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lunedì, settembre 27, 2010

La criminalità organizzata in Italia

Gli assidui lettori di questo blog avranno sicuramente compreso gli enormi problemi che gli Stati nazionali si troveranno ad affrontare in seguito alla graduale riduzione di risorse naturali ed economiche conseguenti al picco petrolifero e degli altri combustibili fossili. Per tale motivo, la presenza estesa in Italia di una criminalità organizzata con i caratteri di un vero e proprio contro - Stato, fa assumere al fenomeno il carattere di assoluta emergenza nazionale.
La storia del nostro paese si può anche leggere come un continuo processo di liberazione da forze che ne frenano lo sviluppo civile. Così è stato con l’Unità d’Italia che ci ha liberato da una secolare dominazione straniera, successivamente con la faticosa e traumatica liberazione dal nazi – fascismo e, in tempi più recenti, con la sconfitta del terrorismo e l’uscita dal sistema della guerra fredda che ha pesantemente condizionato nel dopoguerra la libera evoluzione del sistema politico italiano.
In questo articolo cercherò di spiegare sinteticamente perché secondo me la liberazione dalle mafie che attanagliano il nostro paese sia molto più difficile ed ardua delle precedenti, a causa dei profondi intrecci del grave fenomeno con il processo storico ed antropologico di formazione del carattere nazionale.
E’ fuori di dubbio che il comportamento mafioso sia l’espressione patologica di un atteggiamento diffuso nella società italiana di mancato rispetto delle leggi e delle regole, di rifiuto dell’autorità statale, di una scarsa coscienza civile, caratteristiche che ci differenziano dalle società europee più evolute.
Il motivo principale di questa differenza è spesso individuata nella repressione in Italia della riforma protestante che ha profondamente modificato nel ‘500 non solo la storia delle religioni, ma ha anche provocato una radicale evoluzione culturale, politica ed antropologica dell’uomo moderno. Infatti, a differenza del Dio cattolico, quello luterano o calvinista è un Dio inflessibile e intransigente che non ammette intermediazioni con il fedele, il quale a sua volta ha un rapporto individuale con la divinità attraverso la lettura e l’interpretazione personali della Bibbia. Questo fatto apparentemente banale ha delle conseguenze rivoluzionarie. La prima è che il credente delle religioni protestanti deve imparare a leggere, quindi grandi masse di persone escono dall’analfabetismo e cominciano a costituire quella che oggi viene definita un’“opinione pubblica” di persone istruite e consapevoli. La seconda conseguenza di questo confronto diretto con la divinità è la formazione di una coscienza individuale e democratica che gradualmente porta al superamento dei regimi autoritari del passato e all’emergere delle moderne società democratiche di massa. La terza conseguenza dell’avvento delle dottrine protestanti è un forte senso di responsabilità individuale che induce il fedele ad avere un comportamento di vita rigoroso verso se stesso e gli altri.
Gli italiani invece, dopo la controriforma continuano a vivere in una società retriva e conservatrice dominata dalla Chiesa Cattolica che ha il dominio assoluto sulle loro anime. I preti sono gli unici depositari del sapere religioso, che dogmaticamente trasferiscono a un “gregge” di fedeli indistinto da mantenere nell’ignoranza più crassa. L’analfabetismo è stato una delle piaghe del nostro paese e tuttora il livello di istruzione dei nostri connazionali rimane molto distante da quello delle altre nazioni europee. Per lo stesso motivo, l’italiano tende a rimanere un suddito che, a causa delle continue dominazioni e vessazioni straniere storicamente subite, manifesta contemporaneamente un totale rifiuto dell’autorità statale e delle sue leggi. Per questi motivi, paradossalmente, l’italiano medio si potrebbe definire con un efficace ossimoro un “suddito anarcoide”. Infine, il meccanismo ipocrita della confessione e del pentimento contenuti nella disciplina cattolica, determina nell’italiano un blando rigore etico e morale nei confronti dei comportamenti di vita quotidiani.
A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare con ragione, che altre società di stampo cattolico, ad esempio quella spagnola, non hanno manifestato analoghi atteggiamenti di intolleranza alle regole e ai comportamenti civili diffusi del nostro paese. E soprattutto, nessuna ha sviluppato il cancro della criminalità organizzata. Quindi, la riflessione storica delineata in precedenza deve essere integrata con altri strumenti di analisi più adatti a interpretare la natura profonda dei processi di formazione di devianze sociali così radicate.
A proposito della criminalità organizzata italiana, segnalo questo articolo molto interessante che propone un’interpretazione del fenomeno a partire da un’analisi etnico - linguistica delle popolazioni che si sono avvicendate sul suolo italico. L’analisi addirittura fa risalire all’età del bronzo l’inizio della genesi del fenomeno mafioso, come reazione delle società pastorali centro-meridionali dell’epoca alla concorrenza sul piano del potere delle nuove elites agricole che appaiono sul territorio italiano.
L’insieme di queste considerazioni ci fa comprendere che solo un processo lento e graduale di emancipazione culturale ci consentirà di vincere la terribile battaglia contro la delinquenza organizzata. Sono convinto però che nel corpo profondo della società italiana, come un fiume carsico, si propaghi da anni la cultura della legalità e un percorso di maturazione civile. L’esempio eroico del Sindaco di Pollica barbaramente ucciso dalla Camorra è solo uno dei segnali più recenti di questa reazione civile.
Occorre però che lo Stato contribuisca con politiche efficaci a sostenere ed accelerare questo processo. A mio parere, le indispensabili azioni di contrasto sul piano repressivo alla malavita organizzata non saranno sufficienti se non si scalfirà l’enorme ricchezza economica accumulata attraverso le attività illecite, che rappresenta la natura moderna del potere mafioso. Secondo Eurispes il fatturato della criminalità organizzata in Italia è di circa 170 miliardi di euro !! e, di questi, il Sole 24 Ore ha calcolato di recente che i proventi provenienti dal commercio della droga siano i principali e corrispondano a circa 60 miliardi di euro !!!!
Di fronte a questi numeri occorre a mio parere seriamente riaprire una riflessione sull’opportunità di sottrarre alle mafie questo enorme flusso di risorse sporche, letteralmente alla base del loro potere, attraverso forme di liberalizzazione del commercio di stupefacenti. Bisogna cioè prendere atto che l’uso delle droghe è in continuo aumento nel nostro paese e che le politiche repressive non hanno ottenuto alcun risultato. Quindi sarebbe molto meglio far emergere dall’illegalità il fenomeno e contemporaneamente infliggere un colpo letale all'economia criminale.

