sabato, dicembre 17, 2011

Il libro che ha dato inizio ad ASPO-Italia: La Fine del Petrolio


La copertina del libro del 2003 "La Fine del Petrolio" di Ugo Bardi. Quasi dieci anni dopo che è stato concepito, il libro non è ancora obsoleto e, rileggendolo, ci si trovano alcune previsioni che si sono avverate in modo quasi preoccupante. Esaurito da un pezzo in libreria, lo potete scaricare in formato pdf dal sito di Aspoitalia.


Dall'introduzione del libro "La Terra Svuotata" di Ugo Bardi, Editori Riuniti, 2011


L'11 Settembre del 2001 è una data che tutti si ricordano per via degli attentati alle torri gemelle di New York; un evento che ha cambiato la visione del mondo per molti di noi. Anche per me, quel giorno sono cambiate molte cose; ma per un altro motivo. Mi ricordo che quella mattina girellavo in una libreria di Berkeley, in California, ancora sotto shock dopo aver visto il crollo delle torri in televisione. Curiosando fra gli scaffali, mi capitò in mano un libro intitolato “Il Picco di Hubbert: la scarsità di petrolio prossima ventura.” Era scritto da un geologo americano, Kenneth Deffeyes. Mi bastò una scorsa a quel libro per ricavarne una piccola rivelazione; una di quelle illuminazioni che ti capitano ogni tanto nella vita. Quell'11 Settembre del 2001 è stato decisamente un giorno particolare per me.

Prima di allora, di petrolio me ne ero occupato sempre, ma in modo diverso. Per uno che fa il chimico di mestiere, il petrolio è un po' come la Colt 45 per il pistolero dei film western: non è detto che la devi usare a ogni momento, ma la tieni sempre a portata di mano. Così, avevo cominciato la mia carriera studiando argomenti correlati alla raffinazione del petrolio e avevo continuato a lavorarci sopra per molti anni. Ma era la prima volta che trovavo dei dati che rispondevano a una domanda che mi ero sempre fatto: il petrolio esiste in quantità finite, e quanto ancora potrà durare?

La risposta di Deffeyes non era piacevole. L'esaurimento del petrolio non era una cosa per un lontano futuro; era qualcosa di cui già allora cominciavamo a sentire le conseguenze. Deffeyes esponeva il concetto di “Picco del Petrolio” e spiegava che non voleva dire esaurimento. Voleva dire, piuttosto, costi talmente alti che la maggior parte di noi non avrebbero più potuto permettersi di usare il petrolio con la stessa noncuranza con cui l'abbiamo fatto fino ad oggi. Questo avrebbe costretto l'industria a ridurre la produzione, generando così quel massimo produttivo che viene chiamato a volte “Picco di Hubbert” dal nome del geologo americano, Marion King Hubbert, che aveva proposto il concetto per la prima volta, negli anni 1950. Secondo Deffeyes, il picco globale di produzione avrebbe potuto verificarsi entro una decina di anni, ovvero entro i primi due decenni del ventunesimo secolo.

Quell'11 Settembre del 2001, tante cose sono andate al loro posto, tante domande hanno avuto una risposta; incluso le vere ragioni dell'attacco alle torri gemelle di New York. Era un'altra salva delle “guerre per il petrolio” che non erano certamente cominciate allora e che sarebbero comunque durate ancora a lungo nel tentativo di controllare una risorsa che si faceva sempre più scarsa. Da allora, è cominciata per me una ricerca che ha cambiato la mia vita. E' stata la ricerca delle ragioni del nostro rapporto con il petrolio, del perché non ne possiamo più fare a meno e di cosa ci succederà via via che lo consumiamo, fino al giorno in cui, alla fine, quel poco che resterà sarà talmente costoso da estrarre che lo lasceremo dentro i pozzi. Un giorno, il petrolio sarà soltanto un ricordo del passato; è inevitabile. Quel giorno potrebbe non essere così lontano da non dover cominciare a preoccuparcene ora.

Con gli anni, mi sono accorto che il problema non è soltanto del petrolio, ma di tutte le risorse minerarie che utilizziamo: dai combustibili fossili (carbone e gas in aggiunta al petrolio) a tutti i metalli, i semiconduttori, i materiali da costruzione e quei preziosi fosfati senza i quali l'agricoltura non potrebbe produrre abbastanza cibo da sostenere sette miliardi di persone. Tutte queste sono risorse esauribili, nel senso che, a furia di estrarle e “consumarle” (ovvero trasformarle in rifiuti), finiremo con rimanere senza. E non è soltanto questo il problema; il fatto di trasformare le risorse in rifiuti ci crea enormi problemi di inquinamento, il principale dei quali è il riscaldamento globale creato dai prodotti di combustione degli idrocarburi e del carbone. E' una vera tenaglia quella che ci sta schiacciando fra due problemi: esaurimento è inquinamento.

