martedì, dicembre 30, 2008

L'effetto coperta (già effetto serra)



Venere: il miglior esempio che abbiamo dell'effetto riscaldante della CO2. Si può calcolare che, se non ci fosse CO2 nell'atmosfera e se l'albedo di Venere fosse lo stesso dell'attuale, la temperatura di Venere alla superficie sarebbe poco diversa da quella della Terra. Invece, con un'atmosfera quasi completamente formata da CO2, la temperatura media osservata è di circa 480 gradi centigradi.


Quando si va a parlare di riscaldamento globale e di effetto serra, è abbastanza facile fare errori clamorosi. C'è cascato anche Freeman Dyson, che è un fisico di quelli "doc," e sono innumerevoli le fesserie che si leggono continuamente sui giornali e su internet. Un errore classico è quello di non capire come funziona l'effetto riscaldante dei gas serra, e in particolare del biossido di carbonio (CO2). Più di una volta si è potuto leggere che non importa se aggiungiamo altro CO2 all'atmosfera, tanto questa è già "satura". Vi passo un esempio di questa confusione in un messaggio anonimo che è apparso di recente sulla lista "energyresources"


Il fisico svedese Anders Jonas Angstrom (1814-1874) trovò che c'era abbastanza biossido di carbonio nell'atmosfera per ottenere il massimo effetto serra e che aggiungere ulteriore biossido di carbonio sarebbe stato equivalente a rendere più spesso il vetro di una serra (le molecole del vetro nel vetro di una serra bloccano il passaggio di una parte della radiazione. Il vetro potrebbe essere sottile come una molecola di vetro e avere comunque lo stesso effetto)

L'autore di questo testo (molto lungo nell'orginale) racconta di aver cercato di farselo pubblicare e, non essendoci riuscito, si sia lamentato di essere vittima del solito complotto della cricca di scienziati che si sono messi daccordo per spaventare il mondo. Andrebbe però detto a questo signore che se ti capita che molte persone ti dicono che sei un imbecille, può anche darsi che sia un complotto contro di te, ma dovresti considerare anche la possibilità che tu sia VERAMENTE un imbecille.

Questo testo ve l'ho scelto come esempio per i suoi errori marchiani, come parlare di "molecole di vetro". Ma è rappresentativo di una lunga serie di ragionamenti di gente che non ha capito come funziona l'effetto serra. E non avendolo capito, non riescono a capire (o fanno finta di non capire) quale sia la relazione fra la concentrazione di CO2 e il riscaldamente globale. Fra gli ultimi che si sono lanciati in questa direzione, c'è Jeanne Nova che, di recente, ha pubblicato un "manuale dello scettico". Presentato in modo accattivante il pessimo manualetto della Nova è tutto basato sul concetto che "non c'è prova" che il CO2 abbia un effetto sulla temperatura terrestre.

Se si vuol combattere questa forma di scetticismo bisogna avere ben chiara la fisica del riscaldamento globale. Altrimenti, si rischia di trovarsi in difficoltà con gente che, aggressivamente, ti domanda "Dov'è la prova?" In effetti, se il riscaldamento globale è il risultato di qualcosa che funziona come il vetro di una serra, cambia poco se il vetro è più o meno spesso. E allora?

La cosa vi lascia perplessi? Fate un altro test su voi stessi: provate a spiegare quantitativamente perché in cima alle montagne fa più freddo che in pianura. Non è facile e non dite che è perché "la terra irradia dal basso"; non è questa la ragione. L'ho chiesto ai miei studenti di dottorato e nessuno di loro me lo ha saputo spiegare chiaramente. Io stesso ci ci ho dovuto ragionare sopra un po' prima di capirlo bene.

Allora, se non avete avuto problemi con questo piccolo test del freddo che fa in montagna, non avete problemi a demolire gli argomenti degli scettici. Se però la cosa vi fa qualche grattacapo, vi consiglio di continuare a leggere. Vi spiego una volta per tutte come funziona l' "effetto serra" e perché sarebbe meglio chiamarlo "effetto coperta".


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L'effetto coperta: perché i gas serra scaldano la terra
Di Ugo Bardi


Vi è mai capitato di dormire all'aperto, in campeggio al mare per esempio? Se vi siete addormentati senza coperte addosso in una notte serena di Agosto, vi sarete sicuramente svegliati semi-congelati verso le due o le tre di notte. A me è successo, e mi ricordo benissimo di essermi domandato come mai ero così infreddolito quando, mi sembrava, l'aria non era poi così gelida.

La spiegazione sta nel fatto che non è solo la temperatura dell'aria a far si che uno senta o no freddo. I corpi fisici si riscaldano o si raffreddano a seconda del bilancio di emissioni e ricezioni di radiazioni. Quando uno dorme all'aperto, si trova a scambiare radiazioni infrarosse con un corpo molto freddo: il cielo stellato. Come sapete, lo spazio si trova a una temperatura che si misura come meno di 3 gradi Kelvin, ovvero circa 270 gradi centigradi sotto lo zero. Questo è molto più freddo di quasi qualsiasi cosa che vi potrebbe capitare di trovare su questo pianeta. Allora, mentre uno dorme sotto le stelle, il proprio corpo cerca di mettersi in equilibrio con il cielo irradiando infrarossi in quella direzione. Quello che può succedere in una sera d'estate che la temperatura dell'atmosfera si abbassa, l'umidità si condensa e - a questo punto - si apre una "finestra" di trasmissione nell'infrarosso che prima era bloccata dal vapore acqueo. A questo punto, il corpo della persona addormentata ha maggiori poissibilità di cercare di mettersi in equilibrio con i 3 K dello spazio profondo. Non che ci arrivi, ovviamente, ma non c'è da stupirsi per la sensazione di freddo che si prova.

Così, svegliatosi infreddolito, il campeggiatore si affretterà a infilarsi nel sacco a pelo, sentendosi subito molto meglio. L'effetto del sacco a pelo è di intercettare le radiazioni infrarosse emesse dal corpo del campeggiatore. In parte, queste radiazioni saranno riemesse all'indietro verso il campeggiatore; in parte verso l'esterno. Il punto è che la coperta non sarà mai alla stessa gelida temperatura dello spazio siderale. Dal punto di vista del campeggiatore, è molto più confortevole cercare di equilibrarsi con la coperta che ha addosso che con lo spazio profondo. A questo punto, sarà la coperta a irradiare verso lo spazio esterno, ma il campeggiatore sta molto più al caldo.

Può darsi che una coperta sottile non sia sufficiente. Due coperte sottili, o una più spessa, avranno più effetto. Più coperte si impilano una sull'altra, maggiore e l'effetto. Notate che la persona sotto le coperte interagisce direttamente soltanto con la coperta più vicina, mentre è soltanto la coperta più esterna che irradia verso l'esterno. La coperta più vicina ha "saturato" l'assorbimento di radiazioni, ma questo non vuol dire che aggiungendo altre coperte un non stia più al caldo.

Allora, trasferiamo questo concetto all'atmosfera della terra. L'effetto di uno strato di gas serra è molto simile a quello di una coperta. Una differenza sta che i gas serra assorbono soltanto in una specifica "finestra" di radiazioni, ma entro quella finestra assorbono le radiazioni emesse dalla superficie terrestre e le riemette sia verso l'esterno come verso la superficie stessa. Notate che uno strato sufficientemente spesso di gas serra assorbe tutta la radiazione emessa dal suolo, esattamente come fa una coperta per il corpo del campeggiatore (sempre ricordandoci che questo avviene solo in certe lunghezze d'onda).

In particolare, dobbiamo considerare la CO2 che è il gas più importante nell'effetto di riscaldamento globale causato dall'attività umana. E' vero che la bassa atmosfera è "satura" di CO2 in termini di assorbimento ottico nella sua finestra. Quello che cambia è negli strati dell'alta atmosfera, la zona "non satura", dove la CO2 può irradiare verso lo spazio esterno. Aumentando la concentrazione di CO2, la zona non satura si sposta verso l'alto. Ovvero, aumentando la concentrazione della CO2 è come aggiungere delle coperte alla terra. E' sempre l'ultimo strato, come l'ultima coperta, che fa il possibile per equilibrarsi con la bassa temperatura dell'universo. Ma dal punto di vista della superficie terrestre, l'effetto è un maggior riscaldamento per via del maggior spessore di "coperte".

La relazione fra la concentrazione di CO2 e l'effetto riscaldante non è lineare, è logaritmica. Ma, sulla Terra, siamo ancora ben lontani dalla saturazione dell'effetto della CO2; ovvero una condizione in cui aggiungere altra CO2 non cambia le cose. Se ci fossimo arrivati, saremmo nella condizione di Venere, con qualche centinaio di gradi di temperatura alla superficie del pianeta.

Da notare che spesso si sente la critica che la concentrazione di acqua nell'atmosfera è molto più alta di quella della CO2 e che l'acqua è un gas serra anche quello: allora perché dare tanta importanza alla CO2? La ragione sta nei tempi di residenza. La CO2 che emettiamo oggi rimarrà nell'atmosfera per parecchie decine di anni come minimo, forse ci rimarrà per millenni o milioni di anni. L'acqua, invece, è in equilibrio quasi immediato - tempi dell'ordine di qualche giorno, con gli oceani. Potremmo decuplicare la concentrazione di H2O nell'atmosfera, e in qualche giorno ritornerebbe al valore normale. Per questo si dice che la CO2 è una "forzante" climatica, mentre l'acqua non lo è.

Arrivati a questo punto, potete capire molte cosette interessanti. Per esempio, perché in montagna fa più freddo che in pianura? Questa è una cosa che non si spiega se non avete capito bene come funziona l'effetto serra (o effetto coperta). Ma, se lo avete capito, vi rendete conto subito del fatto che le montagne hanno meno "coperte" addosso di quante ne abbia la pianura. Ovvero, vedono uno strato di CO2 (e altri gas serra) meno spesso.

Mi affretto a dire a questo punto che le cose sono più complicate di come le si possono descrivere con un modello semplice come questo. L'atmosfera terrestre non ha una densità costante, c'è l'effetto della separazione fra troposfera e stratosfera, i vari "feedback" con gli altri gas serra come il vapore acqueo, gli effetti della convezione, insomma tante cose che si possono descrivere soltanto con modelli abbastanza complessi. Ma, perlomeno, possiamo capire qual'è la fisica che sta alla base di quello che chiamiamo "effetto serra" è che forse sarebbe meglio chiamare "effetto coperta". Alla fine dei conti, è fondamentale renderci conto del perché continuare a immettere CO2 nell'atmosfera è estremamente pericoloso. L'ignoranza, si sa, uccide.

Ma state sicuri che comunque ci sarà sempre qualche scettico che - per ignoranza o per partito preso - continuerà a dire che non è vero niente.



Una spiegazione più dettagliata del meccanismo di riscaldamento dovuto alla CO2 si trova su "Real Climate" (in inglese). Ringrazio Antonio Zecca per la sua consulenza su questo articolo.


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lunedì, dicembre 29, 2008

Abitudini, inerzie e altre patologie / 4 : paranoie da lavapiatti




Chi non ricorda le pubblicità televisive dei detersivi anni '70 e '80, in cui si esortavano i "consumatori" a irrorare le stoviglie da lavare con cucchiaiate di detersivo liquido? Al tempo, l'idea di abbondanza era sinonimo di benessere e qualità del risultato.
In realtà, ancora oggi in molte famiglie la tendenza a "iperdosare" il detersivo è abbastanza diffusa. Avere più concentrazione di tensioattivi rende in effetti lo sgrassaggio molto più rapido e completo; tuttavia, un eccesso di detersivo si traduce semplicemente in uno spreco (analogamente a quanto succede per la concimazione, von Liebig docet).

La molecola più popolare, il sodio lauril solfato, è un tensioattivo anionico (con cariche "meno" nella parte che "lega" con l'acqua) che dal secondo dopoguerra è anche un affezionato discendente della petrolchimica. Come possiamo ridurne considerevolmente il fabbisogno, favorendo così un ritorno di detersivi ottenuti a partire dagli oli vegetali? Alcune idee ...

- non lasciare piatti ultra-unti (più c'è olio, più ci vuole detersivo ...). Con un po' di pane e con tecniche al limite del galateo si possono fare miracoli
- piatti e padelle con molto olio riscaldato, che è bene non ingerire: "asciugare" con carta assorbente, che può bruciare in buone condizioni in stufa ad alta temperatura (procurarsi un "putagé")
- residui di cibo semisolidi: buoni per il compost
- frequenza di lavaggio: non sta scritto da nessuna parte di dover riempire un lavandino di 15 L di acqua, con la quantità consigliata sull'etichetta del prodotto ogni volta che si ha una tazza e un cucchiaio da lavare. Si può lavare una volta al giorno in modo cumulato, magari dopo pranzo, così si usa anche l'acqua calda da energia solare (e poi va beh, si fa un po' come si può :-D ).
Le stoviglie in "attesa" se ne possono stare tranquille 10 ore con dell'acqua dentro, che agevolerà il lavaggio. Va anche considerato che esagerando con il detersivo il risciacquo risulta più difficoltoso, dunque si sprecherà più acqua e si aumenta il rischio di allergie / afte.

C'è poi chi ha la lavastoviglie, che pure offre buone possibilità di ottimizzazione. Attenzione, però: come ci insegna Marco Pagani in questo post, per renderla efficiente come un sobrio lavaggio a mano occorre riempirla bene, accumulando le stoviglie di 4 pasti successivi (con le difficoltà del caso). Inoltre, le lavastoviglie attuali non sono studiate per interfacciarsi direttamente al circuito di acqua calda sanitaria, pertanto utilizzano l'inefficientissimo riscaldamento elettrico.

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domenica, dicembre 28, 2008

La rivoluzione dimenticata




Riflessioni ispirate da “La rivoluzione dimenticata –
il pensiero scientifico greco e la scienza moderna” di Lucio Russo


created by Enrico Battocchi



“La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell'insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.
Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisicomatematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

Se cito il famoso biologoantropologobiogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientificotecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi grecoromana dell'età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell'attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l'interruzione delle esplorazioni navali da parte dell'imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell'Egitto tolemaico.

Questo ruolo determinante di un'élite scientifica contrasta con l'immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell'uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l'eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l'ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.
Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall'inizio dell'era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall'altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l'utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l'assunto dell'avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell'utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell'antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l'evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all'impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell'evoluzione politicoeconomica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spintecentrifughe tardoimperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l'impero SA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l'analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

Un altro aspetto sta nell'incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell'epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l'immagine più viva dell'industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall'ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica.
Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell'ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l'ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali forza animale, energia idraulica, energia eolica trattate altrove per dimostrare l'esistenza di macchine ad elevata efficienza. L'impressione, anzi l'affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell'ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell'inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell'attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell'Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazioneprevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all'inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all'idea di progresso necessario, all'imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell'esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardomedioevali).
Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l'élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.
Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all'uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l'alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenisticooccidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?


L'eolipila di Erone, esempio divenuto proverbiale di come la tecnologia degli antichi Greci si sia fermata sulla soglia delle applicazioni pratiche che hanno costruito il successo della modernità. Ma quanto c'è di vero in questo luogo comune?

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sabato, dicembre 27, 2008

Come azzeccare le previsioni


Prevedere il futuro è sempre difficile, e la palla di cristallo non è il metodo più indicato. Tuttavia, con un po' di buon senso e conoscendo bene le cose di cui si parla, ci si può anche azzeccare. Nelle previsioni che avevo fatto l'anno scorso per il 2008, in effetti, avevo previsto molte delle cose che si sono poi verificate.



Siamo quasi alla fine dell'anno e fra breve proverò a passarvi le mie previsioni per il 2009. Prima, però, ecco qualche ragionamento sulle previsioni che avevo fatto l'anno scorso per il 2008. Vi passo in fondo a questo post alcuni passi di cose che scrivevo. In sostanza avevo azzeccato sia il fatto che la produzione sarebbe rimasta più o meno costante; sia che i prezzi sarebbero collassati. Avevo anche previsto la recessione economica che si sta verificando anche se, devo confessare, sono rimasto sorpreso da come si sia rivelata disastrosa.

La mia previsione del collasso dei prezzi è stata particolarmente interessante in vista del fatto che a un certo punto un gran numero di esperti, picchisti e non picchisti, si erano fatti prendere la mano e avevano cominciato a parlare di petrolio a 200 dollari al barile per la fine dell'anno. Hanno sbagliato in senso opposto in confronto a quella che era stata la "madre di tutte le previsioni sbagliate", ovvero quella dell'Economist nel Marzo del 1999, che diceva che "Il petrolio a 10 dollari al barile potrebbe essere dietro l'angolo".

Gli errori nelle predizioni, si sa, nascono dalla nostra tendenza ad assumere che quello che succede oggi continuerà a succedere anche domani. Se oggi è bel tempo, è probabile che sarà bel tempo anche domani. Non è un cattivo metodo di fare predizioni - ma funziona soltanto a corto raggio. A lungo andare, tutto cambia e il bel tempo prima o poi si guasta. Usare questo metodo è una garanzia di fare errori clamorosi. Eppure, se andate ad analizzare molti modelli economici, vedrete che alla fine dei conti sono poco più che estrapolazioni delle tendenze attuali che assumono che tutto rimanga più o meno come lo è oggi.

Quindi, all'inizio del 2008 era evidente la tendenza all'aumento esponenziale dei prezzi ed era altrettanto evidente che bisognava cominciare ad applicare la vecchia regola che le crescite esponenziali tendono a interrompersi e a collassare. Niente di strano; lo strano è che così pochi si siano preoccupati di applicare questa regola. Altrettanto strano, e forse di più, che molti abbiano visto il collasso dei prezzi come una "dimostrazione" che non c'era nessun picco del petrolio. Ma le tendenze erano e rimangono evidenti, se solo le si sanno vedere.

In un prossimo post proverò a fare delle previsioni per il 2009, vediamo se ci azzeccherò anche senza la palla di cristallo.

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Le previsioni di Ugo Bardi per il 2008



A Gennaio del 2008 scrivevo in un post che intitolavo "previsioni per il 2008":

I prezzi potrebbero aumentare ben oltre i 100 dollari al barile, ma continueranno ad essere estremamente volatili. Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi di un crollo temporaneo, al che tutti diranno che la crisi del petrolio era solo una bufala. Per un po'.


il 4 Gennaio del 2008, scrivevo una lunga spiegazione che descriveva bene quello che è successo poi.

Nel mercato, ci sono produttori e consumatori e i prezzi sono un'informazione che i due gruppi si scambiano e che descrive il rapporto fra domanda e offerta. I prezzi che si alzano sono un messaggio. Ai produttori dice "producete di più!". Ai consumatori dice "consumate di meno!"

Secondo quello che si legge nei testi di economia, il mercato usa questa informazione che viene scambiata fra produttori e consumatori per aggiustare la produzione a un livello ottimale secondo certe condizioni che i testi definiscono usando un linguaggio un po' astruso per i non iniziati. Comunque, queste condizioni non implicano niente di più che in un libero mercato si tende a raggiungere una condizione in cui produttori e consumatori arrivano a un compromesso in termini di prezzi e produzione che è soddisfacente per entrambi.

Nel caso del petrolio, bisogna anche tener conto della limitazione della risorsa. Quello che sta succedendo è che i produttori si trovano davanti al graduale esaurimento delle risorse che hanno sfruttato fino ad oggi. Non che le risorse siano completamente esaurite, ma trovarne ed estrarne di nuovo diventa sempre più caro. La produzione è piatta ormai da qualche anno; interrompendo la tendenza storica all'aumento che era stata la regola da oltre un secolo. L'economia, invece, continua a espandersi, specialmente in paesi come l'India e la Cina, e vorrebbe sempre più petrolio

Allora, come reagisce il mercato di fronte a questa condizione? Mandando un segnale a produttori e consumatori per mezzo dei prezzi. Alzando i prezzi, il mercato dice ai produttori "producete di più!" Ai consumatori dice "consumate di meno!"

Però i produttori si trovano in difficoltà a produrre di più perché andare a sfruttare le risorse petrolifere che rimangono costa sempre più caro. I consumatori, da parte loro, si trovano incastrati in un sistema di vita nel quale è difficile per loro ridurre i consumi.

Allora, cosa fa il mercato? Semplice: urla sempre più forte e il messaggio è sempre quello: "producete di più!" e "consumate di meno!" Ovvero, aumenta sempre di più i prezzi.

A lungo andare, qualcuno finirà per dar retta al mercato e ne vediamo già dei sintomi chiari. Più che altro, sembra che siano i consumatori a essere costretti a ridurre i loro consumi; sembra che sia un po' più difficile per i produttori reagire aumentando la produzione. Come si era detto,
la curva della produzione di petrolio è tuttora piatta, mentre quella del consumo sta mostrando una certa tendenza alla diminuzione in molti paesi occidentali (questa riduzione nei paesi consumatori è compensata dall'aumento nei paesi produttori).

