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lunedì, febbraio 06, 2012

Informazione, apprendimento, pedagogia delle catastrofi


Di Enrico Euli

CONVEGNO ASPO-ITALIA, FIRENZE, 28.10.2011



1. CASSANDRATE ?

Naturalmente non mancano neppure singoli individui capaci di prevedere il corso degli eventi, di lanciare moniti ed esortazioni. Ma, Dio mio, come si può distinguere in tempo il solito menagramo dal profeta chiaroveggente ? Il mondo è pieno di forze apparentemente assopite: come si fa a sapere in anticipo quale possa essere risvegliata senza pericolo e quale occorra lasciare assolutamente in pace ? Tra l’istante in cui l’allarme suonerebbe prematuro in modo ridicolo e l’attimo in cui ormai è troppo tardi per fare checchessia deve pur esserci il momento giusto, l’unico adatto a evitare la tragedia. Ma in mezzo a un simile frastuono, il più delle volte passa inavvertito. Del resto, qual è il momento giusto ? E come fare a riconoscerlo ? Credo si tratti dell’interrogativo più doloroso che la storia ponga agli uomini. (W.Szymborska)

La scala di Turner-Pidgeon (1) distingue sei stadi percettivi associati allo sviluppo di un disastro:
1. Punto di partenza apparentemente normale (convinzioni culturali condivise sul mondo e i suoi pericoli; norme precauzionali contenute in leggi, codici di comportamento, costumi e consuetudini)
2. Periodo di incubazione (accumularsi inosservato di un insieme di eventi in contrasto con le convinzioni e norme di cui al punto 1)
3. Evento precipitante (focalizza l'attenzione su di sé e trasforma le percezioni generali dello stadio 2)
4. Innesco (l'improvviso collasso delle precauzioni culturali diventa evidente)
5. Operazioni di soccorso e recupero
6. Adeguamento culturale completo.

E gli stessi autori commentano: ' Nel corso del periodo di incubazione, eventi in contrasto con le convinzioni esistenti incominciano ad accumularsi senza produrre commenti od osservazioni di sorta: o perchè non vengono notati o perchè il loro significato viene frainteso...Non vengono avvertiti perchè nessuno se li aspettava o prestava attenzione a quel tipo di fenomeni, oppure perchè se ne dà un'interpretazione tranquillizzante, che ne snatura il senso mentre altri fenomeni 'civetta' monopolizzano l'attenzione. Questi eventi sono, per loro stessa natura, difficilmente osservabili se non con il senno di poi, ma è possibile rintracciarne indizi nel modo in cui vengono trattati coloro che dissentono dalla visione organizzativa dominante. Quando l'ortodossia vigente liquida automaticamente le proteste di estranei come rivendicazioni di maniaci inesperti, viene il sospetto che ci si trovi in presenza di alcune distorsioni e rigidità organizzative.' (2)

La nostra specie è stata definita 'neghentrofaga', famelica mangiatrice di ordine e informazione; essa esprime infatti una netta ed esasperata preferenza per l'ordine, il controllo, la sicurezza; questa tendenza epistemologica profonda è divenuta ancora più forte, direi ossessiva, in una civiltà scientifico-tecnologica come la nostra, caratterizzata da un rischio mitomanico di onnipotenza, in cui l'Uomo si erge a sostituto di Dio.
Non siamo allenati, quindi, a leggere e gestire il disordine, e non ne sosteniamo a lungo neppure la vista. Cerchiamo, più velocemente possibile, di 'riportarlo all'ordine'.
La domanda che ci facciamo, anche rispetto al comportamento dei nostri consimili, non è certo 'come mai si sta così tranquilli ?', ma quasi sempre 'come mai ci si agita tanto ?'. La passività ci preoccupa meno dell'azione, la stabilità meno del cambiamento, la quiete molto meno del conflitto.

In una visione complessa, invece, ordine e disordine si equivalgono e non può sussistere preferenza escludente e dualistica, in quanto entrambi appaiono costitutivi della vita e dei suoi processi: peraltro gli stati che chiamiamo 'disordinati' saranno sempre più frequenti e probabili di quelli che chiamiamo 'ordinati' (infatti abbiamo bisogno di una colf per togliere la polvere e non dobbiamo invece assumere nessuno per metterla) e sorgeranno continuamente conflitti, spesso non mediabili,' proprio tra le diverse visioni su 'ciò che riteniamo ordinato' (infatti, quando la colf mette in ordine la nostra stanza spesso non troviamo più nulla e ci lamentiamo...). Gran parte dei problemi umani, infine, non nasce da un eccesso di disordine, ma proprio dai tentativi di imporre il nostro ordine (di specie, di gruppo, individuale) a sistemi che, se fossero lasciati liberi, ne sceglierebbero altri. Quel che si genera così è un disordine di secondo livello, generato proprio dai conflitti tra diversi e presunti 'ordini'. (3)
'Due pericoli minacciano il mondo, l'ordine e il disordine', amava dire Paul Valery..


