domenica, luglio 13, 2008

Manager a confronto



In un commento al recente post "Non si può mangiare la torta e averla ancora", Michele ci ha segnalato il seguente link a un'intervista a Franco Bernabè, pubblicata sul Forbes nel 1998.

Al tempo Bernabè era l'AD di ENI. Può essere interessante tradurre almeno parzialmente le sue esternazioni del tempo, e confrontarle con quelle dell'odierno management della stessa azienda, secondo cui "il prezzo del petrolio è inspiegabilmente alto, torneremo a 50 $/bar ", "il mercato è adeguatamente rifornito", "ci sarà petrolio abbondante per 150 anni" [non metto i link, ma i 3 asserti di 3 diversi top manager sono facilmente ritrovabili].

La conclusione che può scaturire dal raffronto è che ci sono molte idee, e ben confuse. L'unico modo per venirne a capo è di applicare quella che in matematica viene chiamata antitrasformata, che è l'equivalente umanistico della rimozione dei filtri concettuali. Si cominci ad esempio a tener presente che le esternazioni hanno un'influenza diretta sulla carriera di chi le fa.


Il petrolio a buon mercato: godiamocelo finchè dura (da Forbes, 1998)

"Non quest'anno, non il prossimo, ma forse nell'arco di 5, il prezzo del petrolio comincerà a crescere", dice Franco Bernabè, AD della compagnia petrolifera italiana ENI SpA. Entro il 2010, crede, il mondo sarà vulnerabile a uno shock petrolifero stile quello degli anni '70.

Parlando a Forbes, a Londra, i primi giorni di maggio, dice "C'è un eccessivo compiacimento tra politici e economisti nel ritenere che il problema della scarsità di petrolio sia lontano. Ma nonostante i bassi prezzi di oggi, nel lungo termine ritorneremo a uno scenario di prezzi alti nel settore petrolifero".
Suona inappropriato, in un periodo in cui i prezzi del petrolio hanno mostrato minimi inferiori a 15 $/bar.

[ ... ]

A che punto è la tecnologia? Tecniche come la perforazione orizzontale non hanno forse aumentato fortemente la resa nell'estrazione dai pozzi petroliferi? "Certo", cice Bernabè, "ma non ci sono grandi margini di recupero in più con questa tecnologia"

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La quantità di nuove scoperte di giacimenti è caduta da un picco di 41 miliardi di barili/anno nel 1962 ai 5-6 miliardi di oggi.

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I soli nuovi giacimenti di una certa consistenza si trovano in Nuova Guinea, Congo, Angola, Gabon e Nigeria. Anche il North Slope field in Alaska contiene meno petrolio di quanto ci si aspettava.

"Negli USA si spende il 15% in più rispetto a 5 anni fa per le prospezioni petrolifere, ma senza osservare un significativo aumento nelle riserve", dice.

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"La mia previsione è che tra il 2000 e il 2005 il mondo raggiungerò il picco della produzione petrolifera dalle nostre riserve conosciute, e poi l'output declinerà. Ma la domanda continuerà a crescere, lentamente e inesorabilmente.
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6 commenti:

dangp ha detto...

La soluzione l'ha trovata lui:
(ANSA) - PARIGI, 13 LUG - I Paesi consumatori devono incontrarsi 'al piu' presto per accordarsi sul prezzo massimo del petrolio'. Lo dice Silvio Berlusconi. Un prezzo che 'non puo' essere superato'. Se i Paesi consumatori di petrolio non riusciranno a trovare una soluzione per calmierare il prezzo del petrolio, e' necessario andare avanti, conclude, 'con un progetto di costruzioni di molte nuove centrali nucleari, senza attendere quelle di quarta generazione'.

Anonimo ha detto...

