venerdì, agosto 21, 2009

Viva l'Italia

Umberto Bossi ama il turpiloquio e le canottiere. Difficilmente eviterebbe la bocciatura in storia anche in una scuola permissiva come la nostra. Ma forse finge di non conoscere la storia, in perfetto stile machiavellico, tipica prerogativa dei politici italiani.
Il Risorgimento italiano fu fatto in gran parte da uomini del nord, intrisi di ideali di libertà, indipendenza ed eguaglianza che gli italiani moderni educati solo a valori materiali forse stentano a comprendere. Camillo Benso, Conte di Cavour, era un piemontese che faticava a parlare l’italiano, Giuseppe Mazzini era un ligure integerrimo e Giuseppe Garibaldi proveniva addirittura dalla non più italiana Nizza, quando iniziò l’entusiasmante spedizione dei Mille, composta in gran parte da lombardi e piemontesi, per liberare il meridione dal giogo straniero dei Borbone e consegnarlo all’Unità d’Italia.
Il tricolore nacque con la Repubblica Cispadana durante le guerre d’Indipendenza e divenne poi la bandiera della Repubblica Cisalpina e infine quella dello Stato unitario, sventolando in tutta Italia su ogni barricata innalzata contro l’invasore. L’inno musicato dal genovese Michele Novaro, fu scritto nel 1847 da un altro genovese, Goffredo Mameli, nobile figura di patriota morto alla giovane età di 23 anni nella strenua difesa della gloriosa Repubblica Romana. Le sue note risuonarono immediatamente in ogni luogo dove si combatteva per l’Italia, fu cantato poi nelle trincee della prima guerra mondiale dove l’ “inutile strage” annientò un’intera generazione di italiani e distrusse una futura classe dirigente di brillanti giovani ufficiali, echeggiò tra le truppe della Resistenza e delle Brigate Garibaldi che contribuirono a riscattare il paese dalle vergogne e dagli errori del fascismo, fu intonato durante i lavori della Costituente e infine divenne inno ufficiale “definitivamente provvisorio” con la nuova Costituzione repubblicana. Del resto, lo stesso “Va pensiero” verdiano di cui si fregia il “senatur” fu creato per incarnare il sogno patriottico di una sola Italia dalle Alpi alla Sicilia.
E ora, tutte queste speranze, sacrifici e sofferenze dovrebbero essere cancellate per soddisfare il sogno antistorico secessionista di una forza politica miope ed egoistica? Confesso che mi verrebbe di rispondere con un improperio in stile bossiano, ma preferisco una parola tipicamente risorgimentale: “Giammai!”
Purtroppo, una destra e una sinistra senza più radici e valori, invece di condannare incondizionatamente l’ideologia leghista, mostrano invece subalternità culturale e contiguità politica, in nome del potere e di una chimera (anche qui evito a fatica il gergo bossiano) chiamata federalismo e, moderni apprendisti stregoni, già hanno iniziato a pasticciare con la Costituzione. Un’organizzazione federale dello Stato poteva avere un senso nella versione seria di Carlo Cattaneo, al momento dell’Unità d’Italia, in un paese arretrato, con profonde differenze economiche e sociali, con solo il 5% della popolazione che parlava italiano e con strutture amministrative diverse nelle zone degli Stati pre-unitari.
Ma ora, per fortuna, usando un’espressione celebre attribuita a Massimo D’Azeglio, “gli italiani sono stati fatti”. La scuola e la televisione hanno quasi completamente unificato il linguaggio nazionale, profonde dinamiche economiche e sociali hanno integrato socialmente e culturalmente la popolazione italiana, basti pensare ai milioni di emigranti meridionali che con il proprio lavoro hanno contribuito alla crescita economica del nord e del paese, l’articolazione amministrativa dello Stato è ormai collaudata.
Certo, permane negli italiani uno scarso senso dello Stato e un’identità nazionale “debole”, conseguenze di un processo unitario, e non poteva storicamente essere diversamente, portato avanti solo da un’elite, senza l’apporto delle masse contadine indifferenti che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione italiana dell’epoca. Un’analisi delle responsabilità “esterne” di questa situazione richiederebbe troppo spazio. Ma, anche per questo, sarebbe necessario potenziare e non indebolire l’assetto centrale dello Stato, il suo ruolo di programmazione nazionale in un’ottica di collaborazione con il governo locale che garantisca l’unitarietà degli indirizzi generali.
Anche una riflessione critica sulla configurazione amministrativa degli stati dal punto di vista della sostenibilità dello sviluppo, dovrebbe condurre a una rivalutazione dell’importanza dello Stato italiano unitario. Herman Daly, il noto economista ecologista, teorico della stazionarietà dello sviluppo, individua proprio nello Stato nazionale il livello ottimale per una gestione sostenibile delle risorse. Ad esempio, è stato calcolato che l’Italia potrebbe garantirsi solo sull’intero territorio nazionale la quasi completa autosufficienza alimentare. Ed è evidente che proprio la mancanza di un ruolo deciso dello Stato rappresenti uno dei motivi dell’inefficacia attuale delle politiche ambientali.
Concluderei con un suggerimento, la lettura di questo bellissimo articolo di Vittorio Messori sulla “democraticità” della lingua italiana e con un ammonimento, contenuto in alcune parole ancora straordinariamente attuali della seconda strofa dell’inno nazionale: “Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

