giovedì, agosto 02, 2007

L'arte della retorica nel dibattito sul riscaldamento globale

Foto: Al Gore in un momento di intensa declamazione; probabilmente a proposito del riscaldamento globale.


Si va perdendo l'arte del dibattito, specialmente in politica. Finito da un pezzo il tempo di Peppone e Don Camillo, nessuno sembra più interessato a discutere le relative virtù del socialismo e del liberalismo. Invece, sembra che tutti si siano messi daccordo sulla tesi della "fine della storia" di Francis Fukuyama. Non esistono più problemi - ci viene detto - da quando viviamo nel migliore dei mondi; quello del liberismo economico e della crescita inarrestabile del PIL.

Rimane solo qualche dettaglio da discutere: a che età si va in pensione, la legge elettorale, lo stipendio dei parlamentari e cose del genere. Non c'è da sorprendersi se il dibattito politico sia diventato così povero. I politici sembrano dire tutti le stesse cose, a parte scambiarsi insulti quando si incontrano. Anche fuori della politica, sembra che sia non rimasto gran che di cui discutere. Certo, la televisione è piena di gente che sbraita e urla, accalorandosi su questo o quel problema di calcio, ciclismo, o sesso. Ma difficilmente possiamo chiamare questi spettacoli dei "dibattiti."

Tuttavia, c'è un campo in cui oggi si dibatte seriamente: quello del cambiamento climatico. Se per politica intendiamo la gestione della società, ovvero l'equa allocazione delle risorse disponibili, allora il cambiamento climatico
è diventato il dibattito politico per eccellenza.

Diciamo subito che un certo tipo di dibattito su questo argomento è ormai terminato. Fra gli scienziati, le basi del concetto di riscaldamento globale dovuto all'attività umana sono ormai accettate come un solido insieme di fatti e di interpretazioni; anche se si continua a discutere sui dettagli. Ma, quando si parla di prendere provvedimenti in proposito, si lascia la scienza per entrare nella politica e lì il dibattito è lontano da essere concluso.

Non esiste un dibattito "tipico" sul cambiamento climatico, ma ci sono degli argomenti che ricorrono. Chi nega l'effetto umano sul riscaldamento, o addirittura il riscaldamento stesso; ha un suo armamentario di argomentazioni che vanno dalla produzione di vino in Inghilterra nel Medio Evo alla storia dei Vichinghi della Groenlandia. Dalla parte opposta, si mostrano comunemente foto di ghiacciai come sono oggi e com'erano 50 anni fa. E' anche molto popolare il grafico detto "mazza da hockey" che fa vedere l'aumento delle temperature planetarie degli ultimi 50 anni.

Partendo da queste cose, a seconda della preparazione dei contendenti, il dibattito può rimanere al livello di una discussione scientifica (apparentemente) pacata, oppure degenerare in uno scambio di accuse a sfondo politico. Qui, i termini favoriti dai dubbiosi sono "catastrofisti", "cassandre" e cose del genere. Dall'altra parte, si usa comunemente il termine "negazionisti" preso in prestito dalla polemica sull'olocausto degli ebrei. Da entrambi i campi ci si accusa reciprocamente di secondi fini politici o monetari. I "catastrofisti" accusano i "negazionisti" di essere al soldo delle multinazionali, di rappresentare l'industria petrolifera o del carbone. Dai negazionisti, arriva l'accusa detta "del cocomero" (verdi fuori e rossi dentro) ovvero di usare la favola del riscaldamento globale per interessi personali, per imporre una dittatura marxista mondiale o, addirittura, per un programma di sterminio di massa delle razze inferiori.

L'andamento del dibattito dipende anche molto anche d
al mezzo di discussione. I dibattiti per via elettronica sui vari forum tendono ad essere molto polarizzati e a degenerare in scambi di insulti. Questo sembra essere tipico del mezzo elettronico, un fenomeno per il quale esiste anche un termine specifico: "flaming". I dibattiti televisivi e sui giornali sono spesso rigidi e superficiali per mancanza di tempo o di spazio. Raramente c'è modo di approfondire; spesso non esiste neanche la possibilità di una replica. In TV, uno deve sparare tutte le sue cartucce in pochi minuti e sperare di avere un effetto; ma in pratica va a finire che chi parla per ultimo è quello che ha ragione. Senza dubbio, i dibattiti più interessanti sono quelli faccia a faccia di fronte a un pubblico reale. Qui, l'interazione con il pubblico sprona i contendenti a dare il meglio che possono.