Ieri, domenica 13 luglio 2008, leggevo dalle colonne di Repubblica le parole del giornalista economico Giuseppe Turani (p. 20). Il titolo dell'articolo è «La corsa del greggio tra mercato e falsi miti»: naturalmente, per Turani, tra i falsi miti viene annoverato anche il picco di Hubbert (certo si guarda bene dal dare al fenomeno una forma definita e lo cita in modo generico). «In realtà» secondo il giornalista economico «queste tesi sono tutte sbagliate» e, a conferma di ciò, afferma che «le riserve di petrolio sono monitorate […] quasi giorno per giorno e quindi non si scopre (se fosse vero) dalla sera alla mattina che sta finendo. In realtà» sostiene Turani «di petrolio sotto terra ce n'è ancora abbastanza e quindi non si corre, quanto a disponibilità, il pericolo di dover tornare ai cavalli e alle carrozze». A parte il fatto che «cavalli e carrozze» non sono più pericolosi delle automobili (come se il problema riguardasse solo combustibile e trasporti) ma nulla viene detto circa la qualità più scadente del petrolio che via via rimane da estrarre. Ma non è nemmeno questo che mi preoccupa tanto: è che nell'articolo non si fa cenno di come e dove queste risorse si vadano a prendere. Ci siamo già dimenticati dell'invasione degli U.S. sull'Iraq ed il suo popolo? C'è un nuovo olocausto in corso che si stima intorno ad un milione e duecento mila uomini donne e bambini iracheni (dati: www.justforeignpolicy.org) che hanno pagato il prezzo di questa invasione iniziata nel 2003 per il petrolio, contro il parere dell'ONU e sulla base della presunta detenzione di armi di distruzione di massa che come tutti sappiamo si è rivelata una menzogna colossale. Un milione e duecento mila iracheni hanno già pagato con le loro vite il delirio della civiltà dei consumi basata sul petrolio. Questo non è pericoloso? Non basta a scuotere le coscienze dei consumatori? No, signori, a questo punto ben vengano «cavalli e carrozze»! Non possiamo continuare a guardare solo ai nostri consumi come se questi fossero scollegati da quanto succede nel resto del pianeta. Non più ormai.

Anonimo ha detto...

"le esternazioni hanno un'influenza diretta sulla carriera di chi le fa".
Vale per i manager ma non tanto per i politici, purtroppo.

Ai@ce

Anonimo ha detto...

firse non è inutile ricordare che di questa intervista parlava Di Fazio nell'articolo Le grandi crisi ambientali globali: un sistema in agonia,il rischio di guerra
disponibile nell'archivio Aspo
al link

http://www.aspoitalia.net/documenti/difazio/RELTOR2S.html

saluti, Franco Noce

Anonimo ha detto...

Belle le profezie di Bernabè, le conoscevo: almeno ci può consolare il fatto che da una corretta osservazione dei dati scaturiscono previsioni corrette.

fausto

Anonimo ha detto...

L'offerta diminuisce a fronte di una domanda che cresce: qualcuno resta a bocca asciutta o quasi, non c'è dubbio.
Se il picco petrolifero strutturale fosse avvenuto nel 1973 sono sicuro che gli investimenti nelle rinnovabili sarebbero stati immensi e il paradigma energetico sarebbe realmente cambiato.
Oggi, pur a fronte di un prezzo del barile superiore a quello dell'epoca, si continua ostinatamente a consumare petrolio, gas e disgraziatamente anche carbone. E si riparla di nucleare.
Tra l'altro sarebbero impensabili le domeniche in bicicletta.
Che differenza tra il 1973 ed oggi? A mio avviso gli Stati erano meno sottomessi alla finanza global/USA ed il neoliberismo in Europa era pressochè sconosciuto.
Adesso questi attori stanno per scomparire(gli Stati sovrani lo sono da anni ormai) e consapevolmente stanno trascinando con sé il mondo alla rovina.
Non ci sarà niente di buono per noi e i nostri figli durante la fase di transizione.
Dopo(chissà quando), forse, sì...

Paolo B.