martedì, marzo 15, 2011

Gli incidenti nucleari giapponesi


Scritto da Domenico Coiante


Sollecitato a scrivere qualcosa di chiaro sugli incidenti nucleari giapponesi mentre sono ancora in corso gli eventi, mi trovo in una posizione difficile. Non essendo in possesso di tutte le informazioni necessarie sarò sicuramente parziale e non esauriente. Tuttavia ci provo.

La prima domanda che mi viene rivolta da parenti e amici è: “Che cosa è avvenuto?”
Per i reattori di Fukushima, quelli che stanno dando i guai peggiori, la risposta è LOCA: Loss of Coolant Accident, cioè incidente per perdita di fluido refrigerante.
Questo incidente viene classificato fra quelli detti a bassa frequenza di accadimento, a cui il Rapporto Rasmussen sulla sicurezza dei reattori della II generazione (quelli in questione) assegna la probabilità più bassa, cioè 1 caso su 10000 per anno e per reattore. Detto in termini più comprensibili, su 400 reattori in funzione per 25 anni, un incidente di questo tipo accade quasi sicuramente. L’ENEL in una sua stima successiva, fatta per il caso specifico del reattore PWR di Trino Vercellese, ha calcolato una probabilità ancora più bassa, pari a 1 caso su 1 milione.

La dinamica è la seguente. Una volta arrestato il funzionamento del reattore, occorre smaltire il calore residuo prodotto dagli elementi di combustibile per la radioattività residua. Se per qualche motivo (ad esempio la tranciatura di un tubo di adduzione del refrigerante, il blocco di una valvola, ecc) viene a mancare il liquido di raffreddamento del nocciolo, il calore si accumula, il liquido evapora e gli elementi di combustibile (che devono sempre essere immersi in acqua) possono trovarsi all’asciutto. A questo punto, la temperatura degli elementi scoperti sale esponenzialmente fino al valore di 1200 °C, quando essi iniziano a fondere a partire dalla guaina di acciaio che racchiude il combustibile. L’acqua, presente sia in forma liquida che in forma di vapore, sottoposta a queste alte temperature, si decompone nei suoi elementi, idrogeno e ossigeno. L’idrogeno, che è un gas leggerissimo, sale immediatamente verso l’alto e si va ad accumulare sulla cupola del serbatoio di contenimento del reattore, da dove viene fatto defluire verso l’edificio di contenimento secondario, il cui tetto è l’unica parte non costruita in cemento armato. La bolla d’idrogeno che si forma sotto a questo tetto viene sgonfiata cercando di far defluire il gas verso l’esterno.

Purtroppo, la probabilità che si formi la miscela esplosiva tra idrogeno ed ossigeno è altissima e quindi basta una qualsiasi fonte d’innesco perché si abbia l’esplosione. A questo punto il tetto dell’edificio secondario salta in aria e tutto quello che esso contiene finisce nell’atmosfera. E’ evidente che l’idrogeno e l’ossigeno prodotti nella fusione degli elementi di combustibile portano con sé anche gli elementi radioattivi, sia gassosi, sia in polveri sottili, che si liberano dalla rottura della guaina. In definitiva, o che l’idrogeno venga fatto defluire ‘pacificamente’ nell’atmosfera, o che esso esploda violentemente, l’incidente immette dosi più o meno consistenti di radioattività pericolosa per la salute dell’ecosistema, dell’ uomo in primo piano.
Come già detto, la probabilità di questo incidente è bassissima, ritenuta praticamente impossibile, perché ovviamente i circuiti di raffreddamento sono almeno due ed uno solo è sufficiente a mantenere il nucleo in sicurezza. Eppure, a quanto sembra, è avvenuto (e non è il primo).

Così il mio collega, grande esperto mondiale di reattori nucleari, Paolo Loizzo, purtroppo venuto a mancare qualche anno fa, descrive quella che, secondo lui, è l’improbabile sequenza di eventi del LOCA per tranciatura del tubo di adduzione. “ La doccia interna d’emergenza spegne il reattore e lo refrigera; il vapore che continua ad uscire dal tubo tranciato (prima che si chiudano le apposite valvole), viene refrigerato e condensato dai grandi ventilatori e dalle docce sulle pareti dell’edificio di contenimento. Il danno è grave, ma riguarda solo l’impianto, che potrà essere rimesso in funzione dopo un certo numero di anni di riparazioni e di decontaminazione. Nasce contemporaneamente la prima questione: e se contemporaneamente manca l’energia elettrica?
Si ripete l’analisi e si dimostra che, per raffreddare il contenitore bastano tre ventilatori e le due docce alimentati dai diesel d’emergenza. Nasce la seconda questione: e se i diesel non partono? E se si sviluppano grandi quantità d’idrogeno che poi esplodono nell’edificio del reattore? E’ chiaro che il gioco può continuare a lungo. A furia di guasti successivi (le valvole, l’alimentazione d’emergenza, le barre che non funzionano,etc) si arriva alla fusione completa del nocciolo.” (Paolo Loizzo, 1994, Le centrali nucleari, ovvero il diavolo che non c’è, Ed. Monteleone, p. 187).

Ebbene, leggendo queste parole, sembra quasi di leggere la cronaca in tempo reale di quello che è accaduto nei due reattori di Fukushima. Il terremoto ha prodotto il blocco automatico improvviso di sicurezza di tutti i reattori (evento detto di transiente brusco, di per sé abbastanza pericoloso per la sicurezza perché si possono danneggiare, qua e là, alcuni elementi di combustibile). A determinare la sequenza maledetta è stato l’intervento successivo dell’onda di maremoto, che, a quanto sembra, ha fatto spegnere i diesel d’emergenza con tutto quello che è seguito come descritto sopra.
A prescindere dal programmato referendum sul nucleare, l’incidente ha fornito l’occasione per mettere in discussione il programma nucleare italiano ed anche l’atteggiamento degli altri paesi europei. In queste ore concitate, i rappresentanti governativi non mancano di intervenire su tutti i mezzi d’informazione per rassicurare gli italiani circa la bontà della scelta fatta.

L’argomento fondamentale è che i reattori in predicato sono molto più sicuri di quelli giapponesi e che il verificarsi di una tale sequenza di eventi sfavorevoli, terremoto di grado 9 e tsunami, non è possibile in Italia. Anche per i giapponesi, che pure sono abituati ai terremoti, non si riteneva possibile un terremoto di grado 9, (lo tsumami è una sua conseguenza), eppure è avvenuto.
Un altro argomento è che il nucleare è indiscutibilmente il più economico. Questo è un falso, come dimostrano le numerose stime indipendenti effettuate recentemente (vedi ad esempio il rapporto MIT 2003, 2009). Anche senza mettere in conto i costi di chiusura del ciclo di vita del combustibile, che implicitamente vengono caricati sui contribuenti, il costo del kWh si aggira intorno ai 7-8 c€ ed è quindi più caro di quello da carbone, gas e olio. Ricordo che il prezzo unico PUN pagato ai produttori dal GSE, che riflette pertanto il costo attuale dell’energia, è intorno ai 6 c€/kWh.
Ma l’argomento principe, che viene continuamente avanzato da tutti come fosse un tormentone è quello del fatto che “siamo accerchiati da almeno 13, (qualche volta 40 o cinquanta), reattori che stanno al di là delle alpi e che potrebbero inviarci le loro radiazioni in caso d’incidente.”

Sono esterrefatto dalla logica che sta in questo argomento! Si riconosce implicitamente il grave rischio, a cui siamo soggetti senza nostra decisione, per i reattori presenti al di là delle alpi e si propone di combattere tale rischio aggiungendone un altro, più grave perché più vicino, costruendo anche in Italia i reattori nucleari! E’ roba da matti o mi sfugge qualcosa?
Inoltre, a questo proposito, mi duole segnalare che finora nessuno ha fatto presente una legge fisica ineludibile, quella della diffusione delle radiazioni in funzione della distanza dalla sorgente. In assenza di venti, come si dice in aria tranquilla, la concentrazione dei prodotti radioattivi emessi in aria da una sorgente diminuisce approssimativamente con il quadrato della distanza. Quindi un conto è avere una centrale a 100 km di distanza ed un altro, al quadrato, è di averla vicino casa. Perché i giapponesi stanno facendo sgombrare la gente per un raggio di 20 km se non per gli effetti di questa legge?

Naturalmente, in presenza di venti, il quadro può cambiare notevolmente perché gli effetti diffusivi possono essere aumentati o diminuiti a seconda della direzione del vento (vedi la nube di Chernobil che ha fatto il giro del globo).
Infine, viene spesso avanzato l’argomento del “così fan tutte” le altre nazioni europee. A questo proposito faccio presente che l’Italia si trova in una posizione geologica particolare rispetto agli altri paesi europei. Come il Giappone siamo soggetti a frequenti terremoti a causa del fatto che il nostro territorio si trova attraversato da almeno due o tre grandi faglie ed altre minori. Tutte sono attive perché sotto di noi si scontrano alcune zolle tettoniche, che producono i nostri terremoti.
Nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. In alcuni paesi non sanno neppure cosa sia un terremoto (Svezia, Norvegia, Inghilterra, Germania, ecc).

Non voglio dire che questo dato di fatto ci debba impedire di fare il nucleare: il Giappone insegna. Però, occorre avere ben chiaro il rischio ben maggiore a cui si va incontro ed ai conseguenti costi economici e sociali: il Giappone insegna ancora.
Consapevole della specificità italiana, la domanda che mi pongo è: “Forse il nucleare ce lo ha ordinato il dottore?” A cui segue: “Ci sono altre soluzioni?”
Questo però apre un altro argomento di discussione che rimando ad altra occasione.

lunedì, marzo 14, 2011

L’imprevedibilità del Caso e la fallacità degli Argomenti



Scritto da Dr. Toufic El Asmar
Segretario ASPO Italia
Consulente FAO

Sono anni ormai che il mondo capitalista post moderno in particolare, e l'intero pianeta in generale, sta vivendo una serie di eventi straordinari che stanno mettendo a dura prova tutte le sue sicurezze di supremazia finanziaria, tecnologica, sociale, filosofica e ambientale. Questo ventunesimo secolo sta sperimentando l’evolversi incredibile di una serie dei "cigni neri" (ref. Il cigno nero: Come l'improbabile governa la nostra vita, edit. Il Saggiatore, 2008) che continuano a verificarsi e susseguirsi senza interruzione.

