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sabato, gennaio 07, 2012

Il problema più importante non è come riempire il serbatoio

Quando si parla di "picco del petrolio" tutti si preoccupano del problema di come riempire il serbatoio della propria macchina. Ma il picco sta avendo un effetto ben più preoccupante: il problema di come riempire la propria pancia. L'agricoltura di oggi utilizza 10-15 unità di energia fossile per mettere un'unità di energia alimentare sugli scaffali del supermercato. In queste condizioni, non c'è da stupirsi che gli aumenti del costo dei combustibili si riflettano sul costo della spesa.  Su questo argomento, pubblichiamo qui di seguito un articolo recente che ci dovrebbe far riflettere sulla follia di tante cose che stiamo facendo, incluso forzare l'agricoltura a lavorare per riempire i serbatoi dei veicoli coltivando biocombustibili. (Ugo Bardi)


di Vesna Tomasevic



Il "caro-benzina" spinge all'insù i prezzi dei prodotti agro-alimentari (soprattutto frutta e verdura), che dal campo alla tavola viaggiano per oltre l'80 per cento su gomma, e mette a serio rischio il futuro di tantissimeserre e aziende agricole, per molte delle quali si prospetta addirittura la chiusura. Solo nel2011 le imprese del settore primario hanno sostenuto un costo aggiuntivo di oltre 2 miliardi di euro, proprio a causa dei continui aumenti dei carburanti, ormai arrivati a livelli record. A lanciare l'allarme è la Cia-Confederazione italiana agricoltori, preoccupata per un'escalation che avrà conseguenze devastanti per l'imprenditoria agricola, già costretta a sostenere gravosi oneri produttivi e contribuitivi con i provvedimenti contenuti nella manovra del governo Monti.

Il rincaro del gasolio agricolo (che ha superato abbondantemente un euro a litro) ha assunto dimensioni dirompenti non solo per le serre (dove c'è un utilizzo elevato del carburante), che in questi ultimi mesi hanno subito danni drammatici, ma anche per le altre aziende è profonda emergenza. Se la tendenza non si arresterà, per l'agricoltura -avverte la Cia- si prospetta un aggravio dei costi superiore ai 2,5 miliardi di euro nel 2012.

La Cia ricorda che la situazione per il settore agricolo si era fatta difficile fin dal novembre del 2009, quando furono abolite le agevolazioni (l'"accisa zero") sull'acquisto di gasolio per le serre. Per questo motivo, la Cia si appella al governo affinché provveda, nei confronti del settore primario, all'introduzione di una sorta di "bonus" produttivo sia per le serre che per tutte le aziende agricole, garantendo così costi meno onerosi. Altrimenti, si esce dal mercato, con pesanti riflessi sociali ed economiche.

Il problema del "caro carburante" si fa sentire pure sulle tavole. I prodotti agroalimentari -rimarca la Cia- rischiano di lievitare, visto che proprio il costo del trasporto incide per il 35-40 per cento sul prezzo finale. Un discorso che vale in particolare -sottolinea la Cia- per frutta e verdura che, essendo prodotti facilmente deperibili, hanno bisogno di essere subito trasportati presso i mercati e questo avviene ormai esclusivamente su gomma. Ma anche per tutti gli altri alimenti, dal latte ai formaggi, dalla carne alla pasta e al pane, l'effetto dei rincari petroliferi non sarà certo leggero. La spesa delle famiglie è così destinata a lievitare e questo si ripercuoterà sui consumi che già registrano una costante flessione.

mercoledì, agosto 05, 2009

Coltivare in casa


Questo è un esempio di coltivazione in proprio diciamo così "casalingo" fatto dai miei figli. 
Il vaso contiene una pianta di mais, due pomodori un paio di piante di fagiolo ed altro.
Le più aggressive sono uscite prima, mentre quelle più deboli sono rimaste ancora allo stato del seme. 
Queste nasceranno quando avranno a disponibilità più luce, acqua e elementi minerali.
Non ho idea di come andrà a finire, cioè se saranno capaci di produrre fiori e frutta o se sopravviveranno
alle azioni teppistiche di mio figlio minore (3 anni) ... vi aggiornerò appena ho le foto. Comunque osservate
la profondità del vaso, è sufficiente per tutte le piante salvo quelle che producono tuberi (patate) o radici carnose
come le carote che hanno bisogno di una profondità maggiore (di almeno 5 - 10 cm in più)

domenica, maggio 03, 2009

Nutrirsi o riscaldarsi?



created by Andrea De Cesco


Il dato è ormai inequivocabile e al momento la tendenza è diventata irreversibile, già da diversi anni l'agricoltura nei paesi sviluppati ha perso quasi completamente d' importanza come attività produttiva, infatti la sua incidenza sul Pil si è ridotta a cifre molto basse, quasi insignificanti.

