martedì, marzo 31, 2009
Una bomba che sta per esplodere: La Crisi dell'Acqua
Dal libro della Genesi Capitolo 1: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu ..... Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo.... Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto». E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare….Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”….. E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».
A quanto pare il genere umano (uomo e donna) ha preso alla lettera le parole Soggiogare e Dominare. Non solo esso continua ad essere fecondo e moltiplicarsi portando la popolazione mondiale agli attuali 6,5 Miliardi di esseri umani.
- Dominio assoluto e soggiogamento dell’intero sistema;
- Fecondità e Moltiplicazione
Due pilastri della lettura divina della Genesi che probabilmente andavano molto bene nell’antichità quando il genere umano era rappresentato da un numero molto basso di persone e quando la sopravvivenza era assicurata che soltanto quando era il più forte (in questo caso l’Uomo) a dominare.
Mai come oggi il pianeta Terra ed i suoi abitanti, il genere umano (soprattutto) e tutte le altre specie viventi, si sono trovati a rischio di estinzione per il coincidere di tanti fattori destabilizzanti, gran parte dei quali sono dovuti ai comportamenti stessi del genere umano per eccellenza.
Secondo il Terzo Rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato delle Risorse Idriche del Pianeta (12 Marzo 2009), la crisi è arrivata ad un livello estremamente grave. Un allarme è stato lanciato per AGIRE e non più parlare. L’acqua come l’ossigeno è elemento vitale è:
- Un arma vitale per la lotta alla povertà
- Per debellare molte malattie
- Per sconfiggere la fame
- Ed è indispensabile per le economie in generale
La crescita della popolazione mondiale, stimata intorno agli 80 milioni di persone all’anno aumenterebbe i fabbisogni in acqua di circa 64 miliardi di m3 all’anno. Tale crescita è soprattutto concentrata nelle città il cui approvvigionamento sarà la vera sfida a venire. Attualmente 1,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua pulita quindi potabile; 2,6 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici. Tutte queste persone vivono in condizioni di estrema povertà e di insicurezza alimentare.
Per la FAO la questione dell’acqua è destinata a scoppiare come una bomba perché la pressione demografica si farà sempre più forte (si stima il raggiungimento di una popolazione di 8 miliardi di abitanti entro il 2025) ed in parallelo cresceranno sia la domanda alimentare globale che quella energetica. 
In termini di produzione agricola, l’evoluzione delle abitudini alimentari pesa fortemente sulle risorse idriche infatti, la crescita economica di molti Paesi emergenti ha creato una classe media consumatrice di latte, pane e carne. La produzione di 1 kg di grano necessita da 400 a 1200 litri di acqua (a seconda delle aree di coltivazione); mentre per produrre 1 kg di carne sono necessari da 1000 a 2000 litri di acqua. L’agricoltura consuma il 75% dell’acqua totale.
L’industria energetica è il secondo settore consumatore di acqua. Con la scusa della lotta contro le emissioni di gas serra si stimola lo sviluppo del grande idroelettrico che assicura ad oggi il 20% della produzione elettrica mondiale; un’altra scusa per la lotta alle emissioni gas serra ma anche l’utopia del voler sostituire il Petrolio con una fonte energetica diversa sta nella coltivazione della biomassa per biocarburanti ed etanolo. Tale settore necessita di 2500 litri di acqua per produrre 1 litro di carburante cosiddetto “Verde”. Sempre nel campo energetico, l’acqua è indispensabile per il raffreddamento delle centrali termiche e nucleari.
Tutti i settori industriali come il tessile, l’elettronica, l’industria agroalimentare, le miniere, il settore metallurgico hanno bisogno di ingenti quantità di acqua per poter funzionare – produrre.
Numerosi segnali di tensione e di conflitto sono ben visibili agli attenti osservatori. Conflitti tra gli utilizzatori e tensioni tra nazioni si stanno moltiplicando. Gli ecosistemi sovra-sfruttati si stanno degradando. In molte regioni la riduzioni della biodiversità e l’inquinamento hanno raggiunto i punti di non-ritorno. Molti fiumi come il Colorado, il Nilo o il fiume giallo non raggiungono più i mari. L’essiccamento di aree umide, la diminuzione dei livelli delle falde freatiche (del sottosuolo) , l’inquinamento per opera delle industrie, dell’agricoltura intensiva e dei rifiuti urbani, la proliferazione di alghe nocive non sono soltanto responsabili di gravi danni alla biodiversità ma impediscono ai sistemi di fornire acqua salubre per le future generazioni.
La crisi dell’acqua ha delle conseguenze drammatiche a livello della sanità pubblica. Nei Paesi in via di sviluppo ed in quelli emergenti, 80% delle malattie sono legate all’acqua. Si parla di 1.7 milioni di morti sia per causa di assenza totale di acqua potabile che di assenza di strutture di depurazione adeguate. Un esempio importante sono le epidemie di colera nello Zimbabwe che hanno provocato 4000 morti a partire dall’Agosto 2008 a causa della mancanza totale di infrastrutture idriche.
Alla faccia della produzione di piante per biocarburanti ed etanolo, la siccità eccezionale che ha colpito l’Australia, la Cina e la California hanno limitato la produzione agricola con ingenti perdite economiche. In Kenia, l’impatto combinato di siccità e inondazioni che si sono susseguiti tra il 1997 ed il 2000 è stato stimato intorno ai 3,8 miliardi di Euro) ossia il 16% del PIL nazionale.
Dopo decenni di inattività, i problemi sono veramente enormi e questi si aggraveranno ancora di più se le politiche saranno sempre le solite. Il problema è che i politici e le solite lobbies (negative) devono smetterla di pensare che l’acqua sia una risorsa inesauribile e devono rivedere tutta la loro politica di gestione delle risorse idriche passando da una gestione insostenibile ed iniqua ad un nuovo modo di valorizzazione dell’acqua come risorsa necessaria ed indispensabile prima di tutto per la vita ed il benessere di tutte le specie viventi compreso noi stessi.
Il deficit o la mancanza di finanziamenti per la costruzione o l’ammodernamento di infrastrutture di approvvigionamento, risanamento e soprattutto di Stoccaggio delle acque (piovane in particolare) è sempre stato considerato come l’ostacolo principale alla buona gestione dell’acqua.
Tuttavia rimane il fatto che, è la presa di coscienza politica del problema da parte del 90% dei politici che ancora è deficiente: ”l’acqua prima del profitto deve essere prima di tutto al centro delle politiche agricole, dell’energia, della salute, delle infrastrutture, dell’educazione”. E qui tocca soprattutto ai capi di stato ed ai governi nazionali di appropriarsi di una questione che è diventata così vitale da essere considerata come un elemento di crisi per le sicurezze nazionali.
Ancora ad oggi, come lo ha dimostrato il Forum Mondiale per l'Acqua tenutosi ad Istanbul, c'è chi vuole speculare sull'acqua giocando sulle ambiguità dei termini "Diritto all'accesso o libertà di accesso all'acqua"?in attesa di che cosa faranno i soliti politici, gli affaristi e le persone al servizio delle multinazionali non ci resta che osservare la gente morire.
(N.B.. tutte le foto sono state scaricate dalla rete salvo quella del mercato africano in alto)
lunedì, marzo 30, 2009
Delle cose della guerra
Trovare nell'Impero Romano uno specchio dei nostri tempi è tradizione assai antica, che ha portato anche a stramberie stupide e pericolose, come quella di Mussolini che si credeva erede degli antichi Imperatori. Ma, a parte questo, è vero che ci sono degli elementi comuni nella parabola di crescita e collasso di tutti gli imperi della storia. In un post precedente, ho fatto qualche considerazione sul picco dell'Impero Romano, avvenuto verso la metà del terzo secolo d.c. secondo le testimonianze archeologiche. Mi sono domandato che percezione avessero gli antichi romani della situazione, citando come esempio le memorie di Marco Aurelio e il "De Reditu Suo" di Rutilio Namaziano. In entrambi i casi, gli autori non sembravano rendersi conto delle ragioni di cosa stava succedendo.
Ultimamente, mi è capitato fra le mani un altro documento interessante che ci descrive un mondo al collasso e che somiglia per molti versi al nostro. E' il "De Rebus Bellicis" (delle cose della guerra) scritto molto probabilmente poco dopo la battaglia di Adrianopoli (378 a.d.) che segnò la fine militare dell'impero - anche se la sua fine politica arrivò molto dopo.
Non sappiamo il nome dell'autore di questo manoscritto. Da come scrive, tuttavia, è chiaro che era un funzionario della burocrazia dell'impero che, nonostante la sua enfasi sulle cose militari, quasi certamente non aveva nessuna esperienza sul campo. Anzi, l'interesse di questo manoscritto è proprio nel fatto che non tratta soltanto di cose militari ma ci racconta molte cose su come percepivano la situazione quelli che vivevano in un impero che aveva ormai iniziato la sua traiettoria di crollo finale.
Marco Aurelio, verso la fine del secondo secolo, non percepisce nemmeno che c'è qualcosa non va nell'immenso impero romano del suo tempo. Rutilio Namaziano, nel quinto secolo, vede il disastro intorno a lui ma non ne capisce le ragioni e neppure la portata. Viceversa, il nostro anonimo capisce benissimo che l'impero è allo stremo e che bisogna fare qualcosa per evitare il un disastro. Capisce anche abbastanza bene quali sono le cause del problema e le identifica correttamente con i costi dell'apparato militare, con il decadimento delle strutture governative, e con la minaccia dei barbari (che lui definisce con il pittoresco termine di "circumlatrantes", che abbaiano intorno ai confini). Non è chiaro se identifichi correttamente il fatto che tutte e tre questi problemi hanno la stessa origine: l'Impero Romano era un'organizzazione militare che viveva delle spoglie delle regioni conquistate. Una volta che era stato costretto a difendersi, aveva perso la sua sorgente di sostentamento - nè più ne meno di come la nostra civiltà sta gradatamente perdendo la sua sorgente di sostentamento: il petrolio e gli altri combustibili fossili.
L'anonimo, quindi capisce quali sono i problemi e - probabilmente - si prende anche qualche rischio personale nell'elencarli esplicitamente in un epoca in cui (come in quasi tutte le epoche) criticare i principi è cosa assai rischiosa. Ma quando si tratta di arrivare a proporre delle soluzioni, ahimè, il nostro anonimo parte completamente per la tangente. Non si rende conto che le sue proposte politiche sono improponibili: ridurre le tasse per esempio. Non si rende nemmeno conto che implorare gli amministratori a non rubare è cosa poco efficace. E, infine, quando comincia a proporre soluzione militari, entra in un regno di pura fantasia. E' un dilettante molto ottimista, ma chiaramente un dilettante
Così, il nostro anonimo propone e dettaglia fantasiose macchine belliche: carri falcati, navi da guerra potentissime, balliste a lunga gittata, giavellotti che, se non colpiscono il nemico, lasciano per terra una testa carica di spuntoni che comunque danneggerà i barbari avanzanti. I commentatori hanno fatto notare un dettaglio rivelatore di come questi giavellotti a doppio uso non funzionerebbero se fossero invece i Romani ad avanzare. L'anonimo vede soltanto la necessità di una strenua difesa contro i barbari, "circumlatrantes".
Tutto questo macchinario improbabile ha affascinato a sufficienza i lettori che il manoscritto è stato riprodotto in epoche medievali e rinascimentali cosicché è arrivato fino a noi. Può darsi che abbia influenzato Leonardo da Vinci e, più tardi, Voltaire. Ma né i carri falcati né nessuna delle macchine belliche miracolose dell'anonimo sono mai state costruite. Erano sogni di un dilettante che immaginava di poter salvare in qualche modo un mondo che ormai era condannato a scomparire. In fondo, non è la stessa cosa dell'idrogeno per noi?
Etichette: collasso
venerdì, marzo 27, 2009
Una previsione di 10 anni fa

created by Dario Faccini
La rivista includeva un Editoriale che riprendeva il titolo della copertina ed un articolo intitolato "Petrolio a buon mercato". Entrambi gli articoli analizzavano il futuro dei mercati petroliferi ipotizzando che l'andamento discendente del prezzo del greggio, giunto allora ai 10$ al barile, potesse continuare fino a toccare i 5$.
