A cura di Lou Del Bello
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Nella seguente intervista, Massimo Nicolazzi (autore del libro “Il prezzo del petrolio”) approfondisce il tema degli idrocarburi cosiddetti “unconventional”,
descrivendone la situazione presente e ipotizzandone le prospettive
future. Questo tipo di carburanti fossili sta acquistando un’importanza
sempre maggiore all’interno del panorama energetico mondiale, man mano
che i giacimenti superficiali, da cui si ottiene petrolio abbondante e a basso costo, vanno riducendosi in numero e portata. Molto presto e sempre più spesso sentiremo dunque parlare di unconventional, shale oil, shale gas.
Nicolazzi, di cosa si parla quando si dice “non convenzionale”?
Non sempre della stessa cosa. Se prende ad esempio la definizione
restrittiva di Colin Campbell per la parola “convenzionale”, contenuta
nel suo famoso testo “The coming Oil Crisis” il declino del convenzionale è già
cominciato. Insomma siamo oltre il “picco”. Se adottiamo definizioni
più lasche, il quadro cambia; e all’estremo opposto l’idea stessa di
“picco” viene un po’ ammaccata.
Il problema, o meglio la confusione definitoria, sta nel fatto che
molto di quello che già si produce non è “oil” secondo Campbell mentre
lo è petrofisicamente (insomma chiamatelo unconventional ma è uguale al
conventional). E’ petrolio come quello tradizionale, solo di più
difficile produzione in punto di tecnica di estrazione.
Si può dire dunque che “unconventional” è quel petrolio che si raggiunge con difficoltà?
Non solo, visto che chiamiamo unconventional anche “petrolio” che
richiede ulteriori manipolazioni per diventare tale. Ma per quel che si
produce oggi in buona parte sì.
Nel caso estremo dell’offshore profondo, che Campbell definirebbe non
convenzionale, l’unica differenza è che la perforazione costa di più e
la sua tecnologia viene portata al limite (conosciuto…).
Il giacimento è convenzionalissimo. Ma per arrivarci bisogna
posizionarsi coi mezzi sopra 5000 metri d’acqua e, come hanno fatto in
Brasile, dal fondo dell’Oceano bucare la terra per altri 5000 metri. E’
la difficoltà ad essere unconventional, non il petrolio.
Quindi, molta parte dell’unconventional oil è in realtà petrolio “normale”?
L’offshore profondo e ultraprofondo sì; ed altrettanto vale per quel
petrolio prodotto oggi essenzialmente negli Stati Uniti e che definiamo
genericissimamente shale oil. Quando si legge di unconventional oil
negli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi si tratta di petrolio
assolutamente identico a petroli analoghi , che però è intrappolato in
rocce impermeabili che ne impediscono il movimento e quidi la fuoruscita
“naturale” per solo gradiente di pressione.
Quali sono le tecniche estrattive in questo caso?
Il petrolio è essenzialmente il prodotto della trasformazione di
sedimenti organici. Man mano che scendono giù per la terra con la roccia
che li contiene (la “roccia madre”) calore e pressione ne inducono la
trasformazione. Di regola ad un certo livello di pressione la roccia
madre “espelle” il petrolio, che essendo leggero tenta di risalire in
superficie. Quando trova un “tetto” di roccia impermeabile non riesce
più a risalire, e si ferma addensandosi nei pori delle rocce sottostanti
la copertura impermeabile. Più le rocce sottostanti (la “roccia
serbatoio”) sono porose, e più petrolio possono trattenere.
Quando si fa “un buco” nel tetto la pressione di quanto si è
accumulato nella roccia porosa è tale da consentire almeno inizialmente
l’erogazione spontanea del petrolio. E’ un po’ come comprimere una
spugna piena d’acqua dentro una superficie impermeabile, per esempio un
sacchetto di cellophane, strizzando al massimo. Infilandoci dentro un
ago una parte dell’acqua che vi è contenuta esce da sola.
Buona parte del petrolio di shale è finito in uno strato di rocce
porose ma impermeabili, di regola argille. Anzi più che finirci di norma
ci è nato. La roccia è abbastanza porosa da contenerlo, ma non
abbastanza permeabile da lasciarlo muovere e perciò rilasciarlo. Lo
shale oil spesso è oil rimasto dentro la roccia madre e che non ha mai
iniziato il suo viaggio verso la superficie. Per il resto, in termini di
cottura e di pressione, è stato accudito da mamma come un qualsiasi
gemello conventional. Sono identici.
La tecnica estrattiva è poi spesso basata su una combinazione di
perforazione orizzontale e di fracturing. Il pozzo arrivato alla
profondità dell’obiettivo anzichè essere completato prosegue di lato in
orizzontale, a volte anche per lunghezze considerevoli. La tecnica si è
perfezionata in parallelo al progresso nella lavorazione degli acciai,
che ne rende disponibili di sempre più “flessibili”; e consente con
un’unica sezione verticale di aprire più comunicazioni nella sezione
orizzontale tra pozzo e strato mineralizzato, con forte risparmio dei
costi di perforazione.
