martedì, settembre 29, 2009

Il picco dell'insegnamento

Pietro Abelardo (1079-1142) fu uno dei primi docenti universitari europei. E' ben noto ancora oggi il suo interesse non solo professionale nei riguardi di una sua studentessa, Eloisa. E' ben nota anche la disavventura che ne seguì con lo zio della stessa. Ma, a parte questo, doveva essere un insegnante formidabile per oratoria ed erudizione. Si racconta che, quando fu cacciato da Parigi per aver offeso qualche collega, i suoi studenti lo seguirono in esilio. Costruirono per lui un oratorio e si accamparono intorno, soltanto per sentire le sue lezioni. Ho qualche dubbio che una cosa del genere non si verificherebbe tanto facilmente per i docenti universitari di oggi.



Quando mi chiedono se sono un insegnante, rispondo che, beh, non è il caso di esagerare. Diciamo che certi giorni entro in una stanza buia e ci trovo dei ragazzi seduti. Parlo per un'oretta, loro scribacchiano qualcosa su dei loro quaderni, dopo di che se ne vanno. Se questo voglia dire "insegnare" è cosa aperta al dibattito.

Ormai sono buoni trent'anni che entro in quelle stanzette buie dove ci sono dei ragazzi seduti. Nel tempo, mi sono progressivamente reso conto di come sia perfettamente possibile insegnare (o, piuttosto, pretendere di insegnare) senza aver capito nulla di quello che uno insegna (o pretende di insegnare). Mi sono accorto che alcuni aiuti tecnologici, specialmente il powerpoint, permettono di accumulare tranquillamente ore e ore di lezione (come si dice "frontale") semplicemente leggendo testo scritto sullo schermo senza aver la minima idea, o quasi, di quello di cui uno parla. Ho il vago dubbio che questa situazione non sia tanto poco comune, ma non ho statistiche in proposito - solo aneddotica spicciola che mi raccontano gli studenti.

Insegnare per davvero non è cosa facile. Perlomeno, non è stato facile per me. Credo che sia meglio stendere un velo pietoso sui miei primi tentativi di neolaureato di insegnare la meccanica quantistica che sta alla base del legame chimico. Ma credo, piano piano, di essere migliorato e mi pareva anche che - miracolosamente - qualcuno dei miei allievi anche capisse qualcosa di quello che provavo a spiegare. Forse riuscivo davvero a essere un "insegnante." Non certamente da paragonare a Abelardo da Parigi (e, per fortuna, non mi è mai capitato niente di simile in termini di interesse non professionale verso una studentessa). Ma, insomma, a un certo punto della mia carriera mi è parso di essere moderatamente capace di fare il mio mestiere.

Ho anche l'impressione, però, di essere passato attraverso un qualche "picco dell'insegnamento" diversi anni fa. Mi sono accorto che qualcosa stava andando storto mentre insegnavo (o pretendevo di insegnare) a un laboratorio di esercitazioni di Chimica Fisica. E' stato qui che ho visto per la prima volta una crepa nell'edificio dell' "educazione superiore" che mi ha fatto improvvisamente capire quanto fosse pericolante. E' stato quando un gruppetto di studenti sono venuti a lamentarsi da me perché il manuale di istruzioni di uno degli strumenti che stavano utilizzando era in inglese. Lo volevano in italiano.

Ci sono rimasto di sasso. Sapere l'inglese è una dote fondamentale per un professionista in campo tecnico-scientifico. Se non lo sai, sei come un pianista che non sa leggere la musica: puoi anche fare qualche bello svolazzo alla tastiera, ma non sei un professionista. Che questi ragazzi, ormai al terzo anno di chimica, non avessero chiara questa cosa mi ha spiazzato. Ma era solo l'inizio.

