martedì, giugno 30, 2009
Alcatraz: il raduno di ASPO e TOD
lunedì, giugno 29, 2009
Sette volte l'Arabia Saudita

Ecco una mappa globale che mostra dove sono i giacimenti petroliferi del mondo. Come vedete, sono concentrati in certe aree specifiche. Non è che fuori da quelle zone non ci sia per niente petrolio, ma ce n'è molto poco. Per esempio, l'Italia ha una piccola quantità di petrolio, ma non abbastanza per essere mostrata sulla mappa.
Il fatto che il petrolio sia concentrato in quelle "chiazze" è dovuto al meccanismo della sua formazione. I giacimenti da cui estraiamo oggi, si sono formati parecchie decine di milioni di anni fa dalla sedimentazione di materiali organici sul fondo marino. Quelle chiazze che vediamo sono antichi fondali marini, prosciugati da milioni di anni. Perché il meccanismo potesse funzionare, bisognava che il mare fosse in condizioni di carenza di ossigeno - dette "anossiche". I periodi di formazione del petrolio non sono stati i più brillanti nella storia del pianeta - dovete pensare a un mare ristagnante e puzzolente di materia organica in parziale decomposizione. Non è detto che il riscaldamento globale in corso non ci possa far ritornare a condizioni del genere in un futuro non troppo remoto. Se succede, potremmo creare petrolio da estrarre per qualche nostro remotissimo discendente.
Le aree delle chiazze viola nella figura non sono proporzionali alla quantità di petrolio che contengono; ma solamente all'estensione dell'area del giacimento. A tutt'oggi, le riserve più importanti rimangono quelle dell'Arabia Saudita. Anche queste non sono infinite e - in ogni caso - già non sono più sufficienti. Secondo un recente rapporto di Richard Jones, IEA Deputy Executive Director, per mantenere le tendenze alla crescita produttiva a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni, ci vorrebbero sette nuove Arabie Saudite da qui al 2030.
Niente male come richiesta; e anche piuttosto improbabile che da qui al 2030 appaiano sulla mappa le aree viola corrispondenti.
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venerdì, giugno 26, 2009
L'unto del Signore
Tanto di cappello al prete – giornalista, ma temo che anche stavolta come nella plurimillenaria storia della Chiesa Cattolica, il dissenso tendente a ripristinare principi di vita coerenti con i valori morali e spirituali del cristianesimo, verrà ignorato o represso. L’ultimo grande tentativo di riportare allo spirito originario il cattolicesimo fu la Riforma protestante, ma riuscì solo in parte. In Italia, soprattutto, la repressione della Chiesa bloccò sul nascere qualsiasi fermento riformatore e, dopo la Controriforma, il nostro popolo continuò a comportarsi come un “gregge” privo di coscienza civile, avendo affidato la propria coscienza religiosa individuale al controllo e al giudizio del clero, dal canto suo sempre pronto a dispensare generosamente perdono e indulgenze agli umili peccatori.
Ora, direte voi, cosa c’entra l’inquietudine del mondo cattolico con il problema ambientale e con la gestione delle risorse naturali? C’entra, c’entra. Nel mondo occidentale, l’etica laica ecologista a cui mi sento di appartenere, che propone stili di vita meno consumistici e dissipativi, non può che avere come riferimento nel mondo religioso, una morale cristiana genuina che recuperi quell’anelito spirituale delle origini orientato a una vita meno attratta dai valori materiali e dalle lusinghe del benessere terreno, di cui il nostro San Francesco d’Assisi fu uno dei più grandi, ispirati ed integrali assertori.
giovedì, giugno 25, 2009
Nate Hagens a Firenze: il picco delle conferenze
Nate Hagens, uno dei fondatori e editori di "The Oil Drum" è venuto oggi (25 Giugno 2009) all'Università di Firenze, dove ha tenuto una conferenza sul tema "L'esaurimento delle risorse in un pianeta affollato"
Nate è un oratore avvincente, uno studioso di vaste vedute, una persona capace di un livello di approfondimento raro a trovarsi. Quelli che hanno sentito la sua conferenza ne sono stati affascinati.
Il problema? A sentirlo erano in tutto in 16 persone - un panorama abbastanza desolante dell'aula magna del polo scientifico di Sesto Fiorentino. Eppure, la conferenza era stata annunciata con tutti i mezzi informatici del caso, con buon anticipo.
Da notare che, qualche anno fa, avevo invitato Colin Campbell a parlare sempre nello stesso ateneo. Bene, la sala era strapiena con gente che lo ha sentito stando in piedi. A quel tempo, Colin Campbell non era più famoso di quanto non sia Nate Hagens oggi. Che cosa è cambiato da allora a oggi? Perchè non interessa più niente a nessuno del picco del petrolio, del problema delle risorse, della sovrappopolazione, dell'economia, eccetera?
Io credo che la spiegazione ce l'abbia data Dimitri Orlov già anni fa nel suo libro "re-inventare il collasso". Quello che succede oggi da noi è già successo in Unione Sovietica qualche decennio fa. Prima dell'inizio del collasso, c'è tempo e ci sono risorse per discuterne e cercare di capire che cosa ci aspetta. Quando il collasso è già iniziato, tutti sono ormai impegnati nella lotta per la sopravvivenza - non hanno più tempo per cercare di capire che cosa sta succedendo.
Una conferenza, come quella di Nate Hagens, che non aiuta nessuno a sopravvivere un altra settimana. Infatti, molta gente che mi aveva promesso di venire, si è scusata dicendo che aveva troppo da fare. Non è una scusa: è vero. Siamo ridotti tutti allo stremo è chi ha più il tempo di discutere a partire dai primi principi?
Credo che, anche questo, sia un sintomo evidente che il picco del petrolio è già arrivato.
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mercoledì, giugno 24, 2009
James Hansen arrestato in Virginia

Sta facendo il giro del mondo la notizia dell'arresto - ieri, 23 Giugno - di James Hansen, climatologo della NASA, mentre protestava contro una miniera di carbone in Virginia. Hansen è uno dei climatologi più attivi e più noti nel campo degli studi sul riscaldamento globale.
Sono stato in contatto più di una volta con Hansen e i suoi collaboratori. La senzazione che hai parlando con loro è chiarissima: chi lavora seriamente sulla questione del riscaldamento globale si rende conto sempre di più che siamo nei guai. Eppure, mentre gli scienziati raccolgono dati, il pubblico e i politici si perdono in polemiche sciocche e senza costrutto.
E' la frustrazione nei riguardi dell'inazione e all'ignoranza che circonda il problema del riscaldamento globale che ha spinto Hansen al gesto clamoroso di una pubblica protesta come quella di ieri. Non basta certamente questo, ma se Hansen l'ha fatto vuol dire che ci vuol dare una scossa a tutti quanti: fare qualcosa contro il riscaldamento globale è urgentissimo.
Rischiamo seriamente quella "transizione verso un pianeta diverso" di cui Hansen ha parlato spesso. Non so cosa ne pensate voi, ma a me il pianeta piace così com'è, e non ne vorrei un altro.
Piu' informazioni a:
http://dotearth.blogs.nytimes.com/2009/06/23/hansen-of-nasa-arrested-in-coal-country/?hp
Etichette: cambiamento climatico, riscaldamento globale
Il mercato dei Titoli di Efficienza Energetica
lunedì, giugno 22, 2009
"Peak Summit" a Alcatraz il 26-28 Giugno

Tutto è pronto per la conferenza "peak summit" che si terrà alla libera università di Alcatraz (Perugia) questa settimana a partire da venerdì 26, pomeriggio fino a domenica (28) sera. E' un incontro informale con ampie possibilità di discussione e anche una rara occasione di conoscere di persona alcuni dei "guru" di The Oil Drum e di ASPO internazionale, fra i quali Nate Hagens, Euan Mearns, Gail Tilverberg e altri, incluso Jean Laherrere che parlerà in videoconferenza.
I partecipanti sono circa 50; che è il massimo che la struttura può ospitare. Tuttavia, se qualcuno di voi volesse decidere all'ultimo momento di venire, forse c'è ancora la possibilità di infilare una o due persone. Nel caso, scrivete a ugo.bardi@unifi.it.
La conferenza è organizzata da ASPO-Italia (Ugo Bardi) e ASPO-Netherlands (Rembrandt Koppelaar)
sabato, giugno 20, 2009
Il mondo contadino
Pur premettendo che le mie esperienze e i libri di Farb si riferiscono a località e realtà molto lontane, completamente diverse tra di loro e che l'agricoltura non è una pratica che si sviluppi uniformemente in tutto il mondo, ma si adatta alle mutanti condizioni ambientali, climatiche e sociali, mi sento in dovere di portare il mio parere basato sulla mia esperienza riguardo il mondo contadino dell'Italia settentrionale negli anni '70 e più precisamente della campagna friulana.
Lo faccio perché, cresciuto in una società agricola negli anni in cui Farb scriveva il suo libro, posso dare un immagine diversa rispetto a queste opinioni che mi sembrano frutto di una forzatura di chi dall'esterno vede il mondo agricolo immobile e condannato alla rassegnazione perpetua, creando una generalizzazione tra varie realtà spesso molto diverse fra di loro.
Certamente il mondo agricolo è sempre stato un mondo conservatore, spesso anche politicamente, ma non poteva essere diversamente, in un ambiente in cui tutto il sapere veniva da secoli tramandato oralmente da padre in figlio, con corollario di credenze popolari ed errori, dovuti principalmente ad ignoranza e superstizione, ma si tenga in considerazione che ogni anno l'agricoltore doveva ricrearsi i mezzi per la propria sussistenza e commettere errori avrebbe significato comprometterla.
Far un gran numero di figli era una cosa ovvia in anni in cui la mortalità infantile era molto elevata, del resto la prolificità deve essere una caratteristica innata e presente nel patrimonio genetico dell'Homo sapiens, visto che l'ha portato a colonizzare l'intero pianeta e che se non ci fosse stata probabilmente l'avrebbe portato all'estinzione da molto tempo.
