venerdì, settembre 07, 2007

Trivellare o non trivellare?

Continua la polemica sulle trivellazioni in Val di Noto. "La Stampa" di qualche giorno fa pubblica un articolo di Mario Tozzi dal titolo "Svendere Noto per Quattro Soldi" contrario alle trivellazioni. Risponde Carlo Stagnaro con una lettera, sempre pubblicata sulla Stampa e con un post sul suo blog (Realismo Energetico) in cui definisce le affermazioni di Tozzi come "notorie scempiaggini". Risponde Tozzi a Stagnaro con una lettera e la polemica va avanti tirando in ballo anche ASPO-Italia, per una definizione di "picco del petrolio".

A parte disquisire sulla definizione esatta di picco del petrolio, vale la pena di esaminare la discussione sulla questione della Val di Noto, che ormai è andata avanti per un pezzo. La posizione di Tozzi, come appare dal suo articolo sulla Stampa, sembra essere rappresentativa di un'opinione abbastanza comune: non vale la pena estrarre petrolio in Val di Noto, dato che è poco in confronto ad altri giacimenti italiani, per esempio quelli della Basilicata. Tanto più, dice Tozzi, che il picco del petrolio sta arrivando.

E' un'opinione simile a quella che si legge spesso sulle trivellazioni in Alaska, nella zona detta il "rifugio nazionale della vita selvaggia", ANWR (Alaskan National Wildlife Refuge). Anche li', si dice che il petrolio che si potrebbe trovare non compenserebbe il declino dovuto all'imminente picco del petrolio.

Ma se veramente il picco del petrolio è imminente (come in effetti lo è) non dovremmo allora trivellare ovunque possibile per compensare il declino? Questa è, in effetti, una reazione tipica, come ho discusso in un mio articoletto recente dove avevo confrontato la reazione attuale al graduale esaurimento del petrolio con quella di oltre un secolo fa al graduale esaurimento delle balene. La reazione dei balenieri di quel tempo era stata di migliorare al massimo possibile l'efficienza delle loro navi, cercando di catturare più balene possibile nonostante che stessero diventando rare. Questo tentativo, ovviamente, aveva peggiorato il problema facendo diventare le balene ancora più rare. Il risultato finale era stato la sparizione quasi totale delle specie cacciate a quel tempo e il collasso dell'industria baleniera. La reazione dell'industria baleniera alla carenza di balene è un tipico esempio di "soluzioni controproducenti", come le ha descritte Donella Meadows.

Per il petrolio, l'effetto di affannarsi a scavare più buchi e scavare più in fondo, sarebbe lo stesso: un sollievo momentaneo che però a lungo andare peggiorerebbe il problema. Ma, al momento, non vediamo ancora la corsa affannosa a bucare tutto il possibile. Questo dipende dal fatto che il pubblico non si è ancora reso conto della gravità della situazione; il che rende possibile sostenere posizioni contrarie a nuove trivellazioni come nel caso della Val di Noto e dell'Alaska. Però, al momento in cui le cose si faranno più chiare, potrebbe andare male per i caribù dell'Alaska e potrebbe andare altrettanto male per i monumenti barocchi della Val di Noto. Per fortuna, in Val di Noto molto probabilmente di petrolio non ce n'è o ce n'è pochissimo.

Come per tutte le cose, esagerare in una direzione o in un'altra porta al disastro. Affannarsi a scavare buchi per cercare di "raschiare il fondo del barile" non ci porterà a niente, ma non possiamo nemmeno smettere di cercare il petrolio dove è ragionevolmente possibile trovarlo. Il petrolio deve durare ancora perlomeno un paio di decenni: ci deve servire a imparare fare a meno del petrolio.

Nei prossimi anni si deciderà il futuro di tutti noi. Se riusciremo a usare il petrolio per costruire le infrastrutture energetiche rinnovabili di una società che farà a meno del petrolio; allora, avremo fatto bene a bruciarlo. Se lo sprecheremo allegramente nei SUV e in cose del genere - come stiamo facendo adesso - allora avremo perso un'occasione che non si ripeterà mai più nella storia dell'umanità.



