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lunedì, febbraio 06, 2012

Informazione, apprendimento, pedagogia delle catastrofi


Di Enrico Euli

CONVEGNO ASPO-ITALIA, FIRENZE, 28.10.2011



1. CASSANDRATE ?

Naturalmente non mancano neppure singoli individui capaci di prevedere il corso degli eventi, di lanciare moniti ed esortazioni. Ma, Dio mio, come si può distinguere in tempo il solito menagramo dal profeta chiaroveggente ? Il mondo è pieno di forze apparentemente assopite: come si fa a sapere in anticipo quale possa essere risvegliata senza pericolo e quale occorra lasciare assolutamente in pace ? Tra l’istante in cui l’allarme suonerebbe prematuro in modo ridicolo e l’attimo in cui ormai è troppo tardi per fare checchessia deve pur esserci il momento giusto, l’unico adatto a evitare la tragedia. Ma in mezzo a un simile frastuono, il più delle volte passa inavvertito. Del resto, qual è il momento giusto ? E come fare a riconoscerlo ? Credo si tratti dell’interrogativo più doloroso che la storia ponga agli uomini. (W.Szymborska)

La scala di Turner-Pidgeon (1) distingue sei stadi percettivi associati allo sviluppo di un disastro:
1. Punto di partenza apparentemente normale (convinzioni culturali condivise sul mondo e i suoi pericoli; norme precauzionali contenute in leggi, codici di comportamento, costumi e consuetudini)
2. Periodo di incubazione (accumularsi inosservato di un insieme di eventi in contrasto con le convinzioni e norme di cui al punto 1)
3. Evento precipitante (focalizza l'attenzione su di sé e trasforma le percezioni generali dello stadio 2)
4. Innesco (l'improvviso collasso delle precauzioni culturali diventa evidente)
5. Operazioni di soccorso e recupero
6. Adeguamento culturale completo.

E gli stessi autori commentano: ' Nel corso del periodo di incubazione, eventi in contrasto con le convinzioni esistenti incominciano ad accumularsi senza produrre commenti od osservazioni di sorta: o perchè non vengono notati o perchè il loro significato viene frainteso...Non vengono avvertiti perchè nessuno se li aspettava o prestava attenzione a quel tipo di fenomeni, oppure perchè se ne dà un'interpretazione tranquillizzante, che ne snatura il senso mentre altri fenomeni 'civetta' monopolizzano l'attenzione. Questi eventi sono, per loro stessa natura, difficilmente osservabili se non con il senno di poi, ma è possibile rintracciarne indizi nel modo in cui vengono trattati coloro che dissentono dalla visione organizzativa dominante. Quando l'ortodossia vigente liquida automaticamente le proteste di estranei come rivendicazioni di maniaci inesperti, viene il sospetto che ci si trovi in presenza di alcune distorsioni e rigidità organizzative.' (2)

La nostra specie è stata definita 'neghentrofaga', famelica mangiatrice di ordine e informazione; essa esprime infatti una netta ed esasperata preferenza per l'ordine, il controllo, la sicurezza; questa tendenza epistemologica profonda è divenuta ancora più forte, direi ossessiva, in una civiltà scientifico-tecnologica come la nostra, caratterizzata da un rischio mitomanico di onnipotenza, in cui l'Uomo si erge a sostituto di Dio.
Non siamo allenati, quindi, a leggere e gestire il disordine, e non ne sosteniamo a lungo neppure la vista. Cerchiamo, più velocemente possibile, di 'riportarlo all'ordine'.
La domanda che ci facciamo, anche rispetto al comportamento dei nostri consimili, non è certo 'come mai si sta così tranquilli ?', ma quasi sempre 'come mai ci si agita tanto ?'. La passività ci preoccupa meno dell'azione, la stabilità meno del cambiamento, la quiete molto meno del conflitto.

In una visione complessa, invece, ordine e disordine si equivalgono e non può sussistere preferenza escludente e dualistica, in quanto entrambi appaiono costitutivi della vita e dei suoi processi: peraltro gli stati che chiamiamo 'disordinati' saranno sempre più frequenti e probabili di quelli che chiamiamo 'ordinati' (infatti abbiamo bisogno di una colf per togliere la polvere e non dobbiamo invece assumere nessuno per metterla) e sorgeranno continuamente conflitti, spesso non mediabili,' proprio tra le diverse visioni su 'ciò che riteniamo ordinato' (infatti, quando la colf mette in ordine la nostra stanza spesso non troviamo più nulla e ci lamentiamo...). Gran parte dei problemi umani, infine, non nasce da un eccesso di disordine, ma proprio dai tentativi di imporre il nostro ordine (di specie, di gruppo, individuale) a sistemi che, se fossero lasciati liberi, ne sceglierebbero altri. Quel che si genera così è un disordine di secondo livello, generato proprio dai conflitti tra diversi e presunti 'ordini'. (3)
'Due pericoli minacciano il mondo, l'ordine e il disordine', amava dire Paul Valery..


2. ORLO ?

Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in un incubo. Conosciamo tutti la scena dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell'abisso. (S.Zizek)

'Mannheim sottolinea la differenza tra razionalità funzionale e sostanziale. La prima è vista come 'una serie di azioni organizzate in modo tale da condurre a una meta predeterminata, e ogni elemento di questa serie di azioni riceve una posizione e un ruolo funzionali'...La seconda è invece caratterizzata da 'un'intelligente comprensione delle interrrelazioni tra gli eventi in una data situazione'. Egli afferma che la nostra società industriale, per il solo fatto di presentare una grande quantità di razionalità funzionale, non per questo è caratterizzata da una grande quantità di razionalità sostanziale...Anzi, è chiaro che il comportamento razionale ha dei limiti, specialmente se si è portati ad accettare la razionalità funzionale come sostitutiva della razionalità sostanziale: l'esistenza di una grande organizzazione, con un'imponente struttura organizzativa, una pianificazione aziendale elaborata, compiti complessi e un ampio staff di specialisti non garantisce affatto una razionalità sostanziale.' (4)

Da un punto di vista psichico, la paura e l'incessante rimozione del 'disordine' agiscono quali strategie di autoconservazione-autorassicurazione a breve termine; l'anestetizzazione e l'immunizazione preventiva procedono ad ampie falcate al fine (dicono) di 'proteggere la (nostra) vita'. (5)
Notate come, anche nel linguaggio attuale preferiamo 'default' a 'fallimento', 'crisi' a 'catastrofe': un imbarazzante modo di dire dei miei colleghi, davanti al tracollo dell'Università, è : 'emergono delle criticità' !
Ma, a lungo termine, proprio questi automatismi reattivi favoriscono, anziché la nostra sopravvivenza, proprio la nostra estinzione: 'fare lo struzzo' non ci salva più sull'orlo dell'abisso (a proposito di rimozione/negazione: quanto è grande questo orlo, quando sarà consumato nel linguaggio e ammetteremo di essere 'andati oltre' ? (6)
Il riccio continua a chiudersi tra i suoi aculei, come ha fatto da sempre. Ma non riesce a modificare il suo automatismo ora che esistono le automobili e viene schiacciato, ben chiuso, al loro passaggio.