Da buoni dieci anni insegno (pretendo di insegnare) una materia che si chiama "chimica fisica dei materiali". Non ho mai capito esattamente cosa si dovesse intendere con questo astruso titolo, ma l'ho sempre inteso seguendo un'indicazione che mi aveva dato un mio vecchio professore che mi diceva "La chimica fisica è la scienza delle cose interessanti". Così, avevo preparato un corso che conteneva tutte le cose che trovavo interessanti nella scienza dei materiali. C'era una disquisizione sulle astronavi interstellari, una su Mazinga robot, la teoria statistica degli elastomeri e tanta bella meccanica quantistica applicata ai semiconduttori spiegata sulla falsariga delle mitiche lezioni di fisica di Feynman. Mi ci ero impegnato parecchio, scrivendo anche delle dispense.

Bene, questo corso sembra che stia seguendo il destino di un pozzo di petrolio che via via si esaurisce. Piano piano, ha sempre meno pressione e la produzione cala. Ho dovuto tagliarne gran parte, perché semplicemente gli studenti non riuscivano a seguire. Via la meccanica quantistica, via tutte le trattazioni di meccanica statistica. Sempre meno cose, sempre di più un corso di livello liceale; non universitario. E, anche così, agli esami i ragazzi spesso si trovano completamente ammutoliti di fronte a domande che cerchino, anche minimamente, di verificare se hanno capito le cose che hanno letto.

Cosa sta succedendo agli studenti? Colpa della televisione? Dei videogiochi? Di Internet? Di Bin Laden? Ma forse non è colpa degli studenti. Forse è il diluvio di informazioni che ci arriva addosso a tutti che ha spiazzato studenti e docenti allo stesso modo. Al tempo di Pietro Abelardo, i docenti erano depositari di informazioni che solo loro possedevano. Ma oggi, con Internet a disposizione, chiunque può trovarsi sullo schermo a casa proprio più cose e più dati di quanto anche il docente più preparato può fornire. E gli studenti, al tempo di Pietro Abelardo, erano all'università soltanto per farsi una cultura. Ma, oggi, sono li' per farsi un pezzo di carta che poi gli potrebbe servire per la loro carriera o, più probabilmente, per sentirsi dei sotto-occupati mentre lavorano al call center.

E' un paradosso che la nostra società ha sviluppato una sapienza scientifica senza uguali nella storia dell'uomo, ma che questa sapienza rimane comprensibile soltanto a un'elite infinitesimale in termini numerici. Il resto dell'umanità ne è completamente tagliato fuori. Non solo ne è tagliato fuori, ma anche reagisce aggressivamente quando l'elite scientifica pretende di farsi sentire avvisando, per esempio, del pericolo del riscaldamento globale o di quello dell'esaurimento dei combustibili fossili. Questo fallimento nel basare i meccanismi decisionali della società sulla scienza e sul metodo scientifico ci causerà - e ci sta già causando - dei danni spaventosi.

Credo che dovrei finire questo post indicando qualche possibile soluzione per cercare di smuovere il blocco decisionale in cui ci troviamo. Il problema è che non so quale possa essere una soluzione. Forse dovremmo impegnarci di più per divulgare la scienza alle masse. O forse dovremmo lasciar perdere le masse e concentrarci sui "decision makers" (ovvero "parlare all'orecchio del principe"). O forse far rinascere il movimento dei "tecnocrati" come aveva fatto Hubbert ai suoi tempi ("tutto il potere agli scienziati").

In qualche modo, non mi sembra che nessuna di queste possibilità sia molto promettente. Cosa vi posso dire? Quest'anno, comincia un nuovo anno accademico e mi ritrovo di nuovo a iniziare il mio corso. Posso solo provare a fare del mio meglio.

20 commenti:

Anonimo ha detto...