Inoltre più figli significava avere più braccia per lavorare in un mondo in cui il lavoro era essenzialmente sforzo fisico, le famiglie erano numerose in quanto traevano forza dal numero di componenti, inoltre non esisteva lo stato sociale e una qualunque malattia o infortunio di un membro adulto per una famiglia mononucleare avrebbe creato le condizioni per la morte per fame della stessa, visto che venivano a mancare due braccia indispensabili al sostentamento, cosa che non accadeva in una famiglia numerosa dove la mancanza di due braccia da lavoro veniva compensata dall'intervento di altri familiari.
Del resto questo modo di pensare riguardava anche le classi operaie già allora inurbate, tanto che a metà 800 fu coniato per le famiglie povere in cui l'unico mezzo di sostentamento e di garanzia per il futuro era solamente il lavoro dei figli il termine di proletariato.
Nel mio piccolo sono stato testimone di un passaggio epocale, dall'agricoltura tradizionale che usava ancora le tecniche tradizionali nonché la forza degli animali, praticata ancora dalla generazione dei miei nonni, nati ad inizio 900 a quella moderna dell'epoca dei miei genitori, nati negli anni 30 dello stesso secolo.
Devo dire che lo scontro fu molto forte, seppur non cruento, visto che la conoscenza accumulata in millenni di pratiche tradizionali diventava inutile, soppiantata dall'agricoltura meccanizzata, tutte le certezze fino ad allora accumulate venivano superate dal progresso tecnologico.
Gli anziani all'inizio vedevano questo progresso come una moda passeggera che poi avrebbe lasciato tutto come era prima e quindi ne diffidavano, per i giovani era l'inizio di un'epoca radiosa in cui l'agricoltura si affrancava dalla fatica fisica bestiale e diventava un settore produttivo analogo agli altri (industria, commercio) quindi apportatore di danaro e beni materiali non solo quindi mezzi di sostentamento, anche se continuava ad avere lo svantaggio di dover essere praticata all'aperto, quindi soggetta alle intemperie e alle variabili climatiche e soprattutto legata ad una stagionalità.
Lo sconvolgimento fu anche sociale, infatti le gerarchie interne alle comunità cambiavano, gli anziani perdevano il loro ruolo di guida della società che avevano avuto per millenni, ormai il loro ruolo non era più funzionale alla produzione la loro memoria, a volte fallace, non era più un metro di paragone, tutto cambiava.
A quel tempo scherzando questa generazione aveva un modo di affermare il suo disagio con una semplice frasetta “Quando ero giovane comandavano i vecchi e io dovevo ubbidire, oggi che sono vecchio comandano i giovani e io devo sempre ubbidire, chissà quando verrà il giorno in cui comanderò io?”.
Spesso non erano più le famiglie più abbienti a cogliere al meglio questo cambiamento, ma quelle composte da coloro che riuscivano a utilizzare proficuamente le risorse tecnologiche offerte, cioè persone che si erano un minimo istruite o che per un periodo erano emigrate altrove per lavoro ed erano venute in contatto con altre realtà agricole più evolute.
In quegli anni quindi una generazione si era trovata impreparata allo sviluppo della tecnologia, non sapeva usare i trattori, non conosceva i fertilizzanti e gli antiparassitari, non aveva nozioni di meccanica e di gestione aziendale neanche minime, quindi si trovo in breve superata dagli eventi.
Ma è sbagliato dire che quella generazione e le precedenti fossero restie al miglioramento al progresso, fu soltanto la velocità con cui avvenne che li trovò impreparati e non in grado di adeguarsi.
Non pensiamo che l'agricoltura fosse ferma nei millenni, ma solo che i progressi erano molto lenti, certo non era facile abbandonare pratiche consolidate per le novità, quindi queste dovevano essere introdotte molto lentamente.
Vengo da una zona in cui da più di 100 anni si coltivano i vitigni francesi, che hanno sostituito o affiancato le varietà autoctone, importati da un agricoltore illuminato, certamente un grosso agrario, che aveva visitato quel paese per istruirsi e poi si era riportato a casa il materiale di propagazione, lo distribuì e tutti gli altri accettarono la miglioria.
In quella come in altre realtà l'agricoltura era sempre in lento, impercettibile movimento, non era mai ferma (con tempi molto lunghi).
Del resto la patata, il mais, il pomodoro erano tutte specie estranee al mondo rurale italiano, e furono nei secoli lentamente introdotte, utilizzate e tramandate tanto da diventare la base alimentare delle popolazioni.
Proprio in Italia a partire da fine '800 si diffusero le prime cooperative, proprio legate alla produzione agricola, esempi come quelli dell'Emilia Romagna, del Veneto, del Friuli e successivamente del Trentino, furono da esempio, i caseifici, i circoli i consorzi, nacquero su queste basi e sono ancora un modello attualissimo.
Il vero problema delle comunità contadine erano in primis l'ignoranza e poi le piccole dimensioni delle comunità, ed il loro isolamento.
Non è possibile immaginare il progresso di una comunità o di una nazione, senza una adeguata istruzione, se le uniche informazioni sono quelle tramandate, riguardanti la mera sopravvivenza, non può esservi miglioramento delle condizioni di vita.
Molto spesso l'ignoranza era “coltivata”, dato che una massa ignorante e dipendente è più facilmente malleabile ed influenzabile (ma questo succede anche ai giorni nostri) da chi detiene il potere.
Inoltre le limitate dimensioni delle comunità facevano si che vi fosse una scarsa circolazione delle idee, in particolare quelle più innovative e “rivoluzionarie”, favorendo di fatto una omologazione dell'intera comunità al pensiero di poche persone, che dettavano legge, stabilendo quello che era o non era giusto.
Pertanto, anche un'innovazione tecnica introdotta in una comunità impiegava molto tempo ad essere accettata, ed anche quando questo accadeva faticava ad espandersi alle zone o alle altre comunità limitrofe
Può essere vero che a volte regnasse la rassegnazione ad un destino di miseria e di vita stentata, da cui si poteva fuggire solo con l'emigrazione, ma si consideri che per molti la rassegnazione traeva origine dal fatto che intere comunità spesso venivano tenute in condizioni di autentica sudditanza, dai vari poteri politici, economici o religiosi del tempo.
Infatti fino al secondo dopoguerra, molti agricoltori non erano nemmeno padroni del loro destino, in quanto mezzadri (la mezzadria rappresenta solamente un gradino sopra la servitù della gleba) quindi fornitori solamente di manodopera al padrone, senza alcun diritto sul terreno che lavoravano e senza garanzie per il futuro, in quanto il mezzadro e la sua famiglia, poteva essere allontanato dal fondo senza molti complimenti da parte del proprietario.
Venendo all'oggi, lo scenario che ci si presenta davanti è molto diverso, la diminuzione della disponibilità di energia da combustibili fossili non è una cosa da poco, sicuramente creerà degli scompensi enormi soprattutto nei paesi più poveri; fame, carestie disordini sociali saranno, anzi mi sembra lo siano già, all'ordine del giorno.
Ma a mio parere non è prevedibile un ritorno a quel passato.
Le nostre tecnologie e conoscenze si sono ampliate moltissimo, la mentalità è cambiata, certo non sarà facile abituarsi a delle situazioni di scomodità che si credevano superate, oppure neanche mai conosciute, ma sicuramente l'insieme delle professionalità degli sviluppi in campi come fisica, biologia, chimica, potranno fare in modo che l'agricoltura e gli agricoltori non ritornino indietro ai tempi bui della pura sussistenza.
La seconda fase dell' ”era del petrolio” sarà contraddistinta da un calo dei redditi e del tenore di vita medio, delle possibilità economiche e del possesso dei beni materiali, e per il mondo agricolo come per quello urbano industriale ci saranno difficoltà.
La scarsità di mezzi tecnici (fertilizzanti, antiparassitari, combustibili, attrezzature meccaniche) farà precipitare le produzioni agricole, ponendo problemi enormi di sussistenza in un pianeta sovrappopolato, ma sono fiducioso che in questo come in altri settori, l'uomo con la sua cultura sarà in grado di dare una prospettiva alla civiltà che ha costruito.
Etichette: agricoltura, società
giovedì, giugno 18, 2009
L'insostenibile leggerezza del data processing

Distrutto il giardino, profanati i calici e gli altari, gli Unni entrarono a cavallo nella biblioteca del monastero, sfasciarono i libri incomprensibili, li offesero e li bruciarono, forse temendo che le lettere nascondessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. (Jeorge Luis Borges, Los Teologos, 1949)
Arrivato a Granada, in Spagna, la prima cosa che faccio una volta in camera, all'hotel, è aprire il mio notebook. Quello che leggo sullo schermo mi fa sbiancare: "Cannot find operating system". In italiano: "riposi in pace".
E' sabato pomeriggio; lunedi mattina comincia il convegno e tutti i dati e le slide della mia presentazione sono nel disco rigido andato in fumo. Maledetto io, ma perché non mi sono portato un backup? Ma è troppo tardi per recriminare. Mi fiondo in un negozio di computer; miracolosamente ancora aperto. Gli chiedo se possono ripararmi il notebook e ritrovarmi i dati. Parlano un inglese molto stentato, ma capisco che mi stanno dicendo qualcosa tipo, "ce lo porti lunedì e in una o due settimane glie lo sistemiamo". Mi vedo perduto. Però, c'è un'offerta speciale sugli scaffali: un notebook bello nuovo che costa veramente poco. Dopotutto, ho un backup dei dati in Italia. Se posso connettermi a internet, li posso recuperare. Perché no?
Noto che il computer in vendita usa Vista; sistema che avevo sempre fatto attenzione a evitare. Domando al commesso se in Vista si può scegliere la lingua del sistema operativo. Mi dice, "certamente si; quando lei fa partire il computer per la prima volta, il sistema le chiederà la lingua da utilizzare." Mi faccio ripetere. L'inglese del commesso è veramente pessimo ma insiste sul fatto che in fase di inizio si può scegliere il linguaggio da usare. Beh, perchè no, dopotutto? Piuttosto che rischiare una figuraccia al convegno, meglio spendere qualche centinaio di euro e - in fondo - il mio vecchio notebook ha fatto il suo tempo.
