martedì, febbraio 01, 2011

Ahimé, ancora la bufala del petrolio abiotico

Arriva da "ClimateMonitor" un commento di Roberto Vacca alle presentazioni di Ugo Bardi e di Kjell Aleklett al Festival della Scienza di Roma sul Petrolio.

Purtroppo, Vacca non sembra avere altri argomenti che una serie di banalità e di errori puri e semplici. Per prima cosa, riparte con l'idea del "petrolio abiotico" che esisterebbe in quantità enormi a grandi profondità. Quest'idea, una bufala totale, l'aveva già tirata fuori nel 2007 con un vergognoso articolo sul "Sole 24 Ore."

Il bello è che Vacca stesso ci dice che questa idea viene "largamente ignorata da esperti e decisori". Eh, beh, certo che viene ignorata; e ci sono delle ottime ragioni per questo. Le potete trovare, per esempio, in questo post di Ugo Bardi.

Vacca ritira fuori anche la storia del "Club di Roma," riferendosi evidentemente alla leggenda degli "errori" associati con il rapporto intitolato "I Limiti dello Sviluppo" del 1972. Pretesu errori, dato che a un'analisi della pubblicazione non si trova nessun errore significativo. Questa cosa l'ho raccontata più volte, per esempio qui (già nel 2003) e più di recente qui. Ma se non volete dar retta a Ugo Bardi su questo punto, leggetevi per esempio Charles Hall e John day sul The New Scientist. Uno dei tanti che demoliscono la leggenda.

Questo per citare soltanto alcuni degli errori elementari del testo di Vacca. Il resto, poi, non merita è semplicemente una serie di banalità. Vacca demolisce un "modello di Hubbert" che si è inventato lui e che ha poca o nessuna relazione con il lavoro serio di persone competenti come Kjell Aleklett che ha presentato i suoi risultati al Festival della Scienza di Roma. Per una discussione recente sui limiti e sull'utilità del modello di Hubbert, potete dare un'occhiata a questo articolo di Ugo Bardi su "The Oil Drum".

Insomma, nel dibattito scientifico tutti sono liberi di dire la loro; ma bisogna sapere di cosa si parla e per saperlo bisogna studiarci sopra. A improvvisarsi esperti si rischia sempre di fare una brutta figura. Questo succede a Roberto Vacca che si è improvvisato geologo petrolifero. Succede anche, in campo climatico, al sito "climatemonitor," che pubblica l'articolo di Vacca e i cui gestori si sono improvvisati climatologi. (In proposito, vedi per esempio i siti "climalteranti" e "effetto cassandra").

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La fine del petrolio o la fine dell’allarme?

Scritto da Roberto Vacca il 28 - gennaio - 2011

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Sulle gratuite e irrilevanti idee di Aspo et al. relative al picco del petrolio e al suo esaurimento, riporto 2 pagg dal mio libro SALVARE IL PROSSIMO DECENNIO, appena pubblicato da Garzanti. No other comment is in order.

Nel Capitolo 12 del mio PATATRAC già citato, illustro le esperienze, le ragioni e gli studi che inducono a ritenere che a grande profondità esistano sulla Terra riserve di idrocarburi minerali di molte volte maggiori di quelle attualmente stimate in meno di 200 miliardi di tonnellate di petrolio. I risultati ottenuti in questo campo vengono largamente ignorati da esperti e decisori.

Al contrario: continua a vociferare una scuola di pensiero secondo la quale sarebbe dimostrato che le riserve petrolifere del mondo sono inferiori alle stime correnti e sono destinate a essere esaurite in breve tempo. La proiezione è analoga a quella presentata nel citato primo rapporto al Club di Roma sui Limiti dello Sviluppo, ma viene ammantata di giustificazioni teoriche elaborate e poco sussistenti.

La storia cominciò negli anni Cinquanta con gli studi di M. King Hubbert, geofisico, consulente principale della Shell Development Company. Lo scenario sviluppato implicava che, una volta raggiunto il massimo nella produzione di petrolio, sarebbe iniziata una diminuzione ininterrotta fino all'esaurimento. Hubbert dedusse un’altra regola da osservazioni fatte sui diagrammi di produzione, dall’inizio dello sfruttamento fino all’esaurimento, di singoli pozzi petroliferi e di interi campi contenenti vari pozzi. La quantità totale estratta dall’inizio fino al massimo di produzione sarebbe uguale alla riserva residua al momento di detto massimo.

La regola è risultata valida in parecchi casi, ma Hubbert ne dedusse una sua validità universale per ogni regione petrolifera e anche per la produzione mondiale di greggio.

