E così, con il convegno di Trento, siamo arrivati al quarto convegno di ASPO-Italia. L'associazione esiste ormai da almeno sette anni, da quando Colin Campbell, fondatore di ASPO-internazionale, venne al polo scientifico di Sesto Fiorentino a farci una conferenza sull'esaurimento del petrolio. Nel pomeriggio, un gruppetto di persone impressionate dall'esposizione di Campbell si riunì nel mio ufficio per dare inizio a questa avventura.
Possiamo provare a fare un consuntivo della nostra attività? Che cosa abbiamo ottenuto, e che cosa speriamo di ottenere? Beh, questo dipende dagli obbiettivi che ci siamo posti. Fin dall'inizio, abbiamo pensato ad ASPO come qualcosa di orientato alla comunicazione verso l'esterno. Ovvero, non era il nostro obbiettivo prioritario quello di fare ricerca accademica. In effetti, anche a livello di ASPO-Internazionale, l'impostazione è la stessa.
Comunicare qualcosa, ovviamente, ha lo scopo di generare un cambiamento e il nostro scopo fin dall'inizio era di favorire la transizione verso una società sostenibile. Il nostro messaggio, riassunto in una sola frase, dice che il graduale esaurimento delle risorse minerarie ci sta portando verso una società che avrà un output industriale e agricolo molto più ridotto dell'attuale.
Ma comunicare a chi? Qual'è esattamente il nostro target? Su questo punto, abbiamo molto discusso, con diverse opinioni. Credo che possiamo riassumere le opzioni come:
1. Parlare al popolo. La gente, ascoltando il nostro messaggio si convincerà della bontà delle nostre argomentazioni ed eleggerà dei leader intelligenti e preparati che faranno delle leggi giuste e appropriate per gestire il cambiamento nel miglior modo possibile...... Oops......, come non detto....
2. Parlare ai leader, ovvero "all'orecchio del principe". Dopo di che il principe, convinto della bontà delle nostre argomentazioni, prenderà i provvedimenti necessari per sterzare la società verso la sostenibilità In altre parole, ASPO dovrebbe giocare il ruolo di Giuseppe, nella storia biblica, che va dal faraone e lo avverte dell'incipiente arrivo del periodo di vacche magre. Questa è un'idea che ci era parsa interessante inizialmente. Poi, nella pratica, ci siamo accorti che se vai a raccontare il problema dell'esaurimento delle risorse all'equivalente moderno del faraone, quello al massimo ti risponde "bunga-bunga."
3. Parlare agli illuminati, ovvero agli "opinion leader" o anche ai "lamed wufniks" che, secondo la tradizione ebraica sono i saggi che reggono le sorti del mondo - senza saperlo loro stessi. Questa è una possibilità interessantissima che vedo spesso funzionare quando qualcuno che non avevo mai visto prima mi dice che ha letto il nostro materiale e lo ha capito. Questo tipo di approccio è sostanzialmente "virale" e mira a una trasformazione dal basso della società.
Elaborando su queste considerazioni, una delle cose di cui ci siamo accorti è che i leader attuali sono interessati a tutt'altre cose che al buon governo del paese. Più che altro, sono impegnati nell'arraffare quello che possono, finché possono; questa è una necessaria conseguenza della "lobbyzzazione" della società. Nella pratica, ogni proposta di riforma si scontra con il fatto che cambiare qualcosa nella società va necessariamente a impattare sulla capacità di una o più lobby di arraffare la loro parte di bottino. Se la proposta di cambiamento guadagna un certo peso e un certo momento di quantità di moto, la reazione delle lobby danneggiate può essere - e di solito è - estremamente aggressiva. Lo si è visto già a partire dagli anni '70, quando il gruppo di intellettuali chiamato "Il Club di Roma" cercò di "parlare all'orecchio del principe" dicendo già allora le cose che stiamo dicendo noi, ovvero "I Limiti dello Sviluppo". Sapete tutti come è andata a finire, con messaggio e messaggeri ridicolizzati, marginalizzati e demonizzati. E' già tanto che la nostra società è un po' meno violenta di quella medievale, altrimenti li avrebbero messi al rogo fisicamente.
La stessa violenta reazione da parte delle lobby minacciate l'abbiamo vista recentemente per il caso del messaggio lanciato dai climatologi. Qui, la demonizzazione è stata anche più violenta che nel caso dei "Limiti dello Sviluppo" con minacce di morte sparate un po' a tutti quelli che hanno sostenuto certe cose; minacce che, per fortuna, per ora non si sono concretizzate. Il messaggio di ASPO, finora non ha ricevuto questo tipo di demonizzazione/ridicolizzazione. Credo che sia più che altro perché, per ora, non abbiamo dato così tanto fastidio come i climatologi e - al loro tempo - il Club di Roma. Alcune avvisaglie però le abbiamo avute; con attacchi abbastanza violenti (verbalmente) da parte di qualche esagitato. Al momento in cui dovessimo trovarci ad avere una visibilità e un impatto ben superiore all'attuale, dobbiamo aspettarci un trattamento simile e non sarebbe una cosa piacevole.
Personalmente credo la nostra potenzialità strategica in termini mediatici è notevole se la sapremo sfruttare. Il nostro messaggio, basato sul "pensiero dinamico" è articolato ed evoluto - ben superiore al "pensiero barbaro" che altri portano avanti anche con buone intenzioni. Il pensiero barbaro vuole che ci siano soluzioni semplici a problemi complessi: è il pensiero degli assessori che mettono doppi vetri alle finestre del palazzo del comune, quello dei nuclearisti che credono che per risolvere tutti i problemi basti costruire centrali, quello dei sequestratori di CO2 che sostengono che il problema si risolva nascondendolo sottoterra, quello dei sostenitori dei biocombustibili che credono che un agricoltura che si basa tutta sui combustibili fossili possa produrre equivalenti dei combustibili fossili, e tanti altri esempi.
Purtroppo, ti accorgi che il pensiero barbaro è imperante a tutti i livelli, con le decisioni prese sulla base di pezzi e bocconi mal digeriti delle notizie che si leggono sui giornali - a loro volta pezzi e bocconi mal digeriti di quello che era la notizia originale. Questo non ci sta portando da nessuna parte. Il clima è al collasso, l'esaurimento graduale delle risorse sta avanzando, la crisi economica ci sta sommergendo. Nessuno, tuttavia, sembra in grado di pensare o fare qualcosa di utile.
Se dobbiamo sopravvivere alla crisi in corso (e il bello deve ancora venire), dobbiamo sviluppare strumenti intellettuali che ci permettano di gestire una società estremamente complessa che non riesce a trovare un equilibro accettabile con se stessa e con l'ecosistema. Per gestire una società complessa, occorre un pensiero complesso: il pensiero dinamico. E' un tipo di pensiero che si basa sull'esame delle interazioni fra tutti gli elementi di un sistema e che tiene conto del fatto che ogni azione fatta su un sistema complesso genera una cascata di reazioni che possono annullare gli effetti voluti e - anche - fare di peggio. E il tipo di pensiero alla base dello studio "I Limiti dello Sviluppo" ma un pensiero complesso non è necessariamente complicato. E' un modo naturale di pensare, non richiede particolare istruzione o competenze; è soltanto l'esposizione continua ai media che lo distrugge. Avvicinarsi al pensiero dinamico vuol dire acquisire capacità analitiche e predittive impensabili in altri modi di pensiero.
La conseguenza principale - e anche la più ovvia - della visione dinamica è semplice: il cambiamento è inevitabile; non dobbiamo resistere al cambiamento, dobbiamo guidarlo. Più ci affanniamo a mantenere le cose come stanno, più esauriamo le preziose risorse che dovremmo risparmiare per gestire il cambiamento in modo non traumatico. Dobbiamo uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili il più presto possibile e questo richiede dei sacrifici. Richiede dei sacrifici investire nell'energia rinnovabile, nell'agricoltura sostenibile, nella decarbonizzazione dell'economia. Ma se non accettiamo di fare dei sacrifici ora, ne dovremo fare di molto più duri e pesanti nel futuro. La sostenibilità non è una scelta in un mondo finito, è un obbligo, che piaccia o non piaccia.
Quindi, più che altro c'è bisogno di insistere e andare avanti con le nostre idee e i nostri studi. E' un tentativo di riforma "dal basso" che si basa sulla diffusione dei concetti di sostenibilità fra persone di buona volontà. Probabilmente non riusciremo a fermare il collasso imminente, ma possiamo ridurne un po' le conseguenze. Proviamoci.
Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
martedì, novembre 16, 2010
ASPO: un consuntivo al quarto convegno
Posted by
Ugo Bardi
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sostenibilità
lunedì, novembre 15, 2010
300 anni di storia del petrolio in 5 minuti
Posted by
Ugo Bardi
Questo video di Tod Brilliant è in inglese, ma è facilmente comprensibile e vale decisamente la pena di perderci i 5 minuti che richiede. L'originale è qui.
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picco del petrolio
sabato, novembre 13, 2010
Una tempesta di petrolio su un territorio
Posted by
Terenzio Longobardi
Ospitiamo questo intervento di Armando Boccone che ci illustra un'indagine sul territorio alla ricerca dei segni di un mondo scomparso a causa dei cambiamenti indotti dalla disponibilità di energia fossile a basso costo.
Scritto da Armando Boccone
Questo lavoro analizza, sebbene in modo abbastanza approssimativo, le conseguenze che l’abbondanza di petrolio a buon mercato ha avuto su un territorio e le difficoltà nella creazione di nuove prospettive a partire dalla considerazione che ciò non sarà più possibile.
Il lavoro prende le mosse dai dati della piovosità relativa al territorio nord-orientale della mia regione di origine (la Lucania). Consultando il sito dell’ARPAB ho notato che le stazioni meteorologiche di questo territorio hanno rilevato una piovosità, nel periodo 1921-2001, di 500-600 millimetri o poco più all’anno. E’ un indice molto basso. Le piogge, in questa zona della Lucania che confina con la Puglia e il mar Jonio, sono concentrate nel periodo invernale (dicembre-marzo) mentre i mesi estivi sono interessati da siccità molto duratura.
Il lavoro prende le mosse dai dati della piovosità relativa al territorio nord-orientale della mia regione di origine (la Lucania). Consultando il sito dell’ARPAB ho notato che le stazioni meteorologiche di questo territorio hanno rilevato una piovosità, nel periodo 1921-2001, di 500-600 millimetri o poco più all’anno. E’ un indice molto basso. Le piogge, in questa zona della Lucania che confina con la Puglia e il mar Jonio, sono concentrate nel periodo invernale (dicembre-marzo) mentre i mesi estivi sono interessati da siccità molto duratura.
L’agricoltura “logicamente” connessa a queste condizioni climatiche è stata un’agricoltura secca (cioè basata solamente sulle piogge) caratterizzata dalla cerealicoltura e dall’olivicoltura, con un po’ di orticoltura e coltivazioni varie intorno alle masserie e l’allevamento ovino nelle zone interne e collinari del territorio. Nella cerealicoltura periodicamente si ricorreva al maggese, cioè il terreno veniva lasciato incolto per dargli modo di riprendersi.
Se si guarda però l’agricoltura attualmente praticata nel territorio ci si accorge che è un’agricoltura fiorente, basata su colture orticole e frutticole specializzate.
Cosa ha reso possibile questo enorme cambiamento?
Le cause sono state tante come la riforma agraria attuata negli anni ’50 del secolo scorso, come la creazione di dighe nella parte occidentale della regione (quella che confina con la Campania e la Calabria) dove la piovosità supera i 1000 mm annui, come la creazione delle enormi infrastrutture necessarie per portare l’acqua verso gli utilizzatori finali, come la disponibilità di concimi chimici, … come, per concludere e riassumere, la enorme disponibilità di petrolio a buon mercato!
Se si guarda però l’agricoltura attualmente praticata nel territorio ci si accorge che è un’agricoltura fiorente, basata su colture orticole e frutticole specializzate.
