giovedì, gennaio 31, 2008
Il picco dell'acqua in Arabia Saudita

Per alcuni, la questione del "picco del petrolio" rimane un'eresia incomprensibile. Ma una volta che comincia a diventare un'idea familiare, potete trovarne esempi in moltissimi campi dell'economia. Già in un post precedente di Marco Pagani abbiamo visto "il picco del tonno". In questi giorni ho postato su "The Oil Drum" un'analisi della produzione di acqua fossile in Arabia Saudita, mostrando che il picco dell'acqua, laggiù, c'è stato circa 10 anni fa. Negli ultimi decenni, l'Arabia Saudita ha utilizzato "acqua fossile" non rinnovabile per l'agricoltura e adesso si trovano alle prese con un problema di esaurimento.
Non è per caso che il picco è tanto comune. Ci sono delle ottime ragioni per questo che hanno le loro basi nella dinamica dei sistemi. Se però uno cerca di capirlo sulla base della teoria economica standard, è impossibile. E' come cercare di capire come funziona una cella solare senza sapere niente di meccanica quantistica.
Purtroppo, l'economia standard è rimasta a una descrizione lineare di sistemi che, invece, sono altamente non lineari. Dico "purtroppo" perchè l'incapacità di vedere queste cose è una delle ragioni che ci sta portando al disastro.
Etichette: acqua. arabia saudita
mercoledì, gennaio 30, 2008
Sheryl Crow sings the Peak
Live in youTube http://www.youtube.com/watch?v=Sr8k66I34VA
Will be free, will be free
Gasoline
Will be free, will be free
La benzina sara' gratis
la benzina sara' gratis
Etichette: media, musica, peak oil
lunedì, gennaio 28, 2008
Il picco del tonno Atlantico

Il picco, piuttosto evidente, è avvenuto nel 1994. Da allora la quantità di pesce pescato si è ridotta quasi alla metà.
Le curve colorate rappresentano due fit fatti con una curva logistica (per la precisione, si tratta della sua derivata). E' possibile vedere che la teoria di Hubbert si adatta abbastanza bene anche a delle risorse rinnovabili, quando il prelievo antropico eccede nettamente il tasso di rinnovo.
Secondo la FAO, cioè è dovuto "in parte alle misure di gestione dell'ICCAT". Ho così scoperto che esiste una Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico. Come si dice di solito, quando non si riesce a risolvere un problema, sin indice una riunione...
L'ICCAT non fissa delle quote di pesca annue, ma valuta con una periodicità quinquennale lo stock delle varie specie di tonni e definisce la resa massina sostenibile (Maximum Sustainable Yeld). Non sono entrato nei dettagli, ma sembra che tale resa venga definita con modelli matematici che tengono conto della dinamica della popolazione dei tonni (vedi qui a pag. 449-450).
Ora, non essendo un esperto di pesca, mi limito a fare due domande da "lettore operaio" (come avrebbe detto Brecht):
- come si spiega il fatto che nel 2003 la valutazione della MSY per il tonno Yellowfin era di 154000-161000 tonnellate (link precedente, p.450) , mentre nel 2007 essa è scesa a 148000 tonnellate?
- come si spiega che la pesca del tonno Yellowfin sia in costante decrescita negli ultimi anni e si sia assestata nel 2006 intorno a 100000 tonnellate? Per quale motivo l'industria della pesca è rimasta sotto alla resa massima sostenibile, tra l'altro in un periodo in cui i prezzi del tonno stanno andando alle stelle? (Eurofish market report del luglio 2007).
A volere essere maligni viene da pensare che le quote dell'ICCAT siano definite più in funzione dell'industria della pesca che della effettiva popolazione dei tonni.
Inoltre, per favore, sarebbe possibile smetterla di riferirsi ai tonni con l'appellativo poco gentile di "tonnellate" e riferirsi ad essi come esseri viventi?
Vedi anche: Il picco della pesca planetaria, La catastrofe del merluzzo nel nord Atlantico.
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]
sabato, gennaio 26, 2008
Eppure i ristoranti sono pieni....
Figura: comsumi energetici lordi italiani in Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. I dati sperimentali sono fittati con la derivata di una curva logistica. Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico
Avete l'impressione anche voi che stiamo diventando più poveri? Sembra proprio di si; nonostante la risposta abusata che "i ristoranti sono sempre pieni". Questa povertà crescente si può quantificare in vari modi e io credo che uno dei più probanti sia quello del consumo di energia.
Ho pubblicato già più di una volta su questo blog dati sui consumi petroliferi italiani che, negli ultimi anni, sono in netta diminuzione. La domanda che mi arriva spesso di ritorno è come siano variati i contributi delle altre fonti energetiche. In effetti, il calo dei consumi petroliferi potrebbe essere dovuto più che altro alla sostituzione del petrolio con altre fonti; il gas per esempio. Questo sta in effetti accadendo sia per il riscaldamento domestico come per la fornitura di energia elettrica.
La domanda è importante. Se, in effetti, è solo una questione di sostituzione, siamo di fronte a un cambiamento tecnologico in atto, ma a parte questo non cambia gran che nella nostra società. Ma se tutti i consumi sono in calo, allora vuol dire che veramente stiamo diventando tutti più poveri, nonostante che i ristoranti siano pieni.
Allora, nella figura in alto potete vedere i consumi energetici lordi italiani espressi in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. I dati sono fittati con una derivata della logistica. C'è un punto nel 2002 che è abbastanza fuori posto. Esaminando i dati, si vede che è dovuto principalmente a una caduta di più del 10% della produzione di energia rinnovabile (più che altro idroelettrica). Non so cosa sia successo nel 2002 che ha fatto abbassare la produzione ma, a parte questo punto, la tendenza della curva sembra chiara verso un appiattimento e una diminuzione. Il calo del 2006 non è dovuto alle rinnovabili, ma al calo del consumo dell'insieme dei combustibili fossili.
Se i dati per il 2007 confermeranno la tendenza alla diminuzione, allora siamo di fronte a un cambiamento molto netto, forse epocale, nella situazione economica del paese, dove la crisi dei combustibili fossili sembra cominciare a farsi sentire in modo molto netto. Dato questa diminuzione strutturale, non c'è da stupirsi se il sistema finanziario sembra diretto verso una recessione
Continueranno a essere pieni i ristoranti? Staremo a vedere
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venerdì, gennaio 25, 2008
Il sole di Roma

created by Antonio Tozzi
Etichette: fotovoltaico, modelli, proposte
mercoledì, gennaio 23, 2008
Picco scaccia Picco

Uno dei concetti più usati dell’economia è quello dei valori marginali. In genere l’aggettivo marginale indica il tasso di variazione del valore di una funzione economica corrispondente alla variazione unitaria della variabile.
Vi ho annoiato con questa breve premessa concettuale per porre in evidenza il fatto che gli economisti hanno ben presente il concetto di picco e lo applicano quotidianamente per determinare i livelli produttivi delle aziende e dei soggetti economici necessari a ottimizzarne i profitti. Ma se provate a trasferire lo stesso concetto all’uso delle risorse non rinnovabili essi in genere non vi seguiranno, negando l’esistenza di un limite e giungendo all’affermazione paradossale che la quantità di risorse disponibili è una variabile esclusivamente dipendente dall’equilibrio dinamico tra domanda e offerta di prodotti che sottende la formazione dei prezzi.
Concludendo, abbiamo il paradosso che il picco dell’economia determina il picco delle risorse naturali e quest’ultimo distrugge il picco dell’economia. La vita è fatta di paradossi e forse la vita stessa è un paradosso.
Etichette: economia, modelli, risorse
lunedì, gennaio 21, 2008
Gli untori del petrolio

