente dai tempi dell'Unione Sovietica ma - al tempo stesso - le relazioni fra USA e Russia non sono certamente rose e fiori, come si è visto al tempo della crisi della Georgia.
Allora, potrebbe darsi che almeno uno degli elementi che hanno facilitato la firma del trattato SALT-II è stata la necessità di utilizzare l'uranio contenuto nelle armi nucleari per fornire combustibile alle centrali. Quanto questo uranio sia vitale oggi, ve lo faccio vedere nel diagramma seguente (da un recente rapporto (Settembre 2009) di ABARE, un'agenzia del governo Australiano)
Come si vede, la produzione di uranio minerale sta mostrando una certa ripresa, come pure i consumi. La tendenza è debole e non è ancora sufficiente a chiudere la forbice con i consumi. Al momento, possiamo stimare la differenza come circa 20.000 tonnellate all'anno, ovvero circa il 30% della produzione totale.
Quindi, il ruolo dell'uranio da testate nucleari rimane vitale nella situazione attuale. Quanto potrà durare? Su questo punto, possiamo fare un piccolo calcolo. Il totale delle bombe atomiche costruite da Russia e Stati Uniti insieme, secondo wikipedia, ha raggiunto qualcosa come 70.000 unità negli anni 1980 (!!). La maggior parte di queste bombe sono state smantellate. Del fato di alcune di queste bombe, possiamo leggere qualcosa sul sito http://www.world-nuclear.org/info/inf13.html . Troviamo che ci sono volute 15.000 bombe atomiche Russe per generare 375 tonnellate di uranio ad alto arricchimento. Questo uranio è stato poi trasformato in uranio a basso arricchimento (buono per le centrali) per un totale di circa 11.000 tonnellate. Dai dati riportati, sembra di poter dedurre che questa quantità è equivalente a circa 100.000 tonnellate di uranio minerale. Non è una quantità enorme; a guardare il grafico della produzione, si vede che la differenza fra la produzione e il consumo è stata ben oltre alle 20.000 tonnellate per una buona ventina di anni. In effetti, da questi dati sembra chiaro che la maggioranza delle 70.000 bombe atomiche accumulate negli arsenali militari durante la guerra fredda sono state utilizzate come combustibile nelle centrali. Spade trasformate in aratri, certamente, ma cosa ci rimane oggi?
Oggi, rimangono circa 6000 testate nucleari negli Stati Uniti, mentre pare che la Russia ne abbia un po' meno di 3000. Secondo l'ultimo trattato SALT, dovrebbero essere limitate a circa 1500 in totale, il che vuol dire che si potranno smantellare circa 7000 testate. Fatti i dovuti conti, queste testate corrispondono a circa 50.000 tonnellate di uranio minerale. Se il gap rimane come è oggi, ovvero intorno alle 20.000 tonnellate, non c'è proprio da scialare. Entro pochi anni, le bombe nucleari saranno finite. Da quel momento dovremo dipendere unicamente dalle risorse minerali per l'uranio per le centrali nucleari.
Come abbiamo visto nella figura precedente, la produzione di uranio minerale è in ripresa e non è impossibile che in qualche anno arrivi a pareggiare il livello dei consumi attuali. Ma, se pensiamo in termini di un'espansione della produzione di energia nucleare, allora le cose si fanno enormemente difficili e la scarsità di uranio minerale mette dei limiti evidenti alla possibilità di aumentare il numero di centrali nel mondo.
Come nel caso del petrolio, la situazione dell'energia nucleare è complessa e le predizioni difficili. L'unica cosa sicura è che anche l'uranio è una risorsa finita e che dobbiamo cominciare a tenerne conto.
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Per curiosità, vediamo qui la situazione dei prezzi dell'Uranio, sempre dal rapporto ABARE (Settembre 2009) del governo Australiano. Il picco nettissimo è arrivato nel Luglio del 2007, seguito poi da un declino e da una nuova, recente, inversione di tendenza.
Il picco dei prezzi dell'uranio, quindi, è avvenuto un anno prima di quello del petrolio. E' probabile che l'uranio abbia comunque risentito della "bolla" economica in corso fino al 2008, come pure del collasso economico che ne è seguito. E' anche possibile che gli operatori si siano fatti influenzare dall'allagamento della miniera di Cigar Lake, in Canada, nel 2006. Questa miniera dovrebbe rappresentare una delle principali sorgenti future di uranio, ma per il momento rimane allagata e non produce niente. A parte Cigar Lake, comunque, non sembra che i prezzi ci dicano molto sull'effettiva disponibilità di uranio minerale.
Etichette: energia nucleare, picco dei minerali
venerdì, luglio 23, 2010
La spesa pubblica dopo il picco del petrolio
Di recente ho scritto qui un articolo, che richiama anche alcuni miei approfondimenti precedenti, in merito ai tagli al trasporto pubblico locale operati dal governo.Devo dire che non mi hanno convinto del tutto i contenuti della successiva protesta contro la manovra economica. Se, da un parte, è corretta la critica all'iniquità della manovra, che chiede sacrifici alle solite categorie sociali, senza coinvolgere adeguatamente i ceti più abbienti e affrontare seriamente la vera piaga economica del nostro paese, il lavoro sommerso e l’evasione fiscale, non è più possibile pensare, in un quadro di risorse pubbliche sempre più scarse e di esigenze improcrastinabili di risanamento dei conti pubblici, a un meccanismo della spesa pubblica svincolato da criteri di efficienza. Il caso del trasporto pubblico locale è eclatante. Lo Stato da decenni investe ingenti risorse pubbliche per finanziare un sistema estremamente inefficiente sul piano economico e della qualità del servizio. Ora tutti si lamentano per i tagli ai servizi che dovranno essere applicati in seguito alla manovra, ma nessuno in passato ha mai messo in discussione il finanziamento di questi carrozzoni pubblici improduttivi, forse illudendosi che ci sarebbe stato sempre qualcuno che ne avrebbe occultato i deficit.
Quindi, le Regioni, più che minacciare improbabili restituzioni di deleghe al governo centrale, che a sua volta ha spezzato il fronte facendo accordi con Comuni e Province, dovrebbero chiedere allo Stato investimenti in conto capitale per modificare radicalmente la struttura del trasporto pubblico, attraverso una riconversione dalla gomma al ferro.
Ma come si fa a sostenere un piano di riconversione di questa portata in un periodo di risorse economiche sempre più scarse? Ci viene in aiuto un corretto approccio ecologista al problema. In un mio precedente articolo, ho delineato un programma decennale di costruzione di 100 tranvie per 1000 km di nuove linee in Italia. Per finanziarlo, ho calcolato che basterebbe aumentare le accise sui carburanti di appena 3 centesimi al litro, seguendo il principio di compensare parzialmente i costi esterni della mobilità privata a favore di quella collettiva. Naturalmente, questo valore potrebbe anche diminuire utilizzando allo scopo i finanziamenti di molti progetti autostradali inutili tra cui il ponte sullo stretto e adottando sistemi di gara che coinvolgano nel finanziamento gli aggiudicatari, come il project financing.
Come ho scritto in precedenza, l’era del post picco segnerà una forte discontinuità rispetto alle principali culture economiche e politiche del ‘900, tutte orientate a promuovere la crescita dei consumi e della produzione attraverso l’espansione costante dell’economia e della spesa pubblica. Ma paradossalmente, l'aumento continuo del debito pubblico può funzionare solo in presenza di un'inesausta espansione economica che lo finanzi. In un periodo di cronica recessione come appare l'attuale, gli Stati rischiano di fallire e con essi lo Stato sociale. Quindi, in una società ecologica di tipo stazionario, occorrerebbe ripensare profondamente ai criteri della spesa sociale, orientandoli all'efficienza e all'efficacia degli investimenti.
Etichette: economia, settore pubblico
mercoledì, luglio 21, 2010
Petrolio: sembra confermato il picco nel 2008
Gli ultimi dati sulla produzione petrolifera, da Rembrandt Koppelaar (cliccare per ingrandire)
Gli ultimi dati sulla produzione petrolifera sembrano confermare che il picco del petrolio, inteso come picco di produzione di energia fossile, è stato nel 2008. La tendenza all'aumento della produzione che era iniziata nel 2009 si è interrotta ben prima di raggiungere di nuovo il massimo di quasi 88 milioni di barili al giorno che si era visto nel Luglio del 2008.
La tendenza è ancora più evidente se guardiamo i dati depurati dai biocombustibili (figura a destra). E' sensato non considerare i biocombustibili perché si tratta principalmente di bioetanolo prodotto con sussidi sia finanziari sia energetici. In sostanza, per fare bioetanolo bisogna consumare quasi altrettanta energia dai fossili di quanta poi se ne ricava (e, secondo alcuni, un po' di più). Quindi, i biocombustibili sono una perdita netta e non andrebbero contati.
Rimane da discutere l'ultimo dato dell'IEA, che indica che la capacità produttiva mondiale è in aumento, nonostante la stasi della produzione. Questo dato va preso con molta cautela: i dati sulla produzione sono reali e verificabili, quelli sulla "produttività" molto meno. Ma è probabile, in effetti, che esista una certa capacità produttiva che non viene sfruttata. E' tutto parte del gioco della domanda e dell'offerta che fa si che ci si mantenga su questo equilibrio precario di stasi produttiva. In effetti, non inizieremo la discesa fino a che non avremo esaurito questo divario fra capacità produttiva e produzione.
Etichette: picco del petrolio
lunedì, luglio 19, 2010
Un pozzo di petrolio “rovesciato”
Uno zoom sui pannelli termici (affiancati al FV) che ho messo sul tetto di casa mia.
Semplici soluzioni che accomunano tanti lettori del blog
Semplici soluzioni che accomunano tanti lettori del blog
La questione del picco del petrolio e degli idrocarburi in genere (HC) è, per sua natura, molto difficile da afferrare in tutte le sue molteplici implicazioni.
Da una parte, i media sparano qua e là notizie di nuovi giacimenti giganti (soprattutto in Brasile e al Polo Nord), di tecnologie innovative di estrazione a resa elevata, di ingenti riserve di petrolio non convenzionale (scisti bituminosi canadesi); dall’altra, ASPO ed altri think tank indipendenti cercano di informare la comunità, scientifica e non, dell'imminenza del peak oil e della delicatezza di questa transizione verso una società a basso consumo (vedere la recente lettera alle amministrazioni regionali).
