giovedì, aprile 15, 2010

Intelligenza: merce sopravvalutata?



created by Dario Faccini


In un recente post Terenzio Longobardi ha affermato che più che in una ‘Age of Stupid’, ci troviamo in una ‘Age of Clever’, poiché è dalla brillanti intuizioni di pochi geni che sono scaturite le soluzioni tecnologiche che ora minacciano lo stesso benessere che hanno contribuito a creare.

Questa affermazione mi ha stimolato qualche considerazione sulla natura dell’intelligenza umana e sull’abitudine a sopravvalutarne la portata.

L'intelligenza distingue certamente in modo netto la nostra specie da tutte le altre. Mi sembra però che il nostro - per ora ancora breve - successo derivi da innumerevoli altri meccanismi e fattori di contesto, spesso aleatori o comunque destinati, in qualche modo, a vedere un’inversione di tendenza:

• C'è una gaussiana dell'intelligenza. Questa è legata al totale della popolazione: più scoperte, più successo di specie, più popolazione totale e meno in percentuale impegnate in agricoltura, più geni della coda della gaussiana liberi di fare nuove scoperte e così via. Questo feedback positivo è pero destinato ad esaurirsi con l'arrestarsi della crescita della popolazione. Inoltre, come un mio amico mi ha fatto notare, la scienza, in particolare la ‘Big Science’, è destinata a ‘piccare’. Pensiamo alla fisica delle alte energie: siamo passati da ciclotroni fai-da-te ad acceleratori come l'LHC (che ha un budget di 9 miliardi di dollari). Sarà mai possibile un investimento di risorse maggiore? In generale, quello che c'era da scoprire con più facilità potrebbe, in massima parte, essere già stato studiato. Una inesorabile legge dei ritorni decrescenti potrebbe affacciarsi anche sulla ricerca scientifica ele sue scoperte.

• La specie Umana, come civiltà, ha potuto giovarsi di un contesto molto favorevole. Si è sviluppata in un periodo geologico-climatico adatto, l'Olocene. Ha trovato enormi riserve di energia stellare immagazzinate in forme facilmente estraibili (combustibili fossili+elementi fissili). Ha potuto compiere così un'evoluzione tecnologica di slancio, in un periodo di tempo relativamente breve, evitando che i fenomeni di 'entropia dei materiali' (perdita irreversibile delle risorse minerali concentrate, ad es. ossidazione metalli in opera) potessero minarne lo sviluppo. La dipendenza da fonti minerali ed energetiche concentrate è cruciale. Se invece di essere la prima specie intelligente fossimo stati la seconda, avremmo trovato ancora il petrolio in Medio Oriente e le miniere di rame in Cile? Senza di essi avremmo avuto lo stesso sviluppo?

La stessa intelligenza umana si manifesta inoltre con caratteristiche che dovrebbero farci dubitare della sua valenza a lungo termine:

• L'intelligenza, spesso, sembra solo una componente di miglioramento rispetto ad un processo di adattamento per tentativi casuali quale è l'evoluzione. Mentre da un punto di vista genetico la comparsa di un nuovo carattere vantaggioso ha bisogno di migliaia di anni per esprimersi e fissarsi, la comparsa di un nuovo comportamento vantaggioso può essere scoperto e fissato anche solo in una generazione grazie alle superiori capacità intellettive dell'uomo. In questo aspetto l'intelligenza si prefigura come un acceleratore evolutivo basato comunque su un meccanismo di prova-errore di singoli individui piuttosto che su una strategia collettiva di valutazione delle possibilità, dei rischi e di scelta ponderata delle direzioni di sviluppo. L'intelligenza ci ha lanciato quindi in un percorso di crescita assolutamente non pianificato.
Molti salti tecnologici sono improvvisazioni sul momento, avvenuti non per una scelta a tavolino di un Governo, ma secondo necessità contingenti provocate da un sovrasfruttamento: ad esempio il passaggio tra legna e carbone in Inghilterra nel 700, o quello da Olio di Balena e Petrolio nell'800. La civiltà umana si comporta più come un microrganismo in crescita esponenziale in un piastra di Petri ricca di nutrienti, piuttosto che una quercia che cresce lentamente in un bosco fino a diventarne elemento integrante. Finora è andata bene, la piastra di Petri era molto più grande del previsto, ma prima o poi dovrà pur finire. Forse sarà proprio nella gestione di questi limiti che emergerà un giudizio definitivo sull’intelligenza posseduta dalla nostra specie.

• L'intelligenza stessa è una caratteristica emergente dell'evoluzione. Non ci sono però garanzie che essa sia una caratteristica 'stabile'. Una specie media dura 5 milioni di anni, la nostra ne ha ancora solo 200 mila (a star larghi) e la storia umana, ove si è manifestata l'estrema efficienza di sfruttamento dell'ambiente, circa 10000. L'intelligenza potrebbe essere anche una caratteristica perdente, un esperimento evoluzionistico destinato all'autoconclusione, oppure potremmo non essere ancora sufficientemente evoluti sul percorso dell'intelligenza per riuscire a valutare le conseguenze delle nostre azioni o per evitare che le capacità logico-razionali soccombano al nostro retaggio emotivo in scelte cruciali.
La crisi dei missili di Cuba nell’ottobre del ’62 sembra un buon esempio di ‘scelta cruciale’. La costituzione di arsenali atomici, e la conseguente assunzione di un rischio di ‘inverno nucleare’ a livello globale, è stata frutto di inconsapevolezza delle conseguenze? Oppure è stata una decisione guidata da una profonda sfiducia nelle intenzioni di un altro popolo/governo/ideologia? Non credo si possa rispondere, ma sicuramente non si è trattato di una scelta guidata da una ‘intelligenza di specie’ di cui il genere umano possa andare fiero. (1)