In questi dibattiti, si sfoderano le arti più raffinate della retorica. Oggi non si studia più retorica a scuola, anzi, la stessa parola "retorica" ha assunto un significato negativo (nonostante che venga da una parola greca che vuol dire "insegnante"). Ma "retorica" non vuol dire imbrogliare la gente a furia di discorsi; tradizionalmente vuol dire presentare le proprie ragioni nel modo più efficace. Chi è passato attraverso un buon numero di dibattiti, impara presto i trucchi del mestiere. Tuttavia, un buon libretto di retorica applicata può essere utile; i libri di Gerry Spence in proposito sono ottimi, purtroppo esistono solo in inglese. Ci sono molte regole e suggerimenti pratici nel campo ma, che impariate dai libri o dall'esperienza pratica, scoprirete prestissimo la regola d'oro della retorica: l'essenziale per dibattere efficacemente è essere preparati sull'argomento di cui si dibatte.

Questa regola è particolarmente importante nel dibattito sul riscaldamento globale. Chi è a favore della tesi che bisogna fare qualcosa per rallentare il riscaldamento globale deve essere in grado di discutere e spiegare una serie di concetti scientifici, alcuni dei quali non sono affatto ovvi.
Per essere preparati per questo, non è necessario avere un dottorato in climatologia, è importante però aver studiato seriamente l'argomento. Chi sostiene il contrario ha un compito più facile: deve solo seminare dubbi sulla validità della tesi opposta. In questo modo, anche persone prive di cultura scientifica - anzi, spesso completamente ignoranti di scienza - possono riuscire a disorientare anche scienziati esperti. Non vanno assolutamente sottovalutati.

Per andare sul concreto, vi racconto un dibattito pubblico realmente avvenuto che si è concluso con una netta sconfitta del dubbioso (negazionista) di turno. Come dicevo, tutti i dibattiti sono diversi e questo non fa eccezione. Ma è un buon esempio della regola d'oro della retorica: vince chi è preparato.


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Un dibattito sul riscaldamento globale
di Ugo Bardi


Prima che cominci il convegno, l'organizzatore allerta i relatori. "
Guardate," ci dice, "oggi ci sarà anche il professor tal dei tali. E' un fisico molto bravo; state attenti che con le sue critiche ha messo in difficoltà molta gente sulla questione del riscaldamento globale."

Ci guardiamo in faccia fra di noi; siamo quattro relatori. Tutti abbiamo dibattuto con i "negazionisti;" quelli che negano l'effetto umano sul riscaldamento globale o, addirittura, che il riscaldamento globale esista. Di solito, sono gente priva di qualsiasi qualifica scientifica. Questo, invece, è un professore di fisica e ci dicono che è molto bravo. Per una volta, potrebbe essere una discussione interessante. Staremo a vedere.

Siamo a un convegno a livello universitario; non si risparmiano grafici e diagrammi; non manca qualche frecciata ai negazionisti più folkloristici; quelli che "
di giorno si occupano di oncologia e di notte diventano esperti di climatologia". Il pubblico è chiaramente di un certo livello anche quello; docenti universitari e studenti. Gente che ha una buona preparazione e vuole sapere come stanno veramente le cose. Chiaramente, apprezzano il livello delle presentazioni dei relatori; tutti ricercatori e scienziati esperti, e capiscono i concetti presentati.

Finiti gli interventi dei relatori, un signore si alza dalla platea e chiede di poter presentare le sue diapositive. E' un uomo anziano, capelli bianchi, asciutto. Ha l'aria, in effetti, di un professore di fisica. Il moderatore gli dice "
prego, si accomodi." Lui comincia la sua esposizione, mostrando dati e grafici.

