giovedì, maggio 05, 2011

Crisi economica e identità nazionale

Al recente concerto del 1° maggio a Roma le 500.000 persone presenti all’evento, in maggioranza giovani, hanno cantato all’unisono le tre versioni dell’Inno di Mameli eseguite da vari interpreti, concludendo con un colossale e impressionante SI quella di Eugenio Finardi.

C’è chi continua a stupirsi di queste entusiastiche espressioni dello spirito nazionale che contraddistinguono il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e la notizia del giorno sembra essere che gli italiani amano il proprio paese. Ma in realtà questo stupore dimostra solo una scarsa conoscenza o comprensione della psicologia profonda del popolo italiano.

Si è spesso detto, sbagliando, che negli italiani sia carente l’identità nazionale.
L’equivoco nasce dal fatto che tale sentimento di appartenenza non è carente, ma solo latente e si manifesta con maggiore evidenza nei momenti di maggiore difficoltà del paese. E dalla confusione che spesso si fa tra senso della Nazione e senso dello Stato, la cui mancanza purtroppo, per ragioni storiche e antropologiche, è una dei tratti caratteristici del nostro popolo.
L’esempio che per primo mi viene in mente per spiegare questi concetti è l’episodio del film di Mario Monicelli “La grande guerra”, in cui i due soldati cialtroni interpretati splendidamente da Vittorio Gassman e Alberto Sordi, hanno un improvviso scatto di orgoglio nazionale andando incontro alla morte, per il rifiuto di rivelare la posizione dei commilitoni al comandante tedesco che ha disprezzato la loro italianità.

Gli italiani ora avvertono che il nostro paese sta vivendo un periodo storico difficile e gravido di possibili conseguenze negative. Non solo per i rischi di divisione alimentati dalla Lega Nord, ma soprattutto per i cambiamenti epocali che si preannunciano a seguito della crisi economica strutturale che stiamo vivendo. E come sempre, reagiscono con un rigurgito di orgoglio e coesione nazionale.

Sono convinto che l’Italia potrà affrontare meglio di altre nazioni gli inevitabili adattamenti socio economici necessari ad affrontare la fine della crescita economica e l’incombente scarsità di risorse energetiche prossime venture. Perché una delle caratteristiche precipue del nostro paese è l’estrema variabilità di ecosistemi e culture territoriali, con la quale sarà forse possibile rispondere più efficacemente alle maggiori necessità di autosufficienza alimentare ed energetica.
Però, questi vantaggi potenziali potranno divenire effettivi solo sviluppando una maggiore coesione sociale e limitando la tradizionale tendenza di molti italiani ad anteporre il proprio interesse individuale a quello della collettività di cui fanno parte.

Questa condizione esistenziale rappresenta il vero rischio della nostra nazione e si potrà contrastare solo con la forza dell’esempio di tutti coloro che invece hanno a cuore il bene comune.
Il primo a morire in battaglia durante la gloriosa spedizione dei Mille fu Desiderato Pietri, un opportunista che si era aggregato alla spedizione tentando di ricavarne qualche vantaggio economico personale. Eppure il fulgido esempio di Garibaldi e delle Camicie Rosse convinse anche lui a combattere per la causa comune dell’Unità d’Italia.

10 commenti:

Pierluigi Vernetto ha detto...

sono basito per la retorica nazionalistica e filo-piemontese di questo blog. Pensavo fosse un blog su energia ambiente e risorse e invece si fanno sempre questi pistolotti su Garibaldi e l'Unita' d'Italia. Per favore risparmiateci.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Pierluigi,

questo blog non ha una "linea" imposta da ASPO. I post sono espressione delle idee di chi li scrive e vanno presi come tali.

Personalmente, sono molto scettico su queste celebrazioni, che trovo solo retorica inutile. Io credo che fra qualche anno, l'Italia tornerà a essere un' "espressione geografica" come diceva Metternich. Ma questo non vuol dire che non si debbano rispettare opinioni diverse; come questa di Terenzio. Ci sono tanti argomenti su cui discutere e credo che quello dell'unità italiana non sia fuori tema

Dario ha detto...

C'è del vero in ciò che dici Terenzio. L'orgoglio nazionale c'è ancora, nonostante tutto e tutti, italiani beoti(mi ci metto anch'io) in primis.
Questo sentimento potrebbe addirittura essere una leva su cui far forza per il cambiamento. Potrebbe diventare un messaggio di "potenza" in un momento in cui si profilanppo grandi sacrifici. Se sarà sufficiente non lo so, ci vorranno grandi comunicatori per usarlo bene.

Dario ha detto...
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armando boccone ha detto...

In futuro ci sarà meno globalizzazione, sia perché è molto costosa in termini energetici (e alla lunga insostenibile) sia per gli sconvolgimenti sociali che comporta. Prevedo invece una maggiore importanza del livello nazionale nella soluzione di molti problemi. L’Italia non sta messa male come prospettive e penso che si possano creare molte sinergie fra le sue varie parti, anche se bisognerà sanare quel trauma avvenuto nel 1860 che ha portato a due Italie con interessi divisi e contrapposti.
Armando

Stefano Marocco ha detto...

