mercoledì, gennaio 28, 2009

Il picco dell'Impero Romano

Il "picco di Hubbert" dell'Impero Romano. Ci mancano dati storici dettagliati sull'economia romana, perciò dobbiamo affidarci ai dati archeologici. Qui vediamo alcuni elementi indicativi della vitalità dell'economia romana: l'inquinamento da piombo, indicativo dello stato dell'industria, la quantità delle ossa di animali, indicativo dello stato dell'industria alimentare, e il numero di navi naufragate, indicativo dello stato del commercio. Tutti questi indicatori hanno un massimo intorno al 1 secolo d.c., che corrisponde, in effetti, al momento di massimo fulgore dell'impero. (figura da "In search of Roman economic growth, di W. Scheidel, 2007")



L'imperatore Marco Aurelio (121-180 a.d.) ci ha lasciato le sue memorie che ci sono arrivate, intatte, attraverso quasi due millenni. Ci troviamo molti dettagli interessanti della vita di un uomo che si trovava a essere a capo di un immenso impero. Tuttavia, in queste memorie non riusciamo a trovare il sia pur minimo accenno dal quale si possa dedurre che l'imperatore si rendeva conto che qualcosa non andava con l'impero; che l'immensa struttura che si trovava a guidare stava già cominciando a scricchiolare. Pochi decenni dopo la morte di Marco Aurelio, l'impero andava incontro alla "crisi del terzo secolo" dalla quale non si sarebbe mai più veramente ripreso.

La caduta dell'impero romano è un argomento che ha affascinato gli storici per millenni. Questi, però, non sono mai riusciti a mettersi veramente daccordo sulle ragioni del declino e del crollo. A partire da Gibbon che lo attribuiva all'effetto del cristianesimo, si sono elencate letteralmente decine di cause per il crollo di una compagine che, al suo massimo splendore, sembrava invincibile e eterna. Negli ultimi tempi, - forse per esaurimento delle idee - era venuto di moda dire che l'impero non era mai veramente crollato, semplicemente si era trasformato in strutture politiche differenti. Ma questa interpretazione è stata recentemente abbandonata: i risultati delle ricerche archeologiche hanno documentato il crollo economico, e non solo politico, dell'Impero Romano.

Qui, non pretendo di mettermi alla pari con i tanti storici che hanno discusso con grande competenza questo argomento. Mi limito a proporre una mia interpretazione che è più che altro un piccolo esercizio di dinamica dei sistemi applicato all'impero romano. Per favore, non prendetela per niente di più di questo, ma può darsi che ci dia degli spunti di discussione interessanti.

Allora, il concetto di base della dinamica dei sistemi è quello di "feedback", ovvero il sistema risponde agli stimoli non in modo proporzionale agli stimoli stessi, ma amplificandoli o smorzandoli. Il feedback positivo è quello che causa la crescita rapida di un sistema quando il sistema risponde alla disponibilità di risorse incrementandone lo sfruttamento in modo esponenziale. E' così che crescono, per esempio, le popolazioni biologiche quando hanno abbondante cibo a disposizione. In questo caso, il feedback è strettamente correlato al concetto di EROEI, "ritorno energetico per investimento energetico, dalle iniziali in inglese. Più alto è l'EROEI più rapida è la crescita.

Nel caso dell'impero romano, come spieghiamo la crescita rapida del sistema a partire dal tempo della monarchia e della repubblica? Evidentemente, dobbiamo trovare le risorse di cui l'impero si "nutriva" per crescere. Non ci sono dati quantitativi in proposito, ma possiamo supporre che queste risorse fossero formate principalmente dal bottino delle conquiste. L'impero - come tutti gli imperi della storia - era un predatore dei popoli confinanti. Cresceva per mezzo di un meccanismo di feedback quasi biologico. Sconfitto un popolo confinante, si rubava tutto quello che si poteva rubare e poi si arruolavano gli sconfitti nelle legioni per fargli andare a conquistare altro bottino un po' più in la. Questo meccanismo si chiama accumulazione di capitale. Con l'oro accumulato si potevano pagare nuove legioni e con nuove legioni si potevano invadere nuovi territori e rubare ancora più oro. Al culmine della sua traiettoria, l'Impero aveva mezzo milione di uomini, oltre l'1% della popolazione, sotto le armi in oltre 50 legioni di soldati professionisti.

