giovedì, luglio 15, 2010

Dal paese dei trulli


 Questo è un resoconto dell'intervento che ho fatto al convegno  "Raccontami una Storia" organizzato a Martina Franca dal consorzio Costellazione Apulia il 19-21 Marzo 2010. Non è una trascrizione, ma un testo scritto a memoria che cerca di mantenere il tono e la sostanza di quello che ho detto.

Buongiorno a tutti. E' stato veramente un grande piacere essere presente a questo convegno che ho trovato molto innovativo e interessante. E' raro trovare un gruppo di imprenditori che abbiano così chiare certe esigenze che abbiamo oggi; l'attenzione alla responsabilità sociale, al ridurre l'impatto sul consumo delle risorse e, soprattutto, alla necessità di cambiare le cose.

Vedete, non è raro per me essere invitato a parlare a degli imprenditori nel mio ruolo di modesto esperto di risorse minerali. Faccio il possibile per essere chiaro, ma mi accorgo spesso che le persone a cui parlo non sono preparate a ricevere il messaggio che cerco di mandare. Non che non siano brave persone, per carità. Si accorgono che c'è qualcosa che non va, che non riescono più a fare le cose che facevano prima. Si rendono conto che c'è un problema ma non riescono veramente a fronteggiarlo; nudo e crudo com'è.

Invece, credo che per voi certe cose siano – beh – non diciamo ovvie, ma insomma non sareste qui se non aveste chiara almeno una linea generale della faccenda. Probabilmente avete chiaro che stiamo oggi fronteggiando non un solo problema ma un gruppo di problemi, correlati fra di loro. Siamo di fronte al graduale esaurimento delle risorse minerali, al riscaldamento globale che avanza, alla necessità di re-inventarci un'agricoltura sostenibile e, infine, a una popolazione che continua a crescere – perlomeno per ora - nonostante la riduzione delle risorse disponibili.

Ognuno di questi problemi è di per se grave, forse irrisolvibile, ma questo non è detto e non è affatto detto che non si possa fare qualcosa perlomeno per attenuarne l'impatto. Io mi presento – come dicevo – più che altro come un modesto esperto della situazione delle risorse minerali e vi invito a considerare qualche fatto storico che sapete tutti ma che, forse, non avete messo in relazione con la disponibilità di risorse minerali. Sapete che la rivoluzione industriale in Italia è cominciata verso la metà dell'800 ma forse non avete notato che è stata tutta basata sulla disponibilità di carbone inglese. Nell'800, e per la prima metà del '900, il carbone giocava il ruolo che ha oggi il petrolio nell'economia globale. E, come il petrolio, il carbone non è infinito. Forse non sapete che la produzione di carbone inglese ha raggiunto il suo massimo, quello che a volte chiamiamo “il picco,”  nei primi anni '20. Questo non voleva dire che non c'era più carbone – solamente che ce n'era di meno e costava più caro. E questo ha messo in difficoltà l'economia italiana che non si mai veramente ripresa dal disastro della prima guerra mondiale. Se andate a vedere i dati del consumo di carbone in Italia dal 1920 al 1940, vedete che la curva è piatta. L'economia italiana non riusciva a crescere. Siamo entrati nella seconda guerra mondiale con ancora un'economia che produceva poco più di quello che produceva al tempo della prima guerra mondiale. Nessuna meraviglia che la guerra sia stata il disastro che è stato, specialmente considerando che ci eravamo messi contro il nostro principale fornitore di carbone, l'Inghilterra.

Ora, questa è storia passata ma è interessante considerare come certe cose si ripetano. Dopo la guerra, l'economia italiana è ripartita ed è cresciuta sulla base della disponibilità di petrolio abbondante e a buon mercato. Pensateci sopra un attimo, l'economia attuale è nata sulla base di un petrolio che costava – in media – meno di 20 dollari al barile, tenendo conto dell'inflazione. I prezzi, si sa, sono volatili, ma questa settimana il petrolio costava intorno agli 80 dollari al barile. Allora, la domanda è: può l'industria italiana sopravvivere in queste condizioni? Personalmente direi che non è affatto detto, anche tenendo conto del fatto che non è solo il petrolio il problema, ma c'è quello di tutte le materie prime. Più gli altri problemi di cui accennavo.