2. ORLO ?

Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in un incubo. Conosciamo tutti la scena dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell'abisso. (S.Zizek)

'Mannheim sottolinea la differenza tra razionalità funzionale e sostanziale. La prima è vista come 'una serie di azioni organizzate in modo tale da condurre a una meta predeterminata, e ogni elemento di questa serie di azioni riceve una posizione e un ruolo funzionali'...La seconda è invece caratterizzata da 'un'intelligente comprensione delle interrrelazioni tra gli eventi in una data situazione'. Egli afferma che la nostra società industriale, per il solo fatto di presentare una grande quantità di razionalità funzionale, non per questo è caratterizzata da una grande quantità di razionalità sostanziale...Anzi, è chiaro che il comportamento razionale ha dei limiti, specialmente se si è portati ad accettare la razionalità funzionale come sostitutiva della razionalità sostanziale: l'esistenza di una grande organizzazione, con un'imponente struttura organizzativa, una pianificazione aziendale elaborata, compiti complessi e un ampio staff di specialisti non garantisce affatto una razionalità sostanziale.' (4)

Da un punto di vista psichico, la paura e l'incessante rimozione del 'disordine' agiscono quali strategie di autoconservazione-autorassicurazione a breve termine; l'anestetizzazione e l'immunizazione preventiva procedono ad ampie falcate al fine (dicono) di 'proteggere la (nostra) vita'. (5)
Notate come, anche nel linguaggio attuale preferiamo 'default' a 'fallimento', 'crisi' a 'catastrofe': un imbarazzante modo di dire dei miei colleghi, davanti al tracollo dell'Università, è : 'emergono delle criticità' !
Ma, a lungo termine, proprio questi automatismi reattivi favoriscono, anziché la nostra sopravvivenza, proprio la nostra estinzione: 'fare lo struzzo' non ci salva più sull'orlo dell'abisso (a proposito di rimozione/negazione: quanto è grande questo orlo, quando sarà consumato nel linguaggio e ammetteremo di essere 'andati oltre' ? (6)
Il riccio continua a chiudersi tra i suoi aculei, come ha fatto da sempre. Ma non riesce a modificare il suo automatismo ora che esistono le automobili e viene schiacciato, ben chiuso, al loro passaggio.

3. IGNORANZA ?

Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell'autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale (A.Zanzotto)


Le persone comuni percepiscono e pensano secondo modalità non popperiane: in genere, se un a nuova esperienza falsifica una nostra premessa preferiamo falsificare (manipolare, mistificare, negare) l'esperienza percettiva piuttosto che cambiare idea.
Inoltre, Simon ha mostrato come 'la capacità della mente umana di formulare e risolvere problemi complessi è molto ridotta rispetto alle dimensioni dei problemi che è necessario risolvere per ottenere un comportamento oggettivamente razionale nel mondo reale o anche solo un'approssimazione ragionevole a questa razionalità'. E commentano Turner e Pidgeon: ' Quindi, anche se le persone riescono ad evitare una pura razionalità funzionale e cercano di perseguire obiettivi ragionevoli ed appropriati...non possono sfuggire ai vincoli della razionalità limitata'. (7)
E ancora:
'Che cosa impedisce alle persone di acquisire ed utilizzare segnali di allarme e anticipazioni che permetterebbero di evitare disastri ? In termini generali, la risposta è che le informazioni non sono a disposizione delle persone giuste, al momento giusto, e in una forma tale che le renda utilizzabili...(Più in specifico) possiamo suddividere le informazioni necessarie per prevenire un disastro nelle seguenti categorie:
1. informazioni completamente sconosciute
2. informazioni note ma non completamente recepite
3. informazioni note a qualcuno, ma che non vengono combinate con altre informazioni al momento giusto, quando la loro importanza diventa palese e vi sarebbe la possibilità di agire in base al loro contenuto
4. informazioni disponibili, ma non comprese in quanto non è possibile collocarle nei quadri interpretativi esistenti.' (8)

Possiamo chiudere citando anche le 4 cause di fallimento che conducono al collasso di un sistema, secondo Diamond (9):
non essere capaci di vedere,
essere capaci di vedere ma rimuovere/negare
essere capaci di vedere, di non rimuovere ma non di agire
essere capaci anche di agire, ma in modo sbagliato e non efficace

Ci troviamo a descrivere qui quella che amo chiamare ignoranza 2: anche le persone colte, informate si sono trasformate in una nuova specie, quella dell''homo sapiens insapiens', l'uomo che non sa di sapere, in una sorta di maieutica rovesciata, in cui si finge di non sapere quel che si sa.
L'ignoranza 2 rappresenta la strategia di sopravvivenza primaria per adattarsi all'apocatastasi, termine che la Scolastica utilizzava per definire la fine penultima, la fine che non finisce di finire (che pare essere, per ora, la forma assunta dalla catastrofe in corso).
Per la maggioranza degli esseri umani che la attuano (intellettuali e scienziati compresi) non indica quindi il problema, ma la soluzione. E, in quanto tale, andrebbe affrontata. Ben sapendo che correggere quella che si crede una soluzione è molto più complicato ed improbabile che correggere quel che si crede un errore.
Stiamo cercando di verificare se è ancora troppo presto per avere la certezza che abbiamo già fatto troppo tardi”. Insomma, il rischio sempre più probabile è che, a differenza dei dinosauri, ci estingueremo perfettamente informati e consapevoli, magari mentre ancora ne discutiamo!

4. TOSSICODIPENDENDO

Parliamo della politica della depressione. La depressione come atto politico. Lei ed io subiamo quotidianamente la pulsione irrefrenabile a comprare e spendere e vivere in fretta…La depressione è l’unico modo per mettere un freno a tutto questo. La depressione economica così come quella psicologica. Per cui, provi a supporre che la sua depressione e la mia siano atti politici di ribellione. Provi a supporre che la psiche stia dicendo NO. Non voglio questa accelerazione. Non voglio comprare niente. Le mie gambe non si vogliono muovere. Non mi interessa. Ora me ne sto qui nel letto e penso al passato…’ (J.Hillman)