Tra l'altro, il recente incidente alla piattaforma off-shore della BP è un chiaro indicatore del proliferare di punti di estrazione che vanno ad avventurarsi in zone sempre più estreme, tanta è la fame di greggio; questo argomento è stato eccellentemente esposto in questo pezzo pubblicato da Debora Billi su Petrolio.
Tra l'altro, il recente incidente alla piattaforma off-shore della BP è un chiaro indicatore del proliferare di punti di estrazione che vanno ad avventurarsi in zone sempre più estreme, tanta è la fame di greggio; questo argomento è stato eccellentemente esposto in questo pezzo pubblicato da Debora Billi su Petrolio.
Secondo la nostra associazione, il grow up di un’infrastruttura rinnovabile delocalizzata e diversificata (privilegiando le "attitudini" del territorio per estrarre il massimo EROEI dalle nuove tecnologie più promettenti) è estremamente urgente; del resto, gli indicatori macroeconomici sono sempre più chiari, e il loro andamento non può essere imputato a una “cattiva gestione estemporanea dei fondamentali dell’economia” da parte di pochi, sprovveduti enti responsabili.
Quando si parla di disoccupazione diffusa, sovraproduzione industriale, aumenti a fiotti dei costi dei carburanti e delle materie prime in genere, difficoltà delle banche a sostenere il credito, Stati a rischio default (Grecia e non solo), tutto ciò può essere giustificato solo con la diminuzione della velocità di “offerta” da parte della fonte di energia primaria, gli idrocarburi appunto.
Quando si parla di disoccupazione diffusa, sovraproduzione industriale, aumenti a fiotti dei costi dei carburanti e delle materie prime in genere, difficoltà delle banche a sostenere il credito, Stati a rischio default (Grecia e non solo), tutto ciò può essere giustificato solo con la diminuzione della velocità di “offerta” da parte della fonte di energia primaria, gli idrocarburi appunto.
Un eccesso di ottimismo verso l’utilizzo di HC a basso EROEI (quali le sabbie bituminose) o di petrolio “spremuto” da giacimenti in forte declino potrebbe davvero lanciarci in una mission impossible, fatta di illusioni, ulteriore spreco di risorse e prezioso tempo perso; per non parlare poi dei rischi di disastro ambientale.
Vi propongo la seguente recente elucubrazione, sulla cui base è possibile fare un parallelo logico (in termini di energia spesa ed energia recuperata): gli scisti bituminosi stanno al petrolio convenzionale come un impianto solare termico mal parametrato sta a uno correttamente gestito.
L’altro giorno stavo mettendo a punto alcuni coefficienti della centralina elettronica del mio solare termico. Tra questi vi è il salto di temperatura minimo (tra la mandata dei collettori e l’accumulo) al di sotto del quale la pompa non viene azionata. Ossia, se la quantità di calore “recuperabile” è bassa, come ad esempio al mattino presto e la sera verso il tramonto, ci potrebbe essere svantaggio energetico nel mantenere il processo di circolazione forzata. Questo dipende anche dall’altezza dei collettori solari rispetto all’accumulo. Se ad esempio l’altezza è di 10 metri, potrebbe essere svantaggioso mantenere le pompe (circa 200 W) se, visto il sole flebile, il salto termico è di soli 1-2 °C e la potenza termica corrispondente recuperata è di 150-200 W [Per circuiti in pressione, e in casi limite si potrebbe addirittura verificare che stiamo alimentando le pompe con il risultato di far funzionare i pannelli come un dissipatore di calore, diminuendo così la temperatura dell’accumulo].
Un ragionamento ingenuo porterebbe a dire che si sta comunque recuperando calore, mentre considerazioni energeticamente realistiche portano invece a concludere che si sta effettivamente lavorando in pareggio scarso o in perdita. Come si suol dire, "per la gloria" di un'ideologia.
Sarebbe meglio impiegare quella potenza elettrica per far girare una pompa di calore, che garantirebbe una produzione termica di 3-4 volte superiore. Piuttosto, a meno di un disperato bisogno di acqua calda (non è indispensabile fare 3 docce al giorno), è meglio fermare le pompe. In ogni caso, una classica resistenza elettrica in questo contesto garantirebbe la stessa prestazione, con il massimo della semplicità in componenti.
Sarebbe meglio impiegare quella potenza elettrica per far girare una pompa di calore, che garantirebbe una produzione termica di 3-4 volte superiore. Piuttosto, a meno di un disperato bisogno di acqua calda (non è indispensabile fare 3 docce al giorno), è meglio fermare le pompe. In ogni caso, una classica resistenza elettrica in questo contesto garantirebbe la stessa prestazione, con il massimo della semplicità in componenti.
Impostando correttamente il salto termico minimo per l’azionamento della pompa, è possibile osservare nelle fasce orarie più favorevoli (dalle 10 alle 15 in primavera) un rapporto tra energia spesa per la pompa e energia termica recuperata fino a 1:15 , e anche 1 : 20 nei momenti di picco di insolazione.
Come si può vedere, spendere lavoro è bello e nobilita, ma bisogna farlo in modo “saggio”, entrando in risonanza con i flussi rinnovabili. Tutto il resto è tempo perso, distorsione psicologica, è pericolosa produzione di entropia... in un momento storico in cui lo spettro della "transizione al caos" aleggia come non mai.
Etichette: EROEI, picco del petrolio
giovedì, luglio 15, 2010
Dal paese dei trulli
Questo è un resoconto dell'intervento che ho fatto al convegno "Raccontami una Storia" organizzato a Martina Franca dal consorzio Costellazione Apulia il 19-21 Marzo 2010. Non è una trascrizione, ma un testo scritto a memoria che cerca di mantenere il tono e la sostanza di quello che ho detto.
Buongiorno a tutti. E' stato veramente un grande piacere essere presente a questo convegno che ho trovato molto innovativo e interessante. E' raro trovare un gruppo di imprenditori che abbiano così chiare certe esigenze che abbiamo oggi; l'attenzione alla responsabilità sociale, al ridurre l'impatto sul consumo delle risorse e, soprattutto, alla necessità di cambiare le cose.
Vedete, non è raro per me essere invitato a parlare a degli imprenditori nel mio ruolo di modesto esperto di risorse minerali. Faccio il possibile per essere chiaro, ma mi accorgo spesso che le persone a cui parlo non sono preparate a ricevere il messaggio che cerco di mandare. Non che non siano brave persone, per carità. Si accorgono che c'è qualcosa che non va, che non riescono più a fare le cose che facevano prima. Si rendono conto che c'è un problema ma non riescono veramente a fronteggiarlo; nudo e crudo com'è.
Invece, credo che per voi certe cose siano – beh – non diciamo ovvie, ma insomma non sareste qui se non aveste chiara almeno una linea generale della faccenda. Probabilmente avete chiaro che stiamo oggi fronteggiando non un solo problema ma un gruppo di problemi, correlati fra di loro. Siamo di fronte al graduale esaurimento delle risorse minerali, al riscaldamento globale che avanza, alla necessità di re-inventarci un'agricoltura sostenibile e, infine, a una popolazione che continua a crescere – perlomeno per ora - nonostante la riduzione delle risorse disponibili.
Ognuno di questi problemi è di per se grave, forse irrisolvibile, ma questo non è detto e non è affatto detto che non si possa fare qualcosa perlomeno per attenuarne l'impatto. Io mi presento – come dicevo – più che altro come un modesto esperto della situazione delle risorse minerali e vi invito a considerare qualche fatto storico che sapete tutti ma che, forse, non avete messo in relazione con la disponibilità di risorse minerali. Sapete che la rivoluzione industriale in Italia è cominciata verso la metà dell'800 ma forse non avete notato che è stata tutta basata sulla disponibilità di carbone inglese. Nell'800, e per la prima metà del '900, il carbone giocava il ruolo che ha oggi il petrolio nell'economia globale. E, come il petrolio, il carbone non è infinito. Forse non sapete che la produzione di carbone inglese ha raggiunto il suo massimo, quello che a volte chiamiamo “il picco,” nei primi anni '20. Questo non voleva dire che non c'era più carbone – solamente che ce n'era di meno e costava più caro. E questo ha messo in difficoltà l'economia italiana che non si mai veramente ripresa dal disastro della prima guerra mondiale. Se andate a vedere i dati del consumo di carbone in Italia dal 1920 al 1940, vedete che la curva è piatta. L'economia italiana non riusciva a crescere. Siamo entrati nella seconda guerra mondiale con ancora un'economia che produceva poco più di quello che produceva al tempo della prima guerra mondiale. Nessuna meraviglia che la guerra sia stata il disastro che è stato, specialmente considerando che ci eravamo messi contro il nostro principale fornitore di carbone, l'Inghilterra.
Ora, questa è storia passata ma è interessante considerare come certe cose si ripetano. Dopo la guerra, l'economia italiana è ripartita ed è cresciuta sulla base della disponibilità di petrolio abbondante e a buon mercato. Pensateci sopra un attimo, l'economia attuale è nata sulla base di un petrolio che costava – in media – meno di 20 dollari al barile, tenendo conto dell'inflazione. I prezzi, si sa, sono volatili, ma questa settimana il petrolio costava intorno agli 80 dollari al barile. Allora, la domanda è: può l'industria italiana sopravvivere in queste condizioni? Personalmente direi che non è affatto detto, anche tenendo conto del fatto che non è solo il petrolio il problema, ma c'è quello di tutte le materie prime. Più gli altri problemi di cui accennavo.
Allora, la domanda è “che cosa facciamo?” Al tempo del duce, il governo reagì alla crisi mandando i bombardieri contro il nostro principale fornitore di carbone, l'Inghilterra. Questa, ovviamente, non si rivelò una gran buona idea. Per fortuna oggi non lo possiamo fare – intendo dire mandare i bombardieri contro la Libia o la Russia che sono i nostri principali fornitori di petrolio - sennò a qualcuno probabilmente gli verrebbe in mente. Sicuramente ci devono essere delle idee migliori.
Io credo che ce ne siano. Per fortuna, oggi abbiamo delle possibilità tecnologiche che al tempo della crisi del carbone, negli anni '20 e '30 del ventesimo secolo, non si potevano nemmeno immaginare. Pensate al fotovoltaico, all'eolico moderno o a tante altre cose che possiamo fare oggi per mandare avanti un'economia consumando poca energia – computers e comunicazioni, per esempio. Queste cose non c'erano al tempo dell'autarchia che fu sostanzialmente un fallimento. Incidentalmente, l'autarchia è un periodo storico che andrebbe un po' rivisto per tante cose che ci potrebbero dare ispirazione anche oggi, ma non entriamo in questo argomento.
