venerdì, febbraio 22, 2008

Il prezzo più alto è quello che non ti puoi permettere di pagare



Il crollo del prezzo del petrolio
di Ugo Bardi - 21 Febbraio 2008
www.aspoitalia.net



Va su e giù come al solito il prezzo del petrolio. Dopo un periodo di ribasso (per così dire) dove era sceso sotto i 90 dollari al barile, oggi è andato di nuovo sopra i 100, come abbiamo letto sui giornali.

Pochi anni fa, l'idea che il petrolio potesse andare sopra i 40 dollari al barile faceva venire le palpitazioni a chi si occupava di queste cose. Oggi, ci siamo abituati a vederlo salire a velocità crescenti. 100 dollari, tutto sommato, non ci fa nemmeno una particolare impressione. Anzi, ci aspettiamo che salga di più, molto di più. Eppure, non potrebbe darsi che le cose debbano cambiare? Potrebbe darsi che vedremo a breve scadenza il crollo del prezzo del petrolio?

Fino ad ora, gli alti prezzi hanno avuto poco effetto sui consumi. In effetti, che la benzina costi 1,3 euro oppure 1,4 cosa cambia? Anche se costasse due euro al litro, smetteremmo di fare il pieno? Ai supermercati, si continuano a vendere bicchieri di plastica (che è fatta dal petrolio) e nella sezione "casalinghi" potete comprare delle confezioni in plastica dove dentro ci sono cinque o sei chiodi. La confezione costa molto più cara di quello che c'è dentro. Con i prezzi attuali del petrolio, tutti questi imballaggi costano enormemente cari, eppure si continuano a produrli e a venderli.

In effetti, i prezzi alti del petrolio indicano, è vero, una situazione di crisi ma è anche vero che stimolano modi di alleviare la crisi. Con i prezzi a questo livello, l'industria petrolifera ha avuto dei profitti immensi negli ultimi anni e si sta impegnando in imprese altrettanto immense di ricerche e di sfruttamento di giacimenti difficili e costosi che, per prezzi più bassi, nessuno si sarebbe mai sognato di sviluppare.

Ma se l'industria petrolifera è contenta, non lo stesso si può dire degli altri settori industriali. Gli alti prezzi si ripercuotono su tutta la catena produttiva, fino al consumatore finale. Tutte le industrie che usano prodotti del petrolio, dall'agricoltura all'industria chimica, devono scegliere fra aumentare i prezzi o ridurre i profitti. A lungo andare, o l'industria non ce la fa a produrre, oppure il consumatore finale non ce la fa a mantenere il livello di consumi. Il risultato è una stasi produttiva o una riduzione della produzione. In pratica, quello che si chiama recessione.

Per il momento, non sembra che siamo in una recessione vera e propria, ma i sintomi di una recessione imminente ci sono tutti. In una recessione, si riducono i consumi di tutto, compresi quelli petroliferi. Se cala la domanda, i prezzi si abbassano e questo è quello che potrebbe succedere. Il prezzo del petrolio potrebbe rientrare anche sotto i 50-60 dollari al barile.

Chi sarebbe messo in grave difficoltà da una discesa dei prezzi sarebbe l'industria petrolifera che vedrebbe brutalmente ridotti i propri profitti e si troverebbe esposta con dei progetti di costi immensi la cui resa economica diventa improvvisamente dubbia. Emblematico qui è il caso di Kashagan, nel Mar Caspio, dove l'ENI si è fortemente impegnata nonostante le grandissime difficoltà tecniche del caso. E' conveniente estrarre da Kashagan (quando ci si riuscirà)? Certamente si, con il petrolio a 90 dollari al barile. E' sempre conveniente con il petrolio a 60 o 50 dollari al barile? Forse, ma i profitti sarebbero enormemente ridotti e potrebbe anche darsi che l'estrazione vada in perdita netta.

In sostanza, il picco del petrolio potrebbe manifestarsi in corrispondenza di una riduzione dei prezzi, forse addirittura di un crollo. A questo punto, la produzione dovrebbe calare per cercare di tenere i prezzi a un livello sufficiente per mantenere un profitto. Il calo della produzione mondiale è esattamente quello che ci aspettiamo secondo il modello di Hubbert. Solo a questo punto, vedremo ridursi i consumi di carburante anche se, forse, non costerà più di quello che costa ora. Il prezzo più alto, come sempre, è quello che non ti puoi permettere di pagare.

3 commenti:

valerio ha detto...

Molto stimolante il paradossale ribaltamento del paradigma "scarso prodotto ---> alti prezzi" in "scarso consumo ---> bassi prezzi" Tuttavia anlizzando un mercato globale bisogna tenere in considerazione il fatto che se una recessione è all' orizzonte (e in effetti lo è!) questa riguarderà USA e, in misura, minore, EUropa! Sarebbe interessante capire se i consumi in crescita di India, Cina e Asia in generale basteranno a compensare il calo dei consumi Occidentali. Io scommetterei di sì perchè la recessione Occidentale sarà dovuta alla riduzione del consumo in prodotti ad alto contenuto tecnologico e/o beni di lusso, ma poco o nulla cambieranno i nostri consumi di beni come pupazzetti, computer, utilitarie, gadget, Ikea, abbigliamento made in china, calzature. E questi consmi trainano la crescita asiatica. Dunque io non credo molto allo scenario che proponi e scommetterei più su un futuro di "prezzo troppo alto per il produttore di beni occidentale" che paga oltre al petrolio anche (e assai di più) marketing, distribuzione, manodopera!

Alex ha detto...

Ho scoperto il vs blog da poco. Essendo molto interessante ho passato un po' di tempo nel leggere parecchie cose (non riesco a capire ovviamente le cose + tecniche) però alla fine della lettura ho provato sconforto, pensando che ci aspettano veramente dei tempi bui! E' un blog a rischio depressione! Ma sono contento di leggere queste informazioni e fate benissimo a continuare così.
P.S. Io lavoro per l'industria automobilistica nazionale e ho solo esperienza nel settore automotive. Mi aspetta un futuro da disoccupato? Nessuno sviluppa automobili che non vadano a carburanti fossili e la cosa mi preoccupa un po' visto che il picco è già stato raggiunto. L'idrogeno è la solita balla e l'auto elettrica è al palo.
Dovrò aprirmi un chioschetto di bibite???

Ugo Bardi ha detto...

Non ti preoccupare, Alex. La prima fase è quella dello sconforto. Poi segue quella della reazione attiva. E' una sfida quella che abbiamo davanti; non è detto che la si debba perdere per forza; anzi.