Tra le cause del crollo dei prezzi venivano citati l'inverno caldo e la crisi in Asia, mentre, per quanto riguarda i rischi di un futuro indebolimento della domanda, si accennava al protocollo di Kyoto e alla possibilità di un'interruzione nel lungo periodo di crescita economica degli USA. Inoltre, nonostante i prezzi bassi, molte compagnie, nel tentativo di rientrare dai grandi capitali investiti, avrebbero comunque terminato i progetti già avviati di espansione della produzione.
Fin qui niente di eclatante. Ma c'erano altre considerazioni più interessanti.
La prima era la constatazione che un rapido avanzamento tecnologico aveva portato il costo complessivo di produzione degli idrocarburi non-Opec dai 25$ per barile equivalente degli anni '80, fino ai 10$ di quegli anni (Golfo del Messico 10$, Mar del Nord 11$, Russia 14$, Fonte CERA). Questo basso costo era stato raggiunto grazie agli alti prezzi degli anni '70-'80 che avevano già pagato lo sviluppo tecnologico e gli investimenti strutturali. Tale costo rappresentava quindi il limite superiore del prezzo del barile oltre il quale poteva essere aggiunta nuova capacità produttiva. I soli costi operativi di estrazione dei pozzi già esistenti invece erano più bassi, ad esempio 4$ per il Mar del Nord, e questi rispecchiavano il limite inferiore teorico cui sarebbe potuto scendere il prezzo del petrolio prima che i pozzi meno competitivi finissero fuori mercato.
Questo punto è interessante perché rappresenta una considerazione abbastanza obbiettiva che è possibile confrontare con dati recenti sugli attuali costi complessivi di produzione (ricerca, sviluppo ed estrazione) del solo greggio. Il risultato è che in meno di 10 anni il costo economico di produzione di un barile di petrolio è aumentato globalmente di 5-10 volte(!), e questo è un dato di fatto visto che entrambe le serie di stime provengono dalla stessa fonte cioè il Cambridge Energy Research Associates (CERA). Certo il dato dell'Economist andrebbe riportato al valore del denaro del 2007, ma anche in questo caso rimarrebbe assai impressionante l'esplosione dei costi di produzione. Un altro grafico attribuito ad uno studio del CERA del 2002 (che si trova ad es. a pag 7 di questa presentazione) indica come l'accelerazione dei costi sia avvenuta in realtà solo negli ultimi 5-6 anni.
Un’altra considerazione di un certo peso scaturiva dall’osservazione che i bassi prezzi del petrolio stavano minando la stabilità economica e sociale di molti paesi produttori, soprattutto nel Medio Oriente e nel Messico. L'Arabia Saudita, per esempio, si era fatta carico di grandi tagli produttivi nel tentativo di sostenere i prezzi. Nonostante ciò, questi sembravano continuare a scendere, diminuendo la principale fonte di entrate e di sostegno all'oneroso stato sociale saudita. Secondo l'Economist quindi, sarebbe stato ipotizzabile per il paese arabo un cambio di strategia: una massiccia immissione di capacità produttiva sul mercato nel tentativo di fornire un po’ di ossigeno al suo bilancio annuale. Se poi l'esempio saudita fosse stato seguito da altri stati produttori del Golfo Persico, allora, grazie al crollo dei prezzi petroliferi, si sarebbe potuta verificare una sorta di “concorrenza sleale” che avrebbe fatto uscire dal mercato le regioni con i maggiori costi di estrazione a vantaggio di un ritorno del Medio Oriente sulla scena come principale protagonista (e produttore).
Quest’ultima argomentazione può apparire più un'ipotesi di fantapolitica e una segnalazione di un rischio piuttosto che una dinamica in procinto di avverarsi. In essa si può comunque leggere il timore, espresso più volte nella rivista, di un ritorno alla dipendenza petrolifera da un'area politicamente instabile ed organizzata con un cartello in funzione antioccidentale. Il ricordo delle passate crisi petrolifere era evidentemente più vivido che non ai giorni nostri.
In effetti si rimane sorpresi nell'osservare che in realtà, previsioni dei prezzi a parte, questi articoli rispondevano alla domanda: "Perché un basso prezzo del petrolio potrà danneggiare la crescita economica globale ed i consumatori.". Il ragionamento principale era quello già accennato: un basso prezzo del petrolio avrebbe messo in difficoltà sia la stabilità del Medio Oriente, detentore delle principali riserve, sia la competitività delle compagnie occidentali che dopo le crisi petrolifere avevano investito in aree produttive “difficili”. C'era però un altro rischio: se i prezzi fossero rimasti troppo bassi, le economie dei paesi produttori sarebbero potute entrare in recessione minando la crescita globale. Sembra oggi assurdo, ma nell'editoriale si osservava che i bassi prezzi del barile avrebbero potuto innescare una tale crisi nelle economie “produttrici” da non essere compensata globalmente dalla maggiore crescita di quelle “consumatrici”.
Quindi i giornalisti dell'Economist ammettevano implicitamente che, a tutela del consumatore globale, era necessario non un prezzo basso ma un prezzo “giusto” del barile. Un ragionamento decisamente lungimirante e più articolato del ritornello odierno sul “calo degli investimenti petroliferi”. Purtroppo non indicavano né quale fosse questo prezzo né come fosse possibile determinarlo.
Insomma questi articoli non erano certo un infuso di ottimismo. Il calo del prezzo del petrolio era vissuto come un rischio e non certo, al pari di oggi, come un sollievo. L’entità delle riserve non era in discussione, ma altrettanto non si poteva dire della futura capacità produttiva minata da problemi di ordine geopolitico. Il petrolio poteva pure essere una risorsa abbondante ma le passate crisi petrolifere avevano insegnato che era comunque troppo importante per l’Economia globale per poter abbassare la guardia. L’Editoriale, apprestandosi a concludere, sorprende ancora:
<<[...] un'interruzione delle forniture di petrolio danneggerebbe enormemente l'economia mondiale. Questo è il motivo per cui, anche se i prezzi scendono, i governi dei paesi consumatori dovrebbero essere in guardia contro i pericoli della dipendenza del petrolio. Ad esempio si dovrebbe mantenere la ricerca impegnata nello studio di alternative ai motori a combustione interna finora alimentati da carburanti petroliferi, come i sistemi a celle combustibili che possono ricavare l’idrogeno dal gas naturale (Sic!). Un altro modo è frenare il consumo attraverso alte tasse petrolifere. Il paese con più possibilità di intervento è l'America che consuma un quarto del petrolio mondiale, quasi tutto per i trasporti. Le tasse americane sul petrolio sono così basse che non tengono neppure conto dei costi ambientali come l'inquinamento. Non c'è momento migliore di attuare il gesto politicamente imbarazzante dell'aumento delle tasse come quando il prezzo del petrolio è così basso che il denaro può essere rapidamente restituito abbassando qualche altra imposta.[1]>>
Riduzione del consumo di energia? Internalizzazione delle esternalità ambientali tramite tassazione sui carburanti? C’è di che far svenire molti insigni economisti moderni…
L’articolo poi si conclude applicando, ancora una volta, una sorta di “principio di precauzione” generato dal buonsenso:
"Tutto questo servirebbe però ancora soltanto a mitigare i rischi futuri. A parte tutto, il ritorno alla normalità dei mercati petroliferi e la fine del potere Opec sono benvenuti. Ma proprio come negli anni '70 la scarsità di petrolio sembrava un dato di fatto, anche la sua abbondanza di oggi potrebbe essere data per scontata. Questa normalità potrebbe durare per un pò, ma è imprudente supporre che possa durare per sempre.[2]"
One way of doing this is to keep researching into alternatives to the petrol-powered internal combustion engine, such as fuel-cell systems, which can derive hydrogen from natural gas. Another is to curb consumption through higher petrol taxes. The country best able to make a difference is America, which consumes a quarter of the world’s oil, almost all of it for transport. American petrol taxes are so low that they do not even take account of environmental costs such as pollution. There is no better time to perform the politically awkward feat of raising taxes than when oil prices are low and the money can be quickly handed back in lower taxes elsewhere."
Etichette: economia, picco del petrolio
giovedì, marzo 26, 2009
I bamboccioni del petrolio
Etichette: picco del petrolio, teoria delle catastrofi
mercoledì, marzo 25, 2009
Non tutte le crisi vengono per nuocere
In un altro mio articolo è possibile confrontare il grafico del 2008 con quelli del 2006 e 2007.
Analisi.
Continua la tendenza verso una sempre più marginale (5,1%) dipendenza dal petrolio della produzione termoelettrica, la conferma del ricorso al gas naturale come principale fonte per il termoelettrico, che raggiunge quasi il 50%, un contributo stabile dei combustibili solidi (carbone), ma si registra una riduzione apprezzabile del saldo tra import ed export (principalmente energia nucleare proveniente dalla Francia) e un sensibile aumento (+ 2,8%) del peso delle rinnovabili determinato da una crescita della produzione idroelettrica, da 32815 GWh a 39980 GWh (+ 21,8%), dovuta a un inverno più piovoso, e da un’ulteriore crescita dell’eolico, da 4035 GWh a 6437 GWh (+ 59,5%).
Proviamo ora ad abbozzare un’analisi politico – strategica a partire da questi freddi numeri. E’ molto probabile che il calo del Consumo Interno Lordo non sia un fattore contingente ma un dato strutturale. Potremmo cioè essere in presenza del picco italiano del consumo di energia elettrica, effetto per il 2008 del combinato disposto degli alti prezzi petroliferi e della successiva crisi finanziaria. I primi sintomi di ripresa economica e di rilancio della domanda mondiale potrebbero essere tarpati sul nascere da una nuova volata delle quotazioni del petrolio che innescherebbero un meccanismo di retroazione negativa nei confronti dei consumi elettrici, variabile fortemente dipendente dalla crescita economica.
Ipotizziamo quindi, cautelativamente, che il Consumo Interno Lordo italiano di energia elettrica oscilli nei prossimi anni intorno al valore del 2008, mantenendosi sostanzialmente costante. Potremmo quindi pensare a uno scenario di breve – medio termine che preveda una ulteriore moderata crescita del gas naturale, fino al 55%, una maggiore penetrazione delle rinnovabili, fino al 25%, una stabilizzazione del saldo tra importazioni ed esportazioni intorno al 10%, l’azzeramento della dipendenza dal petrolio e un dimezzamento della dipendenza dal carbone.
A partire da queste ipotesi, utilizzando i valori emissivi contenuti nella Decisione della Commissione 29/01/2004 attuativa della Direttiva 2003/87/EC per il monitoraggio dei GHG (Green House Gas), otteniamo una minore emissione complessiva del sistema elettrico italiano di circa 25 Mton (milioni di tonnellate) di CO2, corrispondenti alla riduzione prevista per il settore elettrico dalla delibera CIPE 19/12/2002 in applicazione del Protocollo di Kyoto.
Questo scenario richiede però alcune scelte politiche chiare. La prima riguarda la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas naturale. Questo combustibile è nettamente il meno inquinante e consente alti rendimenti energetici nelle centrali a ciclo combinato. Però occorre evitare cali improvvisi delle forniture legati a decisioni imprevedibili dei paesi produttori. Questo implica, piaccia o non piaccia, la costruzione di un numero sufficiente di rigassificatori. E’ necessario rafforzare le politiche di partnership con la Francia che consentano di consolidare i rapporti commerciali nel settore elettrico e infine attuare una nuova politica selettiva di incentivazione delle rinnovabili che punti a massimizzare la produzione a parità di potenza installata.
Etichette: fonti energetiche, sistemi dinamici
lunedì, marzo 23, 2009
Caporetto 2009
Andamento della produzione industrale in Italia. Da "Italian Economy Watch"Non vi so dire se la notizia della disfatta italiana a Caporetto sia apparsa esplicitamente sui giornali degli altri paesi. E' probabile, comunque, che fosse più facile farsi un'idea dell'andamento del fronte italiano all'estero che sui giornali Italiani, dove un giornalista che avesse voluto dire le cose come stavano sarebbe stato esposto all'accusa di "disfattismo".