Secondo Taleb un "Cigno Nero è un evento isolato e inaspettato, che ha un impatto enorme, e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile”; ossia un evento "a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno" (Federico Rampini, La Repubblica). Nassim Taleb, nel suo libro scrive: "Un singolo evento è sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un'esperienza millenaria. Ci ripetono che il futuro è prevedibile e i rischi controllabili, ma la storia non striscia, salta. I cigni neri sono eventi rari, di grandissimo impatto e prevedibili solo a posteriori, come l'invenzione della ruota, l'11 settembre, il crollo di Wall Street e il successo di Google. Sono all'origine di quasi ogni cosa, e spesso sono causati ed esasperati proprio dal loro essere imprevisti. Se il rischio di un attentato con voli di linea fosse stato concepibile il 10 settembre, le torri gemelle sarebbero ancora al loro posto. Se i modelli matematici fossero applicabili agli investimenti, non assisteremmo alle crisi degli hedge funds".

Il Giappone è un Paese molto interessante è stato ampiamente studiato e analizzato da tanti saggisti, come ad esempio nel suo libro “Collasso” Jared Diamond, dimostra la vulnerabilità del Giappone come società a rischio di estinzione ma ci informa anche della loro capacità di capire e di trovare quelle soluzioni capaci di farli sopravvivere a lungo, infatti egli scrive: "L'intero globo è oggi un tutt'uno autosufficiente e isolato, come lo erano un tempo l'isola di Tikopia e il Giappone dell'era Tokugawa. Come fecero i tikopiani e i giapponesi, anche noi dobbiamo capire che non esiste nessun'altra isola (nessun altro pianeta) cui potremmo rivolgerci per chiedere aiuto, o sulla quale potremmo esportare i nostri problemi. Anche noi, come questi popoli, dobbiamo invece imparare a vivere nei limiti dei nostri mezzi".

I Giapponesi hanno sempre capito che il "big one" prima o poi si sarebbe manifestato, e si sono sempre preparati ad affrontare tale evento. Però nello stesso tempo la fame capitalista e tecnologica, ha spinto tale paese a dotarsi di 55 Centrali nucleari. Malgrado ciò la domanda energetica giapponese fa si che questo paese dipenda ancora per il 75% dal petrolio, e che il governo giapponese debba investire sulla costruzione di ulteriori 40 centrali (libro bianco giapponese). Oggi il Giappone ha una strategia energetica di lunga durata ma dimostra che comunque questa non basta, proprio perché è un Isola, fortemente urbanizzata, e altamente energivora.

La Catastrofe di ieri è un perfetto esempio di "Cigno Grigio", sempre secondo Taleb, un Cigno Grigio è un Cigno Nero di cui si ha un'idea generale della probabilità che si verifichi, ed i cui effetti sempre sovversivi sono stati ridotti grazie all'adozione di politiche ed azioni di prevenzione (come appunto hanno fatto i Giapponesi). Tuttavia anche il cigno grigio rimane un evento ad alta probabilità catastrofica: Il mix terremoto (8.9 scala Richter, seguito da altri di scala più bassa ma altrettanto devastanti) e Tsunami era un evento probabile per i Giapponesi ma non atteso, ed è soltanto grazie al loro impegno nel trovare le soluzioni capaci di limitare i danni o addirittura evitarli che il numero delle vittime (tragico comunque) sia rimasto limitato; la maggior parte dei danni e dei morti è stato causato dal micidiale tsunami e dalla forma geografica di Sendai (territorio piatto e basso). Tuttavia non tutto in Giappone ha retto, una diga che cede portando all’annientamento di un villaggio intero, alcuni palazzi che crollano, il deposito carburante che si incendia, ma soprattutto l’emergenza nucleare di Fukoshima e qui tornano i nodi al pettine.

Gli argomenti dei nuclearisti super-convinti sono fondamentalmente tre, le centrali nucleari:
- Non emettono CO2
- Coprono il GAP energetico dovuto alla crisi del petrolio
- Sono sicurissime
Tutti tre questi argomenti sono fallaci, le analisi del ciclo di vita di una centrale nucleare (LCA) mostrano che le emissioni di CO2 e altri gas climalteranti sono presenti e verificati soprattutto durante la prima fase (estrazione, trasporto, costruzione delle pompe, sistemi elettronici, sistemi idraulici, spostamento terra, installazione impianti, ecc …) tale argomento è simile a quello spesso usato contro il fotovoltaico.
Non esiste oggi un Paese al Mondo possessore di centrali nucleari che sia stato capace di ridurre il GAP energetico dovuto alla crisi del Petrolio e alle sue necessità energivore. Cina, Giappone, USA, Francia ecc … ne sono un grandissimo esempio. Tutti erano partiti con la convinzione di poter risolvere la loro dipendenza dal petrolio costruendo tante centrali nucleari (in Giappone sono circa 55 centrali di diversa grandezza), tuttavia ancora oggi continuano a dipendere fortemente sia dal petrolio che dal gas.

Le centrali nucleari attuali, contrariamente a quella di Chernobyl, sono sicure? Probabilmente si, ma realmente non lo sono. Proprio perché è soprattutto sulle Centrali Nucleari che la teoria del “Cigno Nero” o del “Cigno Grigio” è fortemente applicabile e ciò dovrebbe invitarci alla prudenza: La probabilità che un evento qualsiasi posso portarci ad un nuovo disastro nucleare esiste ed è sempre alta in quanto un qualsiasi evento pur essendo a bassissima probabilità, il suo potenziale di danno è altissimo e estremamente costoso. Il rischio di catastrofe nucleare a Fukoshima esiste, intanto sono due le centrali che non riescono a raffreddare il reattore, una delle quali ha già avuto un esplosione ed un incremento delle radiazioni; riporto dal Corriere della Sera online di oggi “… l'esplosione sarebbe stata molto più potente delle iniziali stime, al punto che si sarebbe polverizzata la gabbia di esterna di contenimento di uno dei reattori. Il tetto e parte delle mura dell'edificio sono crollate e alcuni operai sarebbero rimasti feriti”. Eppure si tratta di Centrali a prova di sisma.

Mi permetto un ultimo argomento a sfavore delle Centrali Nucleari. Il reattore nucleare deve essere raffreddato e questo si fa prima di tutto con l’acqua (i refrigeranti sono costosissimi e vanno bene per le emergenze come è il caso di Fukoshima”. Si stima che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
L’Italia non è immune da “Cigni Neri” e non è nemmeno capace di prevenire o minimizzare gli impatti di un evento “considerato improbabile” cioè non è capace di trasformare un cigno nero in un cigno grigio. Questo è un motivo in più per riflettere ed essere molto cauti.

venerdì, marzo 11, 2011

Un pò di sana dietrologia

Con il titolo “L’enigma del prezzo della benzina”, Vittorio Carlini ha scritto un articolo sul sito del Sole 24 Ore in cui si domanda se i rincari dei carburanti di questi giorni siano giustificati dalle condizioni di mercato, in particolare dalla crisi scoppiata nel Nord Africa.

Per rispondere, cita lo studio settimanale di Nomisma Energia, che scompone il prezzo ottimale del litro di benzina italiana del 28 Febbraio scorso in 53,08 centesimi (circa il 35%) relativi al Platts, cioè il valore del petrolio raffinato sui mercati internazionali, in 15,05 centesimi (circa il 10%) per il margine medio lordo, cioè l’utile delle compagnie petrolifere, in 81,3 centesimi (circa il 55%) per la somma di accise e IVA, cioè le tasse incamerate dallo Stato. Il prezzo complessivo giudicato ottimale risulta quindi di poco superiore a quello medio effettivo e, come si vede nel grafico allegato, nel caso del gasolio, addirittura inferiore.

A questa valutazione ne aggiungo personalmente un’altra. Nello stesso giorno, il barile di petrolio Brent valeva 113,64 $/barile, cioè 82,64 €/barile che, effettuando semplici conversioni, corrisponde a 51,75 cent.€/l. Ripetendo le stesse operazioni per il WTI, otteniamo 44,42 cent.€/l. Valori che mi paiono del tutto compatibili con quelli leggermente più alti del Platts, che comprende ovviamente i costi di trasporto e raffinazione.
Quindi sembrerebbe tutto abbastanza regolare.

Ma, a questo punto, il giornalista da la parola al presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, che infatti sposta il problema, dalla filiera finale dei carburanti, al prezzo di mercato del barile di petrolio, affermando che “il greggio di buon livello, per esempio dell'Algeria, ha un costo industriale di estrazione di circa 3 dollari al barile. A questi, se ne devono aggiungere altri 2 per il trasporto verso la raffineria, la quale ne spenderà circa 3 nella realizzazione dei diversi derivati del barile. In totale siamo a 8 dollari al barile che, se calcolato in Platts, significa un prezzo di 3 centesimi al litro». Cioè, a livello puramente teorico, il prezzo del carburante sui mercati internazionali definito attraverso i soli costi industriali è a un livello infinitesimamente minore di quelli del Platts.”
Quindi, Tabarelli ne deduce che la parte più rilevante della quotazione petrolifera è attribuibile alla rendita pagata ai paesi produttori e, ci risiamo, alla speculazione finanziaria, la misteriosa cospirazione a cui i disinformati ma finti furbi italiani hanno ormai deciso di attribuire tutte le responsabilità dei prezzi alla pompa.

A questo punto è lecito domandarsi come fa il presidente di Nomisma a non sapere che per valutare il prezzo industriale del petrolio occorre considerare la somma del costo di estrazione medio e del costo di esplorazione e sviluppo dei giacimenti, il cui valore è di molte volte maggiore di quello da lui indicato. E come fa a non sapere che il costo marginale per rinnovare produzione e riserve, cioè quelle più onerose, è oggi superiore agli 80 dollari al barile.

Non ci resta quindi che chiederci perché tanti giornalisti, economisti, esperti, continuino a disinformare e confondere l’opinione pubblica su una materia così cruciale, e perché un’istituzione come l’Agenzia Internazionale per l’Energia si ostini a minimizzare il problema della reale disponibilità di risorse petrolifere.

Il presidente di ASPO internazionale ritiene che questi comportamenti siano dettati dalla volontà di non creare il panico nei mercati e nell’opinione pubblica. Può darsi, a me, molto più prosaicamente, questa domanda ne fa scattare un’altra, quella resa celebre da Medea: “CUI PRODEST?”

giovedì, marzo 10, 2011

Spam e moderazione sul blog di ASPO-Italia

Nota per i lettori

C'è stata un po' di confusione nei commenti del post precedente: un commentatore che si firma "Enrico" ha inviato almeno cinquanta messaggi, monopolizzando la discussione.