In sostanza, la cosa fondamentale di cui abbiamo bisogno per mandare avanti la baracca è l'energia. Non basta da sola, ma di certo senza energia non possiamo fare niente. E, per fortuna, abbiamo delle buone tecnologie per produrre energia – le rinnovabili, appunto. Invece, non abbiamo nessuna tecnologia che ci potrebbe permettere di sbarcare la situazione di fronte a un riscaldamento globale che porterebbe alla desertificazione di gran parte dell'Italia del Sud, proprio dove siamo noi oggi. Possiamo anche far poco in termini tecnologici per rimediare al consumo di suolo fertile e il discorso della popolazione è una cosa che non si può abbordare in termini tecnologici: non è un problema tecnologico. Questi sono tutti problemi in gran parte sociali e umani. Ma, perlomeno, se abbiamo energia possiamo mantenere in piedi le strutture di quella cosa che chiamiamo civiltà e lavorare sui problemi in modo razionale. Ieri diceva qualcuno che la civiltà è l'insieme di cose che ci difendono dalla barbarie. Credo che sia giusto – ma notate che per avere una civiltà dovete avere energia. Senza energia, niente civiltà e si aprono le porte alla barbarie. Sotto certi aspetti, è una cosa che stiamo cominciando a vedere proprio in questo periodo; il ritorno della barbarie. Perciò è vitale avere energia.
Su questo punto vorrei aggiungere un'altra cosa; il fatto che la civiltà non è soltanto una cosa che ci difende dalla “non-civiltà,” ovvero dalla barbarie, ma è anche l'insieme delle risorse umane che può generare. L'energia ci serve per affrancarci dalla povertà materiale. Se non abbiamo un minimo di prosperità materiale non possiamo nemmeno sviluppare quel patrimonio spirituale e di conoscenza che è la base della civiltà. In effetti, il ritorno alla barbarie passa dalla distruzione delle risorse umane e spirituali della società. E, ancora, è quello che stiamo vedendo accadere.
Il problema, dunque, non è tanto un problema tecnologico. Abbiamo delle buone tecnologie per produrre energia senza far uso di risorse esauribili (che sia petrolio o uranio, è la stessa cosa. Sono comunque risorse esauribili). Il problema è che la società non si sta muovendo per sfruttare queste risorse rinnovabili. Parlava qualcuno ieri della “società di pietra”, ovvero di una società – la nostra – che si trasforma in un blocco inamovibile che rifiuta ogni cambiamento. Vedete come vengono usate le risorse che abbiamo accumulato in decenni di prosperità che il petrolio ci ha dato. Vengono sprecate per cercare di mantenere in piedi strutture che ormai non possiamo sostenere. Per esempio, sostenere l'industria automobilistica con i soldi pubblici. Non che chi ha inventato questa idea non fosse bene intenzionato, ma i problemi che abbiamo non si risolvono producendo più automobili. Assolutamente no. Ed è la stessa cosa quando si parla di ponti, di aeroporti, di linee ad alta velocità. E' tutto un tentativo di insistere con cose che una volta hanno fatto la nostra ricchezza, quando il petrolio costava poco, ma che oggi sono un pozzo senza fondo dove buttiamo le risorse che ci sono rimaste. Letteralmente, stiamo costruendo castelli in aria che sono destinati a crollare e che ci lasceranno soltanto macerie.
Un altro disastro che vediamo oggi e che con l'impoverimento generalizzato, la società emargina in blocco le categorie più svantaggiate per cercare di mantenere i privilegi del suo nucleo. Questa è una vera e propria guerra fatta contro i giovani che si trovano sempre di più a essere allo stesso tempo sfruttati e marginalizzati. Ma anche le minoranze etniche e culturali subiscono lo stesso destino. Molti di voi lavorano in questo campo, ho visto, a anch'io faccio quello che posso. Ma ti trovi di fronte a un sistema completamente schizofrenico – a una burocrazia spaventosa che impedisce di lavorare a gente che potrebbe lavorare e dare un contributo utile alla società; ma che si trovano impantanati in una situazione nella quale sono costretti a vivere un di assistenza o di piccoli crimini. In entrambe i casi è una perdita netta per la società che non riesce nemmeno a sfruttare risorse umane che ci sono.
Quindi, il nostro problema non è né di tecnologie né di risorse. Le prime le abbiamo e sono già abbastanza buone per quello di cui abbiamo bisogno. Delle seconde, le risorse, ne abbiamo ancora, nonostante il declino già iniziato da un pezzo. Il problema è che non ci decidiamo a mettere insieme tecnologie e risorse e a costruire il nostro futuro. Perlomeno, non riusciamo a farlo in una misura sufficiente. E' un problema di creatività; è un problema umano.
Quindi, è un piacere vedere oggi che c'è un gruppo di persone che queste cose le ha pensate e che si da da fare in proposito. Persone che sono imprenditori e non politici o professori universitari; persone che usano le risorse che hanno in vista anche del bene comune, del futuro nostro e dei nostri figli. Ovviamente, in questa stanza oggi siamo una trentina; in tutto questo piccolo convegno credo che siano state coinvolte un centinaio di persone. Eppure, bisogna cominciare da qualcosa e anche poco è un inizio.
Vi faccio un esempio: nel mio piccolo anch'io sto cercando di impiegare le mie modeste risorse per installare impianti di energia rinnovabile. Non che io possa lavorare sui megawatt, ma mettendomi insieme con altre persone; beh, allora sulle centinaia di chilowatt, ci posso arrivare. Ma che cosa puoi fare con qualche centinaio di chilowatt? E' nulla in confronto alla produzione di energia elettrica che, da noi, si fa tutta con gas, carbone e petrolio.Vero, ma fate un po' di conti e vedrete che basta che alcune migliaia di persone installino qualche centinaio di chilowatt ciascuno e l'impatto sulla produzione si comincia a vedere – intorno all'1%, non più di così. E' poco ma c'è un punto sostanziale: Partendo dall'1% si può costruire; ci si può espandere. Partendo da zero, non si può fare niente. Un impianto fotovoltaico costruito oggi funzionerà ancora fra vent'anni e fra vent'anni ci potrà dare l'energia necessaria per costruirne degli altri. Fra vent'anni, questo ve lo posso dire con certezza, il petrolio costerà come il whisky d'annata e non ce ne sarà abbastanza. E se non avremo costruito un sistema che ci dia energia, allora non ci resterà che tornare a fare i contadini che abitavano nei trulli qui intorno, secoli fa. Non che non fosse una vita dignitosa e interessante per tanti versi, ma era anche una vita di una povertà estrema e non credo che sia quello che vogliamo che la nostra società diventi nel futuro.
Allora, il nostro compito, il compito di quelli di noi che hanno qualche risorsa da investire, è di investirla bene, per il futuro – sull'energia rinnovabile, ma non solo: anche sulle risorse e questo da noi vuol dire gestire bene i nostri rifiuti che prima o poi dovremo cominciare a vedere come le nostre miniere. E poi anche su tutte quelle cose che valorizzano le risorse umane, che ci preparano al mondo del futuro. Questo non vuol dire doverci rimettere dei soldi; al contrario. Se riusciamo a capire quello che ci aspetta, allora è il miglior investimento che possiamo fare.
Ringrazio il consorzio Costellazione Apulia
Etichette: picco delle risorse
lunedì, luglio 12, 2010
Il crollo della bolla immobiliare: USA e Italia a confronto
Grafico da www.worldofwallstreet.com. (cliccate per ingrandire). I prezzi storici delle case negli Stati Uniti, corretti per l'inflazione.
Nel 1977 lavoravo all'università di Stony Brook, a Long Island, negli Stati Uniti. Una cosa che mi stupiva molto era quanto costassero poco le case in confronto all'Italia; e questo nonostante che fossimo in una zona ritenuta piuttosto cara - vicina com'era a New York. Mi ricordo di aver visto una lottizzazione in costruzione non lontana da dove stavo io: c'erano case annunciate in vendita a poco più di diecimila dollari. A quell'epoca, il mio salario era circa 700 dollari al mese. Ovvero, una casa corrispondeva a meno di due anni di stipendio di un lavoratore precario, come lo ero io. Se lo paragono al rapporto fra costi delle case e quello che guadagnano oggi i precari in Italia, veramente non c'è confronto.
Va bene che quelle case di Long Island erano case di legno inchiodate un po' alla meglio; va bene che le finiture facevano schifo; e non diciamo niente dell'estetica, con le persiane finte dipinte di rosa inchiodate vicino alle finestre. Ma erano comunque case dove, bene o male, si poteva abitare. Da quell'epoca mi è sempre rimasto un apprezzamento del "sogno americano", quello per il quale anche gli ultimi nella scala sociale possono avere la loro casetta con il praticello intorno. E, in effetti, era un sogno che si poteva realizzare.
Ma le cose sono cambiate ovunque; e anche in America, dove la bolla immobiliare ha fatto macelli incredibili. Ho trovato questo interessante grafico su www.worldofwallstreet.com. (cliccate per ingrandire). Fa vedere l'andamento dei prezzi degli immobili negli Stati Uniti dal 1890 a oggi. Sono dati corretti per l'inflazione e si vede che dagli anni '50 agli anni 90, i prezzi sono rimasti approssimativamente constanti; a parte il picco del tutto abnorme del 2006. Il sogno americano della casetta col praticello intorno, in effetti, è stato vivo e vegeto fino alla fine degli anni '90. Poi, è cominciato il disastro.
La bolla immobiliare negli Stati Uniti ha costretto i nuovi acquirenti a indebitarsi pesantemente con le banche. Le banche, a loro volta, hanno concesso facilmente crediti sulla base di una previsione di incremento continuo del valore degli immobili. La salita è stata vertiginosa e il crollo veramente brutale. Ha lasciato un gran numero di persone veramente sul lastrico, al punto che si stanno cominciando a demolire case che non valgono più niente e che nessuno vuole. D'altra parte, come dicevo, sono casette di legno inchiodate alla buona e si demoliscono facilmente.
