lunedì, novembre 12, 2007

L'alter ego del Diavoletto di Maxwell



Per spiegare in modo simpatico il concetto di Entropia e di Processo Irreversibile, il fisico J.C. Maxwell "inventò" il suo celebre Diavoletto, personaggio immaginario che aveva il compito ingrato di selezionare ad una ad una le molecole di un gas, allo scopo di segregare quelle veloci in una stanza (che si pertanto si riscalda) e, specularmente, quelle lente in un'altra (che si raffredda).


Circa 150 anni dopo, precisamente il 12/11/2007, sul Sole24Ore on-line compare un articolo, firmato Leonardo Maugeri, Direttore Strategie e Sviluppo dell’ENI (riportato più sotto).


In esso l'autore parla di un demone irrazionale, in grado di pilotare l'ormai sempre più mitica "mano invisibile" dei mercati verso comportamenti assurdi. L'aumento del prezzo del Petrolio è insensato, scrive Maugeri, perchè la produzione mondiale di greggio continua a crescere (dove?) e non c'è scarsità fisica della risorsa.
Alla base dell'aumento del prezzo vengono allora richiamati concetti puramente economici, che pur non essendo "sbagliati" in sè, vengono dedotti da un contesto sbagliato (un pianeta immaginario con disponibilità illimitata di greggio). Che piaccia o no, le soluzioni delle equazioni differenziali cambiano in modo non-lineare (come insegna Pietro Cambi) al variare delle condizioni al contorno. Questo, forse, Maugeri non l'ha colto proprio al 100%.
Incurante di questo, la ricetta che propone è quella di aumentare la capacità produttiva, e di combattere gli "atteggiamenti psicologici negativi", i "catastrofismi".
Così presentato, il mercato del Petrolio sembra davvero un mostro mitico, una Bestia che ha una sua volontà e una certa indipendenza. Da cui nascono altri mostri, ad esempio l'inflazione, che secondo altri articoli del Sole24 Ore "corre", "rialza la testa" eccetera.
Con tutto il rispetto per la persona e la cultura dell'autore, questi non è un geologo, o un ingegnere; sarò un testardo, ma queste cose, cari signori, fanno la differenza negli approcci ai problemi (seppur non sia sufficiente e, a volte, neppure necessario).
In ogni caso, il target di un dirigente ENI non è quello di un'associazione di studiosi. Se poi a fare le spese di certe scelte strategiche saremo tutti, va bè, pazienza.


[ringrazio i commentatori del Blog di Debora Billi http://petrolio.blogosfere.it/ : Claudio M. e Climber15 per il riferimento iniziale, e l' "input" finale di Lorenzo su Aspoblog. Siamo in tanti a percepire le stesse cose in parallelo, questo è un buon segno]