Io non sono nato economista; all'università ho studiato chimica. Però, più passano gli anni, più trovo affascinante la scienza dell'economia. Proprio per questo, mi trovo a stupirmi di come gli economisti rinneghino alle volte i principi di base della loro scienza. Nel caso del petrolio, di fronte agli aumenti di prezzo, guardate quanta gente si è messa a dare la colpa ai non meglio identificati "speculatori", proprio come al tempo della peste di Milano si dava la colpa agli untori. Si sono dimenticati dell'esistenza delle leggi del mercato? E' come se io, di fronte a un esperimento di chimica non riuscito, dessi la colpa alle streghe o ai goblin.
La chimica, tutto sommato, è facile e forse è per questo che tanta gente la trova noiosa. In effetti, in chimica tutto è determinato dalle leggi della termodinamica e dagli esperimenti. L'economia è una cosa completamente differente. Non che non ci siano di mezzo anche li le leggi della termodinamica; al contrario è un errore trascurarle. Ma il sistema economico non si presta a essere descritto mediante semplici leggi deterministiche . E' giusto che sia così, è un esempio classico di un sistema "non lineare", ovvero dove ci sono molti elementi che agiscono e che si influenzano vicendevolmente.
Nel sistema economico, il concetto di "mercato" è veramente fondamentale. E' stata un'intuizione geniale dei fondatori della scienza dell'economia che, nell '800, avevano una visione decisamente "non lineare" delle cose. Leggetevi William Stanley Jevons e Adam Smith, per esempio, e capirete cosa intendo dire. Erano dei giganti del pensiero umano. Il mercato è un sistema che cerca un suo equilibrio bilanciando le varie spinte che arrivano dagli elementi che lo compongono.
Purtroppo, gli economisti moderni hanno spesso cercato di descrivere il mercato con un approccio lineare, con risultati decisamente pessimi. Questo ha portato a una certa reazione negativa contro gli economisti e l'economia. Cercate Jay Hanson su internet e capirete cosa voglio dire. Sicuramente esagera, ma anche non si può dire che abbia tutti i torti. Eppure, l'economia è una scienza che ha a che fare con la nostra vita di tutti i giorni e i concetti che esprime sono estremamente utili; in particolare la metafora del mercato ci può guidare a capire il perché certe cose succedono.
Consideriamo la questione del petrolio. Abbiamo tutti visto che i prezzi aumentano e qualcuno reagisce con l'equivalente del "dalli all'untore" della peste di Milano, ovvero "dalli allo speculatore". Eppure, il petrolio è un caso in cui si può veramente parlare di "libero mercato" a livello planetario. Considerate che in questo mercato si vendono ogni anno più di duemila miliardi di dollari petrolio; circa due volte il PIL italiano tutto intero. Vi sembra possibile che un gruppetto di cospiratori che si riuniscono in una stanza fumosa a Zurigo possano influenzare una massa di soldi del genere?
Invece, cerchiamo di ragionarci sopra in termini di mercato. Nel mercato, ci sono produttori e consumatori e i prezzi sono un'informazione che i due gruppi si scambiano e che descrive il rapporto fra domanda e offerta. I prezzi che si alzano sono un messaggio. Ai produttori dice "producete di più!". Ai consumatori dice "consumate di meno!"
Secondo quello che si legge nei testi di economia, il mercato usa questa informazione che viene scambiata fra produttori e consumatori per aggiustare la produzione a un livello ottimale secondo certe condizioni che i testi definiscono usando un linguaggio un po' astruso per i non iniziati. Comunque, queste condizioni non implicano niente di più che in un libero mercato si tende a raggiungere una condizione in cui produttori e consumatori arrivano a un compromesso in termini di prezzi e produzione che è soddisfacente per entrambi.
Nel caso del petrolio, bisogna anche tener conto della limitazione della risorsa. Quello che sta succedendo è che i produttori si trovano davanti al graduale esaurimento delle risorse che hanno sfruttato fino ad oggi. Non che le risorse siano completamente esaurite, ma trovarne ed estrarne di nuovo diventa sempre più caro. La produzione è piatta ormai da qualche anno; interrompendo la tendenza storica all'aumento che era stata la regola da oltre un secolo. L'economia, invece, continua a espandersi, specialmente in paesi come l'India e la Cina, e vorrebbe sempre più petrolio
Allora, come reagisce il mercato di fronte a questa condizione? Mandando un segnale a produttori e consumatori per mezzo dei prezzi. Alzando i prezzi, il mercato dice ai produttori "producete di più!" Ai consumatori dice "consumate di meno!"
Però i produttori si trovano in difficoltà a produrre di più perché andare a sfruttare le risorse petrolifere che rimangono costa sempre più caro. I consumatori, da parte loro, si trovano incastrati in un sistema di vita nel quale è difficile per loro ridurre i consumi.
Allora, cosa fa il mercato? Semplice: urla sempre più forte e il messaggio è sempre quello: "producete di più!" e "consumate di meno!" Ovvero, aumenta sempre di più i prezzi.
A lungo andare, qualcuno finirà per dar retta al mercato e ne vediamo già dei sintomi chiari. Più che altro, sembra che siano i consumatori a essere costretti a ridurre i loro consumi; sembra che sia un po' più difficile per i produttori reagire aumentando la produzione. Come si era detto, la curva della produzione di petrolio è tuttora piatta, mentre quella del consumo sta mostrando una certa tendenza alla diminuzione in molti paesi occidentali (questa riduzione nei paesi consumatori è compensata dall'aumento nei paesi produttori).
Quindi, che cosa ci possiamo aspettare che succeda nel futuro? Beh, sembrerbbe ovvio: vedremo il mercato continuare a lanciare il suo segnale, forse anche più forte (ovvero prezzi ancora più alti) finché non si verificheranno una delle due cose: 1) aumento della produzione petrolifera o 2) recessione economica con conseguente diminuzione dei consumi. A quel punto, i prezzi potranno diminuire.
A voi la scelta fra le due cose che si verificheranno: a parere di ASPO, è molto più probabile che si verificherà una recessione economica, compensata soltanto in piccola parte dagli sforzi dell'industria petrolifera di aumentare la produzione. Per questo, a un certo punto ci dobbiamo aspettare che i prezzi cominicino a diminuire. Ma, attenzione, questo non vorrà dire che la crisi del petrolio è finita. Al contrario!
Per una discussione un po' più dettagliata, potete dare un'occhiata a un mio recente articolo.
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Etichette: petrolio
domenica, gennaio 20, 2008
Gli uomini d'oro di ASPO

In una recente intervista a "Gente Veneta"Leonardo Maugeri, vicepresidente di ENI, ha risposto alla domanda sui prezzi del petrolio, dichiarando:
«Le attuali punte di prezzo al barile sono dovute alla speculazione». I costi sarebbero di 60-65 dollari al barile (e non circa 90, come oggi), perché non converrebbe estrarre petrolio ad un costo superiore. Si è solo messo in moto un meccanismo che facendo prevedere aumenti della domanda ed esaurimento delle scorte provoca una forte domanda speculativa anticipata.
Ogni opinione è rispettabile e, va detto, Maugeri non è il solo che sta dando la colpa degli aumenti dei prezzi a chi ha messo in giro l'idea che il petrolio è scarso. Tuttavia, è forse un po' esagerata.
Facciamo un po' di conti. Quanti sono, in Italia, quelli che hanno parlato del picco del petrolio sui media di una certa diffusione? In TV, ne ha parlato Luca Mercalli. C'è poi Beppe Grillo che ne ha accennato in uno dei suoi post. A una certa distanza, viene il modesto sottoscritto, Ugo Bardi, che ha avuto a volte spazio nei giornali nazionali e qualche rara volta in TV. A parte qualche altra occasionale apparizione dei membri di ASPO-Italia e di altre persone impegnate in questo campo, è difficile pensare che quelli che determinano il prezzo del petrolio, ovvero i traders, siano molto esposti al concetto del picco, perlomeno in Italia. Per il pubblico in generale, il concetto è totalmente ignoto al momento.
Cosa succede a livello internazionale? Beh, c'è un discreto gruppo di picchisti abbastanza noti: Colin Campbell, Kjell Aleklett, Howard Kunstler, Matthew Simmons, Richard Heinberg, solo per fare qualche nome. Quanti sono quelli che appaiono sui media? Uno sparuto gruppetto: una decina, al massimo qualche decina. Anche qui, è molto difficile che i traders siano esposti al concetto del picco; lo stesso vale per il pubblico generale.
Allora, facciamo un po' di conti. Consideriamo il mercato del petrolio. Prendiamo in esame solo quello "spot" del petrolio veramente scambiato (lasciando perdere quello mercato finanziario, anche se è 5-6 voltepiù grande). Prendiamo i circa 26 miliardi di barili prodotti annualmente nel mondo. A 90 dollari al barile, fanno 2300 miliardi di dollari. Se fossero stati a 60 dollari al barile, erano "soltanto" 1500 miliardi. La differenza è 800 miliardi di dollari (mica male!)
Consideriamo ora il numero dei picchisti. Esageriamo pure e diciamo che in tutto il mondo ci sono 1000 persone (invece che soltanto un centinaio) che pubblicano e diffondono l'idea del picco. Secondo Maugeri e gli altri, è questo gruppetto che ha causato l'aumento dei prezzi del petrolio.
Cavolo! (per non dir di peggio) Secondo questo ragionamento, ognuno di quelli che parlano del picco è responsabile per circa 800 milioni di euro che entrano annualmente nelle casse delle compagnie petrolifere!!! Al prezzo attuale dell'oro, 30 dollari al grammo, (probabilmente abbiamo contribuito a fare aumentare anche quello), ognuno di noi vale 27 tonnellate di oro fino. Uomini d'oro; altroché!
Cavolo doppio (ancora per non dir di peggio). Non credevo di avere tutto questo potere! Mi viene voglia di scrivere sette letterine e chiedere il mio 5% sicuramente meritato. Cosa sono 40 milioni di euro all'anno per le potenti sette sorelle?
Purtroppo, però, ho l'impressione che Maugeri e gli altri ci abbiano un po' sopravvalutato. La mia opinione sugli aumenti dei prezzi del petrolio è differente e non implica il complotto planetario dei 1000 uomini d'oro di ASPO. Se volete leggerla, la trovate qui.
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sabato, gennaio 19, 2008
Un diamante troppo caro