Tuttavia, il problema della crescita economica, qualunque sia la risorsa sfruttata, sta nella resa economica - meglio detto energetica - della risorsa stessa. Valeva la pena conquistare i popoli vicini solo se c'era una resa economica/energetica sufficiente per dare ai Romani la possibilità di accumulare risorse per nuove conquiste. Ma, col tempo, i Romani si sono trovati di fronte allo stesso problema che abbiamo noi oggi con il petrolio: si sfruttano prima le risorse ad alto EROEI dopo di che uno si trova in difficoltà con quello che rimane; a basso EROEI. In altre parole, l'EROEI diminuisce gradualmente col tempo e con esso la spinta alla crescita.

Al culmine della loro espansione, verso l'inizio del primo secolo a.d., I romani si trovavano in mancanza di prede. A Est, c'era l'impero dei Parti, troppo forte per essere conquistato. A Sud avevano il deserto del Sahara, dove non c'era niente da conquistare. A Ovest avevano l'Oceano Atlantico e a Nord popolazioni allo stesso tempo povere e bellicose: Germani, Pitti e Irlandesi. Tutte risorse a basso EROEI.

Non è un caso che il primo segnale dell'arresto dell'espansione dell'Impero sia arrivato con la sconfitta di Carrhae contro i Parti, nel 53 a.c. A portare le legioni romane in quella sfortunata spedizione in Oriente era Marco Licinio Crasso, a quel tempo "l'uomo più ricco di Roma". Questo ci dice qualcosa di come si accumulava la ricchezza nell'Impero Romano: con la conquista militare. A Carrhae, i Romani erano arrivati con un corpo di spedizione numeroso, bene armato e addestrato. Ma non si dimostrò sufficiente. Il feedback della conquista da positivo si trasformava in negativo. L'impero non accumulava più capitale; lo dissipava. Dal primo secolo in poi, la storia dell'Impero passa attraverso tante campagne militari, più o meno fortunate, ma la tendenza è sempre quella: il declino. Già Augusto aveva ridotto le legioni da 50 a 28, ma il numero di uomini in armi era sempre di oltre 300.000. Più tardi, la rivolta giudaica del 66 a.d. era stata l'occasione di depredare un nuovo nemico; con la differenza che la Giudea era una provincia dell'Impero. Predatore senza più prede, l'impero ormai divorava se stesso. Con il bottino del saccheggio di Gerusalemme, l'impero poteva lanciare una nuova guerra di espansione, quella contro la Dacia al tempo di Traiano. Fu l'ultima conquista Romana.

Il culmine della traiettoria dell'impero forse lo ha colto bene Marguerite Yourcenar nel suo "Memorie di Adriano." A un certo punto, ci descrive l'Imperatore Traiano, ormai non più giovane, che si è lanciato all'assalto dell'Asia e che si rende conto dell'enormità dell'impresa e dell'impossibilità di compierla. Forse, era proprio quell'istante il "Picco di Hubbert" dell'impero. Con la morte di Traiano, finisce un'epoca.

