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martedì, novembre 03, 2009

Soldi fossili per energia rinnovabile



Chi fra i lettori/avventori del blog è riuscito "mettere qualche soldo da parte", molto probabilmente ce l'ha fatta perchè i suoi nonni e genitori, lavorando duro, sono riusciti creare un minimo di accumulazione; gli stessi nonni e genitori hanno anche trasmesso la cultura del non-sperpero.

Tuttavia, si tratta di denaro di origine prevalentemente fossile. Se nella prima metà del novecento i nostri nonni hanno svolto mansioni che richiedevano un certo sforzo fisico (agricoltura poco meccanizzata, commercio con deambulazione a cavallo e in bicicletta, un po' di industria nascente ...) e che generavano un'accumulazione tendente allo zero monetario, nella seconda i nostri genitori hanno lavorato immersi nel boom economico-industriale, accompagnato dalla cabrata della cosidetta green revolution agricola che ha portato eccessi di abbondanza in certe parti del mondo e molte contraddizioni in altre. Sempre in questo periodo, i nostri nonni hanno potuto beneficiare di pensioni sicure e dignitose (almeno un minimo).

Forse non ci stiamo pensando troppo, ma chi come me è nella fascia 30-40 anni (ma anche più giovane) non ha un futuro così facilmente prevedibile. E' molto probabile che i posti di lavoro nella grande industria continuino a diminuire, e che il potere di acquisto delle pensioni nel 2040 sarà scarsino.

Gli economisti-ottimisti tendono spesso a parlare di cicli; "finito un tempo ne viene un altro"; "è una congiuntura". Nulla da obiettare, ma la transizione energetica da peak oil ha così tante implicazioni simultanee che non ce la caveremo con un pacchiano "ma sì troveremo qualcos'altro".

La stessa transizione al rinnovabile, su cui continuo ad avere fiducia, reca con sè una complessità enorme; l'idea di sfidare il titanico "sistema dei sistemi", sostituendo gradualmente veicoli, costruzioni, infrastrutture eccetera fa impallidire, ma non abbiamo molta scelta.

Tornando al risparmiatore medio: investire in impianti rinnovabili non è solo un'idea "etica per ripulire soldi sporchi di energia fossile", ma anche una concreta azione di sicurezza per il medio-lungo termine.