Petrolio a 100 dollari: il demone dell'irrazionalità


Perché il prezzo del petrolio sembra aver vinto la legge di gravità? E quali livelli potrà raggiungere nel futuro? Queste domande sono destinate a rimanere senza una risposta plausibile, perché non c'è una spiegazione razionale per quello che sta accadendo.È il demone dell'irrazionalità che sta guidando i mercati, relegandone i fondamentali economici e fisici ad argomenti privi di qualsiasi impatto.Questi ultimi, in realtà, ci dicono che non c'è alcuna scarsità di greggio. La produzione mondiale continua a crescere tenendo il passo con la crescita della domanda. È vero, il rapporto tra le due variabili è molto tirato, almeno sulla carta. Ma è pur vero che si continua a assistere a molti paradossi. In un mercato che sembra così affamato, ci sono volumi di greggio pesante o medio che rimangono invenduti semplicemente perché molte raffinerie non li acquistano, poiché trovano più conveniente comprare greggi di qualità migliore o attingere alle loro scorte.D'altra parte, i grandi Paesi produttori continuano a rimanere guardinghi e perplessi, perché la domanda di petrolio non cresce come vorrebbero. Non cresce in Europa, dove anzi sembra descrescere. Cresce pochissimo negli Stati Uniti, che negli anni passati sono stati un pilastro dell'aumento dei consumi mondiali. Continua a crescere in Cina e India, ma a tassi assai più ridotti che 3-4 anni fa. Così, da quasi un triennio, l'Agenzia internazionale dell'energia è costretta a rivedere più volte al ribasso le sue stime iniziali sull'aumento dei consumi per ogni anno considerato. Per questo l'Opec continua a ripetere che non ha colpe in quello che sta accadendo, che l'offerta di petrolio è più che sufficiente a soddisfare la domanda, e che un aumento della produzione di greggio può trovare fondamento solo nel tentativo di placare la psicologia distorta del mercato.Eppure, qualcuno deve aver pur liberato quel demone dell'irrazionalità che continua a spingere in alto il prezzo del petrolio. E in effetti più di un fattore ha agito per romperne le catene. Il primo di tutti, quello che alimenta tutti gli altri, si chiama "capacità produttiva inutilizzata"- o spare capacity. Come in ogni settore industriale, anche in quello petrolifero esiste una capacità produttiva che non diventa produzione: giacimenti che producono meno di quanto potrebbero, ma che sarebbero in grado di "andare al massimo" in tempi brevi se ve ne fosse necessità. Come è facile intuire, la spare capacity rappresenta il cuscino critico di sicurezza capace di far fronte a picchi improvvisi di domanda o a interruzioni inattese di offerta. Quando è molto bassa, il mercato petrolifero è in tensione. E purtroppo, la spare capacity continua a rimanere bassa: pur essendo cresciuta rispetto a tre o quattro anni fa, tuttora non supera il 4% dei consumi mondiali. E qui entrano in gioco la geopolitica da un lato e il catastrofismo dall'altro.Con un margine di sicurezza così ridotto, ogni crisi politica effettiva o attesa che coinvolga un Paese produttore di petrolio solleva un dilemma denso di timore: e se viene a mancare una parte del petrolio che quel Paese produce, che succede? Se poi il fronte delle crisi attese o reali si moltiplica, il timore va alle stelle. In questo momento, le crisi che potrebbero interrompere la produzione di importanti volumi di petrolio sono almeno due: un intervento statunitense contro l'Iran e quellodella Turchia contro la parte curda dell'Iraq. Queste due fonti di apprensione, d'altra parte, si sommano a crisi già in atto: la produzione irachena che continua a ristagnare e che in ogni momento potrebbe subire ulteriori corto-circuiti, quella del Venezuela ridotta dalla spinta nazionalista del Presidente Chavez, quella della Nigeria decurtata dallo stato di agitazione nel Delta del Niger. E con ciò ho citato solo i casi principali.Se crisi attese e già in corso dovessero materializzarsi tutte nello stesso momento, almeno temporaneamente il sistema petrolifero mondiale non avrebbe margini di sicurezza sufficienti per far fronte al deficit di greggio che ne risulterebbe. Se a queste poi si aggiungessero incidenti casuali, attentati, o eventi climatici estremi (la previsione di 17 uragani violenti sul Golfo del Messico fatta nel marzo di quest'anno dall'Università del Colorado non ha aiutato la psicologia del mercato...) potremmo trovarci di fronte a uno shock di maggiori proporzioni. Così ragiona chi opera nel mercato e deve coprirsi dal rischio che il prezzo