Dopo Traiano, la vita dell'Impero al tempo degli Antonini è quieta ed è anche prospera, ma c'è un problema: i conti non tornano. L'impero dissipa più capitale di quanto non ne incameri. E' come un orologio a molla che nessuno si preoccupa di ricaricare; deve fermarsi prima o poi. I Romani non si rendono conto che un'economia basata sull'agricoltura non può avere gli stessi ritorni economici di una basata sulla rapina. L'impero non riesce a vivere entro le proprie possibilità. Mantiene un immenso apparato militare e si imbarca in un costosissimo programma di "grandi opere" basato sulla fortificazione dei confini (i "limes") dell'impero. E' probabile che questa campagna di costruzioni sia stata più un grande affare per le lobbies militari/edilizie dell'epoca che una vera necessità strategica. Il fatto è, comunque, che i Romani si ritrovano con un immenso sistema di fortificazioni che dovevano essere presidiate a costi - come diremmo oggi - "insostenibili"

Per il terzo secolo a.d., l'impero è ridotto a un guscio vuoto; il nulla circondato da fortificazioni. Il crollo era inevitabile, anche se l'agonia durò un paio di secoli per l'impero di occidente e qualche secolo in più per quello d'oriente. Della fine dell'impero romano di occidente, ci resta il rapporto di Rutilio Namaziano, scritto nei primi anni del quinto secolo a.d. Namaziano, in fuga da Roma, vede il crollo dell'impero davanti ai suoi occhi ma nemmeno lui, come Marco Aurelio secoli prima, riesce a rendersi conto di cosa c'è che non va. Non riesce a capire le ragioni del crollo e le attribuisce solo a un temporaneo rovescio di fortuna.

La dura legge dell'EROEI non perdona.

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Ci potremmo domandare per pura curiosità, cosa sarebbe potuto succedere se i Romani avessero potuto fare un'analisi dinamica della loro situazione quando ancora potevano fare qualcosa per evitare il crollo e il declino. Ammettiamo l'esistenza di un grande sapiente che viene dalle brume di Britannia, un antenato di Merlino che si chiama Ianus Forresterius. Costui va a Roma e si presenta davanti a Marco Aurelio; gli dice "Imperatore, il mio nuovo calcolatore analogico azionato da schiavi, mi dice che l'impero è condannato, e che entro cinquant'anni inizierà il crollo"

Al che, Marco Aurelio è tentato di mandare Forresterius a quel paese (ovvero, a Eburacum, in Britannia, da dove è venuto) ma, essendo una persona paziente, si trattiene.

"Ditemi, saggio Forresterius, che cosa dovremmo fare per evitare il crollo previsto dal suo - ahem - "calcolatore" che, immagino, sia un particolare tipo di oracolo...."
"Imperatore, dovete ritornare alla sostenibilità: state spendendo troppo per le legioni e per le fortificazioni. Dovete sciogliere le legioni e abbandonare le fortificazioni. "
"Ma, Forresterius, se facciamo così, come faremo per evitare che i barbari ci invadano?"
"Imperatore, i barbari invaderanno sicuramente se l'impero si indebolisce per mantenere venticinque legioni."
"Ma se sciogliamo le legioni...."
"Imperatore, dovete studiare sistemi di difesa sostenibile: difendete le città con delle mura. Si chiama "relocalizzazione"....."
"Ma, onorabile Forresterius....."
"Imperatore, se non fate così, i limes crolleranno e l'impero cesserà di esistere!

A questo punto, Marco Aurelio considera seriamente l'idea di fare appendere Forresterius per i piedi dai suoi pretoriani. Essendo però molto, molto paziente, si limita a ringraziare Forresterius e lo rispedisce a Eburacum sotto scorta con l'ordine di non farsi più vedere.

Questo è, più o meno, quello che è successo quando Jay Forrester, ai nostri tempi, ha sviluppato per la prima volta l'applicazione della dinamica dei sistemi al "sistema mondo" e ne ha predetto il crollo per i primi decenni del ventunesimo secolo.
Forrester era l'originatore del gruppo che produsse "I Limiti dello Sviluppo" nel 1972. Non l'hanno appeso per i piedi (anche se c'è stato chi è andato vicino a proporlo), ma non è stato creduto. L'imperatore oggi sta alla Casa Bianca a Washington, ma sembra che non si renda conto di cosa sta succedendo, non più di quanto non se ne rendesse conto Marco Aurelio ai suoi tempi.