mercoledì, ottobre 28, 2009

Perchè non mi piace la green economy

La green economy non mi piace per diversi motivi. Il primo motivo è che non sopporto gli anglicismi inseriti nella lingua italiana. Per carità, in una società globale (ma fino a quando?) come la nostra è importante conoscere l’inglese, così come era fondamentale conoscere il latino ai tempi dell’Impero Romano. Ma perdinci, quando siamo in Italia si parla italiano, nobile e antica lingua, la cui gradevole e fresca complessità sta all’inglese usa e getta come una foresta a un giardinetto comunale. Inoltre, chi parla infarcendo la nostra lingua di neologismi inglesi, corre il rischio di non essere capito dalla stragrande maggioranza degli italiani, notoriamente parecchio dura nei confronti delle lingue straniere, e per questo, di essere ignorato alla stregua di un fastidioso saputello. Per le stesse ragioni, lo stesso effetto sgradevole me lo procura una variante della green economy, spesso citata da un decano dell’ambientalismo italiano, Ermete Realacci, la soft economy. Quindi da ora in avanti, sia chiaro a tutti, parlerò di economia verde e di economia leggera.
Il secondo motivo, parzialmente derivato dal primo, è il fastidio per una tendenza tipicamente italiana di scimmiottare acriticamente le mode d’oltreoceano, nella illusoria speranza di adottare comportamenti estranei alla nostra cultura e ai nostri stili di vita. Alberto Sordi e Walter Veltroni sono alcuni dei personaggi che meglio hanno rappresentato questa tendenza.
Il terzo e principale motivo per cui mi da fastidio il concetto di economia verde è che, nella conformista vulgata corrente, di verde ha ben poco, se non una scorza superficiale avvolta intorno a un succo molto convenzionale. Il cuore dell’economia verde sta nella convinzione di poter ridurre i fastidiosi effetti della crescita economica sull’ambiente con l’utilizzo di tecnologie sempre più efficienti. Ho letto di recente su un documento di ecologisti, che “è possibile aumentare la ricchezza riducendo i consumi energetici”. Suvvia, non fate le mammole cari amici ecologisti, non fingete di ignorare quello che sta scritto nelle sacre tavole della Natura. Per le leggi della termodinamica, il rendimento energetico di qualsiasi tecnologia non potrà mai superare il 100%, ed arrivare solo all’80% sarà estremamente difficile se non con costi energetici ed economici sempre più elevati. Quindi, a un certo punto, continuando ad aumentare la ricchezza, verrà un bel giorno che la tecnologia non ce la farà più nemmeno a inseguire la crescita illimitata, lasciandovi tutti con un palmo di naso. Facciamo l’esempio dei trasporti e immaginiamo di sostituire tutto il parco autoveicolare mondiale con auto elettriche. La cosa in sé è già alquanto problematica per vari motivi, tra i quali la disponibilità effettiva delle risorse minerali necessarie a far funzionare le batterie. Ma facciamo finta che questi problemi non esistano, potremmo perciò ridurre di circa il 50% i consumi energetici dei trasporti nel mondo. Siccome la crescita economica mondiale ha caratteristiche esponenziali con tempi di raddoppio di circa 17 anni, è molto probabile che nello stesso tempo la domanda di trasporto individuale trascinata dai paesi asiatici emergenti raddoppierà anch’essa, vanificando il risparmio energetico faticosamente conseguito con una tecnologia più efficiente. E dopo, cari ecologisti, dovrete farvi venire qualche altra buona idea.
Analogamente anche l’economia leggera è secondo me poco più di una trovata propagandistica. Un’economia basata sui prodotti tipici, sui marchi di qualità, sui sapori perduti e sulle piccole e operose comunità locali, non può esistere senza un’economia pesante di consumatori danarosi disposti a comprarsi a suon di quattrini il sogno di una vita genuina a contatto con la natura.
Concludo quindi il tema con la mia proposta alternativa all’economia verde, cioè la yellow economy, chiedo scusa, economia gialla. Come nel semaforo, per me il giallo è il colore del rallentamento, del piede sul freno del motore apparentemente inarrestabile dell’economia. Il simbolo di un’economia stazionaria dove il benessere si misura maggiormente sulla crescita di un bene immateriale come la qualità della vita. Lo sta cominciando a capire persino il conservatore Presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha costituito una Commissione guidata da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi con il compito di mettere in soffitta il vecchio PIL sostituendolo con un indice del "benessere pluridimensionale", frutto del mix di otto elementi: le condizioni di vita materiali, la salute, l'istruzione, le attività personali, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, l'ambiente, l'insicurezza economica e fisica.
In Italia, Giorgio Ruffolo da tempo predica al vento su questi argomenti e, di recente ha scritto l’ennesimo articolo (leggere anche questo) contro il “PIRL”, nell’indifferenza totale, compresa quella degli ecologisti, tanto “è possibile aumentare la ricchezza riducendo i consumi energetici”.



Il grafico allegato è tratto dal documento di Alberto di Fazio che approfondisce in maniera magistrale le tematiche qui appena delineate.

martedì, dicembre 02, 2008

Della privatizzazione del pubblico e della statalizzazione del privato


"Persistenza della memoria" - Salvador Dalì, 1931
(New York, Museum of Modern Art )


Nel giro di pochi mesi siamo diventati spettatori (e attori) di eventi molto particolari, che segnano il passo degli importantissimi cambiamenti che stiamo vivendo e ancora vivremo.
Chi avrebbe mai immaginato che i liberissimi liberisti USA sarebbero sprofondati in una crisi economica e finanziaria, tale da rendere necessari interventi statali per soccorrere i colossi del credito? Noi peakoilers qualche sospetto ce l'avevamo, comunque la cosa è sorprendente in sè e non soltanto per l'accuratezza della previsione.