13 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi sento di condividere quasi tutto.Ho solo qualche perplessità sul fatto di definire "stranieri" i borbone a Napoli che, se é vero che si sostenevano sulle baionette austriache (e l'appoggio dello Zar...) non erano meno italiani dei Savoia, i quali ebbero pero' il pregio di "pensare in grande" e di avere maggiormente le mani libere nei confronti delle altre potenze.
Walter

Francesco Ganzetti ha detto...

Non c'è bisogno di fare una lunga traversata nel deserto per arrivare al federalismo fiscale : basterebbe una leggina semplice semplice che dica, che se un deerminato ente pubblico, anche locale, vedi soprattutto una Asur, esaurisce i fondi annuali previsti, a ripagare il buco di bilancio siano i dirigenti dipendenti dell'ente tramite trattenute in busta paga; punto.
In mancanza di ciò, alle prossime elezioni voterò lega visto che nessuno nella cosìdetta "sinistra" ha mai evocato, nemmeno a chiacchiere, questo concetto di responsabilità diretta.
Mi piacerebbe anche che il magistrato che sbaglia per sua scelta, vedi scarcerazione facoltative di individui che da lì a breve si rendono responsabili di nuovi delitti, più che la visita dei cosìdetti ispettori od eventuali richiami del csm, riceva , automaticamente, sanzioni amministrative pesantissime, nell'ordine di 1 o 2 di stipendio.
Può darsi che a sinistra qualcosa si muova, anzitutto culturalmente, incalzati anche dalla Lega ; per esempio Beppe Grillo mi sembra l'unico che lotta strenuamente per eliminare i contributi pubblici ai giornalisti.
é bello fare festa coi soldi degli altri.
In buona sostanza a destra questo concetto è usato per furberie e ruberie varie fra potenti e potentucoli, tenute il più possibile nascoste o seminascoste ; a sinistra invece si sostiene apertamente, culturalmente, che siano giuste pur di mantenre una parvenza di welfare per la solita classe di lavoratori. ( anche se molti altri restano esclusi e i conti che non tornano mandano il paese..a quel paese! )
é bello mangiare coi soldi degli altri.

Simone Martini ha detto...
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Anonimo ha detto...