Torno in albergo con il mio computer bello nuovo. Lo scarto, lo attacco alla presa e lui si accende e comincia a chiedermi delle cose in spagnolo. Lo spagnolo non è il mio forte, ma capisco bene quando mi chiede che lingua voglio. Per essere sicuro, ogni volta che me lo chiede, scelgo dal menu l'opzione "Italiano".
Sembra che funzioni tutto, lui si legge cose dal disco, installa questo e quello, e poi si avvia con la schermata di inizio. Ed ecco qui: Vista in spagnolo.
Se un decimillesimo delle maledizioni che ho mandato quella volta sono arrivate a Bill Gates, deve essergli venuto un bel mal di testa. A tutt'oggi, lo sgomento mi sovrasta quando mi viene da pensare che, con tutta la loro grande tecnologia, a Microsoft non è mai venuto in mente che uno che compra un computer in Spagna potrebbe non volere un sistema operativo in spagnolo. E non è solo un problema della Spagna. Se, in Italia, avete provato a cercare una versione di Windows, avrete visto che è più difficile che trovare Bin Laden nella sua caverna afgana. Come dicono Aldo, Giovanni e Giacomo, che cos'hanno nella testa questi di Microsoft? Criceti?
Bene, quel sabato notte e quella domenica mi è toccato un corso intensivo accellerato in contemporanea di spagnolo e di Microsoft Vista. Alla fine, dopo innumerevoli accidenti e tentativi, sono riuscito a far funzionare l'aggeggio, connettermi a internet, e a farmi mandare i dati che mi servivano dai miei collaboratori in Italia. Così ho potuto fare la mia presentazione al convegno.
Però, l'esperienza del computer di Granada è stata, come si suol dire, la goccia di petrolio che fa traboccare il barile. Da allora, ho deciso di passare a Linux, cosa che avevo provato a fare altre volte, senza però veramente decidermi.
Molti di quelli che leggono questo blog sono probabilmente dei pinguini ben assestati. Per quelli che non lo sono, vi posso dire che, effettivamente, linux da delle grosse soddisfazioni. Il notebook comprato in Spagna per esempio, immonda ciofeca sotto Vista (c'era una ragione perchè costava così poco), ha acquistato nuova vita con linux. E' diventato - se non proprio un supercomputer - perlomeno una macchina di velocità accettabile. Adesso lo usa mia figlia e quando, tempo fa, le ho proposto di tornare a Vista non ne ha voluto sapere. Anche il mio vecchio notebook, una volta riparato e messo sotto linux, ha ripreso vita e sprint e funziona benissimo.
D'altra parte, ci sono anche delle ragioni per le quali linux non scalfisce il dominio Microsoft e si limita a una nicchia di meno dell'1% della popolazione dei computerizzati. Linux è bello, ma a volte è letale. Vi posso raccontare, per esempio, che per installare il wireless a casa mia ci sono voluti 30 minuti per il computer di mio figlio (XP) e due settimane di passione per il mio e quello di mia figlia (Linux). Questo ha a che fare con i misteri di una cosa chiamata "Ndiswrapper", ma non solo quello. Ultimamente, in Ubuntu ho avuto uno scontro quasi mortale con l'Antilopeconiglia Arzilla, cosa che mi ha costretto a ritornare all'Airone Arrapato (chi sa di Ubuntu, capisce questi termini). Insomma Linux non è proprio per tutti e ve ne accorgete se girellate anche solo per una mezzoretta in un qualsiasi negozio di computer e ascoltate le domande che fa la gente ai commessi. Non so se vi ricordate la leggenda di quello che aveva preso il cassetto del CD per un supporto per la tazza del caffè; beh, da quello che ho sentito in queste occasioni, potrebbe anche essere una storia vera.
Una cosa, comunque, che si guadagna in linux è di farsi una certa idea dell'immensa complessità che sta dietro all'apparenza delle finestre "user-friendly". In Vista/Windows ve ne accorgete poco, a meno che non si scatafasci tutto e arrivederci. In Linux, invece, vi capita di aprire la console e mandare stringhe misteriose tipo "sudo nano xorg.conf" che squarciano il velo degli intestini oscuri del sistema operativo. Certe volte, vedi in faccia l'abisso (cfr Genesi "e la tenebra copriva l'abisso").
Ci sono in giro delle preoccupazioni che Windows/Vista sia diventato talmente complesso da essere ingestibile e rischiare di collassare sotto il peso della sua propria complessità (vedi per esempio, qui). Non sono un esperto di sistemi operativi, quindi non vi so dire quanto sia ragionevole una preoccupazione del genere. Quello che so, tuttavia, è che la complessità si paga. Il fatto che quelli che producono windows e vista non siano in grado di fornire un sistema operativo multilingue - come fa qualsiasi telefonino cinese da 50 euro - la dice lunga sul livello di complessità che il sistema ha raggiunto. Metterci le mani per fare qualunque cosa - anche una relativamente semplice come gestire più di una lingua - deve essere diventato un incubo. Gestire le varie creature prodotte da Microsoft potrebbe diventare talmente costoso da essere insostenibile, esattamente come produrre 87 milioni di barili di petrolio al giorno.
Linux, nelle sue varie versioni, è probabilmente più semplice e quindi più gestibile di Vista/Windows. Anche per Linux, tuttavia, la complessità è tanta. E poi, il problema non sta soltanto con il sistema operativo. I computer oggi dipendono quasi completamente da internet. E anche internet è una bestia enormemente complessa e che consuma grandi quantità di energia. Per non parlare poi dei supporti dei dati; molto spesso estremamente fragili in forma di domini magnetici. Anche i CD e i DVD sono creaturine fragili: quanto può durare uno di quei dischi? Secondo OSTA (optical storage technology association) un CD potrebbe durare da 30 a 100 anni e anche di più. Si, ma solo se uno lo tratta bene; se lo graffi o lo pieghi, addio. E non parliamo di quello che potrebbe succedere se arrivano gli Unni, come nel racconto di Borges.
Insomma, se ci trovassimo di fronte a una grossa crisi di disponibilità di energia e di risorse economiche, è probabile che il sistema di data processing e data storage ne risentirebbe pesantemente. Potremmo perdere una gran quantità di dati; un po' come è successo con il crollo dell'Impero Romano. Allora, una parte dei testi prodotti dalla civiltà classica fu salvata in parte dai monaci irlandesi e in parte dagli intellettuali arabi. Ma soltanto una piccola parte. Nel nostro caso, chi copierà i CD abbandonati?
A proposito..... questo blog, dove mai sarà immagazzinato....?
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mercoledì, giugno 17, 2009
La moda del GPL genera nuove unità di misura

Etichette: comunicazione, picco del petrolio
martedì, giugno 16, 2009
Notizie dal territorio: a proposito di riscaldamento globale
created by Armando Boccone
Da circa 12 anni lavoro presso un Istituto previdenziale a Bologna.
Nel giardino dell’istituto ci sono dei banani, sui quali si formano dei caschi di frutti. Le piccole banane (è proprio una varietà di banane "mignon") diventavano di un colore verde intenso per poi diventare nere, marcire e poi seccare.
Nell’estate del 2007 avvenne però qualcosa che non si era mai verificato negli anni precedenti: le banane, dopo avere assunto un colore verde intenso, iniziarono ad assumere il classico colore giallo delle banane mature.
Allora non possedevo una macchina fotografica e chiesi ad un collega di fare delle foto di quel casco. In seguito notai che il fenomeno riguardava altri bananeti disseminati nei giardini di Bologna.
In quel periodo in televisione imperversava Giuliano Ferrara che sosteneva che il riscaldamento globale non esisteva, e che fosse una invenzione di certe formazioni politiche o parapolitiche come i verdi, gli ambientalisti ed altri.
La prima cosa che feci con quella foto fu di inviarla a Giuliano Ferrara oltre che alla mailing list di Aspoitalia. Sulla lista l’invio della foto fu occasione di dibattito oltre che di acquisizione di una conoscenza che molti non possedevano: non so però cosa ne abbia fatto Giuliano Ferrara!
Decisi di acquistare una macchina fotografica e di fotografare altri casi di maturazione di caschi di banane nei giardini di Bologna. Per poter fare delle affermazioni che hanno carattere di scientificità è necessario che il fenomeno avvenga per molti anni e che riguardi un territorio di una certa estensione. Se invece fosse stato un fenomeno limitato al giardino dell’istituto dove lavoro e fosse successo per un solo anno il fenomeno non avrebbe avuto nessuna importanza scientifica.
Questo inverno si sono scatenati i “negazionisti”, cioè tutte quelle forze che confutano il riscaldamento globale. Hanno iniziato a fare dell’ironia mettendo in evidenza le forti nevicate che hanno interessato l’Italia questo inverno. Poi hanno detto, travisando delle notizie provenienti da istituti di ricerca americani, che si erano ripristinati i ghiacci artici così come erano nel 1979.
Questo inverso ha fatto effettivamente molto freddo ed anche i bananeti di Bologna ne hanno sofferto.
Banani dopo l’inverno 2008-2009 (febbraio 2009)
Adesso siamo in primavera inoltrata e già la temperatura ha raggiunto livelli da piena estate. Sembra che se ne siano accorti anche i banani di Bologna, come si vede nella foto successiva.
Banani con diversi caschi (21 maggio 2009)
Questo mese di maggio ha fatto realmente caldo e sono bastati appena dieci giorni affinché maturasse il casco di banane che si vede al centro della foto precedente.
Sembra che tutto torni … ma forse c’è un certo Giuliano Ferrara che ha ancora dei dubbi!!!
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lunedì, giugno 15, 2009
Il picco sparisce dietro l'orizzonte
Continua il declino della produzione petrolifera a conferma del fatto che - molto probabilmente - abbiamo raggiunto il picco di produzione globale ("peak oil") nel 2008 (*). Come si vede dalla figura, siamo scesi oggi ai livelli del 2004 e la discesa continua. Non si può ancora dire se saremo in grado di risalire nel futuro, ma al momento stiamo vedendo una clamorosa conferma delle previsioni di ASPO, che già a partire dal 1998 aveva previsto il picco nel periodo 2005-2010.