Lo sviluppo delle attività industriali e del terziario consentito dall'enorme disponibilità di energia da combustibili fossili, ha di fatto relegato il settore primario ad un ruolo marginale nell'ambito economico e sociale.I noltre l'introduzione della meccanizzazione agricola, la rincorsa all'abbattimento dei costi e il ribasso dei prezzi delle principali derrate agricole ha fatto si che il numero di occupati in agricoltura sia sceso a percentuali inferiori al 5 % della forza lavoro totale, con conseguente concentrazione degli operatori nelle zone più fertili ed adatte all'agricoltura moderna, cosa che ha comportato l'abbandono di ampie superfici agricole considerate marginali per il tipo di coltivazioni effettuate con le tecnologie di questi anni.

Di fatto l'agricoltura è scomparsa dall'immaginario collettivo, è un argomento che non suscita più l'interesse o di cui si discuta nei dibattiti televisivi o meno, tanto che per tutto quello che riguarda le scelte politiche da fare per il futuro della stessa tutto rimane confinato tra i pochi addetti ai lavori.

Il suo ruolo è considerato talmente insignificante da essere diventata, almeno in Italia, oggetto di un attenzione nostalgica da parte dell'opinione pubblica, la quale apprezza sempre trasmissioni televisive o manifestazioni varie che rinverdiscono il ricordo di un agricoltura dei tempi passati. L'unica eccezione a questo oblio del mondo agricolo, si ha quando casualmente l'opinione pubblica è chiamata a dibattere su temi particolari, come l'utilizzo di sementi o coltivazioni geneticamente modificate, oppure il ritorno ad un agricoltura meno legata alla chimica e più vicina a dei sistemi di produzione naturali.

In questo caso si assiste sempre e ad ogni latitudine, alla nascita di due parti contrapposte che possono essere grossolanamente identificate con: i cosiddetti “futuristi” favorevoli all'impiego di sostanze da sintesi chimica e/o ad organismi vegetali ed animali geneticamente modificati a prescindere, in quanto sostenitori di un progresso scientifico che porterà a sempre maggiori quantità e qualità delle produzioni, e persino alla sconfitta della fame nel mondo.

Ad essi normalmente si oppongono dei “passatisti” contrari a priori agli OGM e all'impiego massiccio dei prodotti chimici in agricoltura, che propongono un ritorno a tecniche e conoscenze del passato, e a un miglior equilibrio dell'attività agricola con l'ambiente, evitando fenomeni di sovrasfruttamento delle risorse e inquinamento.

Senza entrare nella contesa mi sento di affermare che ognuna delle due parti ha dalla propria ragioni e torti, ma a mio parere non sarà più questo il problema su cui in futuro dovremmo dibattere quando parleremo di agricoltura, ma di altri molto più seri e per questo probabilmente poco considerati.

A causa del cono d'ombra in cui è stata posizionata l'agricoltura, la maggior parte dei cittadini dei paesi ricchi dimenticano un particolare non proprio trascurabile, tutti gli alimenti di cui si nutrono, derivano dall'agricoltura, intesa in senso lato. Infatti nonostante i numerosi ed enormi progressi scientifici, economici e sociali della nostra civiltà avanzata, l'uomo non è riuscito in nessun modo ad emancipare la propria sopravvivenza dagli alimenti provenienti dalle pratiche agricole.


Molte persone ignorano completamente il percorso che un qualunque alimento disponibile sulla loro tavola ha fatto, direttamente o indirettamente, dando per scontato che la disponibilità dello stesso sia infinita e non legata a situazioni ambientali, climatiche, colturali e umane e di disponibilità energetica ben precise. Periodicamente la televisione ci presenta in prima serata delle trasmissioni in cui delle attempate signore si lamentano che nel bel mezzo dell'inverno, il prezzo delle zucchine è arrivato a valori intollerabili, quasi pari a quello della carne. La visione di una nonnina che si lamenta dei prezzi degli ortaggi freschi fa sempre crescere lo sdegno dello spettatore, nei confronti degli operatori dell'intera filiera agroalimentare, senza però fargli sorgere alcun dubbio riguardo al fatto che avere a disposizione delle zucchine nel pieno dell'inverno è una cosa completamente innaturale.

Oggi la percezione di quanto costi alimentarsi almeno dal punto di vista del bilancio energetico è completamente slegata dalla realtà. Tutti pensano di avere a disposizione tutto e che la scelta sia solo in funzione delle disponibilità economiche contingenti. La realtà, basta ragionarci un attimo sopra, è completamente diversa, le produzioni agricole hanno un costo energetico molto elevato, sia in termini di coltivazione vera e propria, sia in termini di logistica e spostamenti di prodotto o mezzi di produzione. Fatto fino ad oggi trascurato ma che diventa fondamentale in tempi di crisi energetiche e di tendenza all'esaurimento delle riserve di combustibili fossili.

