domenica, gennaio 23, 2011

Tu chiamalo, se vuoi, unconventional.

Di Massimo Nicolazzi






Per chi non se fosse accorto, il maggior produttore di gas naturale al mondo (2009) non è la Russia; ma sono (ridiventati) gli Stati Uniti. Ha aiutato il calo della produzione russa. Però 624 miliardi di metri cubi anno sono in America record nazionale. Al lordo del Canada e della sua produzione significa autosufficienza superiore al 90% del consumo domestico. Ed una fungaia di rigassificatori utilizzabili per parte dell’anno per congressi, convegni e gite scolastiche. Ma la produzione americana non era in declino?

Dopo il picco e secondo la teoria del picco, la produzione di petrolio diminuisce seguendo l’andamento (discendente) di una curva a campana. Insomma cala di brutto. All’inizio degli anni settanta la produzione americana era arrivata dalle parti dei 10 milioni di barili/giorno. Nel 2008 era sotto i 5. Più che a campana, sembrava essere venuta giù a precipizio. Però attenzione. Nel 2009 rimbalza grosso modo dell’8% (410.000 barili/giorno, non bruscolini) tornando sopra i 5 milioni di b/g; e la stima 2010 è di un ulteriore (modesto) rimbalzo rispetto al 2009 (70.000 b/g). Anche le curve qualche volta si arricciano.

Il nome di moda è unconventional. L’aumento della produzione è colpa sua. Più del 50% del gas naturale prodotto negli Stati Uniti è unconventional. Una quota sempre più rilevante della produzione domestica di petrolio pure. Non convenzionale perché? Strani idrocarburi? Nuove scoperte? Nuovissime tecnologie?
Cominciamo dalla prima. Il gas è gas naturale ed il petrolio è petrolio, tali e quali quelli convenzionali (diversamente dal syncrude prodotto da sabbie o scisti bituminose in senso proprio). Se li abbiamo battezzati con un aggettivo in più è giusto perché sono in realtà figli inattesi. Così intrappolati nelle visceri della roccia da far disperare che ci potessero essere restituiti.

Il gas lo sentirete normalmente dividere in tre categorie. Tight Gas, Shale Gas, e Coal Bed Methane. L’ultimo di suo e’ metano “intrappolato” nel carbone. Come dire che una volta il gas era solo una minaccia per la sicurezza dell’estrazione; e invece adesso a volte si lascia giù il carbone e si tira su solo il metano. La distinzione tra gli altri due va sfumando nel linguaggio comune; e a sua volta il petrolio unconventional ha una componente sempre piu’ rilevante di shale oil.

Quel che li accomuna tutti è che si tratta di idrocarburi racchiusi (o mai usciti da) contenitori (rocce) impermeabili o comunque a bassissima permeabilità. Una roccia impermeabile è una roccia che non lascia passare il gas tra i suoi pori. L’idrocarburo che vi è racchiuso non è in comunicazione (idraulica) con gli altri. Una spugna e una roccia impermeabile possono in ipotesi trattenere lo stesso volume d’acqua. La spugna strizzandola la rilascia; la roccia impermeabile niente. Ogni poro della roccia è come fosse un giacimento indipendente. Per liberare l’ospite (che sia acqua, petrolio o gas) non basta strizzarla; bisogna distruggerla, o quantomeno farla a pezzi. Che è più o meno il modo in cui si produce una parte consistente dell’unconventional, ed in particolare quello da shale rock; e la caratteristica da cui nasce, appunto, la sua non convenzionalità.

Seconda domanda. Non sono una scoperta recente. Solo che prima non ce ne poteva importare di meno. Tirarli fuori era tecnicamente impegnativo; e pareva costare uno sproposito. Erano risorse, ma non riserve. L’idrocarburo c’era; ma dato che non era tecnicamente e/o economicamente producibile era come se non ci fosse. E dato che (economicamente) “non c’era” era inutile andarlo a cercare e perdere tempo a cercare di capire quanto ce ne fosse. Il che spiega perché, passati solo pochi anni da quando un po’ di unconventional è diventato riserva, le stime circa le risorse complessivamente disponibili si mantengano a dir poco fluttuanti. Per ora sappiamo che le risorse unconventional nel loro complesso potrebbero essere superiori a quelle convenzionali; ma quante di loro diventeranno riserve solo il futuro ci dira’. E’ troppo presto per dire se la Rivoluzione Americana sia una fiammata o possa e per quanto continuare a spingere in alto la produzione; ed e’ anche troppo presto per capire se e quanto sia estendibile alle risorse del nostro continente. Qualcuno annuncia rivoluzioni geopolitiche, e fine almeno temporanea della dipendenza dai produttori tradizionali (soprattutto di gas). Futuribile. La Polonia e’ indiziata di essere ricchissima di unconventional gas. Pero’ se volete predirla Oklahoma d’Europa ripassate non prima della fine del decennio.