3. IGNORANZA ?

Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell'autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale (A.Zanzotto)


Le persone comuni percepiscono e pensano secondo modalità non popperiane: in genere, se un a nuova esperienza falsifica una nostra premessa preferiamo falsificare (manipolare, mistificare, negare) l'esperienza percettiva piuttosto che cambiare idea.
Inoltre, Simon ha mostrato come 'la capacità della mente umana di formulare e risolvere problemi complessi è molto ridotta rispetto alle dimensioni dei problemi che è necessario risolvere per ottenere un comportamento oggettivamente razionale nel mondo reale o anche solo un'approssimazione ragionevole a questa razionalità'. E commentano Turner e Pidgeon: ' Quindi, anche se le persone riescono ad evitare una pura razionalità funzionale e cercano di perseguire obiettivi ragionevoli ed appropriati...non possono sfuggire ai vincoli della razionalità limitata'. (7)
E ancora:
'Che cosa impedisce alle persone di acquisire ed utilizzare segnali di allarme e anticipazioni che permetterebbero di evitare disastri ? In termini generali, la risposta è che le informazioni non sono a disposizione delle persone giuste, al momento giusto, e in una forma tale che le renda utilizzabili...(Più in specifico) possiamo suddividere le informazioni necessarie per prevenire un disastro nelle seguenti categorie:
1. informazioni completamente sconosciute
2. informazioni note ma non completamente recepite
3. informazioni note a qualcuno, ma che non vengono combinate con altre informazioni al momento giusto, quando la loro importanza diventa palese e vi sarebbe la possibilità di agire in base al loro contenuto
4. informazioni disponibili, ma non comprese in quanto non è possibile collocarle nei quadri interpretativi esistenti.' (8)

Possiamo chiudere citando anche le 4 cause di fallimento che conducono al collasso di un sistema, secondo Diamond (9):
non essere capaci di vedere,
essere capaci di vedere ma rimuovere/negare
essere capaci di vedere, di non rimuovere ma non di agire
essere capaci anche di agire, ma in modo sbagliato e non efficace

Ci troviamo a descrivere qui quella che amo chiamare ignoranza 2: anche le persone colte, informate si sono trasformate in una nuova specie, quella dell''homo sapiens insapiens', l'uomo che non sa di sapere, in una sorta di maieutica rovesciata, in cui si finge di non sapere quel che si sa.
L'ignoranza 2 rappresenta la strategia di sopravvivenza primaria per adattarsi all'apocatastasi, termine che la Scolastica utilizzava per definire la fine penultima, la fine che non finisce di finire (che pare essere, per ora, la forma assunta dalla catastrofe in corso).
Per la maggioranza degli esseri umani che la attuano (intellettuali e scienziati compresi) non indica quindi il problema, ma la soluzione. E, in quanto tale, andrebbe affrontata. Ben sapendo che correggere quella che si crede una soluzione è molto più complicato ed improbabile che correggere quel che si crede un errore.
Stiamo cercando di verificare se è ancora troppo presto per avere la certezza che abbiamo già fatto troppo tardi”. Insomma, il rischio sempre più probabile è che, a differenza dei dinosauri, ci estingueremo perfettamente informati e consapevoli, magari mentre ancora ne discutiamo!

4. TOSSICODIPENDENDO

Parliamo della politica della depressione. La depressione come atto politico. Lei ed io subiamo quotidianamente la pulsione irrefrenabile a comprare e spendere e vivere in fretta…La depressione è l’unico modo per mettere un freno a tutto questo. La depressione economica così come quella psicologica. Per cui, provi a supporre che la sua depressione e la mia siano atti politici di ribellione. Provi a supporre che la psiche stia dicendo NO. Non voglio questa accelerazione. Non voglio comprare niente. Le mie gambe non si vogliono muovere. Non mi interessa. Ora me ne sto qui nel letto e penso al passato…’ (J.Hillman)

Da vari esperimenti di laboratorio, concentrato premonitore di violenza verso esseri viventi inermi, sappiamo che se noi mettiamo dei topolini in gabbia e li lasciamo lì, a subire scariche elettriche senza possibilità di fuga, essi iniziano presto a deprimersi e, in un certo tempo, ad ammalarsi, sino a morire.
Come è possibile che il topo non si deprima e non si ammali, restando in una gabbia senza uscita ?
1. le punizioni possono essere alternate a premi, se il topo apprende a fare qualcosa che possa essere premiato o apprende che anche le punizioni possano avere un significato ed un’utilità (vedi alla voce: istruzione);
2. il topo può essere tenuto continuamente in attività, attraverso esercizi, occupazioni, compiti produttivi (vedi alla voce: lavoro);
3. il topo può essere anche curato, assistito, protetto e creare così legami di dipendenza strumentale ed ‘affettiva’ con i suoi 'difensori' (vedi alla voce: sicurezza);
4. può essere continuamente distratto e occupato attraverso divertimenti, svaghi, offerte di consumo e di servizi (vedi alla voce: spettacolo);
5. può essere messo a convivere con un suo simile: i due possono così competere-aggredirsi (e si possono far del male, anche uccidersi, ma non si deprimono e non si ammalano più…anzi, si sentono più vivi !..se restano vivi…) (vedi alla voce: guerra).
Lo so che non siamo (uguali a) topi, lo so che (forse) non ci sono sperimentatori malvagi sopra di noi, lo so che la storia umana non è solo questo ed è stata anche (quanto ?) capace di altro, lo so che i nostri spazi di libertà, di cambiamento e di gioco sono (potrebbero essere) più ampi…
Non sono un sostenitore della sociobiologia, né del determinismo genetico, culturale e ambientale…
Ma la catastrofe pare proprio avvicinarsi quando, per vari motivi, si riducono le possibilità di compensare e ricompensare:quando un sistema inizia a non poter più ridistribuire premi ( o questi perdono valore d’uso e di scambio), a non poter più garantire lavoro e occupazione, assistenza e protezione, restano solo spettacolo e guerra: essi sussumono, sostituendosi alle istituzioni sino a quel punto abilitate, le matrici stesse dell’istruzione, del lavoro e della sicurezza. Divengono le fonti primarie e pervasive di in-formazione, produzione, protezione.
Ed ora che anche lo spettacolo sta per finire, rischiamo di trovarci soltanto dentro la guerra, o forse la guerra come unico spettacolo...