Da vari esperimenti di laboratorio, concentrato premonitore di violenza verso esseri viventi inermi, sappiamo che se noi mettiamo dei topolini in gabbia e li lasciamo lì, a subire scariche elettriche senza possibilità di fuga, essi iniziano presto a deprimersi e, in un certo tempo, ad ammalarsi, sino a morire.
Come è possibile che il topo non si deprima e non si ammali, restando in una gabbia senza uscita ?
1. le punizioni possono essere alternate a premi, se il topo apprende a fare qualcosa che possa essere premiato o apprende che anche le punizioni possano avere un significato ed un’utilità (vedi alla voce: istruzione);
2. il topo può essere tenuto continuamente in attività, attraverso esercizi, occupazioni, compiti produttivi (vedi alla voce: lavoro);
3. il topo può essere anche curato, assistito, protetto e creare così legami di dipendenza strumentale ed ‘affettiva’ con i suoi 'difensori' (vedi alla voce: sicurezza);
4. può essere continuamente distratto e occupato attraverso divertimenti, svaghi, offerte di consumo e di servizi (vedi alla voce: spettacolo);
5. può essere messo a convivere con un suo simile: i due possono così competere-aggredirsi (e si possono far del male, anche uccidersi, ma non si deprimono e non si ammalano più…anzi, si sentono più vivi !..se restano vivi…) (vedi alla voce: guerra).
Lo so che non siamo (uguali a) topi, lo so che (forse) non ci sono sperimentatori malvagi sopra di noi, lo so che la storia umana non è solo questo ed è stata anche (quanto ?) capace di altro, lo so che i nostri spazi di libertà, di cambiamento e di gioco sono (potrebbero essere) più ampi…
Non sono un sostenitore della sociobiologia, né del determinismo genetico, culturale e ambientale…
Ma la catastrofe pare proprio avvicinarsi quando, per vari motivi, si riducono le possibilità di compensare e ricompensare:quando un sistema inizia a non poter più ridistribuire premi ( o questi perdono valore d’uso e di scambio), a non poter più garantire lavoro e occupazione, assistenza e protezione, restano solo spettacolo e guerra: essi sussumono, sostituendosi alle istituzioni sino a quel punto abilitate, le matrici stesse dell’istruzione, del lavoro e della sicurezza. Divengono le fonti primarie e pervasive di in-formazione, produzione, protezione.
Ed ora che anche lo spettacolo sta per finire, rischiamo di trovarci soltanto dentro la guerra, o forse la guerra come unico spettacolo...


E' sempre un'impresa disperata tentare di uscire da una mitologia, da un'ideologia anti-ideologica, da una neo-religione che recita i suoi mantra, sempre attraenti seppure ossidati: + denaro, +crescita, + lavoro, +consumi, + energia...
E sappiamo bene che il dio petrolio è un problema anche quando c'è, non solo quando sparirà.
Ci troviamo dentro una sindrome di tossicodipendenza allucinatoria, grave e profonda, la cui prognosi è riservata.
Le persone che partecipavano ai recenti riots a Londra (e che svaligiavano i negozi di alta tecnologia) condividono gli stessi immaginari di quelle che abbiamo visto fare file oceaniche, rinunciando al sonno, per comprare da Trony a Roma e che hanno trasformato la morte di Saint Steve Jobs in una iper-reale cerimonia religiosa su scala globale: l'acquisizione di un Ipad si trasforma in una nuova cerimonia eucaristica, in un rito tra 'civiltà' ed 'invasioni barbariche', tra la cortesia ipocrita di chi ha e può ancora comprare e la violenza distruttiva di chi non ha e ruba. (10)
Come quella rana, descritta da Bateson, che continua a saltellare allegramente nell'acqua sempre più bollente, adattandosi sempre alle nuove condizioni di calore, ma -in un attimo- schiatta, senza riuscire più a saltar fuori dalla pentola.

Se questo non bastasse, siamo costretti ad aggiungere che affrontiamo l'attuale situazione tossico-dipendendo, concettualmente ed operativamente, da modelli di organizzazione dei processi di decisione e di gestione dei conflitti mutuati da logiche militari e statuali, basate quindi su accentramento, delega, obbedienza, repressione delle divergenze, procedure burocratiche...), con i disastri conseguenti, derivanti anche dalle sedicenti soluzioni proposte da sedicenti esperti e nostri volenterosi rappresentanti (vedi i recenti casi del Golfo del Messico e di Fukushima) . (11)
Ma chi ha oggi la capacità e il coraggio di dire che siamo in una fase inedita, che nessuno sa cosa fare, che dobbiamo rivedere i nostri presupposti per provare ad uscirne vivi ?
E ammettendo che siamo non dentro semplici problemi da risolvere tecnicamente, ma dentro dilemmi: la distruzione del Pianeta è necessaria per la sopravvivenza del sistema, e la distruzione del sistema è necessaria per la sopravvivenza del Pianeta: cosa facciamo?
'Nel mondo contemporaneo ci sono problemi senza soluzione che caratterizzano la complessità. Sono polarità tra le quali è impossibile scegliere, perché solo tenendole insieme si può garantire l’equilibrio di un sistema molto differenziato. Sono problemi che è impossibile non tentare di risolvere, ma la cui soluzione sposta solo temporaneamente l’incertezza…Le decisioni politiche tendono spesso a nascondere dietro tecniche e procedure il fatto che i grandi dilemmi della società contemporanea (ad es. il conflitto tra autonomia e controllo) non hanno soluzione. Essi possono solo trovare aggiustamenti temporanei, che saranno tanto più democratici quanto più saranno equi e aperti alla possibilità di cambiare…' (12)
Ma chi, oggi, prenderebbe voti dicendo questo?

