giovedì, novembre 10, 2011

Un Racconto Personale. La Guerra del Libano e l’Analogia al Post-Picco



Scritto da Toufic El Asmar - Vice Presidente Aspoitalia


Tutti descrivono il Libano come la “Svizzera del Medio Oriente” pensando ad un paese con una natura ed un paesaggio simili a quelli Svizzeri. Paesaggisticamente il Libano è molto bello, caratterizzato da una popolazione per la maggior parte ospitale, generosa, che ama divertirsi. Ma il paragone con la Svizzera riguardava e riguarda ancora il sistema bancario che è segreto, solido e che assicura interessi attraenti per gli investitori. I problemi erano tanti e la guerra non iniziò per caso ma era il risultato di una serie di fatti geopolitici, economici, energetici, politici, sociali. Una situazione sempre più esplosiva che tutti ignoravano o facevano finta di nulla o negavano, malgrado i richiami di qualche Cassandra. Vorrei con questo racconto rendervi partecipi delle mie esperienze di vita, vissute per un lungo periodo, in un contesto di grandi crisi che potrei paragonare per similitudine ad una probabile crisi post-picco e di shortage o carenza di beni e mezzi essenziali per il nostro benessere. Dalla mia nascita nel 1964 fino alla fine dell’estate 1984, vissi con i miei genitori, due fratelli e una sorella, a Beirut in un quartiere che era considerato uno dei migliori di tutta la città. Abitavamo in un appartamento grande, al secondo piano di un palazzo alto 6 piani. In quel quartieri troviamo ancora una chiesa ed una moschea, e la convivenza tra cristiani e musulmani non si era mai incrinata (salvo un paio di cretini di quel tempo).

Beirut, Martedì 15 Aprile 1975, data ufficiale di inizio della guerra in Libano: in quel cadevano i primi morti. Si è trattato di una guerra che durò, ufficialmente, fino al 13 Ottobre 1990 durante la quale una popolazione di 3,5 milioni di abitanti ha dovuto adattarsi a moltissime privazioni come l’assenza, per settimane intere o anche mesi, dell’energia elettrica, la difficoltà di reperire generi alimentari, il gas per cucinare, l’acqua e tante altre necessità . Durante quell’anno, il 1975, avevo 11 anni e non realizzavo ancora quello che stava succedendo; ma pian piano le notizie che ci giungevano via radio oppure per sentito dire, ci rivelavano la dimensione del dramma.

Per tutto il periodo che andava dall’estate del 1975 fino al 1977 circa, la radio diffondeva informazioni particolari sulla viabilità e la sicurezza delle strade Non come quelle di Isoradio ma ci informava su quali strade erano sicure e percorribili, quali erano insicure ma percorribili e quali da non prendere in nessun caso dato che la presenza di cecchini o combattimenti, ma anche la frequenza o meno di rapimenti, le rendevano estremamente pericolose. Dunque, malgrado le prime battaglie, nella maggior parte di Beirut e del Libano, la vita andava avanti come sempre, nel senso che c’era ancora benzina, elettricità, pane, uova, acqua, ecc. Potevamo ancora fare il bagno o la doccia, lavare i piatti e bere acqua dalla cannella. L’ascensore funzionava e la fornitura delle bombole del gas (per la cucina) era regolare; anche l’olio per il riscaldamento centrale ci arrivava regolarmente. I voli della MEA (Middle East Airlines) la compagnia di bandiera libanese e le altre continuavano a volare sopra le nostre teste durante le loro manovre di atterraggio verso l’aeroporto di Beirut. Tutto questo non durò a lungo. A man mano che le battaglie andavano avanti e si intensificavano, i problemi iniziavano ad emergere. L’inasprimento degli scontri militari e politici oltre a morti e danni, causarono i primi blackout, che furono seguiti da altri, finché le centrali elettriche non fu fortemente danneggiate (anche oggi l’erogazione dell’energia elettriche avviene ogni 6 – 12 ore a fasce orarie e per aree geografiche). Le forniture di carburante, gas, olio ed altri beni iniziarono a diminuire fino a cessare del tutto quando la situazione diventava completamente fuori controllo. I trasporti merci via terra (attraverso la Siria), cielo e mare erano stati per lungo tempo bloccati; il porto di Beirut fu completamente razziato dalle milizie mentre la stessa sorte toccò all’aeroporto per mano delle forze siriane o israeliane di occupazione. Il settore turistico è fallito e nel cuore di Beirut, nella famosa via delle Banche, nella via Sursok, e in tutto il centro storico e commerciale della Capitale, distruzioni, sciacallaggii, devastazioni avevano annientato il famoso tessuto economico e commerciale del Paese. Troppe persone si trovarono senza lavoro, i conti correnti furono svuotati dai ladri, la borsa distrutta.