E' sempre un'impresa disperata tentare di uscire da una mitologia, da un'ideologia anti-ideologica, da una neo-religione che recita i suoi mantra, sempre attraenti seppure ossidati: + denaro, +crescita, + lavoro, +consumi, + energia...
E sappiamo bene che il dio petrolio è un problema anche quando c'è, non solo quando sparirà.
Ci troviamo dentro una sindrome di tossicodipendenza allucinatoria, grave e profonda, la cui prognosi è riservata.
Le persone che partecipavano ai recenti riots a Londra (e che svaligiavano i negozi di alta tecnologia) condividono gli stessi immaginari di quelle che abbiamo visto fare file oceaniche, rinunciando al sonno, per comprare da Trony a Roma e che hanno trasformato la morte di Saint Steve Jobs in una iper-reale cerimonia religiosa su scala globale: l'acquisizione di un Ipad si trasforma in una nuova cerimonia eucaristica, in un rito tra 'civiltà' ed 'invasioni barbariche', tra la cortesia ipocrita di chi ha e può ancora comprare e la violenza distruttiva di chi non ha e ruba. (10)
Come quella rana, descritta da Bateson, che continua a saltellare allegramente nell'acqua sempre più bollente, adattandosi sempre alle nuove condizioni di calore, ma -in un attimo- schiatta, senza riuscire più a saltar fuori dalla pentola.

Se questo non bastasse, siamo costretti ad aggiungere che affrontiamo l'attuale situazione tossico-dipendendo, concettualmente ed operativamente, da modelli di organizzazione dei processi di decisione e di gestione dei conflitti mutuati da logiche militari e statuali, basate quindi su accentramento, delega, obbedienza, repressione delle divergenze, procedure burocratiche...), con i disastri conseguenti, derivanti anche dalle sedicenti soluzioni proposte da sedicenti esperti e nostri volenterosi rappresentanti (vedi i recenti casi del Golfo del Messico e di Fukushima) . (11)
Ma chi ha oggi la capacità e il coraggio di dire che siamo in una fase inedita, che nessuno sa cosa fare, che dobbiamo rivedere i nostri presupposti per provare ad uscirne vivi ?
E ammettendo che siamo non dentro semplici problemi da risolvere tecnicamente, ma dentro dilemmi: la distruzione del Pianeta è necessaria per la sopravvivenza del sistema, e la distruzione del sistema è necessaria per la sopravvivenza del Pianeta: cosa facciamo?
'Nel mondo contemporaneo ci sono problemi senza soluzione che caratterizzano la complessità. Sono polarità tra le quali è impossibile scegliere, perché solo tenendole insieme si può garantire l’equilibrio di un sistema molto differenziato. Sono problemi che è impossibile non tentare di risolvere, ma la cui soluzione sposta solo temporaneamente l’incertezza…Le decisioni politiche tendono spesso a nascondere dietro tecniche e procedure il fatto che i grandi dilemmi della società contemporanea (ad es. il conflitto tra autonomia e controllo) non hanno soluzione. Essi possono solo trovare aggiustamenti temporanei, che saranno tanto più democratici quanto più saranno equi e aperti alla possibilità di cambiare…' (12)
Ma chi, oggi, prenderebbe voti dicendo questo?

5. NO FUTURE ?

-Vede, sta entrando in quel turbine che io chiamo 'tutto in vacca, fuori dallo stallo'.
-Ma poi devo comunque tornare alla realtà .
-Non si ponga il problema ora; spazi, diventi lei l'orizzonte.
-E' vero. Cosa mi aspetta, ora, mi fa meno paura. (A.Bergonzoni)


'Gephart sostiene che 'i problemi di comunicazione e di non ascolto degli avvertimenti...sono visti sempre solo in modo retrospettivo...Un rumore considerevole si mischia con i potenziali segnali di pericolo per mascherarli, ed essi sono distinguibili da segnali 'normali' e falsi allarmi solo dopo l'evento. Inoltre i sistemi complessi non sono reattivi rispetto ai segnali inusuali. I disastri normali sono pertanto inevitabili.' . (13)

E la conclusione radicale a cui arriva Perrow è che ' il solo modo per evitare  incidenti gravi [...], in sistemi complessi e strettamente connessi, è di impedire che tali sistemi vengano costruiti'. (14)


Sembra proprio che non potremo quindi evitare l'effetto-sorpresa della catastrofe.
L'inutilità delle informazioni di primo livello, infatti, appare evidente. La catastrofe non è evitabile, anche perchè non è qualcosa che deve ancora avvenire, ma è già in corso. possiamo solo iniziare a percepirla e prepararci ad essa, provare a conviverci e a ridurne i danni. (15)
E a viverla come opportunità di cambiamenti ed evoluzioni, verso nuovi apprendimenti e nuove premesse e modelli. (16)

La pedagogia delle catastrofi nasce proprio da questo assunto: un forte shock ed un alto livello di instabilità cognitiva appaiono quali passaggi obbligati per un salto gestaltico: quel che Bion chiama 'cambiamento catastrofico' (analogo al 'paradigm breakdown' in Kuhn o all''apprendimento 2' in Bateson). (17)
Forse così potrebbe avvenire quel che possiamo chiamare, in generale, una potente e ristrutturazione cognitiva:
'Secondo Platt questi salti hanno quattro caratteristiche:
I salti sono preceduti o accompagnati da una 'dissonanza cognitiva', o da quel che potremmo forse chiamare un aumento dello stato di incertezza, provocato dalla consapevolezza dell'esistenza di anomalie
Sia la dissonanza che i salti hanno un carattere globale
La ristrutturazione, quando avviene, è improvvisa
La nuova struttura garantisce un'organizzazione delle informazioni disponibili più generale e concettualmente più semplice delle precedenti.' (18)

Quindi, la pedagogia delle catastrofi mi appare oggi quale unica chance: un 'equivalente morale' della shock economy (termine coniato da Naomi Klein (19)), forma che il tardocapitalismo assume oggi, prendendo atto (lui sì!) della catastrofe in corso, neutralizzando il negativo, rivalutandolo in termini economici (profitti da disinquinamento, trasporti più agevoli e diretti attraverso uno Stretto di Bering senza ghiacci, etc...) e preparandosi alla (illusoria?) gestione militare delle rivolte e delle guerre civili interne: la catastrofe si traduce in 'questione di ordine pubblico' , 'emergenza da protezione civile' o 'problema di interesse strategico nazionale', come sta già accadendo di fatto anche nel nostro paese da almeno dieci anni (vedi: G8 a Genova, terremoto in Abruzzo, CPT a Lampedusa, rifiuti a Napoli, Tav in Val di Susa).