Quindi, che cosa ci possiamo aspettare che succeda nel futuro? Beh, sembrerbbe ovvio: vedremo il mercato continuare a lanciare il suo segnale, forse anche più forte (ovvero prezzi ancora più alti) finché non si verificheranno una delle due cose: 1) aumento della produzione petrolifera o 2) recessione economica con conseguente diminuzione dei consumi. A quel punto, i prezzi potranno diminuire.

A voi la scelta fra le due cose che si verificheranno: a parere di ASPO, è molto più probabile che si verificherà una recessione economica, compensata soltanto in piccola parte dagli sforzi dell'industria petrolifera di aumentare la produzione. Per questo, a un certo punto ci dobbiamo aspettare che i prezzi cominicino a diminuire. Ma, attenzione, questo non vorrà dire che la crisi del petrolio è finita. Al contrario!




Nel settembre del 2008, prima che la crisi finanziaria fosse evidente, scrivevo sul blog descrivendo un convegno avvenuto parecchi mesi prima.

A questo punto, mi lancio a spiegare la questione del picco del petrolio. Parlo delle riserve, della dinamica della produzione, della teoria di Hubbert. Spiego come il meccanismo della domanda e dell'offerta generi forti oscillazioni nei prezzi. Dico che la tendenza alla crescita continuerà ancora, ma che vedremo a non lunga scadenza un crollo del prezzo del petrolio dovuto alla distruzione della domanda. Da li', spiego come la distruzione della domanda porti come conseguenza una distruzione dell'offerta. Questo genera quello che si chiama recessione. Quella che ci aspetta, dico, sarà una recessione dura; potrebbe somigliare al 1929 ma potrebbe essere anche peggiore. Vedremo il crollo delle borse e la sparizione di certe attività che ci sembravano normali ma che, nel futuro, non potranno esistere, le compagnie aree, per esempio.

A Maggio, scrivevo su "The Oil Drum"

What we are seeing at present with crude oil is, most likely, one of these price spikes. Eventually, it will overdo its job of curbing demand and turn into a price collapse. We can imagine how, in the collapsing phase, everyone will start screaming that the "oil crisis" of the first decades of 21st century was just a hoax, just as it was said for the crisis of the 1970s. (Quello che stiamo vedendo, al momento, è molto probabilmente uno di questi picchi di prezzo. Alla fine, esagererà nel suo ruolo di abbassare la domanda e si trasformerà in un collasso dei prezzi. Ci possiamo immaginare come, nella fase di collasso, tutti cominceranno a urlare che la "crisi del petrolio" dei primi decenni del ventunesimo secolo era soltanto un imbroglio, così come era stato detto per la crisi degli anni '70).

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venerdì, dicembre 26, 2008

Spigolature: linkoteca di Aspo-Italia






Babbo Natale non abita più qui

created by Maurizio Tron




Settimane frenetiche, o desolatamente calme, dipende dal punto di vista, per l'industria dell'auto. Dalle reprimende di Michael Moore, che stigmatizzava l’eventuale bailout a favore delle ‘Big Three’:

“Da tutto questo sarete giunti alla conclusione che non me ne freghi niente di quei poveri incapaci che costruiscono queste auto schifose, su a Detroit. Invece mi importa. Mi importa di quei milioni di persone la cui vita e il cui sostentamento dipendono dalle compagnie automobilistiche. Mi stanno a cuore la sicurezza e la difesa di questo Paese, perché il mondo sta esaurendo le scorte di petrolio, e quando sarà davvero finito, la catastrofe e la rovina saranno tali da far sembrare la crisi attuale una passeggiata [….] Questi imbecilli non meritano un centesimo. Licenziateli tutti e rilevate l'azienda per il bene dei lavoratori, del Paese e del pianeta. Ciò che è bene per la General Motors è bene per il Paese. Una volta tanto è il Paese a dettare le condizioni”

si è arrivati al salvataggio che conosciamo:

“The emergency bailout of General Motors and Chrysler announced by President Bush on Friday gives the companies a few months to get their businesses in order, but hands off to President-elect Barack Obama the difficult political task of ruling on their future [….] While Mr. Obama has broadly insisted that the automakers radically increase the fuel efficiency of their fleets, reduce carbon emissions and save the maximum number of jobs possible, he will have just nine weeks after taking office to press for a detailed transformation of an industry whose problems have been building for three decades”

mentre delle un tempo ambite e desiderate automobili nessuno sa più che farsene:

“La recessione degli Anni Duemila ha trovato il suo primo, grande ingorgo. Più di novantamila automobili (e il numero cresce) bloccano il porto di Bremerhaven, sul Mare del Nord, il maggiore punto europeo di ingresso e di uscita di veicoli [….] Fino a poche settimane fa, ogni nave che si avvicinava era la benvenuta a Bremerhaven. Ora è un guaio. Quelle che dovrebbero esportare se ne vanno mezze vuote. Quelle cariche che arrivano da fuori Europa non hanno praticamente più spazio per parcheggiare i veicoli nei due grandi piazzali. Lo scorso weekend, la gestione di sette navi è stata un incubo. Tutto è fermo. La Blg ha trovato nuovi spazi in aree vicine, di solito destinate ai container. Ma anche queste sono ormai piene. Altre auto sono parcheggiate su treni, anch'essi immobili in attesa di trovare una destinazione [….] Cinque mesi fa, le previsioni dicevano che i mezzi movimentati a Bremerhaven sarebbero stati 2,2 milioni, una crescita di quasi il dieci per cento rispetto al 2007. «Ora prevediamo una riduzione del 25% del numero dei veicoli che transiteranno nel primo quadrimestre del 2009», ammette Ader. Nei mesi successivi, ritengono molti esperti, potrebbe andare peggio”

e le case concorrenti delle altre nazioni non è che navighino in acque migliori:

“Secondo le stime dell'associazione dei costruttori giapponesi (Jama), le vendite di autoveicoli nuovi in Sol Levante nel 2009 dovrebbero scendere sotto quota 5 milioni, portandosi così al livello più basso dal 1978. «Nel 2008 - dice un comunicato della Jama - le vendite di veicoli a quattro ruote, mini-modelli compresi, dovrebbero stabilirsi a 5,11 milioni di unità», con un calo del 4,5% rispetto al 2007, che era già stato uno degli anni peggiori da più di tre decenni. Per quanto riguarda il 2009, le vendite dovrebbero scendere a 4,86 milioni di esemplari (-4,9%) a causa anche del «mercato del lavoro deteriorato» e quindi della «minore propensione alla spesa da parte dei consumatori»”

al punto che anche produttori affermati meditano la riconversione:

“Honda lascia la F1. La notizia ha creato un terremoto nel settore auto. Intanto la casa giapponese fa sapere che grazie a questa decisione risparmierà 420 milioni di euro all’anno. Se trovano un acquirente per il team entro pochi giorni è bene altrimenti tirano giù la saracinesca [….] L’abbandono del circo della Formula 1 non è solo legato alla crisi ma proprio ad un nuovo assetto che Honda intende darsi rivolto ad un ritorno al passato fatto di motociclette ma dal cuore eco, cioè con motori elettrici”

Sarà dunque una fine ingloriosa quella dell’industria automobilistica ? O trascinerà con sé i problemi sociali irrisolti, come quelli ben descritti in tutte le sue implicazioni da Clint Eastwood nella sua ultima opera, ‘Gran Torino’, dal nome di un modello della Ford reso famoso anche da noi dalla serie televisiva ‘Starsky e Hutch’ ?

““Gran Torino,” a sleek, muscle car of a movie Made in the U.S.A., in that industrial graveyard called Detroit. I’m not sure how he does it, but I don’t want him to stop. Not because every film is great but because even the misfires show an urgent engagement with the tougher, messier, bigger questions of American life [….] Despite all the jokes the film has the feel of a requiem. Melancholy is etched in every long shot of Detroit’s decimated, emptied streets and in the faces of those who remain to still walk in them. Made in the 1960s and ’70s, the Gran Torino was never a great symbol of American automotive might, which makes Walt’s love for the car more poignant. It was made by an industry that now barely makes cars, in a city that hardly works, in a country that too often has felt recently as if it can’t do anything right anymore except, every so often, make a movie like this one”

aspetti spettrali di una Detroit, città dell’automobile per eccellenza, ricordati anche in questo post:

“Detroit era una delle città più industrializzate degli Stati Uniti, la capitale dell'automobile. "Buon acciaio di Detroit", si usava dire quando si comprava la macchina nuova. Ford, Dodge, Cadillac, Chrysler, davano lavoro a quasi due milioni di persone. Oggi sono meno della metà”.








Per chiudere, una nota personale. Nella foto è ritratto il regalo ‘postpicco’ che mi son fatto per questo Natale: un set rasoio – coramella – pennello – crema, per farmi la barba in barba a qualsiasi recessione e ad eventuali future scarsità di materie prime. Il rasoio, di acciaio svedese lavorato a Solingen, è di quelli che durano decine d’anni, ma che è bene maneggiare con attenzione, per evitare di finire sgozzati come gli attori di certi B-movie. La coramella è indispensabile per un’accurata affilatura, che garantirà rasature pressoché infinite. La crema ad 1 € circa a confezione, vista la frequenza con cui mi rado mi permetterà di acquistare la prossima fra qualche anno. Anche se ogni rasatura mi ruba 10-15 minuti di tempo, la soddisfazione di imparare a usare uno strumento 'antico' non ha eguali


Nota: il titolo del post è una citazione della quasi omonima pellicola di Martin Scorsese “Alice non abita più qui”, che poco sembra aver a che fare con l’argomento del post stesso. Però:

“Un giovane ma già graffiante Scorsese ci propone questa cronaca di frustrati del sogno americano, votati a una vita mediocre”
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The party's over .... Well, sometimes it's there, sometimes it's not there anymore

David Addison

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giovedì, dicembre 25, 2008

Buon Natale



"Sì, ma è carbone pulito."



mercoledì, dicembre 24, 2008

Retenergie: una cooperativa che crede nell'energia rinnovabile


Venerdì scorso 19 dicembre si è costituita a Cuneo la cooperativa "Retenergie", di cui Ugo Bardi aveva già parlato in un post.
Tra i soci fondatori ci sono anche Silverio Bertini e Gianluca Ruggieri di ASPO.
Come precisato nell'art. 2 dello statuto, la nascente società ha come scopo quello di gestire la fornitura di tecnologie per la generazione e la vettoriazione di Energie Rinnovabili, facendo leva sul concetto di cooperazione. Come intuirete, si tratta di un'ispirazione molto ampia, che la frase da me scritta sopra stenta ad abbracciare completamente. Nello statuto ci sono ulteriori dettagli, mentre altri ancora di natura organizzativa sono in costruzione.
La mia impressione da "aspista" è molto positiva: nelle due orette prima dell'appuntamento con il notaio per l'atto costitutivo abbiamo avuto modo di conoscerci, e di entrare subito in sintonia sui concetti di base. Alcuni membri del direttivo conoscevano già Aspo, altri no, tuttavia le idee fondamentali sono ampiamente condivise.
Credo che iniziative come queste possano essere una valida e operativa risposta ai segnali macroeconomici che stiamo percependo, che altro non sono se non il concretizzarsi di previsioni legate alla dinamica dei fabbisogni energetici.
Il picco del petrolio si sta manifestando con tensioni geopolitiche, grande volatilità dei prezzi, domanda che cresce oltre la capacità produttiva. Il picco del gas, d'altro canto, è lì a fargli compagnia: è di stamattina la notizia, segnalata tempestivamente da Nicola Caporaso sul nostro forum, della dichiarazione di Putin secondo cui "l'era del gas naturale a basso costo sta per volgere al termine".
Attenzione, non dobbiamo interpretare le rapide diminuzioni dei prezzi del petrolio degli ultimi mesi (e delle forniture energetiche prospettate per il primo semestre 2009) come un segnale del tipo "va tutto bene, per fortuna, continuiamo come prima". Le conseguenze vere della depletion energetica devono ancora venire.
A livello statale e di multinazionali sono state fatte scelte (o meglio, non sono state fatte) basate sul mantenimento dell'esistente e sul marketing: si tratta della politica che massimizza i profitti oggi, ma che rende molto incerto il futuro.
Per la stessa inerzia di questi sistemi, mi è difficile pensare che ci siano già pronti dei piani di ricollocamento per le file di disoccupati uscenti (già nel 2009) dalle tramortite industrie automobilistiche, del credito etc. Molto meglio una proposta concreta dal basso, che in più cerca di diffondere una democratizzazione, localizzazione e rinnovabilità delle forniture energetiche, vero punto chiave di questo secolo.
Per chi volesse maggiori informazioni può contattare me, o i soci fondatori, o direttamente i sig. Marco Mariano, Presidente (nuovaterra@gem.it), e Davide Burdisso, Vicepresidente (davide.burdisso@fastwebnet.it).
Esiste il sito, recentissimo e in sviluppo, http://www.retenergie.it/.
Un ulteriore sito utile: http://www.solarecollettivo.it/

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martedì, dicembre 23, 2008

La vita dopo il petrolio




E' uscito di recente il libro "La vita dopo il petrolio", curato da Gianluca Ruggieri e Pietro Raitano per l'editore "Altreconomia"

Il libro si presenta come una vera e propria "vetrina di ASPO", per la presenza di un bel gruppetto di autori che sono membri di ASPO-Italia. Fra questi Ugo Bardi, Toufic el Asmar, Marco Pagani, Luca Pardi e Luca Mercalli. Ma anche altri autori sono in qualche modo correlati all'attività di ASPO-Italia, come Sherif El Sebaje, uno dei protagonisti di ASPOItalia-2 a Torino e come Michael Dittmar, che è apparso a ASPO-6 a Cork nel 2007. I curatori sono riusciti anche a inserire un bel numero di personalità internazionali di alto livello come Wolfgang Sachs, James Kunstler, Herman Scheer e altri.

Un libro con così tanti autori può avere un filo conduttore ma, necessariamente, non può essere perfetto in termini di omogeneità e di struttura. Qui, il livello è sempre piuttosto buono, ma qualche occasionale caduta si nota e, per esempio, ho letto con un certo stupore Wolfgang Sachs parlare bene dei biocombustibili, sia pure con cautela. Ma, nel complesso, il messaggio che arriva è forte, chiaro e originale. Per la prima volta, per esempio, si trovano su carta stampata in Italia messaggi come quello dell'esaurimento dei minerali di Marco Pagani e la critica durissima che un esperto nucleare come Michael Dittmar fa all'energia nucleare.

Il messaggio di ASPO (e di ASPO-Italia) a proposito della crisi di disponibilità delle risorse è piuttosto radicale ed emerge molto chiaramente da questo libro. Il primo passo per trovare delle soluzioni è rendersi conto del problema.

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lunedì, dicembre 22, 2008

Il mondo fatto a mano


Ovvero: come ho imparato a smettere di preoccuparmi


e ad amare il catastrofismo



created by David Conti







Il sistema autostradale nazionale, Wal Mart e Walt Disney World non potranno continuare a funzionare con nessuna combinazione di solare, eolico, idroelettrico, idrogeno, nucleare e olio di frittura usato”, poi, “I sobborghi (suburbs) sono stati il più grande spreco di risorse nella storia dell’umanità”.


Le sopracciglia si alzano, la fronte diventa corrugata ed alla fine del libro la tua percezione dell’ambientalismo e di quel bluff chiamato sviluppo sostenibile viene inesorabilmente rimpiazzata da una più profonda consapevolezza del concetto di Picco del Petrolio e di tutte le sue ramificazioni economiche e sociali. Non credo di essere il solo ad aver avuto questo effetto leggendo “Collasso”, il saggio di James Howard Kunstler, pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Edizioni.

La sua ultima fatica letteraria, “World Made by Hand” (Mondo fatto a mano) si può considerare il primo romanzo espressione del Picco del Petrolio: non potevo perdermelo. La storia in breve: L’autore non lo specifica, ma ci troviamo intorno al 2030, nella parte settentrionale dello stato di New York in una cittadina chiamata Union Grove. Lì vive e lavora come carpentiere il protagonista, Robert Earle, ex direttore marketing di un’affermata software house. Dico ex perché in quel periodo storico gli Stati Uniti praticamente non esistono più. L’ultimo shock petrolifero, combinato con due esplosioni nucleari di matrice terrorista che hanno raso al suolo Los Angeles e Washington, insieme ad una devastante influenza hanno fatto regredire il continente americano di almeno 200 anni. I sopravvissuti vivono nei loro villaggi, principalmente di agricoltura e lavori manuali. Le notizie del mondo esterno, ovvero tutto ciò che si trova oltre la contea, sono scarse e non verificabili. L’elettricità, quella poca rimasta, va e viene, a volte assente anche per giorni interi. La giustizia è un concetto astratto mentre i pochi spostamenti avvengono a rischio e pericolo di chi li compie, a piedi, con carri trainati da cavalli o con i battelli che solcano il fiume Hudson.

La vita a Union Grove si muove intorno a quattro pilastri. La cittadina con i suoi residenti, una ex banda di motociclisti accampata fuori città specializzata nel riciclaggio e nel recupero di materiali dell’epoca petrolifera, una specie di feudo retto da un signorotto locale ed i nuovi arrivati, un gruppo di evangelici in fuga dal caos che impera negli stati del sud decisi a piantar tenda. Il ricordo della vita precedente, ripiena delle apparenti comodità moderne è un leit-motif che accomuna molti dei protagonisti, ma quello che più emerge dalla lettura, è un senso di calma risolutezza nell’affrontare le difficoltà di questa nuova vita, anche di gioia viste le frequenti feste organizzate. Tutto, a partire dai dialoghi, è più semplice e diretto, scevro di quella punta di ipocrisia che spesso risiede nel nostro gergo. Nella narrativa di Kunstler c’è poi molto spazio dedicato al cibo, dimostrando così una ricerca di quelle che potrebbero essere le abitudini alimentari di questo mondo in rovina. Niente grano, per via della ruggine, ma soprattutto mais, latticini e tanta frutta e verdura visto che ogni abitante può contare su un proprio orto.

Chiuso il libro, mi viene subito da pensare “ma non sarà che Kunstler è andato troppo pesante con il catastrofismo?”. E’ un’obiezione sensata, visto che comunque l’autore è estremamente ferrato sull’argomento. Ma qui vorrei spezzare una lancia, non tanto per il libro, che si è dimostrato una lettura molto piacevole, più che altro per il catastrofismo in se, ovvero, il fatto di poter leggere il libro ed immaginare che uno scenario così fosco potrebbe effettivamente realizzarsi. Per quanto tecnologicamente avanzata, la complessità intrinseca della nostra società è la nostra debolezza più grande. Sarà possibile gestire una transizione ordinata verso una società a bassa energia? Quale meccanismo potrebbe fallire e trascinare con sé gli altri? L’energia, la produzione di cibo, le istituzioni democratiche? Senza contare poi le variabili impazzite rappresentate dal terrorismo, le malattie ed i cambiamenti climatici. E quale potrebbe essere la reazione a queste avversità di una popolazione con una capacità di analisi anestetizzata da un bombardamento mediatico incessante? Lo spirito d’inventiva e la capacità di rispondere alle avversità della razza umana resta notevole, lo dice la storia, ma pensare di bollare aprioristicamente uno scenario “catastrofista” come impossibile è un lusso che non possiamo permetterci, soprattutto di questi tempi. Ed il libro di Kunstler è lì a ricordarcelo.



World Made by Hand di James Howard Kunstler.
Disponibile su Amazon, ancora in attesa di una traduzione in italiano.
www.worldmadebyhand.com

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domenica, dicembre 21, 2008

Ed ecco a voi: il compost!



Un po' del compost generato dal mio compostatore da cucina dentro un barattolo che fu di marmellata, appoggiato su una cartellina di un vecchio convegno.


Una delle cose che mi sono rimaste impresse nella mia carriera è stata la faccia del sindaco di Fiesole quando gli hanno fatto vedere un barattolo di compost, più o meno come quello che vedete nella foto qui sopra.

Era svariati anni fa, quando l'assessore all'ambiente dell'epoca aveva proposto di fare un impianto di compostaggio comunale. Non l'avesse mai fatto! Immediatamente sono sorti i comitati contro "la discarica"; raccolte di firme, manifestazioni, cartelli, lettere ai giornali, insulti personali all'assessore e a tutta la giunta comunale.

