sabato, giugno 20, 2009

Il mondo contadino




created by Andrea De Cesco






Con questo post vorrei fare eco al recente “I contadini e la crescita zero” di Ugo Bardi, per portare un contributo personale alla discussione un po' più esteso di quanto non si possa fare in un commento al post.

Pur premettendo che le mie esperienze e i libri di Farb si riferiscono a località e realtà molto lontane, completamente diverse tra di loro e che l'agricoltura non è una pratica che si sviluppi uniformemente in tutto il mondo, ma si adatta alle mutanti condizioni ambientali, climatiche e sociali, mi sento in dovere di portare il mio parere basato sulla mia esperienza riguardo il mondo contadino dell'Italia settentrionale negli anni '70 e più precisamente della campagna friulana.
Lo faccio perché, cresciuto in una società agricola negli anni in cui Farb scriveva il suo libro, posso dare un immagine diversa rispetto a queste opinioni che mi sembrano frutto di una forzatura di chi dall'esterno vede il mondo agricolo immobile e condannato alla rassegnazione perpetua, creando una generalizzazione tra varie realtà spesso molto diverse fra di loro.

Certamente il mondo agricolo è sempre stato un mondo conservatore, spesso anche politicamente, ma non poteva essere diversamente, in un ambiente in cui tutto il sapere veniva da secoli tramandato oralmente da padre in figlio, con corollario di credenze popolari ed errori, dovuti principalmente ad ignoranza e superstizione, ma si tenga in considerazione che ogni anno l'agricoltore doveva ricrearsi i mezzi per la propria sussistenza e commettere errori avrebbe significato comprometterla.
Far un gran numero di figli era una cosa ovvia in anni in cui la mortalità infantile era molto elevata, del resto la prolificità deve essere una caratteristica innata e presente nel patrimonio genetico dell'Homo sapiens, visto che l'ha portato a colonizzare l'intero pianeta e che se non ci fosse stata probabilmente l'avrebbe portato all'estinzione da molto tempo.
Inoltre più figli significava avere più braccia per lavorare in un mondo in cui il lavoro era essenzialmente sforzo fisico, le famiglie erano numerose in quanto traevano forza dal numero di componenti, inoltre non esisteva lo stato sociale e una qualunque malattia o infortunio di un membro adulto per una famiglia mononucleare avrebbe creato le condizioni per la morte per fame della stessa, visto che venivano a mancare due braccia indispensabili al sostentamento, cosa che non accadeva in una famiglia numerosa dove la mancanza di due braccia da lavoro veniva compensata dall'intervento di altri familiari.
Del resto questo modo di pensare riguardava anche le classi operaie già allora inurbate, tanto che a metà 800 fu coniato per le famiglie povere in cui l'unico mezzo di sostentamento e di garanzia per il futuro era solamente il lavoro dei figli il termine di proletariato.
Nel mio piccolo sono stato testimone di un passaggio epocale, dall'agricoltura tradizionale che usava ancora le tecniche tradizionali nonché la forza degli animali, praticata ancora dalla generazione dei miei nonni, nati ad inizio 900 a quella moderna dell'epoca dei miei genitori, nati negli anni 30 dello stesso secolo.
Devo dire che lo scontro fu molto forte, seppur non cruento, visto che la conoscenza accumulata in millenni di pratiche tradizionali diventava inutile, soppiantata dall'agricoltura meccanizzata, tutte le certezze fino ad allora accumulate venivano superate dal progresso tecnologico.
Gli anziani all'inizio vedevano questo progresso come una moda passeggera che poi avrebbe lasciato tutto come era prima e quindi ne diffidavano, per i giovani era l'inizio di un'epoca radiosa in cui l'agricoltura si affrancava dalla fatica fisica bestiale e diventava un settore produttivo analogo agli altri (industria, commercio) quindi apportatore di danaro e beni materiali non solo quindi mezzi di sostentamento, anche se continuava ad avere lo svantaggio di dover essere praticata all'aperto, quindi soggetta alle intemperie e alle variabili climatiche e soprattutto legata ad una stagionalità.
Lo sconvolgimento fu anche sociale, infatti le gerarchie interne alle comunità cambiavano, gli anziani perdevano il loro ruolo di guida della società che avevano avuto per millenni, ormai il loro ruolo non era più funzionale alla produzione la loro memoria, a volte fallace, non era più un metro di paragone, tutto cambiava.
A quel tempo scherzando questa generazione aveva un modo di affermare il suo disagio con una semplice frasetta “Quando ero giovane comandavano i vecchi e io dovevo ubbidire, oggi che sono vecchio comandano i giovani e io devo sempre ubbidire, chissà quando verrà il giorno in cui comanderò io?”.
Spesso non erano più le famiglie più abbienti a cogliere al meglio questo cambiamento, ma quelle composte da coloro che riuscivano a utilizzare proficuamente le risorse tecnologiche offerte, cioè persone che si erano un minimo istruite o che per un periodo erano emigrate altrove per lavoro ed erano venute in contatto con altre realtà agricole più evolute.
In quegli anni quindi una generazione si era trovata impreparata allo sviluppo della tecnologia, non sapeva usare i trattori, non conosceva i fertilizzanti e gli antiparassitari, non aveva nozioni di meccanica e di gestione aziendale neanche minime, quindi si trovo in breve superata dagli eventi.
Ma è sbagliato dire che quella generazione e le precedenti fossero restie al miglioramento al progresso, fu soltanto la velocità con cui avvenne che li trovò impreparati e non in grado di adeguarsi.
Non pensiamo che l'agricoltura fosse ferma nei millenni, ma solo che i progressi erano molto lenti, certo non era facile abbandonare pratiche consolidate per le novità, quindi queste dovevano essere introdotte molto lentamente.
Vengo da una zona in cui da più di 100 anni si coltivano i vitigni francesi, che hanno sostituito o affiancato le varietà autoctone, importati da un agricoltore illuminato, certamente un grosso agrario, che aveva visitato quel paese per istruirsi e poi si era riportato a casa il materiale di propagazione, lo distribuì e tutti gli altri accettarono la miglioria.
In quella come in altre realtà l'agricoltura era sempre in lento, impercettibile movimento, non era mai ferma (con tempi molto lunghi).
Del resto la patata, il mais, il pomodoro erano tutte specie estranee al mondo rurale italiano, e furono nei secoli lentamente introdotte, utilizzate e tramandate tanto da diventare la base alimentare delle popolazioni.