Allora, la domanda è “che cosa facciamo?” Al tempo del duce, il governo reagì alla crisi mandando i bombardieri contro il nostro principale fornitore di carbone, l'Inghilterra. Questa, ovviamente, non si rivelò una gran buona idea. Per fortuna oggi non lo possiamo fare – intendo dire mandare i bombardieri contro la Libia o la Russia che sono i nostri principali fornitori di petrolio - sennò a qualcuno probabilmente gli verrebbe in mente. Sicuramente ci devono essere delle idee migliori.

Io credo che ce ne siano. Per fortuna, oggi abbiamo delle possibilità tecnologiche che al tempo della crisi del carbone, negli anni '20 e '30 del ventesimo secolo, non si potevano nemmeno immaginare. Pensate al fotovoltaico, all'eolico moderno o a tante altre cose che possiamo fare oggi per mandare avanti un'economia consumando poca energia – computers e comunicazioni, per esempio. Queste cose non c'erano al tempo dell'autarchia che fu sostanzialmente un fallimento. Incidentalmente, l'autarchia è un periodo storico che andrebbe un po' rivisto per tante cose che ci potrebbero dare ispirazione anche oggi, ma non entriamo in questo argomento.

In sostanza, la cosa fondamentale di cui abbiamo bisogno per mandare avanti la baracca è l'energia. Non basta da sola, ma di certo senza energia non possiamo fare niente. E, per fortuna, abbiamo delle buone tecnologie per produrre energia – le rinnovabili, appunto. Invece, non abbiamo nessuna tecnologia che ci potrebbe permettere di sbarcare la situazione di fronte a un riscaldamento globale che porterebbe alla desertificazione di gran parte dell'Italia del Sud, proprio dove siamo noi oggi. Possiamo anche far poco in termini tecnologici per rimediare al consumo di suolo fertile e il discorso della popolazione è una cosa che non si può abbordare in termini tecnologici: non è un problema tecnologico. Questi sono tutti problemi in gran parte sociali e umani. Ma, perlomeno, se abbiamo energia possiamo mantenere in piedi le strutture di quella cosa che chiamiamo civiltà e lavorare sui problemi in modo razionale. Ieri diceva qualcuno che la civiltà è l'insieme di cose che ci difendono dalla barbarie. Credo che sia giusto – ma notate che per avere una civiltà dovete avere energia. Senza energia, niente civiltà e si aprono le porte alla barbarie. Sotto certi aspetti, è una cosa che stiamo cominciando a vedere proprio in questo periodo; il ritorno della barbarie. Perciò è vitale avere energia.

Su questo punto vorrei aggiungere un'altra cosa; il fatto che la civiltà non è soltanto una cosa che ci difende dalla “non-civiltà,” ovvero dalla barbarie, ma è anche l'insieme delle risorse umane che può generare. L'energia ci serve per affrancarci dalla povertà materiale. Se non abbiamo un minimo di prosperità materiale non possiamo nemmeno sviluppare quel patrimonio spirituale e di conoscenza che è la base della civiltà. In effetti, il ritorno alla barbarie passa dalla distruzione delle risorse umane e spirituali della società. E, ancora, è quello che stiamo vedendo accadere.

Il problema, dunque, non è tanto un problema tecnologico. Abbiamo delle buone tecnologie per produrre energia senza far uso di risorse esauribili (che sia petrolio o uranio, è la stessa cosa. Sono comunque risorse esauribili). Il problema è che la società non si sta muovendo per sfruttare queste risorse rinnovabili. Parlava qualcuno ieri della “società di pietra”, ovvero di una società – la nostra – che si trasforma in un blocco inamovibile che rifiuta ogni cambiamento. Vedete come vengono usate le risorse che abbiamo accumulato in decenni di prosperità che il petrolio ci ha dato. Vengono sprecate per cercare di mantenere in piedi strutture che ormai non possiamo sostenere. Per esempio, sostenere l'industria automobilistica con i soldi pubblici. Non che chi ha inventato questa idea non fosse bene intenzionato, ma i problemi che abbiamo non si risolvono producendo più automobili. Assolutamente no. Ed è la stessa cosa quando si parla di ponti, di aeroporti, di linee ad alta velocità. E' tutto un tentativo di insistere con cose che una volta hanno fatto la nostra ricchezza, quando il petrolio costava poco, ma che oggi sono un pozzo senza fondo dove buttiamo le risorse che ci sono rimaste. Letteralmente, stiamo costruendo castelli in aria che sono destinati a crollare e che ci lasceranno soltanto macerie.

