domenica, gennaio 21, 2007

La ritirata dei negazionisti

E' uscito su "Libero" del 18 Gennaio un articolo a firma di Antonio Martino intitolato "L’effetto serra: tante bufale inventate." Il testo è riportato più sotto, preso dal sito dell' Istituto Bruno Leoni

A una prima lettura, il contenuto dell'articolo non sembra particolarmente interessante. Leggiamo della Groenlandia che era verde al tempo dei vichinghi, che gli scienziati una volta prevedevano un'imminente glaciazione, che la terra si raffreddava quando si doveva riscaldare, eccetera. Le solite leggende, tante volte smentite, ma che persistono, apparentemente indistruttibili.

Un giorno o l'altro, queste leggende qualcuno dovrebbe catalogarle e numerarle. Così, quando uno vuol scrivere che l'effetto serra è una bufala, basta che scriva qualcosa tipo "mi riferisco alle leggende 11, 23, 42, 123 e in più gli ambientalisti sono degli stronzi" In una riga, ha detto tutto quello che c'è di critica tecnica nell'articolo di Martino. In questo modo, l'autore si risparmia la fatica di scriverlo e il lettore di leggerlo.

Ma questo articolo merita un po' più di attenzione di quanta ne valgano gli sragionamenti che si trovano comunemente su internet. Intanto, l'autore, Antonio Martino, sembrerebbe essere proprio l'ex ministro della difesa del governo Berlusconi. Non risulta che il sig. Martino abbia qualifiche nella scienza del clima, né che se ne sia mai occupato in dettaglio; la sua formazione risulta quella di un economista. L'articolo di cui ci occupiamo sembrerebbe piuttosto seguire il pensiero espresso più di una volta da Carlo Stagnaro, membro dell "executive team" dell'Istituto Bruno Leoni, nel cui sito l'articolo è apparso.

Date le qualifiche dell'autore, questo testo deve essere visto come un documento politico. Considerando i vari legami dell'istituto Bruno Leoni e dei suoi membri con le varie think thank conservative americane (per esempio il Cato Institute) lo possiamo prendere come rappresentativo di una certa linea di pensiero che al momento sembrerebbe prevalente in certi circoli conservatori negli Stati Uniti. Non è, decisamente, la sparata del solito zuccone ignorante e contento di esserlo.

Letto bene, in effetti, l'articolo di Martino non nega che il riscaldamento globale esista, nonostante le varie affermazioni che, prese isolatamente, sembrerebbero dire proprio questo. No, anzi, nell'edizione apparsa su "Libero" l'articolo era corredato di una foto di orsi bianchi in difficoltà per mancanza di ghiaccio e da un riquadro che faceva notare che gli ultimi 5 anni sono stati i piu' caldi nella storia. Più che negare il riscaldamento globale, l'articolo nega che sia opera dell'uomo. In un certo senso, è una ritirata della corrente di pensiero che possiamo chiamare "negazionista" che, fino a non molto tempo fa, tendeva ad affermare che la terra non si stava riscaldando affatto.

Se il riscaldamento globale non è opera dell'uomo, se ne potrebbe dedurre che non ci possiamo fare niente. Questa sembra essere, infatti, l'attuale linea negazionista. A un esame critico, questa linea è estremamente debole. Nessuno nega che il clima sia influenzato da vari fattori, incluso alcuni che non dipendono dall'attività umana: macchie solari, oscillazioni dell'asse terrestre, eccetera. Il problema è che se il clima è così sensibile a fattori apparentemente marginali, ne consegue che lo deve essere ancora di più di fronte al fattore assolutamente non marginale che è la combustione di idrocarburi fossili da parte degli esseri umani. Questa combustione ha causato un incremento della concentrazione di CO2 mai osservato nel milione di anni di record che abbiamo; non una cosetta da poco. Se il clima è fragile, in effetti, il minimo che si possa dire è che non si deve stuzzicarlo troppo. Anche ammesso che l'attuale riscaldamento non sia causato dall'attività umana, non è bene continuare a bruciare combustibili fossili, cosa che sappiamo esserecausa di ulteriore riscaldamento, perlomeno potenzialmente.

