martedì, febbraio 17, 2009

Gli allarmisti di Katrina



Anni fa, mio zio è morto di un tumore ai polmoni. Era lo zio ingegnere che sapeva un po' tutto di tutto. Da lui avevo imparato tante cose: come costruire una radio a galena, come sparare col fucile da caccia, come trovare i pianeti nel cielo e guardarli con il telescopio. Se ho studiato scienza all'università e ho fatto la carriera che ho fatto, è stato molto per via dalla sua influenza.

C'era una cosa, però, che da lui non ho imparato: fumare. Non ho mai fumato una sigaretta in vita mia, se non per scherzo e facendo finta ogni volta di soffocare. Invece, mio zio era sempre stato un fumatore incallito e uno dei ricordi che ho di lui quando ero piccolo erano le sue dita gialle di tabacco. Quando è morto, aveva poco più di cinquant'anni e lasciava cinque figli, di cui uno di sei anni. Mi ricordo che maledissi le sigarette e chi le vendeva.

Anni dopo, mi ricordo che raccontai questa storia a un collega; anche lui accanito fumatore. Volevo fargli capire che avrebbe dovuto smettere. Ma lui mi rispose: "ma come fai a dire che tuo zio è morto per colpa delle sigarette? Tanta gente muore di cancro ai polmoni, anche chi non fuma." E se andò in una nuvola di fumo azzurrino.

Questa storia mi è ritornata in mente discutendo con Carlo Stagnaro nei commenti di un post precedente, intitolato "ghiaccio agghiacciante". La ragione del contendere era il confronto fra gli opposti estremismi nella questione climatica: da una parte la compiacenza di chi trascura il problema dall'altra l'allarmismo di chi lo ingigantisce.

Io sostenevo che non c'è veramente un problema di allarmismo. Al massimo, secondo me, si trova sui vari blog e commenti qualche ingenuo che vede il global warming in ogni giornata di sole. Stagnaro, invece, sosteneva che anche i sostenitori del Global Warming Antropogenico fanno spesso dell'allarmismo, citando sia i ghiacci polari come l'uragano Katrina del 2005.

Vale la pena di ragionare su questo punto, specialmente a proposito della questione Katrina dove, effettivamente, si può sostenere che c'è chi ha un po' esagerato con la relazione con il riscaldamento globale. Mi ricordo, infatti, di aver sentito Sharon Stone a un convegno dire a proposito di Katrina che "non vi sembra che la Terra stia cercando di scrollarsi di dosso gli esseri umani?" Frase a effetto, indubbiamente, ma non proprio esatta. Ma è allarmismo, questo? E che differenza c'è fra "allarmismo" e "allarme"? A questo punto, credo che abbiate capito perchè sono partito in questo post raccontandovi la storia della morte di mio zio. Sarebbe stato allarmismo dire a mio zio che avrebbe fatto bene a smettere di fumare? Oppure sarebbe stato un allarme giustificato?

I fabbricanti di sigarette avrebbero certamente parlato di allarmismo, specialmente al tempo in cui mio zio fumava un pacchetto di sigarette dopo l'altro, negli gli anni 1960 e 1970. A quel tempo, cercavano ancora di convincere la gente che il fumo non faveva male. Ma il primo studio statistico che correlava fumo e tumori risale al 1929 e già nel 1964 l'evidenza era talmente chiara che il "Surgeon General" degli Stati Uniti aveva dichiarato ufficialmente che il fumo era pericoloso per la salute. Queste cose, mio zio non poteva non saperle. Doveva anche essergli chiaro il principio di precauzione, dato che lavorava come ispettore della sicurezza degli edifici. Eppure, ha continuato a fumare fino all'ultimo. Con tutta l'ammirazione che avevo, e ho tuttora, per mio zio, devo dire che si è comportato da irresponsabile.

Ora, tornando all'uragano Katrina e al riscaldamento globale, quello che possiamo dire è che un uragano è il risultato di una catena di eventi molto complessi; masse d'aria che si scaldano, venti che soffiano, temperature dell'oceano che variano. Per trovare un legame diretto e casuale con il riscaldamento globale dovremmo seguire tutti questi eventi complessi e alla fine non arriveremmo a provare niente. Ma quello che possiamo dire è basato sulla statistica: la frequenza degli eventi estremi come gli uragani è molto aumentata in funzione dell'aumento di temperatura degli oceani. Così come la probabilità di un tumore ai polmoni aumenta se uno fuma, la probabilità di un evento come Katrina è maggiore a causa del global warming.

