Di tante cose che - come ASPO - abbiamo detto che sarebbero successe con il picco del petrolio, le abbiamo azzeccate quasi tutte: aumento dei prezzi, crisi economica, crollo della produzione, guerre per le risorse. Insomma, credo che ASPO abbia una capacità predittiva di tutto rispetto.
Però, mi rimane una cosa che pensavo sarebbe successa e che, invece, non è successa: l'inflazione a due cifre. Non credo di aver scritto in nessun posto che mi aspettavo una cosa del genere, ma l'avevo in testa. Non perché i nostri modelli ci dicessero che doveva venire l'inflazione, ma semplicemente perché mi ricordavo della prima grande crisi del petrolio, quella che cominciò nel 1973. E quella ci portò almeno dieci anni di inflazione a due cifre: era oltre il 10% all'anno, fino a oltre il 20% per un breve periodo al top della crisi, nel 1981. In Italia la situazione era peggiore che negli altri paesi industrializzati, ma ovunque l'inflazione a due cifre era un fatto della vita.
Del mondo inflazionato, mi ricordo bene; erano i tempi dei miei primi stipendi di borsista universitario. Della perdita di valore dei soldi te ne accorgevi bene - bastava semplicemente guardare come aumentava regolarmente il costo del caffé, dell'espresso che bevevi al bar. A intervalli di pochi mesi, cominciava uno dei bar della zona ad aumentare la tazzina di 50 lire. Allora, cambiavamo bar, cercandone uno che non avesse aumentato ancora. Ma, come una piccola epidemia, l'aumento dei prezzi si spandeva rapidamente e alla fine non ti rimaneva che tornare al bar di prima; tanto il caffè costava uguale dappertutto.
A quell'epoca, l'inflazione era un fatto della vita: le banche ti pagavano un interesse che era sempre leggermente superiore dell'inflazione "ufficiale"; prendere il 15% di interesse su un conto non sembrava una cosa fuori dal normale. Per gli stipendi, c'era una cosa che si chiamava la "scala mobile" che ti aumentava gradualmente il salario in funzione degli aumenti dei prezzi. Insomma, le cose andavano così.
Ora, l'interpretazione generale dell'inflazione che era cominciata nei primi anni '70 è che era dovuta all'aumento repentino dei prezzi del petrolio, che si era portato dietro l'aumento dei prezzi delle materie prime e - alla fine - di tutto il resto. Infatti, con il crollo dei prezzi del petrolio, a partire dalla seconda metà degli anni 80, anche l'inflazione è andata giù, fin quasi a sparire. Con la seconda grande crisi del petrolio, con i prezzi che hanno raggiunto valori (corretti per l'inflazione) superiori a quelli della prima, uno si sarebbe aspettato una simile fiammata di inflazione.
E invece, niente. L'inflazione non c'è, a parte un breve episodio al tempo del passaggio da lira a euro. Come mai il sistema economico ha reagito oggi in un modo così diverso da come aveva reagito negli anni '70? Ci sono diverse spiegazioni possibili; una è che l'inflazione in effetti ci sia, ma venga mascherata dai metodi usati per misurarli. In effetti, il famoso "paniere" usato dall'ISTAT per il calcolo dell'inflazione in Italia è scelto apposta per minimizzarla - per esempio non contiene i prezzi della benzina e dell'energia in generale. Vero, però è anche chiaro che se ci fosse l'inflazione degli anni '70 e '80 ce ne accorgeremmo. E invece i prezzi dell'espresso rimangono saldamente ancorati agli 80-90 centesimi - non hanno quegli aumenti epidemici che erano così comuni al tempo della prima crisi. I ristoranti, anche quelli, fanno sempre più o meno gli stessi prezzi. Chi fa commercio ha capito chiaramente che, in questo momento, aumentare i prezzi di vendita equivale al suicidio commerciale. E per quanto riguarda le case, beh, lì siamo in piena deflazione: i prezzi stanno crollando, non salendo.
E allora? Beh, sulla cosa ci ho rimuginato sopra parecchio, cercando una spiegazione, una differenza fra la situazione odierna e quella degli anni '70 e '80 che spieghi perchè allora c'era l'inflazione e oggi no. Non l'ho trovata - niente di semplice, perlomeno. Credo che in effetti non ce ne sia una.
Consideriam la caratteristica fondamentale del sistema economico, ovvero quella di regolare l'allocazione delle risorse. I prezzi sono delle etichette che noi mettiamo sui beni materiali e queste etichette ci dicono quante risorse dobbiamo allocare per produrre quei beni. Se l'etichetta che sta sul barile del petrolio diventa più grande - ovvero il prezzo aumenta - questo ci dice che dobbiamo allocare più risorse per produrlo, oppure accettare di produrne di meno. Il sistema ci sta dando, in effetti, un segnale molto chiaro di quella che è la situazione con le risorse petrolifere e energetiche in generale: ovvero che produrle sta diventando sempre più difficile e che se vogliamo continuare a produrle dobbiamo rinunciare a qualche altra cosa.