Qualcosa di simile sta succedendo in questo momento per la nostra Caporetto economica. Dai giornali italiani, non si riesce a rendersi conto di cosa sta succedendo. Si può solo intuire che qualcosa sta andando male, anzi parecchio male, dal parossismo di insulti contro questo e contro quello. I giornali non se la prendono contro le truppe imperiali, ma trovano come bersaglio i vari rumeni, zingari, immigrati eccetera. Non siamo arrivati ancora a disegnarli come scimmioni pelosi con l'elmetto, ma ci siamo vicino.
Così, se uno vuol capire che cosa sta succedendo anche qui difficilmente può far conto sulla stampa italiana, dove chi volesse far capire le cose si troverebbe subito esposto all'accusa di "catastrofismo" (equivalente moderno del disfattismo di una volta). Lo possiamo fare, però, dando un'occhiata alla documentazione che arriva dall'estero.
Allora, guardate l'andamento della produzione industriale italiana dal blog di Howard Hugh, "Italian Economy Watch". Non so se lo volete chiamare una Caporetto economica, ma era da quando l'ISTAT mantiene i dati sulla produzione industriale che non si vedeva un disastro del genere. E non è solo la produzione industriale che sta crollando: il fronte ha ceduto su tutta la linea. Leggetevi l'articolo di Hugh: c'è da rabbrividire: tutto il sistema industriale italiano è in rotta. Si dimostra ancora una volta come il sistema economico italiano, basato sul turismo e sulla trasformazione di materie prime importate dall'estero, è un modello ormai obsoleto in un mondo in cui si comincia a sentire la scarsità delle risorse minerali.
Troveremo una linea del Piave sulla quale attestarci? Forse si, ma ricordiamoci che il Piave non fu il risultato della retorica, ma di veri sacrifici e delle truppe mandate in aiuto dell'Italia dagli alleati. Anche stavolta, la retorica ci servirà a poco e di sacrifici ne dovremo fare che ci piaccia o no. Speriamo che qualcuno ci dia una mano, altrimenti potrebbero servire a poco anche quelli.
Etichette: crisi economica
L'orologio del futuro
Il "cipollone" meccanico che mi sono comprato quest'anno per Natale, riproduzione moderna di un orologio una volta in dotazione al personale delle ferrovie dello stato. L'ho comprato perché mi piaceva, ma in quel momento non avrei saputo dire perché. Ora, qualche mese dopo, l'ho capito. L'orologio meccanico non è il passato: è il futuro.
Io sono della generazione di quelli che da bambini ricevevano in regalo l'orologio per la prima comunione. Mi ricordo ancora di quello che regalarono a me: era un orologio d'oro, non saprei dire se di oro vero o placcato. Molto probabilmente, la seconda cosa.
Mi ricordo che quell'orologio dorato non mi piaceva per niente e non l'ho portato quasi mai. Questo anche perché, mi piacesse portarlo o no, andavo a scuola in una delle zone più malfamate della periferia di Firenze. A quel tempo non si parlava tanto del problema criminalità e non girava ancora droga, ma non era decisamente il caso per un ragazzo di girare in quelle zone con un orologio d'oro al polso. Così quell'orologio se n'è rimasto tranquillamente per tanti anni in un cassetto a prendere polvere. Forse c'è ancora, da qualche parte.
Era ancora un'epoca in cui avere l'orologio - d'oro o non d'oro - ti dava una certa distinzione sociale: non tutti se lo potevano permettere. Ce lo racconta anche Don Milani nel suo "Esperienze Pastorali" quando dice che per le famiglie negli anni '50 dover regalare l'orologio al figlio che fa la comunione era un discreto sforzo economico. E non vale, dice Don Milani, che lo regali lo zio, perché quando farà la comunione il cugino sarà come se se al babbo arrivasse la cambiale dell'orologio. Don Milani aveva una percezione acutissima della situazione sociale e economica dei suoi tempi.
Ma passava rapidamente il tempo in cui avere l'orologio era sufficiente per distinguerti socialmente. La cosa cominciava a dipendere da che orologio avevi. Mio zio ingegnere portava un cronometro che aveva la lancetta dei secondi che si poteva fermare e far partire. Era un oggetto che mi affascinava enormemente, era quasi parte dell'universo fantascientifico in cui leggevo di astronavi e di pistole disintegranti. Chi poteva, aveva orologi con tante lancette e tanti piccoli quadranti.
Mi pare che fosse negli anni '70 che cominciarono a comparire i primi orologi digitali. I miei amici che se li potevano permettere,ostentavano il quadrante a LED che si illuminava soltanto quando si premeva un bottone; altrimenti la batteria non ce la faceva. In poco tempo, l'orologio meccanico con le lancette fu consegnato alla pattumiera della storia. Tutti gli orologi erano elettronici e con il quadrante rigorosamente digitale.
Credo che il "picco dell'orologio" come status symbol sia stato più o meno negli anni '80, dopo di che il ruolo è passato al telefonino; simbolo classico dello yuppy anni '90. C'è sempre uno status symbol predominante: un tempo era il cappello, poi è stata l'automobile, poi - appunto - l'orologio e infine il telefonino. Chissà che nel futuro non possa diventare il fatto di avere i pannelli fotovoltaici sul tetto; ma per arrivarci forse bisognerà trovare il modo di farli dorati come i vecchi orologi per le prime comunioni.
Via via che gli oggetti tecnologici calano di prezzo, perdono il loro ruolo di status symbol. I telefonini, probabilmente, hanno già fatto il loro tempo in questo ruolo. Questo potrebbe far ritornar fuori gli orologi che, nel frattempo, si sono liberati della tirannia dei quadranti digitali e sono tornati alle buone, vecchie lancette; molto più facili da leggere. Curiosamente, la sconfitta dei quadranti digitali è stata veramente totale. Oggi, non si trovano nemmeno più in vendita nei negozi dei cinesi.
C'è chi l'orologio non lo porta proprio e chi è tornato ai pacchiani orologi d'oro come status symbol. Personalmente, ho fatto una strada un po' diversa. Ancora prima della sconfitta dei quadranti digitali, mi ero comprato un orologio a lancette a un mercatino per (mi pare) quattordici euro. Con quello, sono andato avanti per anni, solo cambiando ogni tanto la batteria e il cinturino (in rigorosa plasticaccia nera). Poi, qualche mese fa, camminavo per la strada e mi è capitato sotto gli occhi questo orologio a cipolla; non un pezzo d'antiquariato ma una riproduzione moderna di un orologio degli anni '20. Perché no? Mi sono detto. Me lo sono comprato e ho messo in un cassetto il vecchio e fedele orologio da polso. Da allora, uso l'orologio a cipollone normalmente.
Mi ci è voluto un po' di tempo per capire esattamente perché il vecchio cipollone mi attira tanto. Ha a che vedere - indovinate - con il picco del petrolio e, soprattutto, con il picco dei minerali. Vedete, un orologio digitale moderno è fatto con tanta bella tecnologia, ma è anche vero che per farlo ci vuole molta energia e tanti materiali rari e in via di esaurimento. In più, va con la batteria a litio che non è poi così raro, ma la batteria è comunque una cosa costosa da produrra. Insomma, credo che di fronte a certi aggeggi ci sia da domandarsi se ne abbiamo veramente bisogno via via che entriamo in un'epoca di scarsità di materie prime.
Ora, non mi fate fare l'oscurantista e non mi fate dire cose che non ho detto. Non dico che bisogna tornare in tutto e per tutto alla tecnologia degli anni '20. Non si potrebbe fare a meno della microelettronica per far funzionare un telefono cellulare o un navigatore satellitario. L'orologio meccanico che porto è soltanto l'emblema di un concetto. Lo è perché usa soltanto materiali comuni e poco costosi: acciaio, cromo, vetro e poco più. Un orologio così non fa uso di risorse rare, può durare decenni e ti dice che ore sono con una precisione sufficiente se solo ti ricordi di caricarlo tutti i giorni. Per tante cose, va benissimo. E' esattamente come utilizzare una bicicletta (altro oggetto tipico degli anni '20 e anche prima) al posto di una macchina. Per certe cose, ci vuole un veicolo più robusto e più pesante di una bicicletta e per quello dobbiamo destinare le risorse rimanenti a costruirlo solido e efficiente usando trazione elettrica e batterie. Ma quando non c'è bisogno di trasportare roba pesante o su lunghe distanze, basta una bicicletta. E' una questione di proporzione.
E' andata a finire che quando parlo ai convegni faccio vedere il mio orologio a cipollone e racconto che è un'immagine del futuro. E' un futuro sobrio, nel senso che se sappiamo gestire bene le risorse che ci rimangono, potremo ancora avere quello che ci serve, ovvero sapere che ore sono. Se non ce le sapremo gestire, ci troveremo di fronte a un futuro povero, che è tutta un'altra cosa: avremo orologi molto belli e complessi che, però, segneranno l'ora esatta soltanto due volte al giorno.
Etichette: futuro, picco delle risorse
sabato, marzo 21, 2009
Il risparmio energetico come forma pregiata di volontariato
Etichette: risparmio energetico
venerdì, marzo 20, 2009
Mi ricordo!
Ogni tanto sulla lista di discussione di Aspo-Italia si parla di tecniche agricole o d’altro genere che sono state praticate nel passato. Alle volte è necessario fare un notevole sforzo per capire la profonda intelligenza che molte popolazioni di un passato più o meno lontano hanno immesso in quelle tecniche.
Ricordo che quando ero bambino sentivo dagli anziani del mio paese che una volta non c’erano i gelati (che avrebbero richiesto l’uso del frigorifero) e che d’estate si gustavano i sorbetti fatti utilizzando il ghiaccio conservato dall’inverno passato.
Il punto era proprio questo: pensavo che queste notizie non fossero vere perché non riuscivo a capire come si potesse conservare il ghiaccio per alcuni mesi visto che con la primavera e poi con l’estate si sarebbero raggiunte delle temperature notevolmente superiori a zero gradi, e che quindi la neve o il ghiaccio si sarebbero sciolti anche se fossero stati conservati in grotte fresche.
Molti anni dopo sono arrivato a Bologna e anche qui ho sentito la stessa storia: d’estate si faceva uso di sorbetti utilizzando il ghiaccio conservato dall’inverno precedente.
In seguito facendo delle escursioni sull’appennino fra Bologna e Pistoia ho visto le ghiacciaie, cioè delle trincee dove di inverno si compattava la neve per conservarla per l’estate successiva.
Ricordo ancora che d’estate le nostre madri scaldavano l’acqua al sole disponendola in vasche di ferro zincato o di plastica. L’acqua tiepida serviva per farci il bagno. Ma noi bambini eravamo restii a queste usanze per cui l’igiene non era notevole anche se, in compenso, non avevamo allergie (che sembra siano dovute agli scompensi sul sistema immunitario provocati dalla troppa igiene sia personale che ambientale).
Un'altra cosa che mi ricordo è che negli anni settanta, nel rione in cui è situata la mia casa, furono dissotterrati i tubi dell’acquedotto e, per motivi di sicurezza dato l’instabilità del terreno, furono messi nell’incavo fra il marciapiede e la strada e tenuti fermi con un po’ di calcestruzzo. Sui tubi però di giorno batteva il sole ed in questo modo l’acqua era molto calda.
Adesso quando torno al paese per trascorre alcuni giorni ho notato che si può utilizzare l’acqua per farsi la doccia, senza accendere lo scaldabagno, già dalle 11.00 di mattina. Dopo le 13.00 circa l’acqua diventa molto calda per cui per farsi la doccia è necessario miscelare l’acqua fredda (che è molto calda visto che proviene direttamente dalla strada) con l’acqua proveniente dello scaldabagno (tenuto ovviamente rigorosamente spento). E’ possibile farsi la doccia senza utilizzare lo scaldabagno fin verso le 18.00-19.00. Per la verità, è possibile anche in orari successivi, ricorrendo all’espediente di fare scorrere, nel primo pomeriggio quando l’acqua è molto calda, molta acqua aprendo il rubinetto dell’acqua calda (che è fredda visto che lo scaldabagno viene tenuto spento) in modo che l’acqua contenuta nello scaldabagno sia sostituita da quella (molto calda) proveniente dalla strada.