Un altro disastro che vediamo oggi e che con l'impoverimento generalizzato, la società emargina in blocco le categorie più svantaggiate per cercare di mantenere i privilegi del suo nucleo. Questa è una vera e propria guerra fatta contro i giovani che si trovano sempre di più a essere allo stesso tempo sfruttati e marginalizzati. Ma anche le minoranze etniche e culturali subiscono lo stesso destino. Molti di voi lavorano in questo campo, ho visto, a anch'io faccio quello che posso. Ma ti trovi di fronte a un sistema completamente schizofrenico – a una burocrazia spaventosa che impedisce di lavorare a gente che potrebbe lavorare e dare un contributo utile alla società; ma che si trovano impantanati in una situazione nella quale sono costretti a vivere un di assistenza o di piccoli crimini. In entrambe i casi è una perdita netta per la società che non riesce nemmeno a sfruttare risorse umane che ci sono.

Quindi, il nostro problema non è né di tecnologie né di risorse. Le prime le abbiamo e sono già abbastanza buone per quello di cui abbiamo bisogno. Delle seconde, le risorse, ne abbiamo ancora, nonostante il declino già iniziato da un pezzo. Il problema è che non ci decidiamo a mettere insieme tecnologie e risorse e a costruire il nostro futuro. Perlomeno, non riusciamo a farlo in una misura sufficiente. E' un problema di creatività; è un problema umano.

Quindi, è un piacere vedere oggi che c'è un gruppo di persone che queste cose le ha pensate e che si da da fare in proposito. Persone che sono imprenditori e non politici o professori universitari; persone che usano le risorse che hanno in vista anche del bene comune, del futuro nostro e dei nostri figli. Ovviamente, in questa stanza oggi siamo una trentina; in tutto questo piccolo convegno credo che siano state coinvolte un centinaio di persone. Eppure, bisogna cominciare da qualcosa e anche poco è un inizio.

Vi faccio un esempio: nel mio piccolo anch'io sto cercando di impiegare le mie modeste risorse per installare impianti di energia rinnovabile. Non che io possa lavorare sui megawatt, ma mettendomi insieme con altre persone; beh, allora sulle centinaia di chilowatt, ci posso arrivare. Ma che cosa puoi fare con qualche centinaio di chilowatt? E' nulla in confronto alla produzione di energia elettrica che, da noi, si fa tutta con gas, carbone e petrolio.Vero, ma fate un po' di conti e vedrete che basta che alcune migliaia di persone installino qualche centinaio di chilowatt ciascuno e l'impatto sulla produzione si comincia a vedere – intorno all'1%, non più di così. E' poco ma c'è un punto sostanziale: Partendo dall'1% si può costruire; ci si può espandere. Partendo da zero, non si può fare niente. Un impianto fotovoltaico costruito oggi funzionerà ancora fra vent'anni e fra vent'anni ci potrà dare l'energia necessaria per costruirne degli altri. Fra vent'anni, questo ve lo posso dire con certezza, il petrolio costerà come il whisky d'annata e non ce ne sarà abbastanza. E se non avremo costruito un sistema che ci dia energia, allora non ci resterà che tornare a fare i contadini che abitavano nei trulli qui intorno, secoli fa. Non che non fosse una vita dignitosa e interessante per tanti versi, ma era anche una vita di una povertà estrema e non credo che sia quello che vogliamo che la nostra società diventi nel futuro.

Allora, il nostro compito, il compito di quelli di noi che hanno qualche risorsa da investire, è di investirla bene, per il futuro – sull'energia rinnovabile, ma non solo: anche sulle risorse e questo da noi vuol dire gestire bene i nostri rifiuti che prima o poi dovremo cominciare a vedere come le nostre miniere. E poi anche su tutte quelle cose che valorizzano le risorse umane, che ci preparano  al mondo del futuro.  Questo non vuol dire doverci rimettere dei soldi; al contrario. Se riusciamo a capire quello che ci aspetta, allora è il miglior investimento che possiamo fare.