E' interessante, a questo punto, comparare con la situazione italiana. La nostra percezione è che i costi delle case siano aumentati inesorabilmente e continuamente a memoria d'uomo. Non ho trovato dati storici che vadano indietro fino all'800, ma per i passati 40 anni l'andamento della bolla immobiliare da noi sembrerebbe completamente diverso da quello degli Stati Uniti (dati da freeforumzone):
Non so dire quale siano le ragioni di questa differenza. Potrebbe essere dovuta, per esempio, al fatto che la densità di popolazione negli Stati Uniti è più bassa che da noi, il che rende meno costoso il terreno. Oppure forse negli USA ci sono meno tangenti da pagare ai vari politici che gestiscono il territorio. Forse anche gioca il fatto che le case negli USA sono quasi sempre di legno: il costo di costruzione è minore che da noi. O, infine, semplicemente il fatto che negli USA tutto avviene sempre più in grande e più rapidamente che da noi. L'unica cosa certa è che la bolla è bolla ovunque. Da noi, il crollo sembra essere più graduale - ma è crollo comunque.
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sabato, luglio 10, 2010
L'amaro destino dei verdi
Qualche giorno fa ho ascoltato per caso una trasmissione radiofonica che commemorava, mettendone in luce la complessa e articolata figura di politico e pensatore, uno dei fondatori dei Verdi italiani, Alex Langer, purtroppo scomparso prematuramente e tragicamente.La trasmissione approfondiva principalmente l’originale contributo offerto da Langer alla tematica della multiculturalità e alle sue battaglie per il superamento dei conflitti etnici che avevano segnato anche la sua vita in Alto Adige di italiano di confine. Egli operò incessantemente per il grande ideale utopico della fratellanza tra i popoli, ostacolato dalle tante barriere sociali, linguistiche e culturali. Si potrà dire che tra i motivi del suo tragico gesto ci fosse anche il senso di fallimento personale provato durante le atroci vicende che dilaniarono la ex Jugoslavia, ma purtroppo nessuna analisi potrà restituirci la vita di questo grande uomo di originale e profondo spessore etico e morale.
Mentre ascoltavo la radio, inevitabilmente, essendo anch’io stato uno dei fondatori delle prime liste verdi in Italia ed avendone condiviso per due decenni le sorti politiche ed istituzionali, il ricordo di Langer mi ha riportato alla mente tutti i dubbi e le domande che mi hanno attraversato negli ultimi anni riguardo il sostanziale fallimento dell’esperienza politica verde in Italia. Di come fosse stato possibile che un’esperienza inizialmente positiva, trainata da personaggi come Langer di elevato valore culturale, politico e persino scientifico, degenerasse gradualmente in un partito di mediocri arrivisti destinato all’autodistruzione e alla sostanziale scomparsa dal panorama politico italiano.
Sicuramente il motivo più appariscente è stata la conquista del partito, con il colpevole e tacito consenso di tutti i leader nazionali, da parte di una nuova classe dirigente rozza, impreparata, carrierista. Però, secondo me, questo è stata solo la conseguenza di condizioni strutturali del quadro politico e sociale italiano. La situazione storica e politica del nostro paese ha disegnato un sistema di partiti eccessivamente frammentato e ciò ha impedito che i verdi seguissero le stesse sorti dei partiti fratelli in altri paesi meno divisi sul piano della rappresentanza politica. Però, c’è un altro elemento, spesso sottovalutato ma secondo me determinante. L’ecologia, nella sua accezione più nobile, è uno dei luoghi di riflessione e azione politica maggiormente collegati al senso dello Stato, al preminente valore della cosa pubblica, alla responsabilità individuale e civile. Tutti valori che, per profonde e complesse ragioni storiche non sono radicati nel nostro paese, quanto lo sono nei paesi del nord Europa. E in ultima analisi, in una democrazia, sono gli elettori a decidere il successo o la sconfitta delle forze politiche.
Ricordo che pochi mesi prima della sua scomparsa invitammo Alex nella mia città per un’iniziativa dei verdi locali e nulla sembrò presagire la sua successiva tragica decisione di togliersi la vita. Ma dopo, ho sempre sospettato che tra i motivi della sua delusione esistenziale ci fosse anche la visione, per noi non ancora chiara, del declino di una grande idea di rinnovamento della politica italiana.
giovedì, luglio 08, 2010
Deepwater Horizon - Cosa è presumibilmente successo
Questo breve post è legato a un recente articolo pubblicato sul sito di ASPO-Italia: Deepwater Horizon - Cosa è presumibilmente successo, al quale rimandiamo per un'analisi tecnica sulle cause probabili. L'autore, Anacho, è un socio ASPO esperto del settore Oil&Gas, campo in cui lavora.
created by Anacho
L’incidente in cui è andata distrutta la piattaforma Deepwater Horizon rischia di diventare il più grave disastro ambientale della storia. L’incubo di ogni perforatore si era avverato: un passaggio diretto era stato aperto tra il fondo marino e un giacimento, il primo incidente in deepwater. Il giorno 20 aprile 2010, alle ore 22,00 locali, una terribile esplosione ha devastato il mezzo, provocando la morte di 11 persone, il ferimento di altre 17 e la perdita dell’unità, affondata il 22 aprile.
La Deepwater Horizon era una semisommergibile di quinta generazione, dotata di tutti i sistemi di sicurezza più moderni ed efficienti, capace di perforare un pozzo a più di 10.000 metri di profondità in alti fondali, con un equipaggio addestrato e preparato, certificata dal severo ABS (American Bureau of Ship).
Come dopo il disastro della Piper Alpha si stanno prendendo provvedimenti affinché questo tipo di incidente non abbia a ripetersi, tuttavia, operando in ambienti estremi come quello delle acque profonde gli incidenti sono sempre possibili, e le conseguenze possono essere molto gravi, come stiamo amaramente constatando nel Golfo del Messico.
Il Dipartimento degli Interni americano ha diramato, il 27 maggio, un documento dal titolo “INCREASED SAFETY MEASURES FOR ENERGY DEVELOPMENT ON THE OUTER CONTINENTAL SHELF”, che si sta diffondendo e che avrà ripercussioni su tutta l’industria petrolifera mondiale: probabilmente un incidente come questo non si ripeterà. Il che non assicura affatto che non ce ne saranno di altri tipi.
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martedì, luglio 06, 2010
Smettere di esplorare in Arabia Saudita
Non so cosa ne pensate voi, ma io credo che non gli si può dare certamente torto.
Riadh (Zawya, Dow Jones). Il re saudita Abdullah ha ordinato di fermare le esplorazioni per conservare la ricchezza degli idrocarburi per le future generazioni nel paese che è il massimo esportatore di greggio, così ha detto l'agenzia di stampa ufficiale saudita (SPA) questo Sabato.
"Stavo andando a una riunione di gabinetto e ho detto ai convenuti di pregare Dio Onnipotente di dare a tutti una lunga vita," ha detto il Re Abdullha agli scienziati sauditi che studiano a Washington, secondo la SPA
"Ho detto loro che ho ordinato di fermare tutte le esplorazioni petrolifere, cosicchè parte della ricchezza sarà conservata per i nostri figli e successori, a Dio piacendo," ha detto. Un esponente del ministero del petroli, che non ha voluto essere nominato esplicitamente, ha detto al reporter di Dow Jones, Zawya, che l'ordine del Re non è stato una proibizione totale, ma piuttosto che le esplorazioni future dovranno essere portate avanti con saggezza.
Saudi King: Halt To Oil Exploration To Save Wealth
RIYADH (Zawya Dow Jones)--Saudi Arabia's King Abdullah has ordered a halt to oil exploration operations to save the hydrocarbon wealth in the world's top crude exporting nation for future generations, the official Saudi Press Agency, or SPA, reported late Saturday. "I was heading a cabinet meeting and told them to pray to God the Almighty to give it a long life," King Abdullah told Saudi scholars studying in Washington, according to SPA.
"I told them that I have ordered a halt to all oil explorations so part of this wealth is left for our sons and successors God willing," he said.
A senior oil ministry official, who declined to be named, told Zawya Dow Jones the king's order wasn't an outright ban but rather meant future exploration activities should be carried out wisely.
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venerdì, luglio 02, 2010
Geopolitica degli idrocarburi. Istruzioni per l’uso
Prefazione al libro di Stefano Casertano "Oro Blu. La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa", di prossima pubblicazione da Fuoco Edizioni e da cui sono tratte le espressioni virgolettate nel testo.
created by Massimo Nicolazzi
Unconventional. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto grosso modo 250 miliardi di metri cubi di gas naturale “non convenzionale”; e dunque di gas “tight”, gas da shale (scisti), e gas da letto di carbone (“CBM”). Tralasciamo l’approfondimento tecnico. A nostri fini, basta sapere che e’ tutto gas che fino a qualche anno fa non si riteneva possible produrre. Un libro non pubblicato, per parafrasare Goethe, e’ un libro non scritto. Un gas che non si puo’ produrre e’ un gas che non c’e’. Poi pero’ un po’ alla volta hanno imparato a stamparlo; e adesso c’e’, e tanto. 10 anni fa, lo avremmo contato zero e avremmo scritto magari tremanti dell’imminente pesante dipendenza degli Stati Uniti dal gas straniero. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto piu’ della Russia (ma magari in prima pagina non l’avete trovato), hanno importato meno del 10% del consumato, e il volume di unconventional che hanno prodotto equivale grosso modo al 100% del volume di gas naturale esportato dalla Russia nel corso dell’anno.
Europa. Dice che qui tra ambientalisti e permitting e (forse) anche una diversa qualita’ delle risorse col cavolo che l’unconventional si riuscira’ mai a produrlo. Pero’ non c’e’ nessuno che dica che non c’e’. World Energy Outlook, 2009, p. 413 : “unconventional resources in OECD Europe are large enough to displace 40 years of imports of gas at the current level, assuming recovery rates in line with those in North America”. Magari e’ una bufala peggio dell’idrogeno. Pero’ se anche fosse solo in parte vera ti cambia il mondo. La Polonia Texas d’Europa. I pellegrinaggi che riscoprono Czestochowa e snobbano Baku, per non parlare di Ashkhabad. Suppongo a qualcuno verrebbe da parlare di rivoluzione geopolitica. In realta’ aveva solo sbagliato scenario. Quando proiettiamo il domani, non facciamo spesso che proiettare l’oggi. Business as usual.
Prima istruzione per l’uso. Le risorse naturali preesistono alla politica, e qualche volta la modellano. I combustibili fossili non si formano nelle viscere dei Dipartimenti di Stato e anche se la dinamica dei fluidi e’ infinitamente piu’ noiosa della politica estera (o forse solo assai piu’ complicata...) non sarebbe male ricordarsi di premettercela. Che poi ne escano modelli con troppe variabili per consentire una predizione dovrebbe essere solo normale. Nel futuro non c’e’ niente di solito.