Etichette: energia rinnovabile
mercoledì, marzo 18, 2009
La reazione auto-immune della società
Nella Bibbia leggiamo di come Mosé, tornato dalla montagna con le tavole della legge, trovò gli Israeliti intenti ad adorare un vitello d'oro, che lui distrusse. Meno nota è la storia della strage che ne seguì; nella quale ognuno uccise "il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente".
Questa strage di tempi molto remoti è forse il primo esempio storico di quello che vorrei chiamare la "reazione auto-immune" della società. Una reazione immunitaria in cui una società si comporta in modo analogo a un essere vivente. identificando e eliminando quello che percepisce essere una minaccia al suo interno. La minaccia, tuttavia, è del tutto immaginaria e la società danneggia se stessa.
Non è cosa nuova l'idea che ci siano delle analogie fra il comportamento della società e quello degli organismi viventi. Richard Dawkins ha suggerito il concetto di "meme", equivalente culturale del materiale genetico detto "gene". I memi si riproducono, crescono, evolvono, sotto molti aspetti in modo simile ai geni. Ci sono tanti esempi, come una lingua, una melodia, un modo di dire e persino il "mi consenta" berlusconiano. Il concetto di meme rimane controverso, ma ha avuto un certo successo essendo esso stesso un meme.
Ora, se i memi sono equivalenti ai geni e la società a un organismo, ne consegue che altre strutture della società possono essere viste in termini di equivalenza con il sistema genetico. Le analogie, si sa, ti possono portare facilmente fuori strada; tuttavia una volta che entriamo in questo ordine di idee, le analogie fra il sistema immunitario genetico e quello memetico sono molte e ci danno un angolo di visione particolare di quello che è il comportamento delle società umane. La polizia e il sistema giudiziario sono sistemi destinati a difendere la società da elementi interni al sistema percepiti come pericolosi. Ma un'altra analogia interessante si trova in quel fenomeno che chiamiamo oggi "pulizia etnica", dove la società si rivolge contro uno specifico gruppo etnico o culturale al suo interno.
Tuttavia, esiste una versione di pulizia etnica che è anche più distruttiva e terribile; quando la società si rivolge contro persone che sono bene integrate nella società stessa e - a volte - poco o per niente distinguibili per caratteristiche etniche, religiose o linguistiche. Questa è una vera e propria reazione auto-immune, o allergica, dove la società rivolge il proprio sistema immunitario contro se stessa.
Abbiamo visto l'esempio raccontato dalla Bibbia dove ciascuno uccise "il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente". Questo sterminio era diretto contro quelli che avevano adorato il vitello d'oro ma, così come la storia ci viene raccontata, sembra difficile pensare che ci sia stata una vera e propria selezione delle vittime che, in ogni caso, erano israeliti come gli altri. Non era una pulizia etnica, ma una vera e propria reazione auto-immune della società.
Ci sono altri esempi storici di questa reazione autodistruttiva. Uno è quello della "caccia alle streghe" che si è svolta in Europa per un paio di secoli a partire dal sedicesimo. Anche qui, abbiamo una reazione violenta verso persone che erano perfettamente inserite nel tessuto sociale fino a che non sono state isolate e espulse dallo stesso. Si ritiene che il numero di vittime sia stato dell'ordine di 50.000-100.000. Più tardi, la rivoluzione francese ha generato il periodo detto del "terrore" che ha colpito vittime in tutti gli strati della società. Si ritiene che il numero di vittime ghigliottinate sia dell'ordine di 20.000-40.000.
Ma questi esempi sono poca cosa rispetto a quelli avvenuti in tempi recenti, come l'olocausto degli ebrei in Germania durante il governo nazista, con i suoi milioni di vittime. Gli ebrei tedeschi erano cittadini tedeschi, parlavano tedesco, erano perfettamente inseriti nella società tedesca e avevano combattuto nell'esercito tedesco durante la prima guerra mondiale. In Germania a quel tempo, non si sterminavano soltanto ebrei, ma anche zingari; la cui strage ha preso il nome di "porrajmos" in Romany, ovvero "la grande devastazione". Si sterminavano anche cittadini tedeschi di etnia tedesca; bastava essere definiti come "un peso per lo stato" per essere fatti sparire senza troppi complimenti. A parte l'orrore di questa storia, sterminando i propri cittadini la società tedesca si era auto-inflitta un enorme danno che sicuramente contribuì alla sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale.
In Unione Sovietica al tempo della "grande purga" di Stalin, a partire dal 1936, si sono sterminati un numero di persone stimato fra 600.000 e due milioni di persone, in gran parte, cittadini Sovietici, con l'accusa di essere "sabotatori" e "nemici del popolo." Non c'è dubbio che l'Unione Sovietica si inflisse danni spaventosi ed è possibile che una delle conseguenze sia stata la scarsissima resistenza che l'Armata Rossa, indebolità dalle esecuzioni di ufficiali, riuscì ad opporre durante le prime fasi dell'attacco tedesco del 1941.
C'è poi il caso dei "Killing Fields" (i campi di sterminio) in Cambogia dove, dal 1975 al 1979 furono sterminate circa 200.000 persone e molte di più morirono per cause indiretta. Questo è un caso particolarmente impressionante di strage auto-immune le cui vittime erano tutti cittadini cambogiani. Da notare anche la particolare brutalità dei metodi usati: vanghe, picconi o canne di bambù acuminate. L'effetto indebolì enormemente la società cambogiana al punto che non riuscì a opporsi all'invasione vietnamita che seguì alla fase delle stragi, nel 1979. Ci sono molti altri casi, per esempio l'Iraq, impegnato in vari tipi di pulizie etniche interne: contro i Curdi al tempo di Saddam Hussein, adesso impegnato in una guerra interna fra Sciiti e Sunniti.
Se questa reazione è una conseguenza di tensioni sociali ed economiche, la dovremmo vedere anche oggi, dato che queste tensioni non mancano di certo. La società occidentale oggi maggiormente sotto stress a causa della crisi è l'Italia. Senza risorse minerali proprie, l'Italia si trova ad affrontare l'impossibilità di continuare a sostenere un certo modello industriale basato sull'importazione di materie prime. Non solo non riesce a prendere provvedimenti in proposito, ma non sembra riuscire nemmeno a identificare qual'è il problema. Ed è proprio in Italia dove si vedono i sintomi più evidenti di una reazione auto-immune nelle sue fasi iniziali. E, come è tipico delle reazioni auto-immuni, la società danneggia se stessa. Prendendosela contro gli "immigrati" in generale, la società italiana si è scelta come bersaglio delle persone senza le quali il suo sistema industriale e sociale non potrebbe funzionare nella sua forma attuale. Particolarmente rivelatrice della reazione auto-immune è l'enfasi contro i Rom, che sono in gran parte cittadini italiani e residenti in italia ormai da generazioni. Contro i Rom, vediamo tutti i sintomi della reazione montante; a partire dall'accusa di "rapire i bambini" che, ci ricordiamo, era la stessa lanciata contro gli Ebrei prima dell'olocausto. Per il momento, per fortuna, questa reazione non ha ancora raggiunto un livello veramente violento, ma i sintomi sono preoccupanti.
Vista la situazione di degrado crescente, non solo in Italia ma ovunque, ci dobbiamo aspettare di vedere di nuovo i campi di sterminio? Non necessariamente. In realtà, c'è una caratteristica degli stermini del passato che non si ripete oggi. In quasi tutti gli esempi che abbiamo visto, abbiamo delle società sottoposte a forti stress militari, ma che anche avevano ancora abbondanti risorse minerali e che si trovavano in una fase di espansione economica. Nell'analogia con i sistemi biologici, erano organismi fortemente vitali. Ovviamente, ci vuole un organismo relativamente in buona salute per avere un sistema immunitario efficiente, tanto efficiente da poter generare una reazione auto-immune. Se l'organismo è malato, lo è anche il sistema immunitario che difficilmente è in grado di montare una reazione del genere.
Sembra che sia questo un caso comune degli ultimi tempi: ci sono delle società in grave crisi che, pure, non sono state in grado di ripetere gli eccessi di violenza auto-immune del passato. Valga l'esempio della Russia che, in una crisi economica terrificante negli anni '90 dopo aver passato il proprio picco del petrolio, non ha ripetuto le grandi purghe del tempo di Stalin. Al contrario, i Russi hanno stretto la cinghia, lavorato sodo, e rimesso in sesto il paese. Parrebbe che una società post-picco petrolifero non abbia risorse sufficienti per montare una pulizia etnica e/o sterminio di propri membri su vasta scala. Di conseguenza reagisce in modo più positivo alle difficoltà.
Quindi, sembrerebbe che ci sia anche qualcosa che possiamo chiamare il "picco della pulizia etnica." Passato questo picco, si possono mettere sotto controllo i peggiori fanatici, smetterla con i maltrattamenti delle minoranze e dedicarsi a fare cose utili. Con un po' di fortuna, anche nel caso dell'Italia dovrebbe andare così.
TAPIA, Felix J. Immune system and society. INCI. jul. 2007, vol.32, no.7, p.434-434.
Etichette: picco della civiltà
martedì, marzo 17, 2009
Abitudini, inerzie e altre patologie / 8 : asciugamani colposi e insoddisfacenti

Etichette: inerzia, psicologia
lunedì, marzo 16, 2009
Il Picco

Gli ultimi dati di Rembrandt Koppelaar sembrano confermare in pieno l'ipotesi che il picco globale del petrolio - inteso come produzione di "tutti i liquidi" - sia stato nel 2008. A Dicembre del 2008, secondo i dati dell'IEA, siamo scesi a poco più di 82 milioni di barili al giorno; un valore così basso non si vedeva dal 2004.
Di per se, i dati non ci dicono se questo è "il" picco oppure semplicemente una fluttuazione statistica. Tuttavia, accoppiando i dati alle predizioni di ASPO, sembrerebbe che ci sia una discreta probabilità che, in effetti, il massimo storico di tutti i tempi potrebbe essere stato il valore di quasi 87 milioni di barili al giorno della metà del 2008. Poi, come per tutte le previsioni, una certa cautela è d'obbligo.
Etichette: picco del petrolio
domenica, marzo 15, 2009
Armageddon climatico
L'idea che la Terra potrebbe essere distrutta dall'impatto di un'asteroide vagante è parte degli orizzonti filmici e letterari da ben prima che si scoprisse che i dinosauri erano stati spazzati via da un evento del genere, 65 milioni di anni fa.
Ci sono degli elementi tipici nella trama in questo genere. Li vediamo bene nei due ultimi film prodotti, entrambi 10 anni fa, nel 2008: Armageddon e Deep Impact. In entrambi, il governo degli Stati Uniti viene avvertito in anticipo dagli scienziati del disastro imminente e decide di evitare il panico tenendo nascosta la notizia. Nel frattempo, si lavora alacremente per costruire astronavi in grado di deviare o distruggere l'asteroide per mezzo di bombe nucleari. Quando la minaccia viene finalmente rivelata, tutto è pronto e i popoli della terra guardano con ansia in ansia i risultati della missione di intercettazione che salverà la vita degli esseri umani e del pianeta intero.
Ahimé, la distanza fra realtà e fantasia è notevole in questi film. Non è tanto questione dell'armamentario fantascientifico anti-asteroide, ma nel comportamento degli esseri umani quando la minaccia viene scoperta. Questo lo possiamo dire vedendo come si sta evolvendo il dibattito sul cambiamento climatico; un evento che, potenzialmente, potrebbe avere effetti altrettanto gravi di quelli dell'impatto di un asteroide. Allora, possiamo riscrivere la trama di "Armageddon" e di "Deep Impact" in modo più simile a quello che potrebbe succedere davvero come segue:
- Alcuni astronomi si accorgono che la traiettoria di un asteroide di dimensioni importanti potrebbe intercettare quella della Terra nel futuro.
- Si pubblicano i primi articoli scientifici sulla traiettoria dell'asteroide che vengono discussi fra specialisti in astronomia
- Si sviluppa un consenso generale fra gli scienziati sul fatto che c'è una probabilità molto alta di una collisione.
