Visualizzazione post con etichetta propaganda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta propaganda. Mostra tutti i post

martedì, febbraio 24, 2009

Italia, Francia e il nucleare


"La pensione a 60 anni" "Ma a noi avevano detto a 30!!" Il parco nucleare francese è ormai vecchio e la produzione di energia elettrica nucleare è in declino. Si cerca di rimediare tenendo in servizio più a lungo le vecchie centrali, ma il futuro del nucleare francese è molto incerto. Immagine da http://nucleaire-nonmerci.net



Ormai da molto tempo seguo una saggia regola che mi dice che non vale la pena guardare la televisione e leggere i giornali dato che tutte le notizie che vengono date sono o false, o esagerate, o irrilevanti (e spesso tutte e tre le cose insieme). Con questa regola, vivo tranquillo e mi risparmio le varie follie che periodicamente infestano gli schermi e le pagine dei giornali.

Tuttavia, ogni tanto mi capita di dovermi interessare per forza di qualcosa che appare sui giornali o in TV. Ultimamente mi è successo per la questione dell'accordo nucleare fra Italia e Francia. Avevo, in effetti, sentito parlare vagamente di questa faccenda e l'avevo automaticamente classificata fra le cose false, esagerate e irrilevanti. Ma mi è toccato approfondire un po' perché mi hanno intervistato alla TV su questo argomento. La regola è stata confermata in pieno, ma vediamo di discuterne un attimo.

Allora, prima di presentarmi per l'intervista allo studio televisivo, mi sono letto il comunicato ENEL sull'accordo. Poi, mentre me stavo seduto impalato e incravattato davanti alla telecamera ad aspettare, mi è toccato sorbirmi tutto il notiziario del giorno, nel quale mi sono accorto con stupore (ma neanche poi tanto) che si dicevano cose del tutto diverse da quelle scritte nel comunicato. Si diceva che Francia e Italia hanno "firmato un'accordo per la costruzione di quattro centrali nucleari in Italia entro il 2020". Ma è vero?

Bene, guardiamo un po' il testo del comunicato stampa emesso da ENEL. Ve lo riporto per intero in fondo, ma qui concentriamoci sulle frasi significative.

Risulta dal comunicato che ENEL e EDF (electricité de France) hanno "siglato due memorandum of understanding (MoU)". Cos'è questo oggetto che ha come nome un curioso mix di latino e inglese, e che viene abbreviato con la sigla di una caramella? In Italiano, si dovrebbe dire "protocollo d'intesa" oppure "lettera di intenti". Già il fatto che nel comunicato stampa abbiano usato il nome più pomposo di "memorandum of understanding" la dice lunga sulla volontà di offuscazione di questa gente. Ma andiamo avanti.

Allora, un memorandum of understanding (o protocollo di intesa, o lettera d'intenti che dir si voglia) rappresenta l'equivalente un po' più formale di una stretta di mano. Non che non possa avere valore legale; anche una stretta di mano lo può avere. Ma il fatto di usare questo termine e non quello di "contratto" indica che i partners dichiarano soltanto la loro buona volontà ma non prendono nessun impegno. Non abbiamo i testi dettagliati di queste due caramelle MoU, ma dal testo che abbiamo ci accorgiamo subito che, in effetti, non corrispondono a nessun impegno reale.

Ci sono due MoU fra Enel e EDF. Il primo "pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. " Notate che "pone le premesse", ovvero per ora non c'è nessun piano del genere.

Dice poi che "Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR". Ovvero, l'unico impegno di questo MoU e che EDF e ENEL faranno insieme uno studio di fattibilità. Ma notate che qualcuno dovrà finanziarlo, e qui non si accenna nemmeno a uno stanziamento.

Leggiamo poi che "Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR", Notate che "è prevista" la costituzione di una società ad hoc, ma questo è qualcosa che avverrà in un futuro non ben definito quando saranno prese "le necessarie decisioni di investimento", ovvero qualcuno avrà trovato i soldi, se ci riuscirà. Ovviamente, non c'è nessun impegno legale a fare questa cosa.

La seconda caramella MoU è altrettanto insipida della prima: dice che "Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR". Notate che Enel "ha espresso la volontà," tutto qui! E notate anche che soltanto ENEL ha espresso questa volontà; secondo il comunicato stampa, EDF non ha detto niente. Di solito, quando si fa un contratto, bisognerebbe essere d'accordo in due!

