venerdì, novembre 30, 2007
L'energia non è ne' di destra ne' di sinistra

Potete trovare sul sito di Aspoitalia un articolo di Massimo Nicolazzi che è apparso sul numero 6 del 2007 della rivista Limes con il titolo di "E poi non ne rimase nessuno" e che pubblichiamo per gentile concessione dell'autore.
Abbiamo già pubblicato precedentemente un articolo di Nicolazzi dal titolo "Petrolio, il tempo breve dell'energia". L'approccio di Nicolazzi è interessante in quanto parte da presupposti dei quali almeno alcuni non sarebbero considerati condivisibili dalla maggior parte dei "picchisti". Tuttavia, arriva a delle conclusioni che sono, invece, del tutto compatibili con la visione di chi si preoccupa sia dell'esaurimento delle risorse sia del problema climatico.
Nicolazzi non è convinto che l'influenza umana sul clima sia provata e parte da una posizione di fondamentale scetticismo riguardo a tutti i tentativi di prevedere il futuro mediante modelli di qualsiasi tipo. Un po' di sano scetticismo, in effetti, è sempre utile, anche se bisogna anche tener conto di quello che dice spesso Colin Campbell, "tutti i dati sono sbagliati, ma alcuni meno di altri"; ovvero, per estensione, "tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni meno di altri".
Ciononostante, Nicolazzi applica nel suo ragionamento anche l'altrettanto sano principio di Pascal sulla convenienza di credere all'esistenza di Dio, che, tradotto in fiorentino moderno si esprime come "meglio aver paura che buscarne". Ovvero, magari l'influenza umana sul clima non sarà tanto forte come alcuni sostengono ma è meglio aver paura che.....
Da questo, Nicolazzi arriva a una serie di conclusioni molto interessanti. Vale la pena di leggere l'articolo perché contiene molto food for thought, cibo per la mente. La conclusione che mi sento di sottoscrivere al massimo grado è quella di cercar un accordo non partisan per programmare il futuro di fronte ai rischi che abbiamo di fronte. Come già commentavo nel caso del suo articolo precedente, l'energia e le risorse non sono ne' di destra ne' di sinistra e, soprattutto, non dovrebbero essere l'occasione per il solito squallido spettacolo di polemiche montate ad arte per far guadagnare qualche punticino alla propria parte politica.
Ecco la conclusione di Nicolazzi, suggerisco di leggersi tutto l'articolo.
Non abbiamo certezza né della catastrofe né che ve ne sia rischio imminente. Però il dubbio di un pericolo è ragionevole e fondato. Il dubbio dovrebbe essere sufficiente a far scattare la priorità della prevenzione, e anche della preparazione alla catastrofe. Con la stessa logica delle esercitazioni antincendio o di protezione civile. Vale la pena di investire sia per prevenire la catastrofe, che per renderla un po’ meno catastrofe. Quanto ci si riesce ad investire è poi tema di consenso, e cioè di politica. Sapendo che un qualche investimento vale ad ogni modo la pena di farlo, perché se la catastrofe arriva di botto sarà ingovernabile. E sapendo anche che il processo di estinzione della crescita, se e quando mai si innescherà, ci porrà forse nell’alternativa tra riequilibrio e guerra; e per certo nella necessità di rivisitare almeno alcuni dei paradigmi del nostro vivere sociale.
giovedì, novembre 29, 2007
Il picco come sistema lineare
In sintesi, l'idea che sta dietro a questi modelli è che la produzione del petrolio possa essere considerata come l'uscita di un sistema lineare avente in ingresso i dati sulle scoperte. Le caratteristiche del sistema possono essere "identificate" a partire dei dati conosciuti sulle scoperte e la produzione. Una volta identificato, il sistema può calcolare una curva della produzione molto simile a quella reale a partire dalla curva delle scoperte.Per esempio, per i 48 Stati centrali degli USA si può ottenere il grafico seguente:

mercoledì, novembre 28, 2007
Semplicemente Pensare

Sembra che quelli di noi che ritengono che il picco del petrolio sia una cosa importante sono in grado di filtrare in qualche modo le cose rilevanti dall'immensa cacofonia di notizie alle quali siamo esposti. Riescono, sembra, a salvare la propria sanità mentale quando esposti a un sistema che sembra fatto apposta per distruggerla.