Chi si ricorda più di Gianfranco Miglio, considerato per anni ideologo della Lega, che ruppe poi con Bossi e comunque è poi passato a miglior vita nel 2001?
Ma gli ideologi attuali di questa accozzaglia di individui che vedono solo ad un metro di distanza dalla rete del loro orticello o capannone non hanno un decimo della finezza intellettuale di quella persona.
Per certi versi i leghisti hanno delle ragioni, ma accecati dalla loro piccineria intellettuale, trovano ed escogitano quasi sempre dei rimedi ridicoli ai guai che denunciano e di cui incolpano i terun planetari.
Se uno non ha coraggio, non può può darselo con un antifurto.
E a proposito di autosufficienza alimentare, cosa diversa dall'autarchia di fascista memoria,
proprio i leghisti potrebbero, se aprissero la mente, fare delle proposte interessanti come il loro ministro Zaia ha anche fatto.Ma troppi di loro pensano ancora di arroccarsi nelle loro fabbrichette ed aziendine agricole, industriali e artigianali per difendersi da una globalizzazione che per molti aspetti è assolutamente irreversibile.Pensate ad un Carlo Petrini creatore di Slow Food e dell'evento biennale Terra Madre.
Ve lo immaginate a berciare dal pulpito a fianco di un Bossi o un Calderoli o un Maroni?
Eppure difendono tutti le realtà locali.Forse, però "Carlin" Petrini conosce l'entità e la varietà delle superfici della Terra, da polo a polo, anche in senso politico.E sa che proporre di sparare agli immigrati naufraganti con le mitragliatrici,non farebbe sorridere neanche i pirati Somali.

Marco Sclarandis

Anonimo ha detto...

@3 leggiti questo: http://www.transitionitalia.it/download/la_transizione_agroalimentare.pdf

Frank Galvagno ha detto...

Il ragionamento di Marco Sclarandis mi sembra corretto. La forma nobile di federalismo è poi quella che "partiziona" l'Italia in entità che hanno un'indipendenza amministrativa, e così facendo si contrasta il verificarsi della "tragedia dei commons" e le sciagure conseguenti.

Circa l'autosufficienza alimentare, ero anch'io fermo ai conti di Simone Martini, e nutro qualche perplessità, specie quando andiamo a legare la densità abitativa con un'agricoltura non più foraggiata in continuo dai chemicals petrolchimici, il tutto accoppiato al GW

Anonimo ha detto...

http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2009/ago2009/lingua_democratica.htm
A questo URL si trova il limpido ed interessante articolo sulla lingua italiana citato da Terenzio Longobardi.
Un articolo che fa piazza pulita di tanti pregiudizi e ignoranze sulla nostra storia nazionale.
Ripeto qui in questo post una mia bislacca teoria sulla natura del nostro popolo.
Noi siamo una genià di cialtroni, e proprio a causa di ciò, chi vuole sfuggire alla cialtroneria diffusa, s'ingegna e se ha talento e lo esprime, ecco che si rivela un genio.Il fantomatico Genio Italico.La cialtroneria è un modo d'essere e come da definizione da dizionario (" Treccani")il cialtrone è "volgare, spregevole, arrogante, pettegolo, trasandato nell'operare, capace di far del male, o anche solo sciatto nel vestire e nel portamento e frettoloso e disattento nel lavoro".
Siamo sempre stati così?
Temo di sì, sebbene abbiamo delle attenuanti rintracciabili in tutta la storia patria.
Per converso, la fuga e la distanza dalla cialtroneria hanno prodotto schiere di compatrioti dediti all'eccellenza, sia in Patria che all'estero.
Un popolo che pratica e predica costantemente la propria denigrazione e l'autoassoluzione conseguente, che razza d'indole può avere? Riusciremo mai ad abbandonare definitivamente questa cialtroneria dalla nostra indole nazionale?
Io sono fiducioso, ma per guarire da una malattia, bisogna diagnosticarla e prendere il farmaco appropriato.
E un aspetto di questa malattia cronica è la cortissima memoria storica dell'Italiano Medio, e se è così, allora questa memoria bisogna allungarla, quel tanto
che basta a renderci consapevoli di quello che siamo.
Una frase mi è rimasta impressa da sempre,dovuta allo scrittore calabrese Giustino Fortunato.
"Sfasciume pendulo sul mare".
Noi Italici, abitiamo un terra che in gran parte, geologicamente parlando, è proprio uno sfasciume pendulo sul mare.
A chi verrebbe in mente di fondare una civiltà duratura su di un territorio del genere?
Forse soltanto a dei geniali cialtroni.