Allo stesso tempo, si sta verificando un'altro effetto: la sparizione del picco dall'attenzione del pubblico. Vediamo qui i risultati di Google Trends per il termine "peak oil" che indicano il numero di volte in cui il termine è stato cercato su internet. In basso, si vedono le citazioni sulla stampa.

L'attenzione del pubblico ha avuto un massimo storico nel 2005, avvicinato, ma non superato, nel Luglio del 2008 in corrispondenza con il picco dei prezzi. Da allora è in netto declino, raggiungendo oggi i minimi storici per periodo per il quale si hanno dati.
Evidentemente, il pubblico percepisce soltanto i prezzi del petrolio e non è in grado di "vedere" la produzione. Ecco il grafico dei prezzi aggiornati del petrolio, sempre da ASPO-Netherlands.

In effetti, più che altro la percezione del pubblico sembra essere sensibile alle variazioni di prezzo, più che ai prezzi assoluti. Oggi che il prezzo è allo stesso livello del 2006, l'attenzione del pubblico è molto minore.
In sostanza, il picco del petrolio può essere stato benissimo nel 2008, ma non sembra che glie ne importi niente a nessuno. Questo fenomeno di sparizione del picco dall'attenzione del pubblico si era già verificato in un altro caso storico, quello del picco di produzione degli Stati Uniti, verificatosi nel 1970. Dopo il picco, l'attenzione del pubblico era completamente crollata. Si è ricominciato a parlare del picco del petrolio negli USA soltanto quando l'argomento "picco" è tornato di moda per via dell'avvicinarsi del picco globale. Dimitri Orlov riferisce che qualcosa di simile si è verificato anche con il picco di produzione dell'Unione Sovietica, nel 1991.
Sembra che i problemi che il picco sta creando spingano la gente a occuparsi del quotidiano e dell'immediato, cercando di sbarcarsela come possono in una situazione che si sta facendo sempre più difficile. Il picco è ormai parte del passato; non c'è più tempo ne voglia di occuparsene. Probabilmente è un fenomeno inevitabile - in effetti era previsto anche quello. Quindi, prendiamo atto della situazione e andiamo avanti. Non è più tempo di elucubrazioni, ma di soluzioni concrete.
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sabato, giugno 13, 2009
L'architettura del post picco
BedZED, quartiere periferico a sud di Londra, vicino a WallingtonCertamente la competizione su chi ha la maggior responsabilità nel consumo di risorse non rinnovabili e nelle emissioni di gas ad effetto serra lascia il tempo che trova. Di volta in volta, in base al tipo di dati che si sceglie di analizzare potremmo rispondere l'automobile, la generazione elettrica, l'economia industriale o l'agricoltura intensiva. Ma è chiaro per chiunque che il settore delle costruzioni e degli edifici continua a consumare suolo, materiali non rinnovabili ed energia sia in fase di costruzione, sia in fase di esercizio e persino in fase di dismissione.
Per questo motivo l'azione legislativa sta dando una crescente importanza alla regolazione delle attività di costruzione e di ristrutturazione. Basti pensare alla Direttiva Europea 91 del 2002 sulle prestazioni energetiche degli edifici, al suo processo di recepimento e all'azione di verifica che porterà probabilmente presto a ulteriori provvedimenti legislativi. Basti pensare che nelle scorse settimane la Commissione del parlamento europeo che si occupa di energia industria ricerca e trasporti (ITRE) ha votato una mozione che dovrebbe portare all'obbligo per tutti gli edifici nuovi di risultare a emissioni zero entro il 2019.
Premesso che non siamo architetti e che quindi il nostro è uno sguardo collaterale, pronto a qualunque smentita, ci sembra in tutta onestà di poter dire che gli approcci più interessanti in un'ottica di post picco ancora stentano ad affermarsi. Per usare un eufemismo.
Potrebbe essere interessante cercare di ripercorrere le migliori esperienze, che affondano in molti casi le radici in progetti che iniziati a partire dai primi anni settanta. Ma spesso si impara di più da un esperimento non riuscito piuttosto che da uno riuscito.
Preferiamo quindi farci condurre da Franco La Cecla in un viaggio attraverso quello che ancora non funziona (Franco La Cecla “Contro l'architettura” Bollati Boringhieri 2008, 117 pag. 12 euro). Architetto di formazione, La Cecla decide presto di rinunciare a praticare la professione (come spiega bene lui stesso nel primo capitolo), ma negli anni è coinvolto come consulente in innumerevoli progetti a livello internazionale. In questo agile volumetto racconta efficacemente le sue più recenti esperienze che lo hanno portato a operare a Tirana, a Barcellona e a New York in quest'ultimo caso con Renzo Piano nel progetto del nuovo Campus della Columbia University ad Harlem. Dalle esperienze non riuscite di La Cecla c'è molto da imparare: “Trasformare finalmente le città in qualcosa di moderno, usando tecnologie, edilizia, servizi per correre ai ripari adesso e non tra un po', questo è forse l'unico compito che potrebbero assumersi gli architetti, a patto che ne siano capaci e che la loro competenza non sia invece ridotta a quella di semplici vetrinisti di boutique.
Essere contemporanei significherebbe oggi prendere sul serio la catastrofe imminente, la slumizzazione del mondo, la fine della città per esaurimento delle risorse, la questione della sopravvivenza, di una convivenza umana che faccia i conti con un ambiente costruito sostenibile, con una redistribuzione delle opportunità di accesso alle risorse, significherebbe adoperarsi in ogni modo per evitare che l'intera città diventi un luogo di conflitti efferati tra etnie, forze, gangs e soggettività impazzite.”
Quanto di questo riusciamo a portare nelle nostre università, anche in quelle dove si provano a sperimentare nuove forme didattiche? Quanto siamo contemporanei se con questo intendiamo chi “non coincide perfettamente” con il suo tempo “né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo.” (Giorgio Agamben, “Che cos'è il contemporaneo?” Nottetempo 2008, 28 pag. 3 euro).
La provocazione di La Cecla riguarda soprattutto l'architettura delle grandi star (o archistar, come proposto in Silvana Micheli e Gabriella Loricco “Lo spettacolo dell'architettura. Profilo dell'archistar©” Bruno Mondadori 2003, 240 pag. 24 euro).
La realtà edilizia italiana è però ben più articolata, riguarda non solo architetti, ma anche ingegneri, progettisti di impianti e geometri, e comunque passa attraverso oltre 500 000 imprese che impiegano mediamente tre addetti ciascuna. Nella concreta esperienza di cantiere, specie in certi contesti, è inoltre fondamentale il ruolo dell'autocostruzione, magari anche attraverso interventi abusivi, in molti casi condonati a posteriori. Del resto oltre il 50% delle abitazioni italiane sono realizzate in edifici che ospitano al massimo quattro unità abitative e che quindi spesso si prestano all'intervento diretto del proprietario durante la fase di costruzione.
Insomma, la realtà concreta della maggioranza degli interventi edilizi è molto lontana dalle riviste patinate o dagli inserti specializzati dei quotidiani nazionali. Anche in questo contesto però c'è qualcuno che prova a essere contemporaneo e anacronistico allo stesso tempo. È il caso ad esempio di Adriano Paolella che insegna Tecnologia alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria.
In un libretto di qualche tempo fa (Adriano Paolella “Progettare per abitare. Dalla percezione delle richieste alle soluzioni tecnologiche” Elèuthera 2003, 136 pag. 10 euro) aveva già raccontato di alcuni interessanti laboratori durante i quali propose ai suoi studenti di leggere la realtà del costruito (e soprattutto dell'autocostruito) in alcuni quartieri di Reggio Calabria. Il tentativo era di interpretare i desideri e le esigenze degli abitanti stessi oltre che di verificarne le abilità operative e le capacità tecniche. A partire da questo gli studenti avrebbero dovuto proporre delle soluzioni progettuali ai bisogni emersi, che fossero direttamente realizzabili dagli occupanti, al limite con l'ausilio di artigiani locali.
“L'architettura tradizionale e le tecniche connesse sono le rappresentazioni di un mondo spesso povero e oppresso in cui le condizioni di vita erano insostenibili, ciò non toglie che queste tecniche siano una risposta di capacità tecnica applicata di grande valore che non può essere dispersa”. Si tratta quindi di ri-appropriarsi delle tecnologie appropriate, apparentemente inattuali in un contesto dove il settore edilizio si è caratterizzato per una ricerca di soluzioni tecnicamente innovative ma non in grado di garantire alcun miglioramento in ordine ai temi sociali e ambientali.
Sulle tecnologie appropriate, contiamo di tornare presto. Per ora basti ricordare che il concetto fu introdotto da Ernest Schumacher nei primi anni settanta. In studi successivi si è arrivati a definire le tecnologie appropriate come quelle tecnologie che cercano di aiutare le capacità umane di capire, operare e migliorare le tecnologie perché possano portare un beneficio alle persone, avendo il minor impatto ambientale e sociale sulle comunità e sul pianeta.
Per essere appropriata una tecnologia dovrebbe essere quindi di piccola scala, energeticamente efficiente, ambientalmente compatibile, ad alta intensità di lavoro, controllata dalla comunità e sostenibile a livello locale.
Paolella è tornato più recentemente su questi temi (Adriano Paolella “Attraverso la tecnica. Deindustralizzazione, cultura locale e architettura ecologica” Elèuthera 2008, 79 pag. 9 euro) ricordandoci l'importanza della comunità che deve tornare a poter gestire il proprio territorio anche attraverso le sue capacità tecniche. I processi produttivi devono “tornare a rispondere alle effettive necessità delle comunità locali”.
“Attraverso la capacità tecnica diffusa, e la produttività locale, si può stringere il legame tra domanda e offerta, tra insediamenti e uso sostenibile delle risorse locali.”