E' stato appena firmato un accordo tra Enel e la Provincia di Firenze per la realizzazione di un impianto fotovoltaico che illuminerà il parco di Villa Demidoff a Pratolino. Il parco è un autentico gioiello, meta di bellissime scampagnate estive per i fiorentini, e il progetto, per non essere da meno, è stato definito un diamante che produce energia dal Sole.
Benissimo, non può che far piacere che simili iniziative prendano piede. Finché però non si va a guardare i numeri. L'impianto è montato su una struttura di 8 metri di diametro, composta da 70 facce triangolari, di cui 38 sono costituite da pannelli appunto triangolari. La potenza di picco installata è dichiarata essere di 20 kW di picco, in questo comunicato, ma facendomi due conti delle superfici e assumendo l'efficienza dei migliori monocristallini, mi tornerebbero 13 kWp. I pannelli non sono orientati ottimamente, essendo spalmati su una semisfera, per cui, con qualche conto, si trova che il tutto è comparabile ad un impianto tradizionale di circa 8 kWp. Quello che vorrei riuscire (condomini permettendo) mettere sul tetto per alimentare 4-5 appartamenti.
Il tutto per un costo complessivo di un milione di euro! No, non ho sbagliato a scrivere, sono circa 77 mila euro a kW di picco, 125 mila se si considera la minor resa rispetto ad un impianto tradizionale. Tanto per dare un'idea, i prezzi correnti per un buon impianto fotovoltaico, chiavi in mano, viaggiano sui 7-8 mila euro per kWp, prendendo il meglio del meglio. Il tutto produrrà un risparmio per la Provincia, in termini di energia elettrica, di 50 mila euro (in 25 anni, secondo i miei calcoli, cioè in tutta la vita dell'impianto).
Ma leggendo per bene si scopre l'inghippo: nell'impianto è compreso un sistema di accumulo ad idrogeno, con 3 sfere di un paio di metri di diametro per immagazzinare il gas in idruri metallici. Dai dati disponibili non si capisce quale sia la capacità del sistema, e quindi quali siano i costi per kWh accumulato. Si può però fare qualche confronto con i costi di sistemi alternativi. E senza tener conto dell'efficienza, che in un sistema ad idrogeno difficilmente supera il 50%, più probabilmente, anche con le costosissime celle a combustibile, è intorno al 40%.
In una giornata estiva il "diamante" può produrre, all'incirca, 50 kWh. Mi servono circa 100 kWh di batterie, per poterle usare al 50% della capacità e migliorarne la durata. Posso utilizzare accumulatori al piombo appositi, per un costo di circa 30 mila euro. Usando batterie a litio-polimeri i costi sono dell'ordine dei 120 mila euro, ma la durata è molto maggiore. Il sistema mi restituisce in entrambi i casi almeno 40 kWh, il doppio di quanto faccia quello ad idrogeno, il che significa che posso utilizzare un impianto grande la metà per soddisfare gli stessi bisogni di elettricità.
A Pratolino sarebbe stato innovativo sfruttare le potenzialità del mini-idroelettrico. Il parco è ricco di corsi d'acqua, piccoli bacini, non sarebbe stato complicato crearne di nuovi e sfruttare i dislivelli naturali per pompare l'acqua in salita di giorno e usarla di notte per produrre corrente. Non è banale, 50 chilowattora sono quasi 400 metri cubi d'acqua sollevati di 50 metri. Ma rientra ancora nel fattibile, con efficienze un po' peggiori delle batterie (sicuramente non disastrose come per l'idrogeno) e costi che non credo proprio arrivino al milione di euro.
Comunque anche facendo i conti di un sistema ad idrogeno, i costi non risultano poi così spaventosi. Un sistema di celle a combustibile da 8 kW costa qualcosa intorno a 70 mila euro, e il sistema di accumulo probabilmente qualcosa di meno. Non ho dati sulla durata, le celle a combustibile sono oggetti delicati.
Considerando i pannelli "su misura", la soluzione artistica, ecc. è comunque difficile superare i 400 mila €. Uno sproposito, ma ancora meno della metà del costo previsto. Bé, almeno non si fanno danni come per i biocombustibili. Speriamo solo che non faccia passare l'idea che il fotovoltaico è solo un giocattolo carissimo, sarebbe un'ulteriore conferma che l'idrogeno è il peggior nemico delle rinnovabili.
Etichette: fotovoltaico, Idrogeno, prezzi
venerdì, gennaio 18, 2008
Il Peak Oil degli Ingegneri

Da “scettico” del Picco (come del resto ero io più di un anno fa) è diventato un ottimo interlocutore per analizzare e discutere cause, effetti, implicazioni, scenari. Nessuno di noi due ha ragione a priori nelle nostre “diatribe”, ma l’approccio costruttivo e non ideologico che le contraddistingue è già un goal.
Qualche giorno fa mi ha passato una rivista che riceve regolarmente, “Il giornale dell’Ingegnere” n. 1 del 15 gennaio 2008, in cui si titola in prima pagina: “Petrolio, minaccioso il conto del ‘peak oil’, il ruolo degli investimenti frena la produzione”. In esso si parte da concetti economici per giustificare razionalmente alcuni fatti oggettivi, sempre di carattere economico. Ad esempio, si ridimensiona il ruolo di eventi climatici e politici nella determinazione del prezzo, di fronte all’immensità della “sete” crescente di greggio.
Si evidenzia come il sistema produttivo non riesce a soddisfare una domanda crescente, e il meccanismo del veloce aumento dei prezzi sia inevitabile.
Si individua nel 2004 l’anno d’oro delle compagnie petrolifere, corrispondente al picco dei profitti. Da allora, il crescente costo degli investimenti ha progressivamente rallentato la velocità di offerta.
Gli elementi citati sono a mio avviso molto importanti, e anche ben espressi; le ragioni profonde del picco, che sono geofisiche e geochimiche, non vengono tuttavia citate esplicitamente. Queste possono essere considerate (superficialmente parlando) scontate, o banali; da chimico (sarò di parte…!), direi che in assenza di una loro costante ricapitolazione c’è il rischio che il “colpo di coda” delle ormai mitiche ragioni politico-belliche domini incontrastato … e che si torni daccapo!
E’ significativo che un Ordine ad alto impatto quale quello degli Ingegneri incominci ad affrontare il tema dal Picco. Da una parte questo conferma la serietà dell’ “affaire”, dall’altra si tratta di un canale di comunicazione capillare e rivolto a settori che non possono permettersi di trascurarne gli impatti, quali ad esempio l’industria manifatturiera e le infrastrutture.
Etichette: peak oil
giovedì, gennaio 17, 2008
Il picco del petrolio è una cosa seria?