- Si forma un comitato di scienziati per studiare l'impatto e le sue conseguenze: IPCC, International Panel for Cosmic Collision.
- L'attività dell' IPCC porta alla diffusione della conoscenza del pericolo. Si fanno congressi internazionali e si propongono misure collaborative per ridurre il rischio di collisione. A Kyoto, si raggiunge un accordo internazionale che prevede di destinare una frazione del bilancio di tutti i paesi industrializzati per la costruzione di un'astronave destinata a raggiungere l'asteroide e deviarlo mediante una testata nucleare.
- Al Gore realizza un film dal titolo "una verità scomoda" in cui descrive le conseguenze della collisione dell'asteroide contro la Terra e propone misure per evitarla.
- L'asteroide si avvicina e i calcoli dell'IPCC danno una certezza sempre maggiore che la collisione si verificherà. Tuttavia, la costruzione dell'astronave va a rilento. Non tutti i paesi industrializzati, fra cui l'Italia, riescono a dare il contributo previsto. I paesi non industrializzati si rifiutano di contribuire in quanto sostengono che spetti a quelli industrializzati accollarsi le spese.
- L'economista Nicholas Stern pubblica un rapporto in cui compara i danni presumibile della collisione asteroidale con i costi dell'astronave necessaria per evitarla. Arriva alla conclusione che i costi dell'impatto sarebbero molto superiori a quelli dell'astronave. Questa conclusione, tuttavia, viene contestata da molti economisti che sostengono che non si può rallentare la crescita economica per difendersi da un rischio ancora troppo incerto.
- Il lavoro dell'IPCC viene criticato da più parti. C'è chi dice che il film di Al Gore è inesatto e emozionale. Si sostiene che le incertezze sono troppo ampie per essere sicuri che l'asteroide si schianterà contro la terra. C'è chi sostiene che gli asteroidi sono sempre passati vicino alla terra e che non c'è prova che questo asteroide in particolare la colpirà veramente.
- Il senatore degli Stati Uniti Inhofe pubblica una tabella di 650 scienziati che si dichiarano in disaccordo con le interpretazioni dell'IPCC e che sostengono che l'asteroide non colpirà la terra. Quasi nessuno di questi scienziati è un astronomo o sa qualcosa di astronomia, ma la pubblicazione si diffonde per i mass media.
- I mass media continuano la loro politica di presentare sempre due opinioni contrapposte dando visibilità ai critici dell'IPCC. Il pubblico è confuso, non è in grado di capire i dettagli dei complessi calcoli astronomici dell'IPCC. Le critiche degli oppositori sono basate su elementi molto più semplici e immediatamente comprensibili ("l'asteroide è passato vicino a Marte, ma non lo ha colpito, e allora perché la Terra dovrebbe essere colpita?" e poi "La Terra è già stata colpita da altri asteroidi, per esempio da uno in Siberia nel 1922, ma non ci sono stati grossi danni. Perché questo asteroide dovrebbe essere diverso?)
- Il pubblico si divide in due fazioni più o meno di pari entità: una a favore di prendere misure contro la collisione asteroidale, l'altra sfavorevole. Parlare di impatto asteroidale diventa politicamente scorretto se non si specifica che deve essere considerato come un'ipotesi non provata. Molti considerano provato il fatto che la storia della collisione asteroidale è un complotto di scienziati che cercano di ottenere fondi per la loro ricerca.
- L'asteroide si avvicina al punto da essere visibile a occhio nudo. A questo punto, si decide finalmente di completare l'astronave che lo deve intercettare e a farla partire in fretta e furia. Ma il suo equipaggio è ormai anziano, la costruzione lascia a desiderare, mancano dei pezzi e l'astronave manca clamorosamente l'asteroide, perdendosi nello spazio.
- L'asteroide si avvicina sempre di più.............
Etichette: cambiamento climatico
venerdì, marzo 13, 2009
Lettera di uno psicologo picchista
La presente lettera intende però raccontare, in forma quasi aneddotica, una personale esperienza che testimonia da una parte la singolarità delle circostanze che mi hanno portato alla comprensione della situazione mondiale rispetto al Picco di Hubbert del petrolio, dall'altra il facile viraggio e l'arretramento verso un funzionamento più legato al principio del piacere (o sarebbe meglio dire dell'evitamento del dispiacere) allorché si provvede ad informare della concreta possibilità che nel nostro imminente futuro si vada verso un marcato peggioramento delle condizioni di vita della società, questo inteso ovviamente in senso statistico, senza riferirsi a questa o a quella persona in particolare. Per farlo, dovrò giocoforza narrare la mia vicenda, non per un velleitario anelito di protagonismo, ma per maggiore chiarezza, e occorre purtroppo iniziare da molto lontano, per fortuna senza arrivare alla primissima infanzia (tentazione cui è veramente difficile resistere per uno Psicologo). E sarà necessario mostrare come, anche all'interno di un gruppo di Psicologi, questi meccanismi difensivi siano tutt'altro che accantonati o superati.
Nel mio lontano passato c'è stato un amore giovanile ed adolescenziale per lo studio della natura, in particolare ero attratto da tutto ciò che riguardava la Geologia, la Mineralogia, la Petrografia, la tettonica dei continenti, le miniere, le attività estrattive ed il petrolio. Ero anche interessato, in modo evidentemente proporzionato all'età, alla chimica e alla fisica, in particolare all'energia.
Una piccolissima conferma di questi interessi venne palesata anche al momento dell'elaborato di maturità liceale, in cui – caso o sincronicità – l'argomento affrontato riguardava la relazione intercorrente tra l'uomo, l'energia utilizzata e la possibilità di continuare a percorrere la strada del progresso tecnologico. Ero già da allora convinto della reciprocità, dell'interconnessione fra i due fattori, ma ero anche ottimisticamente convinto che entro un tempo imprecisato dell'ordine di alcuni decenni i progressi della fisica delle particelle ci avrebbero messo in grado di imbrigliare le poderose forze della fusione nucleare, fornendo all'umanità una fonte di energia praticamente illimitata – cosa purtroppo tecnologicamente ancora lontana.
Quegli stessi interessi si sono poi concretizzati nella decisione di proseguire gli studi presso la facoltà di Ingegneria Mineraria, impegno mantenuto solo per alcuni anni, perché irrimediabilmente rimpiazzato da un interesse del tutto nuovo, pressante e non ulteriormente procrastinabile che (come si vede) ha portato alla laurea in Psicologia Clinica (un bel salto!).
In sintesi sono giunto poi a conoscenza dell'arrivo in prossimità del picco di Hubbert per il petrolio e per gli altri combustibili fossili verso la metà del 2006.
Da diversi mesi prima di allora, direi forse da circa un anno, mi sentivo gravato da un crescente e tutto sommato immotivato timore di miseria, o di perdita del lavoro, mentre di notte continuavo a fare sogni a contenuto monotonamente catastrofico, in cui il tema principale era una situazione di imminente pericolo di vita. Nella mia analisi elaboravo queste tematiche e le associavo ad arcaiche angosce abbandoniche e a specifici accadimenti infantili di disaccudimento. Anche dopo averle sviscerate in tutti i modi possibili, dovevo accettare il fatto che questi sogni e questi vissuti angosciosi non accennavano a diminuire, in barba alle teorie di Freud e dei suoi successori. Allo sconforto per l'inefficacia terapeutica e per l'incapacità di uscire dal quei circoli viziosi si aggiunse una nuova sintomatologia depressiva, un'astenia e una mancanza di entusiasmo che malgrado avvertissi come fondamentalmente egodistoniche, ugualmente andavano ad aggravare la situazione.
Una serie di riflessioni, di meditazioni sulla bioenergia mi hanno riportato a pensare a quei tempi adolescenziali, a quegli interessi giovanili, e per estensione, a tutte le forme di energia, anche in un senso ben più materiale, concreto, notando come proprio in quel periodo anche il mondo sembrava manifestare problemi energetici, specialmente nei costi dei carburanti. Mi è bastato poi collegarmi a internet per accertarmi, in pochi minuti, che stava accadendo in questi anni ciò che avevo sempre ipotizzato sarebbe successo alla generazione successiva alla mia, se non addirittura a quella dopo ancora. Eravamo già arrivati in prossimità del picco!
Da quel momento qualcosa è scattato, tant'è che da allora non ricordo di aver fatto più nemmeno un sogno catastrofico, e inoltre ho energie da vendere! E' pur vero che la psicologia sminuisce tutto ciò, ed è molto chiara in merito a quanto accaduto: l'aver potuto spostare all'esterno, sul piano del reale dei timori fantasmatici soggettivi profondi, produce un effetto liberatorio come quello verificatosi, anche se questa operazione psichica è sostanzialmente difensiva, e generalmente instabile, non definitiva.
A questo punto sorgono diversi quesiti (a parte l'evidente anomalia per cui nel mio caso la ricerca è nata da una pressante sensazione interiore e da strani sogni sulla cui origine e finalità tralascio di cavillare ulteriormente), che pericolosamente ruotano attorno alla necessità di districarsi fra paure soggettive e realtà, tra teoria e osservazione empirica, tra ciò che è pertinenza del Geologo e cosa concerne l'attività dello Psicologo. Cercherò di spiegare meglio questa non semplice commistione di piani diversi di osservazione riportando accadimenti più recenti.
Conscio della perniciosità della situazione e delle allarmanti implicazioni del peak oil su molte situazioni macro e microsociali e su professioni come quella dello Psicologo, mi son preso la briga di stilare un opuscolo informativo con i concetti principali ed una sintetica analisi della situazione socio-economica e delle sue possibili evoluzioni, e ho commesso l'errore di distribuirla ai miei colleghi Psicologi più di sei mesi prima della crisi finanziaria. Invariabilmente, a parte qualche sporadico caso di genuino ascolto del problema esposto, il vero motivo d'interesse dei presenti era questa strana manifestazione delirante, della sua collocazione sul DSM4, delle libere associazioni sul tema, della terapia psicologica o ancor meglio farmacologica da somministrarmi. La qualità degli sguardi che si posavano sulla mia persona era mutata drasticamente. Ero sicuramente affetto da un delirio di catastrofe, abbastanza ben sistematizzato in una complessa e arzigogolata produzione di poco credibili assunti pseudoscientifici. Del resto, come era possibile mettere in dubbio la pluriennale continuità ed evidenza di un mondo in corsa verso il progresso e l'espansione attaccandolo con le profezie catastrofiste di una moderna Cassandra senza subire il medesimo ostracismo, la stessa incredulità? Il mondo avrebbe sicuramente provveduto, il problema, se mai esisteva, sarebbe stato risolto, e si poteva stare tranquilli. La probabilità che ciò accadesse deve essere apparsa paragonabile a quella di essere colpiti da un meteorite, e i miei timori altrettanto infondati.
Non provo alcun risentimento nei confronti dei miei colleghi, ma sono costretto in qualche modo a notare uno scotoma veramente poderoso che impedisce di considerare come reale, non solamente ipotetica, teorica, o meramente speculativa una chiave di lettura della realtà che porti a ipotizzare conseguenze drasticamente peggiorative del nostro livello di esistenza.
L'attenzione per la realtà interiore che contraddistingue l'attività dello psicologo non può prescindere, a mio modesto parere, almeno dalla curiosità di conoscere e di prendere in considerazione anche altri aspetti e livelli di realtà, una fra tutte, il lavoro di esperti del settore che ricavano le loro teorie dai dati empirici ed elaborano teorie universalmente accettate. Per completezza, anche l'attività del Geologo e le sue previsioni non possono misconoscere aspetti peculiari del comportamento e dello psichismo umano. Anche da questo solo esempio vediamo che ogni attività d'informazione e divulgazione si scontra contro pesanti meccanismi difensivi che rischiano di invalidare qualsivoglia tentativo di responsabilizzazione. Chi ha provato ad informare parenti o amici ovviamente sa cosa intendo dire.
Un'ulteriore risvolto per me intriso di un vago sentimento dereistico, di totale inefficacia comunicativa, è avvenuto durante uno degli ultimi incontri con quegli stessi esimi colleghi, allorché, suppongo per evitare il disagio di rimettere in discussione quanto stabilito sul mio conto e sulla mia evidente follia, si è fatto massiccio ricorso a spiegazioni alternative fornite da economisti e dai tanti esperti apparsi alla televisione.
