lunedì, gennaio 29, 2007

Il Dilemma dell'Onnivoro

In un post precedente, avevo esaminato l’importanza dei combustibili fossili nell’industria alimentare commentando il libro di Dale Allen Pfeiffer “Mangiando Combustibili Fossili”. Un altro libro recente su questo argomento è “Il Dilemma dell’Onnivoro” di Michael Pollan (The Omnivore’s Dilemma, Bloomsbury 2006) che esamina l'industria alimentare americana.

Per la verità, Pollan non menziona quasi mai i combustibili fossili in questo suo esame delle abitudini alimentari dei suoi concittadini. Pollan non è un “picchista” e non sembra essere nemmeno sfiorato dall’idea che il ciclo planetario dei combustibili fossili potrebbe essere ormai prossimo a quel “ritorno” che ci riporterà, volenti o nolenti, a un mondo che dovrà imparare a farne a meno.

Ma per chi ha chiara la situazione planetaria dei combustibili fossili, la lettura del libro di Pollan è semplicemente agghiacciante. La parte più agghiacciante di tutte è la prima sezione, dove si esamina l’industria (ormai non si può più chiamarla “agricoltura”) della coltivazione del mais (“corn”) negli Stati Uniti.

Che l’America sia oggi il “granaio dell’umanità”, e lo sia stata per molti anni, è cosa abbastanza nota. Questa capacità degli Stati Uniti di esportare grano e – soprattutto – mais in tutto il mondo viene spesso vista come un’ulteriore riprova della superiorità del sistema economico americano. E’ vero, si dice, che gli americani consumano una quantità sproporzionata di risorse mondiali rispetto alla loro popolazione, ma è anche vero che con queste risorse producono più di tutti gli altri paesi del mondo e danno anche da mangiare a tutti.

Ma c’è qualche problema in questa immagine di una cornucopia senza fine di cibo che esce dai campi del Midwest americano. La fantastica resa delle coltivazioni di mais è stata ottenuta a un prezzo; e questo prezzo è stato pagato con una cambiale in combustibili fossili. Adesso, l’assegno sta ritornando per l’incasso e potremmo scoprire che il conto è scoperto.

Il libro di Pollan si legge quasi come un romanzo dell’orrore quando descrive come, all’inizio del ventesimo secolo, gli agricoltori americani coltivavano la ricca terra lasciata loro dalle immense praterie non toccate da mani umane. Lo strato di humus fertile era allora circa quattro piedi (circa 120 cm), ma adesso si è ridotto a meno di due piedi (60 cm). In natura, per fare un centimetro di humus fertile ci vogliono circa due secoli. In un secolo, i coltivatori americani hanno distrutto quello che la natura aveva impiegato migliaia di anni a creare. Non solo, mentre l’humus di una volta era una ricca mistura di nutrienti che potevano far crescere qualsiasi pianta, quello che è rimasto è una polvere grigia che non genererebbe niente se non fosse caricata tutti gli anni con quantità crescenti di fertilizzanti artificiali.

Fa impressione leggere come tutto questo è avvenuto in pochi decenni. Fino agli anni ’80, circa, l’agricoltura del Midwest era ancora qualcosa che somigliava a quello che noi pensiamo debba essere l’agricoltura: c’erano fattorie, animali, terreni di diversa natura che venivano coltivati in modo diverso. Tutto è sparito da quando il governo Nixon ha deciso che l’agricoltura non doveva essere considerata niente di diverso dagli altri settori dell’economia. La perversità di questa azione merita di essere descritta in dettaglio.

