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mercoledì, marzo 21, 2012

Decrescita (più o meno felice), rientro dolce, recessione, collasso. Facciamo ordine con i termini

E' soprendente come, dopo anni di dibattito pubblico, ancora non si sia capito di cosa si parla quando si parla di decrescita (più o meno felice). Ultimo in ordine di tempo, fra quelli che conosco, un post che ho avuto il dispiacere di leggere sul blog di un sedicente esperto di questioni energetiche.

Questi equivoci sul concetto di decrescita sono, almeno in parte, derivati da una certa vaghezza dei promotori della decrescita, dalla tendenza affabulatoria di alcuni di loro, da una certa approssimazione nell'approfondimento tecnico-scientifico di altri.

Cerchiamo di fare un po' di ordine terminologico chiarendo subito che, quando si parla di decrescita (ma io ho sempre preferito l'idea del rientro dolce) non si parla meramente della riduzione del PIL. Quella è una cosa diversa: gli economisti la chiamano recessione e se è particolarmente ripida si chiama collasso economico. La decrescita, o il rientro dolce, non sono questo e neppure la transizione proposta dal Movimento delle Transition Town. Eventualmente queste sono quello che vorremmo mentre la recessione e il collasso sarà quello che avremo.

Essi sono, al contrario, un cambiamento radicale del paradigma che guida la nostra società e, in particolare, la transizione a società il cui metabolismo sociale ed economico sia in equilibrio dinamico (omeostasi) con gli ecosistemi che le ospitano. L'elaborazione teorica di questa nuova economia ecologica non è recente e i polemisti, i retori della crescita, gli scettici di professione, i cinici di mestiere, insomma quelli che quando parlano di decrescita, o di transizione o di rientro dolce (non sapendo di cosa parlano) sfoggiando il sorrisino inclinato di quelli che hanno capito tutto loro, e lo hanno capito prima e meglio, potrebbero utilmente farsi un po' di bibliografia partendo dai nomi di Nicholas Georgescu Roegen, Hermann Daly e andando avanti con l'autore di Plan B: Lester Brown e molti altri. Volentieri forniamo una bibliografia più completa agli interessati.

Dopo un po' di studio capiranno che la decrescita, così intesa, non è neppure la caricatura di autarchia secondo cui uno è costretto a coltivare i campi italiani con le vanghe fatte di ferro italiano, bruciando carbone italiano (e petrolio lucano). No, come ho già fatto notare altrove,  l'Italia non è in grado di sostentare la propria popolazione con le sole risorse locali. E' chiaro a tutti, quindi, che la transizione non può essere transizione all'autarchia, e non può esserlo virtualmente per nessuna nazione al mondo, pur essendo chiaro che i paesi industrializzati sono quelli maggiormente in stato di overshoot ecologico.

Secondo questi incalliti ottimisti della decrescita, rientro dolce, transizione, dovrebbe avvenire qualcosa di diverso che preveda una graduale (o meno graduale a seconda di quando iniziamo a prendere atto della situazione di overshoot ecologico della nostra specie) riduzione dei consumi di risorse e della crescita demografica [1], ma non interrompere improvvisamente ogni relazione economica internazionale che sarebbe impraticabile e disastroso per tutti.

Dunque stabilito che decrescita e recessione non sono la stessa cosa, passiamo a commentare un altro aspetto del post citato.

Esercitiamoci sul tema: TAV - NOTAV e fotovoltaico.

Si dice che su TAV e fotovoltaico si usa il doppio standard nella valutazione tecnica. Argomento retorico usato a piene mani, quello del doppio standard, da tutti i fedeli dello scientismo ideologico. Retorico e vuoto. Infatti è evidente che la stessa persona può valutare tecnicamente un'opera come la TAV assolutamente inutile e considerare il fotovoltaico sommamente appropriato. Il doppio standard non vale neppure nel caso che uno si opponesse alla TAV in Val di Susa, ma non si opponesse alla TAV a Firenze, semplicemente perché si tratta di progetti diversi che vanno valutati con diversi metri. Si potrebbe parlare di doppio standard se uno si opponesse alla coltivazione di mais OGM Monsanto in Toscana, ma fosse favorevole alla coltivazione di mais OGM Monsanto in Ucraina. Oppure se si opponesse alla sperimentazione dei nuovi farmaci sui tifosi dell'Inter, ma non su quelli del Milan. Questo si sarebbe un caso estremo di applicazione di un doppio standard.

Dispiace per i nostri polemisti esperti di questioni energetiche, ma l'argomento retorico è vuoto.

Su una cosa si può assentire con l'opinione espressa con una certa confusione nel post citato, ma che è anche, spesso, un cavallo di battaglia degli anti-ecologisti. Il movimento ecologista è stato, particolarmente in Italia, in parte colonizzato dagli anticapitalisti di origine marxista e non solo. E' anche vero però che alla sua origine teorica e pratica l'ecologismo non è anticapitalista. Inoltre si potrebbe dire che per notare la situazione non propriamente smagliante del capitalismo, sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista sociale, non c'è bisogno degli anticapitalisti. Per avere un saggio di qualcuno che è molto critico nei confronti dell'evoluzione del capitalismo basta leggere Geminello Alvi che non è certamente marxista, ma piuttosto di ispirazione liberale- conservatrice. Ma per qualcosa di più profondamente critico ci si può rifare a Ivan Illich che 40 anni fa, da posizioni, democratiche e nonviolente, proponeva il superamento del sistema industrialista basato sulla crescita, raccomandando anche ai paesi sottosviluppati di rinunciare a percorrere il passaggio distruttivo della crescita economica di tipo occidentale.

[1]. Attenzione, prima che qualche lettore distratto mi dia del nazista (è successo), faccio notare che ho detto riduzione della crescita e non della popolazione in assoluto, processo, quest'ultimo certamente necessario, ma che necessita tempi lunghi per non essere traumatico e violento.

mercoledì, giugno 23, 2010

La storia di quello che si prese due bombe atomiche in testa






Ho letto da qualche parte (e scusate se non riesco a ritrovare il riferimento) la storia di un Giapponese che, ferito nel bombardamento nucleare a Hiroshima, fu poi ricoverato in ospedale a Nagasaki, beccandosi addosso anche la seconda bomba atomica americana e sopravvivendo anche a quella.

Qualcosa di simile potrebbe succedere a qualche russo che è sopravvissuto al collasso economico sovietico e ora si trova negli Stati Uniti beccandosi invece il collasso statunitense. In effetti, dal blog di Dimitri Orlov "ClubOrlov" arriva un documentino piuttosto agghiacciante. Un suo amico che si chiama Yevgeny gli scrive della sua situazione nel New Hampshire. 

Yevgeny è un russo emigrato negli Stati Uniti dopo aver sposato una donna americana. Si trova bene con lei, ma la situazione è disperata e lui si trova a affrontare il secondo collasso della sua vita - non molto differente da quel giapponese che si è beccato due bombe atomiche addosso. 

La moglie di Evgeny è andata in fallimento e si trova senza più un soldo. I membri della famiglia sono tutti (tranne uno) disoccupati e stanno andando fuori di testa. Vivono in sei in un appartamento in un area dove chi non può permettersi un'automobile è efficacemente segregato nel posto dove abita. Succede a questo punto che gli americani diventano estremisti "teabaggers" e se sono abbastanza giovani si uniscono alle bande di strada. Insomma, disastro totale. 

Non so quanto sia affidabile questo Evgeny, ma ho forte l'impressione che quello che racconta non sia troppo distante dalla realta dei "suburbs" americani in questo momento. Scusate se non ve lo traduco tutto, non ce la faccio. Quelli di voi che se la cavano bene con l'inglese lo apprezzeranno senz'altro; chi non lo mastica troppo, spero si possa contentare del mio breve riassunto.