In questo articolo, Charley Reese delinea alcune strategie di sopravvivenza contro l'eccesso di informazione. Cercate semplicemente di pensare, lasciatevi degli spazi di riflessione. Provate a passare una settimana senza leggere i giornali e senza guardare la TV, sarà difficile, ma dopo sarete sorpresi di quanto "normale" sia il mondo. L'informazione non è necessariamente verità, anzi!
Just Think
King Features Syndicate (October 16 2006)
The foremost duty of a citizen, especially in dangerous times, is to think. Without independent thinkers who are also economically independent of the government, democracy doesn't work.
Remembering and imagining are not thinking. Emotional reactions or ideological reactions are not thinking. Belief in the "word magic" of labels is not thinking. Faith is not thinking.
Thinking is the use of reason to determine the truth as best we can. To do that, we have to shuck emotions, desires and wishes and look at the world in its nakedness as it is, not as we wish it were or as someone else has told us it is.
Reality is not affected by our desires or by our comprehension. We glean data from our senses of that world outside our bodies and use our brains to draw inferences from the data. We have to conform to it; reality will not conform to us.
Clear thinking today is especially difficult, because the present generations of human beings are exposed to information in an unprecedented flood. Some years ago, it was estimated that the average American was exposed to about 15,000 messages per day. I'm sure that number has increased.
Advertising is pervasive with labels, point-of-sale displays and ads in newspapers and on television, radio and the Internet, as well as signs and billboards. Information - much of it false or self-serving or incomplete or trivial - pours out of print publications, television, radio and the Internet.
Information is not truth. It is bits of data that might be true or false or completely useless to know. I've often recommended that people take an information break. Go a week without watching television, listening to the radio, reading newspapers or magazines or surfing the Net. It might be difficult at first, but if you persist, you will be surprised by how normal the world appears once you've cut out the political chatter and the daily roundup of the world's pain and misery.
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martedì, novembre 27, 2007
I nuovi limiti dello sviluppo

Questo post, scritto da Ugo Bardi, ripercorre la storia dell'idea di "limite dell'accesso alle risorse", dalla sua nascita (anni '50) alla maturazione (anni '70). A distanza di decenni, non possiamo dire di essere sprovvisti della conoscenza necessaria per una corretta gestione delle risorse. Forse, quello che ci manca è il "salto psicologico", in senso collettivo, verso un paradigma completamente nuovo.
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lunedì, novembre 26, 2007
Come sabotare le rinnovabili

L'unica fonte di energia sicura , illimitata e disponibile almeno per i prossimi cinque miliardi di anni sulla quale possiamo e dobbiamo contare è il Sole. Sull'Italia il Sole irraggia l'equivalente di 3.000 miliardi di barili di petrolio l'anno, a noi ne occorrono l'uno x mille; l'obbiettivo è quello di utilizzare al meglio questa risorsa.” Sembra che oggi la strada migliore da percorrere sia il metodo CSP (concentrated solar power), definito anche termodinamico. A Siviglia (600.000 abitanti) sono già operative le prime due centrali CSP delle 11 previste, che nel giro di quattro anni sostituiranno integralmente le attuali centrali a combustibili fossili, effettivamente la Spagna è all'avanguardia in Europa con progetti per 4.100 MW. L'Algeria ed il Marocco hanno obbiettivi ancora più grandiosi. In Calabria sono partiti finalmente i lavori della prima centrale da 50 Mw ; in effetti il dimensionamento di 50 Mw sembra essere il “taglio” ideale per motivi tecnici, e questo comporta l'ipotesi di dover realizzare numerosi e diffusi impianti; va in questa direzione la recentissima convenzione tra il Ministero dell'Ambiente e l'Areonautica militare per l'utilizzo degli aeroporti militari dismessi.