Dunque in sintesi abbiamo vissuto una situazione molto simile a quella che potremmo vivere tra qualche anno qualora si verificassero le previsioni di Cassandra: “crisi energetica determinata da prezzi proibitivi del petrolio, una situazione economica e finanziaria deflagrata, esaurimento della maggior parte dei minerali, diminuzione delle terre produttive, produzione agricola deficitaria, trasporti merci a lunga distanza costosissimi e proibitivi, guerre e insicurezze. A questi dobbiamo aggiungere i problemi ambientali e climatici dovuti ai Cambiamenti Climatici, con l’incremento dell’intensità e la frequenza dei fenomeni anomali come le siccità prolungate, le inondazioni e le temperature molto elevate o molto basse a seconda della stagione.

Adattarsi o andare via, come vivere in condizioni di shortage?
In queste condizioni di caos estremo i Libanesi hanno dovuto scegliere e tale scelta non poteva essere facile ne immediata: andare via vuol dire cercare rifugio in altri parti del Paese con i rischio di ritrovarsi la guerra di nuovo in casa; cambiare Paese vuol dire ripartire da capo e questo lo poteva fare solo chi aveva soldi e forza sufficiente; rimanere voleva dire prima di tutto adattarsi psicologicamente oppure fare parte dei miliziani e di coloro che hanno devastato la Nazione a torto o a ragione. Noi e tanti altri avevamo scelto di rimanere. La capacità di adattarsi alla nuova situazione voleva dire sopravvivere. Dunque bisognava prima di tutto modulare la propria psicologia accettando la situazione e creare tutte le condizioni necessarie per poter continuare a vivere in modo “normale”.
I problemi da risolvere erano:
- Assicurarsi il cibo, l’acqua potabile, e la conservazione del cibo
- Assicurarsi l’energia per Cucinare
- Trovare acqua per l’igiene del corpo e per le faccende della casa
- Illuminarsi le nottate
- Disfarsi dei rifiuti
- Procurarsi medicine e sapone
- Muoversi entro e fuori la città quando era necessario
- Curare la mente e assicurare l’educazione
- Riscaldarsi d’inverno e rinfrescarsi d’estate
Più o meno gli stessi problemi da risolvere in caso di carenza di risorse?
Esistono a mio parere almeno tre fasi di adattamento: la prima è quella più acuta, quando si verifica un evento improvviso, catastrofico, e/o estremo. Durante questa fase di emergenza cerchiamo prima di tutto di assorbire il danno, e trovare i mezzi per sopravvivere. La seconda fase è quella di adattamento, è una fase di passaggio dall’emergenza alla quasi normalità durante la quale ci organizziamo meglio e ci rendiamo conto di tutti i pro e i contro delle nostre scelte. La terza fase è di mitigazione degli effetti dell’evento disastroso e la ricerca delle soluzioni più all’avanguardia capaci di portarci ad una situazione simile a quella normale di pre-crisi. La durata delle fasi è variabile e dipende da molti fattori. Quello che conta è la nostra capacità di adeguarci, organizzarci e soprattutto di prevenzione.