5. NO FUTURE ?

-Vede, sta entrando in quel turbine che io chiamo 'tutto in vacca, fuori dallo stallo'.
-Ma poi devo comunque tornare alla realtà .
-Non si ponga il problema ora; spazi, diventi lei l'orizzonte.
-E' vero. Cosa mi aspetta, ora, mi fa meno paura. (A.Bergonzoni)


'Gephart sostiene che 'i problemi di comunicazione e di non ascolto degli avvertimenti...sono visti sempre solo in modo retrospettivo...Un rumore considerevole si mischia con i potenziali segnali di pericolo per mascherarli, ed essi sono distinguibili da segnali 'normali' e falsi allarmi solo dopo l'evento. Inoltre i sistemi complessi non sono reattivi rispetto ai segnali inusuali. I disastri normali sono pertanto inevitabili.' . (13)

E la conclusione radicale a cui arriva Perrow è che ' il solo modo per evitare  incidenti gravi [...], in sistemi complessi e strettamente connessi, è di impedire che tali sistemi vengano costruiti'. (14)


Sembra proprio che non potremo quindi evitare l'effetto-sorpresa della catastrofe.
L'inutilità delle informazioni di primo livello, infatti, appare evidente. La catastrofe non è evitabile, anche perchè non è qualcosa che deve ancora avvenire, ma è già in corso. possiamo solo iniziare a percepirla e prepararci ad essa, provare a conviverci e a ridurne i danni. (15)
E a viverla come opportunità di cambiamenti ed evoluzioni, verso nuovi apprendimenti e nuove premesse e modelli. (16)

La pedagogia delle catastrofi nasce proprio da questo assunto: un forte shock ed un alto livello di instabilità cognitiva appaiono quali passaggi obbligati per un salto gestaltico: quel che Bion chiama 'cambiamento catastrofico' (analogo al 'paradigm breakdown' in Kuhn o all''apprendimento 2' in Bateson). (17)
Forse così potrebbe avvenire quel che possiamo chiamare, in generale, una potente e ristrutturazione cognitiva:
'Secondo Platt questi salti hanno quattro caratteristiche:
I salti sono preceduti o accompagnati da una 'dissonanza cognitiva', o da quel che potremmo forse chiamare un aumento dello stato di incertezza, provocato dalla consapevolezza dell'esistenza di anomalie
Sia la dissonanza che i salti hanno un carattere globale
La ristrutturazione, quando avviene, è improvvisa
La nuova struttura garantisce un'organizzazione delle informazioni disponibili più generale e concettualmente più semplice delle precedenti.' (18)

Quindi, la pedagogia delle catastrofi mi appare oggi quale unica chance: un 'equivalente morale' della shock economy (termine coniato da Naomi Klein (19)), forma che il tardocapitalismo assume oggi, prendendo atto (lui sì!) della catastrofe in corso, neutralizzando il negativo, rivalutandolo in termini economici (profitti da disinquinamento, trasporti più agevoli e diretti attraverso uno Stretto di Bering senza ghiacci, etc...) e preparandosi alla (illusoria?) gestione militare delle rivolte e delle guerre civili interne: la catastrofe si traduce in 'questione di ordine pubblico' , 'emergenza da protezione civile' o 'problema di interesse strategico nazionale', come sta già accadendo di fatto anche nel nostro paese da almeno dieci anni (vedi: G8 a Genova, terremoto in Abruzzo, CPT a Lampedusa, rifiuti a Napoli, Tav in Val di Susa).

Ma se non abbiamo alternative rispetto all'assunzione di una posizione depressiva, e visto che la catastrofe sta avvenendo e non possiamo più evitarla, che fare?
Possiamo abbatterci del tutto e restare catatonici, paralizzarci.
Possiamo agitarci, urlare, aggredire, distruggere.
Ma possiamo anche attraversarla creativamente e provare a farci nuove domande, vivendo la catastrofe come opportunità.
Potremmo seguire la logica scientifica della controdeduzione fattuale (del tipo: e se l'acqua bollisse a 80 gradi ?) e tentare di immaginarci 'altri mondi possibili'.
Alcune domande che dovremmo permetterci di farci finalmente, approfittando della catastrofe?
Ci provo:
E se il reddito fosse svincolato dal lavoro?
E se i beni non fossero solo e sempre merci?
E se il lavoro non fosse più un valore ma un'attività come altre?
E se la disoccupazione crescente si rivelasse anche come un successo?
E se andassimo verso un'economia stazionaria, senza crescita, o decrescente?
E se la formazione fosse più sganciata da produzione e occupazione?
E se la democrazia rappresentativa e statuale non fosse l'unico regime politico possibile?
E se 'pubblico' non fosse più sinonimo di 'statale'?
E se la protesta pacifica non fosse più un metodo efficace per prendere potere?
E se la guerra non fosse più una soluzione ai conflitti?

Per poterci anche solo permettere domande come queste, credo sia suggestiva, infine, l'ipotesi di vivere come se la catastrofe fosse avvenuta e come se vivessimo già in un futuro anteriore (20).
' Siamo sopraffatti da ciò che i francesi chiamano l'esprit d'escalier: lo stato d'animo retrospettivo sperimentato a serata finita, per le scale appunto, quando ormai è troppo tardi. Ebbene, il futuro anteriore è lo strumento grammaticale per esprimere fin da subito, prima ancora che la serata abbia inizio, l'esprit d'escalier di cui saremo preda dopo, a cose fatte: 'sarò stato inadeguato' o 'avrò colto l'occasione di una vita'. Poiché si addossa per un istante il rammarico o il compiacimento che forse proveremo molto più tardi, il futuro anteriore consente di discernere in anticipi quante possibilità alternative coesistano, ancora impregiudicate, mentre ci si reca a casa degli amici. Collocandosi nell'attimo in cui dilagherà l'esprit d'escalier, il 'sarò stato' censisce i decorsi divergenti che ora ci stanno dinanzi, traduce l'acidulo 'si sarebbe potuto' in un più decente 'si potrebbe', riabilita per tempo quelli che, in seguito, rischiano di figurare come 'futuri perduti'. Ciò che vale per la festa conviviale, vale a maggior ragione per ogni gesto politico radicale, per ogni condotta pubblica che strida con l'ordinamento statale. L'esprit d'escalier, e il futuro anteriore che se ne fa carico preventivamente, impediscono la compilazione di una storia in cui ogni tappa successiva sia spacciata per necessaria e inquestionabile.' (21)