L'altra modalità integrativa di utilizzo dell'energia solare è il fotovoltaico, che ha come target “naturale” i privati e le piccole e medie imprese, con impianti da 2 Kwp sino a 250 Kwp, (con l'eccezione giustificata di impianti da 1 Mwp realizzati da aziende agricole per la valorizzazione di terreni improduttivi). L' installazione di tali impianti coniuga l'interesse privato e l'interesse pubblico ,infatti permette di affrancare gli utilizzatori dal costo della energia elettrica per i prossimi 30/40 anni, contribuisce a ridurre il rischio di black out estivi e l'immissione di CO2 nell' atmosfera e consente di diffondere la cultura delle energie rinnovabili; ciò è possibile e sostenibile economicamente grazie alla legge incentivante “conto energia". Il maggior difetto della prima stesura della legge ( denominata Matteoli) era l' ESIGUITA' del plafond : 100 Mwp iniziali, poi aumentati a 300 Mwp in corso d'opera. La “ratio” del provvedimento consisteva nel privilegiare i piccoli impianti ed infatti veniva fissato il LIMITE di 1 Mwp quale tetto massimo per avere il diritto agli incentivi e soprattutto la norma che ai grandi impianti era riservato SOLTANTO IL 15% DEL PLAFOND .
Oggi, con la stesura del febbraio 2007 (detta Pecoraro Scanio) abbiamo le seguenti modifiche. Tra quelle positive c'è la RIDUZIONE delle procedure burocratiche iniziali ; infatti non è necessario chiedere l'ammissione preventiva agli incentivi riconosciuti dal GSE, è un diritto acquisito per tutti coloro che avranno realizzato e messo in funzione un impianto. E' previsto un plafond per 3.000 Mwp in 10 anni, quindi in media 300 Mwp l'anno: di questi, nella prima fase, sono state prenotate risorse per 1.200 Mwp e poi , una volta raggiunta tale soglia, dopo ampia e diffusa informazione, saranno riconosciuti gli incentivi anche agli impianti in corso di realizzazione e messi in funzione nei 14 mesi successivi. Un altro punto QUALIFICANTE è l'aver puntualizzato che, per impianti sino a 1 Mega collocati in siti sui quali non insistano vincoli di altri Enti (ente Parco, Sovra Intendenza etc etc) il Comune è l'unico che deve dare l'autorizzazione all'impianto, anche in questo c'è la volontà di alleggerire l'iter burocratico, in pratica significa dimezzare i tempi rispetto a prima.
Ci sono invece aspetti NEGATIVI , fra questi la cancellazione del LIMITE di 1 Mwp perché un impianto sia ammesso ai contributi ma soprattutto l'abolizione del LIMITE del 15% di plafond per i grandi impianti. A seguito di queste variazioni, il target dei destinatari di tale provvedimento si è spostato dai privati e dai piccoli imprenditori ai grandi investitori istituzionali. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: in sette mesi sono stati attivati impianti (fonte Bersani) per 271 mega (su 300 potenziali previsti in 12 mesi) con una tendenza di crescita esponenziale e non proporzionale per l'intervento di Banche, Assicurazioni e Fondi pensioni per i quali sono appetibili investimenti che per venti anni garantiscono una resa finanziaria superiore ai titoli di stato. Ma tradotto in pratica che significa ? Significa che un impianto da 10 mega realizzato da un fondo pensione drena incentivi che potrebbero essere goduti da quattromila famiglie e poiché questi contributi vengono generati dalla sovra tassa A3 pagata da tutti, giudico immorale che una Banca sia legittimata ad appropriarsi di risorse che potrebbero andare a decine di migliaia di famiglie. INVITO quindi tutti a sollecitare, nelle forme più idonee, il ministro a ripristinare la soglia del 15% del plafond, che non è cosa da poco, visto che il 15% del plafond potrebbe soddisfare le richieste di oltre 100.000 famiglie.