Diciamo che questi MoU sono equivalenti a una situazione in cui io potrei andare, per esempio, dall'agente immobiliare che vende una bella villa sulla Costa Smeralda e firmare con lui un "memorandum of understanding" nel quale io mi dichiaro interessato a comprare la villa e lui si dichiara interessato a vendermela, ma non si menziona a che prezzo. Una cosa del genere non vale niente; ovviamente. Infatti, quando fai un contratto serio per comprare una casa paghi una caparra e sul contratto c'è scritto il prezzo, i termini e le condizioni. Ma qui, fra Francia e Italia non c'è proprio niente del genere, niente di serio sul nucleare.

Questo non vuol dire che Francia e Italia non siano interessate a collaborare sull'energia nucleare. Anzi, con il proprio nucleare ormai in netto declino, la Francia ha bisogno di partners per rilanciare e rifinanziare nuove centrali e probabilmente questa è la ragione che ha spinto Sarkozy a Roma. Ma questo cosiddetto "accordo" fra Italia e Francia è puro fumo e rumore; aria fritta, propaganda fatta secondo un copione ormai collaudato e, curiosamente, la gente continua a cascarci.

Eppure, per tutta la giornata del 24 Febbraio, giornali e televisione ci hanno bombardato con la notizia che Italia e Francia si sono messe daccordo per la realizzazione di quattro centrali nucleari, dando la cosa come certa e assodata. Tutta la vicenda conferma in pieno la saggia regola che continuerò ad applicare: tutto quello che ti raccontano in TV o sui giornali va ignorato in quanto o è falso, o è esagerato, o è irrilevante, o tutte e tre le cose insieme.

Ah.... nell'intervista, le cose che ho scritto qui, ovviamente, non le ho potute dire!
________________________________________________

(comunicato stampa di Enel del 24 Febbraio 2009 - cortesia di Pierangela Magioncalda)

ACCORDO ENEL-EDF PER LO SVILUPPO DEL NUCLEARE IN ITALIA

Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, l’Ad di Enel Fulvio Conti e il Pdg di Edf Pierre Gadonneix hanno siglato due Memorandum of Understanding per studiare la fattibilità di almeno 4 unità di terza generazione avanzata del tipo EPR da costruire nel nostro Paese e per estendere la partecipazione di Enel al programma nucleare in Francia, a partire dal reattore di Penly recentemente autorizzato.

“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”

Roma, 24 febbraio 2009 - Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, Fulvio Conti amministratore delegato e direttore generale di Enel e Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf hanno firmato un primo Memorandum of Understanding (MoU) che pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. Quando sarà completato l’iter legislativo e tecnico in corso per il ritorno del nucleare in Italia, Enel ed EDF si impegnano a sviluppare, costruire e far entrare in esercizio almeno 4 unità di generazione, avendo come riferimento la tecnologia EPR (European Pressurized water Reactor), il cui primo impianto è in costruzione a Flamanville in Normandia e che vede la partecipazione di Enel con una quota del 12,5%.

L’obiettivo è di rendere la prima unità italiana operativa sul piano commerciale non oltre il 2020.

Con il MoU di oggi, Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR. Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR, caratterizzate da:

· partecipazione di maggioranza per Enel nella proprietà degli impianti e nel ritiro di energia;

· leadership di Enel nell’esercizio degli impianti;

· apertura della proprietà anche a terzi, con il mantenimento per Enel e EDF della maggioranza dei veicoli societari.

L’accordo Enel-EDF entra in vigore il 24 febbraio 2009 e ha una durata di 5 anni dalla data della sua firma, con possibilità di estensione.

In un secondo MoU, Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR, a partire da quello che recentemente il Governo francese ha autorizzato nella località di Penly.

“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”

Enel è oggi presente in Francia nel nucleare, con una partecipazione del 12,5% nell’impianto di terza generazione EPR a Flamanville (1.660 MW); nelle rinnovabili, tramite la controllata Erelis, con 8 MW eolici operativi a fine 2008 e una pipeline di circa 500 MW; nella commercializzazione di elettricità con oltre 1.000 GWh venduti nel 2008.