Il nostro ministro Brunetta sta facendo un grosso lavoro per stanare i cosidetti "fannulloni" statali, assenteisti e personaggi simili; qualche risultato pare che lo stia ottenendo. E' pur vero che in ogni azione coercitiva e di controllo si possono generare effetti collaterali, specie se non si pondera bene la cosa e non la si dosa in modo equilibrato: demotivazione di persone valide, "ripicche" di fannulloni nati che si sforzano di fare ancora peggio, ulteriori divisioni eccetera. Ma è altrettanto vero che ci sono situazioni completamente fuori da ogni regola di buon senso.
Queste evoluzioni possono essere lette in chiave energetica. Il peak oil sta creando notevoli difficoltà a imprese sia industriali che finanziarie, specialmente multinazionali. PIL bassissimi o negativi, riduzione di trasporti e consumi comportano necessariamente difficoltà nei bilanci, pesanti ristrutturazioni e fallimenti. Per evitare tracolli ecco che gli Stati decidono di "salvare" questi giganti dai piedi di argilla.

Ma anche le strutture statali, che fino a poco tempo fa erano il simbolo della stabilità e dell'immobilismo, cominciano a vacillare. L'ipertrofia, che nel privato si manifesta come sovraproduzione, nel pubblico è legata a una sovrabbondanza di servizi, fino al punto di arrivare all'inutilità e ai doppioni. Corsi universitari che nascono come funghi (con magari 1 solo studente iscritto...), comunità montane dai ruoli controversi, pubblico registro automobilistico con una "copia" di se stesso...

Se c'è una cosa che forse possiamo imparare da tutto questo è che non esiste una bacchetta magica, con buona pace per i tifosi del "capitalismo" e per quelli dello "statalismo". Il futuro si sta prospettando come un mix in cui le imprese dovranno sempre più essere orientate dagli Stati, e gli Stati dovranno arrivare ad essere efficienti prendendo esempio dalle aziende. Dobbiamo cercare una convergenza, non uno sterile muro contro muro.

Il tempo fluisce e ci dà la possibilità di cambiare. Se non assecondiamo questo, per lui poco conta, si occuperà personalmente dei cambiamenti, nostro malgrado.

domenica, novembre 16, 2008

Gli attrezzi di domani si costruiscono con quelli che abbiamo oggi



Il titolo del post può sembrare un tantino ingenuo, tuttavia credo che in realtà sia fecondo di numerosi spunti meditativi.

Più di una volta ho sentito citare da sedicenti "anti-catastrofisti" l'aneddoto secondo cui "l'età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre, non dobbiamo preoccuparci inutilmente, il petrolio non finirà prima che qualcuno trovi qualcos'altro".

Trovo questo asserto un po' vago e anche inconcludente. E' molto pericoloso perchè, oltre a catturare la simpatia di superficialoni & consumisti irriducibili, può stuzzicare anche chi, come economisti e politici, fa spesso (e a volte solo) ragionamenti basati su prezzi, domanda&offerta, "convenienza" etc.

Cominciamo con le pietre. Nella Preistoria la roccia era la materia prima d'elezione per realizzare utensili, in virtù della sua disponibilità e facilità di reperimento, delle sue proprietà di durezza e resistenza, della possibilità di lavorazione per sfregamento (la famosa "pietra levigata").
Poi, qualche artigiano un po' più riflessivo osservò che, con un certo sforzo, era in effetti possibile realizzare utensili fondendo minerali del rame, dello stagno e del ferro. La Metallurgia costava una certa "fatica", ma superata questa forniva utensili di qualità e lavorabilità superiore.

Dunque, le pietre sono state abbandonate in ragione di minerali/metalli pure "abbondanti" e a maggiore valore aggiunto. Per realizzare i nuovi utensili sono state utilizzate risorse consolidate e ad alta disponibilità: oltre alle pietre, mettiamoci pure la legna e il carbone necessari alla riduzione dei minerali e alla fusione dei metalli. Un bel salto.
La tumultuosa crescita dell'ultimo secolo (salto alcuni millenni, che seppur importantissimi e necessari, hanno visto un impatto sulle risorse molto contenuto) ci ha portati in una situazione in cui le risorse su cui siamo basati (idrocarburi, metalli, altri minerali e biomasse) danno segni di "scarsità", naturalmente rispetto agli enormi bisogni di oggi.
Il Petrolio e il Gas, su cui non mi dilungo, sono il fulcro di guerre e tensioni geopolitiche; Acciaio, Rame e altri metalli ad alto consumo vedono schizzare le loro quotazioni; un metallo raro non molto noto, il Tantalio, è fondamentale per l'odierna industria microelettronica, ed è una delle poste in gioco dell'attualissima guerra in Congo.