Cosa ha reso possibile questo enorme cambiamento?
Le cause sono state tante come la riforma agraria attuata negli anni ’50 del secolo scorso, come la creazione di dighe nella parte occidentale della regione (quella che confina con la Campania e la Calabria) dove la piovosità supera i 1000 mm annui, come la creazione delle enormi infrastrutture necessarie per portare l’acqua verso gli utilizzatori finali, come la disponibilità di concimi chimici, … come, per concludere e riassumere, la enorme disponibilità di petrolio a buon mercato!
Se non ci fosse stata una enorme disponibilità di petrolio a buon mercato non sarebbe stata possibile per l’agricoltura andare incontro a quel mutamento a cui si è assistito dal secondo dopoguerra in poi.
Adesso sembra che quella tempesta di petrolio a cui si è assistito finora inizi a dare segni di calma. E’ necessario quindi iniziare a pensare come impostare non solamente la produzione ma tutta la vita umana su altri criteri e non più sull’uso massiccio di petrolio e su tutto ciò che questo uso ha reso possibile.
Per la precisione bisogna andare alla ricerca, come disse Alì Samsam Bachtiari al congresso Aspo di Firenze nel 2007, delle nostre radici, cioè delle conoscenze che ci hanno guidato nei secoli precedenti l’era petrolifera. Disse questo studioso che stiamo attraversando un momento di grande difficoltà per la civiltà umana che si trova per la prima volta davanti al declino globale di una risorsa fondamentale come il petrolio.
La ricerca di queste conoscenze non sarà facile perché quella tempesta di petrolio, rendendole temporaneamente non attuali, ha impedito che fossero trasmesse alle nuove generazioni. Molte di queste conoscenze erano solamente nella mente e nel comportamento dei nostri padri e nonni ed erano trasmesse oralmente per cui bisogna andare da loro e chiedere come facevano a risolvere certi problemi.
La masseria, il pozzo, il forno, la stalla, il pollaio, la colombaia e altro
Fino agli anni cinquanta del secolo scorso una parte consistente della popolazione della mia Regione di origine (come per buona parte dell’Italia) era dispersa sul territorio ed era dedita all’agricoltura
Per questo motivo ho fatto una ricerca sulla realtà rurale precedente l’età dell’abbondanza di petrolio. La ricerca è consistita nel chiedere informazioni alle persone anziane del mio paese e nell’andare sul territorio e fotografare e interpretare i resti delle strutture di quel modo di vita, cioè le masserie abbandonate. L’esposizione che farò di questa realtà sarà sicuramente molto approssimativa, parziale e, in parte, imprecisa, ma l’importante è iniziare. Sarebbe stato interessante anche indagare la nuova realtà dell’agricoltura e i nuovi rapporti fra i proprietari dei terreni e la coltivazione dei terreni stessi (sicuramente attualmente molta parte del lavoro necessario alla coltivazione viene affidato a terzi).
Non pensavo che il territorio su cui ho fatto l’indagine fosse pieno di masserie abbandonate. Le costruzioni, sia all’interno che all’esterno, mettono in evidenza delle tecniche costruttive che nessun muratore o azienda edile attualmente riuscirebbe più a padroneggiare, sostituite dalle caratteristiche tecniche del ferro e del cemento. Ma il ferro e il cemento hanno il tallone di Achille che quelle tecniche costruttive non avevano: richiedono moltissima energia per la loro produzione. L’energia che richiedeva quell’agricoltura era rappresentata soprattutto dalla legna che serviva alle innumerevoli fornaci distribuite sul territorio per cuocere mattoni e coppi e dal lavoro animale e umano per coltivare la terra.
Ogni masseria possedeva il pozzo, il forno, la stalla, il pollaio, la colombaia e altro. Buona parte della vita delle famiglie coltivatrici avveniva nelle masserie. I rapporti con l’esterno, sia dal punto di vista economico che sociale, si riducevano soprattutto alla vendita del grano, dell’olio e di poco altro. Dato che buona parte della vita si svolgeva nella masseria era necessario disporre dell’acqua e di fare periodicamente il pane. Mi aspettavo dei sistemi di raccolta dell’acqua piovana che cade sui tetti, così come esistono nel mio paese di nascita. Quest’acqua veniva convogliata, attraverso delle tegole a imbuto che correvano lungo i muri, in apposite cisterne, cioè in vani interrati disposti sotto le case. L’acqua piovana, benché priva di sali minerali e ristagnante, in mancanza di acqua prelevata dalle sorgenti, veniva usata anche per bere. Nelle masserie non ho trovato invece tali sistemi di raccolta di acqua. La spiegazione che ho dato è molto semplice: nelle masserie si disponeva dell’acqua dei pozzi, in certo modo corrente e contenente sali minerali. La stalla molte volte serviva solamente come ricovero per gli animali da lavoro come asini e muli mentre rare volte per l’allevamento di qualche capo bovino. La novità è stata la presenza delle colombaie: non pensavo ci fossero e invece la possedevano quasi tutte le masserie. Le persone che ho intervistato in merito dicevano che le colombaie davano un consistente apporto di carne per l’alimentazione dei bambini e delle donne in gravidanza e in allattamento. Mi hanno detto pure che era difficile avere una coppia di colombi con cui mettere su una colombaia.
Ogni masseria possedeva il pozzo, il forno, la stalla, il pollaio, la colombaia e altro. Buona parte della vita delle famiglie coltivatrici avveniva nelle masserie. I rapporti con l’esterno, sia dal punto di vista economico che sociale, si riducevano soprattutto alla vendita del grano, dell’olio e di poco altro. Dato che buona parte della vita si svolgeva nella masseria era necessario disporre dell’acqua e di fare periodicamente il pane. Mi aspettavo dei sistemi di raccolta dell’acqua piovana che cade sui tetti, così come esistono nel mio paese di nascita. Quest’acqua veniva convogliata, attraverso delle tegole a imbuto che correvano lungo i muri, in apposite cisterne, cioè in vani interrati disposti sotto le case. L’acqua piovana, benché priva di sali minerali e ristagnante, in mancanza di acqua prelevata dalle sorgenti, veniva usata anche per bere. Nelle masserie non ho trovato invece tali sistemi di raccolta di acqua. La spiegazione che ho dato è molto semplice: nelle masserie si disponeva dell’acqua dei pozzi, in certo modo corrente e contenente sali minerali. La stalla molte volte serviva solamente come ricovero per gli animali da lavoro come asini e muli mentre rare volte per l’allevamento di qualche capo bovino. La novità è stata la presenza delle colombaie: non pensavo ci fossero e invece la possedevano quasi tutte le masserie. Le persone che ho intervistato in merito dicevano che le colombaie davano un consistente apporto di carne per l’alimentazione dei bambini e delle donne in gravidanza e in allattamento. Mi hanno detto pure che era difficile avere una coppia di colombi con cui mettere su una colombaia.
La colombaia
Dato che sono stato colpito dalla presenza delle colombaie (pensavo addirittura che non ne esistessero nel territorio) ho focalizzato la mia attenzione nella ricerca delle conoscenze necessarie alla sua creazione, all’allevamento dei colombi, al loro utilizzo nell’alimentazione e a quant’altro a esse collegate.
Ho stabilito una correlazione fra la diffusione delle colombaie e la presenza delle ricette per cucinare i colombi. Ho visto che Pellegrino Artusi, nella sua opera ”La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” espone cinque ricette per cucinare i colombi. Adesso invece nei nuovi libri di cucina in vendita nelle libreria o in edicola non c’è nessuna ricetta che riguarda i colombi. Infatti è difficile acquistare piccioni per l’alimentazione visto che nessun supermercato o macelleria li vende.
Una domanda imbarazzante!
A molte persone ho fatto una domanda che, salvo una volta, non ha ricevuto risposta. Questa domanda aveva l’intento di mettere in evidenza la maggiore sostenibilità dell’allevamento dei colombi rispetto agli attuali allevamenti che si basano sulla coltivazione di tutto ciò che viene utilizzato per l’alimentazione animale. La domanda è stata: i colombi si alimentavano oltre che con le granaglie appositamente loro date anche con ciò che trovavano sul territorio quando uscivano liberamente dalla colombaia?
Ho inviato una e-mail a un indirizzo di un allevatore di piccioni che ho trovato sul WEB: la risposta è stata che se i colombi uscissero liberamente in pochi sarebbero rientrati, che chi alleva deve per forza tenerli in gabbia, che gli vengono somministrati degli integratori che a quelli in libertà non servono, ecc. Non c’è stato verso di ricevere una risposta precisa alla domanda che ho fatto!
Solamente una persona mi ha risposto dicendo che se l’allevamento dei colombi fosse avvenuto solamente dando da mangiare granaglie sarebbe stato molto costoso e quindi non conveniente.
Una signora mi ha dato altre indicazioni più dettagliate sull’allevamento dei piccioni. Mi ha detto che:
- per impiantare una colombaia veniva acquistata una coppia di piccioni quando era già atta al volo e autonoma nell’alimentazione;
- venivano loro tagliate le estremità delle penne delle ali in modo che si abituassero a vivere in quell’ambiente;
- le uova non venivano mangiate ma servivano solamente per la cova;
- i colombini erano pronti per la macellazione alla fine del primo mese di vita;
- la loro carne serviva soprattutto per l’alimentazione dei bambini e delle donne in cinta e in allattamento;
- i colombi arrivati all’età della macellazione servivano sia per l’alimentazione all’interno della masseria che venduti all’esterno;
- i colombi venivano nutriti col grano perché se non alimentati probabilmente si sarebbero allontanati dalla colombaia;
- la carne dei colombi era molto importante per l’alimentazione dei contadini;
- quasi in ogni masseria c’era una colombaia.
Dalla signora non sono riuscito ad avere risposte precise alla mia domanda se i colombi si nutrissero anche di ciò che trovavano nel territorio circostante quando uscivano dalla colombaia. Può darsi che lei abbia conosciuto le colombaie quando ormai il territorio era completamente e intensamente coltivato e l’allevamento dei colombi era diventato quasi un hobby e avveniva al chiuso. Del resto così avveniva con i pollai. Le galline erano nutrite con granaglie ma poi erano libere di trovare altri alimenti (insetti, vermi, granaglie selvatiche) sul territorio intorno alla masseria. Adesso, con la campagna “urbanizzata, con strade che arrivano dappertutto, anche l’allevamento delle galline avviene al chiuso, altrimenti molte sarebbero ammazzate dalle autovetture.
- per impiantare una colombaia veniva acquistata una coppia di piccioni quando era già atta al volo e autonoma nell’alimentazione;
- venivano loro tagliate le estremità delle penne delle ali in modo che si abituassero a vivere in quell’ambiente;
- le uova non venivano mangiate ma servivano solamente per la cova;
- i colombini erano pronti per la macellazione alla fine del primo mese di vita;
- la loro carne serviva soprattutto per l’alimentazione dei bambini e delle donne in cinta e in allattamento;
- i colombi arrivati all’età della macellazione servivano sia per l’alimentazione all’interno della masseria che venduti all’esterno;
- i colombi venivano nutriti col grano perché se non alimentati probabilmente si sarebbero allontanati dalla colombaia;
- la carne dei colombi era molto importante per l’alimentazione dei contadini;
- quasi in ogni masseria c’era una colombaia.
Dalla signora non sono riuscito ad avere risposte precise alla mia domanda se i colombi si nutrissero anche di ciò che trovavano nel territorio circostante quando uscivano dalla colombaia. Può darsi che lei abbia conosciuto le colombaie quando ormai il territorio era completamente e intensamente coltivato e l’allevamento dei colombi era diventato quasi un hobby e avveniva al chiuso. Del resto così avveniva con i pollai. Le galline erano nutrite con granaglie ma poi erano libere di trovare altri alimenti (insetti, vermi, granaglie selvatiche) sul territorio intorno alla masseria. Adesso, con la campagna “urbanizzata, con strade che arrivano dappertutto, anche l’allevamento delle galline avviene al chiuso, altrimenti molte sarebbero ammazzate dalle autovetture.