lunedì, luglio 16, 2007

Perchè i politici sono ignoranti


Venerdi' scorso ero a un convegno sull'energia e il clima organizzato in una città della Toscana. Come succede sempre, hanno parlato per primi il sindaco e i vari assessori e rappresentanti politici. Dopo di che, iniziava la parte più "tecnica" del convegno, dove mi capitava di essere il primo dei relatori. Appena mi sono alzato per parlare, il sindaco ha salutato e se n'è andato.

Non faccio una colpa particolare a questo sindaco; è una cosa che mi succede sempre. I politici arrivano, fanno il loro saluto e poi, quando arrivo io, si alzano e se ne vanno. Mi è capitato una volta di avere il presidente della regione Toscana, Claudio Martini, in platea proprio davanti a me mentre ero sul palco fra gli oratori. Mi sono detto, "vediamo se riesco a fargli capire qualcosa della situazione petrolifera". Appena ho avuto il microfono in mano, si è alzato e se n'è andato.

Credo di poter escludere che sia io in particolare a fare questo effetto ai politici. Mi dicono tutti che succede sempre così; i politici, semplicemente, non stanno a sentire le relazioni tecniche. Rimangono solo se proprio c'è qualche "peso massimo" a parlare, magari Rubbia o Rifkin. Ma anche in quei casi, spesso li ho visti distratti a parlare fra di loro più che a sentire la presentazione.

