venerdì, agosto 03, 2007

I quattro stadi delle nuove verità

Ho notato già altre volte come un nuovo concetto, come il picco del petrolio, passa attraverso quattro stadi prima di essere accettato nel campo in cui viene proposto. Questi stadi sono:

1. Mai sentito nominare
2. E' una fesseria
3. E' vero, ma irrilevante
4. E' quello che avevamo sempre detto noi.

Nel caso del picco del petrolio, il primo stadio è stato raggiunto e superato abbastanza di recente. Fino a poco tempo fa, nessuno ne aveva sentito parlare (picco di Hubbert, cosa.....??). Oggi, un po' ovunque si moltiplicano le smentite e le definizioni del picco come un ovvia fesseria proposta da un gruppetto di fanatici esagitati.

Sembrerebbe che stiamo superando anche questo secondo stadio e ci stiamo addentrando nel terzo, quello dove si accetta che il picco è una realtà, ma che è irrilevante perché non sappiamo quando arriverà di preciso, oppure perché forse non sarà proprio un picco, ma magari un pianoro in lieve discesa, insomma qualcosa del genere. Un esempio di questo terzo stadio è l'articolo di Alessandro Iaria apparso il 3 Agosto sul blog "Realismo Energetico".

Il testo di Iaria comincia con l'affermazione che l'autore è daccordo nel definire il peak oil come qualcosa di "poco scientifico" o "superstizioso". Dopo un inizio del genere, ti aspetteresti chissà quali critiche feroci al concetto di picco del petrolio. Invece, leggiamo una serie di commenti sulle inevitabili incertezze dei dati e la massima critica che troviamo è che "Avendo grandi incertezze sul se e, se si, sul quando, non possiamo far altro che considerare tutta la faccenda come un evento altamente aleatorio e non come una certezza; nella consapevolezza che per quanto poco probabile anche il peggiore degli scenari possibili sia realizzabile.

Bene; se questa è la critica attuale, è chiaro che stiamo viaggiando a grande velocità verso il quarto stadio, quello dell'accettazione del concetto di Picco del Petrolio come una cosa del tutto ovvia. Non dovrebbe volerci molto tempo, visto come stanno andando le cose.

Ecco l'articolo.

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Sul Peak Oil
di Alessandro Iaria

Qualche tempo fa Carlo Stagnaro, in uno dei suoi numerosi commenti, ha fatto riferimento alle teorie sul "peak oil" come ad un qualcosa di poco scientifico, quasi di superstizioso. Tale fatto ha indispettito alcuni lettori e li ha spinti a chiedere maggiori delucidazioni sull'argomento. Non conosco le ragioni specifiche di Carlo, ma posso portarne alcune che hanno convinto il sottoscritto a pensarla nello stesso modo.

Innanzi tutto una rapida premessa: il petrolio - come ogni altro bene - è presente in natura in quantità limitata. Questa osservazione, isolatamente, non può però portarci a dipingere scenari di scarsità come inevitabili. Quello che bisogna affiancare all'analisi dell'offerta - prima di iniziare a parlare di forniture del bene insufficienti - è un'altrettanto dettagliata analisi della domanda. Solo in seguito ad una valutazione congiunta di domanda ed offerta del bene potremo capire se ci sia ragione di credere ad un'ipotesi d'eccesso di domanda, ed in quale misura. In mancanza di dati sulla domanda, sull'offerta, o addirittura su entrambe, il giudizio esprimibile sarà inevitabilmente velato dall'incertezza, e quest'ultima - come l'eccesso di domanda - sarà caratterizzata da un'entità variabile, maggiore al diminuire della quantità e qualità dei dati disponibili.

I sostenitori della dottrina del peak-oil si rifanno al famoso articolo del 1998 "La fine del petrolio a basso costo", pubblicato sull'American Scientist ad opera dei geologi C. Campbell e J. Laherrère, i quali, applicando il modello matematico del geologo K. Hubbert, prevedono terribili shocks sul fronte dell'offerta di idrocarburi, con conseguenti scenari apocalittici in un futuro - ad oggi - imprecisato. Il modello utilizzato per elaborare le stime ha dato dimostrazione di funzionare egregiamente, infatti, nel 1956 Hubbert fu in grado di fissare al 1972 la data del peak-oil statunitense, e così, effettivamente, fu (1971). Dove sta dunque la differenza? Perchè quell'ottimo modello (trascurando i problemi connessi alla sua attualità) oggi non dovrebbe più essere affidabile? Per via dei dati. In occasione del primo impiego del modello, nel 1956, i dati riguardavano gli USA, ed Hubbert attinse tutto ciò di cui aveva bisogno da fonti universalmente riconosciute per la loro validità ed affidabilità. Nell'utilizzo più recente del medesimo modello, i dati impiegati non riguardavano più i soli Stati Uniti, ma la totalità dei Paesi produttori di petrolio. La domanda, dunque, è: possiamo ragionevolmente considerare i dati forniti dai Paesi membri dell'OPEC e dalle Compagnie petrolifere come affidabili?