Questo è il quadro nazionale con luci ed ombre, ma ora arriviamo alla messa in pratica. Questa legge è passata al vaglio della conferenza stato regione e quindi secondo logica dovrebbe essere attuata quasi in automatico, ma in seguito alla revisione dell'art. 5 della Costituzione, che delega alle Regioni l'attuazione delle politiche energetiche, abbiamo una situazione schizofrenica . La Regione Puglia in tre settimane si è adeguata alla normativa nazionale, idem la Sicilia e lì tutto procede speditamente, l'Abruzzo, con l' art 74 della L.R. 34 del 01/10/07 , ha PROIBITO a Province e Comuni di installare impianti fotovoltaici sui propri edifici a meno che non siano distanti oltre 500 mt da altre abitazioni, bloccando qualsiasi progetto già in itinere; evidentemente devono avere scambiato un impianto fotovoltaico con una pala eolica, tutto ciò è desolante e gravemente diseducativo.
E la Toscana ? Noi ...dormiamo ....e nei fatti boicottiamo il fotovoltaico oltre i 20 kwp,
infatti è vigente la L.R. 39 del 2005, precedente alla prima emissione della legge “conto energia”, e senza linee guida. Gli impianti fotovoltaici sono di fatto equiparati a centrali elettriche, a gas, a carbone e così via. Un' assessore provinciale all'ambiente, molto irritata, a maggio mi confermò che era prevista la stessa procedura di verifica, propedeutica alla valutazione di impatto ambientale per un impianto fotovoltaico da 50 kwp,( ovvero 400 mq di pannelli sul tetto di piccolo capannone di 1.000 mq ) ed una centrale a biomasse da 50 Megaw e concluse “abbiamo almeno il coraggio di dire che non vogliamo il fotovoltaico in Toscana”. Il nuovo Pier, che nella bozza presentata a maggio dall'ex assessore Artusa alla Giunta si uniformava alla legge nazionale, non è ancora stato approvato; di conseguenza le Province , in assenza del nuovo PER, hanno atteggiamenti a macchia di leopardo: Livorno e Firenze non vogliono essere coinvolte e demandano ai Comuni, Pisa pretende la conferenza dei servizi (10 enti : arpat, usl,vigili del fuoco, anas etc etc e quattro mesi buttati via) anche per un impianto da 21 kwp ( 160 mq di pannelli sul tetto). La Provincia di Arezzo raggiunge il Top, nel convegno del 4 maggio u.s. organizzato dall'ordine degli Ingegneri e degli Architetti di Arezzo con il patrocinio del Comune e della Provincia (ne sono testimone in quanto relatore sul “conto energia”), il dirigente della Provincia intervenne e chiarì a tutti i presenti che in assenza delle linee guida della L. 39,con un'ottica restrittiva e per timore di essere accusati di omissione di atti di ufficio, la Provincia esigeva la conferenza dei servizi anche per impianti da 1 kw . I professionisti presenti rimasero annichiliti.
Questo è il trionfo della burocrazia e l'esaltazione del costo improduttivo della politica. A loro volta i Comuni dicono la loro sui piccoli impianti privati, ci sono esempi diversificati. A Montopoli (Pi) chi realizza una tettoia per due posti auto in giardino e ci installa sopra un impianto fotovoltaico ha diritto ad una riduzione dell' Ici, il Comune di Montepulciano mette a disposizione un ufficio di consultazione per i cittadini al fine di armonizzare l'impianto all'estetica e riconosce una riduzione dell'Ici del 40% per due anni. Pontedera “regala” un incremento di volumetria ai costruttori se dotano i nuovi edifici di impianti fotovoltaici; ma su quelli esistenti pone un limite di 20 mq di pannelli oltre il quale scattano richieste di norme di sicurezza per l'installazione che comportano costi aggiuntivi per 3.000 euro. Infine Montecatini V.di Cecina emette un regolamento edilizio pignolo e prolisso per il fotovoltaico e poi “sbraca” su sei pale eoliche equivalenti a sei grattacieli di 40 piani, ma questa è un'altra storia ... Dopo gli Enti locali, altro interlocutore obbligato è Enel sia prima della messa in opera dell'impianto che successivamente al collaudo e poi se l'impianto è superiore a 20 kwp c'è da attivare il rapporto con l'Agenzia delle Dogane e provvedere alla ratifica del contratto con il GSE. Nonostante queste procedure un po' intricate, gli impianti vengono realizzati. Se uno ha tempo e competenze può anche seguire l'iter da sé, altrimenti è bene che si affidi a qualcuno che possa dimostrare un'esperienza pratica su impianti già realizzati,diffidando di facili semplificazioni,che poi generano ritardi molto costosi.