NOTE

  1. B. A. Turner – N. F. Pidgeon, Disastri. Dinamiche organizzative e responsabilità umane, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p.108
  2. idem, pp.126-7
  3. G. Bateson, Perchè le cose finiscono sempre in disordine?, in Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, pp.33-38
  4. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, op.cit., pp.158-9; vedi anche G.Bateson, Finalità cosciente e natura, in op.cit., pp.465-479
  5. cfr. R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002; S. Cohen, Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea, Carocci, Roma, 2002; La Sicurezza che ci Terrorizza, in E.Euli, Casca il mondo! Giocare con la catastrofe, la meridiana, Molfetta, 2007, pp. 258-275
  6. cfr. H. Jonas, Sull'orlo dell'abisso, Einaudi, Torino, 2000
  7. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, p.163
  8. idem, p.233
  9. J. Diamond, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, Torino,2005
  10. G. Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo, Il Mulino, Bologna, 2005; V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2007; J. G. Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, Milano, 2009
  11. 'Toft propone la distinzione tra apprendimento passivo e attivo: il primo è caratterizzato dalla mera presa di coscienza dei risultati o delle raccomandazioni prodotte dalle inchieste; il secondo da una consapevolezza più ampia e dal tentativo di generare attivamente una migliore capacità di previsione...' , in Turner-Pidgeon, p.249
  12. A.Melucci, Passaggio d'epoca. Il futuro è adesso, Feltrinelli, Milano, 1994, p.68,; e cfr. E.Euli, I dilemmi (diletti) del gioco, la meridiana, Molfetta, 2004
  13. R. P. Gephart, in Turner-Pidgeon, p.252
  14. C. Perrow, in Turner-Pidgeon, p.260
  15. L. Mercalli, Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia,meno abbondanza, e forse più felicità, Chiarelettere, Milano, 2011
  16. 'Per usare un'espressione di Argyris e Schön, dobbiamo andare oltre un semplice modello cibernetico, a un solo anello, di cambiamento retroattivo del comportamento, per arrivare allo stadio del cosiddetto apprendimento a doppio anello, nel quale le procedure per cogliere e valutare i segnali d'allarme di possibili pericoli, insieme alle nostre teorie su come interpretare il mondo, sono messe direttamente e continuamente in discussione. Anche Levitt e March si sono allontanati dalla tradizionale visione cognitiva dell'apprendimento organizzativo per rivolgersi a quella che hanno definito ecologia dell'apprendimento...Hedberg ha inoltre attirato l'attenzione sull'importante processo del disapprendimento: un disapprendimento lento, infatti, sarebbe secondo lui un fattore di debolezza cruciale per molte organizzazioni. In ambienti stabili l'apprendimento può essere cumulativo, ma in ambienti che cambiano chi apprende deve lavorare attivamente per preservare tanto il proprio apprendimento quanto il proprio disapprendimento. (cfr. su questo tema anche Z. Bauman La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Il Mulino, Bologna, 2010) D'altro canto, Hedberg sottolinea anche che un'eccessiva stabilità ambientale inibisce la motivazione al disapprendimento'. (in Turner-Pidgeon, pp.282-283)
  17. cfr. W. R. Bion, Analisi degli schizofrenici e metodo psicanalitico, Armando, Roma, 1970; T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 2009,; G. Bateson, Le categorie logiche dell'apprendimento e della comunicazione, in op.cit, pp.324-356; M.R. Mancaniello, L'adolescenza come catastrofe. Modelli di interpretazione psicopedagogica, ETS, Firenze, 2002
  18. J. Platt, in Turner-Pidgeon, pp.189-190; e cfr. R.Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi, Torino, 1980; A. Koyrè, Dal mondo chiuso all'universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970
  19. N. Klein, Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, BUR, Milano, 2008
  20. J.Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo, Donzelli, Napoli, 2006; J.Attali, Breve storia del futuro, Fazi, Roma, 2009;
P. Virilio, L'università del disastro, R.Cortina, Milano, 2008; A.Bosi-M.Deriu-V.Pellegrino (a cura di), Il dolce avvenire. Esercizi di immaginazione radicale del presente, Diabasis, Reggio Emilia, 2009
  1. P. Virno, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica, Ombre corte, Verona, 2002, pp.141-2

domenica, dicembre 27, 2009

Perché l'idea di decrescita non trova consenso




created by Claudio Rava



Mi è sempre parso difficile precisare in cosa consista la vita, forse perché la sua essenza è eminentemente esperienziale e non discorsiva, forse perché quando ci si avventura nel tentativo di disquisire di questi concetti, del loro senso più profondo, è difficile evitare di fare della filosofia spicciola che in ogni caso lascia un senso di incompiutezza e talvolta di smarrimento negli interlocutori. Secondo una definizione comunemente accettata, che lascia però insoddisfatto quanti vorrebbero insistere a trastullarsi con speculazioni metafisiche che si avventurano alla ricerca della sua matrice esistenziale, la vita, molto più semplicemente, viene concepita come la caratteristica che possiedono quegli organismi in grado di compiere i due processi sottoelencati:

1) Crescere
2) Riprodursi

Ovvero potremmo raggruppare i due assunti nell'unico concetto di crescita dicendo che un organismo è un essere vivente se cresce dimensionalmente e numericamente.