Ahimé, l'esposizione del nostro professore ci appare subito deludente. Ci racconta le solite leggende: la coltivazione del vino in Inghilterra, la storia dei Vichinghi in Groenlandia, l'affidabilità delle misure di temperatura e cose del genere. Il pubblico, chiaramente, non è convinto. E' una cosa di cui ci si accorge subito con un po' di esperienza nel parlare in pubblico o nell'insegnamento
. Lo si vede dal "body language", il linguaggio del corpo. Questo pubblico è preparato e non si fa certamente impressionare da questi discorsi.

Sembrerebbe che anche il professore abbia recepito che il pubblico non lo segue; certamente anche lui ha esperienza di insegnamento. Fatto sta che smette di parlare del vino inglese. Glissa rapidamente su una serie di diapositive che aveva preparato e cambia tono mettendosi a descrivere la questione del riscaldamento dei pianeti del sistema solare. Qui, sta presentando dati e non soltanto seminando dubbi. Marte, ci dice, si sta riscaldando e Nettuno anche. Questo dimostra - dice - che il riscaldamento globale ha origine dal sole e non dal biossido di carbonio creato dall'uomo nell'atmosfera terrestre. Elabora la faccenda mostrando un grafico che - apparentemente - correla l'attività solare con l'incremento della temperatura terrestre. Si guarda intorno con aria soddisfatta
. Non c'è dubbio che l'argomento è stato ben presentato e il pubblico, stavolta, ha recepito.

Ma le dure leggi del dibattito non perdonano: tutto quello che dici potrà essere usato contro di te. Mi sento un po' come Napoleone ad Austerliz, quando la mattina ordina il contrattacco contro i Russi e gli Austriaci che gli mostrano il fianco. Dico ai colleghi: "
per questa faccenda di Marte e Nettuno, lasciatelo a me".

Prendo il microfono e faccio più o meno il seguente discorso: "
Caro professore, lei sa bene che i dati che abbiamo sul riscaldamento di Marte e Nettuno coprono un anno o due al massimo - forse solo pochi mesi. Ammesso anche che questi pianeti si stiano riscaldando, cosa non così ovvia come lei ci ha raccontato, vorrebbe veramente buttar via un secolo di ricerca climatologica su un pianeta di cui sappiamo tutto, la Terra, sulla base di pochi mesi di dati su pianeti di cui sappiamo poco; in effetti quasi niente nel caso di Nettuno?"

Questo già colpisce duro; ma il bello deve ancora venire. "Ma vorrei farle notare un'altra cosa
. Lei sa che su questa faccenda del riscaldamento globale si fa molta confusione da parte di chi non ha capito bene le basi scientifiche del problema e, mi dispiace dirlo, lei ha aggiunto a questa confusione quando ha messo insieme Marte e di Nettuno."

Proseguo dicendo: "Lei sa, altrettanto bene di me, che i dati satellitari indicano che l'irradiazione solare non sta aumentando e quindi che non si può spiegare in questo modo il riscaldamento della terra e quello (apparente) degli altri pianeti. Correttamente, dunque, lei l'ha attribuito all'effetto dell'attività solare, che è tutta un'altra cosa, ovvero all'emissione di particelle cariche da parte del sole. Lei sa anche, o dovrebbe sapere, che chi propone questa teoria sostiene che l'attività solare interagisce con il campo magnetico planetario facendo variare la copertura nuvolosa e, quindi, questo causa un cambiamento della temperatura.

Arrivo al colpo finale. "Questo può essere che succeda su Nettuno, ma lei ha messo Nettuno e Marte insieme. Ora, lei dovrebbe sapere che Marte non ha campo magnetico e neanche nuvole. E allora come fa a dire che l'attività solare influenza la temperatura di Marte allo stesso modo di quella di Nettuno?"

Toccato! Colpito e affondato; scacco matto in tre mosse. Il professore accusa nettamente il colpo. Non ha risposta, non gli resta che cercare di cambiare discorso. E' difficile capire se i membri del pubblico hanno chiara la distinzione fra irradiazione solare e attività solare. Ma hanno chiaramente capito che l'argomento del professore è stato demolito. Non vi sto a dire come gli altri relatori l'hanno criticato sugli altri punti che aveva fatto. L'hanno ridotto a un vero materasso.