Ora, passare dal Petrolio e dall'industria estrattiva a un nuovo paradigma non sarà banale. Mentre il passaggio dalle pietre ai metalli era notevolmente migliorativo, quello a nuove fonti e a tecnologie basate sul riciclo non lo sarà per niente, per lo meno nel medio termine. La causa essenziale è la fortissima dipendenza che qualunque attività umana ha dal petrolio, dal gas e dalle materie prime fossili in genere.

La transizione passerà attraverso riduzione di posti di lavoro, crisi economiche e anche socio-politiche. Naturalmente, se riusciamo a entrare in un' "orbita rinnovabile", arriveremo a una qualità di vita superiore, ripulendoci di bisogni superflui, e senza rinunciare alle possibilità dell'Era della Conoscenza. Ma sarà un percorso lungo.

Il flusso energetico e dei materiali è ora a un massimo già declinante; se destiniamo la maggior parte delle risorse a fare quello cui siamo abituati da 40 anni (iperprodurre, mettere in discarica, incenerire, congestionarci di traffico, creare professioni-fantoccio ...), finiremo col ritardare ulteriormente il passaggio alla rinnovabilità. Oltre un certo tempo, tale passaggio potrebbe risultare estremamente difficile o addirittura compromesso.

Per realizzare pannelli termici e fotovoltaici, wind-farms, impianti geotermici eccetera abbiamo bisogno di energia di start-up, che non potrà derivare che da idrocarburi (o centrali nucleari). Nel frattempo, dobbiamo riuscire a pilotare una riduzione industriale, dei trasporti e dei servizi che la termodinamica sta richiedendo a gran voce, il tutto contenendo al massimo i rischi o le entità di tracolli sistemici.

Ipotizzando di realizzare una robusta rete rinnovabile, sfida già di per sè enorme, dovremo arrivare anche ad essere capaci di generare impianti rinnovabili per mezzo di energie/materiali rinnovabili. E' un'impresa titanica ma non impossibile; tuttavia, se ci tiriamo indietro e ci scoraggiamo non avremo speranza. Non abbiamo molto tempo per decidere.

giovedì, novembre 13, 2008

Non soluzioni, ma azioni



Le prime volte che provavo a condividere con la mia cerchia di conoscenze le enormi problematiche legate al picco del petrolio (quasi 2 anni fa), la reazione più comune era di fuga psicologica, quando non di vera paura. Le domande conclusive erano accompagnate a volte da una sincera preoccupazione, altre volte da una reazione di sfida rabbiosa e impotente a cambiare la situazione: "Va bè, abbiamo capito, finora abbiamo parlato di problemi, problemi ... perchè non cominciamo a parlare di soluzioni"?

Come immaginerete, il concetto di "soluzione" in questo campo è un po' lasco. Qualunque idea e proposta è destinata a scatenare un qualche controeffetto, non propriamente desiderato. Esempio: "se smettiamo di sfornare automobili al ritmo attuale, i dipendenti diventeranno disoccupati". O anche: "Per vedere ridotto il volume dei rifiuti, dovremmo essere disposti a rinunciare ai confort attuali". Ce ne sarebbero a decine.

Allora? Benvenuti nel regno della complessità. I sistemi reali non hanno LA soluzione perchè le numerosissime dinamiche in gioco non sono rappresentabili da sistemi di equazioni risolubili in "modo esatto" (nel gergo dell'analisi matematica, non sono ricavabili "funzioni analitiche" che soddisfino il sistema).