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Dear Dmitry,

I hope you don't mind that this is in Russian. I think that this way I can be more completely honest. I am a relatively recent graduate of one of the many faceless post-Soviet institutions of higher learning, with a degree in philosophy. Last year I moved to the USA and married an American woman.

The question of when the modern capitalist system is going to collapse has interested me since my student years, and I have approached it from various directions: from the commonplace conspiracy theories to the serious works of Oswald Spengler and Noam Chomsky. Unfortunately, I still can't fathom what it is that is keeping this system going.

My wife is a very pleasant woman, but a typical white conservative American. Whenever any political question comes up, she starts ranting about the Constitution and calling herself a libertarian conservative and a constitutionalist. I used to think that she is well-educated and understands what she is talking about. In fact, she is the one who introduced me to the US, and I once believed everything she told me about it. But as I found out later, she understands nothing about politics, and just repeats various bits of populist nonsense spouted by Severin, O'Reilly, Limbaugh and other mass media clowns. Well, I am not going to try to prove to my wife that she is wrong on a subject that I don't quite understand myself. After all, she is a good wife. And so I try to steer clear of any political questions when I am with the family, although I do not always succeed. Perhaps if I had a copy of your book, it would help me explain myself to her better, but our family was one of the first to be flattened by the real estate market collapse. My wife went bankrupt, lost her bank account, house, job and the rest a while before I came here, and so we can't buy anything online.

In the talk you gave at the conference in Ireland you mentioned that there are certain regions of the US where the common people only eat garbage food from places like Walmart, which consists of artificial colors and flavors and corn, and that such a diet makes them "a little bit crazy." To my utter disappointment, I have to entirely agree with you. Various witty Russian commentators love to heap ridicule on the "dumb Americans" and on the USA as a generally stupid country. But if they spent a bit of time living here and paid closer attention, they would realize that it is not the low cultural level that distinguishes Americans from, say, Russians: both are, on average, quite beastly. But even when I've visited here before, as a student, my first impression was of a country that is full of madmen, ranging from somewhat mentally competent to total lunatics. And the further south I traveled, the more obvious this became. At first I even marveled at this, thinking, look at how intoxicating the spirit of liberty can be! But now I understand that this is a catastrophe, that American society is brainwashed and alienated in the extreme, and that all that's left for Americans to do is to play each other for the suckers that they have become.

Unfortunately, I feel the pernicious influence of all this on my own family right here and now. You don't have to be a brilliant visionary to realize that in the current situation all these endless suburbs, built on the North American model, are slowly but surely turning into mass graves for the millions of former members of the middle class. Those that do not turn into mass graves will become nature preserves - stocked with wild animals that were once human. My family is turning feral under my very eyes. Lack of resources has forced us to live according to the Soviet model - three generations under one roof. There are six of us, of which only one works, who is, consequently, exasperated and embittered. The rest of the household is gradually going insane from idleness and boredom. The television is never turned off. The female side of the family has been sucked into social networks and associated toys. Everyone is cultivating their own special psychosis, and periodically turns vicious. In these suburbs, a person without a car is as if without legs, and joblessness does not allow any of us to earn money for gas, and so the house is almost completely isolated from the outside world. The only information that seeps in comes from the lying mass media. And I understand that millions of families throughout America live this way! This is how people turn into "teabaggers," while their children join street gangs.

For me, as for you, this is the second collapse. You had left USSR before it happened, while I was there to observe it as a child. I saw what happened when people were finally told that they were being had for seventy-odd years, and were offered a candy bar as consolation. Now, after all this, Russian society is finished. It grieves me to see the faces of Americans, who still believe something and wave their Constitution about, and to know that the same thing is about to happen to them. I think that the model which you have proposed will allow us to confront and to survive this collapse with dignity.


Yevgeny
New Hamshire

lunedì, novembre 30, 2009

Bradi-economia



Nell'immagine, un bradipo tridattilo. E' ancora più lento del suo cugino-antagonista, il bradipo didattilo (che ha un' "unghia" in meno)


Bradys- : prefisso di origine greca, che indica lentezza. Molto usato nelle scienze naturali e in medicina. Ad esempio: bradipo, bradicardia, bradilalia.

L'economia, in una delle sue molteplici definizioni, è detta scienza delle scarsità*. Ossia, studio della gestione e dei meccanismi di scambio di beni "scarsi". Nel mondo del materiale, praticamente tutto ha un prezzo: che si parli di materie prime, semilavorati, prodotti finiti, macchinari, edifici, infrastrutture, veicoli etc. Assiomaticamente, tutto ha un prezzo perchè tutto è scarso, ossia "finito". Mi vengono in mente ben poche cose che non hanno prezzo: ad esempio, l'aria che respiriamo, e l'acqua di mare. Entro certi limiti che oggi non siamo ancora in grado di superare, possiamo utilizzarle gratuitamente per i nostri bisogni "ordinari", in virtù del fatto che la loro quantità è talmente grande rispetto a tali bisogni, che il problema non si pone. Siamo avvolti dall'aria che respiriamo, e siamo circondati dagli oceani.

Proviamo invece a pensare all'acqua dolce: si tratta di una risorsa estremamente più nobile dell'acqua di mare, in quanto molto più scarsa. Ecco che, allora, a seconda dell'abbondanza o meno in certe zone abbiamo una differenziazione nei prezzi dell'acqua imbottigliata, e nelle tariffe delle aziende-consorzi di gestione dell'acqua.

Il prezzo, a mio modo di vedere, è un "potenziale aritmetico" associato a una quantità definita di un bene ad un certo tempo, che in caso di trasferimento dello stesso da un proprietario a un altro, deve generare un cash flow equivalente.

Ora, uno dei meccanismi più "collaudati" e noti dell'economia classica, è senz'altro la "legge della domanda e dell'offerta", che si accorda molto bene con il concetto di "scienza dei beni scarsi". Più un bene è disponibile e accessibile, meno costa. Al limite, non costa nulla. [e a questo limite si sperava di arrivare con l'energia quando nei primi anni '50 cominciavano a diffondersi i reattori nucleari].

Se un bene è scarso, avrà associato un prezzo. Se è molto scarso, il prezzo sarà più alto. Al limite, pochi potranno accedervi. Se la risorsa in gioco è vitale ed è in depletion incontrollata, scoppieranno guerre, più o meno estese, accompagnate da problemi alimentari e sanitari di massa, in un feedback circolare reciproco.

Cercando di "giocare" lontano dai limiti, per non incappare in patologie (che conducono a poco fruttuose utopie, o peggio a disastri, entrambi ampiamente verificati nella storia) : un bene che diventa sempre più scarso, come ad esempio il petrolio, il gas e il legno, vedrà aumentare il prezzo a posteriori. Il problema è proprio questo: se ce ne infischiamo di quello che siamo capaci di fare da un trentennio a questa parte, ossia realizzare previsioni-proiezioni con i modelli dinamici e le serie storiche, continueremo a perseverare con quello che è stato fatto fino allo scorso secolo, il più cruento (o fra i più cruenti) della storia. Ossia, constatare le scarsità e gli overshooting a giochi fatti, quando i sistemi sono nel pieno dell'instabilità.

L'economia classica è tremendamente lenta nella reazione (ad esempio, ma non solo, per mezzo di correzioni sui prezzi) rispetto alla velocità di cambiamento dello stato fisico dei sistemi complessi. Non è escluso che, se aspettiamo evidenti feedback sui prezzi degli idrocarburi, allora la transizione al rinnovabile non potrà avere luogo in modo completo e autosostentante, per cui potrebbe rivelarsi un disperato tentativo verso un qualcosa di fisicamente non più raggiungibile. Una sorta di precipitare in una "buca di potenziale", per dirla nel linguaggio dei chimici-fisici, che sarà troppo profonda per poter essere risalita con i mezzi a disposizione (energia stoccata residua, infrastrutture obsolescenti...). Questo avrebbe effetti devastanti sull'intera civiltà umana.