del greggio possa salire ulteriormente. E così ragiona chi scommette sugli andamenti futuri del mercato per cercare di realizzare una buona speculazione a breve. La prima e la seconda categoria di operatori appena citati alimentano il mercato cartaceo del petrolio, quello basato sui future e altri strumenti di finanza derivata, che si gonfia costantemente a ogni notizia che rilevi o faccia presagire un evento negativo, influenzando immediatamente il prezzo reale - quello cioè dei barili veri di petrolio. In altri termini, è sul mercato cartaceo che il demone irrazionale del sistema petrolifero dispiega i suoi effetti più perversi, spingendo il prezzo del greggio a vincere la legge di gravità sull'onda della paura di eventi che potrebbero determinarsi. O sull'onda dei comportamenti di chi specula su quella paura.Ad alimentare la forza di quel demone, poi,c'è il catastrofismo puro e semplice. Ormai è convinzione tanto diffusa quanto fallace che la capacità del nostro pianeta di produrre petrolio si stia riducendo, e che entro pochi decenni il greggio scarseggerà. Poco importa che i profeti di sventura siano costantemente smentiti dai fatti, e che le analisi più serie dicano il contrario. Essi sono riusciti a influenzare la psicologia di un mercato che ormai vede in agguato non solo crisi politiche, uragani, rischi di attentati, ma anche un problema fisico di produzione futura. Ed è difficilissimo cambiare un costume mentale quando questo si è così radicato nella psicologia collettiva tanto che perfino l'ineffabile casalinga di Voghera ne è convinta.Ricordo che, nella seconda metà degli anni 80 e in tutti gli anni 90,era quasi impossibile convincere gli analisti finanziari che l'allora sovrabbondante disponibilità di petrolio prima o poi sarebbe finita, se non si fossero fatti investimenti coraggiosi in esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti. Il mercato era così convinto che il petrolio fosse ormai diventato una materia prima sempre meno importante, con spazi di crescita ridotta, che puniva implacabilmente chi presentasse piani di investimento incapaci di redditività a due cifre - in uno scenario di prezzo del petrolio non più alto di 18 dollari a barile per 20 anni!Per questo motivo, nel mondo non ci sono stati investimenti adeguati. E per questo motivo la capacità produttiva non utilizzata oggi è così ridotta.D'altra parte, il petrolio non è un'eccezione. In quegli stessi anni, molte materie prime subirono la stessa sorte del greggio: nel mondo si chiudevano miniere d'oro, di rame, di uranio, semplicemente perché il prezzo di questi beni era troppo basso per sostenere i loro costi di estrazione- figuriamoci per avventurarsi in nuove avventure esplorative. Ma, così facendo, si fertilizzò il terreno della crisi che stiamo vivendo. Così, per esempio, l'uranio era arrivato a un prezzo medio di 13 dollari a chilogrammo nel 2000, ma nel maggio del 2007 ha raggiunto il suo picco a oltre 200 dollari (altro che petrolio!), mentre in molte parti del mondo si continua perfino a rubare rame per rivenderlo su un mercato diventato improvvisamente lucroso.Fino a che paura di crisi e catastrofismo resteranno gli elementi dominanti della psicologia collettiva, il mercato petrolifero rimarrà ostaggio di quel demone che ormai si è liberato. L'unico antidoto capace di sterilizzarlo è la crescita della capacità produttiva inutilizzata, che lentamente ma inesorabilmente arriverà.Arriverà perché nel mondo si sta assistendo a un boom di investimenti che mancava da 40 anni, con centinaia di giacimenti in sviluppo che prima o poi diventeranno produttivi, e molte raffinerie in corso di costruzione. Purtroppo, i frutti di questo boom richiederanno ancora qualche anno prima di materializzarsi, soprattutto perché c'è scarsità di uomini, competenze e mezzi tecnici adeguati di fronte all'ampiezza dei progetti già in sviluppo. Forse sarà necessario attendere i primi anni del nuovo decennio perché la situazione possa risolversi e il mercato ritornare in condizioni di normalità, e magari assistere di nuovo a uno di quei capovolgimenti psicologici e di prezzo che sempre hanno segnato la storia del petrolio. Nel breve termine, tuttavia, solo lo "scoppio improvviso della pace" su più fronti (e quindi il venir meno delle attese di maggiori crisi politiche capaci di incidere sull'offerta di petrolio) o una recessione economica di maggiori dimensioni potrebbero liberarci dal demone che plasma a suo piacimento l'andamento del prezzo dell'oro nero.