Così, chi vive in zone soggette agli uragani può anche non aver capito bene i dettagli e le correlazioni statistiche - ma non è allarmismo se gli diciamo che farà bene a non sentirsi troppo tranquillo e a prendere delle precauzioni per una possibile emergenza. Sarebbe da irresponsabili ignorare il problema. Lo stesso vale per tutte le altre manifestazioni del riscaldamento globale; dalla siccità alle ondate di calore. Non è allarmismo parlarne e neppure prendere delle precauzioni. E se fumate, pensateci sopra: sarà allarmismo, ma se smettete è meglio per la vostra salute.

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(ah.... se vi incuriosisce, quel collega che avevo cercato di convincere a non fumare oggi ha quasi settant'anni e, per quanto ne so, sta benissimo!

27 commenti:

Marco Pagani ha detto...

Non posso che concordare riga per riga. Chi fuma è in qualche modo un "conservatore", cioè uno che, anche se conosce le statistiche, non vuole rinunciare al suo stile di vita e ha paura di cambiare.
Chi fa il tranquillista non vuole vedere i problemi che abbiamo di fronte e arriva ad arrampicarsi sugli specchi per negarne l'esistenza.
Essenzialmente ha paura di cambiare, di perdere qualcosa, fossero i miliardi di dollari per i big delle multinazionali, oppure il senso che "con questa crescita va tutto bene" per molti quadri intermedi dell'economia.
Io non ho mai amato nemmeno da ragazzo lo stile di vita consumista, energivoro e inquinatore che ci viene imposto dalla società industriale. Qualcuno invece forse lo ama alla follia e non riesce a sopportare l'idea che un giorno potrebbe perdere tutto questo.

Frank Galvagno ha detto...

Marco, concordo e aggiungo una divagazione.
Il profilo psicologico del fumatore ha molti punti di contatto con quello del "tifoso incallito di calcio".

Conservatorismo, abitudinarismo, fede aprioristica, monotematicità ... non ci pensa nemmeno che tra pochi anni arriveremo, con ogni probabilità, al "picco del calcio".

spero di non scatenare un vespaio :-)

Anonimo ha detto...

...o un vespasiano...

Anonimo ha detto...

Il problema è che non c'è alcun aumento in frequenza negli uragani...alcuni studi hanno trovato un'aumento nel numero di uragani ma solo in conseguenza del fatto che sono variate nel tempo i metodi di rilevamento e più si và indietro nel tempo tanto maggiore è la probabilità che uragani che non hanno colpito aree di terra siano sfuggiti all'osservazione, diverso il discorso se si considerano gli uragani che hanno fatto landfall ecco l'opinione del NOAA che pur sostenendo lea tesi dell'AGW invece sull'intensità e numero degli uragani sono assai più cauti:
http://www.aoml.noaa.gov/hrd/hurdat/

L'anno con più uragani sulla costa degli USA è il 1886, il decennio con più tempeste i 1890's infine:
" Cycles of hurricane activity: These records reflect the existence of cycles of hurricane activity, rather than trends toward more frequent or stronger hurricanes. In general, the period of the 1850s to the mid-1860s was quiet, the late 1860s through the 1890s were busy and the first decade of the 1900s were quiet. (There were five hurricane seasons with at least 10 hurricanes per year in the active period of the late 1860s to the 1890s and none in the quiet periods.) Earlier work had linked these cycles of busy and quiet hurricane period in the 20th Century to natural changes in Atlantic Ocean temperatures."

Carlo Stagnaro ha detto...

Caro Ugo, ti faccio la stessa obiezione che ho fatto a Massimo Nicolazzi in relazione al suo ormai mitologico pezzo su Limes. La politica climatica non è una scommessa di Pascal, nella quale - sostanzialmente - non hai nulla da perdere e tutto da guadagnare. Non lo è perché quello che occorre fare per ridurre le emissioni di gas serra (nell'ipotesi che ciò possa effettivamente rallentare il warming e attraverso questo limitare i fenomeni a cui fai cenno, cosa di cui non sono affatto convinto) non è a costo zero. "Non è a costo zero" significa, brutalmente, quanto segue: per ridurre le emissioni di gas serra dobbiamo - e non possiamo non - ridurre il tenore di vita della generazione presente, rallentare il tasso di crescita dell'economia per le generazioni future, mantenere nella povertà (energetica ed economica) individui che potrebbero uscirne, e spingere nella povertà (energetica ed economica) persone che ne sono appena uscite grazie alla tanto deprecata carbon-based economy. Forse ci sono buone ragioni per accettare una scelta, economicamente e moralmente, tanto impegnativa. Forse. Io non le vedo. Ma chi le vede, deve avere il coraggio di esplicitare questo costo. Altrimenti non ci intendiamo e continueremo a parlare due lingue diverse. Fare allarmismo vuol dire appunto enfatizzare (quando non gonfiare) i rischi, ignorando i costi sottesi alle azioni di mitigazione.