Purtroppo, questo tipo di cose succedono molto di frequente nei blog con persone che - per qualche motivo - ritengono di poter imporre le loro opinioni per mezzo della sopraffazione verbale e il puro volume. Per cui, è normale che si debbano prendere dei provvedimenti per dare a tutti la possibilità di esprimere le loro opinioni in un'atmosfera serena. E' una cosa che abbiamo visto in particolare sull'argomento "clima" anche, per esempio, sul blog "climalteranti" e su "Cassandra". Lo stesso tipo di fenomeno si verifica su altri argomenti controversi, come il nucleare - come abbiamo visto su questo blog.

Quindi, abbiamo ripulito dallo spam la coda dei commenti e messo il blog in moderazione. Questo vuol dire che i commenti saranno filtrati a giudizio dei moderatori del blog. Non ci sarà nessun filtro di tipo "ideologico", passeremo commenti sia in favore che contro il nucleare o altri argomenti. L'unico metro di giudizio sarà la gestione di una civile discussione. Ovvero, ci riserviamo il diritto di "tagliare" chi monpolizza la discussione con un numero eccessivo di commenti, come pure con commenti offensivi o ripetitivi.

Ciò detto, andiamo avanti.

martedì, marzo 08, 2011

Vita operativa dei reattori nucleari

Comunemente si tende a pensare che il costo di produzione dell'energia nucleare dipenda prevalentemente dal costo di costruzione degli impianti, invece diversi sono i fattori che determinano il costo del kWh prodotto. Tra questi, molto importante è la durata della vita operativa della centrale. In questo affascinante articolo, Domenico Coiante, dall'alto della sua esperienza di fisico ricercatore e dirigente per 35 anni presso l’Enea, non solo fa luce su questo aspetto cruciale della questione, ma ci racconta anche una parte forse poco conosciuta della storia energetica nazionale.


Scritto da Domenico Coiante

Costo del kWh e vita operativa

Nella stima del costo del kWh prodotto nelle centrali elettriche ha un ruolo fondamentale la durata del funzionamento in piena efficienza degli impianti di produzione. Questo periodo temporale è indicato come “vita utile” o “vita operativa”. Esso inizia al momento d’avvio dell’attività produttiva e termina quando le spese annuali di esercizio e manutenzione arrivano a superare il ricavo ottenuto dalla vendita dell’energia, (le spese di manutenzione crescono con l’invecchiamento degli impianti). Questo evento determina la chiusura definitiva delle attività.
Fissata la potenza nominale del generatore, tanto più lunga è la vita operativa quanto maggiore è la produzione energetica cumulativa. Quindi, a parità di costo della centrale, il costo dell’unità di energia prodotta sarà tanto più basso quanto più lunga è la sua vita operativa.

I reattori nucleari di I e II generazione erano progettati per una vita operativa di 30 anni, la stessa degli impianti termoelettrici tradizionali. L’ammortamento della spesa per gli impianti era spalmato sull’intera vita operativa e ciò determinava, attraverso il tasso di sconto vigente, il costo di produzione del kWh. Pertanto, le condizioni esistenti, sia per il costo della centrale, sia per le incentivazioni governative, congiuntamente alla vita operativa di almeno 30 anni, garantivano la competitività del nucleare sul mercato elettrico dominato dalla produzione termoelettrica convenzionale.

Per lo meno ciò è stato vero fintanto che è esistito il mercato parallelo, militarmente protetto, del plutonio estratto dagli elementi di combustibile bruciato. I proventi del plutonio, come sottoprodotto della produzione atomica pacifica, ammontavano in quegli anni a circa 30 $/g e questo prezzo d’acquisto da parte del governo USA era così alto da rappresentare per le imprese nucleari la “fonte più alta di profitto” (Loizzo, 1994). Ricordo che con il plutonio si sono realizzate nei Paesi Alleati (ed ex Alleati) migliaia di testate nucleari durante il periodo della guerra fredda. La quota di ricavo proveniente dalla vendita del plutonio costituì il sussidio principale di sostegno al costo del kWh nucleare fino al 1977. In quell’anno il Presidente J. Carter, preoccupato per la proliferazione atomica, fece approvare dal Congresso un decreto che proibiva l’estrazione del plutonio dagli elementi di combustibile bruciato. Improvvisamente, per i gestori delle centrali nucleari, venne a mancare il principale provento. Le centrali già in funzione da anni, a cui il sussidio ‘plutonio’ aveva consentito praticamente di ammortizzare la spesa di costruzione, poterono continuare a produrre i kWh in attivo, mentre, per le ultime nate, sorsero seri problemi economici. Le cose peggiorarono ulteriormente nel 1978, quando il Presidente G. Ford fece privatizzare completamente il settore dei reattori nucleari, togliendo gli altri incentivi pubblici, tra cui le garanzie governative ai prestiti chiesti per realizzare gli impianti. Per l’industria nucleare statunitense fu il blocco totale: gli ordini in itinere furono bloccati e nessun nuovo impianto fu più ordinato in USA fino ai nostri giorni. Le industrie si ridimensionarono drasticamente ed alcune sono sopravvissute approfittando di alcune realizzazioni di reattori nucleari nei paesi emergenti, principalmente Cina, India, Pakistan, Corea, dove esistevano ambigui programmi per il “nucleare pacifico”.

Anche l’Italia risentì pesantemente di questa situazione. Il programma nucleare, varato a fatica dal ministro dell’industria Donat Cattin nel 1975, che prevedeva la costruzione di 20 centrali nucleari da 1000 MW ciascuna, per un costo totale di 20000 miliardi di lire, dovette essere ridimensionato a soli 6 impianti, di cui solo due furono realizzati: Trino Vercellese e Caorso. A titolo di prova della gravità della crisi, chi scrive può ricordare che, nel giorno stesso della decisione del Presidente Ford, il corso di qualificazione sulla sicurezza dei reattori PWR della Westighouse, che si stava tenendo a Roma e a cui egli partecipava, fu interrotto bruscamente durante una lezione e tutti gli insegnanti, specialisti della ditta, furono richiamati immediatamente negli USA.

A parte la questione del plutonio, nel passaggio dai reattori della I generazione degli anni ’50-’60 a quelli della II generazione degli anni ’70 era avvenuto un notevole aumento dei costi di costruzione degli impianti, soprattutto, a causa delle esigenze di maggior sicurezza imposte dagli organismi governativi di controllo. Questi maggiori oneri erano in parte assorbiti dal grande margine di profitto, che proveniva dalla vendita del plutonio. Una volta bloccata questa fonte e liberalizzato il settore, la competitività del kWh nucleare fu fortemente compromessa. L’energia nucleare non era più a “costo così basso da non poter essere misurato”, come recitava lo slogan in voga negli anni ’50.
Arriviamo agli anni 2000, quando l’industria nucleare sopravvissuta ha iniziato ad annunciare il “rinascimento nucleare”, da realizzare con la III generazione dei reattori, quella presente, in attesa di una IV generazione ancora nella mente dei ricercatori.

Quale è la novità?
La competitività del kWh può essere recuperata, nonostante i più alti costi d’impianto dovuti alle apparecchiature dei sistemi di sicurezza, mediante una migliore efficienza di conversione ed il prolungamento della vita operativa.
Il miglioramento dei materiali e delle tecnologie ha consentito di portare la produttività annuale media della centrale dai 6500 kWh/kW degli anni ’80 a 7500 – 7800 kWh/kW attuali.
L’esperienza maturata sugli impianti della II generazione, che ormai hanno raggiunto ai nostri giorni i 30 anni di esercizio, ha dimostrato la possibilità di prolungarne la vita operativa fino a 40 anni, mentre i reattori di III generazione sono progettati con criteri tecnici tali da prevedere una vita operativa di 60 anni. Con un periodo di vita così lungo, il fattore di sconto del capitale gioca un ruolo minore e si produce l’abbassamento del costo del kWh.
Quale affidabilità ha la previsione del raddoppio della vita operativa da 30 a 60 anni?

La situazione
Innanzi tutto, cerchiamo di capire perché la vita operativa dei reattori della I e II generazione era fissata a 30 anni.
E’ noto che l’esperienza pratica, maturata in oltre un secolo di gestione degli impianti termoelettrici convenzionali, ha fissato la loro vita utile intorno ai 30 anni. Dopo questo periodo, il numero dei guasti delle parti rilevanti diventa così alto da portare il costo di manutenzione ad un valore tale da azzerare il profitto. Per questo motivo, una vita operativa di 30 anni è usualmente assunta per il bilancio economico dell’impresa termoelettrica.
Poiché un impianto nucleare, a parte il modo per scaldare il fluido termico primario, è sostanzialmente simile ad un impianto termoelettrico convenzionale, si è ritenuto che il processo d’invecchiamento dei principali componenti fosse analogo. Anzi, nel caso del nucleare, si sa che la presenza delle radiazioni neutroniche produce l’infragilimento di tutti i materiali, compreso l’acciaio. Quindi, il processo d’invecchiamento è accelerato e, di conseguenza, si sono dovuti adottare provvedimenti d’irrobustimento dei materiali per garantirsi almeno 30 anni di vita operativa. Questo ha prodotto, indipendentemente dai requisiti dei sistemi di sicurezza, un generale aumento del costo degli impianti rispetto a quelli convenzionali, ma tale aumento era compensato dal bassissimo costo del combustibile nucleare. In definitiva, i 30 anni previsti per la vita utile erano sufficienti per portare al profitto l’impresa.
Per molti reattori nucleari 30 anni sono ormai trascorsi dal loro avvio. Ci chiediamo se la previsione della vita operativa è stata rispettata.