Per rispondere con le parole di Guido Rampoldi ("I Giacimenti del Potere", pag. 6): "Il mondo del petrolio è così opaco, così incerti i dati e così forti gli incentivi a barare, [...] ignoriamo perfino a quanto ammontino davvero le riserve provate, cioè l'entità dei giacimenti sfruttabili. Per saperlo dovremmo conoscere a quanto ammontino realmente i giacimenti del Golfo Persico, due terzi delle riserve provate. Ma i Paesi del Golfo rifiutano di sottoporre le proprie stime alle verifiche esterne proposte dal Fondo monetario e da alcuni governi occidentali."

Sul versante dell'offerta, quindi, le valutazioni che vengono fatte sulle future capacità di servire il mercato sono tutt'altro che solide, guidate più che dai fatti dall'intuito.

Un dato più sicuro è invece disponibile sul fronte della domanda, questa, infatti, trainata da Cina e da India cresce di anno in anno.

Cercando di raccogliere i cocci del discorso ci ritroviamo - da un lato - con una domanda di energia tutto sommato prevedibile e - dall'altro - con un'offerta potenziale difficilmente quantificabile. Questo ci conduce a guardare con sospetto chi del peak-oil vorrebbe farne una religione: quella della contrazione dell'offerta (o di un suo aumento non proporzionale a quello dell'incremento della domanda) è un'evenienza possibile, ma i dati a disposizione non permettono di spingersi oltre. Avendo grandi incertezze sul se e, se si, sul quando, non possiamo far altro che considerare tutta la faccenda come un evento altamente aleatorio e non come una certezza; nella consapevolezza che per quanto poco probabile anche il peggiore degli scenari possibili sia realizzabile.


...

6 commenti:

Debora ha detto...

L'impressione è che la conclusione dell'articolo l'abbia redatta usando un "generatore automatico di conclusioni di articoli". Non ha alcun senso.

Quanto al resto, si può tradurre così:
"Ci mentono sulle reali riserve, ma anzichè dedurre che ci mentano come dovrebbe essere logico per eccesso, deduciamo irrazionalmente che ci mentano per difetto in quanto l'attuale dottrina economica prevede crescita e ottimismo obbligatori".

Gratta gratta, tutti i salmi finiscono in gloria.

Giacomo ha detto...

A conferma che stiamo rapidamente bruciando le tappe ed arrivando al punto 4) leggo su Repubblica di oggi un articolo sul picco del carbone e tra le altre cose riporta la seguente frase:"Era considerato la migliore alternativa al previsto esaurimento del greggio, ma le riserve globali sono in calo", quel *previsto esaurimento* la dice lunga e riassume molto bene:)

Anonimo ha detto...

il tipo se la cava male pure con le citazioni : the end of cheap oil ( la fine del petrolio a buon mercato) è un articolo pubblicato non gia' su the american scientist ma sul "leggermente" piu' noto Scientific American....
Io lo lessi li e poi lo rilessi tren anni dopo in un quaderno delle scienze...e questa volta gli dedicai qualcosa di piu' di un'occhiata distratta...
Pietro C.
8o)

Anonimo ha detto...

Ora basta attendere che lo stesso fenomeno si verifichi in relazione alla consapevolezza dell'eccesso di popolazione nazionale (la consapevolezza sull'eccesso globale è già a buon punto, anche se ci si rifiuta di agire). Come per il petrolio, accadrà però troppo tardi perché si possa ricorrere a soluzioni incruentemente efficaci.

Alessandro Iaria ha detto...