Anche qui, non sembra che Martino (e nemmeno Stagnaro nei suoi vari interventi sul tema) neghino veramente che l'attività umana può danneggiare il clima. Entrambi economisti, vedono il problema più che altro in termini economici. Nella loro visione, si tratta di pesare costi e vantaggi dei provvedimenti che si potrebbero prendere per fermare, o ridurre, il riscaldamento globale. Questo concetto risale ai primi lavori sul tema pubblicati da William Nordhaus che già nel 1977 era arrivato a concludere che i costi di intervenire contro il riscaldamento globale non erano giustificati dai benefici. Il recente rapporto Stern del 2006 è arrivato alla conclusione opposta, ovvero che non ci possiamo permettere di non agire contro il riscaldamento globale.

Si può essere daccordo oppure no se questo modo ragionare sia appropriato a decidere il destino di un intero pianeta. Si può anche mettersi a disquisire quantitativamente sulle stime dei rapporti costi/benefici. Ma c'è un altro punto da considerare. Abbiamo detto che questo di Antonio Martino è un documento politico e, come sappiamo economia e politica sono strettamente legate fra di loro. In particolare, la politica entra di prepotenza quando l'economia comincia ad occuparsi di come la ricchezza è distribuita.

Ora, i modelli economici che valutano i costi del cambiamento climatico sono modelli aggregati, ovvero costi e benefici sono valutati nella media. Ma la media di un pollo al giorno non ti dice che c'è chi sta digiuno e chi ne mangia due. Nella grande lotteria del riscaldamento globale ci sarà chi guadagna e chi perde.

Chi saranno i perdenti del riscaldamento globale? A parte gli orsi polari, possiamo avere il ragionevole sospetto che lo saranno quelli di noi che vivono in un paese Mediterraneo soggetto alla desertificazione e le cui infrastrutture non sono adeguate per adattarsi all'aumento di temperatura previsto. Indovinate di che paese sto parlando? Chi di noi non si potrà permettere di tenere il condizionatore d'aria acceso tutto il giorno, chi vive di un campo che non potrà più irrigare, chi non potrà ottenere il visto per emigrare in Norvegia, bene, dovremo adattarci.

In fin dei conti, il messaggio di Antonio Martino è chiaro: riscaldamento globale o no, non ci pensate neanche a porre dei limiti al sistema industriale. Questo è quello che certe lobby cercano di imporre. Per riuscirci, devono convincere quelli che subiranno i peggiori danni dal riscaldamento globale che sono vere una o entrambe queste cose 1) non esiste il riscaldamento globale o è comunque una cosa di minima entità oppure che 2) non si può far niente per evitarlo. La linea 1) sembra essere stata abbandonata perché non difendibile, ma non completamente; infatti continua a far capolino nell'articolo di Martino. La linea 2) sembra essere al momento quella che viene maggiormente spinta. Ovviamente, nessuna di queste due linee è sostenibile dal punto di vista scientifico. Hanno valore puramente politico e le si possono sostenere soltanto attraverso i metodi detti "consensus building" o "consensus management" (gestione o costruzione del consenso, la buona vecchia propaganda). Infatti, l'articolo di Martino - come del resto quasi tutti i documenti di questo tipo - usa i classici metodi della propaganda: la demonizzazione degli avversari, termini emotivamente carichi (catastrofisti) e lo spaventare la gente (il protocollo di Kyoto è un "pericolo").

Al momento, l'opinione pubblica è confusa e incerta, e sembrerebbe che il martellamento mediatico di quelli che abbiamo chiamato negazionisti stia avendo un certo successo. D'altra parte, è anche vero che al mondo esiste una realtà e che questa pone limiti alla propaganda. La realtà ha costretto il negazionismo a ritirarsi dal diniego puro del riscaldamento alla posizione attuale. Può darsi che nuove iniezioni di realtà costringano i negazionisti a ulteriori ritirate. Speriamo solo che la realtà non esageri a manifestarsi.