Certo, non ci possiamo basare sull’esperienza italiana, che, a prescindere dal blocco a seguito del referendum del 1987, è stata abbastanza travagliata. Infatti, i due reattori della I generazione, costruiti alla fine degli anni ’50 ed avviati nei primi anni ’60, avevano mostrato una serie di malfunzionamenti, che difficilmente avrebbero permesso il raggiungimento dei 30 anni di vita operativa.
- Il reattore di Latina, della filiera inglese a gas-grafite, poco dopo essere stato portato alla massima potenza di 210 MW, ebbe un grave guasto a causa della dilatazione termica dei blocchi di grafite. Alcuni dadi che serravano i bulloni di contenimento della grafite saltarono via, facendo oscillare pericolosamente il nucleo del reattore e provocando l’intervento del sistema di blocco. L’esame del guasto e la sua riparazione consigliarono di esercire il reattore a potenza ridotta a 140 MW, onde impedire una eccessiva dilatazione della grafite, e così fu fatto fino al blocco del 1987. E’ chiaro che, in tali condizioni di funzionamento a regime ridotto, la vita operativa sarebbe stata poco significativa in ogni caso.
- Il reattore ad acqua bollente (BWR) da 160 MW della General Electric del Garigliano ebbe una vita altrettanto travagliata. Avviato nel 1963, il suo funzionamento fu spesso interrotto durante i primi 10 anni a causa di guasti. Chi scrive partecipò, come addetto ai controlli governativi previsti dalla legge, alle diverse ispezioni dei sistemi di sicurezza a seguito della richiesta del rinnovo decennale della licenza d’esercizio. Assieme ad alcuni malfunzionamenti di scarso rilievo, si scoprì in quella occasione una perdita di vapore radioattivo da parte di una saldatura del bocchettone d’uscita di uno dei circuiti primari. La successiva verifica a tutti gli altri bocchettoni mise in evidenza la presenza di cricche nelle saldature, da cui ancora non usciva vapore. Una indagine fatta in Germania, su alcuni impianti uguali a quello del Garigliano, permise di accertare il verificarsi di guasti simili. Le stime tecniche ed economiche fatte dall’ENEL dimostrarono la non convenienza di riparare i guasti e, pertanto, fu presa nel 1981 la decisione di spegnere il reattore. Quando fu deciso il blocco del nucleare per il referendum del 1987, il reattore del Garigliano era già spento da anni. La sua vita operativa, a voler essere ottimisti, è stata di circa 15 anni.
- Gli altri due reattori, quello PWR di Trino Vercellese da 260 MW e quello BWR di Caorso da 860 MW furono spenti per decisione politica nel 1987, rispettivamente dopo 25 e 12 anni di funzionamento.

Vediamo, pertanto, se possiamo sostenere la fiducia nella previsione di 60 anni di vita con altri elementi sperimentali provenienti da una base significativa allargata nel mondo.
La seguente tabella, pubblicata dalla World Nuclear Association (WNA, 2010), fornisce l’elenco di tutti i reattori che sono stati spenti finora per raggiunti limiti d’età (perché divenuti non economici).
Come si può costatare, la grande maggioranza di questi 95 reattori è entrata in servizio negli anni ’60 e un piccolo numero di essi è stato avviato nei primi anni ’70.
Il grafico di Fig.1 riporta gli stessi dati della tabella in forma di distribuzione del numero di reattori rispetto alla vita operativa.

Il valore della media aritmetica della vita operativa, calcolato per l’intera distribuzione, è di 23,1 anni.
Osservando l’istogramma, si nota un gruppo di casi che si addensano nei primi 7 anni della scala. Si tratta quasi sempre di casi relativi a reattori sperimentali prototipi, che non hanno dato luogo a filiere industriali. Eliminandoli dalla base per la media perché si tratta di casi non significativi, il valore della media sale a 26,8 anni. Non possiamo, tuttavia, concludere che la vita operativa dei reattori della I e II generazione sia questa, perché non sappiamo quanti altri impianti, avviati negli anni ’70, siano ancora in funzione. Ad esempio, osservando il lato destro del grafico, possiamo vedere che una decina di reattori hanno operato per oltre 40 anni; ce ne potrebbero essere altri, entrati in servizio alla fine degli anni ’70 prima del blocco, che ancora sono in esercizio e che potrebbero portare la media della vita operativa ad un valore più alto.

Il grafico di Fig.2, sotto riprodotto da un recente rapporto dell’IAEA (IAEA, 2009), è molto interessante. Esso mostra chiaramente che la maggior parte dei reattori in funzione ha un’età compresa fra i 20 e i 30 anni e che un altro consistente gruppo è in servizio da 30-40 anni. Andando indietro nel tempo, il primo gruppo è entrato in servizio nella decade 1980-1990 e, secondo il grafico, ha statisticamente ancora davanti a sé un periodo di vita di un’altra decina di anni, mentre il secondo, che è stato avviato nella decade precedente 1970-1980, non ha più un futuro (sempre in termini statistici).
Praticamente non ci sono più in servizio reattori d’età superiore a 40 anni, cioè costruiti ed avviati prima del 1970.

Conclusione
La conclusione, che si può trarre da questi dati sperimentali, è che la vita operativa effettiva si possa collocare con buona certezza al valore assunto dei 30 anni e che l’estensione a 40 anni, per i reattori di tecnologia più recente, sia probabilisticamente accettabile.
Per quanto riguarda l’ulteriore estensione a 60 anni, non si ha alcun riscontro nei dati sperimentali.

Riferimenti
- Loizzo P., 1994, Le centrali nucleari, ovvero il diavolo che non c’è, Ed. Monteleone, Vibo Valentia 1994, p.98
- WNA, 2010, Decommissioning Nuclear Facilities, www.world-nuclear.org/info/inf19.html
- IAEA, 2009, Power Reactor Information System, www.iaea.org/programmes/a2

lunedì, marzo 07, 2011

Un nuovo mercato petrolifero europeo

Sul sito dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas è consultabile questo documento, dal titolo “Studio preliminare di fattibilità per la creazione di un nuovo mercato petrolifero europeo”, commissionato dal Ministero dello Sviluppo Economico per individuare possibili soluzioni al problema dei livelli inadeguati degli investimenti e dell’instabilità dei prezzi del petrolio.

La posizione del Governo italiano è nota: il problema della disponibilità e dei prezzi del petrolio è determinato esclusivamente da un cattivo funzionamento dei meccanismi di mercato, in particolare da una non meglio precisata speculazione finanziaria, e pertanto la sua risoluzione non può essere altro che la modifica dei meccanismi del mercato petrolifero che determinano le attuali tensioni. Da qui l’incarico di studio all’Autorità.

Ma cerchiamo di sintetizzare i contenuti del rapporto che, per chi ne avesse voglia, consiglio di leggere integralmente, perché offre diversi spunti di riflessione.
La prima parte è una lunga disamina dei motivi che hanno determinato la dinamica dei prezzi petroliferi negli ultimi anni. Nessun elemento sembra confermare un ruolo determinante della speculazione finanziaria: “Importanti istituzioni, come il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione europea, il Tesoro Britannico o la Commodity Future Trading Commission degli Stati Uniti hanno spiegato il forte aumento del prezzo del petrolio nella prima metà del 2008 sulla base dei fondamentali del mercato petrolifero, stante l’assenza di evidenze empiriche a dimostrazione di effetti significativi sui prezzi dovuti alla speculazione finanziaria”, … “tutte le analisi statistiche finora condotte non hanno evidenziato un rapporto di causalità tra l’aumento dei volumi delle transazioni sui mercati dei future petroliferi e la volatilità del prezzo spot”.

Insomma, sembrano confermate le nostre analisi sulla correlazione prezzi – dinamica economica – rapporto domanda - offerta di petrolio (qui) e sulla bufala del miliardo di barili virtuali (qui).
Eppure, prendendo paradossalmente a pretesto la tesi opposta di un isolato economista, il rapporto non esclude l’esistenza di bolle legate a comportamenti speculativi.

Dopo un’analisi interessante delle caratteristiche dei mercati petroliferi esistenti, lo studio passa poi ad esaminare gli scenari di evoluzione della domanda e dell’offerta di petrolio. Prendendo a riferimento il WEO 2008 dell’Agenzia internazionale per l’Energia, si afferma che “Le riserve stimate di greggio risultano ancora considerevoli e non fanno preludere ad una scarsità di risorse nel medio periodo.” Ci sarebbe solo il problema di finanziare i costi d’investimento più elevati necessari ad estrarre altri 8000 miliardi di barili disponibili tra risorse convenzionali e non convenzionali. Sembra quasi di vedere zampillare petrolio tra i fogli del rapporto.

Naturalmente, gli autori dello studio nemmeno prendono in considerazione le previsioni di ASPO sull’attualità del picco petrolifero, ma potrebbero almeno essere più prudenti aggiornando lo studio al WEO 2010 che, come abbiamo scritto di recente, ha già ridimensionato notevolmente le previsioni produttive del 2008, prendendo atto del declino dei giacimenti esistenti e da sviluppare e che le speranze future di un aumento produttivo sono ormai riservate ai costosi (dal punto di vista economico ed energetico) greggi non convenzionali e ad ambiziose quanto improbabili nuove scoperte che riescano ad invertire un trend di segno opposto ormai consolidato dagli anni ’80.

Dopo l’analisi di alcune proposte per la riduzione della volatilità dei prezzi nei mercati petroliferi, tra cui quella dell’ENI che abbiamo in passato commentato qui, e la riforma americana dei mercati petroliferi (che non ha sortito alcun effetto sulla dinamica dei prezzi) lo studio finalmente conclude con l’ipotesi che l’Italia dovrebbe proporre alla Comunità Europea, cioè la creazione di un “nuovo strumento contrattuale di lungo termine nel mercato del petrolio”.

In estrema sintesi la proposta prevede la creazione di una piattaforma regolamentata per la negoziazione di contratti standardizzati di lungo termine, aventi a oggetto il diritto alla consegna fisica di greggio, in cui un’istituzione pubblica svolga funzioni di controparte centrale in grado di offrire garanzie di lungo periodo.
In parole più semplici, si tratterebbe di creare una nuova borsa petrolifera europea (si propone l’Olanda come luogo di consegna fisica del greggio trattato), in cui un’entità pubblica (controparte centrale) si assumerebbe i rischi di contratti di lungo termine (2025 e oltre), sia dal lato della domanda, garantendo un prezzo certo di consegna del petrolio alla scadenza, sia dal lato dell’offerta, selezionando gli operatori più affidabili alla consegna e assumendo gli oneri per l’acquisto del prodotto sul mercati in caso di insolvenza del produttore di petrolio. Nell’intenzione dei proponenti, questa nuova architettura del mercato petrolifero dovrebbe consentire di dare certezza agli investimenti in nuovi progetti petroliferi disinnescando le tensioni tra domanda e offerta all’origine della volatilità dei prezzi.

A mio parere si tratta di una costruzione accademica e velleitaria, senza possibilità concrete di attuazione perché sarà sempre più difficile trovare produttori in grado di garantire contratti di così lungo termine, perché i costi a carico della collettività rischiano di essere ingenti e gli altri paesi europei hanno orientamenti del tutto divergenti da questa ipotesi. Ma soprattutto perché si cerca di aggredire il problema della disponibilità di petrolio dal lato di un’offerta sempre più rigida invece che da quello della domanda.