Non è neanche corretto affermare che le famiglie contadine siano sempre state individualiste, refrattarie alla cooperazione e che vedessero le risorse come non ampliabili e quindi tollerassero malvolentieri i progressi di una famiglia perché considerata una minaccia al benessere delle altre.
Proprio in Italia a partire da fine '800 si diffusero le prime cooperative, proprio legate alla produzione agricola, esempi come quelli dell'Emilia Romagna, del Veneto, del Friuli e successivamente del Trentino, furono da esempio, i caseifici, i circoli i consorzi, nacquero su queste basi e sono ancora un modello attualissimo.
Il vero problema delle comunità contadine erano in primis l'ignoranza e poi le piccole dimensioni delle comunità, ed il loro isolamento.
Non è possibile immaginare il progresso di una comunità o di una nazione, senza una adeguata istruzione, se le uniche informazioni sono quelle tramandate, riguardanti la mera sopravvivenza, non può esservi miglioramento delle condizioni di vita.
Molto spesso l'ignoranza era “coltivata”, dato che una massa ignorante e dipendente è più facilmente malleabile ed influenzabile (ma questo succede anche ai giorni nostri) da chi detiene il potere.
Inoltre le limitate dimensioni delle comunità facevano si che vi fosse una scarsa circolazione delle idee, in particolare quelle più innovative e “rivoluzionarie”, favorendo di fatto una omologazione dell'intera comunità al pensiero di poche persone, che dettavano legge, stabilendo quello che era o non era giusto.
Pertanto, anche un'innovazione tecnica introdotta in una comunità impiegava molto tempo ad essere accettata, ed anche quando questo accadeva faticava ad espandersi alle zone o alle altre comunità limitrofe
Può essere vero che a volte regnasse la rassegnazione ad un destino di miseria e di vita stentata, da cui si poteva fuggire solo con l'emigrazione, ma si consideri che per molti la rassegnazione traeva origine dal fatto che intere comunità spesso venivano tenute in condizioni di autentica sudditanza, dai vari poteri politici, economici o religiosi del tempo.
Infatti fino al secondo dopoguerra, molti agricoltori non erano nemmeno padroni del loro destino, in quanto mezzadri (la mezzadria rappresenta solamente un gradino sopra la servitù della gleba) quindi fornitori solamente di manodopera al padrone, senza alcun diritto sul terreno che lavoravano e senza garanzie per il futuro, in quanto il mezzadro e la sua famiglia, poteva essere allontanato dal fondo senza molti complimenti da parte del proprietario.
Venendo all'oggi, lo scenario che ci si presenta davanti è molto diverso, la diminuzione della disponibilità di energia da combustibili fossili non è una cosa da poco, sicuramente creerà degli scompensi enormi soprattutto nei paesi più poveri; fame, carestie disordini sociali saranno, anzi mi sembra lo siano già, all'ordine del giorno.
Ma a mio parere non è prevedibile un ritorno a quel passato.
Le nostre tecnologie e conoscenze si sono ampliate moltissimo, la mentalità è cambiata, certo non sarà facile abituarsi a delle situazioni di scomodità che si credevano superate, oppure neanche mai conosciute, ma sicuramente l'insieme delle professionalità degli sviluppi in campi come fisica, biologia, chimica, potranno fare in modo che l'agricoltura e gli agricoltori non ritornino indietro ai tempi bui della pura sussistenza.
La seconda fase dell' ”era del petrolio” sarà contraddistinta da un calo dei redditi e del tenore di vita medio, delle possibilità economiche e del possesso dei beni materiali, e per il mondo agricolo come per quello urbano industriale ci saranno difficoltà.
La scarsità di mezzi tecnici (fertilizzanti, antiparassitari, combustibili, attrezzature meccaniche) farà precipitare le produzioni agricole, ponendo problemi enormi di sussistenza in un pianeta sovrappopolato, ma sono fiducioso che in questo come in altri settori, l'uomo con la sua cultura sarà in grado di dare una prospettiva alla civiltà che ha costruito.