Ugo Bardi ha detto...

Caro Carlo, mi stupisce che tu voglia la sicurezza a costo zero. Non ti ricordi il principio di base dell'economia? "There is no such a thing as a free lunch".

La sicurezza a costo zero c'è solo per un rischio uguale a zero e spero che tu non voglia sostenere che è così per il riscaldamento globale. Capisco che si possano avere dei dubbi sull'entità del rischio, ma non la certezza che non ce ne sia nessuno.

Carlo Stagnaro ha detto...

Ugo, forse mi sono espresso male. Io non voglio la sicurezza a costo zero. Anzi, il contrario: proprio perché la sicurezza NON è a costo zero, dico che una misura "assicurativa" è giustificata solo se produce un beneficio comparabile al costo. Cosa che non mi pare si possa dire nel caso delle politiche di mitigazione del global warming. Quella della sicurezza a costo zero mi sembra anzi una convinzione degli "allarmisti", che infatti continuano a parlare dei benefici economici della green revolution (benefici che, nelle loro parole, eccedono il "costo evitato" da riscaldamento globale).

Frank Galvagno ha detto...

Gentile Carlo Stagnaro, se interpreto bene il succo è

"il vaso ha il manico abbastanza rotto e ha subito altri danni, se lo rompiamo del tutto cambia poco/niente, anzi in più possiamo fruire del tesoro rimanente contenuto"

Mi corregga se sbaglio ... :-)

Ugo Bardi ha detto...

Bravo Carlo! Vedi che piano piano si comincia a trovarsi daccordo? Allora, si tratta di fare un rapporto costi/benefici, esattamente quello che c'è nel rapporto Stern. Si può esagerare in tutte e due le direzioni, ma a questo punto credo di capire che stai dicendo che non fare niente non sarebbe una buona idea. Dico giusto?

Ugo Bardi ha detto...

Ah.... incidentalmente, a mio zio, smettere di fumare non sarebbe costato niente. Però, è vero che in termini della teoria economica avrebbe ridotto la sua "funzione utilità". Certo, però, come la riduce un tumore, c'è poco altro.......

Carlo Stagnaro ha detto...

Ugo, sto dicendo che non fare niente (=lasciar fare al mercato attraverso misure di adattamento) sarebbe una buona idea se il costo di qualunque misura "interventista" fosse superiore ai probabili benefici. Sto anche dicendo che prima di decidere di far qualcosa dovremmo essere sicuri di avere un problema e di poterlo risolvere. In risposta a Galvagno, per stare al paragone, sto dicendo che forse il manico non è rotto, e comunque forse non l'abbiamo rotto noi né noi disponiamo dei mezzi per aggiustarlo...

Paolo ha detto...

@ Carlo Stagnaro

Ripensando a un post di Frank Galvagno di qualche mese fa, credo che comunque sia imperativo affrancarci dai combustibili fossili. Cito:

Mentre il passaggio dalle pietre ai metalli era notevolmente migliorativo, quello a nuove fonti e a tecnologie basate sul riciclo non lo sarà per niente, per lo meno nel medio termine. La causa essenziale è la fortissima dipendenza che qualunque attività umana ha dal petrolio, dal gas e dalle materie prime fossili in genere.


La transizione passerà attraverso riduzione di posti di lavoro, crisi economiche e anche socio-politiche. Naturalmente, se riusciamo a entrare in un' "orbita rinnovabile", arriveremo a una qualità di vita superiore, ripulendoci di bisogni superflui, e senza rinunciare alle possibilità dell'Era della Conoscenza. Ma sarà un percorso lungo.


Il flusso energetico e dei materiali è ora a un massimo già declinante; se destiniamo la maggior parte delle risorse a fare quello cui siamo abituati da 40 anni (...), finiremo col ritardare ulteriormente il passaggio alla rinnovabilità. Oltre un certo tempo, tale passaggio potrebbe risultare estremamente difficile o addirittura compromesso.