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L’effetto serra: tante bufale inventate
di Antonio Martino
È tornata di moda, con grande evidenza, una vecchia storia: la terra è colpita dal riscaldamento globale, che è dovuto alle attività umane; l’unico rimedio possibile per scongiurare irreparabili disastri è offerto dal protocollo di Kyoto, voluto da tutti i governi “buoni”, ma avversato dal presidente degli Stati Uniti d’America, George Bush. Tutte queste affermazioni sono o palesemente false o assai dubbie ed il fatto che vengano ossessivamente ripetute non le trasforma in verità. Varrà, quindi, la pena di riprendere tesi già sostenute in passato e tentare di stabilire come effettivamente stiano le cose. Anzitutto, infatti, non è vero che sia il presidente Bush a rifiutare di accettare gli accordi di Kyoto, sottoscritti dal suo predecessore Clinton. Quando il Senato degli Stati Uniti venne chiamato a ratificare quegli accordi, il 26 luglio del 1997 (il presidente era Clinton), il risultato fu di 95 a zero contro la ratifica. Nessuno, nemmeno gli esponenti dell’estrema sinistra del Senato americano, ha votato a favore. Per ratificare accordi internazionali sono necessari 67 voti (i due terzi del Senato); la ratifica dell’accordo di Kyoto non ne ha avuto nemmeno uno. La posizione di Bush, in altri termini, non è una sua personale fisima, ma è l’opinione condivisa dal Congresso americano e dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. In secondo luogo, mentre è lungi dall’essere dimostrato che la temperatura sul pianeta stia aumentando e che ciò sia dovuto all’emissione di CO2 connessa alle attività umane, i benefici dell’accordo di Kyoto sono semplicemente impercettibili. Nei prossimi 50 anni, l’aumento medio della temperatura previsto dal gruppo intergovernativo di esperti delle Nazioni Unite senza l’applicazione del protocollo di Kyoto sarebbe pari a circa un grado centigrado; grazie all’applicazione dell’accordo, l’aumento sarebbe, invece, di 0,94 gradi. Il vantaggio di Kyoto, in altri termini, sarebbe pari a 0,06 gradi centigradi! E questa è la stima più favorevole all’accordo; secondo Fred Singer (il fisico che ha inventato il metodo per misurare lo strato dell’ozono), l’impatto di Kyoto sarebbe di soli 0,02 gradi da qui al 2050, una variazione talmente piccola da non essere percepita dagli strumenti! Recentemente è stato pubblicato uno studio del CCSP (Climate Change Science Program) basato sui migliori dati disponibili. Mentre è vero che le temperature sono in aumento nell’Artico, è anche vero che sono inferiori a quelle che prevalevano negli anni ’30; nell’Antartico, invece, sono in calo. Ma la conclusione più rilevante che emerge da questo studio è che il contributo umano al riscaldamento globale è trascurabile, sono i fattori climatici naturali soprattutto a determinarlo. Solo così si spiega come mai fra il 1940 ed il 1975, quando i livelli di gas-serra aumentavano rapidamente, il clima si raffreddava (qualcuno arrivò persino a prevedere un’imminente glaciazione!) Quanto all’innalzamento del livello degli oceani, dovuto a fenomeni che durano da millenni, la stima di uno scienziato della NASA di un innalzamento di circa 60 centimetri ogni dieci anni, ripresa da quanti amano crogiolarsi in autentiche orge di eco-catastrofismo, è smentita dallo studio delle Nazioni Unite, che prevede una variazione compresa fra 1,4 e 4,3 centimetri a decennio, e dagli studi di Fred Singer, secondo cui l’innalzamento sarà compreso fra 1,5 e 2 centimetri a decennio. E ancora, è vero che è in atto la fusione dei ghiacciai, ma è un processo che dura da 15.000 anni e che non è quindi dovuto ad attività umane. Essendo dovuto a fattori naturali, è evidente che non possiamo controllarlo. Non sarebbe male se i catastrofisti riflettessero sul fatto che la Groenlandia venne chiamata così (“terra verde”) dai Vichinghi perché era coperta da conifere. Se oggi è un’inospitale terra glaciale, ciò è dovuto ad una modifica del clima che nulla ha a che vedere con le attività umane. Nel lungo periodo, anche in assenza di uomini sulla terra, il clima cambierebbe comunque per fattori naturali. In sintesi: è certo che la mancata ratifica del protocollo di Kyoto non è imputabile all’opposizione del presidente Bush, è certo che le variazioni climatiche non sono “antropogeniche (determinate dalle attività umane) ma sono perlopiù dovute a fenomeni naturali, e sono perlomeno dubbie le dimensioni del problema. Infine, ma più importante, il protocollo di Kyoto, lungi dal rappresentare una soluzione, rappresenta un pericolo certo. Vediamo. Anzitutto, il protocollo di Kyoto non solo non è stato ratificato dagli Stati Uniti ma non viene applicato da Paesi come la Cina e l’India che sono i principali responsabili delle emissioni globali. Il fatto che l’Unione Europea bigottamente insista nel rispetto dell’accordo è solo una palese forma di autolesionismo, di penalizzazione dell’economia europea, senza conseguenze di sorta per i nobili obiettivi dichiarati, Come se non bastasse, i gas responsabili dell’”effetto serra” sono per il 95,5% di origine naturale e solo per il 4,5% connessi ad attività umane. In altri termini, le restrizioni previste dagli accordi di Kyoto riguardano meno del 5% dei gas immessi nell’atmosfera; per potere avere un qualche effetto, quindi, le riduzioni dovrebbero essere drastiche. Le conseguenze sarebbero devastanti per tutte le economie del mondo, non solo per quella americana: un rallentamento dello sviluppo e molti milioni di posti di lavoro distrutti. Il “verdismo”, la propalazione acritica di profezie di catastrofi imminenti dovute alle attività umane, è un fenomeno pericolosamente reazionario, contrario a tutte le attività umane: la costruzione di case (“cementificazione”), infrastrutture (“deturpano il paesaggio”), energia nucleare (pericolosa), centrali tradizionali e industrie (“inquinano”), agricoltura moderna (“OGM, no grazie!”) e ricerca scientifica. Siamo in presenza forse del pericolo maggiore per le nostre libertà, il nostro benessere e lo sviluppo nell’intera storia dell’umanità.