Terza domanda. La tecnologia. Niente di nuovissimo. La combinazione tecnologica oggi piu’ usata - per le risorse, diciamo cosi’, “impermeabilizzate” - è semplice. Perforazione orizzontale più fratturazione idraulica. Perforazione orizzontale significa che arrivati alla profondità del deposito si riesce a scartare di lato, e a continuare orizzontalmente la perforazione “dentro” il giacimento. Fratturazione idraulica che attraverso il pozzo si aggredisce nei punti di contatto la roccia impermeabile con acqua (mista di regola a solventi od altri prodotti chimici) iniettata ad altra pressione, calcolata in modo da essere in grado di “fratturare” la roccia raggiunta. Insomma di fare a pezzi la prigione, consentendo così all’idrocarburo “ liberato” di venire in superficie.

I primi esempi di pratica di fratturazione idraulica sono del 1949. La capacità di andare orizzontali si è andata drammaticamente migliorando nel tempo; ma “deviare” un pozzo era processo già tecnicamente controllabile negli anni settanta dell’altro secolo. Lo shale, per citarne uno,che esista lo sappiamo da sempre; però abbiamo cominciato a produrlo massicciamente da adesso. L’”invenzione”, da sola e come (quasi) sempre, non spiega. Che qualcosa sia tecnicamente possibile non significa che sia economicamente fattibile. Tra il tecnico e l’economico spesso deve passare un lungo periodo di affinamento, che attraverso un continuo miglioramento di processo ti sviluppa e moltiplica la potenzialita’ industriale.

Da questo punto di vista la vicenda dell’unconventional non e’ altro che un pezzo della storia, sin qui di grande successo, del time to market della tecnologia degli idrocarburi. Drake fece fatica ad arrivare a 30 metri sottoterra, ed erano solo 150 anni fa. Oggi arriviamo a oltre 7000. Trivellare off-shore ti metteva a rischio di perderti in un bicchier d’acqua; ed oggi 3000 metri di profondita’ d’acqua sono a portata. Liberare l’idrocarburo dalla prigione impermeabile pareva (economicamente) mostruosita’ concettuale sino adun decennio fa; e da tre anni l’unconventional gas ha trasformato il mercato americano e segnato quello mondiale.

Madama tecnologia ha consentito sino ad oggi di trasformare risorse in riserve e riserve in produzione a volumi e prezzi compatibili con la domanda che cresceva e con la crescita della domanda. Avevamo definito unconventional alcune risorse fossili semplicemente perche’ per difficolta’, costo e rischio ci faceva strano di riuscire a produrne (e infatti qualcuno definisce unconventional anche la produzione in mare profondo). Il progresso tecnologico, gia’ oggi, ce ne assimila una parte consistente a risorse convenzionali. Madama, almeno per le rocce impermeabili, ha piallato la distinzione. Linearmente, se continua cosi’dovrebbe essere capace di farmi spremere tutto l’unconventional del mondo; e dunque poi tutte le sabbie;e le scisti bituminose; e quant’altro (magari compresi pure gli idrati e con tecniche che non ci facciano temere l’arrostimento del pianeta). Con tutte le risorse fossili che ancora stanno in giro, basta affidarsi a Madama e per picchi o scarsita’ si preoccupino quelli del secolo venturo.

Non e’ proprio cosi’. Anche a prescindere, per chi puo’, da qualunque problema di emissioni. Dal petrolio di Drake all’unconventional, Madama ci ha reso disponibile idrocarburi sempre piu’ “difficili”. Piu’ profondi, o piu’ restii a venire in superficie per semplice gradiente di pressione, o intrappolati in roccia a tenuta stagna, o altro. La difficolta’ ti apre due problemi. Uno e’ che l’evoluzione tecnologica per mantenere il suo record di time to market deve continuare a consentirti (in termini reali) di acquistare cio’ che e’ piu’ “difficile” a prezzi comparabili a quelli dell’antecedente piu’ “facile”. Senza petrolio non c’e’ mobilita’; ma se il costo di produzione di un barile schizza a 1000 Euro, o trovi altro che ti faccia muovere o alla mobilita’ ci rinunci. Madama sinora a farci muovere ce l’ha fatta, e benissimo. Ma i tempi di “affinamento” del nuovo concorrono a dirti che del domani , tanto per cambiare, non c’e’ certezza.

