sabato, aprile 19, 2008

Perché l’OPEC non aumenta la produzione col barile oltre i 100 dollari?



Lo studio del Picco del Petrolio, delle sue cause e implicazioni, rientra nella casistica dei cosidetti "modelli dinamici". Come tale è fortemente interdisciplinare e coinvolge un gran numero di scienze fondamentali.

In questo guest post, uno studente di Economia ci propone un estratto della sua tesi di laurea, in cui trova ampio spazio la sfaccettatura economica del Picco.

Grazie a Matteo per questo interessante contributo.
Perché l’OPEC non aumenta la produzione col barile oltre i 100 dollari?


created by Matteo Terrevazzi

In un'ottica “picchista”, la risposta a questa domanda è semplice: perché non ne ha la possibilità, dato che i rubinetti sono già aperti al massimo e molti dei suoi giacimenti sono ormai giunti all’inizio del proprio declino produttivo. Proviamo ora, invece, tenendo buona l’ipotesi che la produzione OPEC sia vicina al picco produttivo come sostenuto da ASPO, che esista qualche minima capacità di incrementare la produzione petrolifera Saudita: ma davvero gli arabi ne avrebbero l’interesse?

Cremer e Salehi-Isfahani[1] già all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, cercano di modellizzare il comportamento dei paesi OPEC anziché concentrarsi sulla forma del mercato petrolifero – monopolistica, oligopolistica ecc – concentrando i loro studi su aspetti finanziari e fiscali. Il loro modello, definito di Target Revenue, è incentrato sull’idea che i paesi produttori decidano l’offerta di greggio da immettere nel mercato in base ad un obiettivo di gettito fiscale (costituito dalle royalties e dalla compartecipazione agli utili delle società petrolifere) e che al raggiungimento di tale obiettivo, dipendente dal prezzo del petrolio, essi soddisfino il proprio fabbisogno finanziario e da quel punto diminuiscano la produzione petrolifera all’aumentare del prezzo del petrolio, al fine di mantenere un gettito costante. Questo comportamento è plausibile se si ipotizza una diversa capacità di assorbimento degli investimenti che i paesi OPEC avrebbero rispetto alle economie industrializzate. In altri termini, i paesi produttori di petrolio possono impiegare solamente uno stock limitato di capitali per effettuare investimenti all’interno del proprio Paese con un rendimento accettabile.
Economicamente, questo implica una curva di offerta autoregressiva: fino a quando l’obiettivo di gettito non è raggiunto, la produzione petrolifera cresce all’aumentare del prezzo, mentre, in seguito, se il prezzo del petrolio aumenta, allora i paesi OPEC abbassano il livello della produzione in quanto l’eccesso di introiti derivanti dalla vendita del petrolio non potrebbe essere impiegato vantaggiosamente. Graficamente la curva di offerta è riportata qui sotto.






Dal punto di vista della domanda, giocano un ruolo cruciale per la determinazione dell’equilibrio di mercato l’elasticità e l’altezza:






Se la curva di domanda è rigida, essa incontra l’offerta nei punti E3 ed E4: mentre in E4 siamo in presenza di un equilibrio di tipo stabile con la curva di domanda che taglia da sopra la curva dell’offerta positivamente inclinata, in E3 l’equilibrio tra domanda ed offerta è instabile.
La curva d’offerta, infatti, in quel tratto è negativamente inclinata e con un prezzo superiore a P3 si avrà un eccesso di domanda che provoca una spinta dei prezzi verso l’alto. L’aumento dei prezzi amplifica ulteriormente il gap tra domanda ed offerta ed il mercato non è in grado di frenare l’ascesa dei prezzi. Lo stesso discorso vale nell’ipotesi di una riduzione dei prezzi, che provoca un’aumento della quantità prodotta superiore all’aumento di domanda, causando un crescente eccesso di offerta ed un crollo dei prezzi. L’esistenza di questi punti di equilibrio instabile determina le oscillazioni di prezzo, anche violente, che possono essere osservate sul mercato.

Il modello si è dimostrato storicamente valido per le economie di paesi in cui la componente petrolio è importante, in relazione alle entrate totali: Libia, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. Per l’Arabia Saudita ci sono anche motivazioni politiche che la spingono a produrre oltre il necessario e ad investire i proventi in attività finanziare straniere.

Logiche di tipo Target Revenue possono ritrovarsi nelle ultimissime dichiarazioni dei meeting OPEC, in cui si è sempre scaricata la colpa sull’inefficienza dei mercati finanziari occidentali, responsabili attraverso un eccesso di speculazione dell’incremento fuori controllo del prezzo del petrolio quando, secondo i membri OPEC, i “fondamentali” sono buoni: domanda e offerta, cioè, sono in equilibro e non ci sono spinte al rialzo dei prezzi. Sotto queste dichiarazioni, a mio avviso, c’è il tentativo di evitare di segnalare al mercato quale sia l’effettiva capacità produttiva aggiuntiva OPEC (forse perché è davvero vicina allo zero?) e di non utilizzarla per due essenziali ragioni:
1. Le entrate petrolifere sono già ottime e, a parte utilizzarle per comprarsi rubinetti d’oro o salvare banche americane rovinate dai mutui subprime, gli arabi non sanno cosa farsene;
2. Immettere petrolio aggiuntivo porterebbe a far cambiare idea agli operatori che speculano sul rialzo del petrolio per convinzioni di tipo peak-oil e provocherebbe l’inizio della discesa dei prezzi.