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Svendere Noto per quattro soldi
Mario Tozzi

"La Stampa" del 31 Agosto 2007

Dalla cattedrale di Noto appena restaurata non si vedrà di certo la piazzola di perforazione per la ricerca di idrocarburi e la bruttura paesaggistica di queste prime fasi di prospezione è senz’altro limitata (per non parlare dell’impatto ambientale praticamente assente). Ma il problema della ricerca di gas e petrolio nella Valle del Barocco siciliano non risiede certo nelle prime fasi della ricerca e le vere domande che ci si deve porre riguardano il futuro energetico e ambientale del nostro Paese. Specialmente tenendo conto che c’è già un esempio di come le cose possano andare quando si svende l’inclinazione turistica e naturalistica per un piatto di lenticchie. Per ora a Noto si cerca solo gas, ma sarebbe molto difficile arrestare le ricerche una volta che si dovesse riscontrare la presenza di idrocarburi liquidi (petrolio) invece che gassosi soltanto (infatti ci sono già altri operatori, autorizzati, al lavoro). E si capisce perché: nessuna attività industriale è remunerativa come l’estrazione e il commercio di idrocarburi, non a caso si parla delle più ricche corporation del mondo, che impiegano una tecnologia seconda solo a quella militare.

Le compagnie petrolifere lucrano guadagni astronomici sul barile di greggio nigeriano o sudamericano, paesi in cui debbono versare ben oltre il 50 per cento in royalties ai governi nazionali. Figuriamoci su quello italiano che, seppure di qualità inferiore, impone percentuali irrisorie (meno del 10 per cento). Insomma estrarre petrolio in Italia costa meno che altrove, anche tenendo conto della sua scarsa qualità e dei suoi costi di estrazione mediamente più elevati (6-8 dollari al barile contro 2-3). Del resto l’Italia non veniva considerata terra di petrolio e perciò le royalties imposte erano (e sono rimaste) così convenienti, in modo di attrarre potenzialità industriali. Questo fino a qualche anno fa, prima della scoperta del petrolio lucano.

Le stime sulle riserve di petrolio della Basilicata sono teoricamente eccezionali: si parla del più grande giacimento mai scoperto nell’Europa continentale (eccettuati, cioè, i giacimenti sottomarini del Mare del Nord): circa 154 mila barili di petrolio al giorno, cioè 960 milioni di barili di riserve stimate, cifra che farà passare da quasi il 4 per cento a circa il 9 per cento la produzione domestica. La Regione Basilicata guadagnerà circa un miliardo di euro in vent’anni, cifra che solo in apparenza sembra considerevole: in Venezuela le nuove royalties imposte dal presidente Chavèz (in pratica una nazionalizzazione coatta) hanno fatto infuriare le compagnie petrolifere (tra cui l’Eni) che minacciano di abbandonare il Paese (dimenticando chi sono i veri proprietari di quelle risorse).

Infrastrutture, indotto e occupazione ne hanno risentito positivamente, con la certezza, però, che si tratta comunque di investimenti a termine, perché - come è noto - il petrolio comunque finirà o costerà troppo in pochissimo tempo. E quando il petrolio sarà finito si rischia di rimanere con il territorio devastato e/o controllato dalle corporation, l’occupazione a zero, i frutteti abbandonati e le aree archeologiche o naturalistiche trascurate. Investire grandi potenzialità in quelle attività significa comunque non interessarsi più dei settori tradizionalmente forti del Sud d’Italia: agricoltura di pregio, turismo, beni culturali e parchi devono resistere comunque, se non ci si vuole trovare solo con un pugno di piazzole esauste e con un oleodotto sporco alla fine dell’orgia petrolifera.