Durante la discussione, a un'assemblea pubblica c'è stata una riunione con il sindaco. A un certo punto, uno dei tecnici che proponevano l'impianto ha tirato fuori un barattolo di compost (ben chiuso) e l'ha avvicinato al sindaco dicendo "guardi che bel compost"

Il sindaco non avrebbe potuto fare una faccia più disgustata se gli avessero messo davanti un topo morto e parzialmente decomposto, tenuto per la coda. Non so se l'esibizione pubblica del barattolo sia stata la pietra tombale dell'impianto di compostaggio comunale. In ogni caso, non lo si è fatto.

Molti anni dopo, ecco un bel barattolo di compost fatto con il mio compostatore elettrico da cucina. E' un compost proprio bello, non ero mai riuscito a fare niente di simile con il compostatore da giardino. Non è perfettamente inodore; diciamo che sa un po' di terra, un po' di foglie nel bosco..... insomma, sa di compost. Devo dire che è una grande soddisfazione ed è anche un compostaggio molto rapido. La roba che ci butti la sera, la mattina dopo è già quasi completamente sparita.

Ogni volta che vedo le foglie dei carciofi sparire nella massa brunasta mi riviene in mente la storia del vecchio impianto di compostaggio comunale. Chissà perchè la gente ha questo atteggiamento di rifiuto totale verso queste cose. Deve essere qualcosa di atavico, o forse qualcosa che ci arriva dall'onda di "igienismo" del ventesimo secolo. Oppure è ancora una sensazione di vergogna per le nostre origini contadine. Insomma, speriamo di riabituarci un po' a queste cose, perché nel futuro avremo sempre più bisogno di fertilizzanti naturali.


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La domanda è, ora che ho il compost, cosa me ne faccio? Beh, un po' l'ho messo nei vasi della terrazza, un po' l'ho sparpagliato per il giardino. Va usato con una certa cautela come ammendante: non va usato come terriccio, è troppo forte e potrebbe rovinare le piante. Ora, ne ho un secchio pieno e mi sto mettendo daccordo con i miei vicini che hanno degli orti per regalarglielo. Credo che ne avrò di ritorno qualche bel pomodoro o qualche zucca - già me li regalano ogni tanto, così posso dargli in cambio qualcosa. E' tutto parte del "fare comunità". Da noi non siamo ancora arrivati agli orti di sopravvivenza delle transition town, ma è bene cominciare a pensarci.

Da notare anche che il compostatore elettrico ha uno svantaggio rispetto a quello convenzionale: siccome funziona a circa 40 gradi, sembra che sterilizzi i semi delle piante che ci butti dentro - perlomeno finora da questo compost non ho visto rinascere pomodori, patate e zucche, come invece succede con il compost normale, non riscaldato artificialmente. Questo lo rende inviso a mia moglie, che invece ama moltissimo fare un orto "a sorpresa" con il compost del vecchio compostatore. Che ci volete fare? Siamo separati in casa: un compostatore per uno.

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sabato, dicembre 20, 2008

Stiamo perdendo l'acqua




created by Andrea Sun


In attesa della trasmissione "X-factor" e delle inchieste dei TG sulla scelta "panettone o pandoro", il 6 Agosto, mentre stavamo con la pancia al sole, il Governo, con il voto favorevole del PD (Partito Democratico altresì detto "PD meno L"), ha stabilito che dal 1-1-09 ed entro il 2010, l'acqua diventerà una merce.
La norma obbliga i Comuni a mettere a gara, quindi sul mercato, i servizi idrici locali, di fatto consegnandoli nelle mani dei colossi privati e più facilmente multinazionali.Per "servizi idrici" si intende la fornitura, la gestione e il controllo dell'acqua, bene primario fondamentale per la vita, diritto inalienabile dell'essere umano.Questo è previsto dall'articolo 23-bis della Legge 133/2008, a firma Tremonti (http://www.parlamento.it/parlam/leggi/elelenum.htm), che inserisce l'acqua nella definizione di "servizio pubblico locale di rilevanza economica".
La storia ci ha insegnato che il privato ha un solo interesse: il profitto, quindi remunerare il capitale, gli azionisti. Dove interviene il privato taglia i costi, precarizza il lavoro e sottovaluta controlli e sicurezza.Sotto agli occhi abbiamo ancora le brillanti privatizzazioni di Ferrovie, Poste, Telecom, ...I primi passi verso la privatizzazione dell'acqua si mossero nel 2002, quando le municipalizzate sono state convertite in S.p.a. (quindi soggette al diritto privato) e, nonostante i Comuni abbiano mantenuto la maggioranza azionaria, hanno aperto le porte a banche e multinazionali.
Con i "Grilli", all'interno del "comitato acqua bene comune", l'anno scorso (da Gennaio a Giugno) sono state raccolte in tutta Italia 406 mila (8 volte le 50'000 richieste), ottenendo dal precedente Governo la moratoria dei processi di privatizzazione, fino al 31-12-08. La proposta di legge è comunque in Parlamento.
Da quel giorno l'acqua non sarà più un diritto ma una merce. Una merce in mano alle multinazionali, che non aspettavano altro. Ad Aprila (nel Lazio), dal 2003 l'acqua è gestita da Acqualatina Spa, una controllata della Veolia, multinazionale francese e più grande gestore d'acqua al mondo.Nel 2005 Acqualatina ha deciso di aumentare le tariffe del 300%. I cittadini ("consumatori") da allora debbono scegliere se mangiare o pagare la fattura dell'acqua (vedi trasmissione "Report" del 15-10-04 e 3-8-05).Un comitato di vecchietti operativi e agguerriti, che è un piacere ogni volta rivedere, ha messo in atto una singolare quanto efficace azione: i cittadini pagano le fatture per non essere morosi, al Comune anziché alla società privata, con la tariffa ricalcolata dagli arzilli vecchietti.
In Venezuela e Bolivia, alcuni anni fa, dopo durissimi scontri si è tornati alla gestione pubblica.A Parigi, il sindaco Bertrand Delanoë ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez (altra enorme multinazionale) e Veolia, e così, a far data dalla scadenza TRENTENNALE dei contratti (31-12-08), ritornerà in mano pubblica.Negli Stati Uniti è rigorosamente pubblica! A New York e in molte altre città, l'amministrazione cittadina lo scorso anno ha dichiarato guerra alle bottiglie di plastica usate per venderla. Così come a Firenze e a Torino, dove nelle scuole sono stati banditi i distributori automatici di bibite imbottigliate.
L'acqua è di tutti perché piove dal cielo.
Il "movimento dell'acqua" prosegue il suo cammino.


[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

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venerdì, dicembre 19, 2008

I Rifiuti come alimenti: il compostaggio elettrico domestico



Il mio compostatore da cucina; utilizzabile anche in un appartamento per trasformare i rifiuti organici in compost. E' un applicazione del principio fondamentale del C2C (dalla culla alla culla), ovvero trasformare i rifiuti in alimenti (in questo caso, per le piante).


Mi racconta mia moglie che a casa sua, quando lei era bambina, non si faceva uso della raccolta pubblica dei rifiuti. Lei viveva in una casa di periferia con un giardino piuttosto grande, cosicché la spazzatura veniva semplicemente dispersa "nel campo". Erano avanzi di cucina che diventavano buon concime. Il poco di carta e l'occasionale coccio o pezzo di vetro non dava fastidio. Era un tempo in cui i rifiuti domestici erano quasi al 100% organici. Non esisteva il problema degli "iperimballaggi", degli inceneritori, dei cassonetti e tutto il resto. La casa dei genitori di mia moglie funzionava secondo il principio, che a noi appare modernissimo, del C2C (dalla culla alla culla) ovvero "i rifiuti sono alimenti."

Si ricorda anche mia moglie che a un certo punto ci fu una specie di riunione di condominio in cui quelli che abitavano nello stesso edificio si riunirono per discutere se dovessero cominciare ad utilizzare il servizio della nettezza urbana comunale. Non tutti erano daccordo, ma alla fine si decise di smettere di sparpagliare la spazzatura nel campo e di darla agli spazzini perché "tanto si deve pagare lo stesso" (la regola fondamentale della burocrazia).

Ora, mia moglie non è che l'ho trovata in un sarcofago del museo egiziano. Queste cose che mi ha raccontato erano la situazione a Firenze nei primi anni '60. A quell'epoca c'erano ancora abitazioni in periferia che erano completamente sconnesse dal sistema di recupero dei rifiuti urbani. Fra le tante cose, questa storia ci fa vedere bene gli effetti perversi del nostro sistema. Già cinquant'anni fa, incoraggiava la gente a produrne di più e lo continua a fare ancora oggi con il sistema dei cassonetti pubblici. D'altra parte, una volta che i rifiuti acquisiscono un valore economico per chi li raccoglie, questi hanno tutto l'interesse incoraggiare la gente a produrne di più. Tutto ha una logica.

E' probabilmente impossibile ribellarsi di fronte al principio universale della burocrazia, "tanto devi pagare lo stesso". Tuttavia alcuni di noi insistono nel cercare di fare qualcosa di meglio. Questo mi ha portato a ritornare all'idea della casa di mia moglie anni fa. Oggi, abbiamo evidentemente troppa robaccia per sparpagliare tutto in giardino, ma sarebbe comunque possibile trattare in proprio i rifiuti organici; ovvero è possibile una casa che trasformi i rifiuti organici in alimenti per le piante?

Qualche tentativo è stato fatto in questo senso con i cosiddetti "biocassonetti" che dovrebbero avviare l'organico verso impianti di compostaggio. Tuttavia, se andate a vedere cosa esce da questi cassonetti, vedete che la gente ci butta dentro di tutto; lattine, vetro, plastica e gatti morti. Normalmente non si riesce a farne un compost decente. Si può fare molto meglio con la raccolta "porta a porta", ma questa non c'è ovunque. Perciò ho deciso di attrezzarmi in proprio e andare un passo più avanti verso il C2C con il compostaggio domestico.

Ovviamente, esistono già compostatori domestici da tenere in giardino. Io ne ho uno da almeno una decina di anni e funziona bene. Il problema che mi sono posto, tuttavia, è cosa possiamo proporre in termini di compostaggio a chi il giardino non ce l'ha. E' possibile un compostaggio veramente "in casa", o perlomeno su un terrazzino? La risposta sembrerebbe si.

Entra in gioco il compostatore elettrico "desktop" della Naturemill che ha circa la forma e le dimensioni dell'armadietto di un PC. L'arnese è dotato di un sistema di mescolamento, di una pompetta per l'areazione dei rifiuti, di un filtro contro gli odori e il tutto viene mantenuto a una temperatura di circa 40 C da una resistenza elettrica all'interno di un recipiente bene isolato in polistirolo. Consuma molto poca energia, ho misurato 20 W assorbiti. Quasi niente in confronto a quello che produco con il mio impianto fotovoltaico.

In pratica, si buttano i rifiuti di cucina dentro la macchina, questa provvede a rimestarli e ad arearli, causando un compostaggio molto più rapido di quanto non possano fare i compostatori da giardino. Quando il recipiente superiore è pieno e si giudica che la massa è ben compostata, si preme un bottone e la macchina provvede a dare una bella rimestata finale; deponendo poi il tutto in un cassetto in basso. Dopo un po', si può estrarre il compost e utilizzarlo in orti e giardini.

Funziona questo aggeggio? Beh, questo è il lavoro del ricercatore: sperimentare le cose nuove e vedere se funzionano. Così, mi sono comprato due di queste macchine; una privata per casa mia che ho piazzato in cucina con il consenso di mia moglie (illuminata persona). Un'altra l'ho comprata per l'Università e l'abbiamo piazzata in laboratorio come un piccolo esperimento scientifico da farsi con gli avanzi dei pranzi degli studenti. Sono ormai diversi mesi che uso queste macchine e penso di potervi fare un resoconto, anche se ancora un po' provvisorio.

In sostanza, imparare a compostare è come imparare a cucinare. Nessuno nasce imparato, come si suol dire, e ci vogliono prove ed errori in entrambi i casi. Nel caso della cucina, un errore vuol dire bruciare l'arrosto o servire la pasta scotta. Nel caso del compostatore, un errore vuol dire appuzzare orrendamente la casa (o il laboratorio) con odori indescrivibili.

Quindi, vi posso dire che se queste macchinette sono gestite bene, sono una meraviglia. Viene un compost molto bello, non ci sono cattivi odori - anzi fanno un lieve odore che direi anche piacevole. Se però si fa un errore, e mi è capitato, è il disastro. Dopo vari test, attribuisco la catastrofe all'uso di segatura ordinaria per diluire il compost. Non so cosa ci sia nella segatura che ammazza i batteri aerobici - forse qualche sostanza anti agglomerante. Ma per scoprirlo mi ci è voluto del tempo e il mio matrimonio ha resistito a malapena. All'università, i miei studenti e collaboratori hanno minacciato di andare a manifestare davanti al rettorato con cartelli contro il prof. Bardi reo di aver tentato di sterminarli con gas venefici. Per fortuna, dopo varie manovre, riparazioni, ripuliture e abolizione della segatura, entrambe le macchine sembrano funzionare bene di nuovo.

Queste disavventure sono tipiche delle nuove tecnologie; non aiuta il fatto che la macchina sia americana e che non ci si possa attendere un servizio di manutenzione qui in Italia. Comunque, credo che se ci si familiarizza con l'idea, il "compostaggio elettrico" potrebbe essere un'ottima idea con un grande potenziale per migliorare il sistema di gestione dei rifiuti. Se tenerlo in cucina ha una certa componente di eroismo, lo si può tenere in un terrazzino, anche piccolo, e questo perdona molti degli errori. E' un piccolo passo verso il concetto di base del C2C: i rifiuti sono alimenti.

Concludo con la considerazione che, se in Italia è cosa strana e inusitata compostare in cucina, non lo è ovunque. Proprio pochi giorni fa ho fatto vedere la macchina compostatrice a una mia amica giapponese, la quale mi ha detto, "si, da noi ce le hanno tutti queste macchine che si chiamano <<komposto-kikai>>"(3) Bene: i Giapponesi sono molto schizzinosi in media e vivono in appartamenti molto più piccoli dei nostri. Se ci riescono loro, ci possiamo riuscire anche noi!


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Nota1: ringrazio Ignasi Cubina per avermi introdotto al concetto del C2C

Nota 2: se volete comprarvi una di queste macchine, andate sul sito della NatureMill. Tenete presente però che compostare richiede una certa attenzione e non garantisco niente sulla tenuta del vostro matrimonio se la piazzate in cucina.


Nota 3: sono sicuro che le macchine compostatrici giapponesi sono molto migliori e più evolute dell'aggeggio della NatureMill che, francamente, mi è parso assai artigianale. Si trova qualcosa sul compostaggio domestico giapponese a questo link, gentilmente fornito da Maria Heibel.

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giovedì, dicembre 18, 2008

I rifiuti sono alimenti



Lo scarabeo stercorario ha capito molto bene il concetto di base della filosofia del "C2C" (cradle to cradle, "dalla culla alla culla") ovvero che i rifiuti sono alimenti.


Da che mi occupo di rifiuti, mi capita di scontrarmi con due opinioni simmetriche e apparentemente opposte. La prima è che i rifiuti devono sparire dalla vista con la massima rapidità e in qualsiasi modo concepibile; bruciarli va bene, ma meglio ancora sarebbe buttarli in un buco nero galattico se appena se ne trova uno a portata di mano. La seconda è che i rifiuti non devono esistere per legge divina, translata in legge umana con la pena del taglio della mano destra a chi mette in commercio imballaggi di qualsiasi tipo.

In realtà, le due opinioni non sono tanto diverse: entrambi nascono dall'idea che i rifiuti sono cosa immonda, detestabile e financo innominabile. Da purificare con il fuoco o da bandire alla non-esistenza. Fra i due campi, gli inceneritoristi convinti sono una banda alquanto difficile da gestire, ma alle volte il campo opposto, quello dei "proibizionisti dei rifiuti," mi fa ancora più rabbia. Mi ricorda un vecchio detto fiorentino: quando si parla di qualcuno particolarmente avaro si dice che "non mangia per non xxcare"

Eppure, pensate un attimo allo scarabeo stercorario: è un insetto che usa i rifiuti (proprio quel tipo di rifiuti) come alimenti. Non esistono processi naturali che generano zero rifiuti. Nell'ecosistema, i rifiuti di una specie sono alimenti per altre specie. E' un'applicazione del "principio dei ritorni decrescenti". Ogni creatura cerca di ottenere il massimo possibile dalle risorse alimentari che utilizza; ma oltre certi limiti, sfruttarle ulteriormente richiederebbe più energia di quanta non ne possa fornire. Quello che la creatura non può sfruttare e che abbandona lo possiamo definire come "rifiuto", ma tutto torna nel ciclo. L'ecosistema biologico terrestre è ottimizzato da centinaia di milioni di anni di evoluzione.

Prendete un albero. In inverno, le foglie ingialliscono e cadono. L'albero ha riassorbito quello che poteva, ma non tutto: le foglie sono un "rifiuto". Avrebbe potuto riassorbire anche quel po' di cellulosa che perde con le foglie che cadono? Forse si, ma evidentemente non ci sarebbe stato un guadagno, una cosa che gli alberi devono aver scopereto fin dall'epoca paleozoica. Le foglie cadute sono riciclate dai miceti saprofiti, specializzati in questo lavoro, e tutto va per il meglio.

Il sistema industriale umano somiglia molto all'ecosistema naturale. E' anche quello un sistema che sfrutta risorse naturali e che possiamo vedere come formato da un gran numero di "specie" che sono in competizione o in collaborazione. La somiglianza del sistema industriale con l'ecosistema è stata notata già da molto tempo. Infatti, esiste un campo della scienza che si chiama "ecologia industriale". Da questo campo, è nato il concetto recente di "C2C" ("cradle to cradle", "dalla culla alla culla") che ha estratto e enfatizzato il concetto fondamentale dell'ecologia sia industriale che naturale: ovvero che "i rifiuti sono alimenti"

E' evidente che il sistema industriale non è così ben organizzato e ottimizzato come quello naturale. In effetti, la gestione dei rifiuti nel sistema industriale lascia molto a desiderare. Il sistema non è chiuso, ovvero gran parte di quei rifiuti che dovrebbero essere utilizzati come alimenti vengono sprecati seppellendoli o bruciandoli in condizioni tale da non poterli più recuperare. E' anche probabile che il sistema industriale non sia ottimizzato in termini della produzione dei rifiuti e che ne produca di più di quanto potrebbe. Tuttavia, anche nel sistema industriale vale la legge dei ritorni decrescenti: i rifiuti sono una condizione necessaria e inevitabile dei processi. Li si possono ridurre ma mai eliminare del tutto. Sta a noi gestirli bene; come "materie seconde" (alimenti, appunto).

Il nostro sistema industriale non ha avuto le centinaia di milioni di anni che la natura ha avuto per ottimizzare l'ecosistema. Però, l'idea che bisogna "chiudere i cicli" comincia a passare e se applichiamo con coerenza i concetti del C2C dovremmo riuscire a fare di meglio di quello che stiamo facendo oggi. Basta ricordarsi che i rifiuti sono alimenti, non cose immonde da far sparire nel buco nero.

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Nota1: non fatemi dire cose che con questo post non volevo dire: esiste un concetto rispettabilissimo dal nome "rifiuti zero". Questo non vuol dire che non si devono produrre rifiuti, vuol dire solo che i rifiuti devono essere trasformati in materie prime - rifiuti zero, appunto. Personalmente, tendo a evitare questo termine per evitare confusione. Mi sembra più chiaro il concetto che "i rifiuti sono alimenti". In fin dei conti, però, è la stessa cosa.

Nota 2. Va detto che anche la natura ha dei rifiuti che, apparentemente, non sono alimenti per nessuno. Sono quelli che noi chiamiamo "combustibili fossili". Ma anche questi sono parte di un ciclo lentissimo che si svolge in tempi dell'ordine di centinaia di milioni di anni. O meglio, si svolgeva prima che avessimo la pessima idea di andarli a estrarre e bruciare.

Nota3. C'è pochissimo materiale disponibile in Italiano sul concetto di C2C. Suggerisco il sito di Ignasi Cubina (inglese, catalano e spagnolo) o il sito dell'EPEA (in inglese).

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Risparmiare soldi non vuol dire risparmiare energia




Nell'immaginario collettivo, ci si rende mediamente conto che "sarebbe bene" risparmiare energia perchè paghiamo "tanto" le bollette della luce e del gas. E' un buon inizio: è il metodo più tradizionale, basato su un feedback negativo (di tipo economico), che incentiva a ridurre gli assorbimenti delle reti. Purtroppo, il metodo può non essere sufficiente allo scopo, pur con tutte le buone volontà. Facciamo alcuni esempi.