Se ipotizziamo una sfera perfetta che rotola senza strisciare su un piano inclinato di 32° esatti, potremmo calcolare in modo deterministico il tempo di arrivo alla fine dell'asse. Se nella realtà abbiamo un pallone, magari un po' sgonfio, che rotola su un pendio irregolare, in certi punti farà dei microrimbalzi, in altri con la sabbia striscerà un po', e via discorrendo. Con il modellino della sfera, si potrebbe comunque stimare un intervallo di tempo ragionevolmente impiegato dal pallone per giungere alla fine della discesa.

Però: più si allarga il campo e si considerano nuove variabili e interazioni, più il sistema diventa complesso. Si va a finire nella dinamica dei fluidi, nella meteorologia, nella termodinamica statistica, nelle dinamiche di popolazioni. Qui non si parla (banalizzo) della "soluzione" di aX=b, noto "a" e noto "b". Applicando il calcolo numerico si arrivano a definire delle curve di tendenza (della forma di quelle de "I Limiti dello sviluppo", per intenderci), in modo da studiare la probabile evoluzione temporale delle variabili considerate, dati certi parametri di base.

Una situazione triviale è quella in cui c'è una comunità di predatori che può riprodursi, che si alimenta unicamente di una preda che viene forzata a non riprodursi (ad esempio, immettendo un numero n di soli individui maschi). Dopo un certo tempo, i predatori avvertono la scarsità delle prede, per cui inizieranno a tirare la cinghia o a fare altre cose inusuali.
Nella realtà, le cose per fortuna non sono così semplicistiche e ci sono interrelazioni a gogò. Ciò non toglie che stiamo arrivando a livelli di "overshooting" su alcuni capitali del pianeta, sia minerali che biologici, di un'intensità tale da destare non poche preoccupazioni.

Ora, cambiare la rotta su problemi di questa portata sarà tutto fuorchè banale. E molto difficilmente arriveremo alla soluzione "magica"; più realisticamente, occorrerà mettere in piedi azioni fisiche (non più puramente finanziarie) per guidare le dinamiche dei sistemi verso orbite cosidette stabili. Esempio: inutile ostinarsi a produrre SUV in perdita, e che nessuno vorrà, molto meglio diversificarsi su piccole auto elettriche e biciclette che avranno un minimo di futuro. Inutile perseverare nel vortice dell'ipercompetitività energivora della grande industria: meglio impianti di taglia più piccola, sparpagliati sul territorio, basati su tecnologie rinnovabili e reimpiego dei materiali prima considerati "rifiuti buoni per le fosse".

D'altronde, i cambiamenti non si fanno dall'oggi al domani, tutti insieme appassionatamente. Ancora meno si potrà fare una transizione energetica mai affrontata prima in una notte. Ma se sappiamo DOVE vogliamo andare, e COME ci vogliamo riuscire, allora qualche punto fisso c'è e la partita è ancora tutta da giocare.

venerdì, agosto 22, 2008

Picco del petrolio e federalismo fiscale

Su Repubblica di domenica scorsa, nel consueto editoriale, Eugenio Scalfari affronta il tema del federalismo fiscale, concludendo che “In queste condizioni, quali che siano le opinioni di Tremonti e di Calderoli, parlare di federalismo fiscale è pura accademia e fumo negli occhi per distogliere l'attenzione da questioni assai più cogenti. Una trasformazione radicale del sistema tributario e dei poteri amministrativi effettuati in tempi di recessione e di deflazione è inattuabile poiché comporta gravissimi rischi. Come se, in tempi di tempesta, il timone della nave fosse affidato a venti timonieri anziché ad uno. Basta enunciare un'ipotesi del genere per esserne terrorizzati”.

Sono d’accordo, probabilmente l’eminente giornalista non è del tutto conscio della crisi strutturale dell’economia indotta dall’approssimarsi del picco del petrolio, però intuisce correttamente che il mondo sta per entrare in una fase di recessione e che questa condizione possa essere combattuta meglio dagli Stati nazionali, piuttosto che da un’accozzaglia di regioni, fragili economicamente, inadeguate sul piano amministrativo, maggiormente condizionabili da spinte localistiche.