A Noto come in Val d’Agri la domanda è la stessa: ha senso trasformare l’economia di una regione a vocazione eminentemente turistica e agricola per sfruttare una fonte energetica destinata a diventare troppo onerosa nell’immediato futuro? Che prezzo sociale e ambientale siamo disposti ancora a pagare per una risorsa effimera? Lo sviluppo legato ai combustibili fossili ha il fiato corto, soprattutto perché è figlio di una logica insensata dell’incremento dei consumi, come se la Terra fosse diventata improvvisamente inesauribile. Gli idrocarburi italiani non sfuggono a questa logica: denari spesi in opere la cui utilità è spesso dubbia e scarsa propensione al raffreddamento dei consumi. Con la possibilità concreta che, una volta terminato lo sfruttamento, quello che resta in mano sia davvero poca cosa. Di queste considerazioni non c’è eco nel dibattito, come se il «progresso» non dovesse mai fermarsi a riflettere, ma solo avanzare. Almeno a sapere verso dove.


...

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho trivellato in Sicilia in lungo e in largo, Gela, Ramacca, Piano Lupo, Troina, Ragusa, più i pozzi offshore. Ho imparato ad amare la Sicilia e i siciliani, e non vorrei mai nulla che potesse danneggiare questa splendida isola. Conosco Noto, gioiello barocco senza pari, e vederla in condizioni di incuria e abbandono mi ha causato rabbia e dolore. Personalmente non credo che un pozzo petrolifero possa rovinare l'ambiente o danneggiare la vocazione turistica di una regione,
ma se vogliamo fermare la perforazione mi sta bene.
Vorrei però che dopo la val di Noto non venisse dimenticata dal resto d'Italia e, purtroppo, anche dai suoi abitanti.
Anacho

Ugo Bardi ha detto...

Fa piacere avere questo commento da parte di "Anacho" che è un professionista dell'industria petrolifera e che vede i pro e i contro delle trivellazioni. Personalmente, non ho avuto occasione di visitare Noto, ma conosco bene altre zone della Sicilia. E' un peccato vederla così rovinata - soprattutto sulle coste. L'edilizia selvaggia, a mio parere, fa molti più danni di qualsiasi trivellazione

Carlo Stagnaro ha detto...

Grazie del link. Per non apparire inutilmente offensivo, ci tengo a precisare che "notorie scempiaggini" è un gioco di parole sullo "scempio di Noto" denunciato da Camilleri, tant'è che nel mio posto linka un divertissement che non esisterebbe senza l'aiuto di un collega di Anacho.

Nel merito del post, non credo si possa liquidare la definizione che Tozzi dà di peak oil, perché essa mette in discussione tutta la teoria di cui lei è sostenitore (e io avversario). Intanto, è priva di senso economico, dacché in economia "troppo" non significa nulla se non si dice rispetto a cosa. 60-80 dollari al barile parevano "troppi" alcuni anni fa, salvo poi scoprire che insomma, un po' rompe le scatole ma si vive lo stesso. Inoltre uno degli argomenti dei peak oilers - mi corregga se sbaglio - è proprio che il picco dipende da ragioni geologiche e non è influenzato da variabili economiche, laddove io sostengo la tesi diametralmente opposta. Ora, un peak oiler direbbe che l'andamento dei prezzi può rendere la curva della produzione più o meno piatta e lunga (versus alta e stretta) ma non alterarne la forma. Ma definire il picco in virtù dei prezzi mi pare una notoria scempiaggine davvero (senza alcun riferimento alla capitale del Barocco siciliano).

Comunque sul tema torneremo presto, come IBL, con un paper di Michael Lynch che contesta (sarò politicamente corretto in quanto ospite del vostro blog, sul mio direi: confuta ;-) ) le teorie del peak oil. Spero avremo occasione di confrontarci anche su quello.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Stagnaro,

infatti nel mio commento avevo definito la frase di Tozzi come "alquanto infelice", ma mi è parsa più dovuta alla foga di rispondere che a un pensiero approfondito che mette in discussione tutta la teoria. E' ovvio che dire che il petrolio "costerà troppo" al picco non significa gran che, ma si potrebbe sostenere che si riferisce al fenomeno della "distruzione della domanda" che molti si aspettano dopo il picco.