- Per ridurre il consumo di gas, posso decidere di fare la doccia solo ed esclusivamente nella palestra che frequento abitualmente. Visto che costa uguale, magari mi trattengo un po' di più sotto il getto di acqua calda. Risultato: il mio fabbisogno specifico di gas naturale è aumentato, tuttavia ho risparmiato.
- La luce nel cortile dalla parte della mia scala la pago io; allora propongo una luce un pò più potente in mezzo al cortile, e divido il costo con il vicinato. Risultato: ho creato un bisogno ausiliario, si consuma più potenza elettrica, tuttavia ho risparmiato.
- Uno Stato può incentivare l'importazione di un combustibile vegetale (il tipico olio di palma indonesiano). Un'industria decide di rifornirsi di questo olio per autoprodurre energia elettrica. Risultato: l'azienda risparmia grazie agli incentivi, l'immagine ambientale è ottima, la popolazione locale è rassicurata e contenta, ciononostante stiamo consumando più energia per processare e trasportare l'olio di palma di quanto esso sia in grado di erogare in termini di potere calorifico.

Chi ha altri esempi?


PS: in un recente post di Ugo Bardi, "Il petrolio del re: riflessioni sulla sostenibilità", la problematica è trattata in modo più generale

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martedì, dicembre 16, 2008

Province e conformismo


Con questo articolo, prendendo spunto dal dibattito in corso per l’abolizione delle Province, intendo criticare il conformismo, una caratteristica specifica di tutte le società di massa, particolarmente presente in quella italiana.
Da qualche tempo, la soppressione della Provincia sembra essere diventata la chiave di volta della risoluzione di tutti i problemi del paese. Attorno a questo argomento, alcuni organi di stampa e giornalisti di grido specialisti della lotta alla “casta”, ne hanno fatto addirittura una battaglia di civiltà, subito ripresa da epigoni ed esegeti nel mondo della politica. La reiterazione continua di un concetto, specialmente se proveniente da fonti autorevoli, ha il magico effetto nell’opinione pubblica di trasformarlo in una verità incontrovertibile. Ci si adegua cioè, in maniera conformistica, alle opinioni altrui e nascono i cosiddetti “luoghi comuni”.
Ma cerchiamo di analizzare in maniera critica e documentata la questione, per capire se sia effettivamente fondata su basi solide e motivate.
I dati necessari per costruire un quadro analitico sono disponibili nella “Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica” predisposta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Se esaminiamo la spesa dello Stato in rapporto a quella degli enti locali, scopriamo che nel 2005, lo Stato ha speso, al netto dei trasferimenti agli Enti Locali, 360.474 Milioni di euro, le Regioni hanno speso al netto dei trasferimenti a Comuni e Province, 141.143 Milioni di euro, i Comuni hanno speso 91.745 Milioni di euro, le Province hanno speso 14.214 Milioni di euro, per una spesa pubblica complessiva di 607.576 Milioni di euro. Quindi, le Province contribuiscono per appena il 2,34% alla spesa pubblica totale, lo Stato il 59,33%, le Regioni il 23,23% e i Comuni il 15,10%. Se si esamina la sola spesa degli Enti locali, le Province contribuiscono per il 5,75%, le Regioni per il 57,12% e i Comuni per il 37,13%.
Quindi, prima considerazione, la soppressione dell’ente Provincia produrrebbe quasi un “buco nell’acqua”, perché la stragrande maggioranza della spesa pubblica è sostenuta da Stato, Regioni e Comuni. Seconda considerazione, se ci limitiamo ad analizzare la spesa dei soli Enti Locali, occorrerebbe aggredire prioritariamente quella di Regioni e Comuni, ad esempio riducendo gli sprechi nella Sanità e procedendo all’accorpamento, almeno a livello di funzioni, della miriade di piccoli Comuni presenti sul territorio nazionale.
Ma facciamo un ulteriore passo avanti nell’analisi, approfondendo le singole voci di spesa delle Province. Come si vede nella tabella allegata, le principali uscite delle Province derivano da competenze in materia di Istruzione pubblica, Trasporti, Gestione del Territorio, Sviluppo Economico e Tutela Ambientale, cioè manutenzione di scuole e strade, pianificazione e finanziamento del trasporto pubblico locale, interventi di regimazione dei corsi d’acqua, gestione del demanio idrico, sostegni alle imprese, controlli e autorizzazioni ambientali ecc. Tutte funzioni connesse a esigenze reali, che in caso di soppressione delle Province, dovrebbero essere trasferite, insieme alle spese per il personale, a Regioni e Comuni. Ma le prime, sarebbero con ogni probabilità costrette ugualmente a decentrare gran parte di queste funzioni a un livello più vicino ai territori da amministrare e i secondi moltiplicherebbero sul territorio strutture attualmente concentrate nelle Province, come ad esempio gli Uffici per le autorizzazioni ambientali (scarichi in aria e nelle acque, rifiuti, rumore, VIA ecc.). Si perderebbero cioè quelle economie di scala che un ente intermedio come la Provincia riesce a garantire. Per tutte queste ragioni, non è azzardato prevedere che la spesa possa aumentare anzichè diminuire.
L’unica voce di spesa che nel caso di abolizione delle Province sicuramente condurrebbe a un risparmio è quella relativa alle indennità politiche e al funzionamento degli organi politici. Dalla stessa tabella, ricaviamo la parte di spesa dedicata all’indennità politica, 190 milioni di euro. Anche ipotizzando di triplicare questa cifra per tenere conto delle spese di funzionamento degli organi politici, fate voi il conto di quanto siano in percentuale 600 Milioni di euro rispetto alla spesa pubblica complessiva di 607.576 Milioni di euro, e capirete che si tratta di una goccia nel mare. Vantaggi irrisori, che sarebbero del resto del tutto annullati dagli aumenti di spesa citati in precedenza. E allora, non ci resta che chiederci se tutto questo baccano sull’abolizione delle Province sia giustificato o invece contribuisca a nascondere i veri problemi della spesa pubblica, stornando l’attenzione dei cittadini dalle fonti effettive degli sprechi.

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E la Cicala ce la farà?


La Cicala che imprudente
tutta estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza
una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l’agosto,
in coscienza l’animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. – Brava, ho gusto;
balla adesso, se ti pare.

(Jean de La Fontaine)

Da un bel po’ di tempo mi faccio sempre la stessa domanda “Nel periodo che andava dal 2003 al 2007 … i giornali, le TV, le radio … non hanno fatto altro che bucarmi il timpano informando dei grandi passi da giganti e dei grandi guadagni ottenuti dalla grande industria (FIAT, FERRARI, MASERATI, TELECOM, le Società Sportive, ENEL, ENI, ecc… ) si parlava di cifre enormi, di fatturati incredibilmente positivi. Tra l’altro mi ricordo che l’ultimo governo Berlusconi (cioè non quello attuale) era riuscito nella sua finanzia creativa a detassare gli utili delle grandi Industrie come quelle che avevo citato prima. Mi ricordo anche, che nel periodo 2005 – 2006, mentre giravo in macchina, la Toscana per lavoro, ascoltavo moltissimo la radio, e di tanto in tanto si parlava delle buone uscite, delle liquidazioni, delle pensioni con cifre a 6 zeri per gli Amministratori Delegati delle aziende pubbliche e private … RAI, ALITALIA, …

Un paio di anni fa, pubblicai su questo blog un post dove scrissi “.... Ma quando arriverà la crisi "post peak", quella che quasi nessuno si aspetta o alla quale quasi nessuno crede, che succederà? Come faranno tutte le persone indebitate con mutui ventennali o trentennali o addirittura quarantennali a pagare i propri debiti? e le banche in periodo di crisi una volta pignorati gli appartamenti delle persone insolventi a chi li venderanno?...”.

Non voglio darmi del veggente, ma semplicemente mi chiedo “perché una persona semplicissima come, non “informata sui fatti” come dovrebbero esserlo i governanti, i direttori generali, i finanzieri, e cosi via, ha intravisto un pericolo nel sistema e loro no?
Perche ieri la FIAT cantava e ballava per i grossi profitti e utili accumulati durante gli anni 2005, 2006 … i debiti in calo, i progetti di espansione e sviluppo … mentre oggi mette in cassa integrazione migliaia di persone? Dove sono finiti tutti i profitti? Come mai nessuno ha pensato ad una specie di cassa deposito di emergenza o qualcosa di simile (provvista per l’inverno freddo) per affrontare almeno in un primo momento la crisi senza dover mettere in pericolo il bene delle famiglie? e la stesa domanda me la pongo anche per tutti gli altri settori industriali, finanziari, energetici (ma quanto hanno guadagnato durante il periodo 2006-2007 quando il costo del barile di Petrolio cresceva costantemente?.

Bene e allora potrei raccontare a miei figli la fiaba di La Fontaine in una altro modo:

La Cicala cantava e ballava
FIAT: nel secondo trimestre 2006 il fatturato del Gruppo Fiat è cresciuto del 12,9% a 13,6 miliardi. Fiat Auto ha venduto nel primo semestre dell'anno oltre un milione di veicoli. Un risultato non più raggiunto dal 2001, con una crescita del 17,5% rispetto al primo semestre 2005. Nel secondo trimestre del 2006 "il significativo aumento dei volumi di vendita" ha consentito all'area Automobili di realizzare ricavi per 6,6 mld di euro, con una crescita del 18,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Nei primi sei mesi dell'anno l'area Automobili ha realizzato ricavi per 12,7 miliardi di euro, in aumento del 21% rispetto alla prima metà del 2005. Obiettivi rivisti al rialzo. Il Gruppo Fiat sulla base dei risultati raggiunti nel primo semestre 2006 e "pienamente in linea con gli obiettivi", conta di chiudere l'anno in modo più che ottimistico tanto da puntare "al rialzo degli obiettivi". Dunque il "tetto" della gestione ordinaria passa da 1,6 a 1,85 miliardi di euro (risultato della gestione ordinaria di Fiat Auto da 200 a 250 milioni di euro), il risultato netto da 700 a 800 milioni di euro (escludendo gli utili straordinari), l'indebitamento industriale di fine anno intorno ai 2 miliardi di euro. Confermati invece tutti gli altri obiettivi, compresi quelli per il 2007, ecc… ecc…
TOYOTA: Dai risultati dell’ultimo trimestre 2005 che la casa giapponese sta aumentando sempre più fatturato e utili. Alcune cifre: l’utile netto ammonta a 397,6 miliardi di yen (2,79 miliardi di euro), pari al 34% in più rispetto all’anno precedente, ottenuto grazie alla debolezza dello yen e all’aumento delle vendite, e nonostante i costi degli attuali programmi di espansione. Utili operativi aumentati del 14% (482,2 miliardi), vendite mondiali cresciute del 7,7%, e pari a 1,98 milioni di unità, 14.000 in più rispetto al corrispondente trimestre 2004. Nel 2006 Toyota mette a segno nel secondo trimestre fiscale (luglio-settembre) un balzo record dell'utile netto del 34%, a 3,45 miliardi di dollari. Quanto all'utile operativo, si è involato del 44%, a 4,92 miliardi di dollari…..6 febbraio 2007: Toyota, boom sui mercati Usa ed Europa e utili record (+7,3%). Il gruppo automobilistico giapponese Toyota Motor ha registrato un utile netto record nel terzo trimestre 2006 grazie alle forti vendite in Nord America e Europa. L'utile netto è cresciuto del 7,3% a 426,8 miliardi di yen (2,75 mld di euro), rispetto allo stesso periodo 2005 mentre il fatturato è salito del 15,2% a 6.146,6 miliardi di yen (39,56 mld euro).
TELECOM: (2004 – 2005) I profitti operativi hanno raggiunto i 3.597 milioni di euro, il 9,6% in più rispetto ai corrispondenti sei mesi dell' anno scorso, mentre i ricavi si sono attestati a 15.222 milioni di euro, con un incremento dello 0,5% rispetto al 2003. Quanto al margine operativo lordo, il dato preliminare indica una crescita del 2,4%, a 7.087 milioni di euro. Comunque è altalenante dato che dipende da tante variabili: ………L'utile netto consolidato è sceso a 2.448 milioni, in calo del 18,8% rispetto al 2006, Eppure si legge “ … Il debito finanziario netto a fine 2007 è invece calato a 35,7 miliardi dai 37,3 di fine 2006 e 37,4 a fine settembre 2007

La Cicala piange e si lamenta
Ottobre 2008 Nei primi 10 mesi il calo delle immatricolazioni è stato del 5,4% a 12.852.387. In Italia, a ottobre, la flessione è risultata pari al 18,9% a 167.940 unità (-5,5% a settembre) e nei dieci mesi è arrivata a -12% a 1.879.165. Il gruppo Fiat ha venduto a ottobre 93.952 auto (-7,9%) … La casa torinese rispetto ai primi dieci mesi del 2007 ha venduto complessivamente il 3,2% in meno di vetture, con una quota di mercato che è salita di un decimo all'8% del totale. mentre Lancia (-6,6% a 99.266) e Alfa Romeo (-29,4% a 87.449) Nel solo mese di ottobre per il marchio Fiat -8,4%, per Lancia +6,9%, Alfa Romeo -15,7%, -30,8% gli altri marchi. Tutti i grandi gruppi hanno registrato segni negativi nel mese di ottobre con Vw a -7,6%, Psa -16,3%, Ford -11,9%, General Motors -25,2%, Renault -19,1%, Bmw -10,4%, Daimler -16,6%, Toyota -23,6%, Nissan -16,4%, Honda -25,7%.

E da quale Formica si rivolgerà sta Cicala?
L’inverno si sta avvicinando ed il settore automobilistico intero (non solo le tre grandi di Detroit) potrebbero trovarsi “…..senza più un granello e senza una mosca in la credenza…” e allora ricorreranno dalla Formica (il contributore – lo Stato)” … a chiedere qualche cosa, qualche cosa in cortesia per poter fino alla prossima primavera tirar via: promettendo per l’agosto, in coscienza l’animale, interessi e capitale"….. Ma dobbiamo fidarci ancora?



lunedì, dicembre 15, 2008

Consumi elettrici domestici in Italia: alcune note




created by Gianluca Ruggieri
[DASS – Università dell'Insubria
gianluca.ruggieri@uninsubria.it]



Tra il 2000 e il 2002 ho partecipato a una campagna di misura dei consumi elettrici in circa 110 abitazioni italiane condotta dal gruppo eERG del Politecnico di Milano http://www.eerg.it/ .
In ciascuna abitazione abbiamo lasciato per almeno tre settimane dei misuratori attaccati al contatore dell’elettricità, ai principali apparecchi elettrici (circa 8-10 per abitazione) e ai principali punti di illuminazione (mediamente 14 per abitazione). La rilevazione dei consumi avveniva ogni dieci minuti.
Da questa esperienza è stata ricavata un’imponente massa di dati dalla cui analisi sono state ottenute alcune informazioni a mio avviso utili per un uso appropriato dell’elettricità nelle nostre case.
È possibile consultare i rapporti completi dei progetti MICENE ed EURECO, scaricandoli dal sito http://www.eerg.polimi.it/micene.php, previa registrazione.
Il lavoro di misura ed analisi fu il risultato di un progetto condiviso con diverse persone. In particolare, qui mi piace ricordare Franco Di Andrea e Pierluigi Alari. Dalle discussioni con loro sono emerse molte delle cose che vado a proporvi.
In seguito a un paio di post su petrolio.blogosfere.it e su aspoitalia.blogspot.com (il secondo dei quali citava il nostro lavoro) ho pensato di cogliere l’occasione per sintetizzare le conclusioni a cui sono giunto in questi anni lavorando sui consumi energetici degli elettrodomestici. Queste note si aggiungono e non sostituiscono quelle di Debora Billi e Terenzio Longobardi.
L’analisi completa è disponibile sul sito di Aspo Italia, qui ci limitiamo a tratteggiarne i risultati principali. Prima di passare in rassegna i dati è utile fare alcune considerazioni metodologiche:
- si tratta di un campione scelto accuratamente in modo da essere il più possibile significativo, ma i risultati valgono soprattutto perchè evidenziano delle linee di tendenza: ogni abitazione è comunque diversa dall’altra;
- la scelta del campione non era mirata a identificare “l’utenza media rappresentativa”, ma bensì ad avere accesso al monitoraggio dei consumi del maggior numero possibile di elettrodomestici: da questo punto di vista ritengo quindi che siano statisticamente più significativi i dati relativi ai consumi dei singoli elettrodomestici, piuttosto che i dati generali;
- i dati risalgono a qualche anno fa: da allora sono cambiate alcune cose (specie nell’uso degli audiovisivi e nell’informatica) ma molte conclusioni rimangono valide. Entro la fine del 2009 dovrebbero essere disponibili i risultati di un progetto che aggiornerà molti di questi dati;
- è opportuno premettere che i consumi elettrici sono solo una parte dei consumi complessivi di una abitazione: secondo l’ENEA i consumi elettrici costituiscono meno del 20% dei consumi energetici finali di una abitazione (sono molto più rilevanti i consumi per il riscaldamento, stimati attorno al 70%, come mostra la tabella seguente).




Tabella 1 - Settore Residenziale - Consumi energetici per fonte e per funzione d’uso 2005 (migliaia di tep) (fonte: elaborazioni dati Enea su dati Ministero Sviluppo Economico)




A questo proposito allargando lo sguardo, possiamo dire che (sempre secondo dati ENEA) la generazione elettrica consuma solo il 31% dei combustibili utilizzati annualmente in Italia. Il 23% è utilizzato direttamente nel settore trasporti, il 16% nell’industria, il 18% nel settore civile. Il restante 12% costituisce perdite, bunkeraggi e altri usi. qualsiasi politica che risolve la questione “elettrica” non necessariamente risolve la questione “energetica”. Come giustamente ricorda Terenzio Longobardi, dai dati di Terna emerge che circa l’2% dei consumi elettrici sono dovuti all’agricoltura, il 49% all’industria, il 28% al terziario (che è il settore in più rapida espansione) e solo il 21% al domestico. Quindi i consumi elettrici del settore domestico coprono solamente il 6.5% circa del bilancio energetico nazionale. È comunque importante saperne di più perchè è una quota dei consumi sulla quale ognuno di noi può agire direttamente.
Nella nostra analisi, a partire dai consumi monitorati, abbiamo stimato i consumi elettrici annui delle abitazioni considerate. La variabilità è ampia (da un minimo di 1100 kWh/anno a un massimo di 9000 kWh/anno), la media è di circa 3229 kWh/anno. Teniamo presente che per l’Autorità per l’energia elettrica e il gas la famiglia media italiana utilizza 2700 kWh/anno.
È importante introdurre una distinzione sostanziale: se analizziamo i consumi nell’abitazione media, avremo informazioni differenti da quelle ottenute quando analizziamo i consumi del singolo elettrodomestico medio.
Ad esempio, le lavastoviglie hanno consumi unitari più elevati delle lavabiancheria, ma essendo meno diffuse pesano di meno sulla media complessiva.
Dal punto di vista dei consumi complessivi, una distinzione molto importante riguarda le abitazioni che hanno uno scaldacqua elettrico. Abbiamo monitorato 19 boiler elettrici ottenendo un consumo medio annuo di circa 1494 kWh/anno; i consumi medi delle abitazioni senza boiler elettrico sono circa pari a 2900 kWh/anno mentre il valore dello stesso dato in quelle dotate di boiler elettrico si impenna a oltre 4500 kWh/anno.
Nel seguito ci occuperemo dei singoli apparecchi, mentre analizzando un’abitazione media i consumi più rilevanti sono riportati nel grafico e nella tabella che seguono.





Figura 1 – Disaggregazione dei consumi elettrici per usi finali nelle abitazioni monitorate





Tabella 2 - Disaggregazione dei consumi elettrici per usi finali nelle abitazioni monitorate




Effettuando invece un confronto tra i consumi dei diversi apparecchi elettrici misurati otteniamo i risultati presentati nella tabella e nel grafico seguente.



Figura 2 - Consumi energetici annui per i principali elettrodomestici


Tabella 3 – Consumi energetici annui e conseguente spesa per i principali elettrodomestici


Per gli approfondimenti rimandiamo all’articolo integrale disponibile sul sito di ASPO Italia. Qui ci limitiamo a evidenziare che, mettendo in campo tutte le semplici strategie elencate nella seguente tabella, una famiglia media:
- nel caso in cui abbia un boiler elettrico e lo possa sostituire, riduce i consumi da 4500 kWh/anno a 1860 kWh/anno (cioè da 1140 Euro/anno a 300 Euro/anno circa)
- nel caso in cui abbia un boiler elettrico ma non lo possa sostituire, riduce i consumi da 4500 kWh/anno a 3350 kWh/anno (cioè da 1140 Euro/anno a 750 Euro/anno circa)
- nel caso in cui non abbia un boiler elettrico, riduce i consumi da 2900 kWh/anno a 1760 kWh/anno (cioè da 600 Euro/anno a 265 Euro/anno circa)





Tabella 4 – Alcune strategie di risparmio dei consumi elettrici nel settore domestico. I risparmi economici per il boiler non sono proporzionali a quelli energetici a causa della progressività della tariffa, vedi appendice del documento completo.

