Di Giorgio Nebbia
Contributo pubblicato martedì 8 aprile 2008 su "La Gazzetta del Mezzogiorno".
Riproponiamo questo contributo, a quasi quattro anni di distanza dalla sua prima apparizione, come proposta di riflessione sull'evoluzione dei temi in esso contenuti. Il testo presenta infatti una serie di interrogativi rispetto ad uno scenario demografico che nel 2008 lasciava intuire alcune criticità oggi divenute lampanti: la partecipazione degli immigrati alla vita comune, la tutela degli anziani, le politiche per la famiglia, l'impatto ambientale della crescita demografica.
Quaranta anni fa Paolo VI pubblicava
l’enciclica “Humanae vitae”, in un periodo di grandi mutamenti,
innovazioni e speranze; negli anni precedenti molti studiosi avevano
messo in evidenza il rapporto fra l’aumento della popolazione
mondiale, specialmente in quello che era il “terzo mondo”, gli
inquinamenti, l’impoverimento delle risorse di petrolio, acqua,
suolo coltivabile, la produzione di alimenti, e alcuni auspicavano un
rallentamento e una fermata della crescita della popolazione.
Gli
anni Sessanta del Novecento erano attraversati dai movimenti
femministi, dalla richiesta del diritto delle donne a gestire il
proprio corpo e la propria sessualità, a regolare il numero dei
figli. A questo fermento avevano contribuito alcune ricerche
scientifiche come la sintesi, nel 1951, del primo contraccettivo
orale, "la pillola", che avrebbe rivoluzionato i costumi
sessuali di miliardi di coppie e fatto concretamente diminuire il
tasso di crescita della popolazione mondiale.
Ci furono, in quegli stessi anni
sessanta, vasti dibattiti sulla posizione dei cristiani davanti a
questi mutamenti di etica, di comportamenti, di idee; molti nella
Chiesa cattolica erano contrari non solo al “controllo della
popolazione”, come si diceva allora, ma a qualsiasi pratica per la
limitazione della natalità.
La coppia cattolica per evitare una
natalità indesiderata poteva praticare atti sessuali, fare
all’amore, insomma, soltanto nel breve periodo mensile in cui la
donna non è feconda, un metodo detto “Ogino-Knaus”; era assoluto
il divieto dell’uso dei preservativi, di altre pratiche
anticoncezionali e, a maggior ragione, dell’aborto.
Poi c’era il problema della povertà;
erano le coppie dei poveri, che avevano un maggior numero di figli e
i demografi spiegavano che, quando aumenta il benessere, lo
“sviluppo”, le coppie limitano il numero di figli e l’aumento
della popolazione rallenta: una “transizione demografica”. Dello
sviluppo aveva parlato lo stesso Paolo VI nel 1967, nell’enciclica
“Populorum progressio” (il cui 40° anniversario, l’anno scorso
è passato quasi sotto silenzio, benché il documento avesse
indicazioni di grande importanza per l’economia e anche per
l’ecologia).
In questa atmosfera Paolo VI decise di
affrontare il problema della popolazione e della vita; l’enciclica
“Humanae vitae” (1968) ammetteva che i cattolici potessero
praticare una “paternità responsabile”: «In rapporto alle
condizioni fisiche, psicologiche e sociali, la paternità
responsabile si esercita sia con la deliberazione ponderata e
generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione,
presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare
temporaneamente o anche a tempo indeterminato, una nuova nascita.
Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più
profondo rapporto all'ordine morale oggettivo stabilito da Dio, e di
cui la retta coscienza è fedele interprete. L'esercizio responsabile
della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano pienamente
i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso
la società in una giusta gerarchia di valori». Fra le “condizioni
fisiche” e i “doveri verso la società”, da considerare nella
procreazione responsabile era implicita l’attenzione dei segni di
una crescente scarsità degli alimenti, dell’acqua e di un
crescente alterazione delle condizioni ambientali.
Nel corso di 40 anni sono scomparsi i
“comunismi”; due miliardi e mezzo di persone, dei paesi che
allora erano del “terzo mondo” povero e sottosviluppato,
costituiscono ora un mondo industrializzato contrapposto, con grande
dinamismo, all’America del Nord e all’Europa; la “transizione
demografica” si sta verificando con una velocità impressionante.
Ho davanti le più recenti previsioni
pubblicate dall’Ufficio demografico delle Nazioni Unite
sull’aumento della popolazione mondiale. Nel 1970 la Terra era
abitata da circa 3700 milioni di persone; nel 2008 la popolazione
totale è circa 6500 milioni di persone: circa 1500 nei paesi
industrializzati, circa 3500 nei paesi rapidamente emergenti e circa
1500 nei paesi poveri e poverissimi; nel 2050 la popolazione mondiale
potrebbe essere qualsiasi numero fra 8000 e 10.000 milioni di
persone; non si tratta di “numeri”, ma di “persone”, diverse
nel colore della pelle, nella religione, nelle lingue, ma con
aspirazioni, speranze e bisogni comuni.
Dal nostro punto di vista interessa
cercare di capire come ciascuna persona e tutto il complesso della
comunità umana “pesa” e “peserà” sull’ambiente, sulle
risorse naturali, con la richiesta di spazio, di minerali, di
alimenti, di acqua, di abitazioni, di energia e con la produzione di
rifiuti. Secondo le previsioni demografiche, in tutti i paesi resterà
stazionario il numero dei bambini e dei ragazzi di età fino a 15
anni, e aumenterà rapidamente il numero delle persone di età
superiore a 60 anni. Nei paesi industrializzati come l’Italia sta
diminuendo la popolazione in età lavorativa, quella che crea reddito
per mantenere i più giovani e i più anziani; cresce invece la
popolazione in età lavorativa in Africa, America latina, Asia.
Sarà perciò inevitabile una
immigrazione di queste persone in Europa sia per occupare posti di
lavoro che creino reddito, sia per assistere la popolazione anziana;
detesto il termine “badante”, ma non c’è dubbio che l’aumento
della popolazione di anziani crea nuovi bisogni, sia di compagnia,
sia di merci e servizi.
Se si guarda la pubblicità si vede che i
fabbricanti - di automobili, scarpe e vestiti, mobili, apparecchi
elettronici, orologi - si rivolgono ad un mercato di giovani belli,
eleganti, amanti del lusso. Ma se si gira nelle città, non dico nei
quartieri proletari, ma anche in quelli borghesi e benestanti, si
vede un crescente numero di donne e uomini anziani, spesso soli,
talvolta dotati di pensioni anche decenti, ma bisognosi di servizi
sanitari e di compagnia, cose che possono essere comprate con denaro,
ma che alla fine pesano sull’ambiente; aumenta infatti anche la
domanda di spazi edificabili e di abitazioni progettate per coppie o
anziani soli, aumenta la domanda di spazi ricreativi, di prodotti,
merci, mezzi di trasporto adatti agli anziani. Mi auguro che i
prossimi governi tengano conto, nell’ambito delle politiche “per
la famiglia e per la vita”, anche dei rapidi e ben prevedibili
mutamenti demografici in corso.