Il picco del petrolio non sarà una passeggiata e richiederà scelte e decisioni difficili e impopolari, che solo una salda direzione centrale potrà assumere e un’economia di dimensione almeno nazionale potrà supportare. Invece, in Italia, il nuovo governo, con il colpevole assenso di una parte dell’opposizione, guidata da una schiera amministratori locali forse preoccupati più di ritagliarsi maggiori spazi di potere che dell’interesse generale, si sta avviando a proporre un’ipotesi di riforma federalista che prevede pesanti trasferimenti di competenze e risorse dallo Stato alle Regioni e agli enti locali, aprendo la strada a una separazione di fatto del paese.

Purtroppo, a 150 anni dall’Unità d’Italia, parafrasando Massimo D’Azeglio, “non abbiamo ancora fatto gli italiani” e nei banchi del Parlamento e del Governo siedono rappresentanti di una forza politica, la Lega, dotata di forte potere di condizionamento politico, che non si limitano solo a deridere i simboli dell’Unità nazionale, ma perseguono deliberatamente una strategia di frammentazione dell’unità nazionale, senza suscitare un’adeguata reazione nell’opinione pubblica, nelle altre forze politiche e negli organi preposti a tutelare le norme e i principi costituzionali.
Sia chiaro, penso che una riforma che responsabilizzi maggiormente le Regioni italiane, evitando l’abitudine cronica di alcune di esse allo spreco e allo sperpero delle risorse pubbliche sia necessaria, ma lo Stato deve mantenere e rafforzare tutte le funzioni strategiche previste nella Costituzione e, in alcuni casi, riacquisire alcune competenze specifiche.

Nei settori più vulnerabili rispetto alla crisi energetica ed economica incombenti, è indispensabile che lo Stato si riappropri delle funzioni di pianificazione e controllo in materia energetica, non efficaci su scala regionale; riacquisti un ruolo strategico nelle decisioni in materia di trasporti, in particolare predisponendo programmi infrastrutturali nel settore del trasporto pubblico locale, lasciando agli enti locali solo compiti attuativi; mantenga un ruolo di indirizzo e controllo nel settore agricolo-forestale; accentui il ruolo di guida dell’economia nazionale per proteggere le fasce più deboli della popolazione dall’accentuarsi delle sperequazioni sociali.
Più in generale, deve continuare ad essere garantito un livello omogeneo di istruzione pubblica e una garanzia di tutela sanitaria di base per tutti i cittadini italiani.

giovedì, giugno 19, 2008

Ma come avviene un cambiamento?

created by Armando Boccone



Emma Marcegaglia, il nuovo presidente di Confindustria, ha indicato con decisione quale è il problema dell’Italia: è la mancanza di crescita, anzi di una crescita sostenuta.
La crescita, come valore culturale, affonda le radici in tutta la storia umana: si stava bene quando si possedeva di più. Non è facile cambiare idea. Non è facile prendere coscienza che non è più possibile andare avanti con lo stesso modello di vita a fronte dell’esaurimento delle risorse energetiche e del pericolo del venire meno degli equilibri ecologici.


C’è sempre stato un incremento demografico o, quanto meno, l’incremento demografico è stato sempre effettivamente un fatto positivo. Non è facile entrare nell’ottica del decremento demografico. Anzi quest’ultimo fenomeno è sempre stato un fatto negativo nella storia passata. Non è facile prendere coscienza che ci sono dei limiti naturali alla continuazione del nostro modello di vita, fatto di consumi enormi di energia, di incremento demografico e di quant’altro, quando nella storia passata non ci sono mai stati tali limiti.

Ma come avviene un cambiamento?
Come sono avvenuti i grandi cambiamenti nel passato?
Come si è passati nell'antico Medio Oriente, per fare un primo esempio, dalla scrittura cuneiforme a quella alfabetica? Come si passati nella stessa area, per fare un secondo esempio, dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro?
Questi cambiamenti sono avvenuti tutti e due nel periodo detto del "tardo bronzo" (circa XII sec. a.C ).