Semmai, è interessante commentare che, in effetti, molti picchisti, incluso Colin Campbell, enfatizzano l'origine geologica del picco. Questo è perché la maggior parte di loro sono geologi. Ma non c'è nessuna ragione per la quale la geologia da sola dovrebbe causare un picco di produzione.

In effetti, il picco è il risultato di una combinazione di fattori economici e geologici. La faccenda ha bisogno di essere spiegata in un certo dettaglio, cosa che sto cercando di fare in un articolo che sto scrivendo in questo periodo. Ma con un milione di cose da fare....

Comunque, aspetto di leggere Lynch sul suo Blog. Lo conosco, e non ne sono molto impressionato; comunque il confronto è sempre utile.

Saluti

Frank Galvagno ha detto...

"...il picco dipende da ragioni geologiche e non è influenzato da variabili economiche, laddove io sostengo la tesi diametralmente opposta..."

Buongiorno sig. Stagnaro, leggendo questa parte mi vengono in mente un paio di considerazioni.

Le "variabili economiche" cui si riferisce lei suppongo siano quella macro, alias inflazione, tassi, cambi etc.
La mia visione (che puà anche essere sbagliata) è che tali fattori influenzano IL PROFILO della curva di produzione del petrolio. Ma si tratta di PERTURBAZIONI, legate alle decisioni strategiche di vari Paesi in un certo periodo.
Quello che è veramente determinante è invece la DISPONIBILITA' GEOLOGICA (quantità, distribuzione, accessibilità) degli idrocarburi. Le stime ci indicano che siamo al 50%. Per il restante 50% possiamo giocarci un po' la semicampana destra. Forse la cosa migliore sarebbe scendere subito dal picco con una certa velocità per perdere quota, per poi continuare con una discesa a pendenza molto blanda, confidando nella capacità di "tirare la cinghia" e di far decollare le Rinnovabili. L'area sottesa da una curva non perdona, specie quando è un numero FINITO.
Lo scenario di per sè è già difficile, ma si scontra con il mito della crescita (pure).
La matematica si scontra con la psicologia. Quale delle due è più labile ? (Domanda retorica).

Immagini un viaggio: 5 amici in un'automobile con il pieno di benzina, che vogliono farsi il giro della Corsica. 1200 km di autonomia. La traiettoria del viaggio dipenderà dalle scelte del gruppo. Anche la durata delle fermate, e la velocità di crociera: quindi, il tempo complessivo.
Ma alla fine del viaggio, la sostanza sarà sempre la stessa. Avranno fatto il giro della Corsica. Gli amici con le loro decisioni rappresentano i fattori economici, il pieno nel serbatoio quello geologico. Qual è il fattore dominante?

Carlo Stagnaro ha detto...

No, per "variabili economiche" mi riferisco soprattutto alla relazione tra domanda e offerta. Il discorso sarebbe lunghissimo e non può essere affrontato tra i commenti di un blog, ma la questione mi pare che stia sostanzialmente nel fatto che è il prezzo a "creare" le risorse (che, anche per poter essere messe a libro, devono poter essere estratte con profitto agli attuali prezzi e all'attuale stato delle conoscenze tecnologiche). Se non fosse stato per le crisi degli anni Settanta non avremmo cercato greggio fuori dall'Opec e, probabilmente, avremmo fatto un uso molto meno intenso del gas. Non vedo perché questo schema non si debba ripetere nel futuro.

Frank Galvagno ha detto...

Buongiorno,
la relazione domanda-offerta è una cosa vecchia come il mondo, non dico sbagliata ma sicuramente insufficiente a "scrutare" i destini ultimi di lungo periodo, quando si avvicinano spartiacque energetici (quelli che sono alla base di conflitti militari di una certa portata, per capirci).