Tutte queste cose non mi erano ancora chiarissime in quel giorno dell'attacco alle Torri Gemelle di New York, ma cominciavo già a intuirle. Così, tornato in Italia, ho cominciato a studiare il petrolio non più come una serie di molecole da raffinare ma come parte di un ciclo economico e ecologico planetario. Più tardi, ho conosciuto di persona Kenneth Deffeyes, l'autore del libro che mi aveva messo su questa strada. Ho anche conosciuto Colin Campbell, fondatore di “ASPO” l'associazione per lo studio del picco del petrolio. E' stato Campbell a incoraggiarmi a continuare con gli studi che avevo cominciato a fare. Ho conosciuto anche tanti altri studiosi che si erano interessati al picco del petrolio. Jean Laherrere, geologo francese co-fondatore di ASPO e straordinario analista dei dati petroliferi, Matt Simmons, finanziere americano esperto di petrolio che mi ha messo sulla strada di riesaminare e rivalutare il lavoro dei “Limiti dello Sviluppo” del 1972, Ali Morteza Samsam Bakthiari, geologo iraniano capace di recitare Dante Alighieri in italiano a memoria, e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare.

Nel 2002, ho invitato Colin Campbell in Italia a presentare il suo lavoro in una conferenza che ha tenuto all'università di Firenze. Dopo la conferenza, io e un gruppetto di ricercatori italiani ci siamo riuniti nel mio ufficio e abbiamo fondato la sezione italiana dell'associazione per lo studio del picco del petrolio: ASPO-Italia, che si è rivelata negli anni un crogiolo di menti brillanti e originali. Ci siamo messi a studiare non solo il petrolio, ma tutte le risorse, sia rinnovabili che non rinnovabili, e a proporre soluzioni in termini di “sostenibilità”. Forse un concetto abusato, certo, ma l'unico che ci da una speranza per il futuro.

Molto del lavoro che ho fatto in questi 10 anni è stato di divulgazione, più che altro su internet, sul sito di ASPO-Italia e sul mio sito che si intitola “Effetto Cassandra.” Ma non ho fatto solo divulgazione; piano piano, sono entrato nell'argomento al punto di pubblicare diversi articoli su riviste scientifiche internazionali e sono anche entrato nel gruppo degli autori di “The Oil Drum” un sito internet specializzato in argomenti petroliferi e di risorse minerali. Nel 2003 avevo pubblicato “La Fine del Petrolio,” il mio primo libro in assoluto. Come succede spesso in Italia, molti libri di scienza passano inosservati e anche questo non è che sia apparso sulla lista dei best-seller. Ma ha avuto successo in altri modi. Apparentemente, a molta gente ha fatto lo stesso effetto che aveva fatto a me il libro di Deffeyes sul picco di Hubbert che avevo trovato in quella libreria di Berkeley, l'11 Settembre del 2001. Negli anni, ho ricevuto molte lettere di persone che mi hanno scritto “questo suo libro ha cambiato la mia visione del mondo.” In più, “La fine del petrolio” si è rivelato un libro singolarmente profetico. Rivisto oggi, a distanza di alcuni anni, è impressionante notare quante cose scritte nel testo poi si sono avverate o si sono rivelate essere come descritte; dall'aumento dei prezzi del petrolio al disastro dell'invasione dell'Iraq. Non mi prendo nessun merito per questo valore profetico del libro; è un merito che va a quelli che mi hanno insegnato queste cose: Campbell, Laherrere, Deffeyes, Bakhtiari e tanti altri.

3 commenti:

Essence ha detto...

A proposito di Laherrere, è attendibile questo suo grafico?

World all liquids production & forecast

Pinnettu ha detto...

Prendendo come riferimento i dati Energy Information Administration direi che per quanto riguarda la produzione totale siamo su quei valori (poco più di 87 milioni di b/g per il 2011 secondo l'EIA).

Quanto al solo convenzionale, invece, il grafico parla di circa 71 milioni mentre l'EIA fornisce un dato prossimo ai 74 milioni.

Per il forecast....beh aspettiamo. Sembrerebbe comunque che il picco non sia ancora matematicamente alle spalle.

Paolo ha detto...

Ugo, a proposito di bando dei fosfati dai detersivi, quanto è veritiera secondo te la motivazione ambientale e quanto potrebbe esserlo invece il declino della loro produzione? Meglio impiegarli in agricoltura che sprecarli in inquinanti detersivi, no?