(1) In pochi hanno ben chiaro il rischio (inteso come probabilità) di conflitto nucleare corso dal genere umano nella crisi dei missili di Cuba. Se al posto di un Kennedy , che ha resistito alle pressioni di un’opzione militare basata su informazioni CIA clamorosamente sbagliate, ci fosse stato un altro presidente, poniamo un Bush, quale sarebbero state le sue decisioni? Va notato che all’epoca, non si sapeva ancora che un conflitto nucleare su vasta scala avrebbe portato ad un ‘inverno nucleare’ paragonabile ad un’era glaciale, quindi la tentazione all’uso degli arsenali atomici era significativa sia per gli USA che per l’URSS.

3 commenti:

Paolo ha detto...

Personalmente penso che l'intelligenza dell'homo sapiens abbia potuto definirsi tale per tutto il periodo della sopravvivenza come cacciatore-raccoglitore, nel quale era la pesante pressione ambientale a decretare tale sopravvivenza come individuo sul terreno, sprovvisto di velocità(come molti erbivori), di artigli e zanne(come i carnivori) e di grande mole(tanto da scoraggiare i predatori).
Grazie all'intelligenza e alla propensione alla vita sociale l'uomo è sopravvissuto fino alla fase stanziale, dalla quale è scaturito il boom demografico che ci ha portato oggi all'incredibile cifra di quasi 7 miliardi di persone sul pianeta. Dalla fase stanziale in poi l'essere umano ha solo sfruttato l'ambiente e finchè è rimasto demograficamente circoscritto a pochi milioni di individui, sostanzialmente ha pesato ecologicamente poco e comunque l'intelligenza lo ha aiutato a trarre il massimo per la sua sopravvivenza nel contesto delle civiltà locali pre-fossili.
All'inizio dell'era carbonifera(e ancora di più all'inizio di quella petrolifera) e con lo sviluppo della tecnologia, l'intelligenza della specie(quella per sopravvivere) ha abdicato in favore del profitto ad ogni costo ed oggi, quando sarebbe così evidente a degli esseri senzienti, che con questo tipo di paradigma ci stiamo scavando la fossa, la specie umana continua col business as usual allegramente.
L'intelligenza oggi purtroppo è una merce molto poco usata, eppure, se usata bene, rappresenterebbe la differenza tra il medioevo prossimo venturo(il futuro più probabile) e una decrescita quasi dolce(viste le premesse odierne)...

mirco ha detto...

Il mito dell'intelligenza nella cultura occidentale è incarnato da Ulisse. La mitologia greca racconta di altri umani che si misurarono con il divino o con il soprannaturale e alcuni, come Ercole, furono premiati diventando semidei; ma il confronto in questi casi era limitato nell'ambito della forza, della possanza. Ulisse disobbedì agli dei, sconfisse il figlio di un dio, usando solo la sua intelligenza. Raggiunse così il suo obiettivo finale ma perdendo per strada tutti i suoi compagni e ritrovandosi re di un regno ormai distrutto.
Potrebbe essere questa la rappresentazione della saga del genere umano.
Più che a un inaridirsi dello sviluppo dell'intelligenza per la discesa della gaussiana della popolazione ritengo si possa pensare che l'interazione tra le elevate e numerosissime intelligenze moderne possa dar luogo a livelli ancor più elevati di intelligenza, non generalizzati alla specie ma limitati a singoli e/o piccoli gruppi che potrebbero permettere loro di individuare soluzioni indite a problemi che la specie in sè potrebbe non saper risolvere. Si potrebbe quindi ipotizzare la scomparsa di gran parte degli individui ma non quella della specie.
Anche in questo caso Ulisse arriverebbe a Itaca solo, cencioso, con una moglie da riconquistare e per governare un regno ormai in rovina.

Francesco ha detto...

,,Complimenti per il post ; davvero efficace e al passo coi tempi, velocissimi quanto alla situazione economica, ( nel senso di altamente instabile), un pò meno per quanto riguarda il progresso scientifico, biblici ( è proprio il caso di dirlo), per quanto riguarda la "morale"...Ho aprezzato in particolare i riferimenti ad una possibile seconda specie intelligente, il che sottintende l'accettazione della teoria di Gaia di Lovelock o cmq una certa riverenza nei confronti di Madre Terra, e alla piastra di Petri e alla proliferazione batterica per potenza di 2....
Detto questo mi pare che il cristianesimo e l'era dell'oro nero co ah reso davvero rapaci eni confronti della biosfera ma quanto mai tolleranti con i nostri simili...Se prestissimo sarà percepito come fortemente antisocilae procreare più di 2 figli o spendere per curare un singolo individuo affetto da patologie rare o croniche più risorse di quante sono distribuite mediamente ad ognuno nell'arco della vita avremo una certa speranza di conservare nel prossimo futuro una socità di complessità simile all'attuale, spero anche se più giusta verso le prossime generazioni e l'ambiente.