Ma l'approccio di Paolella va oltre il ruolo dell'architettura e dei progettisti: “ci si attenderebbe che la ricerca, l'innovazione e l'informazione scientifica e tecnologica agissero prioritariamente per contribuire alla risoluzione dei problemi; viceversa, davanti alla crescente complessità del sistema, molto frequentemente reagiscono aumentando fittiziamente la complessità e pervenendo a soluzioni complicate. Questo perché la ricerca e la tecnica praticate presuppongono di risolvere i problemi senza cambiare le condizioni dell'esistenza, lasciando immutati i caratteri dei sistemi produttivi e gli interessi degli individui e delle aziende, non chiedendo una modificazione dei comportamenti e dei processi.”
Paolella propone di “eliminare le ridondanze”, “allungare i tempi della produzione, diffondere le conoscenze, ridurre le informazioni e i prodotti”. Sembra quasi riecheggiare il motto di Alex Langer: più lento, più dolce, più profondo.
Le riflessioni di Paolella sono molto stimolanti, e aprono una sfida soprattutto per chi, come noi, ritiene che la normativa e la regolamentazione possano comunque vestire un ruolo fondamentale nel migliorare la qualità del costruito.
Sarebbe fin troppo facile in questo momento sottolineare l'importanza della normativa antisisimica per le nuove costruzioni. Ma anche limitandoci al problema energetico, noi riteniamo ad esempio che la certificazione energetica degli edifici sia uno strumento fondamentale, ancora non del tutto compreso e metabolizzato dal sistema paese.
Infatti pensiamo sia possibile rispondere all'esigenza di “abitare un luogo e di utilizzarne le risorse ai minori livelli energetici possibili” attraverso la “definizione di soluzioni specifiche per i luoghi e le persone” e pensiamo che questo sia assolutamente compatibile, almeno in linea di principio, con gli strumenti regolativi che si stanno affermando.
La sfida è quindi, secondo noi, nel cercare di modulare le normative in modo tale da non indirizzare necessariamente il progettista su soluzioni pre-fabbricate, e di rimanere aperti quindi anche alla valorizzazione delle risorse locali, in termini di energia, di materiali e di maestranze. Solo in questo modo è possibile pensare che la certificazione non sia vista semplicemente come l'ennesimo adempimento burocratico fine a se stesso, ma possa diventare uno degli strumenti per la valorizzazione del nostro patrimonio edilizio. Soprattutto negli interventi di ristrutturazione e soprattutto nel caso dei piccoli edifici. A questo speriamo si possa lavorare presto.
Etichette: architettura, costruzioni, urbanistica
venerdì, giugno 12, 2009
Petrolio, che fatica

Etichette: economia, modelli, petrolio
mercoledì, giugno 10, 2009
Noi a carboidrati, Voi a idrocarburi

created by David Conti
Lungotevere De’ Cenci, sabato, ore 18, il lungo serpentone metallico resta inchiodato all’asfalto, intrappolato, capace solo di esalare fumi tossici e colpi di clacson nervosi. Affiancati al semaforo, in attesa di un verde che potrà dar loro la gioia di percorrere almeno 100 metri di irrefrenabile libertà, tre personaggi. Gianni, 62 anni, idraulico alla guida di una Punto Bianca del 97; Piero, 31 anni, consulente finanziario alla guida di un fiammante Suv ed Enrico, 45 anni, impiegato di banca alla guida di una Escort, impreziosita dalla presenza della famiglia al gran completo.
Ci siamo, i giri del motore salgono quando all’improvviso, da Via Arenula ecco spuntare, una, cinque, dieci, cinquanta, cento, mille biciclette. Ragazzi, ma anche no. Biciclette sportive, sgangherate, grazielle, tandem, strani aggeggi a pedali che sembrano usciti da una delle ultime fatiche di Fellini. E’ un fiume in piena, di scampanellii e di pedalate quello che ha invaso questo caotico e turbolento angolo dell’Urbe.
Gianni resta impietrito. La sua espressione varia fra un “ho appena visto una navicella aliena pararsi davanti al mio cofano” ed un “ma perché? Esistono anche le biciclette?”. Piero, già duramente provato dall’esperienza sulla Tuscolana, esplode. Esce furente dal trono di pelle firmata, rischiando pure di cadere e si mette ad urlare: “Comunisti di m****! Fuori dai co******!”. Riacquistato un certo aplomb, il suo sguardo incrocia quello del vigile urbano, implorando una qualche forma di giustizia. La sua delusione è palpabile quando il pizzardone gli risponde con il più romano dei gesti, braccia aperte sui fianchi a 45 gradi… chettepossofà?. Enrico? Ancora non ha deciso se fare il Gianni o il Piero, quando viene investito dall’ondata di entusiasmo proveniente dal sedile posteriore. I suoi due figli sembrano entusiasti dello spettacolo che gli si è parato davanti, interrompendo la monotonia del viaggio. L’autista abbozza, segue la corrente e si fa una bella risata.
Ma cos’è quella colorata ed irriverente moltitudine a pedali. Sono essenzialmente ciclisti urbani che “per caso” confluiscono in una pedalata collettiva che ha il fine ultimo di riprendersi la strada, al grido di “Noi non blocchiamo il traffico. Noi siamo il traffico!”. Critical Mass, così si chiama il movimento nato nella San Francisco dei primi anni 90 dall’idea di un pedalatore illuminato, Chris Carlsson. Da quelle prime eroiche pedalate, il movimento si è sparso in tutto il mondo fino ad attecchire anche nel belpaese. Avendo il sottoscritto partecipato alle prime sortite della Critical Mass romana, posso testimoniare che quanto riportato nella storiella introduttiva è si, romanzato, ma non si discosta troppo dalla realtà. Ovvero, quello di una massa, questa volta assolutamente acritica, che prima ancora di essere intrappolata in media per 500 ore l’anno nel proprio abitacolo [1], è intrappolata in schemi mentali che le impediscono di immaginare un futuro privo dell’automobile privata. E’ da questo blocco che nascono le reazioni di stupore, incredulità, rabbia e frustrazione di coloro che al volante vengono sopraffatti da un qualcosa che ribalta completamente il loro immaginario. La Critical Mass è uno di quei momenti in cui due mondi si scontrano. Da un lato, l’esasperazione di un possibile mondo post picco. Dall’altro, lo status quo. La bicicletta sta lentamente guadagnando terreno sulla macchina, complice la crisi, una “moda ambientale”, ma rimane pur sempre, metaforicamente parlando, un colle di prima categoria da scalare.
E allora, vediamo perché la bicicletta può considerarsi una credibile alternativa all’auto negli spostamenti cittadini. In questo senso, una statistica ci indica che in media, in Italia, il 90% degli spostamenti cittadini non superano i 10Km di lunghezza. Più in dettaglio, il 30,1% dei tragitti urbani non supera il chilometro di lunghezza mentre il 27,1% ricade fra i 2 ed i 5 km [2]. Queste distanze sono ampiamente alla portata di qualunque tipo di ciclista, anche il meno allenato. Consideriamo adesso il rendimento della bicicletta a confronto con gli altri mezzi a motore. Ogni anno, in diverse città italiane, Legambiente organizza il “Trofeo Tartaruga”, una competizione su 7 km che punta a stabilire quale sia il mezzo più veloce in città fra la bici, l’auto, il motorino ed il mezzo pubblico. Inutile aggiungere che la bicicletta vince regolarmente ogni edizione, mentre l’auto, quasi altrettanto regolarmente si piazza all’ultimo posto, inesorabilmente penalizzata dall’affannosa ricerca di un parcheggio. Nonostante sia un mezzo a trazione umana, la bicicletta si dimostra più veloce. Questo è il vantaggio più immediato e spesso meno pubblicizzato se si considera anche la totale assenza di emissioni nocive, i costi di manutenzione irrisori, l’assenza di tasse e balzelli vari, oltre che la possibilità per chi la guida di praticare esercizio fisico gratis.
Da venerdì 29 a domenica 31, oltre 3000 biciclette hanno percorso il centro di Roma, avventurandosi anche in luoghi storicamente off-limits per loro come la tangenziale. Il messaggio, per chi lo vuole cogliere nella sua irriverenza, è chiaro. Sostituire l’automobile con la bicicletta, quando il percorso ed il chilometraggio lo consente, non è solo possibile, è doveroso. Il Picco sarà anche storia, ma gli effetti della sua onda lunga sono ora appena percettibili. Modificare il proprio stile di vita e con esso il modo in cui ci si muove in città, resta per il momento una scelta. Per il momento, appunto.
PS
Un resoconto video della manifestazione su You Tube.
[1] su http://www.blogger.com/www.aci.it/fileadmin/documenti/notizie/Comunicati/Comunicatoluceverde.pdf
[2] ISFORT-ASSTRA, Dove vanno a finire i passeggeri. Terzo rapporto sulla mobilità urbana in Italia. 2006
Etichette: mobilità
martedì, giugno 09, 2009
Il comportamento elettorale degli europei
L’Italia delle Noemi e dei celodurismi bossiani sembra lontana anni luce dalle tendenze politiche di fondo che emergono oltralpe dopo le ultime elezioni per il Parlamento Europeo. Tra queste, assume particolare rilievo la crescita dei partiti verdi e, in particolare, quella degli ecologisti francesi di Cohn Bendit, che con più del 16% hanno quasi raggiunto il grande e storico Partito Socialista. Qualcuno attribuisce questo risultato sorprendente all’uscita in Francia, qualche giorno prima delle elezioni, del bel documentario di Yann Arthus-Bertrand “Home” che mostra splendide immagini di tante regioni del globo, riprese dall'alto, e che lancia un messaggio di preoccupazione sul fronte dell'ecologia. Il film, che si può scaricare da questo articolo di Debora Billi, è stato visto da ben 8,3 milioni di telespettatori, il 33% del pubblico televisivo francese di quel momento, inducendo osservatori superficiali a motivare con esso il successo dei verdi. Ma si confonde la causa con gli effetti. L’opinione pubblica europea è da anni molto più sensibile e attenta di quella italiana al problema della sostenibilità dello sviluppo e dei rischi connessi all’inquinamento e all’esaurimento delle risorse. Basti pensare alla tematica, trattata in questo blog, del picco del petrolio e degli altri combustibili fossili, in Europa molto più avvertita che in Italia, dove è relegata a un pubblico marginale o specialistico.L’anomalia e l’arretratezza storiche del nostro paese si rivelano non solo in una guida politica inimmaginabile nelle altre nazioni dell’occidente evoluto, ma anche in questa scarsa o superficiale sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali, a cui fa da contraltare l’esistenza di un piccolo, rissoso, massimalista e ininfluente partito dei verdi, la cui progressiva pochezza culturale e programmatica lo ha inevitabilmente confinato in uno spazio di pura testimonianza e marginalità elettorale.