Questi assunti sono validi per ogni forma vivente, e si vede facilmente come la materia inanimata non possegga queste capacità, salvo alcune singolari eccezioni, che val la pena ricordare. In natura esistono minerali e gemme che mostrano una capacità di accrescimento regolare, e durante la sua formazione un cristallo di quarzo, ad esempio, tenderà all'accrescimento mantenendo la sua forma già assegnata dalla struttura chimica e cristallina interna. Ma anche se ne possiamo trovarne moltissimi esemplari, non si può però affermare che si riproduca.
L'altra singolarità sembra contraddire la prima condizione, pur rispettando la seconda. Si tratta dei virus, in questo periodo tristemente alla ribalta nella loro variante influenzale suina o stagionale che sia. I virus difatti sono in grado di riprodursi, a spese dell'organismo parassitato, ma non mostrano alcun processo di accrescimento dimensionale, ogni nuovo virus nasce già come une replica esatta e compiuta del suo predecessore.

Ho volutamente e forse indebitamente raggruppato le due condizioni necessarie alla vita per mostrare come e quanto l'idea di crescita sia profondamente connaturata con la manifestazione vitale, probabilmente iscritta da qualche parte nel genoma, sicuramente attiva negli istinti basilari degli organismi, radicata nei processi motivazionali e nelle derivazioni comportamentali.
Ho ripensato a questi banali concetti allorché sono rimasto spiacevolmente sorpreso dalle reazioni di difesa sotto forma di irritazione, di disgusto, di negazione, di fuga e di derisione (e chissà quante altre modalità sono possibili) da parte delle persone alle quali indicavo la più che probabile eventualità di trovarsi di fronte ad un lungo periodo di recessione e di decrescita a seguito del raggiungimento del Picco di Hubbert della produzione del petrolio.

L'idea di decrescita porta con sé catene associative sempre spiacevoli, poiché in recessione economica sono molte le potenziali perdite (il lavoro, i risparmi, le possibilità di fare progetti), ma abbiamo anche molti altri esempi del tutto comuni e immediati: ci si trova nella fase calante nel processo di senescenza (diminuzione di operatività, di salute, di capacità fisiche, mentali e riproduttive), i genitori di qualsivoglia bambino sono preoccupati che cresca, la bassa statura ha in genere una valenza moderatamente negativa, una coppia che non ha figli è socialmente più sospetta rispetto a una famiglia regolare con una bella e magari numerosa prole. Possiamo razionalmente negare questi atteggiamenti e preferenze, ma sono ugualmente presenti ed attivi nonostante la nostra eventuale contrarietà.

Appartenere alla schiera dei benpensanti comporta spesso l'allontanamento acritico delle idee strane, arzigogolate, innovative, ma ancor più di quelle potenzialmente pessimistiche, figuriamoci quindi come possono essere accolte le varianti catastrofiste sul tipo della teoria “Olduway”.
E ASPO e i suoi sostenitori di quegli scenari non proprio edificanti ne testano parecchi, forti della continua verifica e della puntuale corrispondenza dei dati grezzi con quelli attesi, che progressivamente e pervicacemente continuano a confermare le previsioni del Club di Roma e del buon vecchio Hubbert.

La Cassandra della mitologia greca non viene creduta perché è antipatica quanto le sue catastrofiche profezie. Invece di produrre una sim-patia, genera nei suoi interlocutori un'anti-patia, ovvero, introducendo un'analogia vibratoria, al posto di un'armonizzazione di frequenze, un accordo di stati emozionali condivisi, si producono dei battimenti, delle opposizioni di fase, e ci si ritrova in due universi ideoaffettivi divergenti.

Cassandra è invisa anche per quelle arie di superiorità che facilmente le accusano i suoi detrattori. Proprio lei che dispensa sentenze su come sarà il futuro, mentre gli altri brancolano nell'incertezza del domani. Cassandra vive nel sentimento del dolore della sua impotenza comunicativa, del suo estraniarsi dalla collettività, i suoi increduli bersagli annullano il senso della precarietà impedendosi di accogliere il dubbio, di considerare l'alternativa dolorosa, e difensivamente fortificano così le loro fiduciose ma inconsistenti posizioni.

Affetti da tale “sindrome di Cassandra", e come la nostra eroina convinti di non poter fare quasi nulla per evitare che le ipotesi pessimistiche si realizzino, molti lavorano ancora più alacremente ispirandosi piuttosto al mito di Sisifo, impegnati come lui a condurre su una china - fin troppo somigliante a quel picco di Hubbert – il pesante macigno che poi torna a rotolare giù, annullando le speranze, le aspettative e gli sforzi compiuti. Sono persone impegnate a frenare la discesa del masso, non come Sisifo che si limita a osservarlo mentre frana a valle.

Sisifo viene immaginato da Camus come l'eroe assurdo, conscio dell'inutilità del suo eterno lavoro, ma ugualmente contento, poiché scopre sufficiente soddisfazione nel perseguire uno scopo. Sisifo però anche campione di masochismo, aggiungerei io, che ogni volta deve trovare in sé una ragione per sopportare, per tornare a riprendere il suo pesante fardello che ruzzola giù dalla china.

Ancora una volta le qualità, le risorse individuali, il carattere, sembrano precedere e veicolare le scelte personali e le convinzioni di ogni tipo. Saper contemplare una tesi pessimistica necessita di molti prerequisiti, per primo una propensione a tollerare il conflitto e l'impopolarità, la non disponibilità a sacrificare le proprie convinzioni anche se il prezzo da pagare è il disaccordo dei più.