Dal lato economico un impianto fotovoltaico è conveniente a condizione che sia di prima scelta, in questo caso gli incentivi ripagano l'investimento sia in conto capitale che interesse e compresa la manutenzione; anzi alla ns latitudine sono sufficienti 15 anni e poi c'è addirittura un utile. A tutto questo si aggiunge il valore del risparmio dell'energia autoprodotta per i successivi 40/50 anni. Il problema è che in circolazione c'è solo un 50% di prodotti di prima qualità, quelli da scegliere per essere sicuri di ricevere integralmente il contributo nei successivi 20 anni; occorre attenzione quindi per non commettere errori irreparabili dei quali uno si accorge dopo dieci anni, quando è troppo tardi. E' un po' come l'oro: c'è a 24 K, a 18 K, a 14 K e poi c'è il piombo rivestito da una lamina d'oro.
PAOLO STEFANINI
stefanini.p@gmail.com
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domenica, novembre 25, 2007
Ali Morteza Samsam Bakhtiari: 1946-2007
Con grande dispiacere, abbiamo appreso in questi giorni della morte del nostro amico e collega Ali Morteza Samsam Bakhtiari. Ne hanno dato l'annuncio le figlie, Amir Bahman e Golbenaz Bakhtiari, che hanno raccontato come il loro padre sia deceduto in ottobre di quest'anno per un attacco cardiaco che lo ha colpito mentre si trovava in viaggio nel Nord dell' Iran. Aveva 61 anni.Della carriera di Ali Samsam Bakhtiari, ci possiamo qui limitare a dire che è stato uno dei primi esperti di petrolio a capire l'imminenza del picco globale di produzione. E' stato dirigente della National Iranian Oil Company (NIOC) e ha fatto parte di quel gruppo di pionieri che hanno partecipato alla prima conferenza di ASPO che si è tenuta a Uppsala nel 2002.
In Italia, ci ricordiamo di Ali Samsam Bakhtiari soprattutto per la sua partecipazione al convegno "ASPOItalia-1" che si è tenuto a Firenze nel Marzo del 2007. In quell'occasione, nella splendia cornice del salone dei 500 di Palazzo Vecchio, abbiamo pouto sentirlo parlare in italiano per una conferenza che tutti abbiamo trovato coinvolgente e affascinante. Questo suo intervento, forse è meglio di tutto ricordato nelle parole di Debora Billi che lo aveva commentato subito dopo nel blog "petrolio"
Ali Bakhtiari ha parlato per primo, ha parlato chiaro e ha segnato tutto il convegno con il suo intervento. Ciò che ha detto, con la sua signorilità e pacatezza, ha continuato ad aleggiare durante la giornata, come se ogni speech non potesse più essere compreso se non alla luce del suo discorso... In cui le parole di Dante Alighieri, omaggio al nostro Paese, hanno fatto da guida. Nella selva oscura, la diritta via è smarrita. <..>
Bakhtiari ha esposto anche la sua visione per il 21o secolo: sarà il secolo delle "radici". Del ritorno alle radici, per l'esattezza. Della riscoperta delle conoscenze umane che ci hanno guidato nei secoli precedenti all'era petrolifera. Ma dobbiamo cominciare a cambiare, a cambiare il nostro atteggiamento e i nostri consumi su base individuale, a partire da oggi, da subito. L'acqua sarà una risorsa critica, che farà sentire il suo peso nel già difficile momento di transizione che ci attende. Che possiamo fare? "Piantare alberi" ha suggerito Ali. Non so se scherzasse o se fosse una piccola esagerazione, ma non è un cattivo consiglio.