La tesi condivisa dei colleghi, che il mio delirio fosse esclusivamente uno sfogo emotivo, paragonabile ad un'infantile capriccio che per giunta non porta ad azioni concrete, ha un tantino vacillato quando li ho informati che l'ordine dato per tempo alle banche di effettuare il rientro di quanto avevo investito in comparti azionari era un atto concreto, i cui effetti si erano dimostrati piuttosto tangibili poiché non ci avevo rimesso un solo centesimo, a differenza di tutti loro che nonostante le mie esortazioni adesso erano lì a lamentarsi delle perdite e a chiedersi cosa fare. Suppongo sia per loro una compensazione sufficiente il ritenere che si sia trattato di una semplice coincidenza, ma ho comunque avvertito una sfumatura di rabbia che nel loro sguardo prendeva il posto del compatimento, e mi sono sorpreso a sorridere.
Questi semplici accadimenti mi hanno comunque portato a formulare una riflessione riguardo a problemi ben più importanti di questo piccolo incidente. Le mie considerazioni riguardano l'etica stessa della professione di Psicologo. Mi sono trovato ad esempio a chiedermi se è onesto e lecito cercare di esercitare una qualche forma di terapia o di semplice relazione con un altra persona portandosi dentro convinzioni di questo tipo senza esplicitarle in alcun modo, e senza scadere nel proselitismo. Finora la risposta più soddisfacente che mi son dato è che questo dipende dalla capacità di sopportazione di questa consapevolezza che può avere l'interlocutore. Molte persone in terapia (e non solo) sono momentaneamente o purtroppo stabilmente regredite o comunque non sufficientemente attrezzate a sopportare questa dolorosa ipotesi (anche se non è detto che se non ci riescono degli Psicologi, non possano far meglio i nostri pazienti). In questi casi non è comunque saggio aggiungere carico ulteriore all'equilibrio precario della personalità frammentata o destrutturata. Meglio posticipare o omettere considerazioni che sarebbero comunque dolorose e ansiogene. Più in generale ci si può regolare – almeno così ritengo necessario procedere – come se si dovesse parlare a una persona molto giovane che non graveremmo con problematiche penose troppo precocemente. A parziale sgravio della coscienza c'è il fatto non trascurabile che non si è stati contattati con questa richiesta. E' allora qualcosa che può essere relegato ad altri contesti comunicativi (conferenze, dibattiti), nei quali l'adesione sia implicita nella presenza in quella diversa situazione.
Ma come dirlo – qualora sia corretto farlo – e cosa comunicare? Mi è sembrato interessante notare come esistano persone che appena “annusato” il sentore pericoloso di quanto stavo affermando si sono affrettate a zittirmi (o a cercare di farlo), adducendo una legittima preferenza per non sapere questo genere di cose. Premesso che ritengo questo atteggiamento perfettamente legittimo, mi affretto a dissociarmi da esso. Ho quindi pensato che si potrebbe quasi premettere una sorta di test per scoprire questo atteggiamento. Si potrebbe ad esempio chiedere alle persone se, in caso venisse scoperta una loro patologia molto pericolosa (Aids, tumore, ecc..), preferirebbero saperlo oppure no. Sono certo che esiste una gran percentuale di persone che desiderano vivere senza conoscere questa realtà e forse non avremmo il diritto di costringerle a sapere.
A parte l'evidente considerazione che nessuno può sottoscrivere ciò che accadrà nel futuro, quanto è alto in effetti il rischio di sostituire dei fatti con delle nostre ataviche paure? D'altra parte, l'inconsistenza del modo di vivere della stragrande maggioranza della popolazione, l'atteggiamento avido e consumistico della nostra generazione, la facile distraibilità che fa sì che la maggior parte delle persone aborrisca ogni forma di responsabilità e di autocoscienza personale, per non parlare di una generalizzata insensibilità nei confronti di problemi legati alla sostenibilità e all'utilizzo delle risorse, sono tutti vettori inerziali che concorrono a lasciare che gli eventi seguano un percorso irreversibilmente votato ad essere alterato solo dalla ineluttabilità della crisi, forse dalla violenza delle circostanze, e costituiscono un ostacolo insormontabile alla possibilità di correzione di rotta.
Tra le conseguenze che hanno avuto un effetto immediato a livello personale, c'è uno stravolgimento per quanto concerne la pianificazione del futuro. Progetti che stavo coltivando e aspettative e speranze sono stati tutti in qualche misura modificati dalle anticipazioni di un futuro dalle caratteristiche tutt'altro che rosee e che si intravede arrivare a grandi passi.
In questa situazione che possiamo dire di condividere con molti abitanti di questo pianeta, fermi restando tutti gli sforzi talvolta donchisciotteschi di portare informazione, di sollecitare dibattiti e di tirare per la giacca i nostri poco lungimiranti governanti e politici, cosa è concretamente possibile fare per affrontare le prossime evoluzioni della situazione mondiale e locale? Questo lo chiedo nonostante appaiano sempre più spesso molteplici pubblicazioni (oltre alle Sue di inizio anno) anticipatrici degli anni a venire, e la sensazione che si prova è molto vicina ad un ben poco edificante senso d'impotenza.
Sarei veramente grato che si portasse il dibattito già presente in internet da un piano molto velleitario, da progetti talvolta ridicoli o eccessivamente intrisi di paure, di istinto di autoconservazione, verso ciò che è realisticamente (ancora questa parola?) possibile fare a diversi livelli e dimensioni di intervento, (familiare, locale, regionale, nazionale), e incrociare questi dati con previsioni di massima in un arco temporale di molti anni, per comprendere almeno se gli sforzi intrapresi sono adeguati alle necessità.
Il mio modestissimo contributo riguardo alla situazione che ritengo in progressivo peggioramento, è finora consistito in questo artigianale lavoro di informazione, di sensibilizzazione, alternando momenti di impegno verso gli altri a momenti di ripiego verso la determinazione di “badare prima al mio di orticello”, incentivato in questo ritiro dall'incredulità, dalle mortificazioni, dall'esposizione al ridicolo.
Sono certo che al di là della pusillanimità dimostrata da questi tentennamenti, da queste mie ambivalenze, pulsa una marcata convinzione presente in me da sempre di appartenere (almeno idealmente) alla tribù dei peak-oilers.
E' questo il motivo per cui continuerò a leggere i contributi e le pubblicazioni Sue e dei Suoi collaboratori, cercando nel frattempo, anche grazie a questi e per quanto possibile, di affinare la preparazione e l'efficacia divulgativa, al momento di molto inferiori alle aspettative.
Le sottopongo la mia personale opinione riguardante la necessità di approfondire questa relazione intercorrente fra la gravità della situazione energetica, economica e sociale e l'impossibilità psicologica da parte dei più di accettarla, di attivarsi maggiormente, di tenerla presente nelle scelte e nelle strategie per il futuro, e ancor di più per il presente.
Ringraziando per la Sua sobria opera di divulgazione La prego di perdonare la prolissità di quanto scrivo.
Cordialmente, Claudio Rava
Etichette: comunicazione, picco del petrolio, psicologia
giovedì, marzo 12, 2009
Case passive e comportamenti attivi
Etichette: autosufficienza, efficienza
mercoledì, marzo 11, 2009
Debbie Cook speaks

Debbie Cook alla conferenza ASPO-6, a Cork, in Irlanda nel 2007. Debbie è stata sindaco di Huntington Beach, in California, è presidente del Post Carbon Institute e membro del "board" di ASPO-USA. Recentemente, ha scritto per "The Oil Drum" un articolo molto interessante sulla desalinizzazione in California intitolato "la prossima peggiore idea" che vale decisamete la pena di leggere dal quale estraggo la frase che segue. Finché gli Americani hanno persone come lei, c'è ancora speranza.
La desalinizzazione dell'acqua marina è un esempio della nostra completa incapacità di capire che esistono realtà dure - acqua, cibo, energia, suolo fertile, aria e oceani sono limitati e la popolazione continua ad aumentare come pure i consumi. Ancora una volta stiamo cercando di risolvere con la sola tecnologia a una sfida che richiede invece adattamento. Ci stiamo rapidamente avvicinando al momento in cui non avremo abbastanza soldi da buttare nei nostri problemi. Ci possiamo già essere, oppure possiamo ancora essere in grado di tirar fuori ancora qualche risorsa risicata prima che il nostro futuro si metta in linea col nostro presente. Su questo "business as usual" ci scommetto.
Ocean desalination is an example of our complete failure to recognize stark realities—water, food, energy, soil, air, and oceans are limited and our population and consumption keeps growing. Once again we are applying a technical fix to an adaptive challenge. We are rapidly approaching the time when we will not have enough money to throw at our problems. We may be there now or we may be able to squeak out a few more stranded assets before our future catches up with our present. I’m betting on business as usual.
Debbie Cook is the former Mayor of Huntington Beach, President of Post Carbon Institute, and board member of ASPO-USA.
Etichette: demografia, recupero materiali, risorse
martedì, marzo 10, 2009
Il bambino e i gettoni
Il bambino aveva ricevuto in regalo dei gettoni per le giostre del luna park. Avrebbe potuto fare una decina di giri, e poteva scegliere le giostre che preferiva. Anche lui, come alcuni suoi amici più grandi e importanti, avrebbe potuto provare dei divertimenti che non fossero i soliti giochi nel cortile con la palla.Etichette: economia, fantasy, risorse
Il grande crollo del mercato immobiliare: cosa c'entra il picco del petrolio?
Questo diagramma (da www.ritholtz.com) mostra l'andamento delle nuove costruzioni di unità immobiliari negli Stati Uniti. E' solo uno dei tanti indici che mostrano come il mercato immobiliare stia crollando ovunque, non solo negli USA.Il grande crollo è cominciato col mercato immobiliare; con la crisi dei famosi "subprime" che poi si è propagata a catena in tutti i settori della finanza. I mutui "subprime" sono quei mutui considerati a rischio dagli istituti di credito. La storia è spiegata molto bene in un video linkato sul blog "crisis" in un post di Debora Billi. E' veramente illuminante, se appena masticate un po' di inglese, perdeteci 10 minuti per guardarlo. Dopo, capirete perché siamo in grossi guai.
ASPO aveva previsto il crollo del sistema finanziario già da anni (per esempio, da parte di Colin Campbell). Ma quando questo è avvenuto, non tutti hanno colto il legame con il picco del petrolio. In effetti, il legame non è evidente: cosa c'entrano i mutui subprime con il petrolio?
Seguendo questa linea di pensiero, molti hanno parlato di un "economia reale" contrapposta all' "economia finanziaria". La prima sarebbe sana, mentre la seconda sarebbe un covo di speculazione e corruzione. Da qui, si potrebbe concludere che la crisi riguarda soltanto questo mondo etereo di grandi pescecani della finanza, ma non questa mitica economia reale che continuerà comunque a produrre beni e servizi. Il picco del petrolio, secondo questa visione, in questa faccenda non c'entra proprio niente
A mio parere, questo modo di vedere le cose è completamente sbagliato. E' proprio l'economia reale a essere nei guai; e in dei guai molto profondi. Purtroppo, la nostra tendenza a dare molta importanza alle vicende finanziarie, prezzi e mercati azionari, ci rende ciechi di fronte alle difficoltà reali di chi produce qualcosa. Ma non possiamo ignorare il profondo effetto che la crisi delle materie prime ha avuto sulla produzione industriale negli ultimi anni. Sebbene i prezzi siano andati in su e in giù, la media è rimasta molto alta e, in ogni caso, non è tanto questione di prezzi quanto di costi. I costi di estrarre, trattare e distribuire le risorse minerali sono in continuo aumento: è un effetto inevitabile del progressivo esaurimento delle risorse "facili", quelle che vengono estratte per prime.