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domenica, dicembre 14, 2008

Battaglia sui rifiuti: Batman contro Joker


Cosa sarebbe Batman senza il Joker? Solo un cretino che crede che sia carnevale tutto l'anno.



Il prof. Franco Battaglia si è fatto indubbiamente un nome nell'ecologismo italiano come l'arcinemico delle rinnovabili. A questo titolo aggiunge quello di negatore del riscaldamento globale causato dall'uomo; diffamatore della raccolta differenziata, e altre cosette.

Ora, non c'è dubbio che Battaglia gioca un po' a darsi l'immagine dell'eroe negativo dei fumetti con quel suo modo di attaccare i mostri sacri dell'ambientalismo. Insomma, un po' il Joker che combatte Batman (e, su questa contrapposizione, forse il ruolo di Batman mi competerebbe, vista la mia attività di allevatore di pipistrelli)

Tuttavia, Franco Battaglia rimane sempre una persona con una bella preparazione scientifica e quindi spesso riesce ad andare a toccare dei punti effettivamente deboli della visione standard degli ambientalisti. Per esempio, Battaglia ha più volte correttamente identificato l'"economia basata sull'idrogeno" per la bufala che è. Battaglia ha anche parlato in favore dell'interpretazione evoluzionistica darwiniana. E' anche autore di articoli interessanti e condivisibili su argomenti vari, per esempio sulla teoria di Wegener sulla deriva dei continenti. Infine, Battaglia ha dato una definizione veramente azzeccata della questione dell'EROEI (energy return for energy invested) con queste parole:
Se un uomo vuole disperatamente una mela, magari la pagherà 10 Euro, forse 100 Euro, ma non la pagherà mai due mele

Peccato che Battaglia non riesca a trovare il modo di utilizzare al meglio le sue competenze e si lanci spesso in attacchi esagerati contro questo e contro quello che, alla fine, ne minano la credibilità su tutto. Così, Battaglia ha cominciato molto male i sui attacchi contro l'idea dell'effetto antropico nel riscaldamento globale basandolo su un improbabile calcolo della massa degli insetti sul pianeta terra. Tuttora continua a pescare leggende qua e la, dove può; tutte cose che spesso si riducono a dire che - in fondo - oggi non fa tanto caldo e allora dov'è questo famoso riscaldamento globale?

Anche sulle energie rinnovabili, tutta la polemica di Battaglia si basa sempre sullo stesso concetto ripetuto all'infinito "Le energie rinnovabili costano più care delle altre" Ma, curiosamente, Battaglia non ha mai voluto applicare alle rinnovabili la sua azzeccata definizione dell'EROEI che ci dice che, se un pannello fotovoltaico ci costa una mela, ce ne riporta una decina durante il suo ciclo di vita.

Battaglia, quindi, applica in modo assai selettivo le sue intuizioni, peraltro spesso geniali. Come esempio, vediamo di esaminare il Battaglia-pensiero sulla questione dei rifiuti. Questo ci illustra l'atteggiamento del nostro ma anche ci invita a ripensare a certe opinioni spesso prese come certezze assolute nel movimento ambientalista. Vi passo alcune delle affermazioni di Battaglia sulla raccolta differenziata; testo gentilmente fornito da "JAS."

Il modo più bischero [per trattare i rifiuti] è quello della raccolta differenziata; bischerrima all'ennesima potenza, poi, è la cosiddetta raccolta porta-a-porta, che altro non è che la raccolta differenziata spinta fino all'esasperazione.

Che la raccolta differenziata sia una cosa bischera è semplice da capire. Innanzitutto, con essa non si smaltiscono i rifiuti ma li si separa. L'idea sarebbe di riciclarli. Il condizionale non lo uso a caso. Infatti, il limite della produzione di riciclo è quello di mercato: a che pro un riciclo spinto, ad esempio, del vetro o della carta se poi il mercato del vetro scuro (che è il vetro che si può produrre dalla raccolta differenziata del vetro) o della carta riciclata è limitato? Che cosa succede al vetro e alla carta riciclati che rimangono invenduti? Vanno a finire il primo in discarica e la seconda bruciata negli inceneritori. Tanto valeva portarcela prima.
<..> In Italia, oltre la metà della plastica riciclata va a finire nell’inceneritore, per cui un comportamento ecologicamente virtuoso non è curarsi di differenziarla (come religiosamente fa mia moglie) ma rifiutarsi di farlo (come faccio io)."

Beh, non si può dire che Battaglia non abbia un suo stile. La parola "bischero", incidentalmente è tipica di Firenze. Battaglia non mi risulta essere Fiorentino, ma evidentemente ha assorbito alcuni concetti culturali di Firenze. Ma cosa si può dire di questo pezzo in particolare?

E' un classico della tendenza di Battaglia di lanciare giudizi senza preoccuparsi troppo di quantificarli. Per esempio, è vero che la carta riciclata va a finire nell'inceneritore? No. Secondo i dati del CONAI, solo una minima frazione della carta raccolta viene bruciata. Non è vero nemmeno che il vetro finisce in discarica. Sempre secondo i dati del CONAI; il vetro dalla raccolta differenziata si ricicla praticamente tutto.
Lo stesso, si recuperano al 100% materiali come l'acciaio e altri metalli. E' vero invece che circa il 50% della plastica recuperata finisce nell'inceneritore. Ma il 50% di recupero è pur sempre meglio di 0% come ci dice lo stesso Battaglia in un altro suo pezzo dove dice che riciclare è bene. Allora, il sistema del riciclaggio attuale basato sulla raccolta differenziata non funziona poi tanto male. Non sarebbe meglio cercare di migliorarlo invece di chiamarlo "bischerrimo"?

D'altra parte, è anche vero che certe cose possiamo e dobbiamo domandarcele. Non possiamo adagiarci sui risultati ottenuti con la raccolta differenziata e alle volte il movimento ambientalista sembra essersi fossilizzato sulla raccolta in se, e non sulla cosa veramente importante che è il riciclo - indipendentemente da come è ottenuto.

Per esempio, un recentissimo referendum poplare (23 Novembre 2008) che si è svolto ad
Argelato (BO) ha sonoramente sconfitto la raccolta "porta a porta" con il 60% dei votanti che si sono espressi a sfavore. Allora, evidentemente c'è qualcosa che non va. Non sarà che veramente il porta a porta è "bischerrimo" come dice Battaglia? Ma in altri altri luoghi dove è stato applicato si riporta che i cittadini ne sono soddisfatti: per esempio a Capannori, in Toscana, il 71% dei cittadini si è dichiarato "molto soddisfatto" del sistema porta a porta, il 15% soddisfatto e solo qualche misero percento insoddisfatto. In più, dove è stato applicato, il porta a porta non solo aumenta la frazione di rifiuti differenziati, ma fa diminuire i rifiuti in totale. Ci deve essere qualcosa di giusto allora nell'idea.

Ma allora cosa è successo ad Argelato? Errori? Condizioni particolari? O forse un sabotaggio? Difficile dirlo. L'unica cosa certa è che bisogna sempre ripensare a quello che facciamo e valutare metodi e risultati. Non ci possiamo adagiare su nessuna certezza; tutto cambia, tutto può e deve essere migliorato. Alla fine dei conti, Battaglia con le sue critiche può anche fare un servizio utile, un po' come il joker dei film di Batman. Cosa sarebbe Batman senza il Joker? Un cretino che crede che sia carnevale tutto l'anno.


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Permettetemi, per concludere, una sincera parola di lode alla signora Battaglia per la sua coscenziosa (addirittura "religiosa" ) attenzione alla separazione dei rifiuti domestici, e questo nonostante le fulminazioni di cotanto marito!


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Terrorismo e scarsità delle risorse



Dopo aver letto il post di Ugo Bardi sulla grande carestia d'Irlanda (www.theoildrum.com/) mi è venuto in mente un possibile collegamento: la scarsità di una risorsa vitale (cioè, dalla quale un certo gruppo sociale è sostanzialmente dipendente) potrebbe essere la causa profonda di fenomeni come rivolte, scontri civili, attacchi ai centri di potere, "terrorismo"?

L'Irish Republican Army (IRA) si costituisce formalmente nel secondo e terzo decennio del '900; tuttavia, Il Repubblicanesimo irlandese militante, come ideologia, ha una lunga storia, dagli United Irishmen (Irlandesi Uniti) del protestante Theobald Wolfe Tone, responsabili delle ribellioni del 1798 e del 1803 alla rivolta della Giovane Irlanda 1848, scoppiata in seguito alla Grande Carestia Irlandese, causata da un'epidemia di peste delle patate gestita in maniera equivoca dal governo britannico [ref. 1, ref. 2].

La parola terrorismo è a mio avviso fortemente abusata dai media; nell'immaginario collettivo si tratta di azioni e dimostrazioni esecrabili, ai danni dei centri di potere o anche della popolazione civile.
Qualunque azione violenta è condannabile; quello che stupisce è che ad ergersi a paladino che combatte il terrorismo sia la nazione che ha sganciato due bombe atomiche su due città, e ha falcidiato 18 milioni di nativi in nome dell'accaparramento di ingenti risorse minerali (sotto la confezione del mitico "far west").

Possiamo interpretare gli eventi da una miriade di punti di vista; resta il fatto che dietro ogni fenomeno di "terrorismo" c'è un folto gruppo sociale che non ha assolutamente niente da perdere (in pratica, si muore di fame e di malattie) e qualche leader che tira le fila, a volte anche in modo disonesto e per puro tornaconto, magari contrattando con l'opposizione [per l'età contemporanea, possiamo prendere come esempio-tipo la Rivoluzione Francese].
L'ordine costituito è per sua natura immobilistico e chi lo detiene non ha alcuna intenzione di calarsi nei panni di chi ha seri problemi di sopravvivenza. Da qui, basta un piccola variazione di stato (scintilla) per determinare grandi disordini (detonazione): dimostrazione-repressione, e parte la spirale caotica.
Il rischio è quello di ritornare alle condizioni di "stabilità" nel modo più primitivo che esiste: l'eliminazione veloce delle persone, sia in modo diretto (militare) che indiretto (fame e malattie).
L'Uomo perderebbe, in questo caso, la sua ultima possibilità di cambiare veramente l'approccio con la Storia.

PS Gli ultimi fatti in Grecia sembrano più assimilabili a quelli dell'Irlanda, ma voglio essere ottimista

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sabato, dicembre 13, 2008

I Limiti dello sviluppo, c'è ancora chi crede alle leggende


Scenario di base, dall'edizione italiana dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972



Spigolando su internet, ho trovato questo commento datato 24 Luglio 2008 in un lungo thread di batti e ribatti sul nucleare.

"L’ho detto e lo ripeto: l’ASPO di cui è attivo esponente il Dott. Ugo Bardi, si rifà alle tesi ultra ambientaliste del Club di Roma (associazione ambientalista famosa negli anni ’70 e ’80) e al libro che questa fece pubblicare nel 1973, all’indomani dello shock petrolifero, intitolato “I limiti dello sviluppo” ove, oltre a prevedere una glaciazione intorno ai primi anni 2000, si affermava che oro, argento e rame si sarebbero esauriti entro la metà degli anni ’80 mentre le scorte di petrolio non sarebbero andate oltre il 1999…. Mah! Tirate voi le conclusioni "

Per quelli di voi che non sono familiari con la faccenda; preciso che il libro intitolato in Italia "I limiti dello sviluppo" (ma in realtà in inglese "I limiti alla crescita") è stato pubblicato nel 1972, ovvero prima (e non dopo) lo shock petrolifero. Il libro, ovviamente, non prevedeva nessuna glaciazione e nemmeno che oro argento e mirra (o, rame o petrolio o che altro) si sarebbero "esauriti" in un anno qualsiasi, tantomeno alle date citate!

E' incredibile la persistenza di certe leggende!

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venerdì, dicembre 12, 2008

Le "Big Three" di Detroit



Secondo Fareed Zakaria autore economista ed esperto internazionale di Finanza (molto probabilmente americano di origini egiziane), il fallimento in corso nel settore automobilistico, sta colpendo quella parte inefficiente del settore stesso. Infatti, esistono negli U.S.A. due differenti industrie automobilistiche. Soltanto una sarebbe qualificata per il piano di salvataggio dal fallimento respinto dal senato degli Stati Uniti. Ed è quella inefficiente di Detroit. stessi momenti difficili dovuti alla crisi finanziaria in atto non è andata però a pregare Washington per ricevere l’aiuto dei contribuenti.

Attualmente esistono 12 imprese internazionali dell’auto che svolgono operazioni produttive negli USA. Collettivamente danno impiego diretto a 113000 americani (mentre GM, Chrysler e Ford dette “Big Three”, occupano 239000) persone. Tuttavia queste compagnie internazionali vendono più veicoli delle “Big Three” ed i loro clienti amano i prodotti offerti. Essi hanno inoltre milioni di azionisti. Esse svolgono, negli USA, un lavoro raffinato come la ricerca, il design e il marketing. Nell’insieme incrementano i posti di lavoro e quindi costituiscono un valore aggiunto per l’economia reale americana.
Compagnie come Toyota, Honda e BMW, hanno sempre attuato un sistema imprenditoriale più efficiente delle loro consorelle americane. Le case di Detroit invece hanno seri problemi di liquidità dovuti agli alti costi di produzione (in particolare assistenza sanitaria e pensioni), inoltre mentre le imprese internazionali erano riuscite a modificare il loro sistema d’assistenza sociale evitando in questo modo la loro morte, Detroit ha sempre fatto in modo di evitare qualsiasi cambiamento anche perche in parte approfitta dell’assistenza governativa.
Non solo, Toyota, Honda, e BMW non soltanto sono più brave nel tagliare i costi, ma producono veicoli migliori. Hanno aziende più flessibili, un migliore sistema produttivo e capiscono molto bene cosa vuole il consumatore americano. Toyota e Honda sono di anni avanti alle case produttrici americane nella progettazione e lo sviluppo delle auto ibride e dato che la tendenza della domanda americana si muove verso questi veicoli, saranno premiate.
Settimane fa, Al Gore ha dichiarato "It's really tragic that General Motors, for example, allowed Toyota to get a seven-year head start on the hybrid drive train in the Prius that is now positioned to really be a dominant feature of the industry in this century."…. In poche parole GM in 7 anni si è fatta superare da Toyota grazie alla Prius che è destinata nel corso di questo secolo ad avere un futuro dominante nell’industria automobilistica.

Ora che il disastro si sta compiendo le “Big Three” sostengono e promettono di volersi ristrutturare, di volere cambiare politica per competere con i produttori stranieri …. Questo finché riceveranno il denaro necessario … ma la gente è scettica. Secondo Fareed Zakaria le promesse ed i programmi dei Consigli di amministrazione di Ford, GM and Chrysler sono soltanto delle Falsità (bogus)
Il miglior argomento per il salvataggio è che è il miglior rapporto costo-efficacia del programma di posti di lavoro che il governo può funzionare a breve termine. Il migliore argomento per il salvataggio è che “è il migliore programma di creazione di posti di lavoro a costi sostenibili, che il governo potrebbe attivare nel breve periodo.” Spendere soldi per le infrastrutture (destinate a creare nuovi posti di lavoro) richiederà mesi, forse anni. Fareed è favorevole al piano di salvataggio per il semplice fatto che salvando le tre grandi salverà migliaia di posti di lavoro in modo più rapido e più semplice. Quello che tutti sperano è che l’economia reale sia in grado di sopportare il fallimento delle case di Detroit.
Delle tre GM e Chrysler rischiano il fallimento immediato, Ford possiede ancora una certa liquidità ma fino a quando?
Secondo l’Economista Liberal Joseph Stiglitz, la bancarotta “pre-confezionata” delle maggiori industrie automobilistiche americane è in effetti, il modo per gestire Detroit. Ciò di cui l’America ha bisogno, è aiutare i produttori di auto ad avere un nuovo rilancio e permettere loro di concentrarsi sulla produzione di veicoli più efficienti piuttosto che giocolare con il loro libri contabili per rispettare i loro impegni passati. L’industria automobilistica americana non sarà chiusa ma deve essere ristrutturata. E’ ciò che afferma il Capitolo 11 del codice di Procedura Fallimentare Americano. Una variante del “Fallimento pre-confezionato” – dove tutte le condizioni sono prestabilite prima di rivolgersi alla Corte Fallimetare (Bakruptcy Court) – potrebbe permettere alle Case di Detroit di produrre veicoli migliori, efficienti ed ambientalmente più sostenibili (ecologiche)….
Sembra quindi che comunque vada le “Big Three” in qualche modo si salveranno ma a quali costi Sociali???

Riferimenti:
http://www.cnn.it/
http://www.economist.com/
http://www.rfi.fr/

Toufic

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God bless you, Mr. Obama



Il titolo di questo post, "Il signore la benedica, sig. Obama" mi è venuto in mente dal titolo di un romanzo di Kurt Vonnegut, "God bless you, Mr. Rosewater". E' un libro che affronta il tema di una persona bene intenzionata, e anche con dei mezzi a disposizione, che cerca di aiutare la gente ma che, alla fine, non ci riesce. (Immagine di Barack Obama di Alex Grey)


Tre anni fa, mi è capitato di passare un giorno della mia vita a fare da scrutatore in uno dei seggi per le primarie dell'Ulivo, quelle in cui più di quattro milioni di persone votarono indicando Romano Prodi come candidato.

A ripensare oggi a quel voto, sembra di parlare del Giurassico; tanto le cose sono cambiate in tre anni. Eppure, tutto quello che succede ha una ragione per succedere e anche quelle primarie ormai preistoriche ci possono dire qualcosa per capire che cosa succede oggi.

Quel seggio in cui ho passato una giornata intera era a Fiesole, dove abito; uno dei comuni più ricchi d'Italia. Ma la ricchezza delle statistiche, si sa, è una cosa media. Fiesole è così ricca non perché tutti sono ricchi, ma perché sulle colline fiesolane abitano alcuni super-ricchi che alzano la media. Non so se i super-ricchi siano venuti a votare per l'Ulivo quella volta, ma so che sono venute a votare persone che sicuramente non erano super-ricchi, e neanche ricchi.

Intendiamoci, non è che sia stata una scena da un romanzo di Dickens: non sono venute persone vestite di stracci che portavano per mano i bambini affamati. Ma sono arrivate molte persone che ci hanno detto chiaramente di essere in difficoltà: impiegati, più che altro, ma anche operai, commessi, giardinieri, badanti e altri; tutta gente che riusciva più ad arrivare a fine mese con lo stipendio. Si pagava un euro per votare, ma alcuni di questi si sono svuotati le tasche per contribuire alla campagna elettorale dell'Ulivo. Alcuni ci hanno detto cose tipo, "dite al presidente Prodi che ci aiuti, perchè non ce la facciamo più".

Commovente, vero? Sotto certi aspetti, si. In effetti, a quel tempo ero rimasto impressionato. Il punto è, tuttavia, che due anni dopo, immagino, erano queste stesse persone che hanno votato in massa per Berlusconi e per mandare a casa Prodi.

Al tempo delle primarie per l'Ulivo e delle elezioni del 2006, la gente pensava sinceramente che Prodi avrebbe dato loro le cose che Berlusconi non gli dava. Al tempo del voto di Aprile del 2008, pensavano che Berlusconi avrebbe dato loro le cose che Prodi non gli dava. Leggo in questi giorni che, secondo i sondaggi, la "luna di miele" degli Italiani con il governo Berlusconi si sta ormai esaurendo. La gente comincia ad accorgersi che, anche con il nuovo governo Berlusconi, non riescono comunque ad arrivare a fine mese con lo stipendio. Alle prossime elezioni, è probabile che voteranno di nuovo per chi gli farà le solite promesse di "cambiamento".

Credo che non si possa biasimare la gente se vota "con la pancia". Pochi sono interessati alle grandi questioni etiche o morali. Più che altro, vorrebbero uno stipendio sufficiente per arrivare a fine mese, un minimo di sicurezza sociale, un sistema sanitario che funzioni, una pensione decente, un avvenire per i loro figli.