Bisognerebbe, in altri termini, porre in atto politiche attive per ridurre la richiesta di petrolio delle società occidentali, principalmente diminuendo la domanda di mobilità privata, che consuma più del 60% del petrolio importato. Questo consentirebbe una maggiore durata delle risorse residue e nello stesso tempo un contenimento dei prezzi non conseguente all’alternanza di cicli economici espansivi e recessivi che rischiano di caratterizzare il prossimo futuro. Ma il governo italiano non ci pensa nemmeno, preferisce irresponsabilmente dare la colpa di tutto alla speculazione finanziaria.

sabato, marzo 05, 2011

Ombrelli Cinesi



Testo di Armando Boccone


Da qualche tempo a Bologna, nella città in cui vivo, ho notato un particolare fenomeno. Quando piove i cestini dei rifiuti che sono sistemati lungo le strade si popolano di un rifiuto “particolare”: l’ombrello.

Sono ovviamente ombrelli che si sono rotti e che quindi vengono buttati via.
Il fenomeno è particolarmente evidente quando piove a dirotto e tira vento: si verifica una ecatombe di ombrelli rotti che sono buttati via dappertutto.

Può darsi che questo fenomeno sia sempre avvenuto e che non lo abbia mai notato oppure può darsi che sia un fenomeno moderno: può darsi che non ci siano più gli ombrelli di una volta!!

Per saperne di più ho dovuto fare una ricerca. Nei grossi negozi come i supermercati e nei mercati all’aperto ho analizzato l’etichetta degli ombrelli in vendita. Recavano tutti l’espressione Made in China e 100% Polyestere (alle volte però c’era solamente questa seconda espressione). Nei mercati all’aperto quando i venditori notavano il mio interessamento agli ombrelli si affrettavano subito a dirmi il prezzo: era sempre fra i 3 e i 5 euro. Negli altri esercizi invece il prezzo andava dai 5 ai 10 euro circa.

Ma la ricerca non poteva limitarsi a questo. Negli ultimi tempi quando a Bologna ha piovuto sono uscito e nel percorso che ho fatto ho dato una occhiata agli ombrelli buttati nei cestini dei rifiuti: ho dato una occhiata nel senso che li prendevo, li aprivo e leggevo l’etichetta.

Qualcuno il lavoro sporco dovrà pur farlo!! Forse si riferiva a questo un professore dell’Università che ho frequentato quando diceva, a proposito della ricerca sociale, che questo comportava sporcarsi le mani!

Comunque, tornando al tema, la lettura dell’etichetta ha dato questo risultato: Made in China e 100% Polyestere (ma alle volte c’era solamente questa seconda espressione). Per la precisione una volta ho trovato scritto Made in Marocco e un’altra volta ho trovato l’indicazione di una conosciuta marca di valigie e accessori vari.

La Cina ormai è diventata una delle maggiori manifatture del Mondo. E’ ovvio che in Cina si fanno anche delle produzioni di qualità come in molte altre parti del mondo. La Cina però esprime in sommo grado quella tendenza che è ormai diffusa nell’economia che è l’aumento di quel feticcio che è il PIL (prodotto interno lordo) e questo significa che bisogna produrre cose che devono durare poco in modo da acquistarne subito altre. Si parla di beni a obsolescenza programmata. Alcuni beni inoltre vengono fatti in modo che non si possano riparare.

Ma per quanto tempo potrà durare questa tendenza allo sviluppo continuo dell’economia? Secondo molti studiosi non si può avere uno sviluppo illimitato in un Mondo che è limitato. Le prospettive che sono delineate sono pessime anche se da adesso cambiassimo comportamento.

Ricordo da bambino per le strade del mio paese passava l’ombrellaio. Evidentemente allora gli ombrelli venivano fatti per durare e quindi erano fatti bene: e ovviamente, sia per questo che per altri motivi, conveniva ripararli.

Nell’ultima ricerca che ho fatto sugli ombrelli buttati via si è rotto definitivamente il mio ombrello (questo mi ha fatto venire in mente il concetto di “ricerca partecipata” che usava un mio professore a proposito della ricerca sociale) . Era un ombrello di quelli che si rimpiccioliscono e che sono comodi da portare in borsa ma era ormai da qualche tempo che lo aprivo e chiudevo con difficoltà.

Ho chiesto a una collega dove avrei potuto comprare un ombrello: mi ha indicato un negozio di cinesi che è all’angolo della strada!!

mercoledì, marzo 02, 2011

Quanto ci costa l'incentivazione delle rinnovabili

In questi giorni sta facendo molto scalpore l’affermazione del Ministro dello Sviluppo Economico, Romani, che per giustificare il molto contestato provvedimento di revisione dei meccanismi incentivanti, ha affermato che l’incentivazione delle fonti rinnovabili sarebbe costata agli italiani 20 miliardi di euro tra il 2009 e il 2010.
In effetti gran parte delle fonti di informazione riportano questa notizia (ad esempio qui), anche se per quest’altra fonte il Ministro avrebbe parlato del periodo 2000 – 2010.

Comunque sia, la sostanza non cambia. Si tratta di affermazioni false e riflettono la volontà del governo di ridurre il sostegno alle rinnovabili e l’intento evidente di trasferire l’onere a carico dei cittadini sul programma previsto di centrali nucleari che, come abbiamo evidenziato più volte, starebbe in piedi economicamente solo con generose sovvenzioni pubbliche.

Ci aiuta a capire la reale entità delle incentivazioni concesse alle rinnovabili questa bella relazione del Senatore Francesco Ferrante a un recente convegno del Kyoto Club, i cui dati sono una conferma di quanto dichiarato dal GSE nell’ultima audizione alla Commissione Industria del Senato.

Nel 2010, gli oneri del sistema a favore delle rinnovabili sono stati di circa 2,7 miliardi, tutti prelevati dalla componente A3 delle bollette elettriche e suddivise per tipo di finanziamento secondo il grafico che allego (per ingrandire cliccarci sopra).
Ferrante poi, mette bene in evidenza il fatto, sottaciuto dal Ministro, che invece ammontano a più di 3 miliardi gli oneri di sistema del tutto impropri, tra cui i finanziamenti del CIP 6 alle cosiddette “assimilate” (fonti fossili mascherate come rinnovabili).

Questo scandalo mi è stato segnalato anche da Leonardo Libero che, al Ministro Romani, contrappone le cifre denunciate dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, che attribuiscono nel periodo 2001 – 2009, un peso degli oneri a carico dei cittadini per le assimilate pari a più di 34 miliardi di euro (2,36 volte superiore a quello delle rinnovabili).

Concludendo, ritengo che una politica di forte incentivazione delle rinnovabili possa essere compatibile con le giuste esigenze di riduzione complessiva degli oneri a carico degli utenti e dei prezzi dell’energia elettrica (in Italia tra i più alti in Europa).

Questo obiettivo può essere raggiunto sia con l’eliminazione degli oneri impropri denunciati nella relazione di Ferrante ma, a mio parere, anche attraverso la riforma degli incentivi alle rinnovabili che preveda:

1) un aumento della quota d’obbligo di produzione rinnovabile da parte dei produttori da fonti fossili, che consentirebbe di risparmiare i costi del GSE per il ritiro obbligatorio dei certificati verdi invenduti sul mercato di queste specifiche transazioni (introducendo però misure efficaci per impedire che i produttori convenzionali trasferiscano surrettiziamente sulle bollette dei consumatori tale onere aggiuntivo);
2) una diversa composizione nei valori dei certificati verdi, finalizzata a sostenere economicamente prevalentemente le installazioni nei siti maggiormente ventosi (superiori a 2000 ore equivalenti di produzione), in modo da massimizzare la produzione eolica nazionale rispetto alle effettive potenzialità;
3) una modifica del conto energia per il fotovoltaico, che preveda un forte sostegno delle installazioni sui terreni agricoli non produttivi.

lunedì, febbraio 28, 2011

Caro Nucleare

Due gustose notizie riguardanti l'energia nucleare: la prima, leggibile qui, riguarda la decisione del Giurì per l'autodisciplina pubblicitaria, che ha dichiarato ingannevole lo spot del Forum Nucleare Italiano, bloccandone entro sette giorni la diffusione. Era evidente che i giocatori di scacchi erano due, ma il vincitore uno solo, il ricchissimo gruppo d'interesse che finanza l'iniziativa. E' anche una piccola soddisfazione personale perchè, come ho raccontato qualche giorno fa, avevano censurato il mio intervento sulla reale consistenza delle risorse di uranio.

La seconda notizia, molto più seria, riguarda il sostanziale fallimento del progetto EPR, con cui alcuni paesi, compreso l'Italia, vorrebbero rilanciare l'uso dell'energia nucleare. Le uniche due centrali in avanzato stato di costruzione, in Finlandia e Francia, non solo stanno accumulando notevoli ritardi rispetto ai tempi previsti per l'ultimazione, ma soprattutto stanno vedendo i costi preventivati crescere a dismisura. Attualmente, sono più del doppio del previsto e alla fine dei lavori potrebbero persino quadruplicare. E' quanto leggiamo in questo interessantissimo e dettagliato rapporto del Prof. Steve Thomas dell'Universita di Greenwich - Londra, tradotto in italiano sul sito di Aspoitalia da Domenico Coiante e Claudio Della Volpe.

E' una ulteriore conferma di quanto andiamo dicendo da tempo (ad esempio qui e qui), cioè che il programma nucleare italiano potrebbe essere realizzato solo con il contributo dello Stato o mettendo direttamente le mani nelle tasche degli italiani, attraverso un adeguamento delle tariffe elettriche.

venerdì, febbraio 25, 2011

I numeri della dipendenza energetica italiana dall'estero


Ad integrazione del precedente, interessante articolo di Massimo Nicolazzi, vorrei aggiungere alcune considerazioni numeriche sulla vulnerabilità energetica italiana che forse possono aiutare a meglio comprendere anche il rapporto con l’attuale situazione di tensione nel nord dell’Africa.

Innanzitutto, ricordiamo che i consumi lordi di energia primaria del nostro paese nel 2009 dipendevano per il 40,64% dal petrolio, per il 35,43% dal gas naturale, totale più del 76%. Se si considera anche il carbone, la nostra dipendenza dai combustibili fossili si avvicina all’85%.

I trasporti dipendono dal petrolio per il 94% e assorbono il 64,1% dei consumi finali di petrolio.