* con una certa irriverenza, ho definito in più post passati l'economia politica classica come la scienza della comodità e della constatazione

mercoledì, agosto 19, 2009

La decadenza delle rese agricole e la decadenza dell'Impero Romano

Immagine: mosaico Villa Imperiale del Casale, Sicilia.


created by Eugenio Saraceno


Prendo spunto da un precedente ottimo post di Ugo Bardi che individua nella disfatta di Teutoburgo l'inizio della fine dell'impero. Qualche commentatore ha storto la bocca ricordando che dopo quella disavventura vi furono decine di altre campagne vittoriose e conquiste imponenti, basti pensare a Traiano e la Dacia. Ovviamente citare Teutoburgo è una iperbole per dire che la Germania è stato il primo terreno di conquista dove il bottino di guerra non valeva le spese della campagna, in seguito le legioni rinunciarono a priori ad una impresa simile in Irlanda, pur avendovi una testa di ponte (utilizzata a scopi solamente commerciali sembra) ed essendo attestati in forze a breve distanza oltre il canale di San Giorgio. Lo stesso valse per la Scozia.

Tuttavia la Germania (potremmo parlare di Europa centroorientale, l'aerale germanico in epoca classica arrivava al Mar Nero) fu anche una risorsa per l'impero, in particolare per il commercio (specialmente di schiavi) e per il gran numero di mercenari assunti in servizio nelle legioni, alcuni dei quali furono valenti generali come Stilicone. Il contributo della Germania alla sopravvivenza dell'Impero romano fu essenziale tanto che poi proprio dalla dissoluzione del mosaico germanico ad opera degli Unni nascono le premesse per la fine politica dell'impero.

Parlo di fine politica perchè in realtà la fine economica era già giunta da tempo e l'unità politica non poteva sopravvivere a lungo alla fine della sua base economica, mentre la realtà culturale è sopravvissuta molto più a lungo, ancora oggi. In realtà nel 476 dc non si può parlare seriamente di fine di alcunchè; Odoacre e poi Teodorico furono a tutti gli effetti, limitatamente all'Italia e poco oltre, imperatori dei romani se non imperatori romani, ne proseguirono la politica, ne adottarono la capitale Ravenna, ebbero a che vedersela contro i barbari e contro i Romani d'oriente. La ragione della deposizione di Romolo Augustolo fu semplicemente il fatto che in Italia, al contrario delle altre ex provincie occidentali, (Gallia, Spagna) ai barbari invasori, (franchi, visigoti etc) non furono concessi il terzo delle terre poichè sarebbe stata una umiliazione insopportabile per la corte ravennate. Pertanto Odoacre, un capo dei mercenari al soldo dell'impero, decise di porre fine a quell'istituto formale, rimettendo peraltro le insegne imperiali d'occidente a Costantinopoli, con la buona scusa che l'impero doveva essere di nuovo uno solo, in cambio veniva nominato Patricius da Costantinopoli, imperatore non gli era concesso per le sue origini.
Dunque Odoacre agiva da cesare d'occidente de facto e si poneva sotto l'autorità morale di Costantinopoli, anche se poi è da vedere quanto questa fosse effettiva.

L'arrivo dei Goti di Teodorico non fa altro che istituzionalizzare l'imperatore romano-germanico e nonostante l'intervento di Costantinopoli con la disastrosa guerra greco-gotica l'Italia era destinata ad essere un regno romano-germanico tant'è che i greci non riescono a mantenere le proprie posizioni su gran parte della penisola lasciando poi spazio ai longobardi.

Cosa erano i regni romano germanici se non evoluzioni di quello che già era l'assetto politico economico del tardo impero ovvero la signoria protofeudale delle grandi villae e dei loro domini. La concessione del terzo delle terre agli invasori germanici significò semplicemente la cooptazione dei capi di questi ultimi nell'aristocrazia terriera romana tardoimperiale quella dei domini, grandi signori terrieri che negli ultimi tempi dell'impero erano de facto indipendenti. in cambio di queste terre gli invasori si impegnavano a rispettare usi e costumi dei locali (doppio diritto, romano per i romani e barbarico per i germani) e a fornire il nerbo della milizia. Del resto non lo facevano per bontà d'animo ma se volevano mantenere il controllo di un territorio, e non solo razziarlo e poi abbandonarlo, essendo relativamente pochi rispetto alla popolazione romana non avevano molte altre scelte. Il tutto funzionava meglio se al posto di una corte imperiale imbelle e sprecona ma romana doc c'era un re germanico che si occupava della guerra e di controllare i signori terrieri, i domini.

Vale la pena di approfondire la figura del dominus e l'evoluzione di questo ceto latifondista tanto potente all'interno delle sue terre da oscurare l'autorità dell'imperatore e da fornire un appellativo addirittura a Dio, cui spesso ci si rivolse come Dominus; presso un dominus i liberi contadini si rifugiavano dall'oppressione fiscale e burocratica del tardo impero, nonchè dalle scorrerie barbariche (gli eserciti barbarici non erano numerosi e puntavano decisamente verso le città ma dovevano essere molto meno ansiosi di saccheggiare le villae fortificate di un dominus, specie se questi li lasciava passare, concedeva un tributo e non li attaccava con le sue milizie private); molti contadini liberi preferivano diventare coloni di un dominus che continuare ad essere liberi in una situazione tanto precaria. Il dominus dava loro protezione ed un mansus, un terreno da coltivare e pretendeva un canone. Il dominus era anche il prestatore naturale per i suoi coloni e la conseguenza quasi sicura era divenire servi per debiti alla prima annata di carestia, il debito era difficile da estinguere con le basse rese dell'epoca e pertanto la servitù era a vita ed ereditaria, da qui nasce la servitù della gleba.

Di converso gli schiavi del latifondo scomparvero gradualmente diventando anch'essi coloni e servi tenutari di un mansus, confondendosi poi con gli ex liberi e diventando una unica classe di villici. E'in questo processo di convergenza delle classi inferiori e degli schiavi verso la comune servitù della gleba al servizio del dominus che leggo la vera fine dell'impero romano classico e certamente c'entra qualcosa l'EROEI, in questo caso l'eroei della produzione agricola o resa di energia del prodotto agricolo diviso l'energia impiegata per coltivarlo (in termini di cibo e legno consumato dai lavoratori e dagli animali da lavoro).

La società schiavistica classica esisteva grazie alla buona resa agricola ed alla disponibilità di schiavi a buon mercato dalle razzie delle provincie conquistate in epoca tardo repubblicana. Vi erano tanti schiavi e tante terre produttive che era semplice diventare straricchi mettendo tanti schiavi a lavorare se si aveva tanta terra. Eco di questa antica bolla economica è in Catone, in Cicerone e molti altri autori repubblicani che ne parlano come di un normale business, Catone consiglia di vendere gli schiavi anziani o malati e di non andare troppo per il sottile con loro. Il fatto che si potesse disporre di tanti schiavi e divenire tanto ricchi significa che comunque l'inefficienza della gestione schiavile nelle campagne poteva essere compensata appunto dalle buone rese e da qualche pratica non troppo umana di sbarazzarsi di quelli palesemente improduttivi; ciò non garantiva che la produttività di ciascuno schiavo fosse ottimale. Gli schiavi comunque dovevano essere sostentati, si narra che in Sicilia, dopo la conquista della Siria vi fossero tanti schiavi siriaci e che alcuni padroni non li sostentassero lasciandoli vagare nelle campagne (altrui) a far razzie. Ciò presto degenerò in un grave problema di ordine pubblico per cui vi furono le grandi rivolte servili e le relative repressioni; prima quelle siciliane e poi le ben più note capeggiate da Spartacus.