[1] Cremer, J. and Salehi-Isfahani, D. (1980), ‘Competitive Pricing in the Oil Market: How Important is OPEC?’, Working Paper, University of Pennsylvania, Phil.


[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

6 commenti:

roberto ha detto...

trovo assai strana la teoria che chi puo' guadagnare di piu' non lo fa perche' non sa dove mettere i soldi.
trovo molto piu' semplice pensare che non ha altro petrolio o che preferisce tenerlo perche' sa che prima o poi finira'.


roberto de falco.

Anonimo ha detto...

Trovo questo contributo di Matteo T. interessante: fornisce una lettura dell'andamento del prezzo sicuramente fondata; le conclusioni che ne trae sono però dissonanti da quanto affermato. Prima si dimostra che gli obiettivi interni degli esportatori contano molto sul prezzo, e ne costituiscono i fondamentali, poi si ritorna al ruolo della speculazione ;)
Cataldo

Alessandro ha detto...

Cmq resta il fatto ke in questi giorni si sono sentite autorevoli campane a morto su diversi giacimenti giganti di petrolio. Considerando poi il caos a livello mondiale se fosse davvero un problema di economia e non di esaurimento delle risorse qualcuno di molto grosso avrebbe provveduto a sistemare le cose come nella sua natura ;)
La realtà è ke troppi ex poveri vogliono e stanno diventando come noi e la ns civiltà occidentale non è attrezzata x sostenerli.
Inoltre ritengo ke qualcuno, ke non è il signore ke potrebbe fare la voce grossa, stia approffittando della situazione x cambiare gli equilibri del mondo e sostituirsi a lui.
Teoria complottista ke spiegherebbe come mai il dollaro crolla senzafine e danneggia principalmente l'economia e la finanza di un solo paese.
A pensar male si fa peccato ma potrebbe ke ci si indovina ;)

MAX_ALEX

Anonimo ha detto...

Teoria economica di sicuro interesse... Mi pare un buon punto di vista.
Sebbene la storicità di questa teoria è chiara, ho qualche dubbio circa gli scenari futuri. Mi pare di osservare che in questi anni le scelte di investimento degli arabi stiano lentamente cambiando. Sempre più si osserva di come i vari sceicchi si stiano addentrando con i loro capitali all'interno di società occidentali più o meno grosse.
Si può dunque prevedere un cambiamento nelle scelte economiche dei paesi OPEC a condizione del fatto che questo modello possa non valere più in un futuro prossimo?
Marco

Matteo T. ha detto...

@Roberto: "chi puo' guadagnare di piu' non lo fa perche' non sa dove mettere i soldi" è economicamente una teoria molto valida: ad esempio Modigliani (Nobel italiano) l'ha definita una scelta di "consumption smoothing". Un esempio semplice (non petrolifero!) per comprendere il significato: un attore come Tom Cruise (dato il suo enorme cachet) sceglierà di recitare in un anno tre film e nel successivo nessuno, oppure cercherà di avere lavoro costante anno dopo anno, che porta ad uno stipendio più o meno costante? Dopo che ha guadagnato 100 milioni con due film in anno, se anche guadagnasse 50 milioni in più con il terzo film, non è che il suo stile di vita cambia, è già elevatissimo e pertanto, "non se fa nulla" dei soldi in più! Così il ragionamento è valido, a maggior ragione, per i paesi esportatori di petrolio, dato che la risorsa petrolifera è di entità finita (vedi modello di Hotelling, il preferito - giustamente! - dal prof. Bardi) la scelta è tra estrarre petrolio oggi oppure domani (un uovo oggi o una gallina domani!): dati gli elevati prezzi che soddisfano a pieno le necessità finanziarie dei paesi, i paesi OPEC non si affannano a "salvare" le economie occidentali immettendo altro petrolio!
@Marco: hai perfettamente ragione, le scelte dei fondi sovrani arabi (alimentati dai petrodollari) hanno bruscamente cambiato direzione. Questo fatto è molto sensato ed ha, ancora una volta, dei chiari fondamenti economici! Mi riservo di parlarne un po' meglio in un post successivo, i commenti al mio lavoro mi stanno spingendo a preparare qualche altro contributo! L'idea di fondo, ti anticipo, è che nel momento in cui si ha un eccesso di offerta di capitale (troppi petrodollari in Arabia!) le scelte di investimento si direzionano verso asset più rischiosi!

Grazie per i commenti! :)

Paolo Zamparutti ha detto...

oggi al forum energetico di Roma, l'opec ha promesso un fiume di nuovo petrolio in arrivo per i prossimi anni.

5 milioni di barili in + per il 2012, 9 per il 2020, negando la prossimità del picco petrolifero.

che ne pensate? possibile che si sbilancino in tal modo, con rischio di essere smentiti entro un periodo relativamente breve?

parevano molto sicuri di se.