Nella produzione elettrica italiana, che rappresenta circa il 35% del Consumo Interno Lordo di energia primaria, il petrolio ormai incide per meno del 5%, mentre il gas naturale per circa il 45%.

Le vendite finali di gas naturale riguardano per il 31,5% il settore della generazione elettrica, per il 28,6% l’industria, il 31,2% il settore domestico, l’8,7% il commercio e i servizi.

Nel primo grafico in alto, ho messo in ordine i paesi esportatori di petrolio all’Italia e le rispettive percentuali. Nel secondo grafico ho fatto la stessa operazione relativamente al gas naturale.

Infine, concludo con una istruttiva curiosità nel terzo grafico, che rappresenta la produzione nazionale di gas naturale (attualmente circa il 10% dei consumi totali). Anche noi abbiamo avuto il nostro picco, nel 1994.

Come al solito, tutti i grafici si possono ingrandire cliccandoci sopra.

mercoledì, febbraio 23, 2011

L’equilibrio dei bisogni

Scritto da Massimo Nicolazzi
(da "Limesonline")

Sono anni che ve la meno con l’equilibrio dei bisogni. Tranquilli che loro hanno bisogno di soldi per le pensioni quanto noi di gas e petrolio per scaldarci e muoverci. L’”arma del petrolio” e l’incubo della sicurezza energetica sono invenzione, e quasi complotto, di diplomazie e giornali. L’organo (ne) crea la funzione.

A occhio, ve la dovrei rimenare uguale per il caso Libia. Chiude il Green Stream, e si blocca un flusso di oltre 20 milioni di mc di gas/giorno.

Problemi?

In realta’ il volume che viene meno rappresenta un pezzo dell’eccesso di offerta che si e’ abbattuto sul mercato per la meravigliosa concomitanza di una crisi che ha contratto i consumi italiani di gas naturale e del varo di nuove infrastrutture (rigassificatore di Rovigo, aumento della capacita’ dei gasdotti per l’importazione da Algeria, Russia e Libia) che ne hanno in simultanea aumentato la disponibilita’. Era diventato un classico mercato della domanda E adesso spariscono di colpo oltre 20 milioni di gas importato in regime di take or pay. Tra operatori si brinda.

Dice vabbe’, ma quando poi ci riaumentano i consumi? Con lo spettacolo che abbiamo dato con il leader che c’e’ (ancora), c’e’ il rischio che chi viene dopo ci cancelli dalla lista dei clienti. E secondo voi chi viene dopo che fa? Gira il tubo? I gasdotti sono un’infrastruttura rigida. Con il Green Stream l’alternativa e’ tra portare gas in Italia o tenerlo vuoto (appunto). E ti pare che quello che viene dopo, chiunque sia, lo tiene vuoto? A piena capacita’ e a valori di oggi quel che passa in un anno per il tubo vale commercialmente un 2/3 miliardi di Euro. Richiamate quando trovate quello che ne fa a meno.

Si’ ma col petrolio e’ diverso. L’infrastruttura e’ flessibile, che basta che ci sia acqua di sotto e la nave te lo sposta dove vuoi. E grosso modo un quarto del petrolio nostro arriva da li’. Che si fa se invece che da noi lo mandano in Turchia?

Semplice. Lo compriamo dai turchi. Nel 1973 i ragazzi dell’OPEC embargarono americani e olandesi. E loro si misero a comprarlo da quelli non embargati. “The world market, like the world ocean, is one great pool”(Adelman). Se il mondo produce meno, si contrae l’offerta; e puo’ essere un guaio. Se si continua a produrre, che ognuno se lo venda poi a chi vuole, che la vita non cambia. Alla fine (magari con qualche inutile turbolenza di percorso ed un qualche aggravio di costi) finira’ sempre per (ri)distribuirsi tra chi ne ha domanda. Per la tua sicurezza energetica rivolgiti al tuo PIL, e non alla tua diplomazia.

Dice si’, ma non dimentichiamoci che un pezzo del nostro sistema di raffinazione col libico da’ il meglio di se’. Che non esiste “il” greggio. Esistono infinita’ di “greggi” diversi per gradi API, acidita’, contenuto paraffinico e quant’altro. Ogni raffineria (semplifico) e’ “tarata” su certe specifiche. E alcune nostre raffinerie con le caratteristiche del greggio libico (ed in particolare con la produzione di Bu Attifel) ci vanno a nozze. E allora? Questo non significa che se non arriva il libico si chiude; ma solo che toccherebbe nel caso cercare sul mercato greggi con caratteristiche che ci vadano vicino. Qualche difficolta’e qualche tensione magari sulla raffinazione; pero’ se vi piacciono gli incubi rivolgetevi altrove.

Insomma se anche la nuova Libia ci si rivoltasse contro (ma perche’ dovrebbe?) ce la riusciremmo a sfangare. Il danno italico non sarebbe ipoteticamente la crisi dei nostri approvvigionamenti; ma giusto quella dell’Eni, che non puo’ lasciare sul campo magari con un sorriso il proprio patrimonio libico. Ma anche questo, ipotizzando che la nuova Libia (che non c’e’) gradisca qualche investimento estero, pare scenario piu’ che remoto.

Sin qui la rimenata. Pero’ stavolta non mi riesce di sbadigliare per la preoccupazione. Stavolta c’e’ (anche) altro. Tutto il Nord Africa in ebollizione. E un pezzo di Arabia Felix a seguire.

Negli anni dei regimi che adesso vanno qua e la’ cadendo gli e’ cambiata la vita; e anche la sua qualita’. Ho cominciato a viaggiare per petrolio che dal Cairo si “andava” alla piramidi. E adesso le piramidi sono “dentro” il Cairo. Algeri si e’ estesa ovunque. Le altre hanno seguito il modello.

Crescita demografica. E ancor piu’ crescita urbana. E fine o quasi dell’agricoltura. E nessun inizio di altro lavoro. E non precisamente grandi modelli di attenzione sociale; che per qualcuno ed anzi tanti la madrassa diventa l’unico luogo di assistenza e solidarieta’, oltre che di istruzione.

Al satrapo e’ riuscito per decenni di tenere il coperchio sulla pentola, magari se ne aveva usando della rendita petrolifera come pannicello caldo servito in guisa di welfare. A noi, per decenni, e’ riuscito e benissimo di nemmanco vedere la pentola, che sarebbe bastato usare gli occhi;e adesso vaghiamo tra sorpresa e preoccupazione (per noi stessi).

L’equilibrio dei bisogni col satrapo ha funzionato benissimo. Il satrapo ha qualcosa da perdere. Puo’ usare il petrolio per regalare il pane; che senza il suo potere e la sua stessa persona fisica vanno a rischio. La rendita petrolifera compra consenso o quantomeno sopisce il tumulto; e (di regola) contribuisceanche e rilevantemente alle fortune del satrapo e del suo clan. Figurati se mai smette di vendere.

Chi verra’ dopo non sappiamo. Ma sappiamo che dovra’ dare rappresentanza politica alla disperazione araba nata dalle e nelle conurbazioni. Potrebbe, almeno transitoriamente, sentire di non avere niente da perdere. Che l’orgoglio e l’identita’ della nazione sono piu’ importanti delle pensioni, che tanto e comunque la rendita da sola non ce la fa a pagarle.

E’ con questa disperazione, insieme colta e lucida, che ci tocchera’ di fare i conti. E, sperabilmente, di cooperare. Possibilmente senza spocchia e buttando nel cestino lo scontro di civilta’. Siamo gia’ stati abbastanza imbecilli da scavare fossetti e fossati per prevenire l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. E adesso, per ironia della storia, siamo quasi a pregare un esito “turco” del sommovimento del Nord Africa; che (molto) meglio l’ottomano dell’imam.

Attenti, adesso, a tendere l’orecchio a quello che si muove. E a non costruire valli in Mediterraneo. Se ci illudiamo di riuscire a chiudere la disperazione nel recinto del proprio Paese, alimentiamo il disequilibrio. Dei bisogni.

lunedì, febbraio 21, 2011

Gli scenari dell'Agenzia Internazionale per l'Energia

Di recente è stato presentato l’ultimo World Energy Outlook (WEO 2010), il documento elaborato annualmente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), contenente le previsioni energetiche dell’autorevole organismo internazionale. A questo indirizzo è possibile consultare una sintesi del documento.

Il WEO 2010 contiene tre scenari energetici proiettati al 2035: lo Scenario Politiche Attuali, in cui si assume l’assenza di modifiche rispetto alle politiche in vigore nel 2010, lo Scenario Nuove Politiche, che considera un’implementazione moderata degli impegni assunti a vario titolo dai diversi paesi per il contenimento delle emissioni di gas serra, lo Scenario 450, coerente con l’obiettivo non vincolante assunto al vertice di Copenaghen di limitare l’innalzamento della temperatura atmosferica mondiale entro i due gradi Celsius grazie al contenimento della concentrazione di gas serra a circa 450 parti per milione.

Nello Scenario Nuove Politiche, la domanda mondiale di energia primaria aumenta del 36% al 2035, da 12300 Mtep a 16700 Mtep. Ciò corrisponde a un tasso di crescita medio annuo dell’1,2%, mentre nello Scenario Politiche attuali tale tasso è dell’1,4% e nello Scenario 450 scende allo 0,7%.

Analizziamo alcuni elementi del rapporto che ritengo più significativi.
Innanzitutto, guardiamo nel primo grafico allegato la previsione della produzione petrolifera nello Scenario Nuove Politiche (quello considerato più probabile). Scopriamo diverse cose interessanti: il petrolio convenzionale prodotto dai giacimenti esistenti ha piccato nel 2008 ed è in declino irreversibile, quello ancora sviluppabile dai giacimenti esistenti o in nuovi giacimenti da trovare consentirebbe di mantenere un plateau di picco fino al 2035. La domanda mondiale in espansione, sarebbe assicurata solo grazie alla crescita produttiva di gas naturale liquefatto e di petrolio non convenzionale (sabbie bituminose, greggio extra pesante, ecc.).

Cosa dire? Finalmente AIE ammette apertamente l’esistenza e l’ineluttabilità del picco petrolifero, dando indirettamente ragione ad ASPO, fa assegnamento sulla scoperta molto improbabile di grandi giacimenti di nuovo petrolio nei prossimi anni e sull’incremento produttivo del non convenzionale, (per loro stessa ammissione ostacolato dai costi di estrazione molto elevati), per fare fronte alla sete energetica crescente del pianeta.