A parte il poterli considerare dei maleducati, questo ha delle conseguenze ben più importanti che ferire l'orgoglio dei conferenzieri non politici. Ormai comincio a conoscere i politici: con qualche lodevole eccezione le loro fonti di informazione vengono quasi esclusivamente dai giornali e dalla televisione, oppure da altri politici. Ora, succede che i giornali e la televisione, a loro volta, prendono le loro informazioni in gran parte dai politici. Il risultato è un circuito auto-referenziale dove si continuano a ripetere sempre le stesse cose.

La conseguenza è che quasi tutti politici hanno una visione del mondo estremamente ristretta. Non si immaginano neanche l'esistenza di cose che, invece, sono abbastanza ovvie per chi ha una formazione di tipo scientifico e si interessa di problemi globali. Questa loro ignoranza si manifesta a volte con delle reazioni aggressive che vengono fuori quando, per caso, vengono messi di fronte a un tipo di visione della quale sospettano solo vagamente l'esistenza.

Questo tipo di reazione aggressiva è venuta fuori un paio di volte a questi convegni. Ho già raccontato in una nota precedente come, un paio di anni fa, il segretario di ASPO-Italia, Toufic el Asmar, sia stato aggredito verbalmente da un politico quando aveva affrontato il problema del riscaldamento globale. In questo caso, il politico in questione, un ex-onorevole di area DC, si trovava in platea soltanto perché la conferenza era per caso a pochi metri da casa sua. A me è successo pochi mesi fa il caso di un politico (onorevole di area ulivista-ambientalista) che è arrivato un po' in ritardo e pertanto ha dovuto sorbirsi per forza la mia conferenza. Dopo di che, quando ha parlato, si è sentito in dovere di iniziare dicendo che "si trovava in completo disaccordo con il professor Bardi" dato che "i prezzi del petrolio si erano abbassati" (!!).

In entrambi i casi, non si tratta di reazioni dovute a maleducazione innata. Sono, più che altro, reazioni "di pancia" dovute alla sorpresa di trovarsi di fronte a qualcosa di inaspettato. Era chiaro che l'ex onorevole che era saltato addosso (verbalmente) a Toufic el Asmar, non aveva mai visto una presentazione scientifica seria sul riscaldamento globale. Allo stesso modo, era chiaro che l'onorevole che mi aveva così perentoriamente contraddetto in pubblico non aveva la minima idea dell'andamento dei prezzi del petrolio, altro che per quei frammenti di notizie che aveva raccattato qua e la in TV o sui giornali. Insomma, dei begli ignoranti tutti e due, ma probabilmente non delle eccezioni nel loro ambiente.

Ora, è di moda prendersela con i politici, quelli che Beppe Grillo chiama "i nostri dipendenti". Senza esagerare, è vero che c'è evidentemente un problema. La maggior parte di loro - sempre con qualche lodevole eccezione - non ha la minima idea di quali siano i veri problemi e questo deve rendere senz'altro piuttosto difficile governare efficacemente un paese. D'altra parte, è anche vero che l'ignoranza dei politici è solo un sintomo di un problema fondamentale: la società moderna è talmente complessa che è diventato quasi impossibile gestirla.

Certo, l'autoreferenzialità della politica attuale non facilita il problema. Immagino che quando la regina Maria Antonietta di Francia disse che se il popolo aveva fame poteva mangiare briosce lo fece perché non aveva la minima idea di cosa succedesse fuori della reggia di Versailles, dove nobili dell'epoca passavano il tempo a parlarsi fra di loro. La storia della delle briosce di Maria Antonietta è quasi certamente una leggenda, ma rende bene l'idea del problema dell'autoreferenzialità in politica.

Alla fine, troppa autoreferenzialità fa perdere la testa, cosa che in certi casi storici è avvenuto anche in termini letterali. Auguriamoci che non succeda niente del genere ai nostri tempi, ma come minimo bisognerebbe suggerire ai nostri politici di informarsi un po' di più su quello che succede anche oltre quello che c'è scritto sui giornali.






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