L'accusa, in se, è falsa. Esiste un certo numero di articoli su riviste scientifiche che illustrano la teoria che è dietro l'idea di "Picco". E' anche vero, tuttavia, che sono pochi in confronto a quelli, per esempio, sul cambiamento climatico. Se andate sul database scientifico "sciencedirect" e digitate "global warming"trovate più di 2000 articoli. Se cercate "peak oil" ne trovate 20 e se cercate "hubbert peak" ne trovate 9.
Le ragioni di questo scarso impatto del picco sulla letteratura scientifica sono più di una. Un problema è il fatto che il "picco del petrolio" non ricade esattamente in nessuna disciplina di quelle ben note. E' a cavallo fra economia e geologia, ricade più che altro in quel campo che viene chiamato "dinamica dei sistemi" che, comunque, è considerato sempre un po' eretico un po' da tutti. Questo vuol dire che quando cerchi di pubblicare qualcosa a proposito del picco su una rivista di economia o di geologia, ti trovi a essere attaccato dai referee perché sei fuori dagli schemi stabiliti.
Come sanno bene quelli che pubblicano sulle riviste scientifiche, è abbastanza facile pubblicare variazioni su temi ben noti; si dice che il sistema premia la "eccellente mediocrità". Ma è molto difficile pubblicare cose innovative. Intendiamoci, i referee fanno un egregio lavoro nello scremare le peggiori scempiaggini, ma certe volte esagerano. Mi è capitato più di una volta di sentirmi dire che quello che avevo scritto era "controversial" come se questo fosse ragione sufficiente per non pubblicarlo. Mi è venuto voglia di rispondere al referee che il prossimo articolo l'avrei scritto sulle abitudini sessuali di sua madre, ben note a tutti e quindi non controverse. Scherzi a parte, con un po' di pazienza si riescono a pubblicare anche articoli sul picco sulle riviste scientifiche, ma è faticoso e difficile.
A parte la faccenda dei referee tradizionalisti, il fatto di essere interdisciplinare danneggia fortemente la "scienza del picco" nel senso che è difficile trovare finanziamenti per fare ricerca. Per i climatologi, si sa che cos'è la scienza del clima, si sa chi la finanzia, esistono gruppi di ricerca, istituti, competenze, eccetera. Quando vai a presentare una proposta per fare ricerca sull'argomento "picco", ti trovi a essere un outsider. Ci sono sempre meno fondi per la ricerca e la tentazione è sempre quella di lasciare a secco chi è un po' fuori dal coro. Anche questo ve lo posso dire per esperienza personale. Ho provato qualche volta a chiedere finanziamenti per studi sull'esaurimento, sia da solo, sia insieme ad altri ricercatori europei. Non abbiamo ottenuto nessun successo, mi risulta che non ci sia riuscito nessuno o quasi. Si riesce lo stesso a lavorare sull'argomento del picco organizzandosi bene e sfruttando il tempo libero e i margini di altri progetti. Ma, se ci fossero risorse finanziarie, sarebbe un'altra cosa.
Infine, dobbiamo considerare anche l'atteggiamento dei ricercatori. I climatologi sono scienziati di stampo accademico che si esprimono normalmente con articoli sulla letteratura scientifica. I "picchisti," invece, sono spesso ex impiegati e dirigenti delle aziende petrolifere. Stimare le risorse e la produzione futura è un lavoro specializzato. Quelli che lo fanno non sono accademici, il loro prestigio personale non viene deciso dall'opinione dei colleghi, ma dai loro datori di lavoro. Non sono abituati a fare lavoro mediocre e senza rischi. Per questo, non hanno pazienza per il processo lento e laborioso del referaggio accademico che, spesso, come si era detto, premia proprio una certa "eccellente mediocrità." Di conseguenza, non si è mai creata una scuola accademica che studiasse il fenomeno dell'esaurimento delle risorse.
Tutto questo spiega perché ci sono così pochi articoli sul picco del petrolio sulla letteratura internazionale. E' un male? In un certo senso si, perché da un'arma a chi si è fatto un mestiere di criticare l'argomento del picco (Michael Lynch, per esempio). D'altra parte, è anche vero che le cose stanno cambiando e un gruppo di ricercatori piuttosto agguerriti sta cominciando a gettare le basi di una letteratura scientifica sull'esaurimento delle risorse (Kjell Aleklett dell'università di Uppsala, per esempio).
Forse, però, ci possiamo anche domandare se è veramente indispensabile avere quel prestigio che viene da migliaia di articoli sulla letteratura per diffondere l'idea che il picco del petrolio è una cosa reale e immediata. L'esperienza dei climatologi insegna che anche il consenso di tutti (o quasi) gli scienziati del mondo sulla questione del riscaldamento globale non è sufficiente. Quando si toccano il portafoglio e le abitudini della gente, la resistenza è incredibilmente tenace e non bastano certamente le migliaia di articoli accademici pubblicati a smuovere le cose. Ho il dubbio che la stessa cosa succederebbe per il picco: anche se avessimo migliaia di articoli scientifici pubblicati in proposito, la gente e i governi continuerebbero a fare le cose che fanno.
In questa fase, è probabilmente più efficace agire su mezzi di comunicazione che possono raggiungere il pubblico e i "decision makers". Il lavoro di qualità emerge sempre, anche se non è su media accademici. In questo senso, il lavoro che sta facendo il gruppo di "The Oil Drum" (TOD) (http://www.theoildrum.com/ ) è estremamente efficace e sta costruendo un prestigio notevole al concetto di picco. Gli articoli pubblicati su TOD non sono referati in modo tradizionale. Passano a un primo filtro da parte degli editori, che scremano la robaccia evidente. Poi, l'articolo viene dato in pasto ai lettori e se ci sono degli errori ci sono centinaia di commentatori assatanati che faranno a pezzi il malcapitato autore. Non è una cosa facile, ve lo posso dire perché di articoli su TOD ne ho pubblicati quattro finora. Lanciarsi è una cosa che fa paura, altro che i referee accademici! Ma, fino ad ora, i commenti che mi hanno fatto sono stati abbastanza positivi.
Questo non vuol dire che non si debba fare uno sforzo per pubblicare studi accademici. Io ho fatto quello che ho potuto, pubblicandone due (e un altro in corso di pubblicazione). Chi ha voglia di provarci fa sicuramente una cosa buona. Io ho trovato che gli editori di "Energy Policy" e di "Energy Resources B" sono abbastanza amichevoli. Provateci anche voi.
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lunedì, gennaio 14, 2008
La globalizzazione in Italia e il sottosviluppo del Mezzogiorno

Created by Armando Boccone
Ci avviciniamo sempre più al picco del petrolio. Secondo qualche studioso è stato già superato. Ci avviciniamo cioè al livello massimo di produzione del petrolio per poi assistere ad una sua continua, sebbene lenta, riduzione.
Negli ultimi decenni c’è stato un incessante processo di globalizzazione. Questo ha voluto tra l’altro dire che in Italia si consumano pere che si coltivano in Argentina, meloni che si coltivano in Costa Rica e si regalano fiori che, coltivati in Africa e in Asia, ci arrivano in aereo passando da Amsterdam.
Questo processo di globalizzazione è stato possibile anche per l’abbondante e a buon mercato disponibilità di petrolio e di altri combustibili fossili.
Ciò non sarà più possibile e sicuramente ci sarà un rientro da quel processo incessante di globalizzazione di cui si parlava ed avrà sempre più importanza il livello nazionale e locale della produzione, dello scambio e di tanti altri fenomeni. Non si arriverà certo di nuovo al nazionalismo ottocentesco perché la nuova realtà terrà sicuramente conto di ciò che di nuovo è avvenuto nel frattempo (un esempio per tutti: la diffusione del computer, delle telecomunicazioni e di internet). La nuova realtà sarà tutta da costruire.
Per fare fronte alla diminuzione della produzione dei combustibili fossili bisognerà sviluppare le energie rinnovabili. In Italia però, diversamente da ciò che avviene in altri Paesi europei, c’è un forte ritardo in questo campo. Paesi europei meno dotati dell’Italia per quanto riguarda la risorsa solare, sono invece più avanti sia nel campo dello sfruttamento di questa risorsa che nello sviluppo tecnologico ad esso collegato.
In Italia ci sono alcuni argomenti e alcuni fatti storici che sono tabù, come l’unità di Italia e il sottosviluppo del Mezzogiorno. La storia che ci sta davanti e la nuova realtà da costruire necessitano l’eliminazione di questi tabù. “La globalizzazione in Italia e il sottosviluppo del Mezzogiorno” si muove in questa direzione.
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sabato, gennaio 12, 2008
Dissociazione molecolare? Ma che roba è?