Da
Libero, 18 gennaio 2007



(Ringrazio Mauro Ghibaudo per la segnalazione di questo articolo)

9 commenti:

Debora/Petrolio ha detto...

Bisognerebbe far leggere a costoro l'ottima metafora di (credo) Luca Pardi sulla vasca e la tazzina...

(En passant: Evviva! Finalmente si commenta!) ;-)

Mastarna ha detto...

In *De Reditu Suo* Rutilio Namaziano, alto funzionario imperiale romano nel V secolo, descrive il suo (ultimo) viaggio verso le native Gallie da Roma. Il viaggio avviene in nave, e sottocosta, perchè l'Aurelia è ormai insicura e le rotte in mare aperto anche, a causa del dilagare dei barbari. E' una delle più struggenti lamentazioni sulla fine di una civiltà. Osserva sulla costa lo sfascio del più grande impero della storia. Ansedonia è ormai abbandanata e in rovina, a causa, dice, dell'invasione dei topi, rimasti i padroni della città.
La maremma è spopolata per l'impaludamento che l'ha consegnata alla zanzara anofele, sconosciuta prima dell'età imperiale. I porti sono quasi tutti insabbiati dalle piene causate dall'abbandono della regimazione delle acque salse costiere, e per una sosta deve raggiungere Vada Volterrana, ancora agibile.
E' successo che con l'innalzamento delle temperature in età imperiale la vita civile organizzata rivierasca si è estinta. La peste e la malaria hanno decimato la popolazione attiva, e il sistema logistico costiero imperiale è collassato da Roma a Marsiglia. Ma questo Rutilio non può afferarlo, e la sua invettiva si rovescia invece che sulla causa prima (l'innalzamento delle temperature)sui monaci cristiani rifugiati sull'isola della Gorgona (i Verdi dell'epoca) e sui barbari che distraggono risorse ai confini (gli immigrati dell'epoca)
Rutilio Namaziono era in fondo un poeta e non poteva accedere al sapere scientifico, e va compreso.
Non è il caso di Antonio Martino
Esiste una categoria come la criminalità intelletuale? Temo di si

lombo1964 ha detto...