Il secondo e’ che piu’ “difficile” puo’ significare maggior potenziale di impatto ambientale e sociale. Soprattutto quando qualcosa va storto. L’eruzione di Macondo e’ troppo recente per dover esemplificare. Strappare l’idrocarburo alla roccia impermeabile vuol dire tantissima acqua, che “sporchi” di additivi alla partenza, che ti trascina fuori quel che ha incontrato fratturando rocce, e che alla fine ti trovi a dover smaltire. E soprattutto, per l’appunto, l’acqua “frattura” la roccia; e magari vuoi essere sicuro che cosi’ facendo non si diverta a contaminarti qualche falda idrica, o altro. La difficolta’, in definitiva , ti pone il dovere di affrontare in termini espliciti un tema di sostenibilita’ del rischio (o, se preferisci, dell’”impatto”).

In questo senso(e parlando di sostenibilita’ al lordo del tema emissioni)non e’ difficile predire che i limiti alla produzione di fossili in generale e di unconventional in particolare non saranno in futuro solamente e neanche principalmente limiti di risorse del sottosuolo o di capacita’ tecnico/economica di estrarne. I paletti alla produzione li porra’ molto piu’ pesantemente la regolazione (e non e’ detto che sia, o sia sempre un bene); ed il costo di produzione delle produzioni tecnologicamente di frontiera si dovrebbe progressivamente portare appresso (e qui dico sperabilmente) una sempre maggiore componente sicurezza.

Insomma non sara’, o non sara’ solo Madama tecnologia a farsi padrona dei nostri destini. Scienza e tecnologia spiegano ed aiutano, ma non e’ mestiere loro decidere. Il decidere (ed in particolare il decidere della sostenibilita’) dovrebbe essere della Politica; ma questo, come finale, e’ forse troppo unconventional.


Massimo Nicolazzi è Ceo di Centrex e autore de Il prezzo del petrolio (Milano, Boroli, 2009)

6 commenti:

Claudio Erba ha detto...

Articolo interessantissimo, esistono stime di produzione ci Unconventional Vs Standard e stime della somma delle due "fonti"?

Thanks!

giuseppe ha detto...

“ciò che conta nell’agricoltura (come nell’industria estrattiva) non è solo la produttività sociale del lavoro , ma anche la sua produttività naturale, che dipende dalle sue condizioni naturali. Può darsi che l’aumento della forza produttiva sociale nell’agricoltura non compensi che la diminuzione della forza naturale, oppure neanche riesca a raggiungere ciò – una simile compensazione può essere soltanto provvisoria – in maniera che qui malgrado lo sviluppo tecnologico, il prodotto non cala di prezzo, ma unicamente esso non rincara ancora di più. Può anche darsi che la quantità assoluta del prodotto diminuisca…”.
Carlo Marx, Libro Terzo, sezione sesta del Capitale.

Paolo ha detto...

Il buon senso dovrebbe portare a gettare la spugna, invece di ostinarsi ad estrarre quanto più è possibile dal sottosuolo, a costi di produzione e ambientali sempre più elevati, pur di mantenere a galla questo insostenibile paradigma di ricerca del profitto ad ogni costo e di sopraffazione della vivibilità umana.
Ma sono sempre più convinto che questa ostinazione si spingerà sempre più verso i limiti strutturali e di risorse del pianeta, con conseguenze difficilmente prevedibili per la tenuta ambientale.
Penso anche che nessuna evoluta tecnologia potrà mai garantire una produzione unconventional pari in quantità ed EROEI a quella convenzionale (gas e petrolio) che ha contraddistinto il boom economico dal dopoguerra in poi, irripetibile era per l'umanità di abbondanza assoluta...

Mammifero Bipede ha detto...

Oggi mi sento in vena di ottimismo. L'unconventional non credo sia in grado di sostenere questa "civiltà dello spreco", ma potrebbe tornarci utile per venirne fuori. Avremo bisogno di energia, e tanta, per transitare dalla follia attuale ad un mondo sostenibile. Ne avremo bisogno anche solo per disfare le innumerevoli criminali sciocchezze prodotte fin qui.
Ma la sfida vera sarà trovare e mettere in produzione giacimenti di intelligenza...

Stefano Marocco ha detto...

Venirne fuori? Perché qualcuno pensa che ci sia un problema? Semplicemente si continua a rispondere alla carenza di risorse scavandone altre, quindi come sempre. Nulla di nuovo.

raimondo ha detto...

Prof. Bardi vorrei tanto sapere se considera la riconversione dei gruppi petroliferi nei settore geotermico una strada percorribile.