Le prospettive future
La nuova realtà che si è creata è stata determinata , come è stato già detto, dall’abbondanza di petrolio a buon mercato. Questo fenomeno è stato come una tempesta. Come avviene in molti Paesi interessati da uragani la gente, appena sa del suo arrivo, alle volte è costretta a scappare lasciando le loro case così come si trovano. Sembra che sia avvenuto la stessa cosa nel territorio che è stato indagato, visto come sono state lasciate alcune masserie. Appena io e la mia compagna siamo entrati in una masseria (la porta era aperta) lei è rimasta scandalizzata perché pensava a un atto di vandalismo. La ho rassicurata dicendo che quella masseria era stata abbandonata da moltissimi anni.
I mobili della cucina erano pieni di piatti, posate, pentole, e altro. In un armadietto c’erano due bottiglie di liquore, senza tappo, con all’interno ancora il liquore, ormai ridotto a uno sciroppo molto denso, visto che l’alcool e l’acqua erano evaporati. Un cassetto era pieno di ricevute di bollette pagate.
Il riutilizzo delle masserie per fini turistici
Il riutilizzo delle masserie per fini turistici
Non è bello vedere tante masserie andare incontro al degrado. Alcune masserie però ricevono un altro destino. Quelle con buone caratteristiche architettoniche e costruttive e ancora conservate bene vengono ristrutturate e destinate a fini turistici. E’ quanto avvenuto con la masseria esposta dalla successiva foto, trasformata in un Resort a quattro stelle, con piscina, maneggio, cucina locale ma di alto livello e quant’altro.
Fig. 10 Una masseria trasformata in un Resort a quattro stelleQuando la tempesta di petrolio finirà allora probabilmente le masserie abbandonate riceveranno la destinazione che hanno avuto inizialmente anche se adesso con Internet e il WEB, col progresso scientifico, con l’istruzione di massa e altro, le cose saranno un po’ diverse. Per quanto riguarda le colombaie le difficoltà saranno solamente agli inizi perché, una volta ottenuti i colombini, disponiamo già delle ricette gastronomiche di Pellegrino Artusi.
giovedì, novembre 11, 2010
Addio alle riqualificazioni energetiche degli edifici
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Terenzio Longobardi
L’ultima disastrosa notizia proveniente dal governo Berlusconi è la cancellazione dei fondi della finanziaria destinati per il 2011 agli interventi di riqualificazione energetica degli edifici soggetti alla detrazione fiscale del 55%. Si tratta di una misura iniqua e inspiegabile anche sul piano economico perchè negli anni di applicazione 2007 – 2010, i risultati ottenuti sono stati estremamente positivi.Secondo il rapporto triennale dell’Enea, l’ente che gestisce il sistema di presentazione delle domande da parte dei cittadini (disponibile a questo indirizzo), alla fine del 2009 sono stati risparmiati in Italia circa 4400 GWh di energia primaria, stimabili in circa lo 0,3% dei consumi energetici finali.
Se cautelativamente manteniamo lo stesso valore del risparmio energetico ottenuto nel 2009 anche per il 2010, otterremmo un risparmio a fine 2010 di circa 6000 GW, circa lo 0,4% dei consumi energetici finali in Italia. Un risultato che, visto in una prospettiva di lungo termine, è sicuramente apprezzabile, anche per quanto riguarda il risparmio di emissioni di CO2, valutato dall’Enea nel triennio in circa 1 Mton.
Ma anche dal punto di vista economico la misura è da considerarsi positiva in quanto nel triennio sono stati attivati complessivamente investimenti per circa 9 miliardi (circa 8 dai privati, con una stima di circa 11 al 2010). E il costo dell’intera operazione per le casse dello Stato è quantomeno molto inferiore alle risorse effettivamente stanziate, perché il provvedimento ha prodotto lavori che altrimenti non si sarebbero svolti e determinato un emersione dal lavoro nero, con conseguente incremento delle entrate tributarie. Inoltre, come correttamente riportato in questo articolo del Sole 24 Ore, bisognerebbe considerare anche gli effetti economici indiretti.
“Secondo i dati anticipati in un recente convegno, il Cresme calcola che il bilancio al 2015 del 55% sia positivo per il sistema-paese, grazie ai risparmi sulla bolletta energetica nazionale, all'incremento del reddito immobiliare che i proprietari potrebbero ricavare affittando le case riqualificate e, infine, alle maggiori entrate per il fisco (nell'ipotesi che i soldi restituiti agli 800mila beneficiari della detrazione siano subito spesi e alimentino nuove imposte). E questo senza quantificare altre ricadute socio-economiche, come il sostegno all'occupazione in una fase di difficoltà per l'edilizia.”
La situazione economica generale richiede certamente una razionalizzazione della spesa pubblica, ma ciò dovrebbe avvenire attraverso una riallocazione delle spese improduttive verso attività utili e maggiormente efficienti sul piano economico ed energetico. Un governo in evidente stato confusionale sta seguendo la strada opposta.
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risparmio energetico
mercoledì, novembre 10, 2010
Scambismo elettrico
Posted by
Terenzio Longobardi
L’importazione di energia elettrica nel 2008 in Italia è stata pari a 43,4 TWh, l’esportazione a 3,4 TWh. La differenza tra importazioni ed esportazioni ha rappresentato nell’anno considerato circa l’11% del Consumo Interno Lordo di energia elettrica, un valore molto elevato.Nel grafico allegato (ingrandire cliccando sul grafico) sono sintetizzati i pesi suddivisi per nazioni delle importazioni ed esportazioni di energia elettrica in Italia nel 2008.
Come si può vedere, la maggior parte delle importazioni di energia avviene dalla Svizzera e dalla Francia.
Ora, siccome sia la Svizzera per il 40%, sia la Francia per il 77%, producono energia elettrica con il nucleare, i fautori di questa forma di energia accusano l’Italia di ipocrisia per il rifiuto di costruire centrali nucleari sul proprio territorio.
Ma questa critica è facilmente confutabile per i seguenti motivi:
1) Sia la Svizzera per il 55% che la Francia per il 12% producono energia elettrica con l’idroelettrico prevalentemente installato ai confini con l’Italia.
2) L’Italia acquista energia elettrica dall’estero per convenienza economica e non per sottodimensionamento del proprio parco centrali. Infatti Francia e Svizzera sono costretti a vendere sottoprezzo l’energia nucleare in esubero nelle ore notturne e viceversa l’Italia utilizza solo in parte la potenza elettrica installata sul proprio territorio.
3) La valutazione sull’uso dell’energia nucleare deve essere esclusivamente legata a motivi di convenienza industriale per il sistema paese e non a considerazioni morali. Ma, come abbiamo sottolineato in varie circostanze su questo blog, il vero costo del kWh nucleare, la vera entità delle risorse uranifere mondiali e la consistenza dell’apparato energetico italiano portano ad escludere questa convenienza.
1) Sia la Svizzera per il 55% che la Francia per il 12% producono energia elettrica con l’idroelettrico prevalentemente installato ai confini con l’Italia.
2) L’Italia acquista energia elettrica dall’estero per convenienza economica e non per sottodimensionamento del proprio parco centrali. Infatti Francia e Svizzera sono costretti a vendere sottoprezzo l’energia nucleare in esubero nelle ore notturne e viceversa l’Italia utilizza solo in parte la potenza elettrica installata sul proprio territorio.
3) La valutazione sull’uso dell’energia nucleare deve essere esclusivamente legata a motivi di convenienza industriale per il sistema paese e non a considerazioni morali. Ma, come abbiamo sottolineato in varie circostanze su questo blog, il vero costo del kWh nucleare, la vera entità delle risorse uranifere mondiali e la consistenza dell’apparato energetico italiano portano ad escludere questa convenienza.
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energia nucleare
lunedì, novembre 08, 2010
Un commento al IV Congresso Aspoitalia
Posted by
Terenzio Longobardi

Il quarto Congresso di Aspoitalia è stato come al solito una fonte preziosa di analisi e proposte tecniche e scientifiche per affrontare adeguatamente la prossima crisi sistemica che coinvolgerà l’umanità a causa del graduale esaurimento delle risorse fossili.
Il Presidente dell’associazione ha già sintetizzato i contenuti dei vari interventi, che appena possibile renderemo pubblici anche ai lettori di questo blog.
Io vorrei aggiungere solo un breve commento sulle difficoltà che la comunicazione dei rischi collegati al picco del petrolio trova nel raggiungere un’opinione pubblica anestetizzata dalla società del benessere, tema sottolineato in quasi tutti gli interventi.
Nella seconda giornata del convegno abbiamo ascoltato alcune relazioni di esperienze interessanti di coinvolgimento “dal basso” dei cittadini, come le transition town e i bilanci di giustizia. Si tratta di azioni indispensabili e meritorie di modificazione dei comportamenti per un utilizzo delle risorse meno consumistico.
Ma, sono pur sempre esperienze di nicchia che riproducono in forma laica quello che io definisco “modello Amish”, cioè comunità che da motivazioni religiose od etico – morali, fanno scaturire piccole società in opposizione ai modelli dominanti.
Ciò di cui abbiamo invece urgente bisogno è una consapevolezza di massa del problema, cioè di trasferire sul piano della politica, intesa come luogo di sintesi dell’interesse generale, l’emergenza attualmente ignorata o negata.
Molti sono scettici su questa possibilità, ma bisogna ricordare soprattutto ai più giovani che una consapevolezza di questo tipo si era affermata anche in Italia durante gli anni ’70, con quella che un politico lucido e lungimirante come Enrico Berlinguer definì “austerità”. Tale politica, che ho descritto qualche tempo fa in questo articolo, non a caso traeva forza e motivazioni dalla prima crisi petrolifera mondiale e dalla contemporanea apparizione del testo ormai storico su “I limiti dello sviluppo”.
Poi, il rapido ritorno alla “normalità petrolifera” e la sistematica demolizione su basi false delle denunce del Club di Roma, spensero i fermenti e le intuizioni di quel periodo, ingenerando quella sindrome dell’ “Al lupo, al lupo” che ho qui descritto qualche anno fa.
Francamente, non credo però che un clima analogo possa riformarsi attraverso la denuncia degli scenari apocalittici conseguenti ai cambiamenti climatici, ma forse solo come reazione ai traumi economici che si susseguiranno nei prossimi anni.
Il Presidente dell’associazione ha già sintetizzato i contenuti dei vari interventi, che appena possibile renderemo pubblici anche ai lettori di questo blog.
Io vorrei aggiungere solo un breve commento sulle difficoltà che la comunicazione dei rischi collegati al picco del petrolio trova nel raggiungere un’opinione pubblica anestetizzata dalla società del benessere, tema sottolineato in quasi tutti gli interventi.
Nella seconda giornata del convegno abbiamo ascoltato alcune relazioni di esperienze interessanti di coinvolgimento “dal basso” dei cittadini, come le transition town e i bilanci di giustizia. Si tratta di azioni indispensabili e meritorie di modificazione dei comportamenti per un utilizzo delle risorse meno consumistico.
Ma, sono pur sempre esperienze di nicchia che riproducono in forma laica quello che io definisco “modello Amish”, cioè comunità che da motivazioni religiose od etico – morali, fanno scaturire piccole società in opposizione ai modelli dominanti.
Ciò di cui abbiamo invece urgente bisogno è una consapevolezza di massa del problema, cioè di trasferire sul piano della politica, intesa come luogo di sintesi dell’interesse generale, l’emergenza attualmente ignorata o negata.
Molti sono scettici su questa possibilità, ma bisogna ricordare soprattutto ai più giovani che una consapevolezza di questo tipo si era affermata anche in Italia durante gli anni ’70, con quella che un politico lucido e lungimirante come Enrico Berlinguer definì “austerità”. Tale politica, che ho descritto qualche tempo fa in questo articolo, non a caso traeva forza e motivazioni dalla prima crisi petrolifera mondiale e dalla contemporanea apparizione del testo ormai storico su “I limiti dello sviluppo”.