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La guerra del gas . E quelle del petrolio. Produttori contro consumatori. Ricatti e complotti e conflitti. In realta’ non funziona. Gli idrocarburi fino alla fine della seconda Guerra mondiale erano essenzialmente made in the U.S.A. Negli anni trenta dell’altro secolo gli Stati Uniti arrivarono da soli ad oltre il 60% della produzione mondiale. Poi si scopri’ che la maggior parte di quello che non era in America sembrava quasi per contrappasso essersi andato a depositare lontano dalla Democrazia. Di qui, soprattutto dalla crisi del 1973, lamenti e allarmi e paure per la nostra dipendenza. Facendo magari finta di non capire che chi produce ha spesso piu’ bisogno di chi consuma che non viceversa, perche’ al netto della partita energetica il suo PIL rischia l’invisibilita’ e la sua bilancia dei pagamenti si mette a funzionare solo su un piatto (quello delle importazioni). Togliete gli idrocarburi ad Ahmadinejad e poi vediamo come paga le pensioni (tutti sicurissimi che il nucleare lo faccia con finalita’ prioritariamente belliche?). Togliete la partita energetica all’amico Russo e ne avrete mutato in recessione lo sviluppo interno dell’ultimo decennio. La chiusura selettiva dei rubinetti sin qui si e’ risolta nel chiudere a chi non pagava e quando ne mancava (2005) nel chiudere selettivamente a chi pagava meno. Che poi in entrambi i casi si trattasse di soggetti statali gia’ appartenenti all’orbita sovietica magari da’ il sospetto che fosse complotto imperiale; pero’ da’ anche la certezza che la crisi aveva radici nel collasso economico interno. “La via del gas russo non e’ necessariamente una minaccia”; e un modo proficuo per provarsi a leggere la politica russa da Putin in poi puo’ assumere le lenti del tentativo di diversificare le fonti di prodotto interno, e leggere come priorita’ dell’Amministrazione russa, prima e piu’ che di quelle europee, la necessita’ di ridurre la propria dipendenza energetica. Se bastassero riserve e rendita petrolifera a garantire sviluppo Nigeria e Congo sarebbero Paesi ricchi.
Seconda istruzione per l’uso. Per i produttori l’idrocarburo non e’ (di regola) strumento diretto di politica, ma strumento di finanziamento della politica. Se il prodotto interno e’ largamente tributario della produzione di idrocarburi non puoi privarti del loro reddito. Poi, dato che il mondo e’ ormai un grande mercato, e proprio per questo, puoi permetterti di fare il selettivo. Gli arabi potevano proclamare l’embargo a Stati Uniti ed Olanda, che alla fine il loro greggio ci arrivava comunque attraverso quelli cui l’embargo non si applicava. Chavez puo’ proclamare la priorita’ politica della destinazione del suo greggio, che in pratica vuol solo dire che dove non vende lui vendono gli altri, e l’importante alla fine e’ che si riesca a vendere tutti. Senza produrre ed esportare non ti paghi ne’ il missile ne’ la pensione. Non puoi permetterti l’embargo del petrolio o la guerra del gas. Al piu’, puoi usare petrolio e gas per finanziarti la guerra.
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Uovo e gallina. Senza il petrolio non ci sarebbe l’automobile. Falso. Il motore di Otto era progettato per andare a (gas di) carbone, e il motore di Diesel a vegetali. Il primo motore a combustione interna, quello di Barsanti e Matteucci, addirittura a idrogeno. Poi e’ vero che senza il petrolio e la sua densita’ non avremmo cosi’ compiutamente sviluppato la premessa della globalizzazione, e dunque la civilta’ dell’automobile ovvero della mobilita’ incondizionata, da punto a punto, di uomini e merci. Pero’ l’intensita’ e la modalita’ dell’applicazione del petrolio, in un secolo nel quale il suo maggior problema era che ce n’era sempre troppo, era spronata o frenata dal consumo, e non dalla produzione. Nella vita tutto e’ concausa; ma incluse le crisi del 1973 e del 1980 e’ sempre stato molto piu’ lo sviluppo americano a determinare la produzione dello sceicco di quanto lo sceicco non abbia determinato i consumi americani. Il mercato, diceva qualcuno, lo fa la domanda; e a volte e’ persino vero.
Terza istruzione per l’uso. La tua capacita’ di approvvigionamento energetico e’ anzitutto funzione del tuo mercato e del tuo sviluppo interni. “Le pipeline definiscono relazioni industriali e politiche”. Dalla Guerra (nel senso ottocentesco, e non in quello iracheno) come forma necessaria del rapporto di dominio al Mercato (licenza retorica, e pure grondante... “scambi commerciali” sarebbe, nella sua modestia, piu’ esatto) come forma necessaria della coesistenza. Con la conseguenza , tra l’altro, che dopo che nel secolo scorso ti e’ infine (faticosamente) riuscito di chiudere i Ministeri della Guerra, il nuovo paradigma di relazione magari adesso consiglierebbe se non di smagrire almeno di ripensare Dipartimenti di Stato e Farnesine. Non basta ribattezzare la diplomazia “cooperazione internazionale”, o simili. Magari la diplomazia aiuta. Pero’ non risolve. Perche’ la tua principale fonte di sicurezza energetica non e’ la brillantezza o il peso militare della tua politica/proiezione estera. La tua sicurezza energetica e’ anzitutto la tua capacita’ di produrre ricchezza interna. Se mai vi sara’ competizione per risorse scarse, il vantaggio competitivo pendera’ tutto dalla parte di chi sapra’ finanziarsene l’acquisto. La “sicurezza” tributaria della “ricchezza” (e se pensate alle tragedie d’Africa, verrebbe quasi da dire che e’ sempre stato cosi’). Non e’ a partire dalla politica estera, ma dal PIL e dalla sua crescita che si modelleranno, se mai, le forme di una assai ipotetica futura competizione eurocinese per il gas russo. ( Che poi magari la scarsita’ nel breve neanche la intravvedi,e di gas ce ne e’, e tanto, e per secoli. Magari moltiplichiamo il nucleare, che col gas ci compete. Magari le rinnovabili diventano una meraviglia anche economica, o finanche l’idrogeno roba seria. Magari per tecnologia e per cultura abbattiamo i consumi fossili molto prima del previsto. .. La casistica delle possibili deviazioni dal business as usual tende per definizione all’infinito).
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La scrittura di “Oro Blu”, pur conoscendole, non esplicita le istruzioni per l’uso. Sceglie di narrare e di narrarsi per altra via, apparentemente piu’ ligia all’estetica classica della politica estera. Cinematograficamente, e’ (quasi) una soggettiva. Perche’ l’estetica classica resta comunque lo strumento piu’ diffuso della percezione. E perche’ le parole della politica estera sono le forme del consenso interno. Un governante produttore che dicesse che gas is just money, oltre a durare pochissimo, fertilizzerebbe per reazione protezionismo e hybris nazionale. L’estetica classica richiede che al governato ed al governante ci si indirizzi in forme piu’ rispettose del consenso e della cultura nazionale. “Sembra quasi che la Russia, per esprimere il suo carattere positivo e costruttivo, debba ancora prendere consapevolezza delle sue enormi potenzialita’ come Potenza industriale e economica...tornera’ ad essere un grande Paese, ma dovra’ avere abbastanza fiducia in se’ stessa da mettersi in gioco nella societa’ aperta”. Detta cosi’, vorrebbe andare dalla stessa parte; e rischia pure di arrivarci prima.
Etichette: geopolitica, idrocarburi, tecnologia
mercoledì, giugno 30, 2010
La rana e lo scorpione
A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso, e capì di essere stata punta. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese allo scorpione perché si fosse comportato così irrazionalmente. "Perché sono uno scorpione..." rispose l’altro, "E' la mia natura".
Ho pensato a questo splendido apologo quando ho letto la protesta delle regioni ed enti locali italiani contro la manovra economica del governo che ha sensibilmente ridotto i trasferimenti dello Stato al trasporto pubblico locale. In questo caso la rana sarebbe rappresentata dallo Stato in tutte le sue articolazioni, che si è messo sul groppone le aziende di trasporto pubblico finanziandone i deficit colossali in cambio di una promessa di miglioramento delle prestazioni gestionali ed economiche del servizio che non potranno mai essere mantenute per la natura stessa della modalità del trasporto pubblico nelle aree urbane italiane, prevalentemente su gomma.
Parafrasando l’apologo della rana e dello scorpione, se lo Stato chiedesse ad un autobus perché continua a costare così tanto, l’ipotetico autobus parlante dovrebbe rispondere “Perché sono un autobus, è la mia natura.”
Infatti, come ho scritto in questo mio precedente articolo, la struttura intrinseca del trasporto pubblico su gomma, caratterizzata da scarsa qualità e confort del servizio, bassa capienza dei mezzi, commistione con il traffico privato, fa sì che le aziende non riescano mai a coprire con i ricavi della vendita dei biglietti, più del 30% dei costi operativi, costringendo le Regioni a finanziare con risorse pubbliche il restante 70%. Per questo, era prevedibile che, di fronte ad esigenze sempre più pressanti ed ineludibili di riduzione del debito pubblico, prima o poi la scure sarebbe calata anche sui finanziamenti del trasporto pubblico locale, obbligando le aziende a scegliere tra due soluzioni entrambe spiacevoli, l’aumento del costo dei biglietti o il taglio dei servizi.
Come ho indicato nello stesso articolo l’unica soluzione per migliorare i conti del trasporto pubblico nei centri urbani sarebbe quella di riconvertirlo alle modalità su ferro (tram, tram – treni), in grado di elevarne le prestazioni gestionali sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. I paesi europei che lo hanno fatto da tempo non sono costretti come l’Italia a rischiare pesanti tagli nel trasporto pubblico e alcuni, come la Germania, addirittura chiedono alle ferrovie di devolvere una parte dei propri utili alle manovre di riduzione del deficit statale.
Nel nostro paese invece, si continua a investire sulla gomma anche nel trasporto pubblico. In particolare, negli ultimi tempi stiamo assistendo in molte città al fiorire di fantasiosi progetti infrastrutturali che utilizzano mezzi denominati impropriamente tram su gomma (in realtà si tratta di filobus a guida vincolata), del tutto avulsi dalle esperienze europee più avanzate nel campo dei trasporti e inefficaci a superare i limiti strutturali dei mezzi pubblici su gomma.
Etichette: crisi economica, trasporti
domenica, giugno 27, 2010
Enzo Tiezzi: 1938-2010
Ci ha lasciati in questi giorni Enzo Tiezzi, docente di Chimica Fisica presso l'università di Siena.