Il fatto che la nutrizione dell'intera popolazione umana derivi dall'agricoltura, dovrebbe destare più di qualche campanello d'allarme anche ai “piani alti”, cosa che fino ad ora però non si avvertita. In particolare a fronte di una popolazione mondiale in continua ascesa, non si può dire lo stesso delle produzioni agricole mondiali, che dopo la rivoluzione verde del secondo dopoguerra, hanno raggiunto si un livello impensabile in precedenza, ma da ciò che si evince dagli ultimi dati FAO, non sembrano più in grado di fornire incrementi tali da pareggiare la crescita demografica mondiale.

Se a questo si aggiunge che l'esplosione delle attività manifatturiere nei paesi in via di sviluppo e non solo, ha sottratto superfici enormi all'agricoltura, trasformando spesso le zone più fertili e vocate in zone industriali, centri urbani, bacini idroelettrici e cosi via, si intuisce che il problema diventa sempre più stringente. Inoltre un aspetto spesso ignorato è quello della produzione dei fertilizzanti, la rivoluzione verde prima citata non sarebbe stata possibile senza l'introduzione di quantità massicce di fertilizzanti, in particolare azotati, che sono l'elemento indispensabile per raggiungere le attuali elevate produzioni per unità di superficie e senza i quali è impensabile pensare di mantenere e men che meno incrementare la quantità di derrate alimentari disponibili su scala mondiale.

La particolarità che nessuno considera, sta nel fatto che i fertilizzanti azotati derivano direttamente dai combustibili fossili in particolare dal metano. Nonostante l'aria atmosferica sia una fonte inesauribile di azoto, questo per essere “fissato” in forme assimilabili dai vegetali, richiede una notevole quantità di energia. Infatti tutti i concimi azotati derivano dall'ammoniaca che si forma a partire dall'azoto atmosferico mediante il processo Haber-Bosch, che mediante opportune condizioni di pressione e temperatura è in grado di far reagire azoto ed idrogeno secondo la formula N2 + 3H2 ----> 2NH3 , dove la fonte di idrogeno è sempre un combustibile fossile, generalmente il metano (CH4).

Uno scenario futuro che prevede la diminuzione dell'estrazione di petrolio su scala mondiale ed il conseguente incremento nei consumi di gas naturale, per le attività e le comodità umane, come il riscaldamento, la produzione di energia elettrica e l'autotrazione, se non accompagnata da un incremento della produzione mondiale di gas, significa automaticamente una diminuzione della disponibilità di fertilizzanti azotati.
Tale diminuzione comporterebbe un aumento del costo degli stessi, e una conseguente riduzione dell'impiego nelle produzioni vegetali, con diminuzione delle stesse sia nelle superfici coltivate (si eviterebbe di coltivare terreni poco fertili in cui la produzione è garantita esclusivamente dall'apporto di questi fertilizzanti), sia nelle rese unitarie per superficie.
Pertanto è molto probabile che in futuro l'umanità sarà costretta ad una scelta dicotomica, quella tra l'impiego dei combustibili fossili per la produzione di energia, calore o per la locomozione, o in alternativa per la produzione di fertilizzanti, vi sarà quindi una scelta “politica”, tra il nutrirsi ed il riscaldarsi.

Anche se per come è strutturata l'economia mondiale sarà molto più probabile che il mondo si dividerà ancora di più fra chi non è obbligato a scegliere, ed avrà a disposizione cibo e combustibile e chi non potrà nemmeno scegliere fra le due opzioni visto che non avrà a disposizione ne l'uno ne l'altro.


venerdì, gennaio 04, 2008

Guidare o mangiare?


Guidare o mangiare?
Idee e proposte per i piccoli comuni d'Italia

created by David Conti

Gli occhi del mio interlocutore sono come saette. Li vedo muoversi velocemente, scomparire ed apparire dietro lo sbattere compiaciuto delle palpebre, l’espressione viva ed interessata di chi sembra in piena sintonia con i miei ragionamenti. Ecco un grande cenno di approvazione quando il discorso tocca la desertificazione galoppante e gli scompensi nei cicli delle piogge. I “si” che escono dalla sua bocca accompagnano ogni accenno alla necessità di rispettare il protocollo di Kyoto e di aumentare gli investimenti in energie rinnovabili.

Ma poi la fisionomia del mio interlocutore cambia improvvisamente. Gli occhi, prima vivi e attenti, sembrano spegnersi lentamente al primo pronunciare della parola petrolio. La fronte diventa corrucciata quando entra in scena un geologo di nome Hubbert e quando il discorso entra nel vivo di razionamenti di carburante, scaffali dei supermercati vuoti e disoccupazione rampante, immagino che se ci fosse un encefalogramma che misurasse il livello di comprensione e di accettazione di un concetto, questo sarebbe piatto o quasi.