Poi, il rapido ritorno alla “normalità petrolifera” e la sistematica demolizione su basi false delle denunce del Club di Roma, spensero i fermenti e le intuizioni di quel periodo, ingenerando quella sindrome dell’ “Al lupo, al lupo” che ho qui descritto qualche anno fa.
Francamente, non credo però che un clima analogo possa riformarsi attraverso la denuncia degli scenari apocalittici conseguenti ai cambiamenti climatici, ma forse solo come reazione ai traumi economici che si susseguiranno nei prossimi anni.
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sabato, novembre 06, 2010
Conclusa ASPOItalia-4 a Trento
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Ugo Bardi
Nella foto, Guido Barone parla del complesso problema degli idrati di metano a ASPO-4 a Trento
Si è concluso oggi il convegno ASPOItalia-4 a Trento con una nuova serie di interventi e con l'assemblea dei soci, nel pomeriggio. Ancora interessanti presentazioni, oggi centrate sul clima con Stefano Caserini (di Climalteranti/Polimi) come ospite. Molta discussione sul problema della comunicazione e molte proposte per migliorare. Molte lodi anche per Claudio Della Volpe, che ha organizzato il tutto molto bene. Vi relazioneremo un po' per volta sugli interventi, via via che prepariamo i filmati.
Nel frattempo, una foto della parte più "sociale" del convegno, con Terenzio Longobardi in un momento molto espressivo alla cena sociale.
venerdì, novembre 05, 2010
ASPO-4 a Trento
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Ugo Bardi
E' in pieno svolgimento il convegno "ASPO-4" a Trento. Qui sopra, vedete Claudio della Volpe, l'organizzatore, in piena azione.
Oggi abbiamo parlato di limiti dello sviluppo di sostenibilità, di tram, di pellagra, di energia atomica, di auto elettriche di Mediocristan e altre cose. Insomma, una roba parecchio interessante.
Il convegno prosegue domattina con tre presentazioni sul cambiamento climatico. Quando possibile, vedremo di mettere le presentazioni sul web
mercoledì, novembre 03, 2010
ASPO-Italia: il quarto convegno a Trento il 5-6 Novembre 2010
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Terenzio Longobardi
A Trento, presso la Facoltà di Ingegneria, nei giorni 5 e 6 Novembre 2010 si terrà il quarto congresso di ASPO Italia. Il congresso è aperto a tutti gli interessati.
Il IV congresso di Aspo‐Italia si svolgerà a Trento, Facoltà di Ingegneria, Via Mesiano 77, 38050 il 5/6 Novembre 2010, aula R2, 2° piano ed avrà un tema sintetizzabile nello slogan: “Terra 3.1”.
Nel 500° numero de “Le Scienze” si sosteneva, che dopo una fase 1, nella quale l’uomo primitivo si è sforzato di sopravvivere sfruttando le risorse dell’ambiente, durata fino al Neolitico ed una seconda negli ultimi 10.000 anni in cui ha modellato il mondo che lo circondava piegandolo alle proprie esigenze, oggi siapre una terza fase in cui una crescita indiscriminata come quella dei 200 anni precedenti non è più possibile.
Molti processi ambientali sono arrivati ad un punto di non ritorno come dimostrato dalla questione climatica, dalla crisi di alcune risorse, ma anche dalla distruzione parossistica degli ambienti naturali; questo avviene proprio mentre lo sviluppo economico tradizionale sembrerebbe consentire anche a molti paesi poveri di aumentare il livello di vita delle loro popolazioni. In questa terza fase, Terra 3, occorrerà comunque conciliare la presenza umana e la impossibilità di ottenere risorse illimitate dal pianeta.
Non solo siamo d’accordo in linea generale con questa analisi, ma come Aspo‐Italia ci poniamo il problema di come concretamente affrontare le innumerevoli questioni che si aprono sia dal punto di vista tecnologico che economico e sociale. Come conciliare l’esigenza di una maggiore giustizia distributiva e le dimensioni limitate del pianeta? Quali tecnologie e quale organizzazione della produzione, della riproduzione e dello scambio sono maggiormente adeguate?
Questo è l’argomento del nostro congresso che vuole entrare nel merito di alcune almeno di tali questioni. Oltre 40 anni fa fu pubblicato “Limits to growth” che sviluppò per la prima volta il tema; seguiremo la traccia, per quanto possibile aggiornata, di quella grande impresa intellettuale.
______________________________________________
Per informazioni potete contattare l’organizzazione via e-mail: claudio.dellavolpe@unitn.it
Link al programma dettagliato del convegno
Il IV congresso di Aspo‐Italia si svolgerà a Trento, Facoltà di Ingegneria, Via Mesiano 77, 38050 il 5/6 Novembre 2010, aula R2, 2° piano ed avrà un tema sintetizzabile nello slogan: “Terra 3.1”.
Nel 500° numero de “Le Scienze” si sosteneva, che dopo una fase 1, nella quale l’uomo primitivo si è sforzato di sopravvivere sfruttando le risorse dell’ambiente, durata fino al Neolitico ed una seconda negli ultimi 10.000 anni in cui ha modellato il mondo che lo circondava piegandolo alle proprie esigenze, oggi siapre una terza fase in cui una crescita indiscriminata come quella dei 200 anni precedenti non è più possibile.
Molti processi ambientali sono arrivati ad un punto di non ritorno come dimostrato dalla questione climatica, dalla crisi di alcune risorse, ma anche dalla distruzione parossistica degli ambienti naturali; questo avviene proprio mentre lo sviluppo economico tradizionale sembrerebbe consentire anche a molti paesi poveri di aumentare il livello di vita delle loro popolazioni. In questa terza fase, Terra 3, occorrerà comunque conciliare la presenza umana e la impossibilità di ottenere risorse illimitate dal pianeta.
Non solo siamo d’accordo in linea generale con questa analisi, ma come Aspo‐Italia ci poniamo il problema di come concretamente affrontare le innumerevoli questioni che si aprono sia dal punto di vista tecnologico che economico e sociale. Come conciliare l’esigenza di una maggiore giustizia distributiva e le dimensioni limitate del pianeta? Quali tecnologie e quale organizzazione della produzione, della riproduzione e dello scambio sono maggiormente adeguate?
Questo è l’argomento del nostro congresso che vuole entrare nel merito di alcune almeno di tali questioni. Oltre 40 anni fa fu pubblicato “Limits to growth” che sviluppò per la prima volta il tema; seguiremo la traccia, per quanto possibile aggiornata, di quella grande impresa intellettuale.
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Per informazioni potete contattare l’organizzazione via e-mail: claudio.dellavolpe@unitn.it
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ASPO-Italia
martedì, novembre 02, 2010
Un milione di posti di lavoro in meno
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Ugo Bardi
Quattro Piaggio Porter elettrici completamente automatizzati hanno percorso 8000 km dall'Italia alla Cina senza che un essere umano abbia toccato il volante (fonte). Questa dell'automatizzazione della guida dei mezzi stradali è una rivoluzione che sta per scoppiare e sulle cui conseguenze, forse, non siamo preparati.
Questo post è stato pubblicato su Crisis il 29 Ottobre 2010
A partire dagli anni 1950 la capacità di guidare un'automobile è stata una specie di marchio del raggiungimento della maggiore età, specialmente per i maschi. Dominare oggetti come il cambio manuale e la frizione era un segno di virilità che lasciava in sospetto quelli che - invece - utilizzavano diavolerie come il cambio automatico. Insomma, era una prova iniziatica, un po' come per i giovani indiani di una volta riuscire a uccidere il primo bisonte.
Ammazzare i bisonti come prova di virilità è un po' passato di moda ai nostri tempi; anche per la mancanza di bisonti in numero sufficiente. Ma il dominare una creatura meccanica a quattro ruote rimane ancora oggi un momento importante nella vita di un uomo, perlomeno nel nostro mondo "sviluppato". Anche questo, però, potrebbe sparire; non certo per mancanza di automobili, ma per lo sviluppo di nuove tecnologie che rendono superfluo il guidatore umano.
L'idea di automatizzare la guida dei veicoli stradali è in giro da parecchi anni ma, ultimamente, ha fatto notizia apparendo sul New York Times dove si commenta sulla "Googlecar", un veicolo completamente automatico realizzato dal team di Google. Il risultato è un veicolo-robot che si guida da solo, senza bisogno del guidatore umano. Ci vorrà ancora un po' di tempo, ma non c'è dubbio che questi sistemi sono destinati a funzionare e a funzionare molto bene. Un sistema elettronico di guida non si arrabbia, non si ubriaca, non perde il controllo, non si distrae, non è soggetto ai colpi di sonno, rispetta sempre il codice stradale e può funzionare 24 ore su 24, notte e giorno. In più, a lungo andare costerà sicuramente meno di un guidatore umano (e non andrà mai in sciopero). Insomma, non c'è competizione.
Siamo molto meno bravi, però, a prevedere gli effetti sociali e politici della loro introduzione. Introdurre cose come telefonini e internet ha cambiato molte cose nella società negli ultimi 10 anni, ma introdurre sistemi di guida automatizzati avrà effetti probabilmente maggionri e non soltanto sulla percezione della propria virilità da parte dei giovani maschi. Staniford stima che ci siano circa 3,6 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti correlati alla capacità di guidare un veicolo stradale. La maggior parte di questi posti finirebbero persi con il nuovo sistema.
In Italia, fatte le dovute proporzioni (USA 300 milioni, Italia 60 milioni), dovremmo avere circa 700.000 persone che si guadagnano da vivere guidando un mezzo; autobus, taxi, ambulanze, eccetera. E questo numero non considera i posti "indotti" dalla guida; istruttori, gli impiegati negli uffici che rilasciano patenti, quelli che fanno corsi di sicurezza stradale, eccetera; per non parlare dei vigili urbani, dei quali ne serviranno molti di meno dato che i veicoli-robot non infrangono il codice della strada. Alla fine dei conti, non è fuori posto parlare di un milione di posti di lavoro in Italia che andrebbero (andranno) perduti come conseguenza dello sviluppo di mezzi stradali robotizzati.
In realtà, la rivoluzione tecnologica che abbiamo di fronte non si limita ai guidatori di mezzi; è qualcosa che spazza via tutto quello che ha a che vedere con la movimentazione di oggetti. E' uno dei pochi spazi che sono rimasti agli esseri umani nel settore manufatturiero, dei trasporti, e anche in quello militare. Se andate a vedere come funziona un'industria manufatturiera moderna, vedrete che l'unico lavoro del personale non specializzato è quello di muovere oggetti con i carrelli elevatori o con paranchi. Anche questi finiranno con essere automatizzati; è sempre la stessa tecnologia. Se andate a vedere il meccanismo di uno spedizioniere, vedrete come gli umani sono li' per movimentare pacchi da magazzini a furgoni e viceversa - oltre che a guidare i furgoni. Tutto questo può essere automatizzato altrettanto bene con la tecnologia che guida i veicoli. Infine, un altro lavoro tradizionalmente umano è quello in campo militare dove gli umani guidano svariati tipi di veicoli e movimentano oggetti che si muovono a grande velocità; pallottole, missili e simili. Anche questo lavoro, lo fanno molto meglio i robot. Conteggiando tutti questi lavori dove gli umani non sono più necessari, si fa sparire una fetta molto importante dei posti di lavoro nella società industriale - alcuni milioni almeno - soltanto in Italia.