18 commenti:

Anonimo ha detto...

Egregio Bardi, questo mi sembra uno dei suoi migliori interventi da sempre, e normalmente la sua media è già altissima...

però al posto di Marco Aurelio non concorderei neanch'io con il suo Forresterius. Le consiglio un libro di Peter Heather, la caduta dell'impero romano, del 2005. L'analisi che fa conclude che l'impero è crollato per troppe poche legioni non troppe. Negli ultimi decenni del IV secolo, e nei primi del V, di fronte al sommovimento creato dagli Unni i germani che arrivavano da ogni dove erano diventati semplicemente troppi, e troppo abili, per essere sopraffatti e neutralizzati dalle forze militari sostenibili dall'impero (nei numeri più o meno che avevano al tempo di Marco Aurelio). E la sostenibilità dell'apparato militare, e quindi il crollo finale, è venuta meno solo quando i germani hanno cominciato a sottrarre all'erario imperiale troppe province.

Se il Marco Aurelio avesse accolto il suggerimento del saggio di Eboracum probabilmente tutto sarebbe finito già negli ultimi decenni del III secolo...

Saluti
M.T.

Anonimo ha detto...

bellisima Analisi...
Saluti Giovanni Bordoni
www.lamiacaverna.splinder.com

Mario ha detto...

Rutilio Namaziano annota fadelmente, ma è ormai già vittima della disruption della grande logistica continentale imperiale; vede Cosa (l'attuale Ansedonia) abbandonata e in rovina in preda ai topi, vede gli odiato monaci cristiani fuggiti alla Gorgona, ma non coglie il nesso tra le due cose: Cosa era stata decimata dalla peste bubbonica (che poco dopo, descritta come peste gotica, spazzerà via Milano)

Anonimo ha detto...

Tra le cause della caduta dell'Impero romano si è detto molto anche sul crollo demografico nell'impero dovuto alla peste nel III secolo che assotigliò di molto i serbatoi umani per rimpinguare le legioni.
Personalmente ritengo la catastrofe militare del 9 d.C. nella selva di Teutoburgo(tre legioni romane annientate dai barbari) una delle battaglie chiave nella storia dell'Impero;in seguito ad essa si rinunciò a conquistare la Germania, da dove in seguito sarebbero arrivate tante di quelle popolazioni barbare che affossarono Roma.
Comunque trovo assolutamente plausibile la trattazione del prof.Bardi.
Complimenti.

Paolo B.

Anonimo ha detto...

Tra le varie cause della caduta dell'impero - oltre ai costi della macchina statale e lo svalutarsi della moneta - c'é anche la distruzione della piccola e media proprietà coltivatrice a vantaggio di enormi latifondi.

Walter

Anonimo ha detto...

Complimenti per il bellissimo post.

E' sempre un piacere leggerLa... ma questa volta non posso astenermi dal dirlo anche "esplicitamente".

:-) Saluti

Antonio Retaggio

Anonimo ha detto...

Complimenti, prof!
...se l'imperatore della casa bianca non l'ha capito, figuriamoci il nostro signorotto locale di roma...
Mimmo.

Mario ha detto...

Secondo Peter Heather la caduta dell'Impero Romano fu causata dalla migrazione degli Unni verso occidente. Sempre secondo Heather alla fine del IV secolo l'economia dell'impero, soprattutto la parte orientale, non era così mal messa.

roberto ha detto...

un impero che crolla perche' non ha piu' nulla da predare convince poco, le regioni conquistate pagavano le tasse , quindi roma poteva sussistere ugualmente. piu' convincente era la teoria letta su the oildrum riguardo alla fine del legno e delle foreste.

Anonimo ha detto...

Ho letto da qualche parte che una delle cause (ovviamente per una faccenda così grossa non si può parlare di una causa univoca) sia stato l'esaurimento della produttività dei campi di grano, a causa della non conoscenza, all'epoca, della rotazione delle colture.
Comunque complimenti per l'articolo
mauro

den ha detto...