Esistevano fino agli anni '80 in America meccanismi economici che servivano per evitare la sovraproduzione di mais. Il governo dava un sussidio all'agricoltore in proporzione al mais stoccato nei silos. Con i silos ben pieni, l'agricoltore non aveva incentivi a produrre ulteriore mais e poteva produrre altre cose. Ma dagli anni '80, il governo paga agli agricoltori un minimo garantito per ogni "bushel" di mais messo sul mercato. Quindi, l'incentivo per l'agricoltore è di produrre sempre di più. Inoltre, il minimo viene ridotto tutti gli anni, cosicché gli agricoltori si trovano in una spirale perversa in cui devono produrre sempre di più per guadagnare sempre meno. Questo ha generato la corsa ai fertilizzanti, alle specie ingegnerizzate, ai semi prodotti dall'industria chimica, alla distruzione di tutte le attività che non fossero piantare mais; alla sparizione dalla superficie della terra di ogni forma vivente che non fosse mais, con l’eccezione dell’occasionale agricoltore alla guida del suo trattore.

Per un industria, incentivi a produrre sempre di più possono anche essere una cosa buona, ma ci sono limiti a quello che l'agricoltura può fare. Un'industria può rinnovare il proprio macchinario ogni anno, ma la produzione di una monocultura intensiva a lungo andare distrugge l'humus fertile che non si può rimpiazzare. Inoltre, il mais messo sul mercato comunque e a qualsiasi costo, riduce i prezzi a un livello tale che viene svenduto per usi folli e sciagurati come la "stufa a mais" e l'etanolo per autotrazione.

Oggi, la pianta di mais è un’officina dove si trasformano combustibili fossili in proteine e carboidrati. La produzione è dipendente dalla disponibilità di pesticidi e di specie di mais ingegnerizzate; semi che non possono riprodursi in natura, ma che devono essere continuamente forniti dall’industria chimica che li crea. Se mai c’è stata un’industria insostenibile, l’agricoltura americana ne è l’esempio perfetto. Se dovessero cominciare a mancare i fertilizzanti prodotti dai combustibili fossili, tutto il midwest americano si trasformerebbe in pochi anni in una distesa sterile di polvere grigia che le piogge spazzerebbero via in pochi anni. Da li’, il sistema di “fast food” americano, tutto basato sul mais a basso prezzo, scomparirebbe anche quello. Le conseguenze......, non stiamo a parlarne; meglio non pensarci sopra nemmeno.

Dal punto di vista europeo e italiano, la corsa alla iperproduzione americana ha, in un certo senso, protetto la nostra agricoltura. Certe aree della pianura padana che hanno adottato il mais americano, ma qui da noi non vediamo ovunque l’invasione delle monoculture che distruggono tutto il resto. Abbiamo ancora boschi e fattorie che producono agricoltura di una certa qualità D’altra parte, la resa della nostra agricoltura in termini di capacità di produrre cibo è insufficiente. L’agricoltura nazionale non è mai riuscita a sostentare più di circa 20-25 milioni di persone. Se non importassimo cereali dall’estero, e in particolare dagli Stati Uniti, come potremmo dar da mangiare ai 60 milioni di abitanti attuali della penisola? E cosa succederebbe se gli Stati Uniti decidessero di utilizzare il loro mais per fare etanolo per le loro automobili? Cosa succederebbe se la loro produzione agricola crollasse a causa dell'erosione e della mancanza di fertilizzanti? Anche su questo punto, meglio non pensarci troppo sopra.


In questo commento ho esaminato solo la prima parte del libro di Pollan, che tuttavia merita di essere letto per intero. E' un esame generale delle abitudini alimentari moderne e della struttura dell'industria alimentare che va dagli allevamenti intensivi di pollame fino alle abitudini di quelli che ancora cercano di vivere di caccia, pesca e raccolta. Da notare che Pollan racconta di aver chiesto di poter visitare un mattatoio, ma il permesso gli è stato negato dai gestori. Un'altra delle tante contraddizioni del nostro mondo che ci fa vedere in mondovisione l'impiccagione di Saddam Hussein ma si vergogna di farci sapere da dove vengono gli hamburger che mangiamo.


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2 commenti:

Mario ha detto...

Da aggiungere che in molte zone degli Stati Uniti stanno sfruttando intensamente falde acquifere "fossili" cioè non rinnovabili alla velocità con le quali sono attualmente utilizzate.

Anonimo ha detto...

ho letto anche un altro libro bellissimo sull'argomento:TOXIC di William Reymond
http://www.nuovimondi.info/Article2269.html