Potrebbe essere pericoloso risvegliare i nazionalismi. Sono il preludio dell'odio e della violenza.
Preferisco: "Non più nemici, non più frontiere. Sono i confini rosse bandiere." (ognuno sostituisca rossa bandiera con l'ideale in cui crede).

Pippolillo ha detto...

"limitando la tradizionale tendenza di molti italiani ad anteporre il proprio interesse individuale a quello della collettività di cui fanno parte"

Questa frase estrapolata dall'articolo penso sia la più difficile da realizzare.
Gli italiani non hanno il Senso dello Stato proprio per la storia risorgimentale che ci contraddistingue, è stata unito un territorio con profonde divisioni economiche e sociali, già nelle prime riunioni del Parlamento veniva messo in luce che il sud era arretrato essendo basato in gran parte sul latifondo. D'altra parte le rivolte contadine sono state sedate col sangue ed anche il fenomeno del brigantaggio, in parte derivante da queste rivendicazioni, sappiamo che fine abbia fatto.
Io non sono così ottimista sulla nostra situazione di coesione sociale.

Spero che non si confonda l'orgoglio nazionale con le manifestazioni che in questi e nei prossimi mesi ci saranno qui a Torino.
Stiamo festeggiando dei corpi armati che non sono certo portatori di pace.
Tutti i discorsi retorici lasciamoli al ministro La Russa che è ben pagato per farli ma spero che i giovani che alla festa del 1° Maggio cantavano l'Inno di Mameli e Va Pensiero abbiano un'altra visione del nostro Paese.

Simone Martini ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Terenzio Longobardi ha detto...

Quando si è costretti a sintetizzare nel breve spazio di un blog analisi complesse si rischia di essere fraintesi, quindi debbo alcune spiegazioni:
1)A parte il tono indisponente e inopportuno, il Vernetto pone un problema reale, cioè la coerenza tra l’argomento trattato e il tema del blog. Non è chiaro a tutti, ma la riflessione sulle conseguenze sociali ed istituzionali in Italia della ridotta disponibilità di risorse energetiche che ci attende è un tema estremamente pertinente all’attività di un’associazione che si chiama Aspoitalia. Altrimenti si rischia di ridurre tutto ad un’arida e asettica elencazione di problemi tecnici avulsa dal cuore e dai sentimenti delle persone reali. Pensare di poter affrontare il tema della sostenibilità ambientale solo con la tecnologia, senza una profonda revisione dei modelli mentali che sostengono le attuali società e senza un radicale mutamento delle coscienze, è solo una pia illusione.
2)La valutazione di Ugo è opposta alla mia e per questo è particolarmente stimolante. E’ possibile che l’Italia diventi di nuovo un’espressione geografica come diceva il Metternich. Però, siccome una comunità nazionale è anche un aggregato di interessi, il fatto indiscutibile che il territorio nazionale italiano si presti molto più di altri a un’integrazione di risorse molto variabili da zona a zona, dovrebbe costituire un elemento di compattezza più che di disgregazione. Gli Stati Uniti, ad esempio, a causa delle enormi distanze tra gli stati rischiano secondo me molto di più un processo di dissoluzione. Non dimentichiamo inoltre che Herman Daly individuava proprio nello stato nazionale il livello ottimale della sostenibilità.
3)Non intendevo fare un discorso nazionalistico, ma semplicemente confutare sul piano storico e antropologico la tesi molto frequente finora di una presunta carenza di identità nazionale del popolo italiano. E mi pare che la storia e i fatti di questi giorni confermino le mie affermazioni.
4)Non penso che ci si debba vergognare di amare il proprio paese, il patriottismo è cosa diversa dal nazionalismo ed è un valore positivo in un tempo fondato esclusivamente su valori negativi come il denaro, il consumismo, il potere e via dicendo. Il ritorno a società fondate maggiormente su valori immateriali e di relazione è un presupposto indispensabile per tentare di arrestare, se siamo ancora in tempo, lo scivolamento planetario verso il baratro del superamento dei limiti. Penso che soprattutto i giovani oggi comincino a sentire questa esigenza. Per questo sono un ammiratore di Garibaldi, dei Mille e degli italiani che fecero l’Unità. Era gente seria che seppe anteporre valori come la patria, l’indipendenza, la libertà ai propri interessi personali, spesso pagando con la vita. Di Garibaldi sappiamo tutto, ma chi ricorda il bergamasco Francesco Nullo che, dopo aver combattuto accanto al generale tutte le battaglie per l’indipendenza, andò a morire in Polonia insieme ad altri italiani per difendere la libertà di quel popolo che, giustamente, ne ha fatto un suo eroe nazionale?

Silvano ha detto...

E' vero che l'Italia è caratterizzata da un'elevata variabilità di ecosistemi e culture territoriali tuttavia non so fino a che punto si possa tornare all' autosufficienza alimentare: in un secolo la popolazione è raddoppiata per non parlare delle perdite di terreno agricolo.

Per l'autosufficienza energetica
sono ottimista: mi auguro che fotovoltaico ed eolico d'alta quota possano sostituire i combustibili fossili prima che si superi il punto di non ritorno del riscaldamento globale.