Può andare bene per orientarsi nel breve e medio periodo, a livello di convenienza di prezzi. Non di più.

Non dico che quello che scrive lei nel commento sia sbagliato, anzi. Ma si tratta di considerazioni di contorno, che ben poco possono fare nell'attuale status energetico, essendone per loro natura una conseguenza.

Non sono d'accordo sul suo passaggio circa la crisi degli anni '70. Più che la favola dell'Uomo che in condizioni difficili fa chissà quali scoperte, direi che si è trattato di un passaggio politico militare, in cui USA e alleati hanno OTTENUTO IL CONTROLLO, con mezzi militari, dell'ACCESSO a risorse petrolifere GIA' NOTE. Nessuna grande scoperta, semplicemente atti di potenza.

Infine mi sembra di capire che lei non abbia colto il concetto delle soluzioni "controproducenti" del post. La sua fiducia nella "tecnologia che salva il mondo" è poco futuribile se applicata a risorse fossili; acquista invece un significato più profondo se applicata al concetto di Energie Rinnovabili e di decrescita.

Anonimo ha detto...

La definizione del picco del petrolio come "il punto in cui il costo del petrolio sarà troppo alto" non è, a mio parere, così infelice. Forse in economia "troppo" non significherà nulla se non si dice rispetto a cosa. Ma in fisica le cose stanno diversamente. C'è una moneta di scambio, in corso legale in tutti i Paesi, che si chiama Joule, rispetto alla quale il "poco" e il "troppo" acquistano un significato assoluto. Infatti basta mettere un aggettivo nella definizione: "il punto in cui il costo energetico del petrolio sarà troppo alto", cioè esprimere il costo nella nostra moneta universale, e la definizione stessa diviene già più accettabile. E' evidente che non si ha picco del petrolio se il costo energetico del petrolio non diventa troppo alto. Se ce ne infischiamo del costo energetico possiamo estrarre a piacimento dalle sabbie e dalle scisti, dal fondo della Fossa delle Marianne e, non contenti, metterci a produrre petrolio sintetico a volontà con il processo di Fischer-Tropsch. Ecco trasformato il petrolio in una fonte rinnovabile. Il fatto è che il costo energetico di un barile di petrolio, inteso come fonte di energia, ha un suo "troppo" in termini assoluti, e questo troppo si raggiunge sicuramente nel momento in cui occorre bruciare un barile di petrolio per estrarre un barile di petrolio. A scanso di equivoci, il miglioramento delle tecniche estrattive può far scendere (di poco) il costo energetico, ma esistono limiti termodinamici sotto i quali non si può scendere. In conclusione, la "definizione infelice" diventa praticamente ineccepibile se la si riformula nel seguente modo: "il punto in cui il costo energetico medio del petrolio diviene troppo alto affinché possa essere mantenuto l'attuale livello di produzione".

Anonimo ha detto...

Aggiungo un'osservazione per il sig. Stagnaro. Il prezzo non crea le risorse, ma le mette in gioco, ovvero sul mercato. La crisi degli anni Settanta ha messo in gioco del petrolio e del gas fuori Opec, sì, ma ad un prezzo sensibilmente più alto che nell'era pre-crisi. I prezzi di una volta non li abbiamo, purtroppo, mai più visti. Il suo schema può ripetersi nel futuro, come Lei auspica. Le sabbie, le scisti bituminose, i giacimenti profondi e quant'altro, di cui parlavo nel precedente commento, possono essere benissimo messi in gioco. La questione interessante è: a quale livello di prezzo del petrolio? Infine, tenga presente che per sfruttare gran parte degli idrocarburi presenti sul pianeta occorre consumare più energia di quanta essi stessi possono fornire, e questo indipendentemente dalla nostra tecnologia. Il progresso tecnologico non può battere le leggi della termodinamica. Nessun livello di prezzo del petrolio, insomma, potrà mai mettere in gioco questi giacimenti.

Mario ha detto...