E' ottima anche la mia metafora della torta: provare per credere. Fare una torta margherita con la ricetta regolare, quindi provare a raddoppiare il lievito: prima la torta si gonfia enormemente, quindi implode diventando una forma amorfa, bruciacchiata dalle parti. L'ho fatto e portata a una conferenza, stappando nel contempo una bottiglia di lambrusco come sorgente di CO2 a basso ciclo di assorbimento e una di coca cola come fonte antropica!

Ugo Bardi ha detto...

Grazie per questo commento interessantissimo su Rutilio Namaziano, un testo che non conoscevo. Sapevo invece della storia di San Patrizio, quello dell'Irlanda, che anche lui fa un viaggio abbastanza simile pochi anni dopo Namaziano, anche lui fra i resti di un impero devastato. L'impero romano è un buon modello per la nostra civilta, con tantissime somiglianze. In proposito vale la pena anche leggere il libro di Tainter "The Collapse of COmplex societies". La teoria dinamica non è stata ancora applicata al crollo degli antichi imperi, bisognerebbe che qualcuno lo facesse

Ugo Bardi ha detto...

Fra le altre cose, ho scoperto ora che Palladius, il predecessore di Patrizio come vescovo di Irlanda, era amico di Rutilio Namaziano. Piccolo il mondo.....

Roberto ha detto...

Magari l'avevate già letta...

(ANSA) - ROMA, 22 gen - Inverno caldo ma anche senza piogge e neve. E l'Italia e' sempre piu' a secco. A dicembre le precipitazioni sono crollate dell'86%. Calo eccezionale in sei regioni,quelle piu' a rischio sono Piemonte, Trentino Alto Adige e Veneto. Senz'acqua anche Toscana, Marche e Calabria. L'allarme e' dell'Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni che ha elaborato i dati dell'Ufficio Centrale Ecologia Agraria. La speranza e' che arrivino le piogge e nevicate annunciate per i prossimi giorni.

Mario ha detto...

In libreria ho trovato due libri di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari intitolati "Le bugie degli ambientalisti" (voll. 1 e 2).
Leggendo alcuni passi, sembrano rientrare nel filone "negazionista" con in più una tendenza alla diffamazione del mondo ambientalista (facendo ad esempio dei collegamenti con ambienti razzisti).
Gli argomenti utilizzati mi sembrano abbastanza rozzi e volutamente tendenziosi però lo stile giornalistico con cui sono proposti li rende di facile presa presso un pubblico poco informato. Per questo, credo sarebbe utile un "debunking" degli argomenti usati.

Gianni Comoretto ha detto...

Mi ha colpito l'argomentazione sulla percentuale dei gas serra antropici. Siccome i gas serra prodotti dall'uomo sono il 5% del totale, allora non contano.

Be', in fondo poteva usare un paragone ancora piu' spettacolare: in fondo la radiazione riflessa dai gas serra antropici e' meno dell'1% di quella che ci arriva dal Sole. Che volete che faccia?

Ma senza radiazione solare, saremmo a circa 270 gradi sotto zero. Senza gas serra, saremmo a temperature antartiche.

Se ho un termostato con una manopola con una corsa di 40 gradi, e la giro del 5%, gli effetti si sentono, eccome.

Ugo Bardi ha detto...

Tutti commenti giusti, quello della torta, quello della manopola del termostato, eccetera. Il problema è che quelli che ho chiamato "Negazionisti" sanno benissimo queste cose. Ma sanno anche che questo NON è un dibattito scientifico; è un dibattito sulla ridistribuzione delle risorse che segue/seguirà al riscaldamento globale. Nel dibattito, stanno usando armi adatte ed efficaci: la propaganda.