Prof. bardi,

leggo con interesse questo suo articolo, che è il logico proseguimento del precedente.
Non è certo colpa sua se i suoi studenti "non le stanno dietro", o, se vogliamo dirla diversamente, non provano passione per quello che studiano, con le relative conseguenze.
Il problema, secondo me, è assai più profondo.
negli anni in cui lei studiava si riteneva che la scienza ci avrebbe consentito una qualità di vita migliore, con più consapevolezza, più meraviglia per le continue scoperte importanti che si susseguivano a ritmo incalzante.
L'umanità di 40 anni fa riponeva una smisurata fiducia nella scienza e nella tecnologia.
Queste speranze sono andate decisamente perdute.
Abbiamo avuto "un picco della fiducia" della speranza in un futuro migliore.
Ci siamo circondati di comodità, sfizi, automobili a go go, computer, case per le vacanze, ma ci sentiamo sempre più soli, isolati, incompresi.
La modernità, sotto questo aspetto, è stata un completo fallimento.
La gente non sa neppure che cosa campa a fare. Non riesce più a godersi la vita, in modo vero, genuino.
I grandi delusi sono proprio i 40 -60 enni, che hanno trasmesso una sfiducia ai loro figli talmente opprimente che gli attuali 20 - 30 enni sono assolutamente sgomenti, e, di conseguenza, apatici verso la vita.
C'é chi si rifugia nella religione, chi si tuffa nel lavoro, chi (la maggior parte)nel pressapochismo.
Le depressioni hanno avuto un incremento preoccupante, e questo la dice lunga.
La soluzione? Siamo OT, ma c'é.

Luigi Ruffini

Debora ha detto...

Ne parlavamo qualche giorno fa con Pietro. I nostri bambini (10 e 7 anni) sono entrambi molto intelligenti. Eppure entrambi, per la loro età, mostrano una spaventevole carenza di logica.
Mio figlio ha 10 in italiano, eppure fatica a seguire un racconto scritto che io a 6 anni divoravo.
Non capisce problemini matematici di una semplicità sconcertante, non riesce a ficcarsi in testa la differenza concettuale tra area e perimetro, arrivo a finire le parole per tentare di spiegarglielo.

C'è proprio un muro. E non diamo la colpa agli adolescenti svogliati e agli universitari demotivati, anche i cuccioli delle elementari sono uguali.
Non si sa di chi sia la colpa. E' vero che i loro libri di scuola in quinta elementare somigliano a quelli che avevamo noi all'asilo, farfalline, pupazzetti e testi in corpo 24 (mentre noi studiavamo Pascoli), ma non si può dare solo la colpa alla scuola.
E' colpa nostra? Possibile che noi ai nostri figli diamo meno stimoli di quanti ne abbiamo ricevuti da genitori con, spesso, un livello culturale inferiore al nostro?

Non ho idea. Ma se qualcuno ci spiega come si stimola la logica nei bambini, credo che sia io sia Pietro gliene saremmo grati.

Pippolillo ha detto...

Questa è la situazione dell'Italia, mi piacerebbe conoscere quella francese, tedesca o finlandese dove gli studenti sembra che siano i migliori del mondo.
Che dire dell'India? Leggevo in un libro di Federico Rampini che fino a qualche anno fa i laureati andavano a fare i master negli USA o in UK. Ora i rettori di quelle prestigiose università faticano a trovare studenti indiani per i loro corsi perché oramai le università dell'India sono delle punte di eccellenza.
Forse semplicemente l'Italia è destinata a diventare una provincia di qualche impero, la decadenza sociale, politica, educativa è "destino" che continui a peggiorare.

Anonimo ha detto...

per ora soltanto la canzone preferita di mio figlio che frequenta la prima del liceo
- la sente e risente e conosce il significato del testo...
MAD WORLD

- Gary Jules -

All around me are familiar faces
Worn out places
Worn out faces

Bright and early for their daily races
Going nowhere
Going nowhere

Their tears are filling up their glasses
No expression
No expression

Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow
No tomorrow

And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world

Children waiting for the day they feel good
Happy birthday
Happy birthday

Made to feel the way that every child should
Sit down and listen
Sit down and listen

Went to school and I was very nervous
No one knew me
No one knew me

Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me
Look right through me

And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
enlarged in your world
Mad world




MONDO FOLLE

- Traduzione di Nausicaa -

Tutto intorno a me ci sono volti familiari
Luoghi logori
Volti logori

Sveglio e brillante per le corse quotidiane
Senza meta
Senza meta

Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri
Nessuna espressione
Nessuna espressione

Nascondo la testa voglio affogare il mio dolore
Nessun domani
Nessun domani

E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
quando la gente corre in circolo
E' davvero
Un mondo folle
Un mondo folle