Il paragrafo condivisibile del WEO 2010 è però quello intitolato: “Peak oil, scelta o destino?, in cui si prospetta una gestione attiva del picco produttivo attraverso politiche di riduzione delle emissioni di gas serra contenute nello Scenario 450 incentrate sullo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica (vedi secondo grafico allegato). In questo modo, si potrebbe pianificare una riduzione controllata della produzione petrolifera mondiale, evitando gli shock economici e sociali inevitabilmente connessi allo Scenario Politiche Attuali (Business AS Usual).

Ma siccome la maggior parte degli usi petroliferi riguarda il settore dei trasporti, lo Scenario 450 individua nella parziale riconversione del parco autoveicolare mondiale al motore elettrico, totale e ibrido plug-in, il principale strumento di attuazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni (obiettivo sintetizzato nell’ultimo grafico allegato).
Beati loro che ci credono. Come ho avuto modo di evidenziare più volte su questo blog, anche se il mercato mondiale dell’auto si orientasse decisamente verso i modelli elettrici, ed è tutto da dimostrare, il modello di mobilità individuale di massa a cui siamo abituati è incompatibile con l’uso razionale delle risorse e con le esigenze di una società ecologicamente sostenibile fondata su un’economia stazionaria.

venerdì, febbraio 18, 2011

Leggera ripresa dei consumi elettrici nel 2010

I dati provvisori Terna per il 2010 registrano una lieve ripresa della richiesta di energia elettrica (consumi finali + perdite di rete) italiana rispetto al 2009, anno che aveva registrato un crollo storico dei consumi, descritto in questo mio precedente articolo. Questa crescita relativa ha consentito di recuperare meno di un terzo del calo registrato nel 2009 ed è sicuramente connessa alla timida ripresa economica che ha caratterizzato il nostro paese nel 2010, perchè, come è noto, i consumi di energia elettrica sono molto sensibili alle dinamiche economiche. Il grafico allegato ci permette di visualizzare efficacemente l'andamento storico di questo indicatore. Per dovere di cronaca, bisogna segnalare che nel mese di gennaio 2011, il valore della richiesta di energia elettrica è diminuito dello 0,6% rispetto allo stesso mese del 2010, confermando quindi l'instabilità e la debolezza della ripresa economica italiana. Le cause sono state più volte individuate nella spietata competizione internazionale dei paesi emergenti, nella carenza di innovazione e ricerca delle imprese italiane, nell'inefficienza della pubblica amministrazione ecc. Nessuna analisi però, considera il fattore energia, finora assunto come variabile indipendente del sistema economico. I prezzi del petrolio hanno influenzato la recente crisi economica e, come è noto ai lettori di questo blog, condizioneranno pesantemente il futuro andamento dell'economia, essendo strettamente correlati alla dinamica della domanda e dell'offerta in una situazione di picco della risorsa.
Infine segnalo, sempre dai dati Terna del 2010, l'ottimo andamento delle rinnovabili. L'eolico ha raggiunto una produzione di 8374 GWh e il fotovoltaico 1600 GWh, compensando ampiamente il leggero calo della produzione idroelettrica nazionale.

mercoledì, febbraio 16, 2011

Un fantasma si aggira per l’Italia, il filobus a guida vincolata

Da qualche anno, alcune città italiane hanno realizzato (Padova nella foto, Venezia) o progettano di realizzare, linee di trasporto pubblico che utilizzano un nuovo mezzo di trasporto, denominato impropriamente “tram su gomma”. Come tutti gli specialisti sanno, il vero tram non utilizza i pneumatici come l’autobus, o il filobus, ma possiede ruote in acciaio che si muovono su due binari anch’essi in acciaio, grazie a un'alimentazione elettrica da rete aerea. Questa differenza non è affatto nominale, ma sostanziale e strutturale, perché determina sensibili differenze di prestazioni in termini energetici, economici e gestionali a favore del tram (i motivi li ho scritti qui , qui e qui).

Il cosiddetto “tram su gomma” è invece , più propriamente, un “filobus a guida vincolata” (FGV), perché come il filobus, ha delle ruote in gomma e si alimenta elettricamente da una rete aerea, ma si differenzia dal filobus (che si muove liberamente sulla strada) per un unico binario stradale che non serve a far muovere il mezzo, ma ha solo una funzione di stabilizzazione, al fine di ridurre l’ingombro e aumentare la lunghezza dei veicoli.
Si tratta di una tecnologia sperimentale, con rarissime realizzazioni in Europa e nel Mondo, che stanno evidenziando molti problemi tecnici e gestionali. Ma alcune città italiane, con l’entusiasmo tipico dei neofiti, si stanno buttando superficialmente in un’avventura dagli esiti incerti, allettati dalla promessa illusoria di costi di realizzazione più bassi rispetto ai tram tradizionali.

In questa interessante rassegna internazionale di Andrea Spinosa sul sito di Cityrailways riguardante i Sistemi di Trasporto su Gomma a via Guidata è possibile rendersi conto dello stato dell’arte di questa nuova tecnologia. In Francia che, voglio ricordare, ha già realizzato 37 sistemi di tram moderno a pianale ribassato e ne ha programmato per i prossimi anni altri 29, abbiamo solo 3 (tre) linee di FGV. In tutte e tre i costi di costruzione sono notevolmente cresciuti rispetto a quelli preventivati. I progetti FGV di Caen e Nancy, dopo innumerevoli peripezie e problemi di vario tipo, sono stati in parte abbandonati o soggetti a ripensamenti. La linea di Clermont Ferrant attualmente in esercizio (nella versione Translhor), ha visto i costi lievitare (21 milioni di euro a chilometro) fino a superare quelli di un tram convenzionale (15-20 milioni di euro a chilometro), per poter risolvere o attenuare problemi strutturali quali i rischi di deragliamento, l’usura continua della pavimentazione stradale e dei pneumatici, l’incertezza nell’alimentazione, ecc.


Le città di Parigi e Le Mans anni fa avevano inizialmente preso in considerazione questa tecnologia, ma dopo un’attenta analisi l’avevano abbandonata a favore del tram convenzionale per i seguenti motivi che, a mio parere, rimangono i principali per escludere anche oggi questa scelta:

• Il FGV è sembrato un veicolo rumoroso e meno confortevole rispetto al tram;
• la sede del FGV occupa 7 metri mentre il tram può occuparne 6;
• con il tram si può risparmiare sui costi mettendo a gara la costruzione mentre i FGV sono di fatto monopolio dei rispettivi costruttori;
• il tram su ferro è un sistema ampiamente sperimentato, altamente performante e affidabile;
• il tram su ferro sta evolvendo dappertutto verso l’ancora più efficiente sistema tram-treno, impossibile per i FGV (su gomma).

A questi punti, bisognerebbe poi aggiungere la maggiore capienza dei tram (anche in considerazione della modularità ottenibile con l'aggiunta di altre carrozze nelle ore di punta) e il fatto che a differenza di quelle tranviarie, il tipo di rotaia del FGV impedisce di fatto la circolazione contemporanea delle biciclette e deve essere posto un divieto di transito per le biciclette lungo la linea del FGV (è quello che sta succedendo a Padova). Inoltre, sono in corso avanzato di sperimentazione in tutto il mondo nuove innovazioni tecnologiche sui tram moderni che consentono di eliminare l’alimentazione energetica dalla rete aerea, quindi di ridurne ulteriormente i costi e migliorare le prestazioni.
Se si esclude un paio di FGV che sono stati introdotti in Cina, nessun altro paese al mondo (compresi paesi leader nel trasporto pubblico come Germania, Olanda, Austria, Svizzera) si è sognato di prendere in considerazione questa tecnologia.

lunedì, febbraio 14, 2011

La censura del Forum Nucleare

Mi avevano avvisato di non fidarmi dell'iniziativa che ha dato vita al sito "Forum Nucleare", avviata con grande dispiegamento di mezzi e di annunci per, a detta degli organizzatori, mettere a confronto posizioni diverse in merito all'ipotesi di costruzione di nuove centrali nucleari in Italia.
Ma io parto sempre da una presunzione di buona fede nei miei interlocutori, così, leggendo sul sito in questione un commento molto poco condivisibile di Chicco Testa sull'abbondanza delle risorse uranifere mondiali, ho inviato come rappresentante del Comitato Scientifico Aspoitalia, un parere contrario.

Ebbene, i nostri amici nuclearisti censurano eccome, quando le argomentazioni contro il nucleare sono solide e non sanno cosa replicare. Così non hanno pubblicato il mio commento e ho avuto un'ulteriore conferma della natura di parte dell'iniziativa.
Comunque, il nostro blog è realmente aperto alla discussione anche sulla tematica del nucleare, quindi pubblichiamo di seguito sia le argomentazioni di Chicco Testa che le mie, così potrete metterle a confronto.

CHICCO TESTA:

Diversi commenti contrari al nucleare sono motivati dalla scarsità di uranio, dalle sue eventuali oscillazioni di prezzo e dalla dipendenza dell’Italia, priva di tali giacimenti minerali, da produttori esteri. La perplessità è legittima ma infondata per diverse ragioni.

1. Il costo dell’uranio incide appena per circa il 3% sul prezzo finale dell’energia elettrica. Quindi le oscillazioni di prezzo dell’uranio hanno un’influenza marginale sul prezzo del chilowattora (a differenza di quanto accade con il gas).

2. I giacimenti economicamente interessanti di uranio sono piuttosto comuni, equamente distribuiti nel globo. L’offerta è frammentata tra numerosi produttori la maggior parte dei quali si trova in paesi con basso rischio geopolitico. I principali produttori sono: Australia (che detiene circa un terzo delle riserve mondiali), Kazakistan, Canada e Russia (che si suddividono quasi equamente l altro terzo). Il resto è distribuito tra Sudafrica, Namibia, Brasile, Niger, Usa,Cina, Giordania e Uzbekistan.

3. Le riserve di uranio sono in continuo aumento e sono arrivate a 6,3 milioni di tonnellate secondo l ultima versione (2009) del Red Book, il rapporto OCSE considerato la bibbia del combustibile nucleare. Solo con le quantità accertate e commercializzabili a prezzi di mercato, tenuto conto dei consumi attuali (68mila tonnellate anno) si coprono i prossimi 80 anni: una sicurezza di approvvigionamento superiore a quella normalmente garantita per qualsiasi altro minerale. Tuttavia le risorse mondiali di uranio sono assai maggiori. I giacimenti conosciuti ma non sfruttati perché oggi non abbastanza remunerativi aumenterebbero le scorte di ulteriori 5,5 milioni di tonnellate. Questo porterebbe la sicurezza di approvvigionamento a 160 anni, ampiamente sufficiente anche nello scenario OCSE di massimo sviluppo del nucleare civile (che prevede un abbondante raddoppio dei reattori attivientro il 2035). Oltre a ci bisogna considerare i giacimenti non convenzionali (per esempio i depositi di fosfati e fosforite) i quali – secondo il Red Book aggiungerebbero altri 22 milioni di tonnellate disponibili per lo sfruttamento, triplicando così le riserve accertate.