9 commenti:

Mark ha detto...

Io voglio essere ottimista, ma non sono del tutto convinto che in un momento di collasso non si possa regredire e perdere conoscenza.
In realtà se le condizioni fossero disastrose, cosa che spero non avvenga, come una enorme mortalità e crisi alimentare, energetica e via dicendo, le cose potrebbero davvero regredire fisiologicamente.
Basta pensare all'enorme perdita di conoscenze che si è avuta nella disgregazione dell'impero Romano.
Oggi è vero abbiamo una diffusa conoscenza umanistica e scientifica, ma lo è veramente? Cerco di spiegarmi, se ci fosse la necessità quanti noi sarebbero realmente in grado di ripararsi le cose di casa, il lavandino, l'automobile, anche la bicicletta? E poi crede davvero che l'istruzione di base scolastica sia sufficiente a formare un pensiero analitico e critico?
In Change, un bellissimo e fondamentale libro per formarsi un pensiero analitico, in sostanza si dice che un sistema non si cambia dall'interno. O come dice + o - un proverbio cinese "i pesci non si rendono conto dell'acqua". Infatti i grandi cambiamenti sistemici non sono mai giunti per volontà politica, le rivoluzioni quando hanno avuto successo, seguivano un cambiamento economico/energetico che per esigenze sistemiche porta a un cambio di regime.
Spero solo che questo cambiamento che sta avvenendo sia abbastanza rapido da farci avere una scrollata prima che sia tardi. Ora come ora potremmo ancora imboccare una via alternativa (ecologica…ecc) ma bisogna rendersi conto dell'acqua e non è facile.

Mark ha detto...