Vivere la crisi e superarla nel miglior modo possibile
La guerra in Libano era durata circa 16 anni (Aprile 1975 – Ottobre 1991) con alti e bassi, cioè momenti di estrema violenza (come ad esempio la guerra dei 100 giorni durante i quali Beirut ed altre aree del Libano furono bombardati in maniera intense e senza sosta) e momenti di calma relativa dovuta all’instaurarsi di una situazione di status quo. I periodi di massima intensità erano caratterizzati da situazioni di grande difficoltà e mancanza quasi totale di qualsiasi elemento di benessere. Andare fuori per comprarsi il cibo, portare l’acqua o cercare le candele per illuminare le stanze durante la notte era estremamente pericoloso. Durante i periodi di calma, le cose andavano meglio. Tuttavia nei momenti più duri la gente diventava più solidale e disponibile.
Quando veniva a mancare la corrente elettrica (avevamo conosciuto blackout lunghi anche un anno) i disagi erano molteplici:
- Il frigorifero spento: il cibo si deteriora, non si può più conservare nulla soprattutto durante l’estate, e non si può bere acqua fredda. Quando si era fortunati arrivava nel nostro quartiere un venditore di cubi di ghiaccio del peso di circa 5 kg che facevamo tagliare e poi mettevamo nel freezer per conservare la carne per almeno 2 giorni. Comunque il cibo non rimaneva a lungo lo consumavamo velocemente.
- L’ascensore fermo: Beh c’era ben poco da fare, tutti a piedi su e giù (il lato buono è che si facevano esercizio e si rimaneva in forma). Il problema era maggiore per vecchi e per trasportare roba pesante. Una cosa positiva delle crisi è che aumenta la solidarietà e la coesione tra i vicini e gli abitanti dello stesso quartiere: io ti aiuto e ti difendo perché mi aspetto che tu faccia lo stesso per me.
- La notte si rimaneva al buio: mi ricordo il buoi pesto delle strade durante la notte, le grida di gioia e gli applausi della gente quando veniva ripristinata. Le candele erano state le nostre compagne per molte notti. La notte era un momento particolare, affascinante e anche quando i combattimenti ed i bombardamenti si intensificavano, la notte era anche paura. Di notte, le città vuote (le macchine circolavano raramente, e la gente si rintanava in casa propria) sono come le stanze vuote, amplificano i suoni (puoi sentire i passi provenienti da lontano, o il rombo delle bombe) e tutto ciò diventa inquietante o affascinante quando sei sul balcone, d’estate o in case d’inverno alla luce fioca delle candele: mi tornano in mente le serate che passavano i miei genitori insieme ai vicini che giocavano a carte fino a notte tardi, oppure quasi tutti i vicini del palazzo, che si rifugiavano a casa nostra durante i bombardamenti, dormivamo in 10 o più nella stessa stanza. Negli anni ottanta passammo dalle candele (fase acuta o di emergenza della crisi) alle lampade ad olio poi a quelle a benzina (fase transitoria), infine dalla metà degli ottanta, ai generatori elettrici (fase di quasi normalità). Comunque questi generatori non servivano granché quando mancavano le forniture di combustibili.
- Le pompe dell’acqua erano ferme, dunque era impossibile fare salire l’acqua verso i piani superiori. Le soluzioni adottate erano diverse, la più comoda era quella di approfittare dei rari momenti di ritorno della fornitura di acqua per riempire la vasca del bagno e creare cosi dei depositi di acqua dentro casa. Ma non sempre questo era sufficiente per cui si andava un po’ tutti verso un area dove si distribuiva l’acqua alla gente o dove c’è un pozzo di acqua (Beirut è ricchissima di pozzi d’acqua di falda: purtroppo oggi la maggior parte di questa acqua si è mescolata con quella del mare). Ciascuno di noi portava dunque due secchi a testa, li riempiva di acqua (potabile o meno a seconda delle esigenze) e si riportavano a casa (lungo le scale). L’acqua potabile veniva messa in contenitori sterilizzati, mentre l’altra messa nelle vasche da bagno. Per lavarci ci si aiutava, con il catino e cercando di usarne il meno possibile, questa è decisamente la soluzione migliore per economizzare.
- Per cucinare ci si affidava ai venditori delle bombole del gas, ma per lungo tempo avevamo usato anche i fornelli a petrolio simili a quelli da campeggio ma più grandi. Quando i rifornimenti di bombole di gas erano possibili ne compravamo 3 o 4 di scorta che lasciavamo sul balcone.
- Mi ricordo mio padre insieme a mio zio che compravano sacchi di farina da 50 kg, la scorta era d’obbligo. Molto del cibo come verdura e frutta, uova e carne di pollo, lo produceva mia nonna che aveva un bell’orto molto ricco. Mia nonna insieme alle sue amiche-vicine, si alzavano alle quattro la mattina e preparavano il pane libanese. La cosa buona del pane libanese è che si conserva a lungo. Dunque il pane non mancava se si riusciva a farlo in casa. Il problema era avere la farina e questa nei momenti di intensi combattimenti non arrivava più. Sicuramente la carne era più difficile da trovare, e mia nonna (che aveva vissuto la fame durante la prima guerra mondiale) sapeva come organizzare e ovviare alle mancanze sicché c’era sempre qualche pietanza a base di grano, riso, legumi, e verdure di vario tipo. Ovviamente la carne di pollo veniva lasciata per la domenica e le occasioni importante. Era mia nonna che sapeva uccidere i polli che poi cucinava per un esercito di persone (minimo 15 persone durante la settimana e più di 20 durante la domenica).
- Per quanto riguarda il trasporto, la mia famiglia non possedeva una macchina quindi ci si spostava raramente su lunghe distanze (magari quando si doveva scappare da Beirut). Tuttavia durante i momenti di scarsità di petrolio (cioè quando la situazione era molto calda) la gente faceva delle file lunghissime (qualche volta ci scappava il morto). A dire la verità nei momenti di calma il traffico si intensificava, le persone andavano al lavoro e i Libanesi hanno sempre dimostrato di essere persone molto attive, caparbie ottimiste. Appena cessavano i bombardamenti o i combattimenti si rimettevano subito a pulire e ricostruire perché la vita deve andare avanti.