Sia la scrittura alfabetica che la metallurgia del ferro erano però conosciute da parecchi secoli (la metallurgia del ferro, sebbene forse fosse stata adottata per la prima volta in altre aree, nell'antico Medio Oriente fu il frutto di uno sviluppo interno a tale area): ma allora perché si diffusero solamente a partire da circa il XII secolo a.C.? Perché tale ritardo? Cosa impedì che queste due importanti scoperte per l'umanità tardarono così tanto prima di affermarsi? Cosa impedì che la scrittura alfabetica, con la sua maggiore semplicità di utilizzo e con la sua maggiore capacità di trasmissione della conoscenza, si diffondesse? Cosa impedì che la metallurgia del ferro, che portava alla produzione di utensili con caratteristiche tecniche enormemente superiori al bronzo, si diffondesse?
Il motivo è che sia la scrittura alfabetica che la metallurgia del bronzo erano legate ad una struttura sociale che ne impedì la diffusione in precedenza. Gli scribi rappresentavano un ceto sociale molto forte ed i suoi privilegi erano inscindibili dalla loro professione, che era la scrittura, o meglio era la scrittura cuneiforme. Tale professione era basata su una tradizione e su conoscenze che si tramandavano solamente per linee interne, come, per esempio, la trasmissione di padre in figlio dell’incarico di scriba. Costituivano una casta piena di privilegi.
Per quanto riguarda il ferro bisogna fare un discorso quasi simile. I ceti di mercanti e l'organizzazione palatina (cioè tutto ciò che gravitava intorno al "palazzo" [gli stessi scribi facevano parte dell’organizzazione palatina]) erano legati al commercio dello stagno e del rame (il primo sembra che provenisse dagli altopiani indo-iranici mentre il secondo sembra provenisse dall’Anatolia).

Come si vede il mantenimento in vita della scrittura cuneiforme e della metallurgia del bronzo avevano una spiegazione sociale (sarebbe sbagliato parlare di contrapposizione di interessi di "classe" perché mancava la condizione per l'esistenza delle classi cioè la prospettiva di una struttura socio-economica alternativa e superiore a quella esistente di cui una ipotetica classe sociale si sarebbe dovuta fare portatrice).
Ciò che portò all'affermarsi della scrittura alfabetica e della metallurgia del ferro fu la profonda crisi che interessò buona parte dell'area dell'antico Medio Oriente nei secoli precedenti il Bronzo finale (XIV e XIII secolo a.C. soprattutto). Interessò soprattutto l’area anatolica e l’area siro-palestinese perché queste aree subirono anche l’aggressione da parte dei “popoli del mare” provenienti dalla penisola balcanica mentre l’area mesopotamica e l’Egitto furono invece interessate marginalmente e indirettamente. Per l’Egitto e la Mesopotamia le conseguenze furono solamente la perdita di territori e popolazioni di quelle zone che erano sotto il loro controllo (nel senso che gli erano tributari, cioè che gli versavano dei tributi). L’aggressione da parte dei “popoli del mare” fu però solamente la goccia che fece traboccare il vaso perché le aree in questione, da almeno due secoli, erano in profonda crisi. Fu una crisi che portò allo svuotamento delle città (in seguito distrutte dai popoli del mare), alla regressione della vita economica, al crollo demografico, alla disgregazione delle organizzazioni amministrative, ecc. Vennero così meno i portatori di interessi legati alla persistenza della scrittura cuneiforme e della metallurgia del bronzo, cioè gli scribi con le loro scuole e i loro privilegi, i ceti dei mercanti e l'organizzazione palatina nel suo complesso.

Prima di proseguire nell’analisi è interessante fare una considerazione sulla relazione fra la scrittura alfabetica e la metallurgia del ferro da una parte e la scrittura cuneiforme e la metallurgia del bronzo dall’altra.
Questa relazione ricorda tanto la relazione fra le fonti energetiche rinnovabili e le altre fonti (dal petrolio all'uranio): le prime sono diffuse sul territorio e sono tecnologicamente accessibili mentre le seconde sono concentrate in alcuni punti del pianeta e richiedono tecnologie complesse. La scrittura alfabetica infatti, diversamente dalla scrittura cuneiforme, è di più facile uso; il ferro, diversamente dallo stagno e dal rame, era molto diffuso in Medio Oriente (sebbene non in grandi quantità) e la sua metallurgia era più facile di quella del bronzo.