Vi era chiaramente un surplus di schiavi improduttivi, anzi distruttivi eppure l'economia dell'epoca andava a gonfie vele. Nei secoli successivi vi furono meno schiavi meglio gestiti eppure, già all'epoca di Nerone, Columella nel suo De Agricultura si lamenta ampiamente della qualità del lavoro schiavile nei latifondi, schernendo coloro che incolpavano della riduzione delle rese agricole il troppo sfruttamento della terra nei secoli passati. Secondo Columella era tutta colpa degli schiavi maldestri e pigri. Meglio avere dei coloni, in particolare per alcune colture, sono più produttivi afferma il nostro autore, e comunque se si hanno degli schiavi meglio trattarli in modo più umano per stimolarne la produttività, ed essere presenti sul latifondo a controllare ed a gestire altrimenti tutto andrebbe a rotoli. Un latifondista repubblicano avrebbe delegato tutta la gestione del latifondo ad un suo sovrintendente e sarebbe restato a Roma a fare una vita elegante, non si sarebbe mai preoccupato che la terra potesse essere gestita male, la terra in quei tempi era ricchezza per definizione, piuttosto gli ultraricchi proprietari terrieri contemporanei di Cicerone rischiavano molto di più di impoverirsi per investimenti sbagliati, come ad esempio finanziare il politico sbagliato in vista delle elezioni.

Si è affermato da più parti che la fine della disponibilità di schiavi dalle campagne militari abbia provocato la crisi dell'impero; vi sono numerosi argomenti che contraddicono questa tesi.

* Il commercio di schiavi razziati da barbari nelle terre barbariche (ma anche in quelle romane) e venduti nelle città di frontiera romane era fiorente anche durante il tardo impero, questi potevano essere tramite Reno e Danubio trasportati velocemente ed a basso costo per nave sui mercati delle provincie. Non era certo necessario mobilitare delle legioni per andare a catturare schiavi quando le rivalità tra tribù barbariche sfociavano in frequenti guerre e razzie di schiavi che potevano essere venduti ai romani; ciò era conveniente per tutti, i proprietari romani potevano acquistare schiavi a prezzo accessibile ed i barbari si disfacevano dei loro nemici che non avrebbero potuto utilizzare come servi per la diversa organizzazione dell'economia.

* gli schiavi si riproducevano generando nuovi schiavi; Columella ed altri autori si profondono in consigli per favorire la riproduzione degli schiavi, anche concedendo notevoli privilegi alle schiave con prole numerosa (si fa per dire ma l'esenzione dal lavoro per una schiava è già notevole)

* era molto frequente fin dall'età repubblicana che gli schiavi più abili venissero manomessi ovvero liberati; la ragione era che il liberto doveva al suo ex padrone un tributo periodico ma la sua produttività aumentava notevolmente in quanto poteva realizzare dei guadagni propri. L'effetto finale per l'ex padrone era ricevere sotto forma di tributo più di quanto il lavoro dell'ex schiavo fruttava prima della sua manomissione, inoltre il liberto non doveva più essere mantenuto, diveniva cliente e spesso poteva/doveva aiutare l'ex padrone.

* In oriente la società schiavile era meno sviluppata basandosi principalmente l'economia su rapporti di dipendenza simili alla servitù; eppure l'economia orientale fu meno soggetta a crisi di quella occidentale basata in gran parte sul lavoro schiavile; ciò è avvalorato ampiamente dal fatto che l'impero d'oriente sopravvisse politicamente più a lungo di quello d'occidente avendo una economia più efficiente che permise più a lungo di sostenere le istituzioni imperiali e militari oltre al fatto che l'occidente dovette presto imitare le pratiche produttive d'oriente.


Tornando all'opera di Columella e considerando gli argomenti sopra riportati viene da chiedersi per quale ragione i latifondisti repubblicani diventassero straricchi senza alcuna gestione particolare della terra, usando solo schiavi e non i più produttivi coloni, mentre i latifondisti del I e II secolo si lamentano del lavoro schiavile e cercano contromisure per aumentare la produttività?

Possibile che gli schiavi all'epoca repubblicana fossero stati diligenti e produttivi mentre ai tempi di Nerone pigri e maldestri tanto da essere accusati di aver "rovinato" la terra e causato rese decrescenti. Più probabile che avessero ragione coloro che Columella deride, i disfattisti che affermavano il degrado della terra, un tempo molto più fertile, essere dovuto al troppo sfruttamento dei secoli passati, reso possibile dalla copiosa disponibilità di manodopera schiavile.

Una disputa che è ancora molto attuale oggi tra chi vede le cause del degrado economico nell'impoverimento delle risorse del pianeta e chi tende a dare la colpa a determinate categorie di attori, gli immigrati fannulloni e delinquenti, gli arabi ingordi di petrodollari, i russi cattivi e gli speculatori cinici.

Oggi come allora si cerca di ovviare al declino economico aumentando l'efficienza del processo, Tuttavia aziende iperefficienti, avendo tagliato tutti i costi possibili, sfruttato il lavoro precario e licenziato il personale inutile spremono oggi magri profitti rispetto ad aziende ipertrofiche di soli 20-30 anni fa, gravate di masse di personale ipergarantito. Allora si ovviò facendo a meno degli schiavi che dovevano essere sostentati anche in caso di bassa resa, optando per i coloni che garantivano un canone d'affitto e una resa costante al proprietario. Il decremento delle rese si scaricava direttamente sui coloni che dovevano comunque garantire il canone. Qualora non vi riuscissero non avevano diritto ad un sostentamento e dovevano fare debiti col proprietario per onorare quanto dovuto a lui stesso ed in pratica ne divenivano servi ovvero oltre al canone dovevano gli interessi e li ripagavano eventualmente con prestazioni lavorative extra o altri favori detti corvate (le corvèè dei servi della gleba medioevali).

Questa secondo me la vera chiave di lettura della decadenza dell'impero romano, se la resa decrescente delle campagne militari di conquista ne fermò l'espansione, la resa decrescente della produzione agricola ne ostacolò la conservazione. Quando la resa delle produzioni agricole fu troppo bassa i contadini ed i latifondisti iniziarono a riorganizzarsi nelle villae ad economia curtense servile, questa riorganizzazione economica comportò sia un impoverimento dei liberi agricoltori, un tempo nerbo elettorale e militare della repubblica, che un minore afflusso di tasse verso le istituzioni imperiali perchè i piccoli contadini, divenendo coloni e protetti del dominus non esponevano più il loro reddito al fisco. Gli esattori avevano lavoro facile se dovevano andare ad esigere i tributi da una famiglia di piccoli coltivatori, molto meno facile andare a pretendere il dovuto da un grande latifondista o da un suo colono. Per contro i coloni dovevano un canone al dominus garantendo comunque e sempre il reddito del dominus anche al ridursi delle rese. L'effetto fu un rafforzamento della grande aristocrazia terriera ai danni dei piccoli coltivatori e dell'istituzione imperiale che perse via via le sue strutture più onerose, quella militare in primo luogo, ovviando con risorse sempre meno costose ed affidabili (perchè pagate sempre meno) come i mercenari germanici e in seguito unni; poi la stessa sovrastruttura burocratica imperiale fu sostituita dalla più snella istituzione del regno romano barbarico, tutto si fece più piccolo ed agile, le entità politiche, gli eserciti, le città (che dovevano essere comunque sostentate dal contado ed era impossibile rifornire una città se non con derrate reperibili entro 20-30 km di raggio, a meno che la città non fosse raggiungibile via acqua e il percorso non fosse infestato di pirati).

Rimasero fiorenti solo le città che avevano tali caratteristiche, non a caso i re barbarici si insediarono nel nord Italia dove il trasporto fluviale nel bacino del Po garantiva rifornimenti stabili e città una volta minori come Pavia e Verona si trovarono ad essere capitali mentre Roma pur avendo il porto sul Tevere non poteva più ricevere facilmente rifornimenti essendo il Tirreno infestato dai pirati vandali e scese dal milione di abitanti della sua massima espansione ai 10.000 dell'alto medioevo). Le infrastrutture furono manutenute solo dove strettamente necessario e lasciate in rovina altrove, gli edifici, smontati pezzo per pezzo per costruirne altri limitrofi risparmiando l'oneroso trasporto di nuove pietre dalle lontane cave. Si narra che uno degli ultimi imperatori d'occidente, per pagare i mercenari dovette far grattare i residui di dorature da alcuni edifici di Roma un tempo ricoperti d'oro, ma il colmo fu che si dovettero grattare i residui "dimenticati" dai saccheggiatori goti di Alarico e poi dai successivi vandali di Genserico.