Ora, non mi fate fare il luddita: lo so benissimo che nel passato abbiamo visto rivoluzioni fare sparire posti di lavoro in numeri ben più ampi, ma questa perdita è stata assorbita senza problemi dalla società; che ne ha creati di nuovi. Pensiamo solo al numero di contadini che sono spariti dal tempo dell'Italia agricola. Non sono morti di fame: si sono trasformati in operai. E gli operai, lo stesso, sono in diminuzione e tendono a trasformarsi in impiegati. La robotizzazione dei veicoli è semplicemente un ulteriore passaggio nella graduale "terziarizzazione" dell'economia. Se tutto va come è sempre andato, trasformeremo i guidatori in impiegati e l'economia continuerà a crescere.
Tutto vero, ma c'è un piccolo problema: queste trasformazioni sono state possibili in una società in piena espansione che aveva le risorse necessarie per investire in nuove industrie e nuovi posti di lavoro. Oggi, con l'economia in contrazione a causa il graduale esaurimento delle risorse, dove troviamo i mezzi per creare nuove industrie e nuovi posti di lavoro? Un'alternativa praticata nella storia era di trasformare i disoccupati in soldati, mandandoli a combattere altri disoccupati trasformati in soldati anche loro. Questo risolveva parecchi problemi. Ma, come dicevo prima, oggi non possiamo più fare nemmeno questo, dato che i soldati umani stanno diventando rapidamente altrettanto obsoleti dei guidatori di autobus.
E allora, cosa fare di questi milioni di persone, ex guidatori di autobus e di carrelli elevatori? Trasformarli in animatori di villaggi turistici? In assaggiatori del sale nella minestra? In riparatori di clavicembali mal temperati? E' difficile dire - la sola cosa che possiamo dire è che il mondo si trasforma sempre. Gli operai non erano contadini vestiti con tute blu e gli impiegati di oggi non sono operai con la cravatta. Così, in qualsiasi cosa si trasformeranno i guidatori di oggi, non saranno la stessa cosa di quello che sono oggi. L'unica cosa che è sicura e che non siamo mai preparati a queste trasformazioni e che continuiamo a vedere il futuro con la lente del passato - il futuro ci prende sempre alla sprovvista. Ma, per quanto possa essere strenua la resistenza, il futuro la vince sempre sul passato.
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trasporti
giovedì, ottobre 28, 2010
Balle storiche
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Terenzio Longobardi
Di recente il Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, ha dichiarato che “ prima dell’Unità d’Italia le cose erano invertite. Il Regno delle due Sicilie era più avanzato per industrializzazione e qualità della vita. L’Unità non ci ha fatto bene, non abbiamo nulla da festeggiare”.Si tratta a mio parere di una posizione irresponsabile, demagogica e priva di fondamento storico, che purtroppo un’ingenua parte del mondo intellettuale e la tendenza storica al vittimismo di molte parti della società meridionale iniziano pericolosamente a fiancheggiare.
Molti sprovveduti neo meridionalisti che addirittura rimpiangono il governo dei Borboni non sanno o fingono di non sapere che una larga parte della storiografia contemporanea ha ormai accertato senza ombra di dubbio che le condizioni di arretratezza del Sud rispetto al Nord si erano determinate ben prima dell’Unità d’Italia e che il tentativo di sostenere la crescita industriale e produttiva meridionale durante il Regno delle due Sicilie fallì miseramente per molte cause concorrenti, tra cui l’arretratezza dell’organizzazione agricola, l’esistenza di una borghesia parassitaria e poco dinamica sul piano dell’innovazione, l’assenza di sbocchi commerciali e di mercato per le merci prodotte dalle nascenti attività industriali, la scarsa complementarietà tra le zone preunitarie, la mancanza di materie prime e fonti energetiche per sostenere la crescita dell’apparato produttivo, tutti problemi che il nord riuscì invece lentamente a superare, avviando quel processo di crescita economica che determinò e tuttora determina alcune profonde differenze tra le due parti del paese.
Si potrà certamente affermare che nessuno dei governi che si sono susseguiti dopo l’Unità è riuscito a determinare le condizioni per il superamento del netto divario preesistente tra le due parti del paese, ma è assurdo e anacronistico negarne l’esistenza, come alla fine dovette ammettere anche il capostipite di tutti i meridionalisti, Giustino Fortunato.
Con la differenza che questo moderno neo – meridionalismo d’accatto, saldandosi con il becero e antistorico settentrionalismo leghista, rischia di minare quel po’ di coesione e integrazione sociale del paese faticosamente raggiunti in centocinquant’anni di storia nazionale e di consegnare definitivamente e completamente al potere mafioso il meridione d’Italia.
I padri della patria del Risorgimento avevano lottato non soltanto per l’affrancazione del popolo italiano dal dominio straniero, ma anche con il nobile scopo di superare le anguste ristrettezze dei localismi regionali preesistenti, a favore di una rigenerazione morale e civile di tutti gli italiani.
Ma da buon idealista, spero ancora che in occasione del prossimo anniversario dell’Unità nazionale, la maggioranza degli italiani sappia comprendere e rinnovare questo messaggio rivoluzionario.
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agonia del bel paese
martedì, ottobre 26, 2010
L'infinita Terzigno
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Terenzio Longobardi

Gli ennesimi episodi di guerriglia urbana nel napoletano continuano a rappresentare l’esito perverso di una gestione fallimentare dei rifiuti in alcune aree del nostro paese.
Come ho più volte precisato su queste pagine, i nodi irrisolti del problema sono i seguenti:
1) Incapacità, frammista a volontà politica, di applicare le migliori pratiche di raccolta differenziata domiciliare molto diffuse invece in parti estese del nostro territorio, soprattutto in Veneto, Piemonte e Lombardia. In tal modo si potrebbero raggiungere in maniera economicamente efficiente percentuali di raccolta differenziata tra il 60% e il 70%.
2) Inadempienza del governo relativamente al commissariamento, previsto dalla legge, di quelle realtà che non riescano a conseguire gli obiettivi avanzati di raccolta differenziata. E’ a mio parere inaccettabile e politicamente deprecabile che, ad esempio, una città come Napoli sia ferma ancora al 18% di raccolta differenziata.
3) Il commissariamento non dovrebbe avvenire attraverso i consueti criteri di spartizione partitocratica, ma utilizzando le innumerevoli competenze del settore acquisite in anni di “buone pratiche” sul territorio nazionale.
4) Eccessiva demonizzazione, derivante anche da irrazionalismo scientifico, degli impianti di smaltimento finale dei rifiuti (discariche e inceneritori), comunque necessari anche a valle di raccolte differenziate efficienti. Si tratta di impianti industriali come tanti altri che invece godono di un’accettazione sociale più elevata, il cui impatto ambientale può essere contenuto a livelli sostenibili attraverso l’adozione delle tecnologie disponibili.
5) Debolezza delle istituzioni e accondiscendenza delle forze politiche nei confronti di proteste illegali e incivili da parte di frange della popolazione che impediscono l’applicazione della legge e l’eliminazione dei gravi rischi sanitari per la generalità dei cittadini causati dal mancato smaltimento dei rifiuti che permangono nelle strade.
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rifiuti
lunedì, ottobre 25, 2010
Il picco della popolazione e l'astuzia della storia
Posted by
Terenzio Longobardi

Nell'articolo che segue, Corrado Truffi ci propone una interessante riflessione "non convenzionale" sulle dinamiche della popolazione mondiale, uno dei fattori cruciali in rapporto ai limiti dello sviluppo.
Created by Corrado Truffi
Pare che attorno al 2040 si avrà il picco della popolazione mondiale, a dispetto delle catastrofiche previsioni di esplosione della popolazione mondiale. Ci si fermerà attorno agli 8,5 miliardi, e poi si comincerà a declinare, non necessariamente in modo rapido.
Da statistico demografico, ho sempre pensato che troppo spesso la politica e l’economia dimenticano di considerare il fattore demografico. E ho anche sempre pensato che i catastrofismi malthusiani non tenevano conto della complessità delle interazioni che determinano le dinamiche demografiche. Sembra che i dati più recenti stiano dando ragione a questa opinione, come a quella dell’illuminante libro di Todd sulla demografia musulmana.
In breve.
Da una parte, la “ricchezza delle nazioni”, il famoso PIL, è direttamente proporzionale alla popolazione - alla forza lavoro che produce reddito. Ed infatti, gli USA hanno continuato a crescere per anni anche perché cresceva costantemente la popolazione, grazie all’afflusso di immigrati costante e duraturo - direi costitutivo di quel paese. Ed infatti, la Cina cresce a tassi favolosi - anche nella crisi globale attuale - perché immette nuova forza lavoro prelevandola da uno stock in partenza immenso, quello delle masse contadine dell’interno - spostandole da un’economia di sussistenza che nemmeno entrava nelle statistiche del PIL, ad una di tipo capitalista. E’ grazie a questa immensa immigrazione interna che la Cina può permettersi politiche demografiche rigidissime: lo stock da “smaltire” è ancora immenso e quindi conviene aggredirlo da due lati: da un lato ridurne la dimensione con la politica del figlio unico, dall’altro incoraggiare le migrazioni interne e lo sviluppo.
Dall’altra parte, postulare che la popolazione sarebbe cresciuta oltre il limite delle risorse disponibili con conseguenze catastrofiche (il malthusianesimo semplificato a’ la Sartori) significa non tenere conto del fatto che i comportamenti demografici delle popolazioni sono determinati da un complesso di fattori non solo economici, ma anche culturali, antropologici, legati ai modelli di famiglia, al ruolo della donna, al livello di istruzione, e così via. E in fondo, non era difficile prevedere - con Todd - che la globalizzazione avrebbe accelerato la diffusione di comportamenti di pianificazione familiare nei paesi musulmani e poi nell’intera Africa. E ugualmente prevedere - con Sen - che gli stessi fenomeni avrebbero finito per coinvolgere l’Asia.
Insomma, l’astuzia della storia ci sta dando, forse, una buona notizia: il picco della popolazione prossimo venturo mostra che, in qualche modo, il sistema della popolazione ha dei meccanismi di autoregolazione che, innescati non tanto dalla tensione dal lato delle risorse quanto da processi culturali e mentali, finiscono per retroagire positivamente anche nella direzione di una minore pressione sulle risorse.
Ovviamente, questo non significa che non ci saranno più problemi. Anche 8,5 miliardi di persone che volessero consumare come l’americano medio non sono affatto sostenibili, e del resto gli effetti del picco del petrolio potrebbero essere devastanti anche se gli abitanti del pianeta si riducessero ancora. E in più, come ben sappiamo in Italia, riduzioni troppo rapide della popolazione possono avere effetti negativi ed anche drammatici su un’economia e sull’intero assetto sociale, perché una popolazione troppo vecchia è una popolazione, in molti sensi, malata.
Da statistico demografico, ho sempre pensato che troppo spesso la politica e l’economia dimenticano di considerare il fattore demografico. E ho anche sempre pensato che i catastrofismi malthusiani non tenevano conto della complessità delle interazioni che determinano le dinamiche demografiche. Sembra che i dati più recenti stiano dando ragione a questa opinione, come a quella dell’illuminante libro di Todd sulla demografia musulmana.
In breve.
Da una parte, la “ricchezza delle nazioni”, il famoso PIL, è direttamente proporzionale alla popolazione - alla forza lavoro che produce reddito. Ed infatti, gli USA hanno continuato a crescere per anni anche perché cresceva costantemente la popolazione, grazie all’afflusso di immigrati costante e duraturo - direi costitutivo di quel paese. Ed infatti, la Cina cresce a tassi favolosi - anche nella crisi globale attuale - perché immette nuova forza lavoro prelevandola da uno stock in partenza immenso, quello delle masse contadine dell’interno - spostandole da un’economia di sussistenza che nemmeno entrava nelle statistiche del PIL, ad una di tipo capitalista. E’ grazie a questa immensa immigrazione interna che la Cina può permettersi politiche demografiche rigidissime: lo stock da “smaltire” è ancora immenso e quindi conviene aggredirlo da due lati: da un lato ridurne la dimensione con la politica del figlio unico, dall’altro incoraggiare le migrazioni interne e lo sviluppo.