Dopo avere trattato del passaggio dalla scrittura cuneiforme a quella alfabetica e dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro bisogna chiedersi se sia possibile fare un parallelo fra questi due casi trattati di cambiamento e la situazione attuale.
Un nuovo corso della storia necessita di un crollo di tutti i gangli della struttura sociale, economica e ideologica preesistente? Oppure è possibile gradualmente sostituire la struttura attuale con una nuova struttura? Il punto più basso della probabile futura crisi potrà consentire una ripresa a livelli di vita accettabili?

La risposta alla prima delle domande poste (Un nuovo corso della storia necessita di un crollo di tutti i gangli della struttura sociale, economica e ideologica? ) dovrebbe essere negativa perché adesso, con tutte le limitazioni possibili, c’è la democrazia. E’ necessaria una presa di coscienza della necessità di una cultura adeguata a risolvere i problemi connessi alla prospettiva di scarsità di risorse energetiche e del rischio del venire meno degli equilibri ambientali.
Cosa potrà mai portare la "gente", nei tempi in cui viviamo, a prendere coscienza della gravità del problema dell'esaurimento dei combustibili fossili, dei cambiamenti climatici e del problema demografico e, soprattutto, a mettere in campo le necessarie misure per risolvere i suddetti problemi. Ricordo che una coppia di miei amici trovava difficoltà a fare capire al loro bambino (che non si poneva limiti nell’indicare ciò che babbo natale e la befana avrebbero dovuto portargli in regalo) che babbo natale e la befana erano i suoi genitori. Il bambino non voleva conoscere ragioni. Credere in babbo natale e nella befana è sicuramente legata all’età ma il fatto che questi gli portassero regali aiutava certamente nella persistenza della sua credenza.

Un primo quesito che dovremmo porci è il seguente: é possibile a tale riguardo fare un discorso di classe? è possibile cioè vedere uno scontro di interessi fra classi capitalistico-imprenditoriali, che vogliono la persistenza dell’attuale modello di sviluppo, con tutti i valori a questo connessi, e ceti “popolari” o, forse, “maggioritari” che, invece, portatori di interessi diversi, vorrebbero un modello di sviluppo diverso, anzi che vorrebbero un modello di vita diverso?
Penso che la risposta sia in buona parte negativa (almeno per quanto riguarda il mondo sviluppato): non ci siano notevoli differenze di valori all’interno delle persone che costituiscono le attuali società.
Un imprenditore, indipendentemente dal soddisfacimento dei suoi bisogni personali, cerca di massimizzare il profitto. Un qualsiasi cittadino cerca di farsi la seconda casa in montagna e una terza casa al mare, cerca di acquistare l’ultimo modello di autovettura oppure l’ultimo modello di televisore o di telefonino, indipendentemente dal soddisfacimento di bisogni concreti. Al di sopra di un certo livello di reddito si può dire che si ricercano altri valori che non hanno niente a che vedere con i bisogni concreti. Al di sopra di un certo livello di reddito si vuole soddisfare solo il bisogno di avere qualcosa e/o di raggiungere un obiettivo, come, per esempio, una migliore posizione all’interno della gerarchia sociale.

Un’ultima considerazione: è possibile stabilire una relazione fra la crisi che investì il Medio Oriente antico nel tardo bronzo e la crisi che probabilmente investirà l’attuale civiltà. Nel tardo bronzo la crisi ebbe motivazioni interne (la regressiva e complessa dinamica socio-economica-organizzativa ed ecologica che agiva nella zona in quel periodo) e motivazioni esterne (l’invasione da parte dei popoli del mare).
Forse la dinamica sarà ancora più complessa ma per quanto riguarda le motivazioni esterne indicate a proposito della crisi del Medio Oriente antico a cui si è fatto riferimento, il pensiero non può che correre alle imponenti migrazioni che, partendo dal terzo mondo, hanno investito e che, probabilmente, ancora di più investiranno il mondo sviluppato.
Per quanto riguarda le motivazioni interne esse saranno determinate quasi sicuramente dall’enorme consumo di risorse energetiche e dalle difficoltà nel loro approvvigionamento.