Anche il reperimento delle risorse minerali dovette snellirsi alquanto, non più lontane miniere, presidiate da costose legioni, ma ferro e piombo recuperati rispettivamente dalle graffe metalliche utilizzate un tempo per rafforzare i grandi edifici pubblici o per assicurarvi le lastre di travertino e dai tubi del sistema di approvigionamento idrico. I numerosi fori, della grandezza di un pugno praticati sul colosseo in precisi punti di giuntura tra due pietre stanno a ricordarci oltre 15 secoli dopo questa antica crisi da sovrasfruttamento delle risorse e i suoi drammatici esiti su quella civiltà.

giovedì, luglio 30, 2009

La caduta dell'impero Romano: un modello dinamico



E' disponibile sul sito "ASPO-italia una traduzione in Italiano del testo in inglese della mia presentazione al convegno "Peak Summit" ad Alcatraz (Perugia) il 20 Giugno 2009.

Ringrazio Enrico Battocchi per essersi preso l'impegno di tradurre questo testo di oltre 11.000 parole. E' qualcosa che forse avrei dovuto fare io, ma non riesco quasi mai a tradurre in Italiano le cose che scrivo in Inglese e viceversa. Ci ho provato, ma già è che tradurre è una cosa noiosa (questo lo so perché nel passato ho fatto il traduttore per arrotondare lo stipendio). Poi, quello che succede quando mi metto a lavorare su qualcosa che ho scritto io, mi viene in mente di cambiare questo o quello e alla fine viene fuori che la traduzione è un testo completamente diverso da quello che avevo cominciato a tradurre.

E' un po' come essere Jeckill e Mr. Hyde; quando uno scrive in una lingua, pensa in quella lingua e viene fuori un certo tipo di testo. Non è assolutamente la stessa cosa scrivere in direttamente in inglese in confronto con tradurre in inglese un testo scritto in italiano. Mi è successo che una rivista ha fatto tradurre in inglese un testo che avevo scritto in italiano. La traduzione è stata fatta da un traduttore professionista. Diciamo che il risultato è corretto dal punto di vista sintattico e grammaticale. Però, spero che quell'articolo in inglese non lo legga nessuno.

Quindi ringrazio di nuovo Enrico Battocchi per essersi preso questo impegno. Fra le altre cose mi ha spiegato il suo metodo per tradurre che consiste nel leggere il testo a voce alta, traducendolo in italiano "sull'istante" e parlando a un sintetizzatore vocale. I risultati, mi dice, sono abbastanza buoni e basta poi una passata sul testo per metterlo a posto e renderlo corretto e leggibile. Non ho mai provato, ma mi sembra una buona idea, sicuramente migliore che tradurre laboriosamente parola per parola dalla tastiera.

Quindi, ecco il testo in Italiano e - se avete voglia di digerirvi 11.000 parole - buona lettura!

La caduta dell'Impero Romano: un modello dinamico.

giovedì, luglio 23, 2009

La caduta dell'Impero Romano

Questa maschera d'argento è stata trovata nella zona della battaglia di Teutoburgo, del 9 d.c e di cui quest'anno ricorre il bimillenario. Era appartenuta a un cavaliere romano, quasi certamente ucciso in quella battaglia dove tre intere legioni guidate dal generale Varo furono annientate dai guerrieri germanici guidati da Arminio. Fu questa famosa battaglia che mise fine al tentativo di Roma di espandersi nell'Europa dell'est e che dette origine alla leggenda di Augusto che, nella notte, vagava nel suo palazzo gridando "Varo, Varo, rendimi le mie legioni". A 2000 anni di distanza, questa battaglia ci ricorda la pochezza degli sforzi umani. Tanta lotta, tanto sangue, gloria e disonore, coraggio e codardia - tutto per niente. Qualche anno dopo, Germanico, il nipote dell'imperatore Tiberio, ritornò in Germania con ben otto legioni, sconfiggendo Arminio che poi fu ucciso dai suoi stessi uomini. Ma Germanico non poteva conquistare la Germania nemmeno con otto legioni, non più di quanto Varo potesse restituire ad Augusto le sue tre legioni riportandole indietro dal regno dei morti. Chissà cosa avrebbe pensato il cavaliere romano proprietario di quella maschera d'argento se avesse saputo che, 2000 anni dopo, sarebbe stata pubblicata su una cosa chiamata "blog".

Sarà il caldo che mi da alla testa, ma in questi giorni mi sono messo all'anima di trasformare in un post la mia presentazione al convegno TOD-ASPO di Alcatraz. Il risultato sono 11.000 parole che trovate su "The Oil Drum" a

http://europe.theoildrum.com/node/5528

Se, come è probabile, non avete voglia di digerirvi un simile malloppo tutto intero, ve lo riassumo rapidamente. In sostanza, la mia posizione è che l'Impero Romano non è crollato per un singolo motivo. Partendo dalla teoria di Joseph Tainter e utilizzando i metodi di dinamica dei sistemi dei "Limiti alla Crescita", sostengo che l'Impero ha percorso un ciclo inevitabile guidato dai meccanismi di trasformazione e sfruttamento delle risorse di cui disponeva. Queste risorse erano sia agricole che militari. L'impero ha concluso il suo ciclo quando ha esaurito (o, più esattamente, sovrasfruttato) queste risorse. Alla fine del ciclo, si era contratto su un livello di complessità più ridotto che al suo fulgore, è quello che noi chiamiamo "collasso".

Non è la prima elucubrazione che scrivo sull'impero romano, ne trovate un altra, anche quella che discute di Teutoburgo a questo link su ASPO-Italia.

sabato, aprile 18, 2009

Teutoburgo: la fine di un impero


Quest'anno ricorre il secondo millenario della battaglia di Teutoburgo che segnò la fine dell'espansione dell'Impero Romano nell'Europa dell'Est. Sia pure remota nel tempo, questa antica battaglia è interessante per noi per certi paralleli evidenti con il nostro tempo e anche per capire come i nostri antenati percepivano il raggiungimento del "picco" di una società che aveva basato la sua economia sull'espansione militare.


Duemila anni fa, nell'anno 9 a.d., la sconfitta di Teutoburgo fu, in un certo senso, il picco di una civiltà che aveva basato la sua prosperità sulle guerre di conquista. Già circa mezzo secolo prima, nel 53 a.c., l'Impero Romano aveva subito una tremenda battuta di arresto a Carrhae, in Asia Minore. Fu una sconfitta che mise la parola fine al sogno di espandersi nelle ricche terre asiatiche, come aveva fatto Alessandro Magno qualche secolo prima.

Ma, anche dopo Carrhae, l'Impero Romano rimaneva un'immensa macchina militare sempre alla ricerca di nuove terre da conquistare. In Europa, dopo la Spagna e la Gallia, l'obbiettivo che rimaneva era la Germania: terra vasta e scarsamente abitata; apparentemente un bersaglio facile. Così, al tempo di Cesare Augusto, tre legioni romane sotto il comando di Publio Quintilio Varo varcarono il confine dell'impero addentrandosi in Germania. Fu un disastro militare inaspettato. Impreparate a combattere un nemico che usava tattiche che oggi chiameremmo di guerriglia, le tre legioni furono massacrate fino all'ultimo uomo in una feroce battaglia nei boschi di Teutoburgo.