4. Lo scenario futuro del fabbisogno mondiale di combustibile nucleare potrebbe modificarsi in modo sostanziale nei prossimi decenni. Nel 2009 la domanda era coperta per il 76% da risorse minerarie, per il resto da uranio di riciclo (combustibile MOX da riprocessamento) o dalla dismissione degli ordigni nucleari degli arsenali sovietici e americani. In prospettiva, la diffusione di reattori autofertilizzanti e l’avanzamento delle tecnologie di riprocessamento, potrebbe portare a un minor sfruttamento delle risorse minerarie.

TERENZIO LONGOBARDI:


Al FORUM NUCLEARE

Gentile redazione,

apprezziamo il vostro tentativo di mettere a confronto varie posizioni in merito al rilancio sul territorio nazionale dell’uso dell’energia nucleare. A parere della nostra associazione si tratta di una scelta molto rischiosa sul piano industriale per vari motivi, ma il principale appare la disponibilità di uranio minerale.

A tale proposito, sul vostro Forum, in poche righe rassicuranti rispondete alla domanda: “Le scorte di uranio si esauriranno rapidamente? Inoltre, Chicco Testa ha scritto un articolo dal titolo “L’uranio ha davvero i giorni contati?” abbastanza generico e superficiale sull’argomento, per questo ritengo di dovervi inviare le seguenti sintetiche considerazioni.

Anche prendendo a riferimento i dati sulle risorse globali di uranio certificati dal NEA (Agenzia per l’Energia Nucleare), molto discutibili per le modalità di rendicontazione e verifica piuttosto approssimative (vedi articoli di Michael Dittmar in bibliografia), le prospettive di durata del combustibile fissile destinato ad alimentare le centrali attualmente attive nonchè quelle di terza generazione in costruzione e, eventualmente, in futuro quelle di quarta generazione, appaiono molto limitate.

Come dimostra il seguente grafico prodotto da EWG (Energy Watch Group), elaborato a partire proprio dai dati NEA, che prevede un “picco” della produzione seguito da un declino graduale dell’uranio, è possibile giungere alle seguenti conclusioni:

1) Attualmente, la domanda mondiale di uranio di 67.000 tonnellate all’anno, viene soddisfatta solo per 42.000 tonnellate (circa il 63%) da nuova produzione mineraria, le altre 25.000 tonnellate (circa il 37%), sono ricavate dagli stoccaggi accumulati prima del 1980 resisi disponibili in parte con il processo di disarmo nucleare. Questi stoccaggi, secondo EWG, dureranno ancora appena dieci anni. Periodo che potrà allungarsi solo di qualche anno per merito delle nuove disponibilità derivanti dallo smantellamento di ulteriori 7.500 testate nucleari previsto dal recente accordo Salt 2, firmato tra USA e Russia. Tuttavia se nel frattempo la produzione mineraria non verrà sensibilmente incrementata, ci saranno seri problemi ad alimentare per poco più di un decennio le centrali nucleari esistenti. Figurarsi quelle non ancora costruite.

2) Mettendo a confronto poi gli scenari estrattivi del NEA e quelli energetici dell’ Agenzia Energetica Internazionale, si individua un picco della produzione intorno al 2015 per le Risorse ragionevolmente accertate con costi di estrazione sotto i 40 $/kg, intorno al 2025 per quelle sotto i 130 $/kg, intorno al 2035 per l’ipotesi ultra ottimistica di Risorse ragionevolmente accertate più le Risorse stimate con basso grado di attendibilità (con costi di estrazione sotto i 130 $/kg). In questo quadro, lo scenario di espansione produttiva di energia nucleare “minimo” prospettato dall’IEA nel suo WEO 2006 interseca la curva della produzione di uranio quasi in corrispondenza del picco dell’ipotesi estrattiva più ottimistica, mai nello scenario “massimo” che corrisponde alle prospettive di crescita ipotizzate nei programmi nucleari dei vari governi. In altre parole, lo sviluppo massimo previsto della fonte nucleare sarebbe in ogni caso incompatibile con la disponibilità di uranio, la crescita minima verrebbe irrimediabilmente bloccata in prossimità del picco della risorsa e lo stesso funzionamento dei soli impianti oggi esistenti sarebbe messo in crisi ben prima della metà del secolo.

Quindi, le ipotesi di durata centennale delle risorse minerarie uranifere prospettate da NEA e riprese in Italia da ENEA, sono da ritenersi illusorie e prive di fondamento per i seguenti motivi:

1) Il metodo di calcolo semplificato adottato per definire tale ipotesi, cioè dividendo la quantità di uranio ancora complessivamente disponibile per il consumo annuo non è assolutamente affidabile perché avulso dalla reale dinamica di esaurimento delle risorse minerarie e fossili descritta dal modello di Hubbert (picco e successivo declino), oggi considerato a livello scientifico internazionale il più accreditato a descrivere tali dinamiche.
2) Anche adoperando lo stesso metodo semplificato di NEA per calcolare la durata delle risorse minerarie, si ricavano circa 80 anni. Cioè, NEA ha approssimato di ben 20 anni la durata delle risorse da essa stesse definite.
3) Il calcolo di NEA ipotizza per i prossimi anni una produzione energetica da nucleare costante pari all'attuale, senza considerare quindi le ipotesi di espansione produttiva da essa auspicate.
4) Nel calcolo eseguito da NEA per determinare la durata delle risorse di uranio vengono inserite non solo quelle ragionevolmente provate, ma anche interamente quelle che essa stessa definisce scarsamente attendibili.
5) In conclusione, anche adottando il loro modello errato di esaurimento della risorsa e correggendo i banali errori precedentemente descritti, in realtà si ottiene una durata probabile delle risorse di circa 30 - 40 anni, come si può evincere dalla seguente tabella di sintesi (in rosso l’ipotesi più probabile, in verde le ipotesi NEA).

Le conclusioni relative alla durata delle risorse di uranio mondiali precedentemente sintetizzate, non verrebbero sostanzialmente modificate qualora si assumesse interamente la potenzialità produttiva di uranio arricchito ricavabile con la tecnologia in uso di recupero spinto di uranio fissile, estraibile tramite una difficile e costosa operazione dall’uranio “impoverito” disponibile.

In ogni caso, sia che si assuma il modello di esaurimento della risorsa uranio dello studio Energy Watch Group, sia il metodo molto impreciso di calcolo NEA, e considerando il tempo di realizzazione non certo breve di un programma di costruzione di centrali nucleari, con ogni probabilità i nuovi impianti comincerebbero ad avere seri problemi di approvvigionamento dell’uranio a circa metà del loro ciclo di vita.

Ci sono infine altri due motivi che rendono sconsigliabile sul piano industriale la scelta nucleare nel nostro paese.

Gli elevati costi di produzione di questa fonte energetica hanno negli ultimi decenni scoraggiato gli investimenti industriali privati, mentre le poche centrali in corso di realizzazione vedono lievitare notevolmente i costi di costruzione rispetto ai valori preventivati. Di fatto, sul piano della convenienza economica, gli investimenti sul nucleare starebbero oggi in piedi solo grazie a generose sovvenzioni pubbliche che inevitabilmente finirebbero per pesare su finanze pubbliche sempre più esangui o sulle bollette dei consumatori, generando una pesante distorsione della libera concorrenza rispetto alle altre fonti energetiche.

La potenza delle centrali elettriche italiane esistenti, e di quelle in costruzione o già autorizzate in Italia, è abbondantemente in grado di soddisfare il fabbisogno di energia elettrica italiana per i prossimi decenni, considerando che è molto improbabile che si determini in prospettiva una decisa inversione di tendenza rispetto al forte calo dei consumi elettrici causato dalla crisi economica (- 6,8% nel 2009). Infatti, la minore disponibilità di petrolio che si verificherà nei prossimi anni a seguito del superamento del picco di produzione (di recente ammesso anche dal Pentagono e dall’Agenzia Energetica americana), determinerà di nuovo tensioni sui prezzi del barile che avranno sicuramente effetti recessivi sull’economia e conseguenze depressive sui consumi energetici. Un forte impulso all’uso delle fonti rinnovabili, accoppiato alla scelta strategica del metano come fonte di transizione, in un quadro di diversificazione degli approvvigionamenti, consentirà invece di dare risposte più adeguate a uno scenario di consumi stazionari o moderatamente in crescita.

Auspichiamo pertanto che si rifletta attentamente sui limiti oggettivi di carattere industriale che ostacolano il programma di costruzione di nuove centrali nucleari nel nostro paese, destinando invece investimenti e risorse nello sviluppo e nella ricerca sulle fonti rinnovabili, le uniche in grado di garantire un approvvigionamento energetico sicuro e per tempi indefiniti.

Approfondimenti:

The Oil Drum - The Future of Nuclear Energy: Facts and Fiction - Part III: How (un)reliable are the Red Book Uranium Resource Data? http://europe.theoildrum.com/node/5744

Marco Pagani – La curiosa storia delle riserve di uranio francesi http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2008/06/la-curiosa-storia-delle-riserve-di-uranio-francese.html

IEA – World Energy Outlook 2006 http://www.worldenergyoutlook.org/2006.asp

Energy Watch Group – Uranium Report
http://www.energywatchgroup.org/Reports.24+M5d637b1e38d.0.html

Terenzio Longobardi – Le risorse di uranio. Cronaca di una notte di mezza estate. http://www.aspoitalia.it/archivio-articoli/259-le-risorse-di-uranio-cronaca-di-una-notte-di-mezza-estate

Michael Dittmar - The Future of Nuclear Energy: Facts and Fiction Chapter I: Nuclear Fission Energy Today
http://arxiv.org/PS_cache/arxiv/pdf/0908/0908.0627v1.pdf

Michael Dittmar - The Future of Nuclear Energy: Facts and Fiction Chapter III: How (un)reliable are the Red Book Uranium Resource Data?
http://arxiv.org/PS_cache/arxiv/pdf/0909/0909.1421v1.pdf