
Il discorso del Presidente ha affrontato il tema di attualità della crisi economica globale e dei suoi effetti sulla stabilità finanziaria dello Stato italiano, indicando senza giri di parole, le vie del risanamento, in primis la lotta serrata all’enorme evasione fiscale e ricordando l’importanza delle celebrazioni dell’Unità d’Italia come elemento di coesione nazionale indispensabile in una fase delicata e cruciale per il nostro paese.
Vi voglio però proporre una parte del discorso di Napolitano che pochi commentatori hanno evidenziato, ma che dal nostro punto di vista, appare estremamente innovativa e lungimirante:
“Si impone perciò un’autentica svolta: per rilanciare una crescita di tutto il paese – Nord e Sud insieme; una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito ; una crescita ispirata a una nuova visione e misurazione del progresso, cui si sta lavorando ormai da anni, su cui si sta riflettendo in qualificate sedi internazionali. Al di là del PIL, come misura della produzione, e senza pretendere di sostituirlo con una problematica “misura della felicità”, in quelle sedi si è richiamata l’attenzione su altri fattori: “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”. E’ a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.”
“Si impone perciò un’autentica svolta: per rilanciare una crescita di tutto il paese – Nord e Sud insieme; una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito ; una crescita ispirata a una nuova visione e misurazione del progresso, cui si sta lavorando ormai da anni, su cui si sta riflettendo in qualificate sedi internazionali. Al di là del PIL, come misura della produzione, e senza pretendere di sostituirlo con una problematica “misura della felicità”, in quelle sedi si è richiamata l’attenzione su altri fattori: “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”. E’ a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.”
Le cronache giornalistiche ci informano che dall’inizio alla fine, il discorso del Presidente è stato accompagnato da autentiche ovazioni dei congressisti e a questo punto dobbiamo domandarci per quale motivo la più alta carica dello Stato goda oggi di un così ampio e trasversale consenso che travalica le tradizionali e consolidate contrapposizioni tra gli italiani.
Sicuramente a ciò contribuisce l’alto profilo politico, culturale ed umano del personaggio, ma egli rappresenta principalmente il consolidarsi di una tendenza storico - sociale avviata ed avvertita già nei settennati dei suoi ultimi predecessori, Ciampi, Scalfaro e, per certi versi, Cossiga. Di fronte a un sistema politico sempre più autoreferenziale, rissoso e politicamente inadeguato, incapace di perseguire con efficacia l’interesse generale della Nazione, gli italiani vedono nella figura del Presidente della Repubblica l’unica istituzione “super partes” in grado di saper rappresentare il bene comune e fare da argine ai rischi di disgregazione economica e sociale.
Sicuramente a ciò contribuisce l’alto profilo politico, culturale ed umano del personaggio, ma egli rappresenta principalmente il consolidarsi di una tendenza storico - sociale avviata ed avvertita già nei settennati dei suoi ultimi predecessori, Ciampi, Scalfaro e, per certi versi, Cossiga. Di fronte a un sistema politico sempre più autoreferenziale, rissoso e politicamente inadeguato, incapace di perseguire con efficacia l’interesse generale della Nazione, gli italiani vedono nella figura del Presidente della Repubblica l’unica istituzione “super partes” in grado di saper rappresentare il bene comune e fare da argine ai rischi di disgregazione economica e sociale.
Viviamo in un periodo di cambiamenti epocali che richiederanno interventi efficaci e decisioni strategiche anche sul piano istituzionale, pena la disgregazione del collante sociale. Credo che dovremo iniziare a riflettere seriamente a una riforma del sistema istituzionale italiano che preveda l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato, intesa come elemento di stabilizzazione, garanzia e fiducia nelle istituzioni rappresentative, alla stregua di altre consolidate democrazie europee ed occidentali.
Le condizioni che determinarono l’attuale assetto costituzionale, con l’attribuzione di un ruolo centrale al Parlamento, come reazione e tutela rispetto a un tragico e rovinoso periodo della storia nazionale, sono profondamente mutate. In un quadro di corretto bilanciamento dei poteri e di un idoneo sistema di pesi e contrappesi tra gli organi dello Stato, è possibile a mio parere operare per una trasformazione in senso presidenziale della democrazia italiana.
Le condizioni che determinarono l’attuale assetto costituzionale, con l’attribuzione di un ruolo centrale al Parlamento, come reazione e tutela rispetto a un tragico e rovinoso periodo della storia nazionale, sono profondamente mutate. In un quadro di corretto bilanciamento dei poteri e di un idoneo sistema di pesi e contrappesi tra gli organi dello Stato, è possibile a mio parere operare per una trasformazione in senso presidenziale della democrazia italiana.