Teutoburgo fu molto di più di una semplice sconfitta militare. Fu la dimostrazione della debolezza intrinseca dell'Impero Romano. Anche le guerre di conquista hanno una loro resa economica: il rapporto fra quello che si ottiene con il saccheggio e quello che costa la guerra. Fino ad allora, l'impero si era arricchito conquistando terre ricche e relativamente deboli dal punto di vista militare. Ma in Germania la situazione era cambiata: c'era poco da saccheggiare in un paese dove non c'erano città degne di nota. In più, i Germani erano combattenti feroci e determinati e il costo di una invasione militare era in ogni caso molto alto. Anche se la battaglia di Teutoburgo fosse andata in un altro modo, conquistare la Germania era impossibile per i Romani. Semplicemente mancavano loro le risorse economiche necessarie.

Questa impossibilità di conquistare la Germania si sarebbe vista qualche anno dopo Teutoburgo, quando i Romani invasero di nuovo la Germania, questa volta ottenendo una serie di vittorie. Ma i Romani non riuscirono a sottomettere la Germania e nemmeno ad attestarsi stabilmente al di là del fiume Reno. Queste vittorie furono del tutto inutili, anzi, furono uno spreco di risorse preziose per un Impero in chiare difficoltà economiche. In effetti, si potrebbe sostenere che i Germani a Teutoburgo abbiano fatto un piacere ai Romani, liberandoli di tre legioni ormai del tutto inutili ma che comunque andavano nutrite, equipaggiate e stipendiate.

Ma non fu certamente così che i Romani videro la sconfitta di Teutoburgo. Fu uno shock durissimo. A Carrhae, Roma si era scontrata con un altro impero di pari portata e simili ambizioni - la sconfitta si poteva ancora interpretare come un incidente di percorso. Ma che tre legioni Romane fossero state annientate a Teutoburgo da dei selvaggi primitivi era una cosa impensabile; un rivolgimento totale di tutti paradigmi accettati fino ad allora. Tale fu l'impressione che ne nacque la leggenda di Cesare Augusto che, nella notte, vagava per il suo palazzo mormorando "Varo, Varo, rendimi le mie legioni." Dione Cassio (155 –ca. 229) ci racconta che:

Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l'Italia e la stessa Roma. Dato che non c'erano cittadini in età militare rimasti in numero importante e le forze alleate che contavano avevano molto sofferto.

Tuttavia, inizio dei preparativi al meglio possibile viste le circostanze, e quando nessuno in età militare si mostrò pronto a prendere le armi, li costrinse a tirare a sorte, arruolando un uomo ogni cinque di quelli sotto i 35 anni e uno ogni dieci di quelli che avevano passato quell'età. Infine, dato che molti non gli davano retta, ne mise a morte alcuni ... Siccome a Roma vi era un numero elevato di Galli e Germani, alcuni di loro nella Guardia Pretoriana e altri che ci vivevano per varie ragioni, temette che potessero insorgere. Perciò cacciò via in certe isole quelli che erano nella sua guardia personale e ordinò a quelli che non portavano armi di lasciare la città.

In queste poche righe, troviamo una descrizione impressionante di un momento di caos e di smarrimento. Roma cercava di reagire sul piano militare alla disfatta, ma cadeva anche preda di un momento di xenofobia con la cacciata dei Galli e dei Germani. E' una cosa del tutto atipica dell'antico impero che, per quasi tutta la sua storia, fu tollerante e aperto a tutti.

Dopo Teutoburgo, l'Impero Romano non aveva ancora del tutto esaurito la sua spinta militare e riuscì ancora ad espandersi in Britannia e - molto più tardi - nella Dacia. Ma un'epoca era finita per sempre: l'impero non riusciva più ad ottenere dalla guerra risorse sufficienti per lanciarsi in sempre nuove conquiste. Iniziava la fase in cui Roma cominciava a chiudersi entro i limes: grandi fortificazioni che dovevano metterlo al riparo dalle invasioni barbariche. L'impero non si vedeva più come un predatore ma come una preda. Si metteva da solo dentro una gabbia dalla quale non sarebbe mai più riuscito a uscire.

La fase che ne seguì fu, in un certo senso, un crepuscolo dorato. Relativamente al sicuro entro la cinta delle fortificazioni, l'Impero viveva un periodo di relativa pace e prosperità sotto la dinastia degli Antonini. I Romani abbandonarono anche la fase di xenofobia di cui ci parla Dione Cassio. Ma il destino dell'impero era comunque segnato: con il graduale esaurimento delle risorse accumulate nella sua fase di espansione, a lungo andare l'Impero doveva sparire.

Il collasso degli imperi segue delle linee che sono comuni a tutti i casi storici che conosciamo. Così, la storia dell'Impero Romano ci può servire - con cautela - come uno specchio in cui vedere qualcosa del nostro futuro. Gli imperi collassano per l'esaurimento delle risorse che li sostengono; per i Romani erano le conquiste militari, per noi sono le risorse minerali. In entrambi i casi, l'esaurimento era ed è inevitabile e, di conseguenza, il collasso. La reazione dei Romani alla sconfitta di Teutoburgo ci ricorda molto la nostra situazione odierna. Sia oggi come allora, si cerca di reagire alle difficoltà incrementando gli sforzi, ma sempre nella stessa direzione; senza riuscire a capire le vere ragioni delle crisi. Per i Romani, il problema era solo militare e cercavano di risolverlo usando le risorse rimaste per costruire possenti fortificazioni. Per noi, il problema è l'esaurimento delle risorse minerali e cerchiamo di risolverlo usando le risorse rimaste scavando più in fondo e sempre più lontano.

Le società umane non riescono quasi mai a rendersi conto della necessità di cambiare. Tendono, anzi, a sprecare energie preziose prendendosela con il primo capro espiatorio che capita sotto mano. Così, la cacciata dei Galli e dei Germani da Roma dopo la battaglia di Teutoburgo ricorda molto l'ondata di xenofobia che vediamo oggi. I Romani superarono questa fase e, forse, toccherà anche a noi un crepuscolo dorato paragonabile all'era degli Antonini. Ma il collasso delle strutture che conosciamo è inevitabile. Il mondo cambia sempre e, se il nuovo deve arrivare, qualcosa di vecchio deve sparire. Sic transit gloria mundi.

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Altri post che ho scritto sull'Impero Romano sono "Il picco dell'Impero Romano", come pure "Delle Cose della Guerra"

lunedì, marzo 30, 2009

Delle cose della guerra



Illustrazione del manoscritto "de rebus bellicis" che risale a circa la metà del quarto secolo a.d., al tempo della battaglia di Adrianopoli; l'inizio della fine dell'Impero Romano. E' una riproduzione relativamente moderna dell'illustrazione originale, ma questa liburna a ruote alimentata da buoi rende bene l'idea delle strambe invenzioni dell'anonimo autore che reagiva con la fantasia meccanica a una situazione difficilissima.

Trovare nell'Impero Romano uno specchio dei nostri tempi è tradizione assai antica, che ha portato anche a stramberie stupide e pericolose, come quella di Mussolini che si credeva erede degli antichi Imperatori. Ma, a parte questo, è vero che ci sono degli elementi comuni nella parabola di crescita e collasso di tutti gli imperi della storia. In un post precedente, ho fatto qualche considerazione sul picco dell'Impero Romano, avvenuto verso la metà del terzo secolo d.c. secondo le testimonianze archeologiche. Mi sono domandato che percezione avessero gli antichi romani della situazione, citando come esempio le memorie di Marco Aurelio e il "De Reditu Suo" di Rutilio Namaziano. In entrambi i casi, gli autori non sembravano rendersi conto delle ragioni di cosa stava succedendo.

Ultimamente, mi è capitato fra le mani un altro documento interessante che ci descrive un mondo al collasso e che somiglia per molti versi al nostro. E' il "De Rebus Bellicis" (delle cose della guerra) scritto molto probabilmente poco dopo la battaglia di Adrianopoli (378 a.d.) che segnò la fine militare dell'impero - anche se la sua fine politica arrivò molto dopo.