Ulteriori possibilità di sviluppo di Enel in Francia, riguardano la costruzione di un impianto a carbone pulito da 800 MW, la partecipazione in due unità a ciclo combinato alimentate a gas (CCGT) di Edf da 930 MW e la partecipazione al processo di gara per il rinnovo di concessioni per 25 centrali idroelettriche.

lunedì, luglio 28, 2008

Siate Realisti; chiedete il nucleare

In quanto a titoli stupidi, vale la regola aurea "non c'è limite al peggio" (immagine da "passivissimo")



Da una nota di Leonardo Libero:

Ma i titolisti, li leggono gli articoli che devono titolare?

Su La Stampa del 30 Giugno 2008, sotto il titolo "SIATE REALISTI, CHIEDETE IL NUCLEARE", c'è un lungo articolo di Tony Blair che trovate riprodotto più in basso e nel quale i soli accenni al nucleare sono:

"Un’espansione dell’utilizzo dell’energia rinnovabile e, almeno in alcuni Paesi, del nucleare, è essenziale per chiudere questa voragine."

e

"Esiste una grande distanza tra il nostro bisogno di energia nucleare e la nostra capacità di ottenerla, considerando che l’industria nucleare negli ultimi anni è stata ridimensionata notevolmente."


Ma non si vergognano ?


_________________________________________________________________

Siate realisti, chiedete il nucleare
La Stampa, 30 Giugno 2008

TONY BLAIR

Negli ultimi anni c’è stato un enorme progresso nell’opinione pubblica sul cambiamento climatico. Scienziati e leader politici sono ora unanimi nel riconoscere il pericolo ed esigere un’azione. Ma esiste il rischio di una divisione sempre più profonda sulle dimensioni e i tempi dei tagli alle emissioni di gas serra che chiediamo.

Gli scienziati dicono che i Paesi industrializzati devono operare entro il 2020 un taglio tra il 25 e il 40 per cento, essenziale per ridurre l’aumento delle temperature e il pericolo di un cambiamento climatico catastrofico e irreversibile. Ma con le emissioni di biossido di carbonio globali che crescono dell’uno per cento l’anno, i leader politici ora cominciano a chiedersi come possano ottenere riduzioni drastiche senza danneggiare il benessere delle nazioni.

Sir Nicholas Stern, autore di una ricerca sull’economia dei cambiamenti climatici uscita nel 2006, può anche aver dimostrato che il costo del rinvio dei provvedimenti da prendere rischia di essere molto più alto di quello di iniziative immediate.

Ma politici che pensino solo in lungo termine, ignorando le preoccupazioni del momento della gente, potrebbero scoprire che il loro mandato è troppo breve e venire rimpiazzati da politici che non condividono la loro visione.

La sfida quindi diventa quella di trovare un accordo su un’azione a livello nazionale e internazionale per giungere a economie a basse emissioni, che però permetta alla gente - anche nelle zone più povere del mondo - di godere dei benefici materiali e sociali della crescita e del consumo. Questo obiettivo richiede una visione sufficientemente radicale del fine che dobbiamo raggiungere, ma anche realistica rispetto alla consapevolezza del punto in cui ci troviamo adesso e sulla velocità del nostro cammino. Considerando la complessità delle materie trattate, è il problema più difficile che la comunità internazionale si sia trovata ad affrontare in più di mezzo secolo. Ma è vitale, considerando il prezzo del potenziale fallimento, raggiungere un accordo alla conferenza dell’Onu che si terrà a Copenaghen l’anno prossimo.

Non sottovaluto le immense difficoltà politiche ed economiche. Esiste un consenso sul fatto che le emissioni di gas serra devono essere tagliate di più del 50% entro il 2050, per poter tenere l’aumento delle temperature sotto i due gradi centigradi. Ma raggiungere questo obiettivo implica un cambiamento senza precedenti delle nostre economie. Può sembrare scoraggiante, ma ci sono anche ragioni per sperare. Si stima che noi possediamo già le tecnologie per il 70% dei cambiamenti richiesti. Una maggiore efficienza energetica da sola produrrebbe un quarto dei tagli, oltre a ridurre le bollette. La deforestazione è responsabile per il 20% del problema emissioni. È chiaro che se facciamo scattare gli incentivi giusti il mercato reagirà, e la creatività umana si metterà all’opera per trovare domani risposte che oggi sembrano impossibili.