Dall’altra parte, postulare che la popolazione sarebbe cresciuta oltre il limite delle risorse disponibili con conseguenze catastrofiche (il malthusianesimo semplificato a’ la Sartori) significa non tenere conto del fatto che i comportamenti demografici delle popolazioni sono determinati da un complesso di fattori non solo economici, ma anche culturali, antropologici, legati ai modelli di famiglia, al ruolo della donna, al livello di istruzione, e così via. E in fondo, non era difficile prevedere - con Todd - che la globalizzazione avrebbe accelerato la diffusione di comportamenti di pianificazione familiare nei paesi musulmani e poi nell’intera Africa. E ugualmente prevedere - con Sen - che gli stessi fenomeni avrebbero finito per coinvolgere l’Asia.
Insomma, l’astuzia della storia ci sta dando, forse, una buona notizia: il picco della popolazione prossimo venturo mostra che, in qualche modo, il sistema della popolazione ha dei meccanismi di autoregolazione che, innescati non tanto dalla tensione dal lato delle risorse quanto da processi culturali e mentali, finiscono per retroagire positivamente anche nella direzione di una minore pressione sulle risorse.
Ovviamente, questo non significa che non ci saranno più problemi. Anche 8,5 miliardi di persone che volessero consumare come l’americano medio non sono affatto sostenibili, e del resto gli effetti del picco del petrolio potrebbero essere devastanti anche se gli abitanti del pianeta si riducessero ancora. E in più, come ben sappiamo in Italia, riduzioni troppo rapide della popolazione possono avere effetti negativi ed anche drammatici su un’economia e sull’intero assetto sociale, perché una popolazione troppo vecchia è una popolazione, in molti sensi, malata.
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lunedì, ottobre 18, 2010
Lettera aperta al Presidente della Repubblica
Posted by
Terenzio Longobardi

Caro Presidente della Repubblica,
le siamo tutti grati per l’impegno che Ella profonde quotidianamente per assicurare stabilità e coesione sociale al nostro amato Paese. Apprezziamo inoltre il Suo costante richiamo agli organismi istituzionali preposti affinché affrontino efficacemente le tante emergenze sociali ed economiche italiane. Tra queste, spesso citato, il problema degli incidenti sul lavoro, di cui ne denuncia la gravità e ricorda l’assoluta necessità di porvi rimedio. Siamo del tutto in sintonia con questa Sua sensibilità e ci permettiamo di suggerirle alcuni elementi di comprensione e approfondimento.
L’Inail ha di recente illustrato i dati relativi all’andamento degli infortuni sul lavoro nel 2009 che segnalano da qualche anno un persistente calo infortunistico, ma anche utili spunti di riflessione sulle politiche necessarie a rafforzare e proseguire questa positiva tendenza.
Nella tabella allegata (per ingrandire cliccare sopra) contenuta nella citata relazione dell’Inail, è facilmente ricavabile che, di tutti gli infortuni mortali (1050), più della metà (circa il 56%) è causata da incidenti stradali, durante la circolazione stradale per motivi di lavoro (303) o in itinere negli spostamenti casa – lavoro (283).
Appare quindi evidente che per quanto riguarda le cause di morte il principale fattore di rischio sia proprio l’uso dei mezzi di trasporto privato a fini lavorativi. Più in generale, è a tutti noto che il fenomeno delle morti e dei feriti sulle strade è ancora più grave in termini numerici di quello degli incidenti sul lavoro, se si pensa che per incidente stradale muoiono in Italia circa cinque volte più persone che per incidente sul lavoro (e circa dieci volte se si considerasse solo la mortalità sul luogo di lavoro).
Ci sembra che questa autentica emergenza sanitaria nazionale sia colpevolmente sottovalutata dall’opinione pubblica e dalle istituzioni competenti e debba essere affrontata con maggiore impegno ed efficacia.
Gli interventi repressivi delle forze dell’ordine in materia di mancato rispetto del codice stradale e le iniziative di informazione e sensibilizzazione della popolazione sull’uso corretto e sicuro dei mezzi di trasporto sono sicuramente indispensabili, ma non decisivi, senza un radicale mutamento delle modalità di trasporto, attraverso il trasferimento di rilevanti quote di spostamenti dal mezzo privato a quello pubblico e, in particolare dalla gomma al ferro, sia in ambito urbano che extraurbano.
Purtroppo, in questo settore, l’Italia è in grave ritardo, se le politiche di trasporto si raffrontano a quelle adottate da qualche decennio in molti paesi europei, che hanno notevolmente investito risorse economiche nello sviluppo di moderni sistemi ferro-tranviari, in grado di garantire elevate prestazioni in termini di sicurezza stradale, riduzione dell’inquinamento e dei costi economici.
Alla luce delle precedenti considerazioni, auspichiamo che dall’alto della Sua autorità, politica e morale, voglia promuovere un’opera di sensibilizzazione del Governo e del Parlamento affinché si adottino anche nel nostro paese politiche di investimento nei trasporti coerenti con gli obiettivi precedentemente indicati.
Con reverenza
le siamo tutti grati per l’impegno che Ella profonde quotidianamente per assicurare stabilità e coesione sociale al nostro amato Paese. Apprezziamo inoltre il Suo costante richiamo agli organismi istituzionali preposti affinché affrontino efficacemente le tante emergenze sociali ed economiche italiane. Tra queste, spesso citato, il problema degli incidenti sul lavoro, di cui ne denuncia la gravità e ricorda l’assoluta necessità di porvi rimedio. Siamo del tutto in sintonia con questa Sua sensibilità e ci permettiamo di suggerirle alcuni elementi di comprensione e approfondimento.
L’Inail ha di recente illustrato i dati relativi all’andamento degli infortuni sul lavoro nel 2009 che segnalano da qualche anno un persistente calo infortunistico, ma anche utili spunti di riflessione sulle politiche necessarie a rafforzare e proseguire questa positiva tendenza.
Nella tabella allegata (per ingrandire cliccare sopra) contenuta nella citata relazione dell’Inail, è facilmente ricavabile che, di tutti gli infortuni mortali (1050), più della metà (circa il 56%) è causata da incidenti stradali, durante la circolazione stradale per motivi di lavoro (303) o in itinere negli spostamenti casa – lavoro (283).
Appare quindi evidente che per quanto riguarda le cause di morte il principale fattore di rischio sia proprio l’uso dei mezzi di trasporto privato a fini lavorativi. Più in generale, è a tutti noto che il fenomeno delle morti e dei feriti sulle strade è ancora più grave in termini numerici di quello degli incidenti sul lavoro, se si pensa che per incidente stradale muoiono in Italia circa cinque volte più persone che per incidente sul lavoro (e circa dieci volte se si considerasse solo la mortalità sul luogo di lavoro).
Ci sembra che questa autentica emergenza sanitaria nazionale sia colpevolmente sottovalutata dall’opinione pubblica e dalle istituzioni competenti e debba essere affrontata con maggiore impegno ed efficacia.
Gli interventi repressivi delle forze dell’ordine in materia di mancato rispetto del codice stradale e le iniziative di informazione e sensibilizzazione della popolazione sull’uso corretto e sicuro dei mezzi di trasporto sono sicuramente indispensabili, ma non decisivi, senza un radicale mutamento delle modalità di trasporto, attraverso il trasferimento di rilevanti quote di spostamenti dal mezzo privato a quello pubblico e, in particolare dalla gomma al ferro, sia in ambito urbano che extraurbano.
Purtroppo, in questo settore, l’Italia è in grave ritardo, se le politiche di trasporto si raffrontano a quelle adottate da qualche decennio in molti paesi europei, che hanno notevolmente investito risorse economiche nello sviluppo di moderni sistemi ferro-tranviari, in grado di garantire elevate prestazioni in termini di sicurezza stradale, riduzione dell’inquinamento e dei costi economici.
Alla luce delle precedenti considerazioni, auspichiamo che dall’alto della Sua autorità, politica e morale, voglia promuovere un’opera di sensibilizzazione del Governo e del Parlamento affinché si adottino anche nel nostro paese politiche di investimento nei trasporti coerenti con gli obiettivi precedentemente indicati.
Con reverenza
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trasporti
venerdì, ottobre 15, 2010
Richiesta energia elettrica in leggera crescita
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Terenzio Longobardi
Nella tabella allegata (per ingrandire cliccare sopra) estratta dal sito di Terna sono riportati i dati relativi alla richiesta di energia elettrica (consumi finali più perdite di rete) italiana nei primi nove mesi dell'anno. Come si può vedere, collegata a una piccola ripresa economica c'è stata una limitata crescita di tale valore ( +1,7%) rispetto al crollo storico verificatosi nel 2009 (-5,7%) e descritto in un mio precedente articolo. Però, guardando qui i rapporti dei mesi precedenti, questa ripresa dei consumi sembra un pò rallentare. E nel frattempo i prezzi del barile hanno ripreso a salire.
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consumi
mercoledì, ottobre 13, 2010
Il gas russo e la guerra in Afghanistan
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Terenzio Longobardi
In alcuni recenti articoli, Beppe Caravita e Debora Billi si interrogano sui motivi dell’accordo tra Italia e URSS riguardo alle forniture di gas naturale e tracciano un quadro abbastanza convincente delle strategie politiche ed economiche ad esso sottese. In effetti, è inutile nasconderlo, la presenza delle nostre truppe sul territorio afgano corrisponde anche all’esigenza strategica di controllo di risorse energetiche fondamentali come il gas naturale. I due si interrogano poi sulla giustezza di un’alleanza strategica con Putin in relazione agli interessi del nostro paese e sembrano propendere in questo caso per una risposta affermativa.A mio parere, una valutazione approfondita della questione non può che partire dall'analisi dell’effettiva consistenza delle risorse di gas russe. Nel secondo Congresso di Aspoitalia, il tema fu affrontato molto efficacemente da Euan Mearns, la cui relazione in italiano è disponibile qui (per la cronaca in una delle slides c’è anche uno dei miei grafici sulla ripartizione del consumo interno lordo italiano di energia elettrica).
Ebbene, contrariamente alle solite previsioni ottimistiche, è invece molto probabile che la produzione russa sia molto vicina al picco, con un andamento sostanzialmente piatto fino al 2020, principalmente a causa del declino in corso dei maggiori giacimenti.
Inoltre, un dato molto importante, espresso efficacemente nel grafico allegato, estratto dalla relazione, è quello relativo al rapporto tra esportazioni ed importazioni di gas russo. Siccome attualmente la Russia consuma internamente circa due terzi del gas prodotto, il grafico ci dice che la crescita futura dei consumi interni, limiterà fortemente le esportazioni del prezioso gas di cui si alimenta il sistema energetico europeo e italiano.
Il gas naturale rappresenta per l'Italia l'indispensabile combustibile fossile di transizione verso un modello energetico più sostenibile fondato sulle rinnovabili. Quindi, se da un parte l’alleanza strategica con Putin potrebbe offrire garanzie di approvvigionamento al nostro paese rispetto alla riduzione futura delle esportazioni russe, la contemporanea situazione di picco delle risorse non appare per niente rassicurante e dovrebbe orientare il governo italiano a garantire la massima diversificazione delle forniture di gas naturale. Quindi accelerando ad esempio la costruzione dei rigassificatori previsti la cui realizzazione, non mi sembra un caso, è improvvisamente rallentata da quando c’è il governo Berlusconi.