Bambini che aspettano il giorno in cui si sentiranno bene
Buon compleanno
Buon compleanno

Ti fanno sentire come ogni bambino dovrebbe
Seduto ad ascoltare
Seduto ad ascoltare

Sono andato a scuola ed ero molto nervoso
Nessuno mi conosceva
Nessuno mi conosceva

Salve, prof, dimmi qual è la mia lezione
Mi guardi attraverso
Mi guardi attraverso

E trovo un pò buffo
e trovo un pò triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
quando la gente corre in circolo
E' davvero
Un mondo folle
Un mondo folle
Allargato nel tuo mondo
Un mondo folle


Maria

Knulp ha detto...

caro prof,

sono un collega e la ringrazio di esprimere in maniera così semplice ed immediata il disagio che provo anch'io di fronte agli studenti italiani. Io ho insegnato per lunghi anni anche a ragazzi stranieri, soprattutto indiani, e le assicuro che la preparazione degli italiani è in media ancora superiore.

Tuttavia, c'è una differenza fondamentale: allo studente italiano non gliene frega niente, mentre lo studente indiano ha voglia di emergere. Lo studente italiano fa lo studente come farebbe l'impiegato: prende quello che gli danno, qualche volta si lamenta, ma è svogliato nello studio, prima o poi si laureerà, e poi si vedrà come cercare lavoro (sto parlando in generale, ovvio che per fortuna ci siano tante eccezioni alla regola).
Lo studente indiano invece cerca disperatamente di emergere, si dà da fare, cerca internship, master, colloqui con aziende, aiuti dal professore. Chiede con insistenza quello che gli spetta.

In una classe di italiani, mi ritrovo alla fine di due ore di lezione senza una domanda. Spesso mi fermo e chiedo: "avete capito tutto? sicuri? vediamo un po'..." e mi metto a domandare io, per disperazione.
In una classe di indiani, dopo 20 minuti sono subissato dalle domande: vogliono capire a tutti i costi.
Non so se sia un difetto tipicamente italiano, o se abbia a che fare con tutte le società occidentali ricche.

E infine un commento per Debora: se mancano capacità logiche, è soprattutto colpa della scuola, mi dispiace dirlo. Ho un bambino di 6 anni che ha appena cominciato la prima elementare, e sono molto preoccupato.

Giuseppe Lipari

Frank Galvagno ha detto...

Il picco dell'insegnamento, la svogliatezza dello studente medio occidentale, le scarse oppurtunità occupazionali che i neolaureati stanno affrontando sono facce di uno stesso poliedro.

Intanto, il sole24ore declina il suo n-mo manuale (da aeroporto, direbbe Ugo) dal titolo "Come fare carriera (anche in tempi difficili) ".
Grottesco, non trovate?

ciao

Terenzio Longobardi ha detto...

Non conosco molto il livello di istruzione attuale, però ricordo il mio. Le elementari e le medie inferiori sono secondo me fondamentali, se fai male quelle sei praticamente spacciato. Ho l'impressione che oggi si facciano molto male. Si studia poco, il livello didattico è scadente, i contenuti troppo semplici e superficiali, perchè la regola non scritta è che bisogna promuovere tutti, con la conseguenza che anche i più dotati hanno fondamenta fragili. Era una scuola un pò autoritaria, ma chissenefrega. Mi ha insegnato a far di conto, a parlare e scrivere, a studiare con metodo approfondimento e concentrazione, a riflettere. Ricordo ancora con rispetto e ammirazione il maestro delle elementari e i professori delle medie. Se mi sono laureato lo devo principalmente a loro.

Francesco Ganzetti ha detto...