E' stata un esperienza molto interessante per me quella di lavorare nella commissione interministeriale per le miglior tecnologie di smaltimento dei rifiuti. Interessante per vari motivi, non ultimo quella di stare a domandarsi molte volte per quale ragione dovevo perdere tanto tempo per un incarico che due ministeri insieme si sono premurati di definire "a titolo gratuito" già entro le prime due righe della lettera di conferimento.
A parte questo, effettivamente, a fare queste cose si impara moltissimo e si viene anche a conoscere gente interessante (che, alle volte, come nella battuta sui Marines, verrebbe voglia di ammazzare). Fra le altre cose, mi è arrivato un tizio che mi ha proposto una tecnologia basata su quello che loro chiamano il "destroyatron", una macchina mostruosa che vetrifica i rifiuti a temperature pazzesche. Questi si credevano di essere Mazinga, ma sono solo rifiuti quelli da trattare, non mostri galattici.
Delle varie cose che mi sono capitate da esaminare nella commissione, c'è questa "dissociazione molecolare" di cui, negli ultimi tempi, si è parlato parecchio anche per via del ritorno dei mostri galattici.... pardon, degli inceneritori, con la crisi di Napoli.
Vi confesso che al primo colpo ho storto la bocca. Il nome "dissociazione molecolare" mi era parso decisamente poco indovinato. Il nome corretto per quel tipo di trattamento è "smoldering" che, in italiano, si dovrebbe tradurre come "fumigazione". D'altra parte, capisco anche che "fumigare" suona più come qualcosa che si fa al salmone appena pescato piuttosto che ai rifiuti, per cui posso anche capire che abbiano scelto un nome commerciale che suonava meglio.
Allora, premetto che io non sono un esperto di dissociazione molecolare. Ne so quello che ho imparato dal materiale che i proponenti stessi mi hanno dato e dalle risposte che hanno dato alle mie domande. So che esistono un certo numero di impianti funzionanti negli Stati Uniti e in Europa, in Islanda e in Scozia. Ma non rientra nella mia competenza dirvi se lo stesso impianto funzionerà altrettanto bene anche a Caltanissetta o a Busto Arsizio. Nella valutazione delle nuove tecnologie, bisogna sempre procedere passo dopo passo, con estrema cautela, verificando ogni cosa, il che, incidentalmente, è esattamente quello che la commissione interministeriale ha raccomandato di fare per la dissociazione molecolare.
A parte queste ovvie cautele, tuttavia, vi posso dire qualcosa sulla valutazione comparativa delle varie tecnologie che la commissione ha fatto e su dove si situa la dissociazione molecolare nelle nostre raccomandazioni.
Per prima cosa, un punto essenziale: nel trattamento dei rifiuti nessuna tecnica di smaltimento è sostitutiva alla gestione del processo che preveda a) riduzione alla fonte, b) riciclaggio e c) trattamento del rifiuto residuo.
Ciò detto, con quale criterio dovremmo giudicare un metodo di trattamento dei rifiuti? Beh, su questo punto abbiamo scritto in un certo dettaglio nel nostro rapporto. Diciamo che vorremmo, se possibile, ottenere energia, vorremmo che non si emettesse niente di tossico, e - infine - che fosse possibile anche il recupero post-trattamento delle materie prime. Su questi punti, la mia analisi evidenzia certi vantaggi della dissociazione molecolare.
L'idea della dissociazione molecolare è quella di un trattamento alla più bassa temperatura possibile di tutto quello che si può gassificare nel rifiuto, ovvero plastica e sostanze organiche. Si cerca di evitare la combustione e di produrre invece "syngas" che poi si può bruciare in un motore termico per recuperare energia. L'approccio è diverso da quello degli inceneritori, dove si cerca di bruciare alla temperatura più alta possibile per poi recuperare l'energia in una turbina a vapore.
Non so se in termini di energia l'inceneritore sia più efficiente della dissociazione molecolare, o viceversa. Dipende molto, probabilmente, dal tipo di rifiuto. In termini di emissione di sostanze tossiche, dipende dall'efficienza dei filtri. Diciamo che è probabile che la dissociazione molecolare non emetta, o perlomeno emetta meno, delle famose "nanopolveri" di quanto non faccia un inceneritore. La questione delle nanopolveri è molto complessa, ma è certamente un problema serio da non sottovalutare (vedi un mio articoletto in proposito).
Dove, secondo me, c'è il massimo interesse del dissociatore molecolare sta nel fatto che permette di recuperare i metalli dopo il trattamento. Dall'inceneritore, vengono fuori ceneri dalle quali non si recupera più niente in pratica. Nel dissociatore, invece, i metalli non vengono fusi. Se ci va dentro, per esempio, una lattina di alluminio, rispunta fuori tal quale (almeno in teoria). Al momento si cerca di recuperare i metalli prima del trattamento, ma recuperarli dopo potrebbe essere un'idea migliore; dato che a quel punto sono "puliti", avendo eliminato il residuo organico. L'importanza del recupero delle materie prime, per il momento, non è chiara a tutti. Ma, se considerate i risultati del lavoro che abbiamo fatto io e Marco Pagani sul "picco dei minerali," è evidente che diventa sempre più importante e nel futuro dovrà essere considerato come assolutamente vitale.
Ripeto ancora una volta che nessun trattamento termico deve essere considerato sostitutivo di una buona gestione, ovvero di un sistema che minimizzi la creazione di rifiuti e massimizzi il loro riciclaggio. Ma, comunque vada, una certa frazione di rifiuti deve essere smaltita in qualche modo e un sistema come la dissociazione molecolare potrebbe risultare estremamente interessante. Non è il caso di saltare i necessari stadi di sperimentazione prima di introdurla su larga scala in Italia, ma credo che valga decisamente la pena di considerare la cosa.
Vi segnalo il sito della ditta che produce questo tipo di macchine dove potete trovare ulteriori informazioni: http://www.energo.st/
Qui trovate il rapporto completo della commissione interministeriale per le migliori tecnologie di smaltimento dei rifiuti.
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venerdì, gennaio 11, 2008
Nucleare: mito e realtà