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picco delle risorse
venerdì, ottobre 08, 2010
Concorrenza a bassa velocità
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Terenzio Longobardi
In questo precedente articolo avevo commentato l’ingresso nel mercato italiano dell’Alta Velocità ferroviaria di NTV, primo competitore privato dell’ex monopolista pubblico Trenitalia. Forse sarebbe più opportuno definire il nuovo gruppo pubblico – privato, in quanto una quota consistente della proprietà e il know - how appartengono a Sncf, l’Azienda pubblica delle ferrovie francesi, ma si tratta di sottigliezze. La sostanza è che dal 2011, il mercato italiano dell’alta velocità ferroviaria si aprirà alla concorrenza, con conseguenze a mio parere positive sulla qualità del servizio e sulla sottrazione alle altre modalità di trasporto più energivore ed inquinanti (aereo e auto) di ulteriori quote di spostamenti (già attualmente sulla linea Roma – Milano Trenitalia copre una quota di circa il 60%).Ma, come avevo previsto, il processo in atto non sarà per niente indolore, principalmente a causa dell’imperfezione del modello di liberalizzazione del servizio adottato in Italia, caratterizzato dall’evidente anomalia della contemporanea appartenenza allo stesso gruppo Ferrovie dello Stato, sia di Trenitalia che della società che gestisce e concede la rete di trasporto, RFI.
In questi giorni, l’Amministratore delegato di NTV ha pubblicamente accusato proprio RFI di ostacolare in vari modi la percorrenza dal 2011 dei propri treni sui binari ferroviari dell’alta velocità, paventando un vero e proprio conflitto di interessi e richiedendo l’intervento delle istituzioni per rimuovere gli impedimenti alla libera concorrenza ferroviaria.
Per comprendere meglio quanto sta accadendo, bisogna però riferire di un’altra notizia di questi giorni, cioè dell’aggiudicazione da parte di Trenitalia al raggruppamento di imprese Ansaldo – Bombardier, della fornitura dei nuovi treni che dovranno sostituire entro tre – quattro anni quelli attualmente in servizio sulle linee ad alta velocità (ma i tempi potrebbero allungarsi a causa di un ricorso al TAR presentato da un’altra azienda partecipante alla gara di aggiudicazione dei lavori, Alstom).
E’ evidente quindi che Trenitalia ha il terrore di pagare a caro prezzo l’errore strategico di presentarsi pesantemente in ritardo sia sul piano tecnologico che della qualità del servizio, alla competizione con NTV, che possiede ora treni di più avanzata concezione.
Da parte nostra possiamo solo augurarci che questo conflitto industriale si risolva in breve tempo, nell’interesse esclusivo degli utenti fruitori di un servizio strategico per il paese, dal punto di vista ambientale, ma anche nella prospettiva sempre più ravvicinata del picco petrolifero e delle conseguenti tensioni sui prezzi dei prodotti energetici nei trasporti.
giovedì, ottobre 07, 2010
Giocare a golf sull'astronave
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Ugo Bardi
Un immagine stupefacente (da "Desdemona Despair") che riassume tutta la nostra situazione. Un campo da golf che è un'isola di verde in mezzo al deserto - perfetta; sembra finta - irreale. Sembra una piccola astronave atterrata lì per caso.
Qui, non sappiamo se hanno disboscato per costruire questo campo da golf, come hanno fatto in tante foreste tropicali. Non sappiamo se una volta l'area nei dintorni fosse stata una foresta, disboscata e distrutta dalle attività umane - come succede spesso. Non sappiamo se il deserto che sta intorno all'isoletta verde sia recente, dovuto alla siccità in crescita causata dal cambiamento climatico; il che potrebbe essere.
Sappiamo solo che quest'oasi di verde è possibile soltanto con i fertilizzanti artificiali e l'irrigazione artificiale. Quanto a lungo potrà tenere lontano il deserto; non lo possiamo dire, ma non per sempre.
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territorio
martedì, ottobre 05, 2010
Da cosa dipende il prezzo del petrolio
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Terenzio Longobardi
Dopo la tremenda crisi che ha scosso dalle fondamenta il sistema economico – finanziario globale, gli economisti, i politici e l’opinione pubblica occidentale, sono in spasmodica attesa di segnali che annuncino il ritorno salvifico della crescita economica esponenziale che ha caratterizzato la storia dell’umanità degli ultimi centocinquanta anni e, in particolare dell’ultimo dopoguerra. Conoscete l’opinione di Aspoitalia sull’argomento: a causa del raggiungimento del picco del petrolio, il meccanismo di crescita economica illimitata è destinato ineluttabilmente a fermarsi.
Ricapitoliamo brevemente la situazione. La recente crisi ha determinato un calo consistente della domanda globale, che a sua volta ha provocato anche il crollo delle quotazioni petrolifere, dai 140 dollari al barile dell’estate 2008 ai 70 - 80 dollari al barile degli ultimi mesi. Quando gli effetti della crisi si attenueranno e l’economia mondiale tenderà a ripartire decisamente, la domanda energetica riprenderà a crescere e con essa i prezzi del petrolio. Oltre certi livelli dei prezzi il sistema economico rientrerà in una dinamica recessiva e i prezzi caleranno di nuovo. Questa sorta di “gatto petrolifero che si morde la coda” andrà avanti fino a quando il calo definitivo e costante dell’offerta di greggio sui mercati produrrà sulle economie del pianeta effetti recessivi strutturali e irreversibili.
Questo ragionamento ovviamente sta in piedi se si assume che il picco del petrolio sia molto prossimo e il prezzo del barile sia fortemente dipendente dai “fondamentali” della domanda e dell’offerta mondiali. Ma chi crede fermamente nell’illimitatezza delle risorse non comprende questo assunto, attribuendo invece alla speculazione finanziaria la causa principale delle tensioni sui prezzi. Più volte abbiamo da queste pagine polemizzato con questa posizione, evidenziandone limiti ed errori, ma preferiamo non continuare in una diatriba che rischia di apparire ideologica. Preferiamo attenerci ai fatti.
E i fatti li ha approfonditi brillantemente Antonio Tozzi, che ha raccolto i dati storici dei prezzi petroliferi e li ha correlati a un parametro significativo della crescita economica mondiale, il PIL degli USA. I risultati, illustrati nell’articolo che segue, sono stupefacenti e dimostrano inequivocabilmente la stretta correlazione tra i due valori, quindi rappresentano una conferma oggettiva e dimostrabile delle tesi di Aspoitalia illustrate in precedenza. Mi pare si tratti di una vera e propria anteprima giornalistica, che vi anticipiamo volentieri.
Per la cronaca, il prezzo del petrolio in questi giorni ha di nuovo superato gli 80 dollari al barile, proprio in coincidenza con l’annuncio che il PIL statunitense aveva ripreso a crescere più delle aspettative.
Ricapitoliamo brevemente la situazione. La recente crisi ha determinato un calo consistente della domanda globale, che a sua volta ha provocato anche il crollo delle quotazioni petrolifere, dai 140 dollari al barile dell’estate 2008 ai 70 - 80 dollari al barile degli ultimi mesi. Quando gli effetti della crisi si attenueranno e l’economia mondiale tenderà a ripartire decisamente, la domanda energetica riprenderà a crescere e con essa i prezzi del petrolio. Oltre certi livelli dei prezzi il sistema economico rientrerà in una dinamica recessiva e i prezzi caleranno di nuovo. Questa sorta di “gatto petrolifero che si morde la coda” andrà avanti fino a quando il calo definitivo e costante dell’offerta di greggio sui mercati produrrà sulle economie del pianeta effetti recessivi strutturali e irreversibili.
Questo ragionamento ovviamente sta in piedi se si assume che il picco del petrolio sia molto prossimo e il prezzo del barile sia fortemente dipendente dai “fondamentali” della domanda e dell’offerta mondiali. Ma chi crede fermamente nell’illimitatezza delle risorse non comprende questo assunto, attribuendo invece alla speculazione finanziaria la causa principale delle tensioni sui prezzi. Più volte abbiamo da queste pagine polemizzato con questa posizione, evidenziandone limiti ed errori, ma preferiamo non continuare in una diatriba che rischia di apparire ideologica. Preferiamo attenerci ai fatti.
E i fatti li ha approfonditi brillantemente Antonio Tozzi, che ha raccolto i dati storici dei prezzi petroliferi e li ha correlati a un parametro significativo della crescita economica mondiale, il PIL degli USA. I risultati, illustrati nell’articolo che segue, sono stupefacenti e dimostrano inequivocabilmente la stretta correlazione tra i due valori, quindi rappresentano una conferma oggettiva e dimostrabile delle tesi di Aspoitalia illustrate in precedenza. Mi pare si tratti di una vera e propria anteprima giornalistica, che vi anticipiamo volentieri.
Per la cronaca, il prezzo del petrolio in questi giorni ha di nuovo superato gli 80 dollari al barile, proprio in coincidenza con l’annuncio che il PIL statunitense aveva ripreso a crescere più delle aspettative.
Scritto da Antonio Tozzi
In quale misura i movimenti del prezzo del petrolio (o più in generale, di una risorsa) sono attribuibili ai fondamentali del mercato piuttosto che alla speculazione? Si può tentare di suggerire una risposta, in termini semplici e intuitivi, mettendo a confronto i grafici delle serie storiche del prezzo del petrolio e di un indicatore della "salute" dell'economia di un forte consumatore di questa risorsa: per esempio l'indice della produzione industriale degli Stati Uniti.
In quale misura i movimenti del prezzo del petrolio (o più in generale, di una risorsa) sono attribuibili ai fondamentali del mercato piuttosto che alla speculazione? Si può tentare di suggerire una risposta, in termini semplici e intuitivi, mettendo a confronto i grafici delle serie storiche del prezzo del petrolio e di un indicatore della "salute" dell'economia di un forte consumatore di questa risorsa: per esempio l'indice della produzione industriale degli Stati Uniti.

Il prezzo del petrolio è cresciuto esponenzialmente nel periodo 2002-2008, mentre l'indice della produzione industriale USA è cresciuto linearmente. Per evidenziare le somiglianze nei movimenti delle due variabili è naturale "eliminare" queste tendenze storiche di fondo, concentrandosi sulle variazioni anno per anno. Già una semplice regressione, del tutto naive, delle variazioni annuali del prezzo su quelle dell'indice, suggerisce l'esistenza di una correlazione lineare:

Tuttavia, a rigore, va tenuta in debito conto anche l'evoluzione temporale, per esempio modellando il termine d'errore della regressione come processo a media mobile. A questo punto è interessante confrontare l'andamento del prezzo del petrolio previsto dal modello con quello realmente osservato, al di fuori del campione utilizzato per stimare i parametri di regressione, cioè a partire dal 2008:

Quest'ultimo grafico mostra che, fatta eccezione per i primi mesi del 2008, le variazioni del prezzo del petrolio osservate nel corso dell'ultimo biennio si sono mantenute entro la banda di oscillazione prevista dal modello. Ciò suggerisce che tali variazioni siano da attribuire, più verosimilmente e in più larga misura, alla dinamica della domanda mondiale piuttosto che all'effetto di azioni speculative.
sabato, ottobre 02, 2010
Malthus e il picco del petrolio
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Terenzio Longobardi

Vi propongo questo acuto intervento di Massimo Nicolazzi sulla storia dell'umanità in rapporto alla disponibilità di energia, ringraziando ARIS, Agenzia Ricerche Informazione e Società che ci ha permesso la pubblicazione dell'articolo.
Scritto da Massimo Nicolazzi
L’inarrestabile sviluppo delle forze produttive. Magari inarrestabile. Certo non lineare. Noi moderni lo pensiamo e viviamo come avanzata impetuosa. Ma è stata una scintilla di tempo. Giusto gli ultimi duecento anni . Per molti più secoli, e prima, è stata aumento del produrre quasi impercettibile; e stagnazione; e recessione; e depressione.
Qualcuno la chiama trappola malthusiana. Vuol dire che l’aumento della produzione nel tempo non compensa l’aumento della popolazione. Meno popolazione più reddito individuale. Più popolazione e meno sussistenza. La popolazione come principale variabile (negativa) della crescita. L’evidenza storica sembra suggerire che fino alla rivoluzione industriale possa aver funzionato proprio così. L’economista “estremista” (Gregory Clark) vi suggerisce grafici alla mano che il reddito reale pro capite nel 1800 prima di Cristo era più alto di quello del 1800 dopo. Il Maestro di storia dell’economia (Carlo M. Cipolla) vi spiega la fortuna di sopravvivere alla peste, cha ammazzandoti i vicini lascia poi più cibo e reddito per te. Quello di storia dell’energia (Vaclav Smil) vi racconta come per secoli il progresso tecnologico si sia esaurito nell’affilare meglio gli aratri e al più nel progettare mulini.