In un giacimento tradizionale, quando il pozzo attraverso uno o più
completamenti viene messo in contatto col giacimento, parte degli
idrocarburi che vi sono contenuti vengono in superficie senza necessità
di stimoli. In shale invece non risale nulla, perchè l’idrocarburo come
detto è “imprigionato” da roccia impermeabile. Per estrarlo bisogna fare a
pezzi la prigione, ed è quello che viene fatto ricorrendo alla
cosidetta fratturazione idraulica (o FRAC). Il FRAC consiste in pratica
nell’iniezione ad alta pressione di grandi volumi (milioni di litri) di
acqua o di vapore, di regola misti a solventi che facilitino la
fratturazione della roccia serbatoio. A roccia fratturata, l’idrocarburo
è libero di muoversi e può essere così recuperato in superficie.
Questo sistema ha una buona efficienza?
Dato che la pratica è al momento essenzialmente americana, si possono
usare come campione rappresentativo i dati relativi a questa zona: il
10% del petrolio proveniente dall’USA, circa mezzo milione di barili, è
prodotto tramite fratturazione idraulica. Più della metà del gas
naturale prodotto negli Stati Uniti è unconventional. Parliamo di una
produzione che si aggira attorno ai 300 miliardi di metri cubi all’anno,
più di tutto il gas che in un anno esporta la Russia. In Italia, per
esempio, consumiamo circa ottanta miliardi di metri cubi all’anno.
Quello descritto finora è il panorama dell’unconventional che
per qualità chimiche e fisiche è del tutto assimilabile al
conventional. Esistono combustibili diversi anche dal punto di vista
qualitativo?
Esistono tipi di petrolio che hanno bisogno di ulteriori trattamenti
per essere commerciabili. Il petrolio “inizia” con la deposizione di
massa organica in ambiente anaerobico.
Sprofondando, attraversa tre fasi. Il petrolio vero e proprio è
“cotto” a dovere nella seconda fase di discesa, o “catagenesi”, a
temperature tra 65 e 150 gradi (dopo di che va in metagenesi, e tra 150 e
200 gradi l’idrocarburo residuo prende forma solo di gas naturale)
Nella prima fase di cottura, o diagenesi, il processo dà vita al
genitore del petrolio (Kerogene) e in progresso essenzialmente a bitume.
Gli idrocarburi rinvenuti a questo stadio di maturazione necessitano di
trattamento di raffinazione per essere commerciabili e creano grandi
problemi di trasporto e di produzione per la loro pesantezza e la loro
scarsa viscosità. In alcuni casi (il Mahogany Project di Shell, per fare
un esempio) si è arrivati a sperimentare la “cottura” in situ, insomma a
riscaldarli artificialmente sottoterra per accelerarne la maturazione.
Se vuole, un po’ l’idea di mettere il petrolio in incubatrice. In altri
casi invece viscosità e grado di cottura del “bitume” consentono
trattamenti (quasi) convenzionali.
Il Venezuela, per esempio, ha dichiarato di recente di disporre di
riserve maggiori di quelle dell’Arabia Saudita. E’ quasi tutto petrolio
molto pesante e bituminoso. Buona parte di esso va riscaldata in
giacimento per fluidificarla abbastanza da poterla estrarre. Questo
petrolio extra heavy nel giro di qualche anno avrà a sua volta bisogno
di recupero assistito, sia nella produzione che nel trasporto; e
comunque di trattamento prima della commercializzazione.
Le sabbie canadesi (tar sands) sono invece una faccenda
diversa. Sono giacimenti degradati, contaminati da ossigeno. Anche in
questo caso occorre un procedimento di raffinazione, dal quale si
ottiene petrolio cosiddetto “sintetico”. Mentre per gli idrocarburi
venezuelani parliamo di petrolio “non abbastanza cotto” qui possiamo
parlare di petrolio “marcito”.
In che modo queste nuove frontiere estrattive potranno
influenzare il panorama energetico del futuro? Se sono così costose e
piene di ricadute problematiche, perché sono oggetto di investimenti
così importanti?
L’enorme famiglia dell’unconventional in termini di risorse, cioè di
idrocarburi fossili presenti nella terra, è sicuramente un multiplo
delle risorse convenzionali. Quanta parte di questo diventa riserva,
cioè estraibile e producibile dal punto di vista tecnico, economico ed
ambientale, nessuno al momento può saperlo.
Al netto della politica, cioè dei limiti che ci vogliamo dare allo
sfruttamento delle risorse del sottosuolo, l’indicazione prevalente è
che le risorse unconventional possano essere un multiplo di quelle
convenzionali. A spanne, la ratio più citata è quella di un rapporto 3 a
1. Con il caveat che in ogni caso questi conti hanno una fortissima
componente speculativa, e che alla fine contano le riserve, cioè i
volumi producibili, e non le risorse, e cioè i volumi presenti nel
sottosuolo.
Come si rapportano tra loro i temi politico ambientali, tecnologici ed economici in gioco?
Il limite di produzione dell’unconventional sta più sopra che sotto
la terra; cioè sta più nei limiti politici e per via politica ambientali
alla sua produzione che non in una mancanza di possibilità tecnologiche
per farlo.
Siamo a un tipico tema di sostenibilità; che peraltro spesso prende
la forma, anche e soprattutto a fini di consenso, di un conflitto tra
sostenibilità economica (in termini di PIL e crescita di breve) e
sostenibilità ambientale di medio-lungo periodo.
Ci toccherebbe trovare per entrambe un unico metro di misura.Se
noi fossimo capaci di dare una valutazione economica condivisa alle
esternalità vere o presunte e di renderla una componente di prezzo,
forse non avremmo bisogno di tanta attività regolatoria per decidere
quel che è bene e quel che è male.