10 commenti:

Anonimo ha detto...

mi piacerebbe mandare una mail al maugeri... è possibile avere il suo indirizzo

Anonimo ha detto...

A proposito di certi Dirigenti mi viene in mente Don Ferrante (ricordate? l'erudito dei Promessi Sposi che 'si' dimostrò che la peste non esisteva. Ricordate di cosa morì?)
Mimmo.

Anonimo ha detto...

mi piacerebbe mandare una mail al maugeri... è possibile avere il suo indirizzo

Frank Galvagno ha detto...

Ottimo paragone Mimmo, credo che ci troveremo a riciclarlo spesso

VellutoBlu ha detto...

Ciao Franco, grazie per avermi ringraziato :-)
Ti auguro buon lavoro qui in ASPO, blog di cui sono diventato (insieme al Petrolio di Debora Billi) totalmente dipendente. Siamo un po' tutti sulla stessa lunghezza d'onda, spero che continueremo a crescere insieme e a consolidare le nostre consapevolezze.

"Amicus Plato, sed magis amica VERITAS" (Aristotele)

Claudio M.

Alex ha detto...

Ma pensiamoci, se questi signori dicessero: Il petrolio non basta + e ce ne sarà sempre di meno, fine del capitalismo e del vivere moderno ... etc etc ...
No dico ... ve l'immaginate ???
Sarebbe la catastrofe annunciata, in 24 ore il mondo si ritroverebbe nella 3 guerra mondiale ... e ki + ne ha + ne metta.
Quindi ovvio ke la verità non sarà mai detta, NON PUò ESSERE DETTA.
La dura realtà ci travolgerà poco a poco ...
Semplice no :)

Frank Galvagno ha detto...

Ciao, e' importante essere sulla stessa lunghezza d'onda.

Quello che mi piace di questo modo di collaborare è che non ci sono dogmi, nè ideologie.

Il Picco del Petrolio è un dato di fatto. Può non piacere, potrà spostarsi di 2,4, n anni in avanti ma la sostanza resta.

Alex concordo con te in tutto tranne che nel :) ...
se lasciamo che la dura realtà ci travolga a poco a poco, ASPO e altri (pochi purtroppo) avranno fallito. Soffriremo noi e chi verrà dopo soffrirà sempre di più, in un'escalation incalzante :-(

Mario ha detto...

Maugeri afferma che i cosiddetti "profeti di sventura" sono "costantemente smentiti dai fatti" e che "le analisi più serie" dicono "il contrario".
Qualcuno sa a quali fatti si riferisce e quali siano queste analisi "più serie"?

Anonimo ha detto...

Sta di fatto che non spiegano perchè, nonostante il medioriente sia stata sempre un area calda, compresi gli anni 90 quando il petrolio costava tra 10 e 20 dlr, dal 2003 abbiamo un trend costante di crescita dei prezzi.
del petrolio.
Andrea De Cesco

Hydraulics ha detto...

@ Mario:

L'unica analisi "più seria" che mi viene in mente è quella del CERA, che vede il picco non prima del 2030; solo che non ho intenzione di tirare fuori 499 (per quanto svalutati) dollari per leggere i dettagli. Sono curioso di vedere quanto a lungo riusciranno a sostenere ancora questa tesi...

Sui "fatti smentiti" solo lui sa cosa avesse in mente; sarebbe da chiedergli come mai questi "profeti di sventura" siano riusciti solo da poco a condizionare la psicologia dei mercati. Così come sarebbe bello potergli domandare un grafico in cui sono riportati "il boom di investimenti" e l'aumento di capacità estrattiva corrispondente: chissà, forse vedendo le barrette colorate qualche dubbio gli verrebbe.