Ma se non abbiamo alternative rispetto all'assunzione di una posizione depressiva, e visto che la catastrofe sta avvenendo e non possiamo più evitarla, che fare?
Possiamo abbatterci del tutto e restare catatonici, paralizzarci.
Possiamo agitarci, urlare, aggredire, distruggere.
Ma possiamo anche attraversarla creativamente e provare a farci nuove domande, vivendo la catastrofe come opportunità.
Potremmo seguire la logica scientifica della controdeduzione fattuale (del tipo: e se l'acqua bollisse a 80 gradi ?) e tentare di immaginarci 'altri mondi possibili'.
Alcune domande che dovremmo permetterci di farci finalmente, approfittando della catastrofe?
Ci provo:
E se il reddito fosse svincolato dal lavoro?
E se i beni non fossero solo e sempre merci?
E se il lavoro non fosse più un valore ma un'attività come altre?
E se la disoccupazione crescente si rivelasse anche come un successo?
E se andassimo verso un'economia stazionaria, senza crescita, o decrescente?
E se la formazione fosse più sganciata da produzione e occupazione?
E se la democrazia rappresentativa e statuale non fosse l'unico regime politico possibile?
E se 'pubblico' non fosse più sinonimo di 'statale'?
E se la protesta pacifica non fosse più un metodo efficace per prendere potere?
E se la guerra non fosse più una soluzione ai conflitti?

Per poterci anche solo permettere domande come queste, credo sia suggestiva, infine, l'ipotesi di vivere come se la catastrofe fosse avvenuta e come se vivessimo già in un futuro anteriore (20).
' Siamo sopraffatti da ciò che i francesi chiamano l'esprit d'escalier: lo stato d'animo retrospettivo sperimentato a serata finita, per le scale appunto, quando ormai è troppo tardi. Ebbene, il futuro anteriore è lo strumento grammaticale per esprimere fin da subito, prima ancora che la serata abbia inizio, l'esprit d'escalier di cui saremo preda dopo, a cose fatte: 'sarò stato inadeguato' o 'avrò colto l'occasione di una vita'. Poiché si addossa per un istante il rammarico o il compiacimento che forse proveremo molto più tardi, il futuro anteriore consente di discernere in anticipi quante possibilità alternative coesistano, ancora impregiudicate, mentre ci si reca a casa degli amici. Collocandosi nell'attimo in cui dilagherà l'esprit d'escalier, il 'sarò stato' censisce i decorsi divergenti che ora ci stanno dinanzi, traduce l'acidulo 'si sarebbe potuto' in un più decente 'si potrebbe', riabilita per tempo quelli che, in seguito, rischiano di figurare come 'futuri perduti'. Ciò che vale per la festa conviviale, vale a maggior ragione per ogni gesto politico radicale, per ogni condotta pubblica che strida con l'ordinamento statale. L'esprit d'escalier, e il futuro anteriore che se ne fa carico preventivamente, impediscono la compilazione di una storia in cui ogni tappa successiva sia spacciata per necessaria e inquestionabile.' (21)

NOTE

  1. B. A. Turner – N. F. Pidgeon, Disastri. Dinamiche organizzative e responsabilità umane, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p.108
  2. idem, pp.126-7
  3. G. Bateson, Perchè le cose finiscono sempre in disordine?, in Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, pp.33-38
  4. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, op.cit., pp.158-9; vedi anche G.Bateson, Finalità cosciente e natura, in op.cit., pp.465-479
  5. cfr. R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002; S. Cohen, Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea, Carocci, Roma, 2002; La Sicurezza che ci Terrorizza, in E.Euli, Casca il mondo! Giocare con la catastrofe, la meridiana, Molfetta, 2007, pp. 258-275
  6. cfr. H. Jonas, Sull'orlo dell'abisso, Einaudi, Torino, 2000
  7. B.A.Turner-N.F.Pidgeon, p.163
  8. idem, p.233
  9. J. Diamond, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, Torino,2005
  10. G. Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo, Il Mulino, Bologna, 2005; V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2007; J. G. Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, Milano, 2009
  11. 'Toft propone la distinzione tra apprendimento passivo e attivo: il primo è caratterizzato dalla mera presa di coscienza dei risultati o delle raccomandazioni prodotte dalle inchieste; il secondo da una consapevolezza più ampia e dal tentativo di generare attivamente una migliore capacità di previsione...' , in Turner-Pidgeon, p.249
  12. A.Melucci, Passaggio d'epoca. Il futuro è adesso, Feltrinelli, Milano, 1994, p.68,; e cfr. E.Euli, I dilemmi (diletti) del gioco, la meridiana, Molfetta, 2004
  13. R. P. Gephart, in Turner-Pidgeon, p.252
  14. C. Perrow, in Turner-Pidgeon, p.260
  15. L. Mercalli, Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia,meno abbondanza, e forse più felicità, Chiarelettere, Milano, 2011
  16. 'Per usare un'espressione di Argyris e Schön, dobbiamo andare oltre un semplice modello cibernetico, a un solo anello, di cambiamento retroattivo del comportamento, per arrivare allo stadio del cosiddetto apprendimento a doppio anello, nel quale le procedure per cogliere e valutare i segnali d'allarme di possibili pericoli, insieme alle nostre teorie su come interpretare il mondo, sono messe direttamente e continuamente in discussione. Anche Levitt e March si sono allontanati dalla tradizionale visione cognitiva dell'apprendimento organizzativo per rivolgersi a quella che hanno definito ecologia dell'apprendimento...Hedberg ha inoltre attirato l'attenzione sull'importante processo del disapprendimento: un disapprendimento lento, infatti, sarebbe secondo lui un fattore di debolezza cruciale per molte organizzazioni. In ambienti stabili l'apprendimento può essere cumulativo, ma in ambienti che cambiano chi apprende deve lavorare attivamente per preservare tanto il proprio apprendimento quanto il proprio disapprendimento. (cfr. su questo tema anche Z. Bauman La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Il Mulino, Bologna, 2010) D'altro canto, Hedberg sottolinea anche che un'eccessiva stabilità ambientale inibisce la motivazione al disapprendimento'. (in Turner-Pidgeon, pp.282-283)
  17. cfr. W. R. Bion, Analisi degli schizofrenici e metodo psicanalitico, Armando, Roma, 1970; T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 2009,; G. Bateson, Le categorie logiche dell'apprendimento e della comunicazione, in op.cit, pp.324-356; M.R. Mancaniello, L'adolescenza come catastrofe. Modelli di interpretazione psicopedagogica, ETS, Firenze, 2002
  18. J. Platt, in Turner-Pidgeon, pp.189-190; e cfr. R.Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi, Torino, 1980; A. Koyrè, Dal mondo chiuso all'universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970
  19. N. Klein, Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, BUR, Milano, 2008
  20. J.Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo, Donzelli, Napoli, 2006; J.Attali, Breve storia del futuro, Fazi, Roma, 2009;
P. Virilio, L'università del disastro, R.Cortina, Milano, 2008; A.Bosi-M.Deriu-V.Pellegrino (a cura di), Il dolce avvenire. Esercizi di immaginazione radicale del presente, Diabasis, Reggio Emilia, 2009
  1. P. Virno, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica, Ombre corte, Verona, 2002, pp.141-2

domenica, novembre 16, 2008

Gli attrezzi di domani si costruiscono con quelli che abbiamo oggi



Il titolo del post può sembrare un tantino ingenuo, tuttavia credo che in realtà sia fecondo di numerosi spunti meditativi.