Il mio commento sulla presentazione di Ali al convegno era stato:
Nel suo discorso a ASPOItalia-1 Bakthiari non ha parlato solo di petrolio. Ha esordito citando Dante Alighieri, usando la metafora della "Selva Oscura" per descrivere l'attuale situazione del mondo intero. Ha detto che con il superamento del picco globale del petrolio e ci troviamo oggi in una situazione di oscurità nella quale abbiamo smarrito la "diritta via". E' un momento di grande difficoltà per la civiltà umana che si trova per la prima volta davanti al declino globale di una risorsa fondamentale come il petrolio. Abbiamo la scelta fra una via di guerre per accaparrarsi quello che rimane delle risorse, e una via di pace per gestire quel che resta con il minimo di sofferenze per tutti. Bakhtiari crede che la via di pace consista nel ritorno alle radici delle tradizioni culturali dei popoli e ha citato San Francesco di Assisi come esempio di come si possano gestire risorse limitate in pace e armonia. Bakthiari ha concluso dicendo che è nostra responsabilità agire secondo il volere dell'Onnipotente, che ci pone davanti una sfida immensa. Ma l'oscurità si può vincere, la luce è davanti a noi se solo riusciamo ad alzare gli occhi per vederla.
Potete vedere il video dell'intervento di Ali a Firenze a:
http://www.youtube.com/watch?v=uprepOc20as
Di lui, di certo non ci dimenticheremo facilmente.
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sabato, novembre 24, 2007
Convegno ASPO-Italia 2008 a Torino
Si farà il 3 Maggio 2008 a Torino il secondo convegno nazionale di ASPO-Italia. Dopo il successo del primo convegno che si è tenuto a Firenze a Marzo del 2006, ASPO-Italia si ripresenta con un nuovo incontro il cui soggetto, energia, materie prime e ambiente, diventa sempre più importante per la situazione attuale.Gli aumenti recenti dei prezzi del petrolio e di tutte le materie prime e le preoccupazioni sempre più forti per il clima rendono addirittura cruciale discutere dell'esaurimento delle risorse minerali e delle soluzioni che abbiamo per rimpiazzare il petrolio con altre fonti energetiche.
Come l'anno scorso, anche per ASPO-Italia 2 ci saranno ospiti internazionali e nazionali di alto livello. Il convegno avrà luogo nella sala convegni del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, in connessione con la mostra sul cambiamento climatico che si terrà in quel periodo. Ringraziamo il museo, come pure l'associazione NIMBUS per l'appoggio.
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venerdì, novembre 23, 2007
Il marketing virale

L'accusa è probabilmente poco fondata in questo caso: né Grillo né Di Pietro sembrano usare tecniche di persuasione particolarmente sofisticate; più che altro hanno cavalcato e continuano a cavalcare proficuamente la leggenda che "i politici sono tutti ladri". Tuttavia, la questione del marketing virale è interessante e vale la pena di approfondirla per cercare di capire cosa ci sta succedendo intorno.
Il nocciolo del viral marketing è in un semplice concetto: mentre nel marketing normale i consumatori sono soltanto dei ricevitori passivi del messaggio, nel marketing virale sono allo stesso tempo ricevitori e diffusori. E' una versione commerciale delle "catene di sant'antonio" che hanno avuto tanto successo su internet. E' evidente il vantaggio per chi riesce a scatenare una catena del genere: con poco sforzo diffonde il suo messaggio a valanga; il problema è come riuscirci.
Nonostante che si parli molto di Marketing Virale, gli esempi in Italia sono molto pochi. Con tutta la buona volontà, riesco a pensarne solo uno: quello della macchina ad aria compressa, la Eolo. Vi sarà arrivato sicuramente il messaggio intitolato "L'auto ad aria compressa è volata via" (lo trovate per esempio qui) dove si racconta che lo sviluppo della mirabolante vetturetta è stato affossato da un complotto dei petrolieri.
E' impossibile dire se questo messaggio sia stato diffuso dalla Eoloauto che ha usato scientemente tecniche di marketing virale. Non si può escludere che qualche persona mentalmente, diciamo, "indebolita" lo abbia inventato e diffuso per sua pura soddisfazione. Comunque sia, in ogni caso, questo messaggio ha giovato immensamente alla visibilità della Eolo che, altrimenti, sarebbe stata soltanto uno dei tanti veicoli a emissione zero che vengono continuamente proposti e - normalmente - ignorati dal pubblico.