Marco Sclarandis.

Simone Martini ha detto...
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Corrado ha detto...

Un applauso per questo azzeccatissimo post.

Anonimo ha detto...

Italia, stato massonico creato ad arte da quel massone di Garibaldi, quei nanetti dei Savoia e quel terrorista di Mazzini.

Terenzio Longobardi ha detto...

Mi scuso se rispondo ad alcune osservazioni in ritardo, ma sono per un breve periodo in vacanza e cerco di stare il meno possibile al computer.
A Walter vorrei dire che i Borbone erano una dinastia franco - spagnola, a cui per varie vicende storiche era pervenuto il Regno di Napoli, mentre i Savoia erano autoctoni, cioè originari di quell'area appunto chiamata Savoia che comprendeva grossomodo il Piemonte, la val D'Aosta e alcune zone poi annesse alla Francia. I Borboni si erano poi italianizzati, anzi per meglio dire napoletanizzati, assumendone i peggiori difetti.
A Francesco Ganzetti, rispondo che tutte le questioni che cita, alcune condivisibili come l'abolizione dei contributi pubblici alla stampa, non c'entrino nulla con l'Unità dello Stato nazionale.
La risposta a Simone Martini richiederebbe più spazio e tempo. Se partecipa, come mi sembra, al forum di Aspoitalia, rimando alla discussione che si è svolta sull'argomento. Comunque, si può dire che se si assumesse un modello alimentare non basato sull'iperalimentazione e sull'abuso di proteine animali attuali, la disponibilità procapite di terreno agricolo, di pascoli e foreste degli italiani consentirebbe un limitato grado di autosufficienza alimentare. Nell'articolo ho fatto riferimento a una notizia che attribuiva all'Italia un 70% di autosufficienza alimentare. Non ricordavo la fonte, ma ho deciso comunque di accennare nel mio articolo allo studio in questione perchè ho dato priorità all'aspetto politico più che a quello quantitativo del livello amministrativo ottimale nella gestione delle risorse. Garantisce cioè un maggiore grado di autosufficienza alimentare lo Stato unitario o uno spezzatino secessionista? A me sembra evidente che la maggiore varietà della produzione alimentare dello Stato nazionale faccia propendere per quest'ultimo. Comunque possiamo approfondire tramite posta elettronica direttamente questo problema cruciale.
Infine alle affermazioni dietrologiche e antistoriche di Anonimo, faccio presente che quelle da lui citate erano persone di provata onestà e specchiata moralità. Garibaldi e Mazzini sono praticamente morti poveri e Garibaldi è stato un raro esempio di mito corrispondente alla realtà, un generale che non rimaneva tra le retrovie, ma combatteva fianco a fianco con i suoi soldati mettendo innumerevoli volte a rischio la propria vita per l'ideale di libertà dei popoli oppressi, non solo quello italiano. Siamo in una democrazia e tutte le opinioni sono legittime, bisognerebbe però avere più rispetto per chi si è sacrificato o è morto per l'unità del nostro paese e per la libertà anche di coloro che comodamente seduti dietro una tastiera di computer sputano sentenze.

Anonimo ha detto...

Io sono comodamente seduto, evidentemente solo io, tu invece scrivi stando in piedi.
Mazzini era un terrorista, chiedilo ai francesi.

Giuseppe Garibaldi, Gran Hierofante del Rito Egiziano del Menphis-Misraim.

Ma agli italiani i massoni piacciono, il parlamento ne è pieno e uno di loro è al governo.

Simone Martini ha detto...
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