Più di una volta ho sentito citare da sedicenti "anti-catastrofisti" l'aneddoto secondo cui "l'età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre, non dobbiamo preoccuparci inutilmente, il petrolio non finirà prima che qualcuno trovi qualcos'altro".

Trovo questo asserto un po' vago e anche inconcludente. E' molto pericoloso perchè, oltre a catturare la simpatia di superficialoni & consumisti irriducibili, può stuzzicare anche chi, come economisti e politici, fa spesso (e a volte solo) ragionamenti basati su prezzi, domanda&offerta, "convenienza" etc.

Cominciamo con le pietre. Nella Preistoria la roccia era la materia prima d'elezione per realizzare utensili, in virtù della sua disponibilità e facilità di reperimento, delle sue proprietà di durezza e resistenza, della possibilità di lavorazione per sfregamento (la famosa "pietra levigata").
Poi, qualche artigiano un po' più riflessivo osservò che, con un certo sforzo, era in effetti possibile realizzare utensili fondendo minerali del rame, dello stagno e del ferro. La Metallurgia costava una certa "fatica", ma superata questa forniva utensili di qualità e lavorabilità superiore.

Dunque, le pietre sono state abbandonate in ragione di minerali/metalli pure "abbondanti" e a maggiore valore aggiunto. Per realizzare i nuovi utensili sono state utilizzate risorse consolidate e ad alta disponibilità: oltre alle pietre, mettiamoci pure la legna e il carbone necessari alla riduzione dei minerali e alla fusione dei metalli. Un bel salto.
La tumultuosa crescita dell'ultimo secolo (salto alcuni millenni, che seppur importantissimi e necessari, hanno visto un impatto sulle risorse molto contenuto) ci ha portati in una situazione in cui le risorse su cui siamo basati (idrocarburi, metalli, altri minerali e biomasse) danno segni di "scarsità", naturalmente rispetto agli enormi bisogni di oggi.
Il Petrolio e il Gas, su cui non mi dilungo, sono il fulcro di guerre e tensioni geopolitiche; Acciaio, Rame e altri metalli ad alto consumo vedono schizzare le loro quotazioni; un metallo raro non molto noto, il Tantalio, è fondamentale per l'odierna industria microelettronica, ed è una delle poste in gioco dell'attualissima guerra in Congo.

Ora, passare dal Petrolio e dall'industria estrattiva a un nuovo paradigma non sarà banale. Mentre il passaggio dalle pietre ai metalli era notevolmente migliorativo, quello a nuove fonti e a tecnologie basate sul riciclo non lo sarà per niente, per lo meno nel medio termine. La causa essenziale è la fortissima dipendenza che qualunque attività umana ha dal petrolio, dal gas e dalle materie prime fossili in genere.

La transizione passerà attraverso riduzione di posti di lavoro, crisi economiche e anche socio-politiche. Naturalmente, se riusciamo a entrare in un' "orbita rinnovabile", arriveremo a una qualità di vita superiore, ripulendoci di bisogni superflui, e senza rinunciare alle possibilità dell'Era della Conoscenza. Ma sarà un percorso lungo.

Il flusso energetico e dei materiali è ora a un massimo già declinante; se destiniamo la maggior parte delle risorse a fare quello cui siamo abituati da 40 anni (iperprodurre, mettere in discarica, incenerire, congestionarci di traffico, creare professioni-fantoccio ...), finiremo col ritardare ulteriormente il passaggio alla rinnovabilità. Oltre un certo tempo, tale passaggio potrebbe risultare estremamente difficile o addirittura compromesso.

Per realizzare pannelli termici e fotovoltaici, wind-farms, impianti geotermici eccetera abbiamo bisogno di energia di start-up, che non potrà derivare che da idrocarburi (o centrali nucleari). Nel frattempo, dobbiamo riuscire a pilotare una riduzione industriale, dei trasporti e dei servizi che la termodinamica sta richiedendo a gran voce, il tutto contenendo al massimo i rischi o le entità di tracolli sistemici.

Ipotizzando di realizzare una robusta rete rinnovabile, sfida già di per sè enorme, dovremo arrivare anche ad essere capaci di generare impianti rinnovabili per mezzo di energie/materiali rinnovabili. E' un'impresa titanica ma non impossibile; tuttavia, se ci tiriamo indietro e ci scoraggiamo non avremo speranza. Non abbiamo molto tempo per decidere.

giovedì, novembre 06, 2008

La sfera dell'agricoltura

Fonte immagine: Web

Come tutti i processi o le situazioni che sono legati all’esistenza degli esseri umani, la nascita e l’evoluzione dell’agricoltura dipende dalla combinazione di diversi fattori, il primo di quali è quello dell’esistenza umana (esperienza accumulata nel tempo), delle sue esigenze di sopravvivenza (cibo, vestiti) e le scoperte “tecnologiche” (dalla semplice zappa in legno e pietra al trattore).

L’agricoltura intensiva e monocolturale, che si basa sulla intensa e diffusa fertilizzazione con prodotti chimici di sintesi, richiede enormi input energetici, dipendenti solo ed esclusivamente dal Petrolio:
- Meccanizzazione: In agricoltura intensiva tutte le pratiche di preparazione del suolo principali e secondarie, di cura delle piante, di raccolta, di trasporto e conservazione sono possibili grazie alla meccanizzazione (es. trattori, mietitrebbiatrici, rotoimballatrici, irroratrici, seminatrici, aerei per la fertilizzazione o lotta alle infestanti ed ai patogeni, trasporto dal campo all’azienda, ecc…)
- Fertilizzanti, ammendanti, prodotti fito-patogeni, ecc. sono tutti derivati del Petrolio
- Conservazione e trasformazione: sono processi che richiedono, calore, freddo, disinfestazione, ecc… tutte possibili grazie a macchinari che necessitano di combustibili come fonte primaria di energia
- L’irrigazione è possibile grazie alle pompe azionate a combustibili fossili
- Il condizionamento delle serre è possibile grazie ai generatori diesel
- Ecc….
Inoltre, questo tipo di agricoltura è responsabile del degrado dei suoli, infatti l'eccessiva fertilizzazione azotata e fosfatica ha portato all’uccisione di molti microrganismi e specie (nematodi) che vivevano in moltissimi suoli agricoli. Pratiche agricole erronee o troppo spinte, irrigazioni a pioggia e per scorrimento sono responsabili dell’erosione del suolo sempre con perdita della parte più ricca del terreno in elementi nutritivi e composti colloidali.