Ringrazio il consorzio Costellazione Apulia 

3 commenti:

Francesco ha detto...

Salve prof. Bardi; la spesa pubblica in tal senso andrebbe rivoltata come un calzino, e i capitali privati andrebbero fiscalmente incentivati ad investire in rinnovabili ( E fortissimamente disincentivati a continuare ad investire nell'edilizia.)
Ciò richiede anche misure draconiane in rapida progressione contro chi campa sulle spalle
degli altri ...( Anche perchè, come ha accennato con estrema delicatezza, siamo in troppi.)
L'unica soluzione è l'instaurarsi di una oligarchia tecnico-scientifica, svincolata dagli interessi immediati del popolo o da ideali di lunghissimo periodo, che agisca infischiandosene di tutto e tutti tranne l'evidenza scientifica; ovviamente le forze di sicurezza saranno ben necesssarie...
Crede davvero che la democrazia possa riformarsi ed adeguarsi ai tempi in tempo ? Sbaglio o nell'antica Roma repubblicana in tempi di guerra si eleggeva un dittatore ? ( Più guerra di questa...crisi energetica+ effetto serra)

Pippolillo ha detto...

Grazie per la sua relazione.
Per quanto riguarda il risparmio energetico e le rinnovabili non sono per nulla ottimista.
Lavoro in un edificio di un centro storico, è già positivo che anni fa abbiano messo i doppi vetri ma gli infissi in legno anche loro storici, hanno delle fessure tali che d'inverno non vi è problema per i ricambi d'aria.
Il riscaldamento è fatto tramite bocchette a soffitto con nessuna possibilità di regolazione, vi è un unico termostato nel corridoio pertanto o si muore di caldo o si gela.
D'estate che fare con queste temperature? Hanno comprato una serie di condizionatori a pavimento, meglio di niente ma pensate ai consumi energetici...
Così hai voglia ad investire in eolico e fotovoltaico ma temo che fino a quando continuerà la mentalità di "infilo la spina e accendo" sarà dura.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Francesco, democrazia e dittatura sono solo due dei metodi utilizzabili per gestire un sistema complesso - e comunque sono suscettibili di tali e tante variazioni sul tema da essere indefinibili in pratica. Questo problema è fondamentale e c'è chi ci sta lavorando sopra sulla base della teoria della dinamica dei sistemi. In sostanza, viene fuori che un sistema è gestibile se è sufficientemente gerarchizzato e se valgono altre condizioni che descrivono le linee di comunicazione interna. Se il sistema è "troppo connesso" ovvero tutti comunicano con tutti e non c'è gerarchia, allora tende a comportamenti incontrollabili - collassi, espansioni rapide e cose del genere. E' un po' quello che succede nel sistema finanziario. Nella pratica, non è che la dittatura sia superiore alla democrazia - in entrambe i casi il sistema gestionale è fondamentalmente incapace di gestire la carenza di risorse. Qual'è allora il sistema giusto? Non lo sa nessuno. Non sono mai esistiti su questo pianeta sistemi di miliardi di persone che interagiscono fra di loro e noi stiamo cercando di gestirli con sistemi (dittatura/democrazia) che erano stati sviluppati per la polis greca di qualche migliaio di persone. E' raro che uno scaling up di un fattore un milione funzioni bene; non c'è da stupirsi che la democrazia non funzioni bene oggi. Non che la dittatura funzioni meglio, anzi: è soltanto un riflesso ancestrale difensivo di mettere in mano all' "uomo forte" il destino della tribù. In questo caso, stiamo cercando di gestire un sistema formato da miliardi di persone scalando in alto dei sistemi che funzionavano per qualche centinaio. Un fattore 10 milioni e più - non funziona proprio. Il dittatore è quasi sempre totalmente inferiore al compito che gli spetta: non ce la fa proprio; anche ammesso che sia una persona di buona volontà e intelligente. Quando poi, come succede spesso, il dittatore è un imbecille paranoide con manie di persecuzione - allora si va malissimo. Eppure la dittatura, come dici giustamente, è la naturale evoluzione della democrazia; l'abbiamo visto nella storia. E' inevitabile. E allora? Allora, boh? Una delle tante cose che non dipendono da noi