Come evolverà ulteriormente il quadro politico europeo? La mia opinione è che assisteremo, con l’accentuarsi della crisi delle risorse e delle conseguenze sociali ed economiche ad essa connesse, a una “ecologizzazione” dei partiti socialisti, che abbandoneranno gradatamente la cultura industrialista dello sviluppo illimitato a favore della redistribuzione della ricchezza tra ceti abbienti e meno abbienti, parte essenziale della loro tradizione e di alleanze sempre più accentuate con i partiti ecologisti. In Italia, il Partito Democratico avrebbe le potenzialità per anticipare queste tendenze, ma purtroppo gran parte dei quadri di quel partito fa ancora riferimento a motivazioni del passato e solo un radicale rinnovamento della classe dirigente, generazionale ma soprattutto culturale, potrà far emergere realmente queste potenzialità innovative.
lunedì, giugno 08, 2009
Cocco Bill e i sistemi complessi

In una delle storie western di Jacovitti, si parlava di un pistolero talmente bravo che aveva trovato un modo sicuro per farla franca quando voleva ammazzare qualcuno. Per prima cosa lanciava una pistola in aria. Poi con l'altra pistola sparava al grilletto di quella in aria; da li' partiva un colpo che ammazzava la vittima. Dopo non gli potevano fare nulla perché non è reato sparare a una pistola.
La storia del funambolico pistolero di Jacovitti è surreale, certo, ma - pensandoci bene - somiglia a tante cose che si dicono, per esempio, a proposito del riscaldamento globale. Che cosa causa il riscaldamento? E' possibile che poche centinaia di parti per milione di CO2 possano surriscaldare un intero pianeta? E' sempre possibile far confusione nell'attribuire esattamente una "causa" e un "effetto" a certi eventi. Pensate semplicemente a qualcuno che spara a qualcun altro. L'assassino potrebbe sempre dire: "Ehi, cosa c'entro io? Io mi sono limitato a premere un affarino di metallo; tutto li'. L'energia del mio dito non è certamente sufficiente per ammazzare chicchessia. "
La ragione per cui quando spari a qualcuno ci sono pochi dubbi che tu sia un assassino sta nel fatto che la cosa è ben nota e ripetibile (anche troppe volte su questo pianeta). Un arma da fuoco è progettata in modo tale che l'esplosione della carica nella cartuccia ottenga risultati sempre uguali, prevedibili e ripetibili. Tuttavia, l'esplosione di una carica ha risultati spesso difficili da prevedere se avviene al di fuori di una camera di scoppio con caratteristiche ben note. In generale, tutte le reazioni chimiche rapide hanno questa caratteristica: si espandono rapidamente in un processo di "feedback positivo" e non è facile prevedere dove si fermeranno.
Un caso classico di questa imprevedibilità è l'attacco alle torri gemelle di New York, l'11 Settembre 2001. Per capire il meccanismo del crollo bisogna mettere insieme una serie di fenomeni concatenati che partono dall'incendio del carburante degli aerei e includono il rammollimento dell'acciaio delle strutture degli edifici. Tutto questo, alla fine, ha generato un crollo spettacolare - un evento che a prima vista sembra sproporzionato in confronto all'urto di un aereo. L'aereo ha fatto soltanto da "grilletto" ("trigger" come si dice spesso in inglese). In effetti, per molti questo effetto grilletto è difficile da capire: sembra che ragionino un po' come il pistolero di Jacovitti. Tanto è vero che c'è chi si è inventato un'improbabile "demolizione controllata" proprio per cercare di trovare a tutti i costi una relazione immediate e diretta fra causa ed effetto.
Ma non sempre si può trovare una relazione immediata del genere. Anzi, è un caso raro in un mondo dove la complessità è la regola. Sono le nostre limitazioni mentali che ci portano a cercare per forza questo tipo di relazione. E' l'errore del topo che non si rende conto che il formaggio che cerca di addentare è connesso a un gancio che è connesso a una molla che è connessa a una tagliola e...... Non rendersi conto che certi sistemi sono complessi può essere molto pericoloso.
Dove la difficoltà di capire la relazione fra causa ed effetto è veramente estrema è nel caso della crisi economica mondiale. L'economia mondiale è un tipico sistema complesso. E' tutto un gioco di fattori che si influenzano l'un l'altro: Tutta la miriade di cose che formano quello che chiamiamo il "sistema economico", dal governo che stabilisce il tasso di sconto agli operai di una fabbrica che decidono di fare sciopera, interagiscono fra loro rinforzandosi o indebolendosi. Questi sono tutti "feedback" (retroazioni in italiano). Un feedback può essere positivo o negativo. Se è positivo, allora parliamo di "effetto grilletto", ovvero una piccola perturbazione può causare effetti molto importanti, come quando si preme il grilletto di una pistola.
Allora, che cosa è successo con la crisi? L'economia reagisce agli aumenti di prezzo del petrolio allocando più risorse per l'estrazione. Questo vuol dire che altri settori dell'economia devono contrarsi: la quantità di risorse disponibili è limitata. Questa riallocazione, però non avviene in modo lineare ma in modo complesso - infatti è un sistema complesso governato da feedback. Così, possiamo dire che l'aumento del prezzo del petrolio ha fatto da "grilletto" causando l'esplosione dell'economia. Questa perturbazione relativamente modesta ha causato una serie di feedback che ha portato al crollo del sistema nel suo punto più debole: il sistema finanziario. Era una cosa che ci aspettavamo da un pezzo in ASPO e che avevamo previsto da lungo tempo. Certo, alle volte la gente ti chiede "che prova hai che è stata colpa del prezzo del petrolio?" Vorrebbero una semplice relazione di causa ed effetto - ma questa non ci può essere nei sistemi complessi.
Ed è curioso che questa stessa gente che è scettica sul ruolo del petrolio nella crisi, poi cade facilmente in spiegazioni complottistiche che coinvolgono i "poteri forti" o "le multinazionali" o cose del genere. La nostra tendenza a cercare sempre spiegazioni semplici per fenomeni complessi ci spinge a questo complottismo diffusissimo ovunque. Dare la colpa a qualcuno è facile e soddisfacente; ti risparmia la fatica mentale di esaminare le cose in dettaglio. Così è per la "demolizione controllata" delle torri gemelle. E' così per il problema climatico dove si accusano gli scienziati di essersi inventati tutta la storia per avere lauti contratti di ricerca. E' così anche per il petrolio, dove si accusano le compagnie petrolifere di aver "chiuso i rubinetti" per aumentare i propri profitti.
Sembra che tutti quanti stiano ragionando come il pistolero di Jacovitti, "che male c'è a sparare a una pistola?"
Etichette: sistemi complessi
domenica, giugno 07, 2009
Una cosa chiamata politica

Etichette: Limiti alla crescita, politica, società
sabato, giugno 06, 2009
Eppure vorrei rimanere ottimista

Nel caso dovesse vincere lo schieramento pro Siria-Iran, sono più che convinto che andremo incontro ad ulteriori periodi di tensione in quanto l'Iran avrà consolidato la sua influenza in Medio Oriente, soprattutto alla frontiera nord di Israele, con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare (non dimentichiamo che Hezbollah rimane l'unica milizia super armata con missili di corto, medio e lungo raggio); nel caso dovesse vincere lo schieramento moderato (opposto ai Siriani ed Iraniani), possiamo aspettarci una certa (seppur minima) stabilizzazione regionale e la continua crescita economica del Libano (se in Europa la crisi globale finanziaria ha portato recessione e caduta del PIL, in Libano si è verificato esattamente l'opposto (un incremento annuale del 9%) visto che le banche Libanesi non hanno trafficato con i derivati sporchi. Una nuova guerra Israelo Iraniana o Israelo Libanese (Hezbollah) questa volta avrebbe delle conseguenze incredibilmente drammatiche sul Libano in primis e su tutta l'area del Medio Oriente e del Mediterraneo, con conseguente recrudescenza della crisi energetica (nel senso di costi di Petrolio e di rifornimenti).

Per quanto riguarda le elezioni Europee e amministrative Italiane, forse la situazione potrebbe sembrare meno drammatica o più serena, ma solo apparentemente. Io credo che l'Europa in generale e l'Italia in particolare stiano vivendo momenti politici, sociali, economici, climatici ed ambientali, e soprattutto ETICI i peggiori di questi ultimi decenni. Mai come in questo periodo nessuna informazione o vera propria campagna elettorale è stata seguita per le Europee in Italia (almeno dal mio punto di vista). Domani dovrei andare a votare non so chi e non so per quale programma. Le uniche campagne elettorali degne di quel nome che sono riuscito a seguire sono state quelle per il Sindaco di Firenze tra Renzi (PD) e Galli (PDL) . Forse perchè vivo a Firenze. Ma per il resto, durante tutti questi ultimi due mesi, le uniche notizie riguardavano Berlusconi e le sue veline, ragazzine, i suoi party ed i suoi regali. Eppure il Paese sta andando alla deriva, ha bisogno di maggiore serietà oltre che una classe politica virtuosa. E qui, consentitemelo, non posso dare la colpa a Lui (che sappiamo bene chi è, come è arrivato ecc...) io me la devo prendere con chi dà l'informazione, con i principali media del Paese, che continuano a mettere in prima pagina le avventure del cavaliere.