Nucleare: mito e realtà
created by Eugenio Saraceno
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mercoledì, gennaio 09, 2008
Pianura e la raccolta differenziata
Ci fa piacere ospitare sul blog questo articolo di Antonio Cavaliere sulla situazione della questione rifiuti a Napoli. Cavaliere è docente presso l'Università di Napoli, è autore del libro "Il Mucchio Selvaggio" ed è membro di svariate commissioni sul problema rifiuti. Qui, delinea un quadro della situazione e propone una vera soluzione che si potrebbe implementare da subito o quasi. Non potremmo, per una volta, dar retta a qualcuno che propone dei rimedi, invece di passare il tempo a inveire contro questo o contro quello? (U.B.)
Dobbiamo ricorrere alle discariche perché non c’è riduzione e riciclo dei rifiuti e perché non ci sono gli impianti di termodistruzione e di biotrasformazione. Però è anche vero il contrario: non ci sono inceneritori, gassificatori, pirolizzatori, composter, digestori anaerobici, né tantomeno politiche per la restituzione e l’incentivazione della differenziata perché ci sono i cumuli di rifiuti per strada e non ci sono discariche pronte per accoglierle.E’ un giro vizioso.Tutti sulle barricate!
Il commissario Bertolaso affermava “Io non vado a chiedere ai Campani di fare la raccolta differenziata fin quando ci sono questi cumuli per strada”. E’ la solita storia i napoletani sono sporchi, perché Napoli è sporca. Napoli è sporca, perché i napoletani sono sporchi. E’ un altro giro vizioso. Tutti deresponsabilizzati!
E’ inutile fare la raccolta differenziata dell’organico umido (per esempio scarti di cucina e di giardino) perché non ci sono gli impianti di digestione per farne compost. Le amministrazioni prendono i finanziamenti europei, ma poi gli impianti non si fanno perché basta che nella raccolta dell’umido vada a finire un po’ di plastica perchè il compost non abbia più valore economico. E siamo al terzo esempio di giro vizioso. Non conviene fare niente, tanto…!
Insomma ci saranno pure le colpe soggettive di tutta questa emergenza, ma ci sono anche delle buone ragioni per rinfacciarsele all’infinito inseguendoci nei più svariati e perversi giri viziosi.
E allora per spezzare questi circuiti malefici qualche volta bisogna far finta che l’altra metà del cerchio sia più virtuosa. Bisogna programmare unilateralmente. Alla fine non ci saranno scuse e stati di necessità dall’altra parte. L’equilibrio si assesta ad un livello più alto. Poi se a questa ragione, diciamo così generica, si aggiunge la possibilità di sollievo dall’emergenza, l’auspicio diventa quasi un “dovere”.
E’ il caso dell’impiego nella raccolta differenziata dell’umido organico. Sin da subito anche nell’emergenza, soprattutto nell’emergenza. Serve al ciclo della gestione dei rifiuti (quando ci sarà) e serve per dare una risposta parziale alla discarica di Pianura. Vediamo perché.
1) Il cosiddetto “umido” è la Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano (FORSU) che viene fuori da tutti i resti della cucina, dagli sfalci dei giardini privati e pubblici, dagli scarti dei verdumari. Tutta materia organica che se digerita da microorganismi in condizioni aerobiche (bisogna rivoltare i cumuli affinchè respirino) diventa compost per combattere la desertificazione. Ammonta almeno ad un quarto del Rifiuto Solido Urbano, ma a fine processo perde gran parte dell’acqua di cui è costituito per almeno metà del suo peso totale.
2) Questo tipo di raccolta differenziata può farsi da subito. Approssimativamente un quarto dei cassonetti e dei camion utilizzati oggi per la raccolta indifferenziata possono essere da subito utilizzati. Questi non sono proprio ideali per lo scopo, ma si ritrovano in condizioni migliori di quando caricano materiale già in fase di putrescenza. Insomma il costo di questa raccolta differenziata è prossima allo zero e nel tempo sarebbe minore di oggi perché questa frazione è già abbastanza densa di per sé e non ha bisogno dei costosi camion compattatori.
3) Se ci fossero gli impianti di digestione aerobica, casomai con un digestore anaerobico in testa per recuperare biogas, il problema sarebbe risolto. Ma anche in loro assenza, ed è questo il cuore della proposta, si può pensare di fare delle discariche differenziate, che accolgano solo questa frazione ed in cui i cumuli vengano rivoltati meccanicamente. Insomma discariche che siano esse stesse degli impianti di compostaggio. Nel caso malaugurato che queste non funzionino bene come compostiere sarebbero comunque delle discariche in cui bisogna recuperare un percolato senza sostanze inorganiche velenose. C’è una soluzione intermedia, anch’essa virtuosa, che dovrebbe realizzarsi dedicando parte degli attuali impianti di CDR a produrre almeno una Frazione Organica Stabilizzata, ovverosia un materiale inerte e parzialmente ammendante. La raccolta differenziata dell’ “umido” risulterebbe , in questo caso, anche di aiuto nel produrre il CDR per l’inceneritore , perché praticamente sottrarrebbe al rifiuto-combustibile gran parte dell’acqua che ne abbassa il potere calorifico.
4) A valle di questa raccolta della frazione umida e a valle di tutta la raccolta differenziata degli altri materiali, la frazione residua sarebbe solo di parti quasi secche. Nelle condizioni emergenziali in cui ci troviamo avrebbe allora senso chiedere che questa frazione diventi totalmente secca e non putrescibile, vietando il conferimento delle frazioni miste come il polistirolo usato negli imballaggi per alimenti e i pannolini usa e getta per i bambini. Almeno allorquando i rifiuti si accumulano per strada!
Insomma raccolta differenziata per discariche differenziate e qualche divieto su pochi prodotti che proprio non ricadono in nessuna categoria di conferimento virtuoso.
E’ una delle garanzie che si può offrire a chi accoglie una discarica. Ti chiedo di fare un sacrificio, ma lo faccio anch’io come cittadino perché tu abbia la massima garanzia possibile che io ti mandi una frazione differenziata governabile.
A pensarci bene che cosa è stato mai chiesto ai napoletani per superare la crisi? Quale sacrificio, quale atto di inciviltà abbiamo già espresso prima ancora di esserci stato richiesto? In condizione di emergenza non sarebbe questo il momento di far capire che Gomorra è fuori di noi e non lo siamo anche noi? Noi che ci indigniamo quando leggiamo, ma che ci sentiamo impotenti nelle nostre case?
Si può incominciare in due mesi.
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martedì, gennaio 08, 2008
L'infezione del bioetanolo

Stuart Staniford pubblica oggi su "The Oil Drum" uno studio inquietante sull'espansione della produzione del bioetanolo negli Stati Uniti.
La tesi di Staniford è che l'etanolo si comporta come un "infezione" che sta rapidamente consumando la produzione di mais negli Stati Uniti che non viene più trasformata in alimentari ma in carburante per veicoli. Studiando la crescita della produzione mediante un modello sigmoidale (vedi la figura sopra) arriva alla conclusione che, se le tendenze attuali continuano, in meno di 5 anni l'etanolo potrebbe consumare l'80% della produzione agricola di mais degli Stati Uniti. Una cosa del genere porterebbe a una carestia di massa e non solo negli Stati Uniti. Le stesse tendenze sono all'opera nel resto del mondo.
L'articolo di Staniford è lungo e complesso e richiede una lettura attenta e dettagliata. Nulla in questo articolo va preso come una profezia di sventura a Staniford stesso è molto attento a notare che sta parlando di scenari e non di predizioni. Tuttavia, rimane il punto centrale: se qualcosa non cambia, i meccanismi economici del mercato stanno facendo si che agli agricoltori convenga produrre etanolo invece di alimentari. Nella competizione per le risorse di mais disponibili, chi lo usa come alimento di base non riesce a competere economicamente con chi invece lo usa come carburante.
Non è detto che non intervengano altri fattori a bloccare la sparizione della produzione alimentare di mais. In principio, sembrerebbe difficile che i governi continuino a permettere, o addirittura a sostenere economicamente, un'attività che rischia di sterminare centinaia di milioni di persone. Allo stesso tempo, si può sperare che fonti energetiche più efficienti del bioetanolo ne prendano il posto rapidamente, evitando la carestia planetaria. Tuttavia, questo risultato di Staniford è estremamente preoccupante per il futuro di tutti noi e va considerato con attenzione.
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lunedì, gennaio 07, 2008
Il picco parla arabo

Anche nei paesi arabi, cominciano ad accorgersi del picco. Eccolo preso da http://www.oilpeakinarabic.org/un sito tenuto in Egitto da Hatem Elsayed Hany Elrefaai.
Lo trovate a:
http://www.oilpeakinarabic.org/
sabato, gennaio 05, 2008
Rifiuti Solidi Urbani. Oltre la sindrome NIMBY
L’approccio italiano allo smaltimento dei rifiuti è condizionato dalla presenza di due fondamentalismi. Quello di chi è convinto che la raccolta differenziata sia la risoluzione esclusiva del problema e quello di chi crede fideisticamente nella soluzione impiantistica degli inceneritori, giudicando la raccolta differenziata un giochino degli ambientalisti privo di efficacia. Se a questa contrapposizione si aggiunge il meccanismo tipicamente italiano del NIMBY, cioè l’opposizione totale delle comunità locali alla realizzazione di qualsiasi impianto, si capiscono facilmente i motivi delle nostra difficoltà ad affrontare efficacemente il problema. Ma, paradossalmente, in Italia sono presenti (soprattutto in Veneto, Piemonte e Lombardia) anche diverse esperienze esemplari oggetto di studio degli altri paesi europei, che dimostrano come l’obiettivo di una corretta ed efficace gestione dei rifiuti solidi urbani debba essere la realizzazione di un sistema integrato in grado di conseguire elevati valori di raccolta differenziata e recupero delle varie frazioni merceologiche e contemporaneamente un corretto smaltimento delle frazioni residue.Con queste parole inizia il mio articolo “Rifiuti solidi urbani. Oltre la sindrome NIMBY”, pubblicato sul sito di Aspoitalia.
venerdì, gennaio 04, 2008
La crisi di Napoli: la reazione auto-immune della società