Per realizzare pannelli termici e fotovoltaici, wind-farms, impianti geotermici eccetera abbiamo bisogno di energia di start-up, che non potrà derivare che da idrocarburi (o centrali nucleari). Nel frattempo, dobbiamo riuscire a pilotare una riduzione industriale, dei trasporti e dei servizi che la termodinamica sta richiedendo a gran voce, il tutto contenendo al massimo i rischi o le entità di tracolli sistemici.

Ipotizzando di realizzare una robusta rete rinnovabile, sfida già di per sè enorme, dovremo arrivare anche ad essere capaci di generare impianti rinnovabili per mezzo di energie/materiali rinnovabili. E' un'impresa titanica ma non impossibile; tuttavia, se ci tiriamo indietro e ci scoraggiamo non avremo speranza. Non abbiamo molto tempo per decidere.


http://aspoitalia.blogspot.com/2008/11/gli-attrezzi-di-domani-si-costruiscono.html

Che vogliamo fare? vogliamo consumare fino all'ultima oncia di carbone o di uranio o di quel che vi pare per poi ritrovarci (disastri climatici a parte) nell'impossibilità di creare nuovi impianti di produzione energetica? Vogliamo passare la patata bollente a figli e nipoti? Un comportamento molto responsabile, non c'è dubbio...

Anonimo ha detto...

L'aumento del numero di uragani in risposta al global warming antropico è un'argomento talmente ben noto che un anno fà i ben noti negazionisti del GFDL hanno pubblicato un articolo in cui predicono una riduzione del numero di uragani nel 21° secolo....
L'aumento osservato nell'ultima parte del 20°secolo è una conseguenza del più rapido riscaldamento dell'oceano atlantico rispetto alla media globale in conseguenza della variabilità naturale(l'atlantic multidecadal oscillation) ma questo pattern che causa un aumento nel numero di uragani è diverso da quello atteso in risposta all'aumento termico dovuto ai gas serra che invece è più uniformemente distribuito, insomma forse forse è un poco azzardato attribuire pochi decenni di aumento nel numero di uragani all'agw....tanto più che siamo solo tornati a livelli già raggiunti durante le recenti fasi AMO+.
http://www.gfdl.noaa.gov/reference/bibliography/2008/tk0802.pdf

Paolo ha detto...

Chi vuole passare in rassegna alcuni studi sugli uragani può digitare 'climate' e 'hurricane' su ScienceDaily e farsi un'idea:

http://www.sciencedaily.com/search/?keyword=climate+hurricane

Ugo Bardi ha detto...

Caro Carlo, tornando al testo del post, applicando il tuo ragionamento al mio zio fumatore, lui avrebbe potuto dire, "beh, è proprio certo che il fumo faccia venire il cancro? Forse è meglio che continui a fumare finchè non ne sono veramente sicuro".

Anonimo ha detto...

Ma quando poi saremo "sicuri sicuri", Battaglia e Stagnaro che diranno.... "scusate"?

"Lasciamo fare al mercato"... che frase geniale!!!

Carlo Stagnaro ha detto...

Caro Ugo, non ho parlato di certezza, e non me lo sogno neppure. Ho parlato di costi attuali e benefici attesi. Quanto al fumo, anche qui la questione è più ampia: è vero che il fumo aumenta il rischio di ammalarsi gravemente (rischio, non certezza). E' anche vero che chi fuma ne trae un beneficio soggettivo: fa star bene, rilassa, aiuta la concentrazione, qualunque cosa tu voglia. A meno che tu non sostenga che chi fuma non sa decidere cosa gli garba e cosa no, nel qual caso l'unica soluzione ovvia e logica è il divieto di fumo (divieto assoluto, non nei locali pubblici). Quello di cui mi devi convincere non è che il global warming sia dannoso (qualunque cosa voglia dire, poi ne parliamo se vuoi) e neppure che sia antropogenico. Mi devi convincere che le politiche climatiche sono in grado di produrre un beneficio comparabile al loro costo.

Anonimo ha detto...