Enzo Tiezzi me lo ricordo molto bene da quando era docente presso l'istituto di Chimica Fisica, all'università di Firenze e io ero studente. A Firenze si occupava di risonanza magnetica, ma quando si trasferì all'università di Siena, orientò sempre di più il suo lavoro verso lo studio degli ecosistemi e i limiti alla crescita. Uno dei suoi libri più noti in questo campo è stato "Tempi Storici, Tempi Biologici" (Garzanti 1984)
L'essenza del pensiero di Tiezzi credo che si riassuma in una sua frase, "non sarà superfluo ricordare che non può esistere una crescita infinita su un pianeta finito" che troviamo nel libro che scrisse, insieme con la moglie, Nadia Marchettini, "Le Basi scientifiche della sostenibilità" (Donzelli 1999). E' un concetto semplice, ma che è profondamente ingranato in tutto quello che sappiamo di scienza e che - purtroppo - viene sempre dimenticato da quelli che prendono le decisioni a livello di governi. Il fatto di ignorare questi principi di base è una delle cause dei tanti guai che ci affliggono.
Trovate il curriculum completo di Enzo Tiezzi a questo link. Per ricordarlo, mi sembra interessante riportare qui una sua considerazione presa da un suo recente intervento (2005), dove ci spiega le origini del concetto di "Sviluppo Sostenibile":
.... il termine sviluppo sostenibile, in lingua originale sustainable development è nato 25 anni fa da una intelligente intuizione di brian Morton, dell'Università della California, basata su un termine inglese che fino ad allora era un termine musicale. Se voi suonate una nota di un pianoforte, DO, dopo un attimo la nota si spenge. Chi suona il piano sa che per mantenere nel tempo questa nota si deve pigiare un pedale. Questo pedale, da sempre, in termini musicali si chiama sustain che vuol dire appunto "sostenere nel tempo la nota". Da qui è nato il concetto di sviluppo sostenibile. Prima di allora si parlava di carrying capacity del pianeta, ossia di capacità portante del pianeta. Ma la solidarietà generazionale di cui parla il grande economista americano Herman Daly, cioà l'idea di estendere al futuro, alle future generazioni, lo sviluppo, è nata proprio dal verbo to sustain, perché to carry è la mia capacità di portare ora mentre to sustain è la capacità di portare nel tempo cioè di sostenere lo sviluppo anche per le future generazioni. Così è nato questo concetto, e io ho avuto il piacere e l'onore di essere l'unico italiano presente nel gruppo che ventuno anni fa, eravamo nell'84, ne pose le basi. Tre anni più tardi, nell'87, la signora Brundtland usà questo termine nel Rapporto alle Nazioni Unite.
venerdì, giugno 25, 2010
Il corallo terrestre
I trulli sono un'impressionante esempio di adattamento umano a una condizione ambientale in progressiva degradazione. Dominano il paesaggio al punto di far pensare a una sorta di mineralizzazione del territorio ad opera degli esseri umani. Una specie di corallo terrestre. (immagine: Alberobello, foto dell'autore)
Il nome "Trulli di Alberobello" sembra un po' un sottomarchio della "Hello Kitty"; qualcosa di grazioso e leggiadro. E il trullo è una costruzione, che, al primo colpo, può dare un impressione del genere. il trullo è il paradigma dell'edificio sostenibile, basato com'è soltanto su materiali locali "poveri". Insomma, una cosa che affascina; addirittura romantica. Ti fa pensare alle costruzioni della Terra di Mezzo, quelle degli hobbit di Tolkien.
Ma, se guardi le cose in prospettiva, c'è poco di romantico nel trullo. Sono costruzioni estremamente efficienti - direi addirittura brutali - nello sfruttare materiali e condizioni locali: solo sassi e poca malta. Mancando travi portanti di legno, la copertura deve essere una pesante cupola di pietra che, a sua volta, impone mura di sostegno massicce - mezzo metro almeno. Queste mura, comunque, non possono sostenere cupole veramente grandi, a meno di non farle veramente megalitiche. Di conseguenza, lo spazio interno del trullo rimane angusto. Si rimedia con cupole multiple, ma gli spazi rimangono piccoli. E' anche difficile inserire finestre nella struttura: nella maggior parte dei casi non ce ne sono. Ci possiamo immaginare quanto buio doveva essere l'interno di un trullo in un'epoca in cui non c'era luce elettrica. Insomma, le mura massicce fornivano certamente un buon comfort in termini di temperatura interna, ma il trullo non era certamente il massimo in termini di abitabilità.
Il trullo va visto non solo come una forma di architettura ma anche come il risultato della situazione dell'agricoltura locale. In effetti, a parte il caso particolare di Alberobello, dove i trulli sono in città, trulli e simili edifici in Puglia sono sparpagliati per la campagna, isolati o raggruppati in masserie. Sono abitazioni dei contadini o edifici utilizzati per attività agricola. E sono parte di un paesaggo caratterizzato da pietre ovunque. Oltre ai trulli, le masse di pietra prendono la forma di muretti a secco e di cumuli puri e semplici, tanto comuni che hanno un nome nel dialetto locale: le "specchie". Questo tipo di paesaggio è comune nei paesi mediterranei, dove l'erosione è quasi sempre un problema. Ma si trovano edifici in pietra e muretti a secco anche in altre regioni dove ci sono problemi di erosione del suolo; in Irlanda, per esempio.
Si raccontano varie leggende sul fatto che i trulli potessero essere demoliti facilmente e che questo serviva per ingannare i reali ispettori delle tasse. Può anche darsi, anche se sembra un po' strano che gli ispettori del Re fossero talmente fessi da farsi ingannare da questo trucco. E' molto più probabile che l'architettura in pietra fosse imposta dalla mancanza di alberi che fornivano travi portanti. L'altra ragione per l'esistenza dei trulli e il tentativo di liberare i campi dalle pietre. Muretti, specchie, trulli: è sempre la stessa idea: ammassare per quanto possibile le pietre in zone ristrette. Visto in questi termini, il paesaggio pugliese è più che altro l'immagine di un disastro agricolo.
Da quello che sappiamo, le zone dove oggi dominano i trulli erano foreste e selve. Anche solo il nome "Alberobello" lo dimostra. Non vuol dire, ovviamente, "bello" nel senso moderno del termine, ma si riferisce al latino "Silva Arboris Belli" che indicava forse un riferimento a qualche battaglia ma che era comunque una "selva". Il disboscamento ha avuto inizio verso il quindicesimo secolo. In pochi secoli, l'aumento della popolazione ha fatto scomparire le foreste e le ha trasformate in queste aree brulle dove si coltivano più che altro olivi e viti; che vivono bene sui terreni sassosi.
I trulli, alla fine dei conti, non sono un sottomarchio di Hello Kitty, ma piuttosto l'immagine di quanto possa essere distruttiva l'agricoltura; anche, e forse soprattutto, un'agricoltura pre-industriale. Senza bisogno di seghe a motore, trattori e scavatrici, è perfettamente possibile desertificare un area forestata. E' l'effetto degli esseri umani - quasi un corallo terrestre - che trasformano il suolo fertile in cumuli di sassi.
Ringrazio il consorzio Costellazione Apulia per avermi dato la possibilità di visitare la val d'Itria in occasione del convegno "Raccontami una Storia" del 19-21 Marzo 2010
mercoledì, giugno 23, 2010
La storia di quello che si prese due bombe atomiche in testa
Ho letto da qualche parte (e scusate se non riesco a ritrovare il riferimento) la storia di un Giapponese che, ferito nel bombardamento nucleare a Hiroshima, fu poi ricoverato in ospedale a Nagasaki, beccandosi addosso anche la seconda bomba atomica americana e sopravvivendo anche a quella.
Qualcosa di simile potrebbe succedere a qualche russo che è sopravvissuto al collasso economico sovietico e ora si trova negli Stati Uniti beccandosi invece il collasso statunitense. In effetti, dal blog di Dimitri Orlov "ClubOrlov" arriva un documentino piuttosto agghiacciante. Un suo amico che si chiama Yevgeny gli scrive della sua situazione nel New Hampshire.
Yevgeny è un russo emigrato negli Stati Uniti dopo aver sposato una donna americana. Si trova bene con lei, ma la situazione è disperata e lui si trova a affrontare il secondo collasso della sua vita - non molto differente da quel giapponese che si è beccato due bombe atomiche addosso.
La moglie di Evgeny è andata in fallimento e si trova senza più un soldo. I membri della famiglia sono tutti (tranne uno) disoccupati e stanno andando fuori di testa. Vivono in sei in un appartamento in un area dove chi non può permettersi un'automobile è efficacemente segregato nel posto dove abita. Succede a questo punto che gli americani diventano estremisti "teabaggers" e se sono abbastanza giovani si uniscono alle bande di strada. Insomma, disastro totale.
Non so quanto sia affidabile questo Evgeny, ma ho forte l'impressione che quello che racconta non sia troppo distante dalla realta dei "suburbs" americani in questo momento. Scusate se non ve lo traduco tutto, non ce la faccio. Quelli di voi che se la cavano bene con l'inglese lo apprezzeranno senz'altro; chi non lo mastica troppo, spero si possa contentare del mio breve riassunto.
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Dear Dmitry,
I hope you don't mind that this is in Russian. I think that this way I can be more completely honest. I am a relatively recent graduate of one of the many faceless post-Soviet institutions of higher learning, with a degree in philosophy. Last year I moved to the USA and married an American woman.
The question of when the modern capitalist system is going to collapse has interested me since my student years, and I have approached it from various directions: from the commonplace conspiracy theories to the serious works of Oswald Spengler and Noam Chomsky. Unfortunately, I still can't fathom what it is that is keeping this system going.
My wife is a very pleasant woman, but a typical white conservative American. Whenever any political question comes up, she starts ranting about the Constitution and calling herself a libertarian conservative and a constitutionalist. I used to think that she is well-educated and understands what she is talking about. In fact, she is the one who introduced me to the US, and I once believed everything she told me about it. But as I found out later, she understands nothing about politics, and just repeats various bits of populist nonsense spouted by Severin, O'Reilly, Limbaugh and other mass media clowns. Well, I am not going to try to prove to my wife that she is wrong on a subject that I don't quite understand myself. After all, she is a good wife. And so I try to steer clear of any political questions when I am with the family, although I do not always succeed. Perhaps if I had a copy of your book, it would help me explain myself to her better, but our family was one of the first to be flattened by the real estate market collapse. My wife went bankrupt, lost her bank account, house, job and the rest a while before I came here, and so we can't buy anything online.