Non sappiamo il nome dell'autore di questo manoscritto. Da come scrive, tuttavia, è chiaro che era un funzionario della burocrazia dell'impero che, nonostante la sua enfasi sulle cose militari, quasi certamente non aveva nessuna esperienza sul campo. Anzi, l'interesse di questo manoscritto è proprio nel fatto che non tratta soltanto di cose militari ma ci racconta molte cose su come percepivano la situazione quelli che vivevano in un impero che aveva ormai iniziato la sua traiettoria di crollo finale.

Marco Aurelio, verso la fine del secondo secolo, non percepisce nemmeno che c'è qualcosa non va nell'immenso impero romano del suo tempo. Rutilio Namaziano, nel quinto secolo, vede il disastro intorno a lui ma non ne capisce le ragioni e neppure la portata. Viceversa, il nostro anonimo capisce benissimo che l'impero è allo stremo e che bisogna fare qualcosa per evitare il un disastro. Capisce anche abbastanza bene quali sono le cause del problema e le identifica correttamente con i costi dell'apparato militare, con il decadimento delle strutture governative, e con la minaccia dei barbari (che lui definisce con il pittoresco termine di "circumlatrantes", che abbaiano intorno ai confini). Non è chiaro se identifichi correttamente il fatto che tutte e tre questi problemi hanno la stessa origine: l'Impero Romano era un'organizzazione militare che viveva delle spoglie delle regioni conquistate. Una volta che era stato costretto a difendersi, aveva perso la sua sorgente di sostentamento - nè più ne meno di come la nostra civiltà sta gradatamente perdendo la sua sorgente di sostentamento: il petrolio e gli altri combustibili fossili.

L'anonimo, quindi capisce quali sono i problemi e - probabilmente - si prende anche qualche rischio personale nell'elencarli esplicitamente in un epoca in cui (come in quasi tutte le epoche) criticare i principi è cosa assai rischiosa. Ma quando si tratta di arrivare a proporre delle soluzioni, ahimè, il nostro anonimo parte completamente per la tangente. Non si rende conto che le sue proposte politiche sono improponibili: ridurre le tasse per esempio. Non si rende nemmeno conto che implorare gli amministratori a non rubare è cosa poco efficace. E, infine, quando comincia a proporre soluzione militari, entra in un regno di pura fantasia. E' un dilettante molto ottimista, ma chiaramente un dilettante

Così, il nostro anonimo propone e dettaglia fantasiose macchine belliche: carri falcati, navi da guerra potentissime, balliste a lunga gittata, giavellotti che, se non colpiscono il nemico, lasciano per terra una testa carica di spuntoni che comunque danneggerà i barbari avanzanti. I commentatori hanno fatto notare un dettaglio rivelatore di come questi giavellotti a doppio uso non funzionerebbero se fossero invece i Romani ad avanzare. L'anonimo vede soltanto la necessità di una strenua difesa contro i barbari, "circumlatrantes".

Tutto questo macchinario improbabile ha affascinato a sufficienza i lettori che il manoscritto è stato riprodotto in epoche medievali e rinascimentali cosicché è arrivato fino a noi. Può darsi che abbia influenzato Leonardo da Vinci e, più tardi, Voltaire. Ma né i carri falcati né nessuna delle macchine belliche miracolose dell'anonimo sono mai state costruite. Erano sogni di un dilettante che immaginava di poter salvare in qualche modo un mondo che ormai era condannato a scomparire. In fondo, non è la stessa cosa dell'idrogeno per noi?

mercoledì, febbraio 04, 2009

C'è qualcosa che non va?


Confindustria, per espressione della sua leader Emma Marcegaglia, chiede "più sforzi e più aiuti pubblici", ovviamente a favore dell'industria dell'auto (e non solo) per evitare una crisi senza precedenti, con quasi un milione di nuovi disoccupati in Italia entro il 2009.

I sindacati sono pronti a scendere in piazza perchè "bisogna garantire la conservazione del posto ai lavoratori".

In sintesi, tutti si battono per continuare a fare i prodotti di sempre e per perpetuare l'attuale stile di vita.

Siamo sicuri di quello che vogliamo?


PS Anche Barack Obama parla della necessità di un piano di stimoli, che se visto in ottica transizione può avere un suo significato di sopravvivenza.

E' come essere di fronte a una persona stremata da giorni di condizioni ambientali invivibili e in deficit idrico e alimentare. Quella persona, viva per miracolo, non è più in grado di procurarsi da vivere e va aiutata a riprendersi, mettendola in condizioni umane e dandole i giusti tempi. A nulla servirà prenderla a schiaffi urlando: "Forza, riprenditi! Ce la puoi fare ! Guarda, ora ti presto 500 € a fondo perduto!" in quanto ci sono motivazioni bioenergetiche che ne dimostrano l'inutilità.

venerdì, ottobre 24, 2008

Ma non avranno mica avuto ragione quei catastrofisti del club di Roma?


Guardate questo grafico. E' quello originale dell'edizione del 1972 dei "Limiti dello Sviluppo" di Meadows e altri che era stato sponsorizzato dal Club di Roma. Si, proprio quello studio tanto vituperato e insultato per aver clamorosamente "sbagliato le previsioni"

Guardatelo bene. Vedete il collasso della produzione industriale e della produzione agricola? Interpolate un po' la scala dei tempi e calcolate per quando era atteso. Più o meno, era previsto che saremmo stati in pieno collasso verso il 2020. Ma, ben prima, la crescita economica avrebbe dovuto cominciare ad arrestarsi, diciamo, verso il 2010 o un po' prima.

Ora, come vi aspettate che potrebbe avere inizio la fase di arresto della crescita economica, preludio al successivo declino? Beh, nei termini che usiamo oggi, si parlerebbe di "recessione". Ma per avere una bella recessione bisogna che il meccanismo che finanzia la crescita si inceppi. Ovvero, ci aspetteremmo che l'inizio del collasso fosse una bella crisi finanziaria che rimuova dalla circolazione i capitali necessari per finanziare la crescita. Questa crisi dovrebbe arrivare un po' prima del 2010.

Bene. Siamo nel 2008 e...............


(nota: l'edizione del 2005 de "I limiti alla crescita" continuava a prevedere l'inizio del collasso per il 2010-2020)

martedì, ottobre 02, 2007

Irlanda; cronache di un'antica catastrofe

Queste note sono il risultato di un giro per l'Irlanda del Sud che ho fatto dopo il convegno ASPO-6 tenuto a Cork nel Settembre del 2007. Dopo il convegno, una cinquantina di partecipanti hanno viaggiato tutti insieme in un bus fino a Killarney, nella contea del Kerry, per discutere ulteriormente di petrolio e di picchi, e anche per socializzare un po' fra loro.


Foto: panorama roccioso dal finestrino del bus da qualche parte sulla strada che va da
Cork a Killarney, nel sud dell'Irlanda



Dialogo fra me e una ragazza con macchina fotografica sul bus dei congressisti ASPO in viaggio da Cork a Killarney.

RAGAZZA - Non le sembra bello?
IO - Bello?
- Si, certo, tutti questi colori, il verde, la natura.....
- Mah.... a me non sembrava tanto bello.
- No? Perché
- Vede, non mi sembra naturale questo paesaggio; con tutte queste rocce....
- Come?
- Siamo in collina, c'è molta umidità e il clima in questa zona non è molto freddo. Queste colline dovrebbero essere coperte di alberi. Vede, tutta quella roccia nuda.....
- ...
- Non è una cosa naturale; è opera dell'uomo. Qualcuno deve aver tagliato gli alberi qui, e non sono più ricresciuti.
- Lei dice che non ci dovrebbero essere tutti questi sassi?
- Si, è quello che si chiama erosione, è la perdita dell'humus.
- Ma è sicuro?
- Beh, in questa zona non c'ero mai stato prima, ma mi pare proprio che sia così.