Qualche nota...

Non esiste certo una causa unica, ma una concomitanza di eventi. Gli Unni han voluto dire molto, ma se Roma fosse stata al suo fulgore non i popoli in fuga non avrebbero certro strabordato nei suoi confini.

La rotazione biennale è stata di fatto inventata dai romani, che la applicavano coerentemente. Ciò non toglie che comunque i terreni tendevano a inaridire, sia perchè più efficace è quella triennale, sia perchè lo sfruttamento intensivo alla lunga lascia sempre danni. Certamente la riduzione di produzione dei cereali e legname (dopo aver disboscato mezza europa) ha influito sul sistema... ma di nuovo è questione di EROEI e risorse limitate.

Il fatto che le colonie pagassero le tasse non significa nulla, è la solita concezione da economista che ci ha portati alla situazione attuale. Il punto è invece: con quale efficienza erano prodotte le risorse nell'Impero? L'EROEI era positivo, valutando i costi militari del mantenimento dei territori?

Va però precisato una cosa: Roma era un'enorme macchina da conquista ed è certamente vero che dall'espansione traeva il proprio potere. Parlare però di "predazione" può essere fuorviante: fa pensare che la ricchezza venisse solo da saccheggi e tasse. In realtà Roma dove arrivava portava anzitutto una straordinaria organizzazione e un insieme di tecnologie e infrastrutture atte a megliorare l'efficacia di sfruttamento delle zone stesse. Insomma: l'EROEI locale aumentava notevolemente. Così non fosse Roma sarebbe stata una cometa come l'impero di Alessandro Magno, non il più vasto e duraturo regno della storia mediterranea.

mgz999 ha detto...

Bardi kersan (ho letto il post sul ng su risorse alternative) il suo post è superbo. Interessante e godibile nella lettura. Poi si può essere d'accordo o meno, io lo sono abbastanza. A dire il vero c'è una cosa con cui non sono d'accordo, ovvero la fine. Perchè lei sostiene che l'attuale imperatore non si rende conto di quello che sta avvenendo? Nel suo discorso d'insediamento Obama parla di un era di responsibilità di consumi, additando esattamente questo problema. Spero una risposta,ne sarei interessato

Ugo Bardi ha detto...

Caro M.T., grazie per il commento. E' perfettamente vero che l'impero è crollato perché aveva troppe poche legioni. Ma la ragione per la quale aveva troppe poche legioni è che non poteva permettersi di averne di più. A sua volta, questo è dovuto al fatto che aveva sovrasfruttato le proprie risorse.

Infatti, se Marco Aurelio avesse dato retta a Forresterius, l'impero sarebbe sparito nel terzo secolo - quello che Forresterius stava dicendo è che il medio evo era comunque inevitabile e che tanto valeva farlo arrovivare subito, saltando qualche secoplo di agonia

Ugo Bardi ha detto...

Caro Paolo B., personalmente, sono dell'opinione che i Germani abbiano fatto un favore ai Romani a Tautoburgo, liberandoli da tre legioni da nutrire, equipaggiare e stipendiare. Se i Romani non hanno conquistato la Germania, io credo, non è per ragioni militari, ma perché la resa economica della conquista era scarsa. Se leggi Tacito, ci racconta che i Germani non avevano città - poco o nulla da saccheggiare!

Ugo Bardi ha detto...

Den, ottimo commento. C'è un abisso fra quello che si può ottenere saccheggiando una provincia "vergine" che ha accumulato ricchezza per anni e quello che si può ottenere dalla stessa provincia in termini di tasse. E' sempre lo stesso discorso quando si sfruttano troppo rapidamente riserve accumulate lentamente: sovrasfruttamento!

Ugo Bardi ha detto...