In the talk you gave at the conference in Ireland you mentioned that there are certain regions of the US where the common people only eat garbage food from places like Walmart, which consists of artificial colors and flavors and corn, and that such a diet makes them "a little bit crazy." To my utter disappointment, I have to entirely agree with you. Various witty Russian commentators love to heap ridicule on the "dumb Americans" and on the USA as a generally stupid country. But if they spent a bit of time living here and paid closer attention, they would realize that it is not the low cultural level that distinguishes Americans from, say, Russians: both are, on average, quite beastly. But even when I've visited here before, as a student, my first impression was of a country that is full of madmen, ranging from somewhat mentally competent to total lunatics. And the further south I traveled, the more obvious this became. At first I even marveled at this, thinking, look at how intoxicating the spirit of liberty can be! But now I understand that this is a catastrophe, that American society is brainwashed and alienated in the extreme, and that all that's left for Americans to do is to play each other for the suckers that they have become.
Unfortunately, I feel the pernicious influence of all this on my own family right here and now. You don't have to be a brilliant visionary to realize that in the current situation all these endless suburbs, built on the North American model, are slowly but surely turning into mass graves for the millions of former members of the middle class. Those that do not turn into mass graves will become nature preserves - stocked with wild animals that were once human. My family is turning feral under my very eyes. Lack of resources has forced us to live according to the Soviet model - three generations under one roof. There are six of us, of which only one works, who is, consequently, exasperated and embittered. The rest of the household is gradually going insane from idleness and boredom. The television is never turned off. The female side of the family has been sucked into social networks and associated toys. Everyone is cultivating their own special psychosis, and periodically turns vicious. In these suburbs, a person without a car is as if without legs, and joblessness does not allow any of us to earn money for gas, and so the house is almost completely isolated from the outside world. The only information that seeps in comes from the lying mass media. And I understand that millions of families throughout America live this way! This is how people turn into "teabaggers," while their children join street gangs.
For me, as for you, this is the second collapse. You had left USSR before it happened, while I was there to observe it as a child. I saw what happened when people were finally told that they were being had for seventy-odd years, and were offered a candy bar as consolation. Now, after all this, Russian society is finished. It grieves me to see the faces of Americans, who still believe something and wave their Constitution about, and to know that the same thing is about to happen to them. I think that the model which you have proposed will allow us to confront and to survive this collapse with dignity.
Yevgeny
New Hamshire
Etichette: collasso
lunedì, giugno 21, 2010
La ‘Sindrome Nimby’ ha colpito anche il progetto KiteGen
created by Eugenio Saraceno
Accade sempre più di sovente che anche le fonti rinnovabili siano colpite dalla sindrome ‘NIMBY’ acronimo inglese di Not In My BackYard ovvero ‘Non nel mio cortile’, un atteggiamento di opposizione ed ostruzionismo rivolto contro la realizzazione di una certa infrastruttura, da parte degli abitanti della zona in cui l’opera dovrà essere costruita.
Spesso a generare tale atteggiamento sono reali preoccupazioni per la salute, come accade per molte opere per le quali è appurato che peggiorino la qualità dell’aria o dell’acqua, oppure possano rappresentare una possibile fonte di incidenti gravi come le centrali nucleari o a carbone.
Per le centrali elettriche operanti con fonti rinnovabili i motivi del nimby sono solitamente molto meno allarmanti, contro l’eolico si invoca il deturpamento del paesaggio o un pericolo per il volo di alcune specie di uccelli.
Nel caso del KiteGen non poteva mancare l’atteggiamento nimby da parte di gruppi di persone abitanti nella zona in cui ha avuto inizio a Febbraio 2010 la costruzione del primo impianto pilota da 3 MW, anche se le motivazioni sono state ancor meno convincenti.
KiteGen è un progetto per lo sfruttamento dell’energia eolica d’alta quota mediante grandi aquiloni pilotati automaticamente da un computer a terra tramite di una coppia di cavi che hanno anche la funzione di portare a terra la preziosa energia (sotto forma di trazione su un sistema di argani collegati ad un generatore di energia elettrica).
Ebbene l’idea della presenza in quota dei leggeri e sicuri (sono vincolati da due cavi indipendenti) profili alari del KiteGen ha suscitato timori in alcuni residenti di Berzano S.Pietro (AT), abitanti nei dintorni dell’impianto in costruzione. Scenari apocalittici di grossi teli di plastica (tali sono i Kite) che piombano (ma non dovrebbero cadere a mò di paracadute?) sulle case dei poveri vicini disintegrandole sono stati addotti come ragioni di una serie di esposti volti a rallentare o possibilmente bloccare l’iter autorizzativo del cantiere presso la giunta del piccolo centro. In ultimo un tale guardiaboschi, si è presentato al cantiere sostenendo che era stato aperto un nuovo sentiero di accesso attraverso la macchia che circonda il sito, quando tale sentiero era una strada vicinale preesistente e perfettamente regolare come attestato dalla dettagliata documentazione presentata al comune dal proprietario del terreno. L’azione del pubblico ufficiale ha provocato la sospensione dei lavori.
Così, nonostante moltissimi berzanesi fossero fieri di ospitare il progetto e si aspettassero dal KiteGen ricadute positive per il loro territorio, la costruzione del primo generatore ha subito dei rallentamenti. Si era perciò pensato di proseguirla altrove: un altro comune piemontese, Sommariva Perno, ha autorizzato i lavori sul sito di una ex discarica, una zona disabitata e per ora nessuno ha eccepito nulla.
Nel momento in cui esce il post, fortunatamente, la situazione a Berzano si è sbloccata.
Nel momento in cui esce il post, fortunatamente, la situazione a Berzano si è sbloccata.
Di seguito riportiamo l’articolo del Corriere di Bra, esso testimonia il forte interesse che amministrazione pubblica ed imprenditoria locale hanno per l’opportunità di portarsi in casa l’avveniristico impianto, che è stato recentemente scelto tra i migliori esempi di innovazione italiana da presentare all’esposizione di Shanghai.
Etichette: nimby, oscurantismo, politica
sabato, giugno 19, 2010
La lenta caduta
created by Roberto De Falco
E' oramai palese che le varie crisi che si stanno affacciando sono la chiara indicazione della lenta e inesorabile caduta del mondo inteso come produzione e consumo. Vorrei analizzare, dato che faccio anche l'insegnante quello che sta accadendo nella scuola pubblica italiana.
Il problema e' semplice, non ci sono piu' soldi sufficienti per tenere in piedi l'intera struttura così com'è. Qual e' la cura proposta? Invece di dire agli insegnanti la verita' : "Facciamoci forza a vicenda e impariamo a risparmiare ... ", la cura diventa quella di dare più soldi ai docenti ritenuti "piu' bravi". Invece di dare coesione ed unita' si pensa di dividere, di creare dei piccoli orti, di abbandonare alcuni per salvare pochi, formulando accuse spesso rasentanti il ridicolo.
E questo sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. La scuola privata poi e' gia' totalmente caduta, nel senso che a causa della crisi non riesce piu' ad andare avanti e quindi cerca di sottrarre risorse alla scuola pubblica, cosa che sino a venticinque anni fa non era neanche lontanamente pensabile (la Costituzione dice "senza oneri per lo Stato" quando parla di istruzione privata).
Etichette: economia, istruzione, sistemi complessi
mercoledì, giugno 16, 2010
God bless you, mr. Obama
Estratto dal discorso del presidente Barack Obama del15 Giugno 2010. Traduzione di Ugo Bardi
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Per decenni, abbiamo saputo che i giorni del petrolio facile e a buon mercato erano in numero finito. Per decenni, abbiamo parlato e parlato a proposito della necessità di terminare l'assuefazione americana per i combustibili, che dura da più di un secolo. E per decenni, non siamo riusciti ad agire con il senso di urgenza che questa sfida richiede. Molte volte, il cammino è stato bloccato; non dai lobbisti dell'industria, ma anche dalla mancanza di coraggio e di sincerità politica.
Le conseguenze della nostra inazione sono oggi chiaramente visibili. Paesi come la Cina stanno investendo in posti di lavoro e industrie nell'energia pulita che dovrebbero essere qui in America. Ogni giorno, spediamo quasi un miliardo di dollari della nostra ricchezza a paesi stranieri per il loro petrolo. E oggi, quando guardiamo al Golfo, vediamo un intero modo di vivere messo a rischio da una nuvola minacciosa di nero petrolio.
Non possiamo consegnare questo futuro ai nostri figli. La tragedia che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi è il segnale più doloroso e potente che abbiamo mai avuto che ci dice che è ora il momento di passare all'energia pulita. Ora è il momento per questa generazione di lanciarsi in una missione nazionale per sviluppare l'innovazione nazionale americana e prendere il controllo del nostro destino.
Questa non è una visione lontana per l'America. La transizione che ci allontana dai combustibili fossili prenderà del tempo, ma nell'anno è mezzo che passato, abbiamo già preso azioni senza precedenti per far decollare l'industria dell'energia pulita. Mentre parliamo, vecchie fabbriche stanno riaprendo per produrre turbine eoliche, molti stanno tornando al lavoro per installare finestre che sono energeticamente efficienti, e piccole industrie stanno costruendo pannelli solari. I consumatori stanno comprando automobili e camion più efficienti e le famiglie stanno rendendo le loro case più efficienti energeticamente. Gli scienziati e i ricercatori stanno scoprendo tecnologie energetiche pulite che un giorno porteranno a industrie completamente nuove.
Ognuno di noi ha un ruolo da giocare in un futuro nuovo che sarà di beneficio per tutti. Via via che superiamo la recessione, la transizione verso l'energia pulita ha il potenziale di far crescere la nostra economia e creare milioni di buoni posti di lavoro per la classe media - ma solo se accelleriamo la transizione. Solo se cogliamo l'attimo. E solo se ci muoviamo tutti insieme, come un'unica nazione - lavoratori e imprenditori; scienziati e cittadini, il settore pubblico e quello privato
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testo completo a questo link.
martedì, giugno 15, 2010
Perchè sono contrario al programma nucleare del governo italiano
In confronto alle decine di migliaia di morti causati ad esempio ogni anno in Italia dall’inquinamento e dal traffico automobilistico, i rischi del nucleare mi sembrano francamente risibili. Eppure non mi pare che essi determinino un allarme sociale lontanamente paragonabile a quello che agita le masse quando si parla dell’energia nucleare. Ma essendo certo che, quando la disponibilità di energia comincerà a scarseggiare a causa del declino dei combustibili fossili, queste paure antinucleari svaniranno come neve al sole, penso che il modo più giusto di affrontare il problema sia quello di una rigorosa analisi della convenienza industriale dell’investimento nella tecnologia nucleare.