Il problema è che queste cose non le possono dare nè Berlusconi nè Prodi nè chiunque altro si trovi a governare questo paese. Perlomeno, non le possono dare nei termini in cui le promettono durante la campagna elettorale. Cercano di convincerci che hanno la ricetta miracolosa per riportare tutto a com'era prima riformando questo o quello. Ma l'Italia è un paese schiacciato da una crisi planetaria irreversibile. Un paese dove dovremmo applicare il concetto (attribuito a Einstein) che "non si possono risolvere i problemi usando gli stessi metodi che li hanno creati." Invece, non riusciamo a trovare altre soluzioni che quelle che hanno generato i problemi: grandi opere, edilizia, sviluppo, eccetera. La nostra crisi, più che altro, viene dalla mancanza di idee - e queste mancano altrettanto a sinistra come a destra.

E il presidente Obama? Si trova di fronte allo stesso problema. Gli Americani lo hanno eletto in nome del cambiamento. Hanno votato per lui giudicandolo una persona decente che potrà veramente cambiare qualcosa. E' possibile che Obama sia veramente una persona decente e bene intenzionata. Ma potrà cambiare qualcosa di fronte al crollo delle basi del sistema economico americano? L'ultimo presidente che ha avuto il coraggio di dire in pubblico come stavano le cose e che era necessario cambiare per davvero è stato Jimmy Carter. Vi ricordate come è andato a finire.

Riuscirà Obama a fare meglio? Glie lo possiamo soltanto augurare. God bless you, Mr. Obama.

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giovedì, dicembre 11, 2008

Spigolature: linkoteca di Aspo-Italia




Vi proponiamo questa nuova sezione, in cui Maurizio Tron presenta un "melting pot" di link estratti da blog e siti vari, riguardanti i più aggiornati sviluppi dei tempi che stiamo vivendo. Naturalmente, letti in chiave Aspo.



Piccole opere per grandi crisi


created by David Addison



http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=40 '[....] Soprattutto in America, le banche spingono all’indebitamento, più che a prudenza e risparmio. Scrive Zygmunt Bauman che un debitore che vuol restituire puntualmente (che «pensa al dopo») è sospetto: è «l’incubo dei prestatori». Non è «di alcuna utilità», perché il debito riciclato è fonte prima del loro profitto costante. Ma il debito sconnesso da fiducia non è pungolato solo da banche o Wall Street. È un ottundersi generale dei cervelli, è l’ebete pensare positivo che il governante invoca con linguaggio sempre più pubblicitario, sempre meno politico. Main Street - che poi siamo noi, cittadini e consumatori - è vittima tutt’altro che innocente di Wall Street. Come nel Grande Crollo del ’29 descritto da John K. Galbraith, siamo affetti da una follia seminale (seminal lunacy) che accomuna potenti e milioni d’impotenti. Per questo è così vacuo il politico che incita a ricominciare i consumi come se niente fosse. Il suo dichiarare, i linguisti lo definiscono performativo: basta dire «la crisi non c’è», e la crisi smette di essere (le dichiarazioni performative sono predilette da Berlusconi). I politici sono responsabili, avendo ceduto a un mercato senza regole. Ora intervengono, ma senza curare la fonte del male. La crisi, cioè la svolta trasformatrice, è rinviata [....] Crisi vuol dire decidere, a occhi non sbarrati come la massaia del ’52 ma aperti: sul peggio sempre possibile, sulle bugie del pensare positivo, sulla duplice responsabilità verso la Terra che roviniamo, e verso i figli cui addossiamo i nostri debiti. Terra e figli sono i nostri discendenti: ignorarli perché i loro tempi son più lunghi dei nostri e perché non abiteremo il loro mondo (un mondo con meno petrolio, meno automobili) è senza dignità e chiude speranze altrui. Crisi è sottoporsi al giudizio, al processo. È ora che il processo cominci' e in effetti è iniziato un po' ovunque, tranne qui da noi, dove viceversa viene sistematicamente affossato. A meno di ritenere provvedimenti mirati quelli che nell'articolo qui sotto vengono mostrati per quel che sono: inutilità assolute. In Italia, per soprammercato, diventano occasioni per arraffare quel che si può:

http://www.lavoce.info/articoli/-300parole/pagina1000786.html 'In generale, quindi, la spesa per nuove grandi opere sarà domanda effettiva solo quando, con ogni probabilità saremo fuori dalla fase negativa del ciclo. Morale: se si vuole veramente fare una politica fiscale anticiclica è bene dimenticare le grandi opere, a parte garantire le risorse per completare in tempi decenti quelle già cantierate. Se proprio si vuole spendere denaro in nuovi lavori pubblici, meglio finanziare piccole e piccolissime opere: per esempio le manutenzioni straordinarie delle scuole e degli ospedali. Di questi tempi, oltre a dare ossigeno subito al Pil, si rischia anche di salvare qualche vita umana da eventi troppo frequenti per essere definiti “fatalità”'

http://aspoitalia.blogspot.com/2008/12/e-tutta-una-bufala.html#links '"E se la più grave crisi dai tempi della Grande Depressione fosse soltanto una creazione dei media: una sorta di diluvio universale senza la pioggia?" [....] Che dire? Forse una parte di verità c’è in tutto questo. Anche da noi, in giro non si avvertono grossi cambiamenti rispetto alle abitudini e agli stili di vita degli italiani' tutto vero, però:

http://crisis.blogosfere.it/2008/12/la-scala-delle-cose.html 'Ovvero 686 miliardi meno del costo stimato della Crisi attuale, 4616 MILIARDI DI DOLLARI, compreso il bailout di Citicorp FINO A QUESTO MOMENTO. L'UNICO evento che si avvicina, ma senza superarlo, a questo costo è la SECONDA GUERRA MONDIALE, i cui 288 miliardi di costo complessivo, se corretti per l'inflazione, equivalgono a 3600 miliardi di dollari. Conoscete bene gli ENORMI effetti, anche come conseguenze economiche di quella guerra. Credete ancora che questa Crisi sia passeggera, poco duratura, effimera? Credete che basteranno i soliti pannicelli caldi, le solite rassicurazioni? No, cari miei. Siamo solo all'inizio' per fortuna, grazie a i nostri navigati governanti,. noi si veleggia vento in poppa verso mete prestigiose:

http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2008/12/e-ufficiale-litalia-proclamata-fossile-del-giorno.html 'Il sito Fossil of the day mette alla berlina le nazioni peggiori, che più ostacolano la lotta ai cambiamenti climatici. L'Italia naturalmente ha conquistato subito il riconoscimento a causa dell'ottuso atteggiamento del nostro governo corrotto e incompetente'

http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2008/12/globalizzazione-ultimo-atto-luccisione-del-cliente.html '[....] Ora, nella fase finale della globalizzazione, il cliente sta scomparendo. La strategia è cambiata. "Il cliente è come uno yogurt, è buono quando è fresco, ma dopo un po' scade, e tenerlo in frigo è pura perdita. Ha un "ciclo di vita" durante il quale lo si può spremere, poi lo si molla volentieri. Come? Basta non rispondergli". Così i call center per assistenza e manuntenzione sono sostanzialmente finti e non risolvono nulla [....] E' la vittoria della merce sull'uomo, la mercificazione totale. "Compra e non rompere le balle" sembra che ci dica il mercato globale. E allora perchè non passare (ogni volta che sia appena possibile) all'economia locale e alla filiera corta? Al produttore a cui posso stringere la mano e con cui posso parlare? La filiera corta non fa bene solo all'ambiente naturale, fa bene anche all'ambiente delle relazioni umane' sono legato da molti anni a un piccolo provider di Giaveno, Ica-net, che fornisce ottimi servizi al giusto prezzo. E le rare volte in cui capita un disguido, lo risolvo semplicemente telefonando a Denis, o Francesco, o a chi è in ufficio in quel momento. E se proprio lo voglio, in cinque minuti a piedi posso parlar loro guardandoli in faccia

http://crisis.blogosfere.it/2008/12/nuovo-spauracchio-il-latte-crudo.html '[....] Insomma, qualche dubbio dovrebbe sorgere a chi di dovere. Cosa diamine c'è nel latte moderno? Processato, pastorizzato, sottoposto a trafile industriali, e infine impacchettato in tetrapak che secerne inchiostro? Quali sono queste fatidiche proteine del latte, tipo... la melamina? Cosa danno da mangiare alle mucche? Qualcuno ha mai provato a dare latte appena munto a questi bambini, per vedere se per caso l'allergia scompaia? [....] Vorrei fare due conti della lavandaia, di quelli che fa il mio collega Pietro: in Italia ci sono 2000 distributori di latte crudo. Poniamo che ognuno venda 20 litri di latte al giorno, fa 40 mila litri. Ogni litro bevuto da 2 persone, sono 80 mila persone al giorno che bevono latte crudo. In un anno, sono appena 9 gli "intossicati" . Mi pare una percentuale più che esigua, soprattutto confrontandola con i milioni di allergici al latte di tetrapak. Eppure, eccoli a terrorizzarci con l'allarme batteri, e si sa che i microbi spaventano la massaia molto più dei veleni chimici. Un'ultima nota a tanto sconforto. Sapete chi è in prima fila in questa battaglia per chiudere i distributori di latte crudo e difendere er cittadino dai nemici dell'igiene? Bravi, avete indovinato: la nostra inesausta sinistra, mai paga di tutelare gli interessi degli amici suoi. Che, come si sa, non sono certo amici nostri...' di tutte le balle inventate dalle lobbies, questa è una delle più stupide, almeno per chi non s'è ancora bevuto il cervello. Basta rileggere il post di Debora cui si fa cenno nell'articolo:
http://crisis.blogosfere.it/2008/07/truffa-dei-formaggi-i-termovalorizzatori-siamo-noi.html 'Se seguite solo la TV, non sapete certo nulla dello scandalo dei formaggi. I nostri TG ne hanno appena fatta menzione: sia mai che i loro inserzionisti pubblicitari abbiano a risentirne. Eppure, lo scandalo è enorme e si sta allargando a mezza Europa. In due parole, pare che una grossa azienda italo-europea raccogliesse formaggi scaduti, li rilavorasse, e li rivendesse a grandi marchi che poi ce li ripropinavano al supermercato sotto casa. Per scaduti, si intende anche del 1980. Per grandi marche, si intende anche Galbani, Granarolo, Prealpi. Vermi, escrementi di topo, pezzi di plastica e metallo, muffa: questo ci siamo mangiati. I tiggì tacquero doverosamente anche sullo scandalo dei dolciari, nel 2005: in cui milioni di uova marce, scadute, avariate e persino col pulcino dentro venivano impiegate per la produzione di "ottimi" pandori e merendine'

http://www.gennarocarotenuto.it/4873-silvio-barackoni-internet-ambiente-scuola/ 'Nei giorni abbronzati dell’elezione di Obama, Silvio la buttò in calcio d’angolo dicendo che avrebbe dispensato volentieri i suoi consigli al giovane Barack. Secondo me non solo i consigli sono arrivati ma Obama ha preso attentamente appunti: per essere sicuro di fare l’esatto contrario. Non può essere infatti una coincidenza che dove Silvio Berlusconi elimina gli sgravi all’edilizia ecocompatibile, bloccando di fatto il comparto, Barack Obama punta su una rivoluzione ecoambientale che crei posti di lavoro. Roba da poco, un pannicello caldo visto che ci mette sopra una piccola fiche pari a 100 miliardi di dollari destinati a creare “lavoro verde”. Dove Berlusconi vuole regolamentare (imbavagliare) Internet, Obama la considera il motore del futuro. Soldi pubblici porteranno la banda larga in ogni scuola pubblica (quindi quelle per poveri negli SU) ed in ogni ospedale. Se Barack Obama (ed ogni altro dirigente politico dotato di senno) pensa sia indispensabile investire nella scuola e nella ricerca, Berlusconi ha fatto ministro Mariastella Gelmini che sta facendo l’esatto contrario [....] Obama non è ancora presidente, e potrebbe fallire miseramente o tradire le attese, e il Venerabile Licio Gelli prevede che comunque in 3 o 4 mesi al massimo sarà fatto fuori, il che detto da lui, che in genere è “persona informata dei fatti” è particolarmente sinistro. Ma almeno va nella giusta direzione: educazione, ambiente, nuove tecnologie. L’Italia di Berlusconi invece va in senso contrario: descolarizzazione, no a Kyoto, manifatture come nell’800'

http://www.ibridamenti.com/chiacchiere-da-blogosfera/2008/12/la-pornotax-e-i-ragazzini-di-obama/ 'Interessante, su Camillo, invece, la storia del ventisettenne che ha il compito di scrivere i discorsi per il neoeletto Barak Obama. Più che la storia, molto “sogno americano”, con il giovane speechwriter che viene notato quasi per caso nello staff di Kerry, e, rimasto senza lavoro, viene assunto da Obama che lo porta con sé fino al successo alla Casa Bianca, è ancor più indicativo che nel post un ventisettenne venga definito “un ragazzino”, manco fosse un tredicenne di genio, non un giovane scrittore con alle spalle una completa formazione universitaria e diversi anni di gavetta. Solo in Italia un ventisettenne che scrive discorsi sensati e capaci di coinvolgere le folle può venir considerato un enfant prodige: nel resto del mondo, è un serio professionista che sa fare il suo mestiere. Qui da noi, invece, specie in politica, per accedere ad una qualsiasi carica di prestigio bisogna avere almeno compiuto la sessantina. Prima l’incarico massimo cui si può aspirare è portare il caffè al proprio mentore mentre questi affronta delicate riunioni mandamentali. Ma scegliere se servirglielo con il latte o senza è fondamentale per imparare a prendere decisioni spinose, suvvìa'.

Per chiudere una foto scattata da Fulvio Senore, relativa alla recente manifestazione Notav a Susa, in tema con il titolo della mail.





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"The party's over .... Well, sometimes it's there, sometimes it's not there anymore" (David Addison)

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mercoledì, dicembre 10, 2008

Come salvare i nostri risparmi: la cooperativa energetica


Paperon de Paperoni metteva al sicuro i suoi risparmi in un deposito di "Tre ettari cubici". Per noi, lo stesso metodo potrebbe rivelarsi poco pratico. Molto meglio formare una cooperativa dedicata alla produzione di energia rinnovabile!



Come possiamo fare a mettere al sicuro almeno qualcosa di quello che ci rimane dei nostri risparmi? Ci sono molte teorie: oro, terreni, case; ma nessuna di queste cose vi mette veramente al riparo dalla crisi; specialmente gli investimenti immobiliari, gonfiati all'inverosimile da anni di folle speculazione. C'è un'altra possibilità, in principio più interessante, che è quella di investire nell'energia rinnovabile. Rispetto a case e terreni, il vantaggio è che gli impianti sui quali uno investe non solo hanno un valore in quanto tali, ma producono qualcosa per la quale c'è sempre mercato: elettricità.

L'idea, come tutte le cose, va presa con un minimo di cautela; specialmente con le oscillazioni fortissime che stanno avendo i prezzi dell'energia non ha senso cercare di prevedere quanto potrà rendere un certo impianto fra 10 o 20 anni. Ma possiamo dire con sicurezza è il bene che chiamiamo "energia elettrica" avrà sempre un valore. Il prezzo dell'energia può diminuire, come sta diminuendo in questo periodo. Però non andrà mai a zero. Inoltre, gli impianti che producono energia rinnovabile richiedono poca manutenzione, durano molto a lungo, producono sulla base di un rifornimento di materia prima (il sole) sul quale possiamo contare (a meno di un inverno nucleare). Insomma è una sicurezza che nessun altro tipo di investimento può dare.

Ci sono varie iniziative in corso per creare cooperative energetiche che dovrebbero permettere ai cittadini di investire i loro risparmi, anche per poche migliaia di euro, in impianti rinnovabili. Ve ne segnalo una che sta per nascere "Retenergie", che alcuni dei membri di ASPO-Italia hanno seguito fin dalle origini dell'idea.

Prima di passare ai dettagli, fatemi dire una cosa con chiarezza è soltanto una: investire nell'energia è un modo per mettere al sicuro i vostri risparmi, ma non per diventare ricchi. Se è la seconda cosa che volete, avete bisogno di qualcosa tipo i titoli della Lehman Brothers e molta fortuna.

Nel seguito, riporto una descrizione della cooperativa. Non c'è ancora un sito internet, ma per ulteriori informazioni potete iscrivervi al gruppo di discussione http://groups.yahoo.com/group/retenergie/

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Cooperativa Elettrica "RETENERGIE" Dicembre 2008

Premesse

L’idea alla base di tutto il processo consiste nella possibilità di creare una struttura che permetta la costruzione di impianti di produzione di elettricità da fonti rinnovabili attraverso la forma dell'azionariato popolare (in pratica un allargamento ed un potenziamento dell'esperienza “Adotta un kw” promossa dall’Associazione Solare Collettivo Onlus www.solarecollettivo.it e culminata nel corso del 2008 nella costruzione di un impianto fotovoltaico da 20 Kw sul tetto della Cooperativa Sociale Proteo di Mondovì, in provincia di Cuneo). La parte veramente innovativa del progetto della Cooperativa Elettrica consiste nella possibilità di includere gli utilizzatori finali di energia in questo quadro, chiudendo così un circolo virtuoso che parte dalla produzione arrivando fino al consumo; da parte di chi è attento a problemi ambientali e sociali quali inquinamento, limitatezza delle risorse, equità nella loro distribuzione, valutazione dell’impronta ecologica e tematiche simili, questa si delinea come un'opportunità unica e dalle enormi potenzialità.

Progetto

Questa Cooperativa rappresenta una piccola rivoluzione nel quadro del panorama italiano nel campo della produzione e commercializzazione dell’energia: energia da Fonti Rinnovabili, finanziata, prodotta, gestita, garantita, consumata dai cittadini/soci.

In una struttura di questo tipo accanto al socio che interviene per sostenere la produzione si inserisce la figura del socio utilizzatore, questo nell’ambito di quel processo di liberalizzazione del mercato elettrico che dà la possibilità ad ognuno di scegliere la società di fornitura di energia elettrica. In questo modo il principio della mutualità è particolarmente rafforzato e si può essere cooperativa a tutti gli effetti, con tutti i vantaggi che ne derivano.

Sul versante strettamente tecnico si è cominciato ad interessarsi a due progetti – uno in provincia di Asti e uno di Reggio Emilia - per altrettante centraline idroelettriche da circa 50 Kw ognuna che potrebbero essere i primi impianti della futura Cooperativa Elettrica, unitamente all’impianto fotovoltaico sopraccitato da 20 kw della Coop Proteo di Mondovì.

Contestualmente al lavoro di definizione tecnico giuridica della forma societaria e di redazione dello statuto, si sta portando avanti uno studio preliminare sulle problematiche legislative legate al mondo della produzione e commercializzazione dell’energia; la recente liberalizzazione del mercato energetico si inserisce in questo contesto e vanno quindi chiariti i requisiti minimi per ottenere il riconoscimento di Società Cooperativa nell’ambito della produzione e commercializzazione di energia

In tal senso si è lavorato per creare dei canali di comunicazione con le Cooperative Elettriche dell’Arco Alpino, realtà operanti localmente dall’inizio del ‘900 e sfuggite al processo di nazionalizzazione del mercato elettrico degli anni ‘50, raggruppate sotto la sigla di Federutility. In questo ambito si sono trovati validi referenti per gli aspetti tecnici, legali e fiscali.

Anche confrontandoci con queste realtà consolidate ci si è rafforzati nell’idea di proseguire sulla strada di una struttura a livello nazionale o quanto meno extraregionale i cui soci siano da un lato proprietari di molti impianti sia fotovoltaici che idroelettrici che eolici, e che possano poi anche utilizzare in casa propria o sul posto di lavoro l'energia che hanno prodotto, anche se non abitano vicino agli impianti di produzione. Questo come abbiamo detto è reso possibile dalla nuova strutturazione legislativa e tecnica del mercato europeo dell'Energia.

Contatti e incontri

Sono stati fatti una serie di incontri in varie regioni del Nord Italia per illustrare e confrontarci sul progetto:

1. 26 luglio a Reggio Emilia, riunione con rappresentanti di vari gruppi: Coop Proteo, ASPO, Solare Collettivo, Assoecoenergy, GAS.

2. settembre/ottobre, visita a Cooperative Elettriche piemontesi.

3. 17/18 ottobre Forni di Sopra -Friuli-, partecipazione all’Incontro annuale Cooperative e Consorzi Elettrici dell’Arco Alpino.

4. 20 novembre a Carmagnola –TO-, incontro con dei cittadini facenti capo al gruppo “Un Po di Sole”.

5. 27 novembre a Firenze, incontro con i rappresentanti dell’ASPO Italia di Firenze.

6. 29 novembre a Milano, partecipazione ad un incontro del gruppo COENERGIA.