L'affermazione di Stagnaro che 'è il prezzo a "creare" le risorse' andrebbe discussa nel caso delle risorse energetiche. Cosa significa "creare" una risorsa energetica?
E' possibile mantenere gli attuali flussi energetici o addirittura aumentarli semplicemente "creando" nuove risorse di energia tramite il meccanismo dei prezzi?

Anonimo ha detto...

L'aumento dei prezzi, ovviamente, non "crea" nessuna risorsa.
Semplicemente rende conveniente andare a sfruttare risorse altrimenti antieconomiche, adesso le oil company vanno a cercare l'olio in posti tipo West of Shetland, o mettono in produzione sputi che prima avrebbero meritato solo un bel tappo di cemento.
Credo che questo non riuscirà ad alzare la produzione (gli sputi sono sputi, produrre da WOS... preferisco lo facciano gli altri), ma potrebbe avere l'effetto di rendere più "piatto" il picco (mi riservo smentita, stanno uscendo un mucchio di impianti, vedi qui: http://tinyurl.com/27uhbb e magari faranno un mucchio di scoperte eccitanti).
E credo che questo sia un fattore essenziale, penuria di petrolio e prezzi alti ma con una produzione sufficiente a far uscire corrente dalle prese spingerebbe inesorabilmente verso le rinnovabili, dando sufficiente tempo per ripensare tutto il sistema energetico.
Per tornare all'argomento iniziale il giacimento di Noto (se c'è) è classificabile come "sputo", ben altra lotta si accenderà per il gas dell'Alto Adriatico, sono circa 30 miliardi di metri cubi.
Anacho

pietro cambi ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
pietro cambi ha detto...

Tozzi ha due enormi difetti ( e lo dico, in modo scherzoso, da semi-collega, essendo ANCHE geologo):
1) E' un geologo
2) E' un Homo televisivus

Insomma il difetto 1) gli lascia pochi strumenti analitici per quanto riguarda sia la modellazione numerica della realtà fisica che la modellazione ( uh, ancora quanto imperfetta) della realtà (?) economica.

Pero' una cosa possiamo dire per certo: Che lasciare alle sole forze economiche di trovare un riassestamento tra la realtà fisica di risorse limitate e la "realta'"economica di una crescita continua, beh puo' darsi che sia efficiente ma e' dolorosissimo e proprio per le fasce piu' deboli della popolazione.
La storia ci insegna che quello che vediamo come una linea continua con qualche bozzolo e' in realta' una successione di tranquille crescite e distruttive decrescite, con milioni di persone in mezzo ad una strada.

La crisi che ci sta' davanti e' una crisi a molti poli ( un giornalista e scrittore americano, Kunstler la chiama, efficacemente "clusterfuck" da cui NON se ne puo' uscire lasciando che il mercato faccia il suo corso, esattamente come, di fronte ad una persona con una piaga suppurativa, non ce ne possiamo uscire con l'affermazione che la natura debba fare il suo corso.

Vista in altri termini: ci sono voluti ( almeno) 60 anni per creare l'attuale mix energetico e di mobilita' e , anche con le stime piu' rosee, NON abbiamo neanche la meta' di questo tempo per uscirne.
Chiudo dicendo che, PROPRIO perche' sono consapevole della ENORME sfida che abbiamo davanti non sono contrario ai pozzi di Noto.
Non lo sono perche' siamo GIA' in emergenza e non lo sono a patto che questa emergenza venga ammessa, dichiarata e posta al nr 1 della lista delle cose da prendere in considerazione.

Insomma, SE si dichiarasse la situazione concreta di ENORME rischio per il futuro del paese, di un paese che, con il mix attuale energetico sara' completamente asservito alla politica ( ANCHE proseguita con altri mezzi...) energetica delle due "super" potenze mondiali USA e Russia, esattamente come un vaso di coccio tra vasi di ferro di Manzoniana memoria, SE i pozzi fossero fatti con lo scopo non economico ma della realizzazione di una riserva strategica italica, al contempo, dichiarandola, questa emergenza, beh, allora la cosa cambierebbe aspetto.