I fattori della produzione. Il Capitale mercanteggia. Il Lavoro è uomo e animale, con giusto legna e mulini a soccorrere. La Terra più la lavori e meno rende, e il decrescere del rendimento ti compensa e oltre il miglior filo dell’aratro. Finisce il ‘700, e 100.000 anni di storia dell’uomo sembrano lì a farti legge l’idea che natura non facit saltus, ed anzi non lo possa proprio fare. Dall’anno Mille in poi siamo (forse) sempre cresciuti, pero’ a lumaca; e il Maestro di macroeconomia (Angus Maddison) vi informa che in otto secoli il PIL pro capite vi e’ al piu’ aumentato, e complessivamente, di un 50%.
Malthus scrive di popolazione nel 1798. Sul finire degli otto secoli. Non fa che proiettare il passato nel futuro. Modello business as usual, diremmo noi; che come tutti i modelli bau in realtà non predice il futuro, ma solo descrive e magari accuratamente quel che è ed è stato.
Lui scrive, e subito gli esplode l’Ottocento. La “natura” (e uso il termine, per brevità, come comprensivo di “cultura”) non solo salta, ma imbizzarrisce. Aveva cominciato in Inghilterra, e prima che scrivesse Malthus. Ma era ancora solo segnale, e non salto. Il Capitale si fa “fisso”, e stimola autonomamente tecnologia. La Terra si amplia (che l’agricoltura degli Stati Uniti va a incominciare) e si approfondisce, restituendoci non solo il frutto del suolo ma anche l’accumulo fossile delle sue viscere. L’accumulo fossile ti cambia il paradigma del lavoro. Il lavoro non è bracciante o proletario; è energia e basta. Non c’è unità di lavoro senza energia; e l’unità di misura dell’energia è il lavoro. L’energia è la capacità di compiere lavoro; ed il suo limite. Prima l’energia la prendevi da braccia e gambe, con l’aggiunta di tante zampe, tanta legna e un po’ di vento per le pale dei mulini. Sommata tutta assieme, non era bastata a tirarti fuori dalla trappola. L’aumento possibile (in funzione dell’energia disponibile) della produzione nel tempo non consentiva in funzione della popolazione una crescita significativa. Il futuro era malthusiano.
Il paradigma di Malthus finisce in rivoluzione. Fossile. Carbone, petrolio e gas aprono il secolo dell’energia (potenzialmente) illimitata. Che vuole dire capacità di compiere lavoro e perciò produzione (potenzialmente) illimitate. Che vuole dire che è saltato il vincolo alla produzione e perciò è saltato il vincolo alla crescita della popolazione. Che vuole dire che l’inarrestabile sviluppo delle forze produttive adesso e per la prima volta è (sembra?) realtà linearmente se non addirittura esponenzialmente possibile.
La trappola è scoperchiata. L’homo sapiens è in libertà. Ci avevamo messo 100.000 anni a diventare un miliardo di individui. Ci basta un secolo (l’ultimo) per diventare sei miliardi e mezzo. La tremenda accelerazione tecnologica di cui già Malthus aveva visto l’incipit vi è coessenziale. Però anch’essa (ed in primis tutto quel che si dipana da motori ed elettricità) progredisce in buona parte al servizio dei nuovi Signori dell’energia. Elettricità, mobilità individuale, rivoluzione verde (via fertilizzanti azotati), plastiche. Togli il fossile, ed hai cancellato il Novecento e noi stessi.
Centomila anni. E poi il salto fossile ce ne trasforma e modella gli ultimi duecento. Dice che adesso del fossile ci tocca abituarci a fare a meno. Un po’ perché finisce; e un po’ perché sporca. Lascio il merito ad altri. Purchè ci si ricordi che non ci siamo applicati ai fossili perché hanno gli occhi azzurri. Lo abbiamo fatto perché niente come loro rendeva potenzialmente illimitata l’energia non tanto nel tempo, ma nell’unità di tempo; perché nessuna unità di potere calorifico ci costava di meno; e perché per densità energetica (laddove “densità” è condizione della portabilità dell’energia; e dunque dello stesso paradigma della mobilità globale di merci e persone) nulla si è ancora neanche avvicinato al petrolio. Cambiate controfattualmente il fossile con qualcosa cui manchi anche solo una di queste note; e l’esplodere di produzione e popolazione vi ritorna malthusianamente intrappolato.
Il nuovo che avanza qualcosa può già sostituire, e molto più nell’elettrico che nel mobile. Incoraggiarlo è giusto. Però favoleggiare che tutto possa cambiare a breve, e senza traumi per i nuovi sovrappopolati, è solo irresponsabile. Usiamone sempre meno e meglio, ma il fossile (e per mobilita’ soprattutto il petrolio) teniamocelo stretto. Gli dobbiamo quasi per intero la nostra moderna condizione economica e le sue forme. La “natura” s’è imbizzarrita una volta, in un qualche migliaio di anni. Nulla ci dà titolo a pensare che adesso lo faccia ogni trecento; o che per converso senza continuare a crescere si possa diventare 9 miliardi e mezzo in pace e democrazia. Ci tocca provarci a cambiare il fossile senza tornare a Malthus. Magari non aveva ragione sul prima della Rivoluzione Industriale; ma se avesse ragione sul dopo dei Fossili sarebbero lacrime e sangue.
Non faccio previsioni, che finirei per descrivere male anche il presente. E comunque non servono. La paura nasce nel futuro.
Qualcuno la chiama trappola malthusiana. Vuol dire che l’aumento della produzione nel tempo non compensa l’aumento della popolazione. Meno popolazione più reddito individuale. Più popolazione e meno sussistenza. La popolazione come principale variabile (negativa) della crescita. L’evidenza storica sembra suggerire che fino alla rivoluzione industriale possa aver funzionato proprio così. L’economista “estremista” (Gregory Clark) vi suggerisce grafici alla mano che il reddito reale pro capite nel 1800 prima di Cristo era più alto di quello del 1800 dopo. Il Maestro di storia dell’economia (Carlo M. Cipolla) vi spiega la fortuna di sopravvivere alla peste, cha ammazzandoti i vicini lascia poi più cibo e reddito per te. Quello di storia dell’energia (Vaclav Smil) vi racconta come per secoli il progresso tecnologico si sia esaurito nell’affilare meglio gli aratri e al più nel progettare mulini.
I fattori della produzione. Il Capitale mercanteggia. Il Lavoro è uomo e animale, con giusto legna e mulini a soccorrere. La Terra più la lavori e meno rende, e il decrescere del rendimento ti compensa e oltre il miglior filo dell’aratro. Finisce il ‘700, e 100.000 anni di storia dell’uomo sembrano lì a farti legge l’idea che natura non facit saltus, ed anzi non lo possa proprio fare. Dall’anno Mille in poi siamo (forse) sempre cresciuti, pero’ a lumaca; e il Maestro di macroeconomia (Angus Maddison) vi informa che in otto secoli il PIL pro capite vi e’ al piu’ aumentato, e complessivamente, di un 50%.
Malthus scrive di popolazione nel 1798. Sul finire degli otto secoli. Non fa che proiettare il passato nel futuro. Modello business as usual, diremmo noi; che come tutti i modelli bau in realtà non predice il futuro, ma solo descrive e magari accuratamente quel che è ed è stato.
Lui scrive, e subito gli esplode l’Ottocento. La “natura” (e uso il termine, per brevità, come comprensivo di “cultura”) non solo salta, ma imbizzarrisce. Aveva cominciato in Inghilterra, e prima che scrivesse Malthus. Ma era ancora solo segnale, e non salto. Il Capitale si fa “fisso”, e stimola autonomamente tecnologia. La Terra si amplia (che l’agricoltura degli Stati Uniti va a incominciare) e si approfondisce, restituendoci non solo il frutto del suolo ma anche l’accumulo fossile delle sue viscere. L’accumulo fossile ti cambia il paradigma del lavoro. Il lavoro non è bracciante o proletario; è energia e basta. Non c’è unità di lavoro senza energia; e l’unità di misura dell’energia è il lavoro. L’energia è la capacità di compiere lavoro; ed il suo limite. Prima l’energia la prendevi da braccia e gambe, con l’aggiunta di tante zampe, tanta legna e un po’ di vento per le pale dei mulini. Sommata tutta assieme, non era bastata a tirarti fuori dalla trappola. L’aumento possibile (in funzione dell’energia disponibile) della produzione nel tempo non consentiva in funzione della popolazione una crescita significativa. Il futuro era malthusiano.
Il paradigma di Malthus finisce in rivoluzione. Fossile. Carbone, petrolio e gas aprono il secolo dell’energia (potenzialmente) illimitata. Che vuole dire capacità di compiere lavoro e perciò produzione (potenzialmente) illimitate. Che vuole dire che è saltato il vincolo alla produzione e perciò è saltato il vincolo alla crescita della popolazione. Che vuole dire che l’inarrestabile sviluppo delle forze produttive adesso e per la prima volta è (sembra?) realtà linearmente se non addirittura esponenzialmente possibile.
La trappola è scoperchiata. L’homo sapiens è in libertà. Ci avevamo messo 100.000 anni a diventare un miliardo di individui. Ci basta un secolo (l’ultimo) per diventare sei miliardi e mezzo. La tremenda accelerazione tecnologica di cui già Malthus aveva visto l’incipit vi è coessenziale. Però anch’essa (ed in primis tutto quel che si dipana da motori ed elettricità) progredisce in buona parte al servizio dei nuovi Signori dell’energia. Elettricità, mobilità individuale, rivoluzione verde (via fertilizzanti azotati), plastiche. Togli il fossile, ed hai cancellato il Novecento e noi stessi.
Centomila anni. E poi il salto fossile ce ne trasforma e modella gli ultimi duecento. Dice che adesso del fossile ci tocca abituarci a fare a meno. Un po’ perché finisce; e un po’ perché sporca. Lascio il merito ad altri. Purchè ci si ricordi che non ci siamo applicati ai fossili perché hanno gli occhi azzurri. Lo abbiamo fatto perché niente come loro rendeva potenzialmente illimitata l’energia non tanto nel tempo, ma nell’unità di tempo; perché nessuna unità di potere calorifico ci costava di meno; e perché per densità energetica (laddove “densità” è condizione della portabilità dell’energia; e dunque dello stesso paradigma della mobilità globale di merci e persone) nulla si è ancora neanche avvicinato al petrolio. Cambiate controfattualmente il fossile con qualcosa cui manchi anche solo una di queste note; e l’esplodere di produzione e popolazione vi ritorna malthusianamente intrappolato.
Il nuovo che avanza qualcosa può già sostituire, e molto più nell’elettrico che nel mobile. Incoraggiarlo è giusto. Però favoleggiare che tutto possa cambiare a breve, e senza traumi per i nuovi sovrappopolati, è solo irresponsabile. Usiamone sempre meno e meglio, ma il fossile (e per mobilita’ soprattutto il petrolio) teniamocelo stretto. Gli dobbiamo quasi per intero la nostra moderna condizione economica e le sue forme. La “natura” s’è imbizzarrita una volta, in un qualche migliaio di anni. Nulla ci dà titolo a pensare che adesso lo faccia ogni trecento; o che per converso senza continuare a crescere si possa diventare 9 miliardi e mezzo in pace e democrazia. Ci tocca provarci a cambiare il fossile senza tornare a Malthus. Magari non aveva ragione sul prima della Rivoluzione Industriale; ma se avesse ragione sul dopo dei Fossili sarebbero lacrime e sangue.
Non faccio previsioni, che finirei per descrivere male anche il presente. E comunque non servono. La paura nasce nel futuro.
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