Problematiche

L’idea di un'unica Cooperativa nazionale con una struttura centralizzata in Piemonte ha sollevato alcune perplessità nei presenti, dai quali è partita la richiesta di organizzare delle cooperative autonome nei vari siti dove potrebbero nascere i singoli impianti, collegando poi il tutto con una struttura sovra regionale in una forma ancora da definire, ma indicativamente consortile. La risposta principale a questa osservazione è che la creazione di un’unica struttura ammortizzerebbe i costi fissi (gestione manageriale, dipendenti, sicurezza, amministrazione, libri soci, ecc), dando a tutta l’operazione una connotazione maggiormente imprenditoriale.

Del resto è collegialmente riconosciuta la necessità di connotare in modo preciso il carattere locale degli impianti di produzione in modo da coinvolgere maggiormente sia le amministrazioni locali sia i possibili soci in loco. Questo lo si può fare ad esempio dividendo la gestione complessiva della cooperativa in Centri di Costo e Ricavo, con rendicontazioni separate inerenti ai singoli impianti delocalizzati, ai quali corrisponde un referente locale. In fase di definizione delle caratteristiche della futura Cooperativa Elettrica ci si impegna quindi a sottolineare e a strutturare formalmente questa modalità organizzativa, identificando formalmente i nuclei di produzione decentrati affidati a uno o più referenti locali e, se necessario, aprire delle sedi operative distaccate.

Operatività

Operativamente entro la fine dell’anno si intende fondare la Cooperativa che verrà diretta da Davide Burdisso ( presidente della Coop Proteo durante la realizzazione di “Adotta un Kw”) con l’aiuto di un Consiglio Direttivo composto dai promotori e da rappresentanti delle varie realtà che confluiranno nel progetto. Si prevede un periodo di un anno in cui ci si concentrerà sullo studio di tutte le problematiche tecniche, giuridiche, economiche inerenti allo scopo statutario della Cooperativa, e intanto si creeranno i presupposti pratici per dare il via ai primi impianti di produzione. Dopo questa fase di studio e di verifica si potrà cominciare a realizzare il progetto allargando quanto più possibile la base sociale.



COOPERATIVA ELETTRICA DI PRODUTTORI E UTILIZZATORI DI ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI: schema riassuntivo

1.Cooperativa di produzione e consumo

2. Forma di società per azioni (responsabilità dei soci limitata al capitale conferito) e quindi "aperta" a un numero potenzialmente elevato di soci

3.Gestione secondo logica di impresa (sostenibilità economica), nel rispetto della nostra "visione" (sostenibilità ideale)

4.La cooperativa individua un'area ritenuta idonea, ne acquisisce la disponibilità (contratto per costituire un diritto di superficie)

5.Finanzia, progetta, costruisce (o fa costruire) impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (tendenzialmente non troppo piccoli, non troppo grandi)

6.Gli impianti sono di proprietà della cooperativa

7.L'energia prodotta è distribuita attraverso la rete (contratto con Terna)

8.L'energia è consumata dai soci ovunque localizzati (a prezzi convenienti: mutualità)

9.I soci che acquistano energia possono essere sia famiglie sia imprese

10.Cooperativa a mutualità prevalente (benefici fiscali)

11.Due tipi di soci: cooperatori e finanziatori

12.I soci cooperatori ottengono il vantaggio mutualistico di utilizzare energia a prezzi convenienti

13.I soci finanziatori ottengono una remunerazione del capitale investito

14.Gli eventuali utili della cooperativa tendenzialmente sono reinvestiti per finanziare la sua crescita

15.I soci che ne abbiano voglia e tempo mettono a disposizione della cooperativa le loro competenze

16.Gli Enti Pubblici possono essere soci


Villafalletto 9/12/08 Marco Mariano



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martedì, dicembre 09, 2008

L'ossessione del PIL


Non abbiate paura, il PIL a cui faccio riferimento in questo articolo, non è quello evocato dal comico Albanese nella trasmissione “Che tempo che fa” ma, ovviamente, il Prodotto Interno Lordo, lo strumento di misurazione del benessere economico venerato dalle società contemporanee come dogma intoccabile.
Se il PIL non aumenta, la casta sacerdotale degli economisti si abbandona ad acute lamentazioni e i politici, sagrestani fedeli, si strappano i capelli lanciando fosche profezie sul futuro del genere umano. La parola recessione, cioè la diminuzione del PIL, è da costoro considerata alla stregua di una bestemmia e, come in questi giorni di acuta crisi economica, si riuniscono in febbrili riunioni per escogitare provvedimenti idonei a rilanciare produzione, investimenti e consumi.
Ma siamo proprio sicuri che il PIL rappresenti in maniera efficace il benessere umano e, soprattutto, che la sua continua crescita sia un evento auspicabile?
Ci aiutano in questa critica alcuni economisti non ortodossi, riuniti nell’ International Society for Ecological Economics, che hanno posto le basi teoriche per un’economia dello “stato stazionario”, che persegua uno “sviluppo sostenibile”. Tra i più famosi di questi economisti si può certamente annoverare Herman Daly, di cui consiglio la lettura del libro “Oltre la crescita”. Egli si rifà alla lezione degli economisti classici come John Stuart Mill, che già nel lontano 1857 aveva ipotizzato uno stato stazionario dell’economia, da lui inteso come una situazione di crescita zero della popolazione e dello stock di capitale fisico, ma con miglioramenti continui nella tecnologia e nell’etica. Tale lezione sarebbe poi stata ripudiata dagli economisti neoclassici in nome della crescita economica illimitata.

“Lo sviluppo sostenibile”, sostiene Daly, “è un termine che piace a tutti, ma il cui significato non è chiaro a nessuno. Il termine ha assunto il rilievo di un mantra”, … in seguito alla pubblicazione del Rapporto Bruntland delle Nazioni Unite nel 1987, che definiva il termine come “sviluppo che soddisfa le necessità del presente senza sacrificare la possibilità di soddisfare le necessità del futuro. Questa definizione, benché tutt’altro che vuota di contenuto, era sufficientemente vaga da permettere un ampio consenso”. Daly, cerca invece di fondare su solide basi concettuali ed analitiche il concetto di sviluppo sostenibile, che “richiede un cambiamento … di quale sia il rapporto tra le attività economiche degli esseri umani e il mondo naturale – un ecosistema che è finito, non crescente e materialmente chiuso. La condizione per lo sviluppo sostenibile è … che le richieste di tali attività nei confronti dell’ecosistema che le contiene, … vengano mantenute a livelli ecologicamente sostenibili. Questo cambiamento di visione comporta la sostituzione del modello economico dell’espansione quantitativa (crescita) con quello del miglioramento qualitativo (sviluppo)…”.
Una parte del libro è dedicata all’analisi della scala ottimale dell’economia. “Una condizione necessaria perché la scala dell’economia sia ottimale è che il volume della produzione, vale a dire il flusso che ha inizio con l’estrazione delle materie prime e prosegue con la loro conversione in beni e infine in output di scarto, si mantenga entro le capacità di assorbimento dell’ecosistema. L’intera idea di sviluppo sostenibile è che il sottosistema economico non debba crescere oltre la scala che può essere sostenuta dall’ecosistema che lo contiene”. Molto efficace è l’esempio della nave che rischia di affondare per uno squilibrio del carico. Riposizionando il carico in maniera corretta la nave si stabilizza, ma se si continua a riempirla in maniera equilibrata, a un certo punto affonda ugualmente. Un esempio di politiche economiche efficaci che tengano conto del fattore di scala ecologico è illustrata nel caso dei permessi di emissione trasferibili. La quantità dei diritti di emissione è stabilita in modo da non essere superiore alla capacità di assorbimento dell’ecosistema, “in altre parole, l’impatto di scala è limitato a un livello ritenuto ecologicamente sostenibile”. In secondo luogo i permessi vengono distribuiti e, infine, “dopo aver scelto collettivamente una scala ecologicamente sostenibile e una distribuzione iniziale ritenuta giusta da un punto di vista etico, si è nella posizione di consentire una riallocazione dei permessi attraverso un meccanismo di mercato fra gli individui interessati, nell’interesse dell’efficienza”.
Ma la parte più interessante dal punto di vista operativo è quella relativa alla critica del PIL e all’introduzione di strumenti economici in grado di eliminarne le sempre più evidenti distorsioni economiche, ambientali e sociali.
Nel libro “Un economia per il bene comune”, Daly aveva già costruito per gli Stati Uniti, insieme a John Cobb, un indice di benessere economico sostenibile (Index of Sustainable Economic Welfare) partendo dai consumi personali e apportando alcune modifiche per tener conto dell’incremento intervenuto nel grado di disuguaglianza della distribuzione del reddito, dell’impoverimento del capitale naturale, dell’aumento del debito estero, e di parecchi altri elementi ritenuti rilevanti per arrivare a una misura più veritiera del benessere economico e della sua sostenibilità. Lo studio rilevò che tra il 1950 e il 1970 il PIL e l’ISEW erano cresciuti insieme. Dai primi anni Settanta l’ISEW è rimasto invariato, declinando alquanto verso la fine degli anni Ottanta, mentre il PIL ha continuato a crescere durante tutto il periodo. In altre parole, non vi era evidenza scientifica che, a partire dal 1970 la crescita del PIL abbia accresciuto il benessere economico. Lo stesso Daly, però, pur ritenendo l’ISEW uno strumento di misurazione più corretto del PIL, non lo ritiene esente da difetti. “Se il PIL fosse una sigaretta, l’ISEW sarebbe una sigaretta con il filtro. Se si è schiavi delle misure numeriche del benessere, allora è meglio usare l’ISEW, ma non dovremmo esserne compiaciuti e dovremmo anzi cominciare ad abbandonarle” perché qualsiasi indice numerico di benessere è un espressione distorta della realtà e non la realtà stessa.
Daly perciò, dedica maggiore attenzione al modo di migliorare la misurazione del reddito e di come rendere il reddito nazionale netto una misura più accurata del reddito vero.
Secondo Daly, “Il reddito non è un concetto teorico preciso, ma piuttosto un’indicazione pratica della quantità massima che può essere consumata da una nazione senza che essa alla fine si impoverisca. Se consumassimo l’intero PIL non ci sarebbero più fondi con cui reintegrare i macchinari, gli edifici, le strade e così via man mano che essi vengono usurati. Per questa ragione sottraiamo gli ammortamenti e otteniamo il Prodotto Interno Netto (PIN). Ma potremmo davvero consumare solo il PIN anno dopo anno senza impoverirci? No, non potremmo perché la produzione del PIN richiede attività di supporto che non sono biofisicamente sostenibili, e la misurazione del PIN sovrastima perciò il massimo prodotto netto disponibile per il consumo. Il PIN non tiene conto dell’impoverimento del capitale rinnovabile naturale (foreste, zone di pesca e così via) e dell’esaurimento di scorte naturali non rinnovabili (petrolio, gas). Per rendere il PIN un’approssimazione più accurata del concetto di reddito, e una migliore guida a un comportamento prudente, sono necessarie due modifiche. La prima consiste semplicemente nell’estendere il principio dell’ammortamento anche al consumo degli stock di capitale naturale impoveriti dalle attività di produzione. La seconda consiste nel sottrarre le spese difensive o riparatrici, vale a dire quelle spese, altrimenti non desiderate, che divengono necessarie per difenderci dagli effetti collaterali della nostra produzione e del nostro consumo aggregati. Possiamo perciò definire il concetto di reddito così corretto, il “prodotto interno netto sociale sostenibile” (PINSS), come il prodotto interno netto (PIN) meno le spese difensive (SD) e l’ammortamento del capitale naturale (ACN). Pertanto: PINSS = PIN – SD – ACN.
Infine, Daly propone di rivedere i criteri della contabilità nazionale fondati sul PIL che, attualmente somma impropriamente fattori incongruenti, come servizi cioè benefici, produzione fisica cioè costi e l’accumulazione netta, cioè una variazione di stock e fondi. Nel primo termine non vengono conteggiati i servizi resi dagli ecosistemi naturali, l’ultimo termine, inteso come investimento netto, non include però “le variazioni negli stock e nei fondi di risorse naturali, quali la riduzione di stock geologici, l’interruzione di funzioni ambientali, o l’estinzione di fondi ecologici di altre specie dalle quali dipendiamo. L’esaurimento di minerali e il deprezzamento del capitale ecologico essenziale alla vita del pianeta e accumulato nel corso di millenni non viene sottratto nel calcolo delle variazioni degli stock e dei fondi, così come dal valore dei servizi correnti resi dai manufatti prodotti non viene sottratto il valore dei servizi delle funzioni ecologiche che vanno perdute nel medesimo periodo. Al contrario, lo sforzo di difenderci dagli effetti dell’inquinamento genera un’ulteriore domanda di beni e servizi, quindi si traduce in un aumento del PIL…. Che senso ha sommare queste grandezze fra loro incongruenti? Non è un po’ come se il contabile di un commerciante sommasse ricavi, spese e variazioni nell’inventario?”
Per superare questa impostazione assurda del PIL, propone perciò un diverso approccio che fornisca maggiori informazioni e migliori l’accuratezza della nostra percezione dei costi e dei benefici sociali. Invece di un unico conto (il PIL), occorrerebbe tenerne tre, uno per ciascuna delle grandezze fondamentali, cioè un conto dei benefici, un conto dei costi compresi quelli ambientali, un conto del capitale incluso quello naturale.
Terminata questa breve e certamente non esaustiva recensione, rimane da chiedersi se l’auspicabile adozione dei sistemi di valutazione dello sviluppo economico diversi dal PIL ipotizzati dagli economisti ecologisti, possa essere sufficiente a modificare la tendenza del genere umano a consumare e dissipare le risorse naturali al fine di accrescere la propria ricchezza economica. Temo di no. Forse gli economisti classici hanno adottato uno strumento di valutazione rozzo come il PIL, non per misurare realmente qualcosa, ma solo per giustificare a posteriori un modello di sviluppo insostenibile.

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lunedì, dicembre 08, 2008

Il picco delle castagne


Un castagno di Caprese Michelangelo, sull'Appennino Toscano. La produzione di castagne è stata falcidiata quest'anno dalla siccità, a sua volta uno dei sintomi del riscaldamento globale.



Tempo fa, mi è capitato di chiaccherare in treno con un signore anziano che mi ha detto che abitava in montagna. Non sapeva nulla del riscaldamento globale, ma mi raccontava che negli ultimi anni aveva dovuto accendere molto meno il caminetto in inverno. Si ricordava bene che quando era piccolo era molto più freddo dalle sue parti. Nel complesso, giudicava questo un fatto positivo perché c'era bisogno di meno legna. Però, mi è parso di notare in lui anche un'oscura preoccupazione che ci fosse qualcosa che non andava nel mondo.

In inverno, i blog sono pieni di gente che dice, "Oddio che freddo, allora la storia del riscaldamento globale è una bufala!". In estate, invece, leggiamo: "Oddio che caldo, ma allora è vera la storia del riscaldamento globale!" Ma, ovviamente, qualche giorno di caldo o qualche giorno di freddo non significano niente.

Quello che conta è la tendenza media. Questa la possiamo capire in tanti modi. Per esempio, quel signore che ho incontrato in treno aveva tutta una vita da ricordarsi e poteva fare una comparazione abbastanza significativa in termini della legna che usava per il caminetto ogni anno. Poi ci sono i dati sui ghiacciai che si sciolgono. In effetti, i ghiacciai hanno una "memoria" del clima che li rende un'indicazione molto significativa del riscaldamento in atto.

Mi sono spesso domandato se ci fosse qualche cosa che ci può dare un idea "tangibile" del riscaldamento globale, al di là delle sensazioni effimere ("che caldo che fa oggi") e in aggiunta a fenomeni, come lo scioglimento dei ghiacciai, che la maggior parte di noi possono vedere solo in fotografia. Mi è parso di trovare una cosa del genere in una recente visita a Caprese Michelangelo; paese sull'Appennino Toscano.

A Caprese mi hanno raccontato che la produzione "normale" di castagne negli ultimi decenni era sempre intorno a 2500 quintali all'anno. L'anno scorso è stata di 1400 quintali. Quest'anno, 300. Alla festa della castagna di quest'anno hanno dovuto comprare castagne da fuori; cosa che hanno considerato un'umiliazione. Caprese non è un caso isolato. Mi risulta che tutta la produzione di castagne di quest'anno sia stata un disastro; al punto che si riferiscono furti di balle di castagne. Una cosa che non si ricordava più dal tempo delle carestie dell'800.

Cosa è successo? L'opinione generale a Caprese è che i castagni sono in sofferenza a causa della siccità. E' un effetto del riscaldamento globale? Quasi certamente si, dato che tutti i modelli che abbiamo ci dicono che il riscaldamento globale ha un'influenza sul clima che si manifesta con la siccità nella zona del bacino del Mediterraneo. Bisogna comunque fare attenzione a parlare di "causa" ed "effetto" quando abbiamo a che fare con sistemi complessi come lo è, appunto, il clima. Può darsi che ci siano altri elementi, in aggiunta alla siccità, che hanno mandato in sofferenza i castagni dell'Appennino. Ma possiamo ragionevolmente parlare di una correlazione fra il riscaldamento globale e la perdita di produttività dei castagneti. Sembrerebbe allora che i castagneti potrebbero essere un altro "canarino della miniera" che - come i ghiacciai - ci dice che tutto l'ecosistema sta andando in sofferenza.

Fa impressione pensare che se il crollo della produzione delle castagne fosse avvenuto un secolo fa o poco più, a Caprese oggi la gente farebbe la fame. In effetti, le comunità montane sono sempre state quelle più sensibili alle carestie. In Italia, periodiche carestie montane sono perdurate fino all'800 mentre, in pianura, erano state debellate molto prima. La vita dei montanari era notoriamente più difficile, più insicura e più povera di quella dei contadini. Probabilmente, la ragione stava non tanto nel fatto che la coltivazione del grano era più efficiente di quella delle castagne. Era perché in pianura la rete di trasporto fluviale, e poi la ferrovia, permettevano di distribuire i prodotti dell'agricoltura in modo da compensare le variazioni di produzione locale. Questo non si poteva fare in montagna, dove non arrivavano chiatte o treni. Trasportare il grano con carretti a cavalli non è possibile per più di una cinquantina di chilometri e anche meno in montagna; altrimenti bisogna dar da mangiare ai cavalli più cibo di quanto non ne possano trasportare. Un'altra manifestazione del concetto di "bilancio energetico".

Tutto questo ci fa capire quanto siamo vulnerabili oggi. Immaginatevi di dover fare a meno del gasolio per i TIR che portano le derrate alimentari, dell'energia elettrica per gestire i canali di irrigazione, di tutte quelle cose che si usano in agricoltura e che non possono esistere. La nostra situazione non sarebbe migliore di quella dei montanari dell'800 che si aspettavano una carestia ogni tanto come un fatto della vita. Se a tutto questo aggiungiamo il danno all'agricoltura dovuto al riscaldamento globale, beh, è un pensiero che fa paura.

Questo tipo di ragionamento è quello che ci ha portato a creare RAMSES, un veicolo agricolo che non usa combustibili fossili. E' un passo nella giusta direzione, ma non basta certo da solo per risolvere il problema.

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Cosa sono andato a fare a Caprese Michelangelo? Beh, è un posto molto ventoso...... :-)


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domenica, dicembre 07, 2008

Ambiente: perché sono scettici i politici italiani




created by Silvano Molfese


Mi ricollego agli interventi del luglio 2007 scritti da Ugo Bardi: “Perché i politici sono ignoranti” e “L’Onorevole e lo Scienziato”. All’epoca Bardi evidenziava che … “Appena mi sono alzato per parlare, il sindaco ha salutato e se n’è andato.” e più avanti sottolineava che anche ad altri relatori capitava la stessa cosa.
Tempo fa sentii la seguente definizione: “il politico organizza bisogni manifesti”.

(Se questo è il compito dei politici si capisce l’attenzione degli imprenditori, degli stessi politici, ecc., sugli assetti proprietari di televisioni e giornali e sull’informazione in generale).

Se poi il politico capisce di scienza ben venga, soprattutto in una società sempre più complessa ed interdipendente; forse sarà anche più apprezzato dagli scienziati e dai tecnici; in questo caso è anche vero che il politico saprebbe valutare le qualità del suo interlocutore scientifico. Certo è maleducazione andarsene quando il professore inizia a parlare ma … fa parte del gioco.

Mi spiego. Rimanere ad ascoltare significherebbe in qualche modo avallare l’apporto del mondo scientifico e tecnico, oggi ritenuto sempre più necessario ma, ahinoi, talvolta sempre più ingombrante ed onnipresente nella vita quotidiana.

A mio avviso c’è l’aspetto relazionale di cui si deve tener conto; se ricordo bene il prof. Francesco Guadalupi scriveva :”Il potere di chi ha potere è inversamente proporzionale alla cultura di chi non ha potere”.
In questo caso lo scienziato concentra su di sé l’attenzione della platea rubandola al politico che negli ultimi anni si è abituato a ricoprire il ruolo di primadonna, anche per la presenza dei media. I politici forse saranno pure ignoranti ma fessi proprio no!
(In TV sentii dire che gli imprenditori governano, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione.)