Finita la conferenza, mi fermo a salutare il professore e ci stringiamo la mano. Mi sembra un po' scosso; probabilmente in altre occasioni era riuscito effettivamente a mettere in difficoltà qualche relatore con le sue argomentazioni; ma stavolta si è accorto che la cosa non era così semplice. Scambiamo qualche parola; mi sembra che sia una brava persona che ha solo portato all'eccesso la sana tradizione dei fisici di dubitare di tutto se non ci sono prove certe in proposito. Fossero tutti così, i negazionisti!


Nota di Ugo Bardi. I miei interventi in pubblico sono quasi sempre sull'argomento di cui mi occupo principalmente: l'esaurimento delle risorse, in particolare dei combustibili fossili. Quando posso, tuttavia, menziono la stretta correlazione che esiste fra il consumo di combustibili fossili e riscaldamento globale. Quando mi capita di parlare specificatamente di riscaldamento globale, affronto il problema partendo dalla mia area di competenza, ovvero ponendo la domanda "ci sono abbastanza combustibili fossili per causare un riscaldamento planetario disastroso?" La risposta, secondo me, è affermativa, come potete leggere in questo articolo.




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4 commenti:

Frank Galvagno ha detto...

Molto interessante.

Curiosità: è mai stato fatto un super-esperimento con un microambiente artificiale, chiuso, con terra, acqua (liq, ghiaccio), vegetazione, e soprattutto con la possibilità di modulare la composizione dell'aria (vapor acqueo, CO2) in modo controllato per poter esplorare un certo n° di risposte in temperatura all'irraggiamento?

Anche se mi rendo conto che un modello semplice e rappresentativo del sitema GAIA è pressochè impossibile da realizzare...

Ugo Bardi ha detto...

Franco, un esperimento del genere non sarebbe per niente semplice. Il riscaldamento planetario è dovuto in gran parte alla stratificazione dell'atmosfera, cosa che non si può ottenere in un microambiente. E' una cosa abbastanza complicata; si può leggere una descrizione a:

http://www.realclimate.org/index.php/archives/2007/06/a-saturated-gassy-argument/

Giovanni Galanti ha detto...

Sono rimasto molto colpito dalla positiva "retorica" di Al Gore nel documentario "Una scomoda verità"... che riguarda appunto il cambiamento climatico. Il film - le cui conclusioni mi hanno davvero messo preoccupazione - è veramente ben fatto e gli argomenti trattati con estrema chiarezza. Dico questo anche per ricollegarmi al post che parlava invece dell'indifferenza dei politici nei confronti dei discorsi degli esperti... Qualche politico, perciò, dobbiamo dire che ha un atteggiamento di ascolto e interesse nei confronti degli scienziati (a Veltroni è stato suggerito di vederlo questo film). Ho inserito brani del documentario sulla "bibliografia" dei miei studenti del primo anno di università, anche per svegliarli un pò dal torpore adolescenziale e dalla mancanza di qualsiasi idea in proposito. Seguo il dibattito e ora le tue riflessioni con piacere, ma non posso dire di essere in grado di affrontare una schermaglia sul tema come invece tu puoi, grazie al tuo settore di studi. Eppure, per essere convinto della necessità di una inversione di rotta qualche anno fa mi bastava l'argomento del crescente inquinamento o del progressivo esaurirsi delle risorse - considerato poi che, come Georgescu Roegen ci ha ricordato, non è possibile il riciclaggio del 100%. Mi bastava nel senso che ... era già evidente che non avremmo potuto esercitare una pressione crescente sull'ambiente e che - a parere mio - avremmo dovuto cambiare stili di vita e valori. La "parsimonia", la cura del risparmio e l'attenta valutazione delle necessità sono dei valori in sè, anche se non ci fosse il riscaldamento globale... E' questo che mi tormenta... dobbiamo proprio cadere nel precipizio per accorgersi che c'era un baratro? Comunque ... questo sforzo "retorico" e di preparazione è quanto di meglio, effettivamente, possiamo fare, viste le circostanze....

Ugo Bardi ha detto...

Vedo che hai notato anche tu come il film di Al Gore sia un bell'esempio di retorica in senso positivo. Per questo ho messo la sua foto all'inizio del post. Al Gore ha capito bene come si parla alla gente; è l'unica possibilitù che abbiamo: stimolare la gente a pensare positivamente in termini di soluzioni. Secondo me ci si può riuscire.