La rivoluzione verde nata grazie al Premio Nobel per la Pace (1970) e Ricercatore Statunitense Norman Borlaug (che riuscì ad innovare le tecniche agronomiche mediante l’accoppiamento di varietà di frumento ad alto potenziale genetico con sufficiente somministrazioni di fertilizzanti, acqua ed altri prodotti con un conseguente incremento importante delle rese) ha consentito delle rese di frumento (e poi altre specie erbacee) molto significativi consentendo, per esempio, al Messico nel 1964 di esportare fino a 500mila tonnellate di frumento. Grazie alla Rivoluzione Verde sono stati raggiunti risultati importantissimi dal punto di vista della sicurezza alimentare in termini quantitativi ed economici:
- Il miglioramento genetico con la produzione delle razze ibride capaci di incrementare i rendimenti produttivi. Inoltre i prodotti sono più facilmente conservabili e trasportabili.
- specializzazione delle tecniche agricole: l’incremento delle rese è stato dovuto alla nascita delle razze ibride, la disponibilità di energia a basso prezzo (carburanti) e la diffusione della meccanizzazione hanno portato alla diffusione delle Monocoltura Intensiva, la diffusione dei prodotti di origine chimica per la fertilizzazione, il controllo delle specie infestanti e delle patologie (batteriche, virali e funginee). I cereali hanno occupato enormi estensioni di suolo, sono usciti dalla pratica della rotazione e la produzione è stata tale che i mercati erano sommersi di Cereali.
- L’Irrigazione: Specie cerealicole come il Mais, coltivate in modo intensivo, richiedono grandi quantità di acqua. La ricerca e la specializzazione tecnologica hanno portato allo sviluppo di sistemi di irrigazione rivoluzionari, che hanno consentito anche esse ad incrementare la produzione cerealicola mondiale.

L’affinamento delle tecniche della ibridazione delle razze (miglioramento genetico) con la produzione di specie agricole ad alta resa, il miglioramento delle pratiche agronomiche grazie all’introduzione della meccanizzazione, l’incremento degli elementi nutritivi (fertilizzanti), il miglioramento delle caratteristiche del suolo (fertilizzanti e ammendanti), la lotta alle infestanti ed ai Patogeni hanno incrementato in maniera incredibile la produzione agricola, in Messico, negli USA, in Europa, ecc…

Comunque sia, la rivoluzione verde non si è rivelata esente da problematiche prevalentemente ambientali: Infatti essa è responsabile della distruzione della biodiversità nelle aree dove si è praticato e si pratica la monocoltura intensiva, dell'inquinamento del suolo e delle falde acquifere dovuto agli eccessi di azoto, l’impoverimento del suolo, la dispersione delle risorse idriche e l’utilizzo di sistemi irrigui non adeguati, l’uso eccessivo dei fitosanitari che ha portato allo sviluppo di Patogeni sempre più resistenti, ecc…. e soprattutto la Dipendenza Totale dal petrolio. Tuttavia, l’incremento su vasta scala della produzione alimentare e della produttività alimentare è stata resa in parte vana dall’incremento demografico, dalla riduzione delle terre agricole disponibili, dall’incremento dei fenomeni siccitosi in molte aree del globo e dalle alluvioni o inondazioni in altre parti del Mondo.

La situazione non è per niente ottimistica, la concomitanza di fattori negativi come quelli indicati prima fanno pensare ad un drammatico peggioramento delle crisi alimentare per scarsità di cibo, in particolare nei Paesi con economie e tecnologie al limite della sussistenza. La FAO sostiene che le popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo non sono in grado né di produrre in quantità sufficiente né di comprare da altri produttori, perché il loro potere d’acquisto è scarso. Nei periodi di dissesto (siccità, inondazioni) i viveri possono non essere semplicemente disponibili, a qualsiasi prezzo. Le preoccupazioni di preservare l’integrità degli habitat naturali, che freneranno sensibilmente l’espansione delle terre riservate all’agricoltura, renderà necessario trovare altri modi per nutrire la popolazione mondiale.
La fame è causata dall'intensificazione dell'insicurezza alimentare dovuta a vari fattori concomitanti come povertà, siccità o inondazioni, desertificazione (o perdita della forza del suolo in elementi nutritivi e strutturale e di conseguenza non più coltivabili), incremento demografico, scelte politiche errate (come la diffusione dei biocombustibili per i veicoli), ecc…

L'agricoltura Integrata (pratica diversa dall'agricoltura biologica) consiste nell'intervenire sugli organismi patogeni con prodotti chimici soltanto alla comparsa dei primi sintomi di "malattia. L'agricoltura biologica non è una novità dei nostri tempi, i nostri nonni e bisnonni ecc... soprattutto prima della seconda guerra mondiale praticavano proprio quell'agricoltura che oggi chiamiamo "biologica" ed i prodotti venivano venduti in azienda oppure nei mercati più vicini (quello che oggi molti riciclano per scoperta e che chiamano agricoltura a Km zero). Comunque, sia l'agricoltura integrata che biologica non comporta un incremento della produzione agricola ma serve solo per produrre alimenti "più sani" applicando metodi agronomici equilibrati e rispettosi della natura e del benessere delle persone.

Con l'agricoltura biologica, invece, (come nel passato) si tende a coltivare le specie autoctone (con alta variabilità genetica) quelle che si chiamano specie “native”. Sono specie che nascono e crescono in equilibrio con il loro ambiente:
- apparato radicale adatto al suolo dove la specie si è specializzata
- apparato fogliare adatto al microclima circostante
- piante in perfetta armonia con altre specie vegetali (che in altri casi vengono considerate infestanti)
- piante in perfetto equilibrio con i microbi del suolo e dell’aria circostanti (che in altri casi vengono chiamati patogeni)
Le varietà autoctone si riproducono e si incrociano migliorando la popolazione e rendendola più forte e più ricca in elementi nutritivi per persone ed animali, conservano il suolo dall’erosione, non hanno bisogno di apporti irrigui superiori alle loro esigenze innate.
L’allargarsi dei mercati dei biocarburanti è un altro problema che potrebbe aggiungersi a quelli responsabili dell'insicurezza alimentare (potrebbe diventarlo prestissimo). Le scelte politiche di Paesi come Brasile, Stati Uniti, dell’Unione Europea (in particolare modo della Commissione Europea), e di altre Nazioni mi fanno pensare al peggio. Il rischio sta nel fatto che i Politici fautori di biocarburanti siano convinti che l’indipendenza dal petrolio Mediorientale passi obbligatoriamente dalla diffusione dei biocarburanti in particolare Biodiesel ed etanolo.

Qualche parola sugli OGM: l’incremento del costo del greggio e quindi la diminuzione del rifornimento sui mercati di derivati del Petrolio potrebbe influenzare in qualche modo la loro diffusione. Comunque essendo delle specie vegetali sono lo stesso soggetti agli stessi fattori delle piante “naturali”. Quindi sono soggette agli effetti negativi della presenza di meno suolo per la coltivazione, dell’incremento della domanda a seguito della crescita continua della popolazione mondiale, agli effetti dovuti al riscaldamento globale. Oggi nel mondo non esistono più varietà naturli di Soia, sono soltanto OGM; sembra che il Mais che era rappresentato da centinaia di razze locali oggi ne esistono soltanto due o tre, ecc... tale estinzione di razze naturali di cereali sarà pagata molto cara dalle generazioni attuali e future, per tutte le ragioni che ho esposto sopra.