L'inflazione, di per se, non ci dice niente sulla questione dell'allocazione delle risorse. Se tutti i prezzi e tutti gli stipendi aumentano allo stesso modo - come succede di solito con l'inflazione - non cambia nulla. Questo non vuol dire che l'inflazione sia totalmente neutrale nel sistema economico. Uno dei suoi effetti è quello di distruggere i risparmi - soprattutto quelli dei piccoli risparmiatori. Ma, anche quelli, sono soltanto dei numeri che sono scritti nei computer di qualche banca; non hanno valore reale. Oggi, il crollo del mercato immobiliare sta distruggendo altrettanto bene dell'inflazione i risparmi; in questo caso quelli investiti nel "mattone". Non che le case non abbiano valore reale, ma il loro valore come investimento è molto superiore ed è questo che sta venendo distrutto. E' possibile che questi effetti siano a lungo andare benefici per l'economia in generale, anche se non certamente per chi li subisce.
Alla fine dei conti, l'inflazione è una specie di malattia del sistema economico che si infila in un ciclo di feedback positivo dovuto alla nostra percezione del valore intrinseco della moneta - che però, come dicevo, è soltanto un etichetta; non ha un valore fisico. Dato che non abbiamo a che fare con cambiamenti fisici, ma soltanto percezioni degli operatori, ne consegue che l'inflazione si controlla a livello di politica economica delle banche centrali e - in effetti - sembra che il controllo stia funzionando abbastanza bene; almeno per ora.
E per il futuro? Beh, l'inflazione è direttamente legata alla nostra percezione del valore intrinseco di quelle etichette che appiccichiamo sui beni reali. Se la crisi si intensifica, oppure se - come è probabile - l'Euro scompare, allora potremmo vedere benissimo una nuova fiammata inflazionaria. Si racconta che, al tempo della repubblica di Weimar, la carta moneta aveva raggiunto un valore così basso che la si bruciava nelle stufe. Perchè no?
Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
giovedì, settembre 30, 2010
Ma dov'è finita l'inflazione?
sabato, giugno 14, 2008
Fino ad ora abbiamo scherzato; ovvero: quando i duri cominciano a giocare.
Frazione del PIL mondiale corrispondente alle spese petrolifere. Da "The Oil Drum" che riproduce una figura da un articolo di R.F. Wescott dell'aprile del 2006.
La questione di come correggere i prezzi petroliferi per l'inflazione è complicata. Eppure è molto importante perché ci serve per comparare i prezzi odierni con quelli della grande crisi petrolifera degli anni 1970. C'è un generale accordo che i prezzi degli ultimi tempi sono comparabili a quelli del periodo più difficile della crisi di quel tempo. Ma l'inflazione viene misurata attraverso i beni del cosiddetto "paniere" che sono cose opinabili e poco rigorose.
Vedo invece su "The Oil Drum" un grafico che mi sembra illuminante. Rapporta le spese petrolifere globali con quelle del PIL globale. E' una misura molto più rigorosa in quantoè un rapporto di due grandezze entrambi nella stessa unità di misura: il dollaro. Ci dice, in sostanza, quanto il petrolio incide sull'economia.
Teniamo conto che questi dati di Wescott sono del 2006; quando lui si era messo a descrivere uno scenario ipotetico (per allora) in cui il petrolio sarebbe salito a 120 dollari al barile nel 2007. Oggi siamo nel 2008, il dollaro vale un po' meno di quanto non valesse nel 2006 ma, nel complesso, i dati della figura non possono essere troppo distanti da quelli attuali. Ovvero, siamo al massimo storico delle spese petrolifere.
In effetti, si comincia soltanto oggi a vedere gli effetti della crisi; prima, avevamo scherzato. Ora, è il momento in cui i duri "cominciano a giocare"; ovvero la faccenda si sta facendo dura. Negli anni '70 l'effetto di prezzi leggermente inferiori agli attuali aveva avuto effetti più spettacolari di quelli che vediamo oggi. A quell'epoca c'erano razionamenti, code ai distributori, domeniche senz'auto e cose del genere. Oggi, ufficialmente siamo ancora in una condizione di "non-crisi"; crisi temporanea, crisi risolvibile semplicemente riducendo le accise sui carburanti. Evidentemente, negli anni '70 avevamo avuto meno remore a renderci conto di una condizione che, oggi, per qualche ragione, rimane politicamente scorretto menzionare.
Ma da ora in poi si comincia a fare sul serio. Fino ad ora, in effetti, non avevamo visto ancora niente!
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