...Forse, dopo aver letto il contenut del suo post, Prof. bardi, il titolo più adatto sarebbe stato "Il picco degli studenti "...
Avrei una risposta semplice semplice in proposito : INVALSI ( per gli studenti ), e cioè test scritti, per lo più trimestrali, su ogni materia, a partire dalle medie inferiori, uguali in ogni parte d' Italia : la sola produxione scritta ne rimarrebbe fuori, ma fino ad un certo punto.
Con l' INVALSI si potrebbe ottenere :
1 ) Valutazione oggettiva dello studente.
2) Stimolo alle capacità di analisi e comprensione ( Quindi addio ai cosìdetti "secchioni," che poi spesso sono "secchione "...)
3) Rottura del rapporto di antagonismo studenti -professori, che anzi sarebbero visti come le figure in grado di preparare al meglio in vista dei test trimestrali
4)Maggior tempo per spiegare, visto che la valutazione non sarebbe più compito dei professori.
5)Preparazione ad un tipo di studio universitario
6)Esclusione dai percorsi formativi futuri più complessi di chi non è in grado e sarebbe solo di ostacolo a chi merita invece di proseguire.

Dario F. ha detto...

Alle superiori (ITIS) è proprio così. Addirittura molti studenti bravi nei primi due anni, arrivano in quinta che rischiano di non essere ammessi all'esame di stato. Studiare ed impegnarsi sembra sia contrario ai nuovi valori adolescenziali. I bello è che invece, quando gli stessi studenti svogliati prendono il diploma, si lanciano con entusiasmo e capacità nel mondo del lavoro. A prima vista è come se maturassero improvvisamente. Ma io non credo sia così. Più semplicemente è la vittoria finale del nostro modello culturale cui servono adolescenti consumatori e adulti produttori. Non c'è spazio per formare menti critiche e consapevoli, la Scuola deve formare al massimo ad un lavoro, deve essere al servizio del territorio. L'obbiettivo della Scuola non è più quello di far crescere degli adolescenti, ma di far crescere l'economia. E di questo, anche tra gli insegnanti più 'impegnati', nessuno se ne è accorto. L'anestesia è ormai totale.

Anonimo ha detto...

La crescita dei ragazzi nelle strutture pubbliche ha una distanza sempre maggiore dalla vita fuori, dalla vita reale. L’asilo nido per primo, la materna dopo , 8-9 ore tra tanti bambini con pochi adulti con scarsa attenzione individuale da questi adulti e tagliati fuori da esperienze che possono stimolare tutto quello che è necessario per formare le capacità intellettive ed emotive del bambino. Vite in serra. Nelle mura di casa, come sappiamo tutti, regna la presenza massiccia del mondo virtuale.
Si nota scarsa volontà nei giovani e scarso impegno. Be’ cresciuti in un mondo sempre di più programmato, inserito in ritmi predefiniti dove la “volontà” si esprime in scelte consumistiche in un sistema che sa quando come e dove fare e volere le conseguenze sono forse queste. Tendono a perdere le motivazioni da subito, appena nascono, perché ci sono gli esperti che suggeriscono alle mamma quando stanno bene e quando stanno male, quando hanno fame e quando no, quando devono allungarsi o ingrassare ( sempre più spesso quando invece devono dimagrire).
E diventata una vita dettata da fattori esteriori e non dal sentire e percepire e agire in conseguenza a sensazioni e pensieri. Chi è “fuori di sé”è stato allontanato dal sé e non manifesta passione. Non sa cos’è.
La motivazione non scatta soltanto sul piano mentale, ma anche nelle viscere, dove viene coinvolta la partecipazione emotiva. Per far’ scattare questo ci vuole possibilità di stabilire “CONTATTO”.
Ed è il contatto con la parte umana in senso ampio che viene interrotto in un mondo che privilegia fattori meccanici, economici,tecnologici, dove l’anima ( o psiche o …) è un optional o superflu.

La scuola e l’Università sono di altri tempi. I ragazzi in quel mondo vivono una scissione. Non vedono di essere preparati per qualcosa che offre una via, un futuro. E il futuro per loro che cos’è?


Maria Heibel

Anonimo ha detto...