Sempre a proposito di perdita della conoscenza volevo aggiungere al discorso un link al mio blog, in cui riposto la notizia del licenziamento di 430 precari della ricerca ambientale dell’ISPRA.

http://www.up-comunicazione.com/pensierilaterali/2009/06/19/un-paese-senza-una-visione-del-futuro/

Francesco Ganzetti ha detto...

...Come ha sussurrato Napolitano più volte non si può tagliare tutta la spesa pubblica del 2% in mniera uniforme....é Questo è un paese senza fututro se si mandano a casa dei precari dell' ISPRA : atttenzione, ciò significa che dobbiamo lottare per chiudere qualcos'altro, vedi innumerovewli università di provincia o le provincie stesse, cmq qualcuno ci rimetterà, vedi gli innumerevoli proprietari di case affittate a studenti e attività commerciali connesse : se non crediamo che ciò sia moralmente giusto meglio lasciar perdere....

Ugo Bardi ha detto...

Caro Andrea, capisco il senso del tuo commento. Tuttavia, a mio parere, l'analisi di Peter Farb rimane valida.

Quello che ci stai descrivendo è il mondo contadino in una società in piena espansione per via dell'uso crescente dei combustibili fossili. In Italia, già verso la seconda metà dell'800, i contadini andavano a scuola e sapevano leggere. Si era poi diffuso un sistema finanziario mirato specificatamente al mondo agricolo. Tutto questo era posibile soltanto perché i combustibili fossili producevano un surplus che era impensabile in un'economia puramente agricola.

In sostanza, i contadini italiani di un secolo fa erano già enormemente diversi da quelli che erano i loro predecessori di un secolo ancora prima. Questi ultimi erano ancora a "zero surplus", in sostanza i "peones" che Farb descrive. Con l'esaurimento della breve fiammata dei combustibili fossili la condizione di zero surplus è quella a cui si deve finire per tornare nel mondo agricolo.

Anonimo ha detto...

Attribuire una condizione di "zero surplus" ai contadini del passato contraddice la presenza di tutti quei monumenti fatti costruire dai tagliagole (leggi: potenti o, per usare un corrispettivo moderno, dirigenti) dell'epoca e oggi fatti oggetto di "oooh!" e di "aaah!" bovinamente ammirati, senza la minima considerazione del sangue e delle lacrime col quale son stati messi insieme. Monumenti, sì... alla violenza.

Se i contadini fossero stati in una condizione di "zero surplus", non sarebbe stato possibile mettere al lavoro tante maestranze in "capolavori" inutili. Come invece si è fatto.

Anonimo ha detto...

P.S. Per tacere delle mirabolanti imprese militari che si sono susseguite nei secoli dei secoli. Amen.

Ugo Bardi ha detto...

Caro anonimo, "zero surplus" non significa che l'attività dei contadini non avesse surplus. Vuol dire soltanto che ogni surplus generato veniva immediatamente convogliato nelle tasche dei padroni. Con quel surplus, ci facevano piramidi, guerre, e tutto il resto; ma i padroni, non i contadini!

Anonimo ha detto...

"ma sono fiducioso che in questo come in altri settori, l'uomo con la sua cultura sarà in grado di dare una prospettiva alla civiltà che ha costruito."
E quando riuscirà a dare prospettiva alla civiltà che ha costruito, nel frattempo(e per quanto tempo) cosa sarà successo?
Il vero problema non è il dopo ma quello che sarà accaduto nel frattempo per arrivare al "dopo".
Le cifre da record dell'attività umana che ci ritroviamo in questo periodo tardo-petrolifero globale(sovrappopolazione inclusa) dovranno necessariamente sgonfiarsi e, viste le premesse attuali, non credo in modo dolce...

Paolo B.

Anonimo ha detto...

http://www.foodincmovie.com/hungry-for-change-cafeteria.php

Un documentario che esce in questi giorni in USA .. qui il Trailer e lo slogan sul sito indicativo per una revisione di ottiche perverse
Hungry for Change...sono i fallimenti a spingere a rivedere e cambiare.

Maria