Si dipana in questi giorni l'emergenza rifiuti di Napoli. Un disastro annunciato; una crisi che sarebbe stata evitabile ma che è arrivata a causa di una vera e propria crisi auto-immune, una forma spasmodica di autodistruzione della società. Invece di cercare soluzioni, si cerca un colpevole da biasimare. Il risultato è inevitabile.
Il dibattito sulla crisi Napoletana ha trovato una sua micro-rappresentazione in un intervista andata in onda il 3 Gennaio su Fahreneit di RAI-3 alla quale hanno parlato Antonio Cavaliere, docente di ingegneria e autore del libro "il Mucchio Selvaggio", e Beppe Lanzetta, scrittore napoletano.
Lanzetta si è fatto interprete dello scoramento generalizzato della società napoletana. Ha detto che i rifiuti che si accumulano ormai all'altezza delle finestre al punto che non si può più nemmeno stendere i panni. Ha detto che bisogna chiamare le cose con il loro nome, ovvero parlare della Camorra; che la classe politica attuale ha fallito e che se ne devono andare a casa. Ha detto che tutti sono stanchi di questa situazione; che Napoli una volta era il paese del sole e che ora è un paese dove lui e i suoi figli non vogliono più vivere.
Cavaliere ha domandato con chi si dovrebbero rimpiazzare i politici cacciati via e che cosa i nuovi politici potrebbero fare di diverso. Ha detto che la Camorra è solo uno dei fattori in gioco, che il problema rifiuti non esiste solo a Napoli e che ai cittadini Napoletani non è mai stata data la possibilità di dimostrare che sono altrettanto civili e in grado di fare la raccolta differenziata di quanto non facciano già i cittadini di tante città del Nord. Cavaliere ha anche elencato soluzioni possibili alla crisi; non solo la raccolta differenziata ma molti modi possibili di ridurre i rifiuti alla fonte.
In sostanza, Cavaliere propone di fare qualcosa di rimboccarsi le maniche e di lavorare tutti insieme per ridurre la produzione dei rifiuti. Lanzetta invece propone di cercare i colpevoli politici, camorristi o chi altro, di cacciarli o punirli e che questo porterà, in qualche modo, a far sparire i rifiuti.
Notate come si riproponga per i rifiuti di Napoli la contrapposizione che abbiamo in campo energetico a livello nazionale. ASPO-Italia e altri propongono di rimboccarsi le maniche e lavorare tutti insieme per risolvere la situazione: le soluzioni che abbiamo, rinnovabili e efficienza, non saranno perfette, ma ci sono e funzionano. Dall'altra parte, abbiamo una posizione che propone di cercare i colpevoli e se la prende con in politici, i petrolieri, gli arabi, gli ambientalisti o che altro, e che spera di poter risolvere tutto con qualche provvedimento legislativo (tipo la riduzione delle accise) o le centrali atomiche, la macchina ad aria compressa o cose del genere.
Questo atteggiamento che cerca spasmodicamente qualcuno a cui dare la colpa porta a una vera e propria paralisi decisionale. Come è ovvio, chi viene accusato non se ne sta zitto a subire e reagisce, di solito dando la colpa a qualcun altro, come vediamo benissimo con la crisi di Napoli. Lo vediamo altrettanto bene nella discussione sull'energia dove ci si perde a criticarsi a vicenda invece che a lavorare. Il risultato è, appunto, una specie di reazione auto-immune dove le sezioni della società che dovrebbero collaborare fra di loro per risolvere il problema si ritrovano invece a combattersi fra di loro.
Se per l'energia la situazione è difficile per ragioni oggettive di esaurimento delle risorse, per i rifiuti, la follia di questo momento e veramente molto particolare. Non risulta nella storia umana il caso di una società che si sia trovata nella condizione di essere sommersa dai propri rifiuti. Non è affatto detto che questo debba avvenire e che non si riesca a reagire a questa situazione ha un aspetto oscuramente inquietante, come se fosse la manifestazione di una società ormai totalmente ingessata e incapace ormai di adattarsi a qualsiasi cambiamento. Non è solo quello dei rifiuti il problema e nemmeno il più importante. Ma se quella mostrata in questi giorni è la nostra capacità di adattarci e di risolvere i problemi, allora siamo veramente nei guai.
Eppure, io credo che quella Napoletana sia una società più vitale e creativa di molti altri casi che conosco. Da cosa lo deduco? Beh, l'ultima volta che sono stato a Napoli, due mesi fa, ho visto diverse cose interessanti. Una è che dove ci sono i cassonetti per la raccolta differenziata, vengono utilizzati correttamente. Una ancora più unteressante sono i cartelli "compro rame" chesi vedono sul lungomare e che non avevo visto in nessun altra città in Italia. Con l'aumentare dei prezzi del rame, a Napoli si sono adattati a riciclarlo più alla svelta di noi, al Nord. Non darei la partita per perduta e sono convinto che, giù a Napoli, finiranno per reagire meglio di noi.
___________________________________
L'intervista a Lanzetta e Cavaliere la trovate a questo link: (comincia al quindicesimo minuto della trasmissione)
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2008/audio/intervista2008_01_03.ram
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Guidare o mangiare?

Idee e proposte per i piccoli comuni d'Italia
Ma poi la fisionomia del mio interlocutore cambia improvvisamente. Gli occhi, prima vivi e attenti, sembrano spegnersi lentamente al primo pronunciare della parola petrolio. La fronte diventa corrucciata quando entra in scena un geologo di nome Hubbert e quando il discorso entra nel vivo di razionamenti di carburante, scaffali dei supermercati vuoti e disoccupazione rampante, immagino che se ci fosse un encefalogramma che misurasse il livello di comprensione e di accettazione di un concetto, questo sarebbe piatto o quasi.
Introdurre il tema del Picco del Petrolio a parenti, amici e conoscenti non è mai semplice. Spesso e volentieri ci si scontra con delle mentalità talmente soggiogate dal quel pensiero unico, che coniuga la crescita economica a tutti i costi con il benessere della persona, che diventa un gioco da ragazzi farsi bollare come pazzi visionari. Ma il “picchista” non si lascia scoraggiare da queste prime, prevedibili, difficoltà. Armato di pazienza certosina, spiega, descrive, illustra, magari partendo da 150 milioni di anni fa quando i primi depositi di alghe adagiati sul fondo di qualche oceano primordiale iniziarono la loro trasformazione in quella sostanza viscosa che girare il mondo fa.
Posso riscontrare personalmente che, lentamente, il discorso trova terreno fertile per attecchire nelle menti di chi ci è più vicino. Alla fine della “cura Hubbert” la persona vede una bottiglia in pet contenente latte e riconosce il petrolio presente nella struttura del contenitore, nel serbatoio del camion che lo ha portato fino al supermercato, nell’energia che ha fatto funzionare i macchinari che hanno munto la mucca e nei concimi, fertilizzanti e diserbanti usati per produrre i mangimi trangugiati dall’animale. Questo livello di consapevolezza è un primo risultato che, si spera, porterà ad una elaborazione indipendente delle azioni necessarie a rendersi più autonomi dalla schiavitù dell’oro nero.
Dall’ambito familiare alla comunità, la sfida diventa più impegnativa. Da quando qualche anno fa sono stato fulminato sulla via di Houston dalla curva a campana di Hubbert, ho avuto un pensiero fisso, far comprendere a quante più persone possibili le conseguenze potenzialmente devastanti che la mancanza di una fornitura abbondante ed a basso costo di petrolio potrebbe avere sulle nostre esistenze. Mano a mano che leggevo quelli che ormai sono diventati dei veri e propri maître-à-penser del pensiero “picchista” come Kunstler e Heinberg, ecco che la risposta si delineava nella forma di un piccolo comune abitato da meno di 10000 persone.
Se negli anni del boom economico c’è stato un vero e proprio esodo dalla campagna verso la città, un mondo depotenziato vedrà una sempre crescente fetta di popolazione abbandonare la giunga di asfalto per tornare “al paesello”. E a maggior ragione, se la dimensione locale avrà sempre più importanza su quella nazionale, di riflesso lo sarà anche per le istituzioni che saranno preposte a prendere decisioni importanti. Da qui, la mia idea di fare lobby su due fronti: il sociale e l’istituzionale. Gli amministratori locali, se ben consci del picco e delle sue conseguenze, grazie ad un maggiore polso del territorio avranno la capacità di sviluppare politiche adatte a mitigare gli effetti negativi, facendo presa su una popolazione che avrà una infarinatura generale sull’argomento.
“Guidare o Mangiare? Il Picco del Petrolio: il problema mondiale e la soluzione locale” è un documento di 25 pagine, che ha la pretesa abbastanza impegnativa di spiegare alla popolazione ed alle istituzioni il mondo del Petrolio a 360 gradi. Partendo dai processi che lo formano, dalle nazioni che lo producono, per addentrarsi in dettagli tecnici come le tecniche di estrazione e le difficoltà incontrate nella ricerca di nuove fonti, per arrivare infine alle conseguenze negative sull’economia e sull’ordine sociale che la graduale scarsità porterà con se. Nelle pagine finali voglio offrire anche una ricetta su come costruire delle comunità veramente sostenibili, dai più semplici interventi di risparmio energetico, a progetti più ambiziosi di reti elettriche p2p fondate su fonti rinnovabili, dalla costituzione di gruppi di acquisto solidali alla trasformazione di grande parte della forza lavoro in braccianti agricoli.
Nel mio caso specifico, io e la mia famiglia stiamo investendo risorse ed energia nello sviluppo di una casa “a prova di picco” inserita nel contesto della provincia beneventana. Ed il prossimo passo sarà quello di iniziare un dialogo sempre più fitto con le istituzioni locali e la comunità, conscio del fatto che questo territorio, così come gran parte della “piccola” Italia ha tutte le potenzialità e le risorse autoctone per rispondere alle crisi.
Spero che il 2008 sia “l’anno della consapevolezza” e che ASPO ed i suoi soci possano essere la chiave per avviare la trasformazione della nostra società. Diamoci da fare, perché oltre al petrolio, anche il tempo scarseggia.
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mercoledì, gennaio 02, 2008
100 dollari al barile