Almeno in Italia, è in atto un mutamento antropologico che si manifesta con un nuovo sopravvento della parte emotiva, irrazionale rispetto a quella riflessiva, razionale.Siccome non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, non si può rimanere un paese tecnologicamente avanzato, allevando solo generazioni di sculettanti, gorgheggiatori e quando va bene, registi di spot.Richard Feynman sapeva suonare il bongo, ed era un fisico premio-nobel particolarmente brillante anche in società.Ma di individui come lui non ce ne sono a bizzeffe.
Qui in Italia, che definirei uno stato a ipnodemocrazia teledittatoriale, tutto ciò che è ragionamento logico analitico, che superi appena un livello elementare
viene considerato una vestigia del passato.Non in modo cosciente dalle folle è ovvio, ma, ed è molto peggio, in modo subliminale.
In questo modo è possibile dichiarare una cosa e il suo contrario in modo sequenziale senza che orde di persone se ne rendano minimamente conto.
Figuriamoci poi se l'incongruenza di certi fatti non è espressa in modo diretto, ma mascherata da un linguaggio sincopato ed emotivamente distraente come in un telegiornale.Il Latino non è meno logico della matematica e la matematica non lo è molto più della vera filosofia, ma un giovane che è sospinto in continuazione a esternare l'emozione istantanea, ed è indotto a credere che ciò è quello che ha maggior valore nella vita, trova difficilissimo capire una catena di più d'un paio di sillogismi o di paradossi.
Non parliamo poi di calcoli astratti, privi di corrispondenze dirette con i cinque sensi.Sebbene senza fantasia ed immaginazione, qualsiasi scienza analitica non possa avanzare.
Si può comunque vivere anche adoperando un aratro di legno, e non è neanche vero che lavorare con un trattore telecomandato da satellite deva essere il massimo del divertimento.Ci sono tante mezze misure praticabili.Ma bisognerebbe cercarle.Il mezzo agricolo "Ramses" che i frequentatori di questo sito conoscono fa testo.Ma nonostante il nome, non basta seguire le puntate di superquark sugli Egizi
per svilupparlo.

Marco Sclarandis.

Anonimo ha detto...

E' un paradosso che la nostra società ha sviluppato una sapienza scientifica senza uguali nella storia dell'uomo, ma che questa sapienza rimane comprensibile soltanto a un'elite infinitesimale in termini numerici. Il resto dell'umanità ne è completamente tagliato fuori. Non solo ne è tagliato fuori, ma anche reagisce aggressivamente quando l'elite scientifica pretende di farsi sentire avvisando, per esempio, del pericolo del riscaldamento globale o di quello dell'esaurimento dei combustibili fossili. Questo fallimento nel basare i meccanismi decisionali della società sulla scienza e sul metodo scientifico ci causerà - e ci sta già causando - dei danni spaventosi.

Dei danni spaventosi!!!Creati da ????


Spunto per lunghe riflessioni.

Anonimo ha detto...

Basta guardare con tipo di giochi giocano i bambini, robot e bambole parlanti usa e getta che non si possono smontare per capirne il funzionamento, o violenti videogame. Sono cresciuto con il Lego, che ritengo un gioco intelligente, logico e manuale, e anche i miei figli, soprattutto il maschio, si sono appassionati. Farò il mio tentativo, allontanandoli il più possibile dalla comoda televisione per farli pensare con la loro testa. Certamente non solo con il Lego, ma anche cercando di far loro capire, per quanto mi è possibile, cosa sta dietro alle cose, il perchè di certi fenomeni, offrendo loro un ambiente casalingo stimolante. Vedremo fra qualche anno quali saranno i risultati.

fabio ha detto...

Per imparare la lgica c'e' un metodo classico, giocare a carte.
Chi non segue la logica perde.

Antonello ha detto...

La società del XX secolo, il secolo del petrolio, ha sicuramente vissuto un avventura euforica, come l’enorme progresso senza precedenti della scienza e della tecnica spiegabile con il fatto che l’uomo era bramoso di scoprire nuovi ed efficaci modi di sfruttare questa risorsa a proprio vantaggio. La scuola e le università hanno avuto un enorme crescita in questo contesto. Il problema è che oggi con il peak oil ormai acclarato non si vuole in NESSUN caso rinunciare al concetto di crescita, per questo le lezioni all'università sono ormai diventati dei "spettacoli" fine a se stessi che non servono ad altro se non a dare stipendi ad un numero sempre maggiore di figli e nipoti di prof da un lato e dall'altro a giustificare il "civadosoloperchénonsochealtrofare" degli studenti.