Caro MGZ99, la mente dell'imperatore non è per noi comuni mortali da comprendere. Chissà, forse Mr. Obama si rende conto di cosa sta succedendo e sta per succedere, forse no. Io penso di no e forse è meglio così. In fondo, anche se Marco Aurelio avesse avuto davvero il calcolatore di Forrester a disposizione, cosa avrebbe potuto fare? Un imperatore che scioglie le legioni è un imperatore morto

trapper ha detto...

Non so se posso intromettermi per cercare una sintesi a quanto si diceva sull'impero romano, io ci provo.
Il modello dello stato di Roma era fondato inizialmente sullo sviluppo generato dall'appropriazione di risorse esterne, sia in termini di ricchezze monetarie che di nuovi territori con cui sopire le contraddizioni sociali interne.
Finche quello che si poteva prendere all'esterno valeva di più di quanto si doveva spendere per appropriarsene il sistema ha funzionato, anche a causa della enorme disparità sociale interna allo stato che spingeva buona parte della popolazione a cercare di migliorare la sua fortuna con la vita militare e conquistando nuovi territori di cui appropriarsi.
Quando ai confini dell'impero sono rimasti solo territori inospitali e con popolazioni più povere della plebe romana, la spinta per nuove conquiste si è fermata, facendo esplodere la contraddizione interna del sistema.
In pratica i romani, secondo me, non sono stati in grado di sostituire ad un sistema di accumulazione di ricchezza esogeno uno di accumulazione endogeno.

Con una quantità di ricchezze reali in declino, l'impero fu costretto a ridurre il numero delle legioni e la qualità delle stesse (i romani non si volevano più arruolare, forse non era più conveniente come nel passato, mentre i barbari, indisciplinati e con addestramento più approssimativo si) . A poco a poco la capacità di difendersi dell'impero diminuì sempre più finché non arrivò al collasso.
Quindi secondo me sono vere entrambe le tesi indicate; l'impero crollò perché non riuscì più ad avere un esercito sufficientemente grande per difendersi; e successe questo perché le risorse economiche disponibili diventarono sempre più esigue .


Secondo me l'imperatore che si rendeva conto del momento di decadenza avrebbe dovuto trovare l'artificio in base al quale spingere la parte depositaria della maggior parte delle ricchezze, il patriziato senatorio (titolare della maggior parte dei latifondi), a evolversi al suo interno cosa che, così facendo, avrebbe fatto progredire tutta la società romana. Ma come fare?
Per esempio ponendo a carico del singolo proprietario latifondista la difesa militare del suo territorio, imponendogli cioé di pagare le parte di spese generata dal reclutamento degli uomini necessari per difendere la sua proprietà.

In questo modo le legioni pagate dallo stato sarebbero state più libere di difendere i confini esterni dell'impero. Inoltre, per pagare le ingenti spese di difesa dei latifondi si sarebbero dovute sviluppare tecniche più intensive di coltivazione impiegando in modo massiccio lavoratori salariati e non solo schiavi, per cui anche gli squilibri sociali si sarebbero progressivamente ridotti; la ricchezza della società romana avrebbe avuto una spinta alla crescita endogena.


L'imperatore di oggi Obama, con gli altri governanti occidentali, non si rendono conto, si diceva, delle cause del declino; il motivo è sempre lo stesso secondo me. Il sistema che c'è stato finora non tiene più, ormai tutela solo i grandi ricchi sempre più ricchi, e provoca l'impoverimento della società nel suo complesso.
Secondo me, finché non sarà posto di nuovo come obiettivo primario delle scelte politiche e governative la crescita della società nel suo complesso e non la crescita dei grandi potentati economici, il declino non si invertirà.
Speriamo solo che non si continui facendo finta di nulla fino al crollo totale del sistema come è successo all'impero romano.

di Ugo Bardi ha detto...

Caro Trapper, mi trovi pienamente daccordo. E' proprio così. Il sistema cerca disperatamente di autopuntellarsi, ma non riesce veramente a riformarsi. Sic transit...