Ma non è solo una questione di costi delle materie prime. Le industrie (soprattutto nei paesi occidentali) si trovano a fronteggiare un vero tsunami di burocrazia regolatoria che fa aumentare sempre di più i costi di produzione. I burocrati di oggi sembrano appositamente pagati per mettere i bastoni fra le ruote a chi cerca di produrre qualcosa. Si sa che la burocrazia è in gran parte un'entità autoreferenziale che si nutre di se stessa, ma ci sono anche dei motivi oggettivi che portano a questo uragano regolatorio. L'inquinamento ambientale è una realtà e i suoi costi qualcuno li deve pagare: sono costi di sistema.
Abbiamo pochi studi integrati che tengono conto di tutti questi fattori: uno è quello della serie "I Limiti dello Sviluppo". A partire dal primo studio, del 1972, fino a quello più recente, del 2005, il modello dinamico del sistema economico mondiale ci dice che la combinazione di costi crescenti delle materie prime e dell'effetto dell'inquinamento deve portare il sistema industriale mondiale a cessare di crescere e a cominciare a contrarsi.
Sembrerebbe esattamente quello che sta succedendo: il sistema produttivo mondiale sta cominciando a contrarsi, iniziando una fase di declino che durerà decenni e che si potrà invertire soltanto quando (e se) saremo in grado di sviluppare nuove fonti energetiche e nuovi metodi produttivi a basso consumo di risorse e a basso inquinamento.
Ma allora, se il guaio è nel sistema industriale, come mai abbiamo visto crollare per primi e così rovinosamente i mutui subprime e poi tutto il mercato immobiliare? In realtà, non ci dovremmo stupire di questo comportamento. Al momento in cui il sistema economico ha preso atto che non poteva più continuare a crescere come prima, chi ne ha fatto le spese è stata la frazione del sistema stesso che era più vulnerabile: il mercato immobiliare.
Il mercato immobiliare è un classico schema piramidale, o "schema di Ponzi". Questi sistemi piramidali sono basati sulla moltiplicazione delle risorse finanziarie con vari trucchi; possono esistere soltanto finché gli investitori non richiedono tutti insieme i loro capitali. A quel punto, crollano rovinosamente. Non importa che succeda niente di particolare per causare il crollo: è inevitabile a un certo punto. Ma il crollo può essere fatto scattare da un evento scatenante. Nel caso dell'attuale crisi, è probabile che questo evento scatenante sia stato il grande picco del prezzo del petrolio di metà 2008. I prezzi altissimi hanno costretto le imprese e gli investitori a trasferire capitale nel settore petrolifero. Questo ha tolto al mercato immobiliare quel tanto di liquidità che è bastato per mettere a nudo lo schema di Ponzi che c'era dietro. A quel punto, il crollo era inevitabile: effetto valanga.
Questo tipo di analisi è necessario per capire il comportamento di sistemi complessi come quello economico mondiale. Non possiamo trovarci semplici legami di causa-effetto. Sarebbe sciocco dire che il mercato immobiliare è crollato a causa del picco del petrolio. Non è così, ma sarebbe altrettanto sciocco dire che il petrolio non c'entra niente con il crollo. Non ci sono molte certezze nell'evoluzione di un sistema complesso come l'economia mondiale, ma una è che la crisi è strutturale e durerà a lungo.
Etichette: mercato immobiliare, petrolio
lunedì, marzo 09, 2009
Che cos'è il catastrofismo?
Estratto dal Sole24Ore (7 marzo 2009):
Rifiuto: qui la cosa si fa patologica. Il rifiuto ideologico è normalmente legato a interessi politici e/o industriali, per cui risulta difficile dichiarare che il giocattolino che si vuole propagandare è rotto.
Etichette: catastrofismo
domenica, marzo 08, 2009
Il silenzio degli innocenti
Questa giovane e bellissima ragazza è una delle ultime vittime degli incidenti stradali in Italia. Attraversava le strisce, quando un criminale alla guida di un motorino ha sorpassato a destra un autobus investendola in pieno e togliendole la vita. Il padre della ragazza ha dichiarato di sentirsi morto insieme a lei.L’Istituto Superiore della Sanità ha effettuato una stima degli effetti sanitari degli incidenti stradali in Italia correggendo gli errori per difetto delle statistiche ufficiali che conteggiavano sino a qualche anno fa solo i decessi avvenuti entro i sette giorni dall’incidente. Solo di recente le statistiche hanno iniziato a tenere conto dei morti entro trenta giorni dall’incidente, riducendo l’errore dal 40% al 10%. Il grafico e la tabella seguenti descrivono meglio di qualsiasi parola l’immane carneficina che avviene annualmente nel nostro paese nella sostanziale indifferenza di un’opinione pubblica pronta a indignarsi e allarmarsi per emergenze sociali proporzionalmente meno cruente. A titolo d’esempio, il gravissimo fenomeno delle morti sul lavoro produce circa un terzo dei decessi causati dagli incidenti stradali e, secondo un’analisi dell’Istat, circa la metà delle morti sul lavoro av
Secondo uno studio di Amici della Terra e Ferrovie dello Stato, i costi esterni della mobilità in Italia, cioè i costi economici sostenuti dalla collettività invece che dall’attività che li genera, sono circa 100 miliardi di euro all’anno. Di questi, ben il 29% sono attribuibili agli incidenti stradali.
Ma il bollettino quotidiano che registra i morti e feriti di questa guerra planetaria che fa più vittime di tutte le guerre mondiali dell’ultimo secolo non induce le coscienze contemporanee a mettere in discussione un modello di mobilità insostenibile dal punto di vista, ambientale, energetico, economico e sociale. Sembra quasi che questo enorme tributo di vite umane rappresenti l’impronunciabile sacrificio umano da dedicare alla divinità laica delle moderne società consumistiche, l’automobile.
Perché la Chiesa Cattolica è pronta a mobilitarsi contro il diritto delle persone di poter scegliere di interrompere terapie sanitarie che le tengano artificialmente in vita e tace ipocritamente di fronte a questa negazione quotidiana del diritto alla vita?
Diciassette anni fa, una giovane e bella ragazza come quella uccisa nei giorni scorsi dal pirata della strada, prese la BMW dei genitori e, nel pieno della notte andò a schiantarsi contro un muro perdendo per sempre conoscenza. Quella ragazza si chiamava Eluana.
Etichette: sicurezza
sabato, marzo 07, 2009
Fuoco e Ghiaccio
Fuoco e ghiaccio: immagine da "purplebliss"
Esce oggi su "The Oil Drum" un mio post intitolato "Fuoco e ghiaccio, l'effetto del picco dei combustibili fossili sui modelli climatici. " Nel post discuto i risultati di un certo numero di articoli apparsi recentemente nella letteratura scientifica e su internet a proposito di come il picco del petrolio e dei combustibili fossili modifica le conclusioni dei modelli climatici.
Non ci sono molti articoli in questo campo: è stato un review molto facile a farsi. Ma quelli che ci sono sono molto interessanti perché concordano sul fatto che lo scenario "business as usual" (bau) dell'IPCC non sara veramente bau. Ovvero, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai ad arrivare ai livelli di oltre 1000 parti per milione (ppm) di CO2 nell'atmosfera che lo scenario prevede se non si prende nessun provvedimento per ridurre le emissioni. I modelli che tengono conto del picco indicano che ci dovremmo attestare fra 450 e 550 ppm, circa, per il solo effetto del graduale esaurimento delle risorse.
Un respiro di sollievo? Forse si; però c'è poco da stare tranquilli. Le incertezze sono immense e anche entro questi livelli di concentrazione di CO2 la temperatura potrebbe salire di oltre un grado e mezzo. Le conseguenze sarebbero molto pesanti sull'agricoltura e sul modo di vivere degli abitanti delle regioni tropicali e temperate. Da notare che, se il picco del petrolio può evitare certi estremi di temperatura, rende anche difficile adattarsi per via della minore disponibilità di energia. Per esempio ci sarà difficile rispondere con aria condizionata negli edifici e con il trasporto di generi alimentari verso le regioni danneggiate dal cambiamento. Su tutto questo, poi, aleggia la spada di Damocle degli idrati di metano che potrebbero partire a far danni per conto loro, indipendentemente dal picco o non picco.
Insomma, una situazione molto difficile; nel mio post su TOD concludo che non è detto che ci troveremo davanti a una scelta fra fuoco (riscaldamento globale) e ghiaccio (esaurimento dei combustibili). Piuttosto, ci potrebbero arrivare addosso tutte e due le cose: fuoco e ghiaccio.
Etichette: picco del petrolio, riscaldamento globale
Il picco dei mix
Etichette: produzione industriale
venerdì, marzo 06, 2009
Illusioni

Immagine dal sito della NOAA del 14 Gennaio 2009. Le temperature medie planetarie attuali sono le più alte registrate in tempi storici. Tuttavia, negli ultimi due o tre anni abbiamo visto una pausa nella tendenza all'aumento della temperatura. Da questa pausa, molti sono saltati alla conclusione che il problema del riscaldamento globale è scomparso e che non c'è più niente di cui preoccuparsi.
Poco tempo fa, Maria - che assiste mia zia di 93 anni - mi ha raccontato della morte di sua madre, avvenuta qualche mese prima nella sua città di Kishnova, in Moldavia. Mi spiegava Maria che al suo paese è usanza mettere vicino ai moribondi, o addirittura in mano, una candela accesa. Si dice che chi muore deve avere un po' di luce, l'anima ne ha bisogno per dirigersi verso il cielo.
Così, quando è parso che la madre di Maria, sofferente di cuore, fosse vicina all'ultimo respiro, le hanno messo sul comodino una candela accesa. A un certo punto, nella notte, lei si è svegliata e ha visto la candela. Deve aver capito benissimo che cosa significava. Ma, curiosamente, mi racconta Maria che in quel momento sua madre ha riacquistato colore e vivacità. Per una mezz'oretta ha chiaccherato con i suoi figli e nipoti, raccolti intorno al letto, come se stesse bene. Per poco tempo è sembrato a tutti che la malattia fosse sparita anche come ricordo. Poi la madre di Maria si è assopita. La mattina, la candela era spenta e lei se n'era andata, serenamente.
Etichette: cambiamento climatico
giovedì, marzo 05, 2009
La sottile differenza tra taccagneria e risparmiosità
Etichette: comportamenti sociali, consumismo, psicologia
mercoledì, marzo 04, 2009
Mettiamoci la faccia
In effetti, è strano come persone che nella vita reale sono tranquillissime, si trasformano in piccoli mostriciattoli stile "Gremlins" una volta messi alla tastiera e davanti al monitor. E' una specie di sindrome Jeckyll/Mr. Hide, che colpisce placidi impiegati statali che assumono improbabili "nick" per vagare su internet in forma di piccoli dracula in forma di pipistrello alla ricerca di vittime addormentate. Sui commenti dei blog, poi, regna o l'anonimato o il nick più strampalato. Sembra la battaglia dell'Atlantico al tempo dei sommergibili dell'ammiraglio Doenitz. Emerge il sottomarino, spara i siluri, poi si immerge e sparisce.
Questi ragionamenti mi sono venuti in mente in questi giorni quando c'è stato un attimo di flaming particolarmente selvaggio in una delle liste di discussione correlate a ASPO-Italia. Come mai succedono queste cose? Beh, io credo che tutto quello che avviene abbia una ragione per avvenire; in particolare, il flaming è così comune su internet perché la comunicazione non mette in gioco i nostri neuroni-specchio. Questa è una cosa che mi ha spiegato mia figlia che studia neurologia; i neuroni specchio sono una particolare struttura cerebrale che fa si che tutti noi continuamente riproduciamo ("specchiamo") nel nostro cervello le azioni di chi ci sta intorno. E' la sorgente di quello che si chiama "empatia"; sono i neuroni specchio che ci permettono di interagire con il nostro prossimo in modi gentili e cortesi.
Ovviamente, parlandosi attraverso la tastiera e lo schermo i neuroni specchio non hanno modo di essere attivati. In più, spesso ti trovi a parlare con una persona senza nome o con un nick improbabile, tipo "Galactic Dominator". Non c'è da stupirsi se l'empatia è un po' scarsina, alle volte. Allora, per evitare gli screzi, bisognerebbe veramente cambiare un po' stile nel fare certe cose. Per prima cosa, bisognerebbe usare sempre nome e cognome. Capisco che se uno si chiama, che so, Ubaldo Castracipolle, preferisca presentarsi come Knight of Darkness, ma insomma bisogna essere anche realistici. Ma, soprattutto, è importante presentarsi con una fotografia; metterci la faccia, insomma. Questo è il modo migliore per mettere in azione i neuroni a specchio dei tuoi interlocutori.