Ma dobbiamo anche accettare la realtà. Un’espansione dell’utilizzo dell’energia rinnovabile e, almeno in alcuni Paesi, del nucleare, è essenziale per chiudere questa voragine. Ma la maggior parte delle nuove centrali elettriche che saranno costruire negli Usa, in India e in Cina nei prossimi due decenni saranno a carbone, quindi anche lo sviluppo delle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio delle emissioni è assolutamente cruciale. Esiste una grande distanza tra il nostro bisogno di energia nucleare e la nostra capacità di ottenerla, considerando che l’industria nucleare negli ultimi anni è stata ridimensionata notevolmente.

Né possiamo permetterci di riproporre Kyoto. Dobbiamo coinvolgere tutti i Paesi. Il mondo sviluppato, che produce l’80% dei gas serra di origine umana nella nostra atmosfera, deve guidare il processo delle riduzioni. Ma se gli Usa raggiungessero gli obiettivi più ambiziosi delle riduzioni e la Cina proseguisse nella strada che segue oggi, le emissioni resterebbero comunque sopra il livello che rende molto più probabili cambiamenti climatici potenzialmente catastrofici.

La sfida è grande e i tempi sono stretti. Senza una chiara direzione politica c’è il rischio reale che il summit dell’Onu di Copenaghen nel dicembre 2009 porterà a un accordo sul denominatore comune più basso, con ogni Paese impegnato a dare meno che può. Eppure è possibile immaginarsi una cornice nella quale elaborare l’accordo ambizioso e fattibile di cui abbiamo bisogno. E qui ci vengono in aiuto l’alto prezzo del petrolio e le preoccupazioni sulla capacità dell’offerta di soddisfare la futura domanda. Sia la sicurezza energetica sia il cambiamento climatico ci impongono la trasformazione delle nostre economie che devono ridurre drasticamente la dipendenza dai combustibili che producono biossido di carbonio. Tutto questo dovrebbe rendere possibile un accordo quasi universale sull’obiettivo del dimezzamento delle emissioni per il 2050.

Non si tratta di cercare un accordo che copra ogni evenienza: nei prossimi anni la nostra conoscenza e la velocità delle innovazioni tecnologiche cambieranno drasticamente. Abbiamo bisogno di un documento che sia il massimo ottenibile politicamente nel 2009, ma avvii un processo che permetta all’accordo di essere poi facilmente adeguato ai cambiamenti. Per questo è necessario che i maggiori Paesi industrializzati che parteciperanno al G8 a Hokkaido il mese prossimo - assieme al meeting del gruppo delle maggiori economie - aderiscano all’obiettivo del 2050 e agli elementi fondanti di quello che dovrebbe diventare un consenso globale. Dovrebbero anche trovare e finanziare le ricerche e le analisi necessarie a conquistare un vasto consenso a Copenaghen, e la prossima tappa potrebbe essere il G8 in Italia nel giugno 2009.

Se questi passi preparatori verranno fatti, la comunità internazionale arriverà a Copenaghen sapendo che esiste una direzione politica dettata dai Paesi che sono responsabili del 75% di tutte le emissioni. Sarà importante però precisare che nessuno si aspetta che il vertice di Copenaghen risolva tutti i problemi, ma che piuttosto metta in piedi un processo continuo suscettibile di aggiustamenti man mano che le circostanze cambieranno.

Ci sono ragioni per restare ottimisti. Paesi come Cina e India ora riconoscono che il cambiamento climatico è un problema di tutti, e non solo dei Paesi maggiormente responsabili per il riscaldamento. Anche negli Usa e in Giappone vediamo incoraggianti segni di cambiamento. In Europa, poi, c’è ormai un autentico e profondo consenso sulla necessità di agire.

La sfida non è più quella della volontà politica. Si tratta ora di arrivare a un accordo, radicale ma realistico, che tracci chiaramente la strada verso un futuro a basse emissioni. Possiamo farcela. Non possiamo permetterci di sprecare questa opportunità.

© 2008 The New York Times
(Distributed by The New York Times Syndicate)