Un'idea, una teoria, una visione del mondo e delle cose, sono tutte faccende relegate al regno ectodermico del mentale, della cerebralità, nei casi più sani sono encomiabili atti di coraggiosa indipendenza del pensiero, mentre talvolta sono piuttosto il prodotto di una tendenza schizotimica a dissociare ed annullare il vissuto emotivo a vantaggio del contenuto ideativo. Chi ha un passato arcaico in cui ha dovuto rapportarsi con dolorose esperienze formative ed è stato costretto a fare ricorso a difese dissociative è più attrezzato per esaminare concezioni normalmente evitate da altre tipologie umane. Nei casi più gravi il catastrofismo è accolto come un'idea che ha il sapore della familiarità, della conferma oggettiva esterna di un vissuto interiore di gelo e frammentazione, di caos e destrutturazione. Il racconto del crollo del mondo esterno anticipa, descrive e fornisce una rappresentazione simbolico-allegorica al crollo del proprio mondo interno e annuncia un possibile cedimento psicotico.

Mi fermo qui, consapevole di aver fornito solo un accenno a una questione che riempie i trattati di psichiatria. Era però necessario mostrare le analogie, indicare come la visione peggiorativa si inserisca di diritto in questo ordine di cose, di come strida pesantemente con quella necessaria biofilia universalmente condivisa salvo patologiche degenerazioni.

Ed è appunto necessario che l'atto di divulgazione di queste idee sia corredato da altrettanta benevolenza, non certo dal solo gusto istrionico di stupire l'ascoltatore con qualcosa di sbalorditivo, di senzazionale perchè potenzialmente sconvolgente la ripetitività del quotidiano e quindi interessante perchè soddisfa la sete di qualcuno di novità. Occorre che non sia accompagnato dal sadismo di creare il disagio e la paura quasi fossero un atto di vendetta perchè anche noi abbiamo dovuto attraversare la dolorosa fase della presa di coscienza, che richiede un lungo periodo per essere metabolizzata. Occorre mostrare più i vantaggi dell'accordarsi a una visione di sostenibilità forse ancora realizzabile per un futuro vivibile più che alla fallace sicurezza dell'inerzia presente.

In fondo il problema più gravoso non riguarda se avverrà una decrescita, che a meno di un improbabile miracolo ci sarà comunque, o in che modo si venga informati di questa prospettiva, ma come si manifesterà, ovvero se la sapremo comprendere, anticipare e pilotare piuttosto che subire nelle inquietanti varianti del collasso sistemico. Per fare questo, è meglio che siano informate, e nel modo più corretto, il maggior numero possibile di persone.

Tra gli elementi che non consentono di far tornare i conti termodinamici c'è proprio lo squilibrio demografico. Siamo una razza in piena eutrofizzazione, non abbiamo veri nemici, non abbiamo più dei predatori efficaci ad esclusione proprio dei virus e di noi stessi. La possibilità che vengano in qualche modo impiegati attivamente per risolvere il problema apre scenari complottistici che rasentano la paranoia, ma dopo il gigantesco complotto dell'11 settembre probabilmente ordito da criminali menti americane non me la sento più di escluderlo a priori.

A questo punto occorre considerare che la parte di popolazione che più teme una situazione caotica prodotta da un'eventuale disorganizzazione del sistema è la minoranza avvezza ai privilegi, alla concentrazione dei capitali, all'accumulo di patrimoni e beni di lusso. Chi non ha granché da perdere non ha poi molto da temere, piuttosto non so quanto riusciranno a sopportare quelle famiglie che dalla cessazione del reddito si troveranno a dover affrontare situazioni di grande difficoltà.

Siamo potenzialmente di fronte ad una bomba sociale innescata e ticchettante.

Credo che in questi casi, conoscere in anticipo l'evoluzione della crisi potrebbe paradossalmente avere un effetto di sedazione, poiché di fronte all'inevitabilità della decrescita ritengo ci sarebbe la comparsa anche di reazioni meno scomposte o pericolose, forse addirittura un tentativo di riorganizzazione basato su atteggiamenti più autenticamente collaborativi.

Del resto mi chiedo se è successo solo a me di guardare con un grande dolore, ma anche con una nota di amara compassione l'ondata di licenziamenti che stanno tuttora avvenendo, pensando a quanti altri ancora ne dovranno accadere e a quanto tempo passerà prima che sia chiaro che il problema grosso è altrove e si cominci a lavorarci tutti quanti seriamente. Tali sentimenti equivalgono in intensità solo la rabbia impotente nel sentire i nostri governanti e politici proporre soluzioni anacronistiche basate sulla riproposizione del modello neoliberistico, sull'idolatria della crescita infinita, sulla megalomanica corsa alla realizzazione di opere faraoniche che rischiano fra qualche tempo di rappresentare, con la loro incompiutezza, più che un traguardo dell'ingegno umano, un monumento alla sua imbecillità.


Dott. Claudio Rava (Psicologo) 07 Novembre 2009


claudioravamail@yahoo.com

mercoledì, luglio 02, 2008

L'effetto Cassandra di Luca Mercalli

Luca Mercalli ci manda questa sua riflessione sulla nostra attuale situazione


Sul problema dell'esaurimento delle risorse e della crisi energetica incalzante, si dice che spesso c'è un deficit di informazione. Io non credo che sia così. E' vero che di informazione corretta non se ne fa mai abbastanza, ma da alcuni anni anche in Italia si parla molto di clima, di energia, di necessità di cambiare stili di vita e così via, parole cui tuttavia non fanno seguito adeguate reazioni da parte della
politica nazionale e della società civile.

Il problema credo che sia più di tipo psicologico: non recepiamo ciò che non vogliamo sentire e a cui non vogliamo credere.