E' inutile, Bardi. Questi sapranno sempre spostare sofisticamente il discorso sempre un pochino più in là, e scrivono su giornali che "stanno sul mercato" (senza sovvenzioni pubbliche).
Pretendono stime dei "costi/benefici" al centesimo di euro trattando il pianeta come fosse una azienda.
Vogliono il mercato libero solo quando fa loro comodo.
E tra vent'anni non diranno "scusate", ma "non c'era certezza", "i costi/benefici", la groenlandia era verde, e c'erano pure le viti in Inghilterra, ed era colpa degli insetti.
JAS

Ugo Bardi ha detto...

Carlo mi stai girando intorno alla questione: prima mi dici che forse il manico non è rotto, poi mi parli di costi/benefici. Se pensi che il manico non sia rotto, evidentemente il rapporto costi/benefici di aggiustarlo tende all'infinito. Ma se pensi che ci sia un incertezza sulla questione, allora le misure di sicurezza hanno senso comunque: anche nel dubbio, ci si deve premurare. Non è detto che il dipartimento di chimica debba bruciare - anzi, si spera di no. Ma qui da noi ci sono estintori in tutte le stanze.

Carlo Stagnaro ha detto...

Ugo, sto dicendo che forse il manico non è rotto, forse non è colpa nostra, e se anche lo è le misure che vengono proposte sono del tutto sproporzionate. Sto al tuo paragone: se ciascun estintore costasse come l'intero dipartimento di chimica, non ne metteresti uno per stanza. Ne metteresti meno, oppure cambieresti il dipartimento, o ancora prenderesti contromisure di altro genere.

Ugo Bardi ha detto...

Tuttavia, c'è un rapporto ben dettagliato da parte del sig. Stern che dice che l'estintore vale la pena di metterlo!

Anonimo ha detto...

Bardi, ma che senso ha un dibattito che è chiuso in tutto il mondo, tranne a Modena!

Ugo Bardi ha detto...

Va bene, la smetto. Magari un giorno che vado a Modena ricomincio con sappiamo chi. :-)

Carlo Stagnaro ha detto...

Giuro che, con questo, la smetto anch'io :-) Allora, Stern ci ha provato. Vero. Però TUTTI gli economisti che si occupano di queste cose - ne cito due: Nordhaus e Dasgupta - hanno critica Stern. Perché? Perché per arrivare ai risultati clamorosi che i media hanno enfatizzato - il costo del climate change pari al 5-20% del Pil annuale al 2050 - Stern ha fatto l'ipotesi eroica di un tasso di sconto allo 0,1%. Appare, ed è, un dettaglio tecnico, ma è esattamente il tipo di dettaglio dove il diavolo ama nascondersi. Perché un tasso di sconto così basso ingrandisce i costi futuri e spazza via le incertezze. (Se mi trovate una banca che vi concede un mutuo quarantennale allo 0,1%, prometto che mi azzittisco e divento un allarmista!). Gli stessi conti di Stern, fatti adottando però un tasso di sconto "normale" (3-5%), portano a risultati diversissimi. Portano a dire che il costo del climate change è dello stesso ordine di grandezza del costo delle politiche climatiche. Che è come dire: io spendo 1000 euro oggi, e in cambio riceverò (forse) una cifra che, attualizzata, vale altrettanto tra n anni. Ancora una volta: alzi la mano chi comprerebbe un biglietto della lotteria, sapendo che la vincita massima è uguale al prezzo del biglietto... Stern, involontariamente, è un grande alleato degli scettici.

Anonimo ha detto...

Sempre più imbarazzante.
quindi non bisogna spendere 1000 ora per contenere un disastro climatico, ma aspettare che ci sia un disastro climatico (irreversibile) per spendere 1000 (non una lira di più, secondo gli infallibili calcoli di Stagnaro, al quale affidiamo le sorti del pianeta). Visto che sempre 1000 sono, conviene fare niente!
Veramente fantastico.
Il tasso di sconto...
Non ci posso credere... Livelli per me irraggiungibili. Cosa si può controbattere!

JAS

Frank Galvagno ha detto...

Gentile Stagnaro, i paragoni economici sono deboli in confronto a una realtà termodinamica

Ugo Bardi ha detto...

Smetto anch'io, come ho detto. Ma come ultima cosa fatemi dire qualcosa di buono su Carlo Stagnaro, che me lo trattate tutti da troll, poveraccio. Ma il tipico Troll del clima si improvvisa climatologo e parte con le solite storie del vino in Inghilterra, di Marte che si scalda e cose del genere. Invece, Stagnaro ha questa redeeming grace che - di solito - si limita al suo mestiere di economista e non si mette a fare il climatologo dilettante. Di solito, almeno.....