In Europa, basterebbe dare un'occhiata ai risultati delle Europee appena concluse in Olanda ed in Gran Bretagna per capire che la nave Europea stia andando alla deriva: verso l'estremismo, la xenofobia e l'antieuropeismo. Non esiste una leadership Europea di riferimento. Questo è molto significativo. E ciò potrebbe trovare le sue ragioni non soltanto nella crisi politica del Continente, ma soprattutto nell' esaurimento delle risorse intese come spazio, lavoro, opportunità. Ma anche intese come crisi economica, energetica, climatica, ambientale ed Etica.
Sono convinto che malgrado tutti gli allarmismi sull'invecchiamento dell'Italia e sulla necessità di incrementare il numero dei figli, degli immigrati ecc., il Vecchio Continente non ce la faccia più. La pressione è talmente elevata che mi potrei aspettare per i prossimi anni un incremento delle tensioni sociali, non tanto tra ricchi e poveri (che non sono una novità) ma con gli immigrati, tra gli immigrati e tra le confessioni. La deriva xenofoba era iniziata in modo virale anni fa in Austria e nell'Est della Germania, ma oggi la vediamo anche in Italia (le ultime dichiarazioni di Berlusconi e della Lega), ora in Olanda, Gran Bretagna (vi ricordate la storia dell'Agip qualche mese fa?), in Francia e cosi via.
Forse una campagna elettorale a favore di una Europa politicamente e socialmente più coesa, capace di affrontare le future (molto prossime) sfide energetiche, climatiche e ambientali (di conseguenza economiche e sociali) sarebbe stata utile, ma ahimé almeno io, personalmente, non l'ho vista o sentita.
Se chiudessi ora gli occhi e cercassi (mantenendo un atteggiamento ottimista) di immaginarmi i prossimi 5 anni Europei: mi preoccuperei (ripeto pur rimanendo ottimista).
Etichette: demografia, disinformazione, politica, politica internazionale, politici, popolazione
venerdì, giugno 05, 2009
God bless you, Mr. Obama!
(Immagine di Alex Grey) Con l'Islam un nuovo inizio
Di Barack Obama.
SONO onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.
Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.
Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
(Traduzione di Anna Bissanti)
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giovedì, giugno 04, 2009
Risorse petrolifere: l'errore di Maria Antonietta
Si racconta che la regina di Francia, Maria Antonietta, abbia risposto "che mangino brioche" quando le dissero che il popolo non aveva pane. E' probabile che Maria Antonietta non abbia mai detto una cosa del genere; ma la storia illustra comunque un errore più comune di quanto non si pensi: confondere la quantità con il costo.
Se l'errore di Maria Antonietta era di non aver capito che il popolo affamato non poteva permettersi di comprare le brioche in vendita nelle pasticcerie di Parigi, un errore molto simile si fa spesso con le riserve petrolifere. Ovvero, si elencano le riserve senza considerare che non tutto il petrolio è uguale: c'è petrolio a buon mercato (il pane) e petrolio molto caro (le brioche). Se siamo affamati di petrolio, il suggerimento di sfruttare giacimenti difficili e costosi ha lo stesso valore del suggerimento di Maria Antonietta al popolo di Parigi: "mangiate brioche."
Una recente versione di questo errore lo troviamo in un articolo di Riccardo Varvelli apparso su "La Stampa" del 27 Maggio, intitolato "La favola dei 40 anni di petrolio". Qui, ci viene ripetuto che non c'è un problema di disponibilità di petrolio: troveremo nuovi giacimenti, useremo altre forme di petrolio, estrarremo di più dai giacimenti esistenti. Ma tutte queste strategie hanno un problema: l'estrazione costa cara, molto più cara di quanto non costi quella dai pozzi di petrolio "convenzionale" che sono quelli che generano la maggior parte della produzione oggi.
E' probabile che già oggi, molte fonti di petrolio non convenzionale siano così costose che l'economia mondiale non ce la fa a sfruttarle o, comunque, le può sfruttare soltanto a livelli di produzione molto inferiori a quelli ai quali ci siamo abituati fino ad oggi. Questa è la ragione del calo della produzione petrolifera mondiale che si sta osservando ormai da tempo. E' questo calo produttivo che ci deve preoccupare. Questo è un problema reale, di fronte al quale è inutile mettersi a elencare risorse che stanno solo sulla carta. E' altrettanto inutile perdersi a elucubrare sull'andamento del "rapporto R/P"; sia perché "R" include queste riserve difficilmente sfruttabili, sia perché il rapporto assume che la produzione sia costante quando non lo è mai stata in tutta la storia petrolifera mondiale.
Non è un problema di quantità, è un problema di costo. Di petrolio ce n'è ancora - anche se ne rimane sempre meno - ma non tutto questo petrolio è estraibile a costi accettabili. Intendiamo qui costi economici ma anche energetici. Quanta energia ci vuole per estrarre e trattare il petrolio? Negli anni '30, negli Stati Uniti, bastava un barile di petrolio per produrne altri 100, circa. Oggi siamo vicini a 1 barile necessario per produrne 6-7. E in futuro? Se non si tiene conto di questo fatto, facciamo di nuovo l'errore di Maria Antonietta.
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La favola dei 40 anni del petrolio
di Riccardo Varvelli
http://www.lastampa.it/_settimanali/tst/PDF/1.pdf
Abbiamo petrolio ancora per 40 anni. L'affermazione viene spesso citata e anche ripresa dalle riviste «scientifiche ». Se c'è qualcosa di vero, significherebbe che intorno al 2050 mezzo mondo dovrà fermarsi, a meno che non si trovino delle alternative. La colpa (o il merito) di questa minacciosa previsione va a un indicatore utilizzato da oltre un secolo dall'industria petrolifera (e quindi da gente esperta): l'indicatore R/P. Non è altro che il rapporto tra le riserve petrolifere (R) e la produzione petrolifera (P). C'è un R/P mondiale, un R/P per ogni Stato produttore e anche un R/P per ogni giacimento. R si misura in barili e P si misura in barili prodotti all'anno: quindi R/P si misura in anni.
Nel 2007 (manca ancora il dato del 2008) il rapporto R/P mondiale è stato di 39 anni. Nel 2006 era stato di 38 anni, come all' inizio di questo secolo e come a metà del secolo scorso. Da decine di anni, dunque, il rapporto è sempre quello: intorno ai 40 anni. Se da tanto tempo vale lo stesso numero e di petrolio ce n'è sempre, qualcosa nell'interpretazione non funziona. Per capirne le ragioni bisogna riprendere i singoli fattori e rileggerli. Le riserve petrolifere (R) si dividono in tre categorie: quelle possibili, quelle probabili e quelle accertate. Nel calcolo di R/P si tiene conto solo di queste ultime. Se si dovesse tener conto delle possibili e delle probabili, il valore di R aumenterebbe del 60% circa. Inoltre, R viene definito come «la quantità di petrolio che può essere estratta con le tecnologie note al momento da un giacimento alle condizioni del prezzo di mercato». Se il prezzo del petrolio aumenta normalmente, le riserve aumentano (i giacimenti delle sabbie bituminose dell'Athabaska in Canada sono sfruttabili solo se il prezzo del petrolio è superiore ai 60 dollari al barile). Se il prezzo diminuisce, R normalmente diminuisce. Inoltre, il valore iniziale di R di un giacimento tende ad aumentare grazie all'innovazione tecnologica di sfruttamento del giacimento stesso. Le riserve del più grande al mondo, quello di Ghawar in Arabia Saudita, sono raddoppiate grazie a innovativi criteri di estrazione.
Nel calcolo del coefficiente R/P, quindi, il fattore P viene definito come «la produzione realizzata al momento del calcolo del rapporto R/P». Ma la produzione può variare enormemente nel futuro e quindi far cambiare R/P in modo significativo. Negli Anni 90 del secolo scorso, quando la produzione irachena era di 200 milioni di barili/anno, il valore dell'R/P iracheno era di 470 anni, perché con la guerra la produzione si era quasi azzerata (mentre le riserve dichiarate all'epoca rimanevano costanti ed a valore molto elevato). Oggi con la ripresa della produzione a valori intorno ai 700 milioni di barili/anno, il rapporto R/P iracheno è sceso a 170 anni, rimanendo comunque il più elevato fra tutti gli Stati produttori di petrolio al mondo. In un lontano futuro, tra 40-60 anni, il rapporto R/P mondiale rimarrà pressoché costante ancora intorno ai 40 anni. A quella data, è sicuro, si troverà sempre meno petrolio, ma si ridurrà anche il consumo, perché altre fonti energetiche lo sostituiranno (il gas naturale in primis). In un futuro più prossimo(10-20 anni) il rapporto R/P rimarrà quello attuale, ma per altre ragioni: aumenterà ancora il consumo mondiale di petrolio, fino a 40 miliardi circa di barili all'anno (contro gli attuali 30), ma aumenteranno ulteriormente le attuali riserve pari a 1166 miliardi di barili) grazie a tre ragioni: l'individuazione di nuovigiacimenti (nel Mar Glaciale Artico nella Siberia orientale, in Cina, nel Centro Asia e ancora in Arabia Saudita e nel mare profondo); l'utilizzo di nuove tecnologie di estrazione dagli attuali giacimenti; la messa in produzione dei giacimenti già noti del cosiddetto «olio pesante» e cioè del petrolio molto denso o allo stato solido (nell'Athabaska in Canada, nel Bacino dell'Orinoco in Venezuela, in Congo e in Russia).
E ancora, tra 10-20 anni, giornali e televisioni dichiareranno minacciosamente: «Il mondo ha petrolio soltanto per 40 anni!».