Il concetto di peak-oil non è nulla di nuovo o di vecchio. E' semplicemente l'applicazione del modello di domanda ed offerta allo scambio di una risorsa scarsa, il petrolio. Ciò che ho in mente (e che evidentemente non sono riuscito a comunicare, mea culpa) è semplice: nel modello di domanda ed offerta, al fine della determinazione di un eventuale eccesso di domanda, non basta ragionare in modo statico sull'offerta, come se fosse data. Questa va, come minimo, incrociata con la domanda, ed entrambe rese dinamiche in corrispondenza del progresso tecnologico (miglioramento dell'efficienza e dell'efficacia nell'estrazione e nei consumi) e di eventuali sostituti.

Il nostro pianeta è pieno zeppo di idrocarburi, il vincolo che fronteggiamo sul versante dell'offerta non è tanto un'inaffrontabile pochezza della materia prima, ma piuttosto una limitatezza nella capacità di poter raggiungere ed estrarre, in modo conveniente, il tanto agoniato oro nero. Per questo non credo sia "irrazionale" considerare abbondanti le riserve; semmai incolperei le compagnie petrolifere, che nelle ultime decadi non hanno profuso il necessario impegno nello sviluppo e perfezionamento delle proprie tecniche di ricerca ed estrazione, questo ritengo sia l'attuale e vero collo di bottiglia.

Sempre la tecnologia agisce sulla domanda, anno dopo anno i macchinari cui è attribuibile la maggior parte dei consumi vengono migliorati e resi più efficienti, ossia messi nella condizione di poter produrre il medesimo risultato ad un costo (in termini di quantità consumate) inferiore.

In aggiunta poi, vi è la sostituzione degli idrocarburi con alternative più o meno convenienti. Ciò che sta facendo la Toyota ne è un valido esempio.

Passando poi agli effetti di un eventuale peak-oil, non mi sento di condividere l'ipotesi della catastrofe, magari sbagliando. Sono convinto, piuttosto, che grazie a quella che gli economisti chiamano "eterogenesi dei fini" i nostri mercati siano in grado di far fronte ad un possibile shock sul fronte dell'offerta. Ognuno facendo il meglio per sè porterà la società nel suo insieme a superare il problema: investendo nel progresso di cui ho parlato, effettuando in modo più massiccio le sostituzioni del caso, ecc.

Ed ecco in nuce il mio punto di vista: non abbiamo dati sufficienti per valutare in modo corretto la capacità dell'offerta di servire il mercato, e come ho cercato di chiarire (spero) in questa sede, la cosa non riguarda che in minima parte la quantità fisica di idrocarburi attualmente a portata di mano, ma soprattutto lo sviluppo della tecnica estrattiva e di compressione dei consumi. Se poi anche il peak-oil dovesse verificarsi (e ripeto, è un'evenienza del tutto lecita, non potersi esprimere in modo puntuale significa anche in negativo), ritengo che le economie moderne abbiano tutti gli strumenti per farvi fronte in modo da "ammortizzare" il presunto shock reale.

Detto questo, lapidatemi.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Iaria

non vedo perché dovremmo lapidarti. Ho criticato il tuo articolo nel mio post perché, onestamente, mi era parso assai vago. Tuttavia, dal tuo commento qui, vedo che sull'argomento hai ragionato ben di più e ben più correttamente di quanto non sembrasse nell'articolo in questione.

In effetti, in questo commento hai espresso il concetto di peak oil con una chiarezza che si vede raramente. E' proprio l'interazione fra domanda e offerta che genera il picco. Purtroppo molti economisti sembrano cadere nella trappola di ragionare soltanto in termini di offerta. Quando il geologo gli accumula davanti le riserve estraibili, vedono che ce ne sono ancora e allora perché preoccuparsi? Invece, come dici giustamente:

"il vincolo che fronteggiamo sul versante dell'offerta non è tanto un'inaffrontabile pochezza della materia prima, ma piuttosto una limitatezza nella capacità di poter raggiungere ed estrarre, in modo conveniente, il tanto agoniato oro nero."

Esattamente!

Dopo questo, i giudizi divergono su quanto la tecnologia possa aiutare e quanto l'economia possa adattarsi alla riduzione di disponibilità. Su questi punti, personalmente sono più pessimista della maggior parte degli economisti. La mia formazione è quella del tecnologo e come tale vedo parecchi limiti nella tecnologia; ma è una questione di valutazione. E' anche perfettamente vero che ci sono dei picchisti che esagerano a vedere tutto nero per principio!

Direi, quindi, che siamo di fronte più che altro a delle differenti percezioni di quali saranno gli sviluppi futuri, ma la sostanza per il presente è quella.

Grazie per il commento, e spero che ci saranno altre occasioni di dialogo.

UB