Dopotutto è con questo semplice trucco che facebook è riuscito ad avere così tanto successo. Fateci caso: tutti si presentano su facebook con la loro foto ed è un ambiente di solito rilassato e amichevole. E' un punto che i politici hanno capito molto bene; infatti le campagne elettorali sono tutte basate su grandi faccioni che imperversano sui muri e in TV. Cercano di attivare i vostri neuroni specchio e - alle volte - ci riescono anche. Non è che dobbiamo trasformarci in politici, ma possiamo imparare da loro anche se non tutti sono particolarmente simpatici.
Certo, uno potrebbe imbrogliare con il nome, e anche con la faccia. Ma è proprio un imbroglio, a differenza del presentarsi anonimo e senza faccia, che è solo pigrizia. Dopotutto, diceva Bertolt Brecht che è faticoso esser cattivi, per cui se eliminiamo la scusa per essere pigri è probabile che i cattivi veri siano molto pochi.
Quindi, su questo post vi presento la mia faccia. Sto modificando i vari account che ho per metterci, dove possibile, la mia foto. Suggerisco che lo facciate anche voi. Ma, in fin dei conti, ricordatevi anche che esiste un mondo al di là di facebook e di internet.
martedì, marzo 03, 2009
Abitudini, inerzie e altre patologie / 7: la forza d'inerzia dei sistemi legislativi
Etichette: inerzia, legislazione
lunedì, marzo 02, 2009
Aspettando gli extraterrestri: ASPO è una setta esoterica?

Sembra che in giro ci siano parecchie sette più o meno apocalittiche che attendono l'arrivo degli extraterrestri che salveranno i veri credenti e li trasporteranno in qualche splendido pianeta lontano dove vivranno felici e contenti per sempre.
Ora, più di una volta il gruppo di ASPO è stato accusato di essere una "setta". Questo è, purtroppo, il destino di chiunque si trovi a sostenere un'opinione un po' aliena rispetto al pensiero corrente. ASPO, poi, non aspetta l'atterraggio degli alieni, ma l'insistenza su un evento specifico come il "picco del petrolio" ha in effetti qualche sfumatura di millenarismo e, perlomeno in apparenza, qualche punto in comune con la visione apocalittica di certe sette esoteriche.
Mi sarebbe piaciuto, forse, essere il gran sacerdote di una setta esoterica chiamata "ASPO". Purtroppo, devo concludere che ASPO è una cosa diversa. I nostri modelli non vanno presi come profezie oracolari, ma hanno un buon valore predittivo soprattutto della produzione, ma anche dei prezzi. Questo è molto utile per tante cose e ti da veramente una marcia in più (anche due) rispetto a chi si basa soltanto sui modelli economici standard. Questi ultimi, si rivelano alla fine poco più validi di quelli delle sette in attesa degli alieni.
Etichette: hubbert, picco del petrolio
domenica, marzo 01, 2009
Spigolature: linkoteca di ASPO - Italia
created by Maurizio Tron
qualche link di interesse:
'Non dimentichiamoci poi che nel frattempo la popolazione è raddoppiata, per cui il livello di produzione degli anni '60 non è più sufficiente. Di conseguenza la Corea importa circa il 47% del cibo dall'estero (FAOSTAT). La percentuale sale al 75% per i cereali e al 93% per gli olii. Naturalmente un quinto circa del cibo serve per allevare gli animali; i coreani mangiano in media 50 grammi di proteine vegetali come 50 anni fa, ma le proteine animali si sono ottuplicate, passando da 5 a 40. Insomma: ci sono tutti gli ingredienti per una situazione esplosiva... '
'I fabbricanti di sigarette avrebbero certamente parlato di allarmismo, specialmente al tempo in cui mio zio fumava un pacchetto di sigarette dopo l'altro, negli gli anni 1960 e 1970. A quel tempo, cercavano ancora di convincere la gente che il fumo non faceva male. Ma il primo studio statistico che correlava fumo e tumori risale al 1929 e già nel 1964 l'evidenza era talmente chiara che il "Surgeon General" degli Stati Uniti aveva dichiarato ufficialmente che il fumo era pericoloso per la salute. Queste cose, mio zio non poteva non saperle. Doveva anche essergli chiaro il principio di precauzione, dato che lavorava come ispettore della sicurezza degli edifici. Eppure, ha continuato a fumare fino all'ultimo. Con tutta l'ammirazione che avevo, e ho tuttora, per mio zio, devo dire che si è comportato da irresponsabile'
'Propongo quindi di introdurre l'uso dei seguenti termini:
Tranquillismo [tran-quil-lì-smo] s.m. Tendenza a non preoccuparsi e a tranquillizzare gli altri anche in presenza di validi motivi di rischio o pericolo. Condizione di apatia generale dovuta a scarso interesse o comprensione dei rischi a cui si sta andando incontro.
Struzzismo [struz-zì-smo]s.m. Tendenza a non voler vedere i problemi e i pericoli, anche se gravi e imminenti. Il termine deriva da struzzo e dalla diceria, assai diffusa, ma non confermata da nessuno studioso, che di fronte al pericolo lo struzzo non fugga, ma infili la testa sotto la sabbia'
' “Le evidenze raccolte certificano che la realizzazione della discarica finora è avvenuta in un cantiere allo sbando. Le prove fotografiche evidenziano inoppugnabilmente il dissesto ambientale della discarica e sottolineano che la sua attivazione nelle condizioni attuali può solo provocare un disastro ambientale”. Lo dice un docente universitario di Geologia, non un pincopallino qualsiasi. Secondo voi può star tranquilla la gente di Chiaiano?' e quella della val di Susa, e quella di Vicenza, .... ?
'Adesso, comunque, si ripensa ad Orlov. Come giustamente da lui predetto la Russia torna al baratto, ma stavolta in grande stile: un'industria sta persino pagando i suoi creditori con scavatrici. Si scambiano stock di biancheria intima con auto usate, legname con medicine, e qualcuno sta studiando un sistema elettronico per applicare il baratto "a cascata" ad una serie di imprese. Orlov sostiene che i russi siano molto meglio strutturati di noi (se non altro psicologicamente, oltre che storicamente) per sopravvivere alla crisi. Staremo a vedere...'
'Un articolo del Times Online getta ombre cupe sulla situazione Irlandese. I prestiti rilasciati dalle banche Irlandesi ammontano a 11 volte la dimensione dell'economia del paese. Il costo dei cds a 5 anni, uno strumento finanziario che fornisce un indicazione sul rischio paese, è triplicato nell'ultima settimana arrivando a toccare i 350 punti base venerdì scorso (il valore più alto in Europa). Il mercato insomma, vede come sempre più probabile un futuro default dell'Irlanda [....] Dopo un po' di divagazioni sui temi in questione, da parte dei politici presenti alla discussione, Roubini prende la parola e comincia, nel suo stile accademico, a fare una panoramica della situazione nei paesi del vecchio continente, finché non giunge a descrivere quella italiana, paragonando la china che il "bel paese" ha imboccato a quella che ha caratterizzato il tracollo Argentino. Un paragone che ritengo, dovrebbe balzare agli occhi di ogni persona semi sensata che conosca un minimo gli avvenimenti che hanno condotto l'Argentina al fallimento. A quel punto tra la costernazione generale, Tremonti interruppe le considerazioni di Roubini ribattendo con un incontrovertibile: "tornatene in Turchia!". Innanzi tutto, bisogna dire che Roubini non ha mai avuto paura di dire quel che pensa, anche quando le sue affermazioni si sono rivelate in contrasto con le previsioni dell'intero establishment economico. In secondo luogo, sebbene sia nato in Turchia, Roubini ha vissuto 20 anni in Italia e si è laureato alla bocconi. Quando parla di questo paese lo fa a ragion veduta. La risposta di Tremonti riassume bene il classico atteggiamento dei politici italiani, atteggiamento che con una sottile ironia sembra ricordare da vicino quello tenuto dai loro omonimi argentini durante il periodo che precedette il collasso del paese sud americano. Il non voler rispondere a nessuno, quella presunzione e quell'arroganza nei modi che sembra nascere da un senso di superiorità ed intoccabilità, la completa mancanza di un reale dibattito su certi temi, le continue distrazioni su questioni secondarie, sono tutte indice di un degrado che in questo paese sembra aggravarsi ogni giorno che passa [....] La maggioranza sembra invece occuparsi di tutt'altro. Ogni tanto Berlusconi spara una cifra, su un qualche possibile intervento economico, cifra che sembra cambiare di volta in volta quasi ad assecondare considerazioni a noi ignote come variazioni dell'umidità atmosferica. Per ora, a parte fregnacce come la social card, e gli aiuti per comperarsi la lavatrice o un altra auto non si è visto nulla di significativo. Se hanno intenzione di intervenire in qualche maniera per mitigare l'impatto della crisi, sarà anche il caso che comincino a farlo seriamente e che ci facciano anche sapere cosa intendano fare. Se preferiscono non intervenire allo stesso modo sarebbe carino saperlo. Dire tutto ed il contrario di tutto non aiuta certo a costruire la fiducia'
bastassero le sparate sull'economia:
'Attacca Scalfaro con allusioni, sfrutta Eluana, "loro sono quelli della cultura della morte", e scherza sui desaparecidos, "erano belle giornate, li facevano scendere dall’aereo...". Questo il tenore. Che ridere'
infine, e sia detto con tutto il rispetto per le vittime della violenza, che son sempre troppe, un estratto da una mail di un socio Aspo, i cui dati sono rintracciabili anche qui:
http://www.istat.it/dati/catalogo/20060127_02/, http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20041217_00/
http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/cronaca/istat-violenza-donne/istat-violenza-donne/istat-violenza-donne.html
http://passineldeserto.blogosfere.it/2007/12/stupri-in-italia-altro-che-stranieri-il-69-opera-di-mariti-e-fidanzati.html 'Quindi, lasciato da parte il "luogo comune" che sono "gli altri" a commettere tali orrori, occorre guarda in faccia alla realtà emersa da questo studio statistico. Secondo l'istituto di statistica, il 69% degli stupri sono opera di partner, mariti o fidanzati. Ma veniamo ai dati che l'Istat ha pubblicato, dati che fanno molto pensare. In Italia 6 milioni 743 mila donne dai 16 ai 70 anni - infatti - hanno subito violenze, di cui un milione e 150 mila nel 2006: 1.400.000 ragazze ha subito violenza sessuale prima dei 16 anni. In Europa il 12-15% delle donne subisce quotidianamente violenze domestiche che rappresentano la prima causa di morte tra i 16 e i 44 anni, ancora prima di cancro, guerre e incidenti'
l'estratto, che condivido in toto (non avrei saputo scriver meglio ciò che penso), è il seguente:
'E' un fatto che le paure agitate sempre più dai media faciliteranno tutto questo; leggo che istat stima circa 733.000 stupri e violenze sessuali all'anno in Italia (2006) di cui un quarto vengono effettivamente denunciati e la maggior parte avvengono in contesti familiari; purtuttavia se ne sbattono in prima pagina una decina all'anno (il numero è dovuto al fatto che la coda mediatica si esaurisce in circa un mese), tra quelli più raccapriccianti, rigorosamente compiuti da stranieri probabilmente per alimentare una guerra tra poveri (ceti popolari italiani di periferia ed i loro vicini di quartiere stranieri) che richiederà leggi repressive particolarmente adatte per tenerli sotto controllo o al più farli scornare tra loro distogliendoli da problemi fondamentali quali il degrado delle condizioni di lavoro e dei servizi sociali'
Su La Stampa del 17 febbraio 2009, in terza pagina Jena, sarcasticamente ma non troppo, scriveva:
Stupratori
Calderoli: "Castrazione chirurgica per gli stupratori"
Le femministe: "In ogni uomo si nasconde un potenziale stupratore"
Calderoli: "Ritiro la proposta"
____________________________________________________________
David Addison
Etichette: comunicazione, miscellanea