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mercoledì, giugno 03, 2009
I Garamanti
La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamentoQuella dei Garamanti fu una popolazione berbera che sarebbe stata relegata ad una nota a piè di pagina, o ad un posto di non particolare rilievo negli elenchi di popoli delle versioni di latino, se non ci fossero state sorprendenti scoperte nelle campagne archeologiche condotte nel Fezzan della Libia sudoccidentale. Il loro nome, legato alla capitale Garama (l'attuale Germa), era noto fin dai racconti un po' fantasiosi di Erodoto, che li descriveva come degli eremiti sprovvisti di armi e ciononostante cacciatori di “Etiopi trogloditi”, che inseguivano a bordo di carri trainati da quattro cavalli; le fonti romane, più tardi, li citano con tono quasi sprezzante, per segnalare i trionfi dell'Urbe contro genti rozze, primitive, dedite alla razzia. Dai ritrovamenti più recenti si sono rivelati invece una vera e propria civiltà, con almeno una decina di centri urbani, dotata di scrittura (un antenato diretto dell'attuale alfabeto Tuareg) e di un'organizzazione statale accentrata, di tipo monarchico, che gli archeologi talvolta si spingono a definire impero.
La teoria di Diamond può apparire antimoderna e provocatoria, ma in questo caso spiega piuttosto bene la concomitanza temporale tra peggioramento delle condizioni climatiche e l'avvicendamento dei modi di produzione nel caso dei berberi del Fezzan, anche alla luce di una ulteriore difficoltà: nel Sahara che si desertificava, non solo stavano scomparendo la flora e la fauna selvatiche che avevano sostenuto per lungo tempo la sparuta popolazione locale, ma stava venendo meno la base stessa della vita, l'acqua. Le tribù si concentrarono quindi nei pochi luoghi in cui restavano delle sorgenti attive, che ebbero però breve durata, e a quanto pare si esaurirono prima del 1000 a.C.
Il modo di produzione agricolo, pur richiedendo anche maggiori quantità di acqua rispetto allo stile di vita dei nomadi, aveva tuttavia un atout. Permetteva infatti l'elevato grado di complessità sociale necessario perché i berberi potessero recuperare l'acqua dall'unico posto in cui la si può trovare in mezzo ad un deserto: le falde sotterranee. Costruirono quindi una gigantesca rete di foggara, ovvero dei tunnel “quasi orizzontali” che intercettavano le falde sulle alture e sfruttavano la pendenza per convogliare l'acqua verso valle. Pur essendo una tecnica che non richiede grandi quantità di energia per il funzionamento - a differenza dei pozzi verticali in cui bisogna fare lavoro per portare l'acqua al livello del suolo - la costruzione e il mantenimento in attività erano questioni decisamente complicate, soprattutto considerando le proporzioni di cui parliamo: decine di gallerie lunghe anche centinaia di chilometri. Serviva quindi una civiltà di tipo urbano (si calcola che le città fossero almeno una decina) e con un'organizzazione statale e accentrata, quindi sotto il comando di un sovrano: innovazioni che, sempre seguendo Diamond, non sono affatto aliene, ma anzi sempre conseguenti, all'adozione dell'agricoltura.
La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.
Serviva soprattutto una fonte energetica sufficientemente potente e versatile. Questa, all'epoca, era rappresentata dal lavoro degli schiavi, di cui i Garamanti divennero mercanti, sfruttando con spirito d'intraprendenza molto mediterraneo la vicinanza con Roma e il vantaggio territoriale in un luogo facile da difendere ma difficile da attaccare. I Romani infatti non riuscirono mai a conquistarli, nonostante alcune campagne nel I sec. a.C. e nel I d.C., in cui si ipotizza - le fonti non sono troppo esplicite al riguardo - che il massimo risultato fu quello di ridurre i Garamanti a stato cliente: una sorta di formalizzazione di un rapporto di interdipendenza che sussisteva già da tempo.
In realtà gli ultimi secoli della loro storia videro un sostanziale declino. È vero che i Garamanti poterono attingere alle falde acquifere per più di 1000 anni, ma alla fine l'acqua finì, o meglio, divenne troppo scarsa e difficile da estrarre. Possiamo immaginare che in questo millennio di storia le tecniche usate venissero affinate, ma ciò non impedì che la risorsa si esaurisse, probabilmente con una curva come quella di Hubbert, e con ritorni decrescenti, in cui ad un certo punto gran parte dell'acqua faticosamente estratta serviva solo a mantenere le strutture sociali e materiali impiegate per recuperarla. Mano a mano che si esaurivano le falde più ricche e “facili”, dovevano essere scavati nuovi foggara, sempre più dispendiosi in termini di lavoro e meno fruttuosi in termini di resa (insomma, l'EROEI nel tempo andò a decrescere). Nel frattempo, il Sahara continuava a desertificarsi e le condizioni ambientali peggioravano. Completava il quadro il declino del principale partner commerciale, l'Impero Romano.
E nonostante 1000 anni di acqua dove non ve ne era, di forza lavoro sotto forma di schiavi, e di “civilizzazione” capace di uno sviluppo agricolo rilevante, i Garamanti non riuscirono a sfuggire alla condanna del mutamento climatico e ai limiti fisiologici della loro situazione. Il cambiamento che avevano apportato al deserto era fragile, basato su una fonte - benché non energetica in senso stretto - non rinnovabile: possiamo definirlo epidermico, troppo effimero e superficiale per essere duraturo. Per analogia con altre curve di crescita e declino, è anche possibile ipotizzare che il “picco” dell'acqua di falda di cui si servivano sia sopraggiunto circa a metà della loro storia, magari proprio intorno al 70 d.C., quando Valerio Festo, a capo di una spedizione punitiva, impose loro lo status di clientes, assoggettandoli quindi ad un tributo. In quell'occasione, i Romani usarono per la prima volta i cammelli in una campagna militare e, secondo Plinio, scoprirono una via più diretta per il Fezzan, quella che ai berberi era ben nota e che usavano per i propri traffici: un segno del fatto che stava venendo meno il vantaggio grazie al quale i Garamanti avevano tenuto testa al più potente impero dell'epoca. Forse si salvarono dalla conquista effettiva perché anche i Romani cominciavano a trovarsi in affanno a gestire l'elevato livello di complessità raggiunto: in altre parole, non era possibile controllare direttamente un territorio così inospitale, e un equilibrio così fragile, senza la spinta dinamica che Roma stava ormai perdendo.
Le dimensioni dell'opera dei Garamanti, intuite solo in tempi recenti, non erano ancora note quando il governo libico di Gheddafi lanciò il progetto del Grande Fiume Artificiale. Questa titanica impresa permette di attingere ad una riserva d'acqua sotterranea, di estensione tanto grande da poter sulla carta durare migliaia d'anni al tasso attuale di sfruttamento. Ma le cose non sono così lineari, come impararono a proprie spese i Garamanti: l'acqua non sarà interamente recuperabile, perché è difficile che si trovi in forma libera, e di solito è contenuta in rocce porose impregnate come spugne. Inoltre, l'estrazione è molto energivora, e se oggi può contare sul petrolio abbondante e a buon mercato, le circostanze non saranno sempre così favorevoli. Infine, prima o poi l'estrazione passerà un picco, e quello che sembrava facile diventerà ogni giorno più difficile.
C'è un epilogo, che se creato per la narrativa o il cinema sarebbe probabilmente didascalico, ma - in quanto reale - non può essere taciuto per amore della forma, anche astenendosi dal volerlo inquadrare in un apologo.Secoli dopo il declino dei Garamanti, in quegli stessi luoghi fu scoperto il petrolio. Il principale giacimento, di oltre mezzo miliardo di barili, è chiamato “Elefante”: non per le sue dimensioni, tutto sommato non eccezionali per gli standard libici, ma per la vicinanza con un petroglifo raffigurante un pachiderma. Uno dei lasciti dei Garamanti del Fezzan, oltre alle centinaia di chilometri di gallerie scavate nelle montagne e ai circa 100.000 condotti verticali usati per la loro costruzione, è infatti una ricca serie di graffiti rupestri risalenti al loro periodo preagricolo: si tratta della collezione più importante dell'Africa e forse tra le più estese al mondo. Il petrolio che viene estratto, insieme con l'acqua del Grande Fiume Artificiale, sta facendo tornare l'agricoltura nel deserto, sotto la curiosa forma di campi circolari giustapposti come se fossero fiches di un megapoker. Ma, nell'imitare i Garamanti, l'estrazione petrolifera sta mettendo a serio rischio il patrimonio artistico dell'antico popolo. Secondo gli esperti i danni causati sono già paragonabili alla perdita dei Buddha di Bamyan, fatti esplodere dai talebani nel 2001.
Le fonti usate per la redazione di questo articolo, oltre ai link segnalati nel testo:
· http://www.cru.uea.ac.uk/~e118/Fezzan/fezzan_home.html
· Louis Werner. Libya's Forgotten Desert Kingdom. Saudi Aramco World May/June 2004 , pp.8-13
· Gabriel Camps. Les Garamantes, conducteurs de chars et bâtisseurs dans le Fezzan antique. Clio.fr (2002).
· http://www.livinghistoryengineer.com/roman/north_africa.htm
Etichette: antropologia, EROEI, picco delle risorse
martedì, giugno 02, 2009
Il Quinto Problema: il Picco del Capitale
I cinque elementi fondamentali del "modello del mondo" secondo lo studio noto in Italia come "I limiti dello sviluppo". Immagine di Magne Myrtveit.Ho pubblicato ieri su "The Oil Drum" una riflessione sulla recente notizia sullo stato del sistema di posizionamento GPS (global positioning system): Secondo l'agenzia GAO, il sistema non è stato oggetto di sufficiente manutenzione negli ultimi anni e potrebbe degradarsi o, addirittura, collassare.
L'interpretazione che ne do è che siamo di fronte a un fenomeno atteso secondo gli scenari dei "Limiti dello Sviluppo". Dei cinque elementi che sono alla base del modello, uno è quello degli investimenti nelle infrastrutture. Il "capitale" si forma con l'uso delle risorse naturali ma anche si degrada spontaneamente. Via via che le risorse naturali diminuscono, vediamo il decadimento delle infrastrutture. Il caso del GPS è solo uno dei molti casi in cui l'economia di oggi non è in grado di tenere in piedi le infrastrutture costruite decenni fa.
Abbiamo quattro problemi ben noti: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse, declino dell'agricoltura, inquinamento. Il quinto è meno noto, ma importante allo stesso modo: è il picco del capitale.
Ecco il link all'articolo completo.
Etichette: i limiti dello sviluppo, picco