Da questo punto di vista, quella del governo italiano mi appare in effetti una scelta molto rischiosa sul piano industriale per tre motivi: la ridotta disponibilità del combustibile nucleare che dovrà essere usato nelle centrali previste, che potrebbe lasciarle all’asciutto durante il loro ciclo di vita, trasformandole in inutili cattedrali nel deserto, l’elevato valore del costo di produzione energetica rispetto alle fonti convenzionali che rende l’investimento poco conveniente se non con generose elargizioni pubbliche, il reale fabbisogno energetico del nostro paese dei prossimi decenni che non necessita di nuova potenza elettrica aggiuntiva.
Il limite principale è la disponibilità di uranio minerale. In questo articolo ho già affrontato più diffusamente questa problematica, che di seguito sintetizzo.
Anche prendendo a riferimento i dati sulle risorse globali di uranio certificati dal NEA (Agenzia per l’Energia Nucleare), molto discutibili per le modalità di rendicontazione e verifica piuttosto approssimative, le prospettive di durata del combustibile fissile destinato ad alimentare le centrali attualmente attive nonchè quelle di terza generazione in costruzione, appaiono molto limitate.
Come si può leggere nel grafico allegato, prodotto da EWG (Energy Watch Group), elaborato a partire proprio dai dati NEA, che prevede un “picco” della produzione seguito da un declino graduale dell’uranio, è possibile giungere alle seguenti conclusioni:
1) Attualmente, la domanda mondiale di uranio di 67.000 tonnellate all’anno, viene soddisfatta solo per 42.000 tonnellate (circa il 63%) da nuova produzione mineraria, le altre 25.000 tonnellate (circa il 37%), sono ricavate dagli stoccaggi accumulati prima del 1980 resisi disponibili in parte con il processo di disarmo nucleare. Questi stoccaggi, secondo EWG, dureranno ancora appena dieci anni. Periodo che potrà allungarsi solo di qualche anno per merito delle nuove disponibilità derivanti dallo smantellamento di ulteriori 7.500 testate nucleari previsto dal recente accordo Salt 2, firmato tra USA e Russia. Tuttavia se nel frattempo la produzione mineraria non verrà sensibilmente incrementata, ci saranno seri problemi ad alimentare per poco più di un decennio le centrali nucleari esistenti. Figurarsi quelle non ancora costruite.
2) Mettendo a confronto poi gli scenari estrattivi del NEA e quelli energetici dell’ Agenzia Energetica Internazionale, si individua un picco della produzione intorno al 2015 per le Risorse ragionevolmente accertate con costi di estrazione sotto i 40 $/kg, intorno al 2025 per quelle sotto i 130 $/kg, intorno al 2035 per l’ipotesi ultra ottimistica di Risorse ragionevolmente accertate più le Risorse stimate con basso grado di attendibilità (con costi di estrazione sotto i 130 $/kg). In questo quadro, lo scenario di espansione produttiva di energia nucleare “minimo” prospettato dall’IEA nel suo WEO 2006 interseca la curva della produzione di uranio quasi in corrispondenza del picco dell’ipotesi estrattiva più ottimistica, mai nello scenario “massimo” che corrisponde alle prospettive di crescita ipotizzate nei programmi nucleari dei vari governi.
In altre parole, lo sviluppo massimo previsto della fonte nucleare sarebbe in ogni caso incompatibile con la disponibilità di uranio, la crescita minima verrebbe irrimediabilmente bloccata in prossimità del picco della risorsa e lo stesso funzionamento dei soli impianti oggi esistenti sarebbe messo in crisi ben prima della metà del secolo.
Quindi, le ipotesi di durata centennale delle risorse minerarie uranifere prospettate da NEA e riprese in Italia da ENEA, sono da ritenersi illusorie e prive di fondamento per i seguenti motivi:
1) Il metodo di calcolo semplificato adottato per definire tale ipotesi, cioè dividendo la quantità di uranio ancora complessivamente disponibile per il consumo annuo non è assolutamente affidabile perché avulso dalla reale dinamica di esaurimento delle risorse minerarie e fossili descritta dal modello di Hubbert (picco e successivo declino), oggi considerato a livello scientifico internazionale il più accreditato a descrivere tali dinamiche.
2) Anche adoperando lo stesso metodo semplificato di NEA per calcolare la durata delle risorse minerarie, si ricavano circa 80 anni. Cioè, NEA ha approssimato di 20 anni la durata delle risorse da essa stesse definite.
3) Il calcolo di NEA ipotizza per i prossimi anni una produzione energetica da nucleare costante pari all'attuale, senza considerare quindi le ipotesi di espansione produttiva da essa auspicate.
4) Nel calcolo eseguito da NEA per determinare la durata delle risorse di uranio vengono inserite non solo quelle ragionevolmente provate, ma anche interamente quelle che essa stessa definisce scarsamente attendibili.
5) In conclusione, anche adottando il loro modello errato di esaurimento della risorsa e correggendo i banali errori precedentemente descritti, in realtà si ottiene una durata probabile delle risorse di circa 30 - 40 anni.
E’ utile infine precisare che le conclusioni relative alla durata delle risorse di uranio mondiali precedentemente sintetizzate, non verrebbero sostanzialmente modificate anche qualora si assumesse interamente la potenzialità produttiva di uranio arricchito ricavabile con la tecnologia in uso di recupero spinto di uranio fissile, estraibile tramite una difficile e costosa operazione dall’uranio “impoverito” disponibile.
Quindi, sarebbe opportuno che il governo spiegasse agli italiani quali garanzie è in grado di fornire in merito alla fornitura certa e duratura di combustibile nucleare per le centrali in programma.
Passiamo alla questione dei costi di produzione. In questo mio precedente articolo ho elencato i fattori economici e finanziari che a mio parere rendono attualmente scarsamente conveniente la tecnologia nucleare. Gli elevati costi di produzione di questa fonte energetica hanno negli ultimi decenni scoraggiato gli investimenti industriali privati, mentre le poche centrali in corso di realizzazione vedono in particolare lievitare notevolmente i costi di costruzione rispetto ai valori preventivati.
Di fatto, sul piano della convenienza economica, gli investimenti nel settore nucleare stanno oggi in piedi solo grazie a generose sovvenzioni pubbliche che inevitabilmente finirebbero per pesare su bilanci statali sempre più esangui o sulle bollette dei consumatori, generando una pesante distorsione della libera concorrenza rispetto alle altre fonti energetiche. Non a caso, l’Enel ha già ammesso la necessità di trasferire sulle bollette degli italiani una parte del rischio finanziario connesso alla costruzione delle nuove centrali.
Quindi, in un quadro europeo di contenimento della spesa pubblica, il governo italiano dovrebbe impegnarsi ufficialmente a “non mettere le mani in tasca agli italiani” per la costruzione e il funzionamento delle centrali programmate.
Infine, come dimostrato da questo studio molto conservativo di ISSI, la potenza delle centrali elettriche italiane esistenti, e di quelle in costruzione o già autorizzate in Italia, è abbondantemente in grado di soddisfare nei prossimi decenni il fabbisogno di energia elettrica italiana, considerando che è molto improbabile che si determini in prospettiva una decisa inversione di tendenza rispetto al forte calo dei consumi elettrici causato dalla crisi economica (- 6,8% nel 2009). Infatti, la minore disponibilità di petrolio che si verificherà nei prossimi anni a seguito del superamento del picco di produzione (di recente ammesso anche dal Pentagono e dall’Agenzia Energetica americana), avrà sicuramente effetti recessivi sull’economia e conseguenze depressive sui consumi energetici.
Quindi, solo un forte impulso all’uso delle fonti rinnovabili, accoppiato alla scelta strategica del metano come fonte di transizione, in un quadro di diversificazione degli approvvigionamenti, consentirà a mio parere di assicurare nel prossimo futuro risposte industrialmente praticabili al fabbisogno energetico nazionale, in uno scenario di consumi stazionari o moderatamente in crescita.
Di fatto, sul piano della convenienza economica, gli investimenti nel settore nucleare stanno oggi in piedi solo grazie a generose sovvenzioni pubbliche che inevitabilmente finirebbero per pesare su bilanci statali sempre più esangui o sulle bollette dei consumatori, generando una pesante distorsione della libera concorrenza rispetto alle altre fonti energetiche. Non a caso, l’Enel ha già ammesso la necessità di trasferire sulle bollette degli italiani una parte del rischio finanziario connesso alla costruzione delle nuove centrali.
Quindi, in un quadro europeo di contenimento della spesa pubblica, il governo italiano dovrebbe impegnarsi ufficialmente a “non mettere le mani in tasca agli italiani” per la costruzione e il funzionamento delle centrali programmate.
Infine, come dimostrato da questo studio molto conservativo di ISSI, la potenza delle centrali elettriche italiane esistenti, e di quelle in costruzione o già autorizzate in Italia, è abbondantemente in grado di soddisfare nei prossimi decenni il fabbisogno di energia elettrica italiana, considerando che è molto improbabile che si determini in prospettiva una decisa inversione di tendenza rispetto al forte calo dei consumi elettrici causato dalla crisi economica (- 6,8% nel 2009). Infatti, la minore disponibilità di petrolio che si verificherà nei prossimi anni a seguito del superamento del picco di produzione (di recente ammesso anche dal Pentagono e dall’Agenzia Energetica americana), avrà sicuramente effetti recessivi sull’economia e conseguenze depressive sui consumi energetici.
Quindi, solo un forte impulso all’uso delle fonti rinnovabili, accoppiato alla scelta strategica del metano come fonte di transizione, in un quadro di diversificazione degli approvvigionamenti, consentirà a mio parere di assicurare nel prossimo futuro risposte industrialmente praticabili al fabbisogno energetico nazionale, in uno scenario di consumi stazionari o moderatamente in crescita.
Sarebbe pertanto auspicabile che il Governo riflettesse attentamente sui limiti oggettivi di carattere industriale che ostacolano il programma di costruzione di nuove centrali nucleari nel nostro paese, destinando invece investimenti e risorse nella ricerca e diffusione delle fonti rinnovabili, le uniche in grado di garantire un approvvigionamento energetico sicuro e per tempi indefiniti.
Etichette: energia nucleare, Industria, scenari