Non esistono soluzioni miracolose ai mali dell’umanità salvo un cambiamento culturale profondo sia nel modo di pensare dei Paesi cosiddetti Sviluppati che in quello dei Paesi cosiddetti Sotto sviluppati o in Via di Sviluppo. Il problema principale da capire è che “Tutte le risorse sono finite” salvo il sole ed il vento. Si può fare a meno delle risorse fossili ma in modo graduale integrando ed introducendo nuove tecnologie (ad esempio: le fonti di Energia Rinnovabili nelle aziende agricole), applicando tecniche agricole meno invadenti, razionalizzando l’uso dell’acqua per l’irrigazione (oggi la scienza ci insegna che bastano quantità di acqua molto limitate per produrre di più è quello che si chiama Water Use Efficiency o uso ottimale dell’acqua in agricoltura). Non si potrà mai fare a meno dell'agricoltura, e qui abbiamo bisogno di un ritorno al passato dal punto di vista del comportamento (pratiche agricole, rotazione, diversificazione, consociazioni, ecc...) senza snobbare o rifiutare completamente le nuove tecnologie necessarie per mantenere un certo standard quantitativo e qualitativo della sicurezza alimentare delle popolazioni.

domenica, settembre 14, 2008

Senza potersi fermare


Riceviamo e pubblichiamo questo scritto di Ivo Quartiroli, che amplia un po' le tematiche dei nostri post, il cui taglio è solitamente tecnico-scientifico e economico (a volte anche psicologico).
In esso ci propone la sua visione filosofica del consumismo di oggi, di cui il petrolio è il motore "fisico" principale.


created by Ivo Quartiroli

C’è una profonda convinzione nella nostra civiltà, per cui si creano e cadono governi, si dedicano intere vite, si titolano le prime pagine dei giornali. Pur distinguendosi nei modi di gestione dell’economia e nei criteri di ripartizione delle risorse tra le diverse parti sociali, tutte le componenti politiche dell’occidente concordano su un punto: che la crescita economica continua è cosa buona e giusta.
Il modello di sviluppo attuale basato sui consumi sta devastando il pianeta e i suoi abitanti, compresi gli artefici stessi dell’economia. Sono visibili a tutti le conseguenze dell’iperproduzione sulle risorse del pianeta e sulle popolazioni del terzo mondo, le quali si trovano invece ben al di sotto del tenore di vita dignitoso che porta a quel tanto che basta di felicità. E’ paradossale a questo proposito che l’intero meccanismo dell’automazione, ideato per sostituirsi al lavoro, lo chiamiamo disoccupazione e gli diamo dei connotati negativi.
Produrre è dunque un imperativo, a prescindere dai suoi effetti. Non ci si può fermare, ed è altrettanto paradossale che nei paesi più ricchi, Stati Uniti e Giappone in testa, i lavoratori godano progressivamente di meno ferie.

Nell’inconscio collettivo dell’occidente vi sono strati di convinzioni profonde che non ci consentono di abbandonare l’illusione che dallo sviluppo economico arriverà ogni bene. Lo strato delle idee più evidenti che muovono gli sforzi produttivi è:
1) L’attesa di un mondo migliore (benessere, pace, giustizia, democrazia, diritti) tramite la produzione, la distribuzione e il consumo di beni e di tecnologie.
2) La necessità di agire nel mondo per giungere a tali fini. A questo scopo lo sfruttamento delle risorse naturali e produttive del pianeta è fondamentale per alimentare le macchine produttive. Il libero accesso alle risorse mondiali e il consenso delle nazioni sono elementi non trascurabili dell’intrapresa. Da qui si passa al dover esportare i sistemi economico-politici e culturali dell’occidente, fenomeno conosciuto come globalizzazione.
3) Le azioni sono svolte in modo compulsivo e frettoloso, ingrediente decisivo che impedisce la consapevolezza del proprio stato interiore e delle conseguenze sociali ed ecologiche nel medio/lungo termine.
4) Il futuro immaginato al primo punto non arriva mai, a prescindere da ciò che si è ottenuto fino a quel momento, quindi bisogna intensificare gli sforzi. Non è mai “abbastanza”. Torna al punto 1).

Il meccanismo si colloca in un circolo vizioso che ricorda la tossicodipendenza. Da dove viene l’idea trainante di partenza, la visione di un mondo migliore tramite la produzione di beni? Le radici profonde di questa idea germinale risalgono alla tradizione giudaico-cristiana.
Secondo la Bibbia, Dio ha creato l’essere umano solo al termine del processo di creazione. Di conseguenza il mondo e tutto ciò che ne fa parte esisteva prima degli esseri umani ed è qualcosa di profondamente diverso dalla specie umana, che è invece stata creata a immagine e somiglianza di Dio. Il resto dell’universo è qualcosa di oggettivo, “là fuori”, delle “cose” create dal divino. Tuttavia, a differenza degli esseri umani, ciò che non è umano non è altrettanto connesso al divino, di fatto privo dell’elemento divino, meramente materia oggettiva.
Secondo la dottrina, solo l’essere umano può avere un posto nel cosmo come immagine e somiglianza del divino (ma come vedremo, sempre secondo la stessa tradizione, senza poterlo veramente raggiungere su questa terra). La Bibbia afferma inoltre che la natura è stata creata affinché l’essere umano la usi a suo beneficio.
L’uomo quindi ha il diritto, conferito da una superiore autorità, di utilizzare il creato per i propri scopi. A questo ingrediente dell’avere un ruolo speciale nella creazione, il cristianesimo aggiunge i concetti del peccato e del libero arbitrio. L’essere umano è nato nel peccato originale però, tramite il dono del libero arbitrio, può decidere di agire il bene invece che il male e così redimersi. Questi messaggi sono stati decisivi nello sviluppo tecnologico e sociale delle grandi religioni monoteiste.

Oltre a questi vi sono altri messaggi ricevuti dai cristiani ed entrati profondamente nell’inconscio collettivo. Il riscatto dal peccato originale può avvenire tramite le buone azioni, che sono confluite nella meccanica, nella scienza e nella tecnologia.
Ma vi è un problema. Queste azioni non porteranno i loro frutti su questa terra ai loro artefici. Difatti, secondo la dottrina, la vita e la felicità eterna è del regno dei cieli e non di questa vita terrena. Tutto ciò che possiamo fare in questa vita, è meritarci quella futura, migliore, tramite le nostre azioni virtuose.
Eppure, si potrebbe obiettare, c’è stato un uomo che si è ricongiunto con il divino in forma umana, e si chiama Gesù. La dottrina si affretta, però, a dirci che Gesù è l’unico figlio di Dio e che nessun altro uomo potrà aspirare alla sua condizione. Al più possiamo imitarne l’esempio. Non ci si illuda, la vita eterna risiede in qualche luogo “altro” da noi, non è “qui e ora”, ma “là”, in un non ben specificato futuro.