Come modesta testimonianza riproduco qui sotto il testo di un mioarticolo uscito il 6 maggio 2007 su Repubblica, circa 800.000 copie di tiratura, in grado di arrivare a un buon numero di intellettuali, politici, tecnici e imprenditori, persone insomma che fanno parte della classe dei "decisori" di un paese, o comunque di coloro che possono influenzarli.

Come non fosse mai stato scritto. Non un commento, se volete pure negativo, non una volontà di saperne di più, un dibattito. Silenzio totale. Tutto ciò che è scritto calza con quanto stiamo vivendo oggi, potrei ripubblicarlo tal quale.

Con la differenza che abbiamo perso un altro anno...

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La nostra utopia quotidiana, di Luca Mercalli La Repubblica, domenica 06.05.2007

La visione fideistica della scienza e del progresso ci ha abituati a pensare che ogni problema abbia una soluzione. Ciò è vero quando si tratta di cambiare il frigorifero, lo è meno quando si entra in un ospedale per un malanno, non lo è per nulla quando i problemi da risolvere sono quelli globali della crisi climatica ed energetica. Però, il fatto che questi ultimi non siano immediati, induce a considerarli alla stregua del frigorifero: qualcuno certamente troverà una soluzione, e chi mette sull’avviso che forse non è così scontato, è bollato di
catastrofismo.

In realtà da decenni circolano nella comunità scientifica analisi rigorose e credibili che avvertono come i cambiamenti climatici, l’esaurimento del petrolio e di altre risorse naturali, l’aumento della popolazione e delle disparità sociali, siano altrettante bombe innescate pronte a esplodere in rapida sequenza, amplificando i danni. Ma in genere si rimuove tutto rifugiandosi nel classico effetto Cassandra, dimenticando che la sfortunata aveva comunque ragione. E’ questa la sorte toccata pure ad un eccellente esercizio scientifico voluto da un grande manager italiano, Aurelio Peccei, animatore del Club di Roma, che nel 1972 pubblicò il rapporto “I limiti dello sviluppo” in collaborazione con il MIT di Boston. Ancora oggi si vitupera questo studio come non veritiero. Chi parla, in genere non l’ha nemmeno letto.

Oggi è in libreria per gli Oscar Mondadori l'edizione aggiornata “I nuovi limiti dello sviluppo”, quello che considero il manuale di istruzioni del pianeta Terra: ad oltre trent’anni di distanza i conti riveduti e corretti portano sempre al collasso della società se non si cambia rotta in tempo. Jared Diamond ha sviluppato il tema su base storica in “Collasso” (Einaudi), mostrando come è piuttosto comune che nel passato alcune civiltà abbiano ignorato i segni di cambiamento e si siano estinte. Oggi viviamo in un villaggio globale e uno scacco coinvolgerebbe tutti. Sui cambiamenti del clima basta concedere un po’ di attenzione ai rapporti dell’IPCC, che è un’Agenzia delle Nazioni Unite, non un covo di no-global; sulla crisi del petrolio basta guardarsi il film svizzero “A crude awakening” (www.oilcrashmovie.com) o visitare il sito di ASPO, l’associazione per lo studio del picco del petrolio (www.peakoil.net) che ha pure una sezione italiana. E se non basta, quale fonte più autorevole dell’Unione Europea? La sua agenzia ambientale (Eea), con sede a Copenhagen, ha elaborato il progetto Prelude, scenari per l’Europa del 2030 (www.eea.europa.eu/prelude). Per capire che il collasso non è escluso, bastano alcuni titoli: Big Crisis, Great Escape… Insomma, un problema lo si inizia a risolvere considerandolo. Lo si studia, lo si affronta e ci si prepara psicologicamente.

Io e mia moglie lo stiamo facendo da anni, con soddisfazione economica, rofonda motivazione e perfino divertimento. Abbiamo il tetto ricoperto di pannelli solari, abbiamo sostituito un anonimo prato all’inglese con un fiorentissimo orto, abbiamo applicato l’isolamento termico al solaio e installato vetri doppi e stufa a legna, conserviamo l’acqua piovana, evitiamo i centri commerciali e riduciamo i nostri acquisti inutili, facciamo una raccolta differenziata spinta, ntessiamo con il vicinato rapporti di cooperazione invece che di competizione, conserviamo saperi antichi amalgamandoli con tecnologie moderne. La nostra Utopia è già realtà, non serve essere né eremiti né invasati, basta essere realisti, attenti ad un mondo che cambia rapidamente e che domani sarà molto diverso rispetto a quanto vogliono farci credere gli spot pubblicitari. Se non vogliamo che il medioevo di Utopia prenda brutalmente il sopravvento, dobbiamo prima di tutto fare un esercizio psicologico per uscire dal circolo vizioso tipo “la tecnologia ci salverà”, provare a mettere in dubbio qualche certezza, e riacquistare il contatto con il mondo fisico e i suoi limiti. Non viviamo in un videogioco, ma su un pianeta fatto di aria, acqua, rocce, foreste, batteri, petrolio e carbone, il tutto regolato da leggi fisiche ferree. Vinceranno quelle se non sapremo dare una volta all’uso delle risorse. Il tragico destino di Utopia non si realizzerà solo se noi metteremo in pratica ogni giorno un pezzetto dei suoi addestramenti.

Del resto, tra gli scenari di Prelude, c’è pure “Evolved Society”, un mondo dove non esisterà più il minaccioso e rombante Suv, ma disporremo tutti di una sobria abitazione a energia rinnovabile e di un computer in rete con il quale condividere conoscenza e promuovere la convivialità. Non è un’utopia sognare un mondo migliore.