D'altra parte non si può chiedere ad uno studente che più o meno giustamente ragiona in termini di EROEI di impegnarsi fino in fondo per avere poi un futuro "radioso" come disoccupato o in qualche call-center. Questo ovviamente non significa che studiare non serve, ma semmai è la fabbrica dei titoli di studio che così come è concepita adesso non serve.

Francesco Ganzetti ha detto...

...Concordo con Antonello : ovviamente si tratta di dare parecchi soldi in più alla ricerca universitaria delle branche scientifiche ( esclusa medicina ), e far chiudere un gran numero di sedi ridondanti ad indirizzo umanistico.

Anonimo ha detto...

"...Concordo con Antonello : ovviamente si tratta di dare parecchi soldi in più alla ricerca universitaria delle branche scientifiche ( esclusa medicina ), e far chiudere un gran numero di sedi ridondanti ad indirizzo umanistico."

Eh.. Francesco se fosse solo questione di soldi sarebbe un problema di facile soluzione, teorica, visto che i soldi sono simboli, e i desideri della gente sono fatti reali, per quanto evanescenti e imperscrutabili.

I soldi sono sempre condizione necessaria ma non sufficiente.
Come accade in molte dimostrazioni matematiche, per i passaggi verso la soluzione.

Marco Sclarandis.

Anonimo ha detto...

Questo suo post è molto stuzzicante, e verrebbe la voglia di narrare tante storie. Tempo fa, su 30 miei studenti di design industriale, solo 3 sapevano quando è terminata la seconda guerra mondiale. Due anni dopo, mi arrivano due tipe proponendo una carta da parati per camere da letto che riproduceva Guernica di Picasso, poichè secondo loro si trattava di "arte astratta". L'ultimo mio laureando alla fine mi confessa qualche mese fa che grazie alle mie insistenze ha letto un libro: il primo della sua vita. Con le mail sgrammaticate e prive di sintassi che ricevo dagli studenti ci si potrebbe fare un bel volume, ma a che fine se non quello di divertire, e chi? D'altra parte nelle facoltà tecnico-umanistiche (architettura, design) l'appropriatezza del linguaggio è un "optional" da tempo, e molti dei miei cari professori ordinari a malapena sanno l'inglese e l'italiano se lo inventano (avete mai sentito dire "efficientamento"?). In ogni caso i libri se li fanno scrivere da altri. Quindi non c'è da meravigliarsi.
Diciamo che in alcune facoltà la conoscenza scarseggia, poi parliamo della società più in generale (chissà perchè gl'incarichi di potere spesso - quasi sempre - prescindono dalle competenze e dalle capacità).
Per quanto mi riguarda, invece, sono molto contento dei continui miglioramenti del mio precario incarico d'insegnamento, come vedo dai risultati prodotti da un sempre maggior numero di studenti. Occorre molta fantasia per affrontare giovani che sono poco e male informati, e l'unico sistema è il loro convolgimento diretto nella didattica e la loro responsabilizzazione (cose che non si facevano mai in passato). I più motivati, però, li trovo nei corsi post-universitari... superati la confusione e i limiti dei corsi di base.
A teacher

Anonimo ha detto...

Per andare sul concreto, al link che indico qui sotto si trova un documentario sul "lavaggio del cervello" delle giovani generazioni in Italia, da diversi anni a questa parte... documentario che spiega molte cose, a cominciare dalla manipolazione dei desideri, delle ambizioni e degli interessi dei giovani..... Il contesto attuale è questo, teniamone conto.
www.ilcorpodelledonne.net/

G. Galanti

AcquaMarina ha detto...

Salve sono Josue’ Marcio de Oliveira
pietre-preziose.blogspot.com
tagliatore di diamanti e pietre preziose.
Ci vorrebe anche un pò di aiuto al piccolo artiggianto !!1