Cosa riserverà il futuro?
All’inizio nessun libanese aveva capito a fondo cosa stesse succedendo; il passaggio dall’emergenza alla stabilità aveva seguito il percorso degli eventi e quasi tutti hanno vissuto alla giornata. La capacità di adattamento dipende molto dall’istinto di sopravvivenza e dall’avere comunque e sempre una certa dose di ottimismo. Allo scoccare della mezzanotte di ogni Capo d’Anno tutti ci dicevamo che è finita tanto, peggio di cosi non potrebbe andare, speriamo che il prossimo anno ci porti la pace e la tranquillità. Non sempre è stato cosi, ma è stato sufficiente per andare avanti.
Il Libano oggi continua a trovarsi in una situazione delicata, esso è completamente influenzato dalle crisi regionali. A queste vanno aggiunte la sua quasi totale dipendenza dalle importazioni di materie prime e cibo, la sua produzione agricola interna non è sufficiente ed i terreni produttivi sono drasticamente diminuiti. Il 98% delle sue necessità energetiche dipendono dal Petrolio, il rimanente 2% da un po’ di idroelettrico, geotermico e qualche impianto fotovoltaico e un paio di piccolo eolico. I cambiamenti climatici hanno allungato la stagione siccitosa, il Paese era caratterizzato da un alternarsi di 6 mesi di sole a 6 mesi di piogge con il picco durante il periodo Dicembre – Marzo. Essendo la montagna più alta del Medio Oriente, il Libano (il nome proviene dalla parola Laban, che in fenicio vuol dire bianco, perché nel passato le sue cime più alte (fino a 3018 m erano sempre bianche. Purtroppo il ghiacciaio è scomparso), ha ancora la fortuna di essere un enorme serbatoio di acqua che però non può sfruttare pienamente dal momento che i suoi vicini Israele e Siria non glielo permettono. Staremo a vedere, intanto è l’Italia che si trova sotto le piogge torrenziali.

4 commenti:

Bollito Mesto ha detto...

Grazie per la sua testimonianza, interessantissima!

roberto ha detto...

bellissimo racconto.infonde tristezza ma anche speranza.
ps le piogge torrenziali in italia non le vedo ancora , vedo territori senza alberi e fiumi di cemento che con piogge di poche ore vanno in crisi.

Simone Martini ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Stefano Marocco ha detto...

Questo post mi ricorda le storie che ascoltavo dai nonni sulla vita durante la seconda guerra mondiale, e l'esperienza di vita che ne hanno tratto adottando la sobrietà, il risparmio, il recupero e il riuso degli oggetti come basi del modo di vivere. Purtroppo le generazioni del dopoguerra hanno perso totalmente questi valori. Chissà se le future generazioni sapranno di nuovo ritrovarli.