Taluno ha chiamato “postulato di Hubbert” l’uguaglianza citata a causa del fatto che è il risultato di considerazioni empiriche e non dell’individuazione di meccanismi fisici deterministici e ben noti. Sono molti i fattori che influenzano la velocità di estrazione del greggio da un pozzo o da un’intera regione e anche l’entità delle risorse investite nella prospezione e in nuove trivellazioni. Fra questi:
  • la tecnologia disponibile, la maggiore o minore facilità di estrazione, la profondità dei giacimenti
  • il prezzo del barile di greggio e le previsioni dei prezzi futuri
  • le situazioni finanziarie delle compagnie petrolifere
  • la situazione politica internazionale (il timore di conflitti induce i governi ad aumentare le riserve)
  • la situazione economica dei Paesi in cui si trovano i giacimenti
  • l’opposizione di gruppi ambientalisti a nuove trivellazioni o alla stessa continuata estrazione – specie off shore, dopo il disastro della piattaforma della British Petroleum nel Golfo del Messico. Nel Capitolo 13 analizzo in dettaglio quell’incidente.
Vanno, poi, tenuti in conto quattro fattori decisivi.

Il primo è che non sono disponibili dati su riserve ancora non provate: potrebbero anche essere enormi e costituite da greggio di ottima qualità e di facile accessibilità.

Il secondo è che non ci sono procedure per determinare il tempo totale di estrazione (e quindi l’esaurimento) di un giacimento. Se i giacimenti di greggio fossero contenitori con una data dimensione verticale h dal fondo dei quali il petrolio fuoriesce per gravità, sapremmo bene che la velocità iniziale di fuoruscita sarebbe
sqrt{2} gh

e che decrescerebbe linearmente in funzione del tempo fino ad annullarsi. Non ci sarebbe alcun picco di produzione. Il greggio, invece, coesiste spesso con arenarie e trafila fra gli interstizi di quel materiale, per cui è necessario pomparlo incontrando una impedenza anche forte, oppure distaccarlo con getti di vapore ad alta temperatura. La situazione in ogni giacimento può modificarsi per varie ragioni: fare previsioni è arduo.

Il terzo fattore è la citata presumibile esistenza di grandi giacimenti primari molto profondi.

Il quarto è la nota esistenza di enormi giacimenti di greggio denso in scisti bituminosi (oil shale). L’estrazione è costosa e la sua fattibilità dipende dal livello di prezzo raggiunto dal greggio sui mercati. Da vari anni, però, negli Stati Uniti vengono estratte dagli scisti bituminosi grandi quantità di gas naturale. In conclusione non è giustificato il timore di un veloce e inaspettato esaurimento della produzione di greggio. I problemi energetici, industriali, socio economici che determinano la domanda e quelli ambientali sono strettamente addentellati fra loro. Possono essere affrontati solo in modo integrato nei modi, nelle tecniche e nella cooperazione fra tutti gli organismi e le persone coinvolte.

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NB: qui i pdf di due interventi del prof. Vacca su questo argomento.

9 commenti:

Frank Galvagno ha detto...

"articolo" (quello di Vacca) puramente propagandistico e nullo scientificamente. Da esperto di autoannichilazione

Hydraulics ha detto...

Un certo Evangelista si rivolta nella tomba.

Mi rendo conto che l'errore è presente nell'articolo originale, ma almeno chiariamo che la formula è sbagliata: il radicale va esteso fino a comprendere g e h.

(sono sensibile su queste cose)

Arturo Tauro ha detto...

Vacca può benissimo essere riciclato come "diversamente esperto"

mirco ha detto...

D'accordo

mirco ha detto...

D'accordo.
All'incirca sono le risposte che dò quando mi viene fatta questa contestazione.
Ma mi trovo in qualche difficoltà quando mi viene fatto rilevare che metano di origine non organica ce n'è tantissimo nel sistema solare e oltre.
Perchè è da escludere che anche sulla terra esistano grandi quantità di idrocarburi inorganici ?
Solo perchè è un pianeta solido ?

Hydraulics ha detto...

Non è da escludere, ma finora non sono stati trovati giacimenti di origine inorganica perché tutti i casi eccezionali solitamente citati ammettono una spiegazione con la teoria classica (che riesce anche, per fortuna, a predire dove si trovino i giacimenti).

Fino a quando queste ipotetiche grandi quantità non verranno individuate e potranno essere sfruttate, cosa cambia nella pratica?

Ugo Bardi ha detto...

Mirco, più che altro è questione del principio di Archimede. Se esistessero questi enormi giacimenti, sarebbero venuti a galla molto, molto tempo fa.

Francesco ha detto...

...Non prendiamocela col povero Vacca : dopotutto ad 80 anni deve pure rubare lavoro ai nipoti di qualcun altro per pensare ai suoi, no ?!

Jimi ha detto...

Bisogna capire la psicologia di Vacca: è ingegnere elettronico specializzato in automazione (lo sono anch'io... brutta gente, lo confermo :-D :-D :-D ), possiede una fiducia sconfinata nella tecnologia e nelle capacità dell'intelligenza umana.

Ma nonostante sia quel pozzo di scienza che io stesso ammiro, non è ancora riuscito a comprendere l'insostenibilità della progressione geometrica.....