Ma in un paese che in pratica non ha un piano energetico nazionale siamo ancora all'anno zero.

Gli ASPISTI, e non siamo noi a dichiararlo ma anche qualche presidente di compagnia petrolifera ( Ugo potra' confermare) NON sono antipetroliferi, anche se spesso non approviamo la politica energetica e quella internazionale basate sul petrolio. ANZI, noi ne comprendiamo, credo, l'importanza, la sua unicità e preziosità e ci ribelliamo all'idea di bruciarlo in una stufa per riscaldarci o in una stufa semovente per spostarci.

Pietro C.

Carlo Stagnaro ha detto...

Cambi scrive: "ci sono voluti ( almeno) 60 anni per creare l'attuale mix energetico e di mobilita' e , anche con le stime piu' rosee, NON abbiamo neanche la meta' di questo tempo per uscirne". Io non sono un picchista, ma lasciatemi per un momento giocare sul vostro terreno.

L'arrivo del picco, diciamo, nel 2011 (mi pare sia questa la stima più gettonata tra i peak oilers) non vuol dire la fine del petrolio nel 2011: vuol dire che saremo arrivati a metà delle risorse. Inoltre, dice Anacho, lo sfruttamento delle risorse non convenzionali e la scoperta dei giacimenti ancora ignoti o non sfruttati, contribuiranno a rendere il picco più piatto. Questo, in effetti, ci dà un sacco di tempo e non è detto che sia incompatibile con una riconversione _di_mercato_ del nostro parco tecnologico.

Dopo di che, lo ripeto, io sono perplesso di fronte alla stessa teoria del picco che mi pare poggi su una modellazione semplicistica di roba molto complessa.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Stagnaro,

ho sentito anche oggi a ASPO-6 sostenere che i nuovi sviluppi tecnologici porteranno a una stagnazione invece che a un picco. Sembra, infatti, che sia di moda parlare di "oil plateau" piuttosto che "peak oil". Personalmente mi permetto di essere un po' scettico; i modelli che uso mi danno spesso la discesa molto piu' rapida della salita: lo stesso risultato lo ottiene il prof Guseo dell`universita` di PAdova.

Comunque, allo stadi attuale sembra esserci un accordo sul fatto che la produzione attuale non potra` aumentare di molto. Piu' di uno oggi a Cork ha detto che 100 milioni di barili sono un traguardo che non raggiungeremo mai. Questo e' gia' qualcosa.

Vedo comunque che l'argomento picco la interessa. Le propongo di venire ad ASPO-7 che dovrebbe essere a Barcellona l'anno prossimo per verificare di persona cosa pensano i picchisti.

Anonimo ha detto...

Hanno trivellato la Sicilia in lungo e in largo alla ricerca di gas e petrolio (alle volte fuoriusciva solo acqua e alle volte niente come nello Yemen dove hanno perforato fino a 2 km sotto terra senza risultati alcuni). La promessa siciliana di tutti questi beni del sottosuolo (da Gela a Ragusa) generò allora una vera e propria sovrapproduzione di beni industriali delle industrie del Nord Italia (dalla pasta, alla carne in scatola, alle cucine, alle concerie e quanto altro): un'enorme bontà che, siccome sono stupidi, ne fecero godere la Romanità e pure il Sud Italia (ma forse anche la Toscana che oggi è pressochè intonsa). Comunque c'è poco da ridere perchè questa enorme infelicità prodottasi nel Nord Italia (di origine industriale) finì per trivellarmi anche un occhio, ma di petrolio -evidentemente- non ne trovarono affatto! Oggi sono un infelice, ahimè, con qualche canzone che mi tira su di un poco il morale tra una sega e l'altra.
Viva la Marcegaglia, Viva tutti gli zozzi italiani, e mettiamo pure a morte i feriti d'Italia (tanto c'è pure il libro :"La ferita dei non amati"come il sottoscritto). Viva la Chiesa Culonica!