La ragazza ha continuato a fare fotografie. Più tardi, mi ha detto che veniva dal Minnesota. Mi è parso che sia rimasta molto perplessa a proposito della questione dell'erosione. Non che non avesse capito quello che le avevo detto, ma riusciva veramente a vedere il problema, nonostante che ce l'avesse davanti agli occhi.

Sembra che se una catastrofe si verifica abbastanza lentamente, quello che vediamo ci sembra del tutto normale. Anzi, ci può sembrare una cosa bella. Mi è successo in Libano di leggere su non so più quale guida turistica una lode del paesaggio "drammatico" del monte Libano. Drammatico? Certamente, sul monte Libano ci sono dei crepacci paurosi che ricordano il Gran Canyon, ma sono il risultato del disboscamento. Una volta la montagna era tutta forestata, i famosi cedri del Libano. Poi, a furia di tagliarli, tutta la costa del Libano è ridotta a una pietraia desolata. Paesaggo drammatico, davvero.

Tornando all'Irlanda, la mia interpretazione del paesaggio disastrato (che alla ragazza era sembrato bello) si è dimostrata giusta. Quando siamo entrati nel parco nazionale di Killarney, il paesaggio è cambiato nettamente; con delle belle e fitte foreste di abeti e querce. Più tardi, mi hanno detto che nel parco non solo è proibito tagliare alberi, è proibito persino raccogliere la legna secca. Dato che non ci sono pecore al pascolo, in questo modo gli alberi possono ricrescere. Nel parco si trovano anche degli alberi secolari sopravvissuti miracolosamente, che fanno vedere come doveva essere l'Irlanda una volta. Ne vedete uno qui al lato, con il sottoscritto a dare la proporzione. Sono stato anche al museo del parco dove fanno vedere modelli e immagini del disboscamento sistematico fatto nell'800 in quelle zone per fare carbonella con la quale, a sua volta, mandare le fonderie. Dopo di che, il terreno diventava pascolo per le pecore. Considerate le piogge frequenti, non ci si poteva aspettare che una grave erosione diffusa; che in effetti e quello che si vede

Più tardi, viaggiando per la contea del Kerry, abbiamo visto altre zone profondamente erose. Negli anni, gli irlandesi hanno cercato di recuperare un po' di verde raccogliendo i sassi a formare quei caratteristici muretti che fanno somigliare il paesaggio a una scacchiera. E' un metodo un po' disperato, ma che comunque ha probabilmente il vantaggio di trattenere un po' il terreno. Ma rimane un terreno fragile che è continuamente danneggiato dalle moltissime pecore al pascolo. In molte zone che abbiamo visto, non rimaneva più nemmeno l'erba.

Certo, essere sul posto ti da un'idea molto chiara della situazione di un certo territorio, ma non c'è veramente bisogno di andare fisicamente in Irlanda per rendersi conto della situazione. Aprite "Google Earth" e andate a vedere la parte sud/sud ovest dell'Irlanda. Certe zone sembrano la faccia della Luna, ricordano moltissimo le pietraie che ci sono in Libano e addirittura il deserto che ho visto in Giordania. La risoluzione delle mappe di Google dell'Irlanda non è molto alta, ma se andate a vedere le foto di panoramio, vedete benissimo l'erosione dovunque. Curiosamente, su internet si parla abbastanza poco del problema dell'erosione in Irlanda, ma se cercate bene lo troverete menzionato.

La questione dell'erosione in Irlanda è correlata alla grande carestia del 1845 e degli anni successivi, che fu l'ultima importante carestia storica in un paese europeo. La correlazione non è diretta; ma ci possiamo fare un quadro abbastanza chiaro degli eventi dai dati che abbiamo. Deforestazione e sviluppo economico andavano insieme in Irlanda nella prima metà dell'800. Deforestando, si otteneva combustibile per le ferriere e, allo stesso tempo, si liberava spazio per l'allevamento delle pecore e per l'industria della lana. Sia lana che ferro portavano ricchezza che veniva investita in nuove ferriere e allevamenti. Ma questi richiedevano manodopera e per questo si incoraggiava l'aumento della popolazione. Per nutrire la popolazione in rapida crescita l'unico modo che fu trovato era la monocultura delle patate, una cultura ad alta resa, specialmente adatta ai paesi poco soleggiati.

Ma le monoculture, come si sa, sono culture fragili. Con il "potato blight", il morbo delle patate, del 1845 cominciò il disastro. Gli Irlandesi avevano, usando la terminologia moderna, consumato il loro capitale naturale. Esaurite le foreste e distrutta una buona frazione della terra fertile, in qualche modo la popolazione doveva "rientrare" a livelli compatibili con quello che restava. La malattia delle patate fu la causa scatenante e la carestia fu peggiorata anche dal fatto che l'Irlanda nell'800 era un paese colonizzato dove l'economia era in mano a un'aristocrazia di proprietari terrieri inglesi. Questa aristocrazia non aveva particolare interesse ad alleviare le sofferenze degli irlandesi e le cronache del tempo riportano che, mentre la gente moriva di fame, l'Irlanda continuava a esportare cibo verso l'estero in convogli scortati dall'esercito. Questo peggiorava una situazione già gravissima, ma il rientro era comunque inevitabile.

Nel 1845 la popolazione dell'Irlanda aveva raggiunto gli 8 milioni di persone. Ne morirono di fame immediatamente circa un milione e nei decenni successivi la popolazione si dimezzò, in gran parte a causa della denutrizione e delle malattie che ne derivavano, in parte a causa dell'emigrazione. Guardate la figura seguente: la popolazione Irlandese ha seguito una curva a campana che somiglia a quella di Hubbert per petrolio (Da Wikipedia)


Secondo Jared Diamond, nel suo libro "Collasso", le isole sono spesso dei microcosmi che seguono le stesse tendenze del mondo intero, ma più rapidamente e più drammaticamente. L'Irlanda, sembrerebbe, è un microcosmo che ha seguito la sua traiettoria di crescita e collasso nel secolo scorso; una traiettoria che potrebbe prefigurare quella - più lenta e più spostata nel futuro - del mondo intero.

L'Irlanda non è un'eccezione in termini di erosione. Il problema è molto grave nei paesi del Nord Europa; in certi casi quasi altrettanto grave di quello dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Mentre in Africa e in Oriente il problema è l'aridità, nel Nord Europa in compenso c'è una bassa insolazione per cui le piante crescono lentamente e ci vuole più tempo a rimediare ai danni. Il problema è ancora più grave in Islanda, che è ancora più a nord dell'Irlanda. Lo stesso vale per la Groenlandia, un altra isola che ha subito una grave fase di erosione al tempo della colonizzazione europea, come ci racconta, ancora, Jared Diamond in "Collasso." Nel caso della Groenlandia, il crollo della popolazione è stato veramente radicale: non è rimasto nessuno.

Erosione e crollo della popolazione sono eventi drammatici che non sono certamente privi di effetti sulla mente di chi riesce a sopravvivere. Forse c'è un altro punto in comune fra Irlanda e Libano: la preoccupante propensità dei libanesi e degli irlandesi alla guerra civile e al massacro dei propri concittadini. Non sarà per caso anche questa propensità il risultato finale dell'erosione del terreno? Non è una cosa che si possa provare, ovviamente, ma fa impressione notare che quando Jared Diamond ci descrive la tragedia del Ruanda, sempre nel suo libro "Collasso", correla all'erosione del territorio la ventata di follia che ha spinto i ruandesi a massacrarsi l'uno con l'altro qualche anno fa. Forse rovinare il territorio ha degli effetti deleteri anche sulle menti umane. Comunque sia, meglio piantare alberi.


Immagini: a sinistra paesaggio del Monte Libano, a destra contea del Kerry, in Irlanda

















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