In Italia sono stati fatti notevoli passi avanti da parte degli scienziati e dei tecnici sotto l’aspetto comunicativo; gli sforzi fatti per adeguare il linguaggio alla platea nonché i mezzi utilizzati negli incontri (come il videoproiettore) sono molto efficaci: il pubblico è calamitato dal “relatore tecnico”.
Al politico tradizionale è rimasta la comunicazione verbale e gestuale: se parla troppo la gente si stanca! In questo modo i politici si sentono espropriati dal professore di turno e si comprende perché molto spesso, come scrive Bardi, “i politici, semplicemente, non stanno a sentire le relazioni tecniche.”

La questione di sostanza è perché in Italia sono state fatte certe scelte energetiche ed ambientali e perché è mancato il coraggio di farne altre.
Innanzitutto ho la sensazione che ci sia una diversa la sensibilità degli italiani sulle questioni ambientali: più accentuata al Nord rispetto al Sud.
La tragedia del Vajont (9 ottobre 1963) ed il disastro di Seveso (10 luglio 1976), hanno lasciato un segno indelebile nelle popolazioni delle regioni italiane altamente industrializzate.

Nel Vajont i morti accertati furono quasi 2000! I costi umani ed economici dell’energia idroelettrica furono senz’altro confrontati con quelli del petrolio.
I progettisti della diga del Vajont, che lavoravano per la società SADE, coinvolsero nella franosa operazione produttiva i politici. Li usarono come scudo per portare a termine la costruzione della diga.
In seguito il ceto politico ha tenuto bene a mente quello che era successo con la diga del Vajont. (Tutta la vicenda è stata descritta lucidamente da Tina Merlin nel libro “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont.”)



Il disastro antropogenico del Vajont: 9 ottobre 1963 (Nella foto il fotografo Giuseppe Zanfron da www.vajont.net)


Negli stessi anni il mondo politico ed industriale italiano toccò con mano sia la notevole disponibilità energetica e sia i bassi costi di petrolio e metano parte dei quali estratti anche in Italia: si era nella fase iniziale dello sfruttamento dei pozzi petroliferi e metaniferi nostrani. Sembrava che tutto dovesse procedere per il meglio riguardo agli approvvigionamenti energetici.
Sotto la guida di Enrico Mattei il gruppo dirigente dell’ENI ottenne un riconoscimento internazionale. Il carisma di Mattei ha pesato, e pesa tuttora come un macigno, su gran parte dell’ apparato dirigente dell’ENI; oggi invece, in una fase di acclarata scarsità di risorse petrolifere, anziché investire capitali (umani e non) nella ricerca di energie rinnovabili, una buona fetta dei dirigenti ENI pensa ancora alla ricerca di nuovi pozzi petroliferi.

Quando ci fu l’incidente nucleare di Chernobyl si parlò diffusamente delle questioni energetiche ed ambientali sensibilizzando cosi tutti gli italiani.
Purtroppo il movimento ambientalista italiano, oserei dire la coscienza ambientale degli italiani, paradossalmente, paga lo scotto della schiacciante vittoria elettorale dei no al nucleare del 1987.
Ricordo che in seguito all’ incidente della centrale termonucleare di Chernobyl ci fu un bombardamento mediatico, quasi un quotidiano bollettino di guerra, sulle dosi di radiazioni regione per regione.
Da allora cominciò la dismissione del nanerottolo nucleare italiano.
Poi scoprimmo che la confinante Francia produceva elettricità a tutta birra con le sue numerose centrali termonucleari; ma c’è di più: i francesi ci fornivano, e forniscono tuttora, una quota di energia elettrica prodotta dal nucleare.
Una doppia coltellata alla schiena per il nostro sentimento ambientale.

Oltre alle distrazioni indotte più o meno ad arte nei cittadini, in Italia si vendono qualcosa come due milioni (?) di copie di quotidiani sportivi a cui si devono aggiungere le numerose pagine calcistiche degli altri giornali, credo che contino anche altri fattori.
Gli studi e le ricerche sul clima nonché le relazioni causa – effetto tra clima ed apporti antropici di gas ad effetto serra, sono relativamente recenti e quindi sono stati accettati dalla gran parte della comunità scientifica internazionale da poco tempo.
C’è anche chi cerca di credere a ciò che fa comodo; sentir dire da un isolato ricercatore che non c’è alcun problema di riscaldamento del pianeta è rassicurante per il comune cittadino. Con qualche vetrocamera in più possiamo procedere come prima: è un’ancora di salvezza in un mondo che cambia cosi velocemente.

Entrano in gioco anche altri elementi. Tempo addietro presentai su una TV locale il libro “Economia all’idrogeno” dell’ economista Rifkin per poi scoprire su un libro di chimica che nelle pile a combustibile “A furia di pompare gas dentro e fuori, il metallo diventa friabile e col tempo si riduce in polvere. Inoltre se nella lega entra umidità, anche solo in quantità minima, la sua capacità di immagazzinare idrogeno si riduce drasticamente”
(J. Emsley 1999. Molecole in mostra. Edizioni Dedalo, pag. 266).
Anche in buona fede può capitare di farsi promotori di tecnologie che non potranno avere alcun risvolto pratico prima di tre, quattro lustri o forse mai. Vale la pena attenersi al decalogo antibufala di Aspo Italia.

Ci sono anche quelli come U. Veronesi che fanno dichiarazioni molto superficiali se non addirittura false. Umberto Veronesi e il nucleare (giovedì, 29 maggio 2008, scritto da Terenzio Longobardi su questo sito); Inceneritori sicuri o no. (Pubblicato sabato 10 maggio 2008 su http//mondoelettrico.blogspot.com).

Il paradigma della crescita infinita

Negli appalti pubblici la parcella che tocca al progettista va a percentuale: quanto più elevato è l’importo dell’opera da realizzare tanto maggiore sarà il guadagno per il professionista.
Un’ampia fetta dell’apparato tecnico ha condiviso le scelte politiche relative alla costruzione di tanti inutili ponti, strade e centri commerciali.

Si pensi alle gare d’appalto per la costruzione di un’opera pubblica; per esempio il comune prevedeva nel capitolato anche il costo che la ditta vincitrice dell’appalto avrebbe sostenuto per l’acquisto di un’auto; questa macchina era poi affidata dalla ditta vincitrice della gara al tecnico comunale preposto al collaudo dell’opera pubblica. Insomma un intricato groviglio di interessi.

Riporto ciò che mi è stato riferito o che ho sentito con le mie orecchie.

Qualche anno addietro un pensionato chiede lumi sui pannelli solari per ottenere acqua calda ad un ingegnere delle ferrovie (è pur sempre un laureato in ingegneria) al ché “l’esperto” risponde più o meno così: il solare … dottore stiamo con i piedi per terra!
Un ingegnere un paio di anni fa, sentendo parlare di effetto serra prodotto da biossido di carbonio (CO2 ) , ozono (O3 ) ecc. ebbe a dire: però mi sa che fanno da mantello protettivo, fanno da isolante.

E siccome il politico sente tante campane così contraddittorie, per non sbagliare, continua a promuovere centrali termoelettriche che usano combustibili fossili o peggio, senza considerare che l’uranio è una risorsa limitata, fa degli entusiastici proclami a favore del nucleare come se fosse la panacea a tutti i problemi energetici.

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sabato, dicembre 06, 2008

E' tutta una bufala?


"E se la più grave crisi dai tempi della Grande Depressione fosse soltanto una creazione dei media: una sorta di diluvio universale senza la pioggia?" Inizia così un articolo controcorrente del Corriere della Sera dal titolo “Shopping record nell’America in crisi”, che mette in dubbio, con un argomento abbastanza solido, la propensione alla spesa degli americani, l’allarme catastrofista degli economisti, amplificato dai media mondiali, in merito alle conseguenze della crisi finanziaria partita negli Stati Uniti con la vicenda dei mutui subprime e allargatasi a macchia d’olio all’intero sistema economico mondiale. Che dire? Forse una parte di verità c’è in tutto questo. Anche da noi, in giro non si avvertono grossi cambiamenti rispetto alle abitudini e agli stili di vita degli italiani. Anche se conosco molte persone che si sono fatte abbastanza male, economicamente parlando, con la svalutazione di investimenti in borsa evidentemente infetti. Complessivamente, si avverte un clima di sfiducia ed incertezza nei consumatori che forse, più di un effettivo impoverimento, alimenta tendenze recessive. Infatti, qualcuno comincia a introdurre elementi di ottimismo, evidentemente per incoraggiare i comportamenti consumistici e la ripresa della spesa delle famiglie. In quest’altro articolo del Sole 24 Ore, “Dal calo dei costi energetici risparmi per 3000 euro a famiglia”, il Ministro Scaiola illustra i vantaggi economici per i cittadini italiani conseguenti al calo dei prezzi delle materie prime, in primis il petrolio. "Beh, con 3000 euro a disposizione, una bella vacanza ad Ortisei, me la potrei anche permettere", penserà il Sig. Rossi, tornando a casa dopo una giornata di lavoro.

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venerdì, dicembre 05, 2008

Cthulhu contro il risparmio energetico


Cthulhu: il progenitore dei malvagi "Grandi Antichi" nella cosmogonia fantastica dello scrittore dell'orrore H.P. Lovecraft.

In un post precedente intitolato "Cthulhu contro il fotovoltaico" avevo ragionato che certi provvedimenti legislativi che si sono visti ultimamente in Italia sembrano opera non di esseri umani, ma di creature di superiore malvagità tipo, appunto, Cthulhu in persona. Sembrerebbe che, per fortuna, le interpretazioni peggiori che avevo dato in quel post non fossero giustificate e che il provvedimento sul fotovoltaico che criticavo si riduca soltanto a un'inutile perdita di tempo per gli utenti. In questi giorni, tuttavia, Cthulhu si rifà vivo con un nuovo provvedimento che, in effetti, non sembrerebbe spiegabile come opera di normali esseri umani. Si tratta della della norma che rende più difficile (in pratica impossibile) ottenere sgravi fiscali per gli interventi di risparmio ed efficienza energetica sugli edifici. La norma è stata definita correttamente una "picconata" su "Repubblica"

Ho detto più di una volta di essere contrario agli incentivi "a pioggia". A mio parere, ci si dovrebbe limitare a sostenere soltanto poche tecnologie importanti per il futuro che, altrimenti, stenterebbero oggi a svilupparsi; è il caso del fotovoltaico. Per tecnologie che già danno buoni risultati in termini economici, come gli interventi sul risparmio energetico, perché dovremmo dare incentivi? Si rischia di finanziare interventi inutili, si crea una dipendenza del mercato e poi, come succede oggi, se si cambiano le regole si fanno dei grossi danni. In più, spesso la burocrazia associata agli incentivi agisce come una efficace barriera agli internventi che - teoricamente - gli incentivi dovrebbero favorire.

In questo caso, comunque, gli sgravi fiscali sugli interventi di risparmio energetico erano stati fatti e avevano creato un mercato e messo in moto delle forze economiche di una certa entità. Se il governo riteneva di aver esagerato con gli sgravi, l'intervento andava fatto con un minimo di gradualità per non danneggiare un settore economico esistente e scoraggiare gli investimenti. Non ci mancava altro che creare una nuova crisi!

Come minimo, avrebbero potuto dire, "scusate, non ci sono più soldi, da oggi gli sgravi li riduciamo gradualmente; con l'idea di abolirli fra x anni". Così uno faceva i suoi conti e poteva decidere se fare gli interventi o no. No. invece hanno usato la piena logica Cthulhiana lasciando tutto nell'incertezza e dicendo: "Gli sgravi ci sono ancora, però dovete fare domanda all'Agenzia delle Entrate. Ah....incidentalmente, la domanda ve la possiamo rifiutare senza nemmeno dovervi spiegare perché"

Bene; ammesso che uno abbia voglia di provare a presentare la domanda per gli sgravi, dalla mia esperienza precedente con l'Agenzia delle Entrate mi vedo già lunghe code agli sportelli, moduli incomprensibili, istruzioni incomplete e impiegati incompetenti. Una meravigliosa prospettiva di perdere giornate intere senza nessuna garanzia di successo. Un modo perfetto di scoraggiare gli investimenti in questo settore.

Cthulhu, in silenzio, lavora contro di noi.


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Ah.... visto che sono a parlare dell'Agenzia delle Entrate, vi passo un raccontino di una cosa che mi è successa proprio stamattina. Vi dovrebbe dare una buona idea dell'efficienza di questo ente al quale dovremmo rivolgerci per avere l'approvazione/disapprovazione (silenziosa) della richiesta di sgravi per il risparmio energetico.

L'altro giorno mi è arrivata una lettera quasi completamente incomprensibile
dall'agenzia, ma dalla quale si evinceva che che io e mio padre dovevamo pagare xy dovuti + multa di cento euro + altre cose strane in relazione alla dichiarazione di successione per la morte di mia madre. La lettera specificava che la cifra è dovuta "in solido", cosa che ha molto spaventato mio padre che non aveva capito cosa vuol dire "in solido".

Premsso che cosa voglia dire "in solido" non lo sapevo nemmeno io, sono stato stamattina all'Agenzia per cercare di capire cosa volevano. Riporto più o meno il dialogo che si è svolto poche ore fa.

Funzionario: Caro signore, lei non ha pagato la cifra dovuta al rigo X della pagina Y della dichiarazione di successione.
Io: Ma avevo fatto vedere la dichiarazione al vostro impiegato allo sportello e lui mi aveva detto che non bisognava pagarla.
F: Sa, allo sportello sono ragazzi, queste cose non le sanno.
I: Allora la dovrebbero pagare loro la multa di cento euro.
F. (sorride) He, he........


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giovedì, dicembre 04, 2008

Deficienza energetica




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DEFICIENZA ENERGETICA

Lo stesso governo che ha fatto della lotta ai fannulloni nella Pubblica Amministrazione un suo costante e assillante cavallo di battaglia, ha ora introdotto una norma fantastica per consentire ai fannulloni di non lavorare restando assolti, anzi venendo probabilmente lodati dai propri capi. Come interpretare altrimenti la norma che introduce il "silenzio-rifiuto"? Tu fai domanda chiedendo uno sgravio fiscale, loro non ti rispondono entro 30 giorni e così risparmiano i soldi. Geniale, no?

Ora, una simile norma potrebbe essere considerata solo una delle centinaia di bizzarie burocratiche che costellano la nostra legislazione, se non fosse che si applica ad una cosa tremendamente seria, quale è la regolamentazione degli sgravi del 55% sugli interventi per l'efficienza energetica degli edifici.

In questo modo si passa da un automatismo virtuoso, che ha permesso a oltre duecentomila famiglie di migliorare l'efficienza dei propri edifici - e quindi ha dato un buon contributo alla riduzione del nostro fabbisogno energetico, a vantaggio di tutti - a una procedura aleatoria. Probabilmente anche ridando fiato alla storica tendenza all'intervento edilizio "in nero", tanto più semplice e meno burocratico.

E non è finita, perché la nuova norma ha anche un effetto retroattivo * su tutti gli interventi effettuati nel 2008. Cosicché un povero cristo che avesse cambiato le finestre o montato un pannello termico sperando di rientrare di buona parte dell'investimento, si troverà magari "silenziosamente rifiutata" la nuova domanda che dovrà fare.
Forse più delle roboanti e irresponsabili dichiarazioni del presidente del consiglio sull'impossibilità di rispettare gli impegni del piano europeo 20.20.20, sono "piccole" modifiche normative come questa che spiegano quanto i nostri governanti siano strutturalmente incapaci di capire la crisi energetica e di indicare una strada realistica per uscirne, quanto siano avvinghiati in un'ottica di breve periodo, nella quale l'unica cosa che conta è raggranellare un po' di risorse per finanziare qualche intervento mediaticamente visibile, quale che sia la sua efficacia.
* retroattività non più valida

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mercoledì, dicembre 03, 2008

Caravan petrol


Una famosa, quanto divertente canzone di Renato Carosone degli anni ‘50 recitava “Comme ‘si curiuso mentre scav’ stu purtuso, sient a mme che nun’è cosa, cà o’ petrolio nun ce stà "(Trad. Come sei strano mentre scavi questo pozzo, qua il petrolio non c’è proprio).
Carosone anticipa di quasi sessant’anni le conclusioni del Ceo di Total, Cristophe de Margerie, che nell’intervista del Sole 24 Ore “Petrolio, prezzi troppo bassi” fa un’analisi accurata dell’attuale fase economica e delle cause che hanno determinato il crollo delle quotazioni petrolifere. A parte una valutazione un po’ azzardata sull’entità delle risorse, secondo lui disponibili ancora per cento anni (sic!), De Margerie fa affermazioni condivisibili in quanto sostiene correttamente che i prezzi troppo bassi, da una parte scoraggino gli investimenti, in quanto il costo attuale di estrazione è attualmente collocabile intorno agli 80 – 90 dollari al barile, dall’altra, rischino di innescare una nuova spirale vorticosa di aumenti dei prezzi, quando il sistema economico mondiale uscirà dalla recessione che ne ha determinato il crollo e la situazione cronica di difficoltà dell’offerta rispetto alla domanda riprenderà il sopravvento nel determinare l’evoluzione delle quotazioni.
D’altra parte, è notizia di questi giorni che l’Opec ha deciso di non ridurre la produzione di greggio per fermare il calo dei prezzi (che dopo questa decisione sono ritornati sotto i 50 dollari al barile), con l’obiettivo apparente di frenare la recessione mondiale in corso. Nell’articolo “Il greggio sarà ancora al ribasso” dell’inserto “Affari & Finanza” della Repubblica, si riferisce di un’analisi dello sceicco Zaki Yamani che prevede questo orientamento del mercato e la strategia dell’Opec.

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martedì, dicembre 02, 2008

Della privatizzazione del pubblico e della statalizzazione del privato



"Persistenza della memoria" - Salvador Dalì, 1931
(New York, Museum of Modern Art )


Nel giro di pochi mesi siamo diventati spettatori (e attori) di eventi molto particolari, che segnano il passo degli importantissimi cambiamenti che stiamo vivendo e ancora vivremo.
Chi avrebbe mai immaginato che i liberissimi liberisti USA sarebbero sprofondati in una crisi economica e finanziaria, tale da rendere necessari interventi statali per soccorrere i colossi del credito? Noi peakoilers qualche sospetto ce l'avevamo, comunque la cosa è sorprendente in sè e non soltanto per l'accuratezza della previsione.

Il nostro ministro Brunetta sta facendo un grosso lavoro per stanare i cosidetti "fannulloni" statali, assenteisti e personaggi simili; qualche risultato pare che lo stia ottenendo. E' pur vero che in ogni azione coercitiva e di controllo si possono generare effetti collaterali, specie se non si pondera bene la cosa e non la si dosa in modo equilibrato: demotivazione di persone valide, "ripicche" di fannulloni nati che si sforzano di fare ancora peggio, ulteriori divisioni eccetera. Ma è altrettanto vero che ci sono situazioni completamente fuori da ogni regola di buon senso.
Queste evoluzioni possono essere lette in chiave energetica. Il peak oil sta creando notevoli difficoltà a imprese sia industriali che finanziarie, specialmente multinazionali. PIL bassissimi o negativi, riduzione di trasporti e consumi comportano necessariamente difficoltà nei bilanci, pesanti ristrutturazioni e fallimenti. Per evitare tracolli ecco che gli Stati decidono di "salvare" questi giganti dai piedi di argilla.

Ma anche le strutture statali, che fino a poco tempo fa erano il simbolo della stabilità e dell'immobilismo, cominciano a vacillare. L'ipertrofia, che nel privato si manifesta come sovraproduzione, nel pubblico è legata a una sovrabbondanza di servizi, fino al punto di arrivare all'inutilità e ai doppioni. Corsi universitari che nascono come funghi (con magari 1 solo studente iscritto...), comunità montane dai ruoli controversi, pubblico registro automobilistico con una "copia" di se stesso...

Se c'è una cosa che forse possiamo imparare da tutto questo è che non esiste una bacchetta magica, con buona pace per i tifosi del "capitalismo" e per quelli dello "statalismo". Il futuro si sta prospettando come un mix in cui le imprese dovranno sempre più essere orientate dagli Stati, e gli Stati dovranno arrivare ad essere efficienti prendendo esempio dalle aziende. Dobbiamo cercare una convergenza, non uno sterile muro contro muro.

Il tempo fluisce e ci dà la possibilità di cambiare. Se non assecondiamo questo, per lui poco conta, si occuperà personalmente dei cambiamenti, nostro malgrado.

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