Introdurre il tema del Picco del Petrolio a parenti, amici e conoscenti non è mai semplice. Spesso e volentieri ci si scontra con delle mentalità talmente soggiogate dal quel pensiero unico, che coniuga la crescita economica a tutti i costi con il benessere della persona, che diventa un gioco da ragazzi farsi bollare come pazzi visionari. Ma il “picchista” non si lascia scoraggiare da queste prime, prevedibili, difficoltà. Armato di pazienza certosina, spiega, descrive, illustra, magari partendo da 150 milioni di anni fa quando i primi depositi di alghe adagiati sul fondo di qualche oceano primordiale iniziarono la loro trasformazione in quella sostanza viscosa che girare il mondo fa.

Posso riscontrare personalmente che, lentamente, il discorso trova terreno fertile per attecchire nelle menti di chi ci è più vicino. Alla fine della “cura Hubbert” la persona vede una bottiglia in pet contenente latte e riconosce il petrolio presente nella struttura del contenitore, nel serbatoio del camion che lo ha portato fino al supermercato, nell’energia che ha fatto funzionare i macchinari che hanno munto la mucca e nei concimi, fertilizzanti e diserbanti usati per produrre i mangimi trangugiati dall’animale. Questo livello di consapevolezza è un primo risultato che, si spera, porterà ad una elaborazione indipendente delle azioni necessarie a rendersi più autonomi dalla schiavitù dell’oro nero.

Dall’ambito familiare alla comunità, la sfida diventa più impegnativa. Da quando qualche anno fa sono stato fulminato sulla via di Houston dalla curva a campana di Hubbert, ho avuto un pensiero fisso, far comprendere a quante più persone possibili le conseguenze potenzialmente devastanti che la mancanza di una fornitura abbondante ed a basso costo di petrolio potrebbe avere sulle nostre esistenze. Mano a mano che leggevo quelli che ormai sono diventati dei veri e propri maître-à-penser del pensiero “picchista” come Kunstler e Heinberg, ecco che la risposta si delineava nella forma di un piccolo comune abitato da meno di 10000 persone.

Se negli anni del boom economico c’è stato un vero e proprio esodo dalla campagna verso la città, un mondo depotenziato vedrà una sempre crescente fetta di popolazione abbandonare la giunga di asfalto per tornare “al paesello”. E a maggior ragione, se la dimensione locale avrà sempre più importanza su quella nazionale, di riflesso lo sarà anche per le istituzioni che saranno preposte a prendere decisioni importanti. Da qui, la mia idea di fare lobby su due fronti: il sociale e l’istituzionale. Gli amministratori locali, se ben consci del picco e delle sue conseguenze, grazie ad un maggiore polso del territorio avranno la capacità di sviluppare politiche adatte a mitigare gli effetti negativi, facendo presa su una popolazione che avrà una infarinatura generale sull’argomento.

“Guidare o Mangiare? Il Picco del Petrolio: il problema mondiale e la soluzione locale” è un documento di 25 pagine, che ha la pretesa abbastanza impegnativa di spiegare alla popolazione ed alle istituzioni il mondo del Petrolio a 360 gradi. Partendo dai processi che lo formano, dalle nazioni che lo producono, per addentrarsi in dettagli tecnici come le tecniche di estrazione e le difficoltà incontrate nella ricerca di nuove fonti, per arrivare infine alle conseguenze negative sull’economia e sull’ordine sociale che la graduale scarsità porterà con se. Nelle pagine finali voglio offrire anche una ricetta su come costruire delle comunità veramente sostenibili, dai più semplici interventi di risparmio energetico, a progetti più ambiziosi di reti elettriche p2p fondate su fonti rinnovabili, dalla costituzione di gruppi di acquisto solidali alla trasformazione di grande parte della forza lavoro in braccianti agricoli.

Nel mio caso specifico, io e la mia famiglia stiamo investendo risorse ed energia nello sviluppo di una casa “a prova di picco” inserita nel contesto della provincia beneventana. Ed il prossimo passo sarà quello di iniziare un dialogo sempre più fitto con le istituzioni locali e la comunità, conscio del fatto che questo territorio, così come gran parte della “piccola” Italia ha tutte le potenzialità e le risorse autoctone per rispondere alle crisi.

Spero che il 2008 sia “l’anno della consapevolezza” e che ASPO ed i suoi soci possano essere la chiave per avviare la trasformazione della nostra società. Diamoci da fare, perché oltre al petrolio, anche il tempo scarseggia.



[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno.3@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]