I famosi 100 dollari al barile si sono fatti un po' sospirare, ma oggi sono arrivati. Ecco lo schermo di Bloomberg con i prezzi qualche ora dopo, ridiscesi leggermente sotto.
Viene voglia di dire "finalmente!" Ma anche "e ora?" Una cosa è certa, questi prezzi stanno avendo un effetto evidente nel ridurre i consumi nei paesi consumatori. Per il momento, le riduzioni sono modeste ma significative. Secondo i dati da www.bp.com, in Italia siamo scesi dell'8% circa dal 2003 al 2006; altri paesi scendono un po' meno, ma scendono (vedi il recente articolo di Euan Mearns su TOD).
Quindi, i prezzi stavano già facendo il loro dovere di "distruzione della domanda" quando erano intorno ai 70 dollari al barile l'anno scorso. Evidentemente non era sufficiente, dato che siamo saliti ancora, ma può darsi che prezzi molto più alti non siano necessari per continuare la tendenza alla riduzione dei consumi. Sembrerebbe che una certa fase sia arrivata vicina al completamento. Ora si tratta di vedere come le economie occidentali si adegueranno alla riduzione della disponibilità petrolifera. Potrebbe non essere un adattamento piacevole per chi si deve adattare.
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Previsioni per il 2008

Ultimamente, mi sembra di essere diventato un membro onorario della schiera di quelli che fanno le previsioni a fine anno: maghi, veggenti, profeti, astrologi e economisti. Mi capita che la gente mi guarda come se fossi Nostradamus. Un collega mi ha fermato tempo fa per dirmi "Ugo, quando l'anno scorso avevi detto che il petrolio sarebbe andato a 100 dollari al barile ho pensato che tu fossi pazzo, invece...." Per la verità, non mi ricordo di avere mai detto esplicitamente una cosa del genere. Però, avevo detto più di una volta che mi aspettavo forti aumenti.
Forse ci ho azzeccato per caso, o forse avevo i dati giusti. Comunque, ormai che mi sono fatto questa fama credo che posso provare a fare qualche predizione per il 2008. Non si sa mai che non ci azzecchi ancora. Comunque, vi posso dire che non uso foglie di te o bastoncini magici, ma dati che prendo più che altro da siti come "The Oil Drum", come pure dai resoconti e dai database di ASPO-Internazionale.
Allora, Secondo i dati disponibili, il 2008 dovrebbe essere un anno di transizione; ovvero un anno nel quale non ci aspettiamo cambiamenti drastici. Per quanto riguarda il petrolio, il declino di alcuni giacimenti dovrebbe essere compensato dalla crescita di altri. Ci sono diversi "megaprogetti" che dovrebbero entrare in produzione nel 2008 e gli Irakeni sembrano aver ragionato che con il barile a 90 dollari è una follia perdere il tempo a dinamitare gli oleodotti. I produttori si stanno godendo la situazione e le economie occidentali sembrano essere in grado di reggere a prezzi del genere, sia pure con qualche difficoltà. Tutti sono contenti (eccetto, ovviamente, il consumatore finale) e nessuno ha grande interesse nè ad aumentare la produzione ne a diminuirla. Per questo, ci aspettiamo una produzione abbastanza stabile. I prezzi potrebbero aumentare ben oltre i 100 dollari al barile, ma continueranno ad essere estremamente volatili. Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi di un crollo temporaneo, al che tutti diranno che la crisi del petrolio era solo una bufala. Per un po'.
Nonostante che si parli sempre quasi solo di petrolio, la situazione del gas è più critica. Questo è vero soprattutto per gli Stati Uniti, dove la produzione del Nord America è ormai in netto declino e dove l'importazione via gas liquefatto non è in grado di compensare. In Europa, sembra che siamo messi meglio in termini di risorse disponibili ma, anche qui, non c'è troppo da stare allegri e siamo fortemente vulnerabili strategicamente. Tuttavia, se a nessuno saltano i nervi, non ci si aspetta che avvenga niente di grave nel 2008. Le cose potrebbero farsi parecchio difficili negli anni successivi.
Per quanto riguarde le altre materie prime minerali; metalli, carbone, uranio, eccetera, sembra essersi interrotta la tendenza alla crescita esponenziale dei prezzi che era caratteristica degli ultimi anni. Sono possibili carenze di disponibilità di un po' di tutto, ma non si vedono crisi drastiche nell'immediato orizzonte. I prezzi rimarranno alti ma, anche questi, molto volatili.
La questione della produzione alimentare rimane un grosso punto nero all'orizzonte. Le scorte di cereali stanno calando un po' ovunque, c'è il problema dell'aumento dei costi dei fertilizzanti, quello dell'erosione del suolo e, recentemente, quello della conversione a biocombustibili di aree fino ad oggi destinate alla produzione di alimentari. Questo non vuol dire che vedremo la carestia in Europa, ma che vedremo aumentare i prezzi di tutti i generi alimentari cosa per la quale, come al solito, sarà accusata la "speculazione". Ci potrebbero essere dei seri problemi nei paesi dove le disponibilità di alimentari sono tradizionalmente al limite; in Africa, America Latina e Asia.
Tutte le tendenze che ci aspettiamo per i paesi occidentali saranno più nette in Italia; paese economicamente debole e fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime. L'Italia è un vero "canarino del minatore" che risente prima di altri di tutti i problemi di esaurimento delle materie prime che stiamo fronteggiando. E' di moda prendersela con la Cina per tutto quello che sta succedendo, ma nessuno sembra far caso al fatto che la Cina è un paese ricco di materie prime, carbone in particolare, il che permette all'economia Cinese di produrre senza svenarsi per pagare le importazioni.
Quindi, in Italia per quest'anno ci possiamo aspettare tendenze non diverse da quelle dell'anno scorso. Ovvero un generale impoverimento della società che colpisce, come sempre, i più poveri. Continuerà la tendenza alla diminuizione dei consumi petroliferi, in particolare di benzina, con la progressiva emarginazione dall'uso dei veicoli privati delle fasce sociali più deboli. Il grande punto nero dell'economia italiana è lo stesso di quello degli USA, ovvero il mercato immobiliare ipertrofico e sopravvalutato. Se negli USA abbiamo visto quest'anno una riduzione di circa il 6% del valore degli immobili; in italia il nercato sembra più che altro fermo. Vedremo nel 2008 lo scoppio della "bolla immobiliare"? Può darsi, ma il crollo vero e proprio potrebbe anche essere rimandato al 2009 o forse al 2010, quando l'inizio del vero declino della produzione petrolifera mondiale potrebbe far crollare l'intero sistema produttivo del paese.
Abbiamo poco tempo per reagire; ma gli Italiani sembrano paralizzati e incapaci di reagire. La classe politica ragiona ancora in termini di "grandi opere" e di incentivi alla rottamazione; gli intellettuali oscillano fra inni al libero mercato e richieste di sovvenzioni; la gente si arrangia come può, costantemente tenuta all'oscuro della situazione da una stampa interessata solo al sensazionalismo e all'appoggio dello status quo. La speranza è in mano a pochi visionari che stanno investendo nel futuro. Qualcosa di buono si sta facendo; troppo poco, ma è una speranza.
Ah..... notate che tutto quello che ho detto vale solo se nessuno si mette a lanciare missili qua e la nel 2008; cosa che potrebbe benissimo succedere. In questo caso, tutte le predizioni di "transizione" vanno a quel paese. Una bella guerra accelererà tutte le tendenze e ci potrebbe mettere in grossi guai da subito. Su questo, non possiamo dire niente; solo sperare che non succeda.
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