C’è un’altra via d’uscita, in verità: la redenzione, la salvezza generale alla fine dei tempi, preceduta da una fase di calamità e distruzione chiamata apocalisse. Una specie di “tana libera tutti” che annulla gioco e giocatori.
Quindi l’essere umano è qualcosa di speciale all’interno del creato, però è nato nel peccato. Poiché ha il libero arbitrio, potrà redimersi tramite le sue azioni, usando a questo fine il creato, ma non potrà pretendere di incontrare il divino in questa vita perché è un’esclusiva di Gesù. Potrà entrare nel regno dei cieli in un futuro, presumibilmente dopo la morte (se si è comportato bene.

Inoltre, a differenza di altre religioni che prevedono la reincarnazione, la dottrina cristiana afferma che c’è una sola vita terrena, quindi non si avrà una seconda possibilità. La redenzione dai peccati, e tutti si nasce nel peccato, va attuata in questa stessa vita. E’ stato così aggiunto l’ingrediente della fretta. Se c’è fretta per il nostro riscatto dai peccati, si comprende l’incoscienza che ha la nostra civiltà nel prevenire le conseguenze future delle nostre scelte.
Dio potrà darci dei segnali per le nostre scelte verso la redenzione, ma poiché ci è stato conferito il libero arbitrio, l’opera di redenzione dipende unicamente da noi. Se ci comporteremo male, finiremo nella dannazione eterna, ma, pur comportandoci bene, non potremo goderne i frutti in questa vita.
Quindi si potrà vivere solo per un futuro migliore perché la felicità su questa terra è preclusa. Si perde dunque la capacità di vivere nel presente, si vive per un futuro che non arriva mai, ma nello stesso momento si deve agire con fretta; ma non c’è alternativa all’agire in prima persona poiché questa è l’unica vita terrena. Non ci si può fermare.

Dopo aver ricevuto tale serie di messaggi, questo essere umano si trova di fronte a una serie di doppi vincoli, definiti da Gregory Bateson come messaggi contraddittori ad alto contenuto emotivo senza una chiara via d’uscita o interpretazione dei contenuti. Bateson teorizzava che tali messaggi avrebbero potuto portare alla schizofrenia.
Alcuni dei doppi vincoli in cui si trova il nostro essere umano:
a) Dover imitare le azioni virtuose di Gesù ma non poter mai diventare come lui.
b) Doversi redimere tramite le buone azioni ma non avere mai la certezza della salvezza
c) Essere speciale e separato dal mondo e dover sfruttare la natura per i propri scopi, ma poiché nei fatti l’essere umano, ecologicamente e spiritualmente, non è separato dal mondo, il tentativo di considerarsi come separato dalla natura sarà necessariamente frustrato e lo porta a scavarsi la fossa con le proprie mani.
d) Dover lavorare per la salvezza eterna e per un futuro radioso che però non arriva mai.
Confuso e ansioso, il povero uomo fa quello che può. Per liberarsi dai doppi vincoli cerca il paradiso su questa terra e la salvezza tramite le proprie azioni. Ha la coscienza a posto perché vuole fare il bene imitando il comportamento di Gesù attuando “azioni virtuose”, in separazione dal mondo, per “lo sviluppo” e un “futuro migliore”. Nonostante le sue azioni virtuose, queste non lo porteranno mai a poter essere come Gesù e non gli daranno la certezza della salvezza dunque la tecnologia lo conduce alla ricerca di pseudo-salvezze all’interno di questa vita terrena.
Esempi di tali tecnologie sono quelle che agiscono sul piano divino della creazione e dell’immortalità, quali le biotecnologie. La cultura che ha fatto del miracolo una prova del divino si sviluppa nelle tecnologie che ricordano il miracoloso.
Abbandonare la spinta verso la produzione estrema e la ricerca delle tecnologie “miracolose” significherebbe abbandonare la speranza di redenzione e salvezza su questa terra, abbandonare l’idea che l’uomo abbia un ruolo speciale nel creato, abbandonare le identità individuali costruite su ciò che uno ha “fatto” nella vita. Sono le proprie azioni che possono portare alla redenzione in terra; senza poter agire l’uomo si trova sperduto e schiacciato dai sensi di colpa.


La versione estesa di questo articolo è stata pubblicata su www.innernet.it con il titolo Senza potersi fermare: le radici della dipendenza a produrre

lunedì, agosto 18, 2008

Siamo azionisti della guerra in Ossezia ?



Anche la guerra in Ossezia, tanto per essere originali, ha radici energetiche.

Il territorio ha terre molto fertili, ha riserve petrolifere inattaccate (seppur non si tratti di giacimenti giganti) e, cosa molto importante, è zona di transito per un oleodotto di enorme importanza strategica per il petrolio che dal Caspio arriva all'Europa, il Baku-Tbilisi-Ceyhan. La Russia ha cercato di bombardarlo, e afferma che ci sono le basi giuridiche per un massiccio intervento militare contro la Georgia.

Naturalmente quando succedono questi eventi l'attenzione del pubblico è fortemente polarizzata su singoli episodi (generalmente cruenti, a forte impatto emotivo) e su meccanismi parziali che inducono una visione incompleta e distorta della realtà: presenza di frange terroristiche da eliminare, rappresaglie di una parte o dell'altra, interventi "giusti"...
Gli aspetti economici e politici fanno la parte del leone e quasi "accompagnano" a pensare che la soluzione dei conflitti possa essere ricercata solo in essi.

Il Papa ha fatto il suo ennesimo appello a deporre le armi. Non che sia sbagliato, ma la sua efficacia è paragonabile a quella di un uomo in mezzo a una tempesta che grida "fermati ...".

E' pur vero che gli uomini al contrario della natura recepiscono e possono guidare, entro certi limiti, il corso degli eventi; tuttavia in un sistema dinamico complesso dobbiamo trovare la via per gestire il cambiamento. Sperare, disperare o usare la forza bruta sarà perfettamente inutile quando non controproducente.

La mamma di tutte le guerre è la fame di petrolio e di risorse in genere che ci prende in una morsa terribile di dipendenza, impedendoci di vedere il suo vero volto.

P.S . Il titolo non vuole essere soltanto psico-provocatorio. Chiunque abbia delle azioni su mercati internazionali, di qualunque settore, avrà tempo e modo di vedere quanto il loro valore sarà influenzato dalla presenza o dall'assenza dei flussi petroliferi dell'oleodotto di cui sopra.