Vi posso anche raccontare che so di sicuro che una ditta che conosco ha tentato di fare qualcosa del genere per giustificare il fallimento di un impianto a energia rinnovabile che aveva cercato di costruire. Hanno messo su un "comitato di cittadini per l'energia rinnovabile" il cui unico membro era il presidente e proprietario della ditta in questione (scusate, ma per ovvie ragioni non posso fare nomi). Dopo di che hanno cominciato a mandare in giro messaggi in cui si attribuiva il fallimento a un complotto e si chiedevano più soldi alla ditta. Questo tentativo non ha avuto successo; la reazione a catena non c'è stata.
Questa cosa del marketing virale è estremamente di moda negli ultimi tempi, c'è anche un sito, goviral.com, per esempio, che vi aiuterà a lanciare il vostro prodotto con tecniche virali.
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giovedì, novembre 22, 2007
Ruolo delle risorse energetiche nella storia dei conflitti: il caso della Germania
Post ricevuto da Eugenio SaracenoSull'altro emisfero obbiettivo principale del Giappone erano i giacimenti indonesiani che permettevano di non sottostare al ricatto delle esportazioni di petrolio americano.
Non avrebbe potuto Hitler importare carbone? Una volta che la Germania avesse raggiunto il picco produttivo non avrebbe potuto farlo se non da uno dei suoi competitori esponendosi ai loro ricatti: Britannici, Russi, Americani. Dagli stessi avrebbe dovuto importare petrolio.
La compravendita di risorse strategiche non è come andare dal droghiere, se qualcuno ti vende petrolio ci sono tre possibilità:
1) è obbligato perchè è sotto il tuo controllo o di un tuo alleato
2) non gli puoi nuocere perchè ti controlla militarmente o può farlo agevolmente (minaccia)
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mercoledì, novembre 21, 2007
L'Abruzzo boccia il Fotovoltaico?

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martedì, novembre 20, 2007
Petrolio per 200 anni? Le allegre trovate di Jum'ha

Il signor Jum'ha è solito ripetere queste fauste profezie, lo ha fatto anche l'anno scorso al forum di Davos; peccato che in quell'occasione abbia anche stimato che il prezzo del petrolio potesse rientrare nei 30$ al barile nei tre anni successivi. (!)
Questa dichiarazione è stata fatta nel gennaio del 2006; ora sono passati quasi due anni e il petrolio sfiora i 100 dollari al barile... beh, c'è ancora un anno di tempo perchè si possa avverare la profezia del big boss di Aramco...
Mi chiedo inoltre da dove venga la stima "prudente" di 13000 miliardi di barili (Gb) di riserve di petrolio non convenzionale comunicata da Jum'ha. Come si accorda tra questo valore con il valore di circa 1100-1300 Gb indicato dalle varie fonti per i cosiddetti all liquids?
Non dimentichiamo inoltre che questo petrolio non convenzionale è un petrolio "brutto", estremamente viscoso o quasi solido, pieno di zolfo e altre impurità, in siti difficilmente accessibili o incondizioni climatiche (e politiche) spesso proibitive. In alcuni casi il costo energetico di estrazione potrebbe essere troppo elevato rispetto all'energia ottenibile e a quel punto la legge della domanda e dell'offerta andrebbe a farsi benedire, o meglio dovrebbe chinare umilmente il capo di fronte alle leggi della Fisica.
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lunedì, novembre 19, 2007
La Questione Energetica Meridionale

Etichette: geopolitica, risorse, scelte energetiche
domenica, novembre 18, 2007
Dietrologia nucleare anni '80
Riceviamo questo articolo da un autore che ci chiede di rimanere anonimo. Normalmente preferiamo non pubblicare testi anonimi, ma in questo caso ci sembra interessante far conoscere questo pezzo che ci riporta alla cronaca dell'epoca delle lotte antinucleari degli anni '80. Di questo periodo non rimane quasi niente su internet, ma forse sarebbe il caso di ripensarci sopra, come fa qui l'autore; che si dichiara tuttora antinuclearista ma che nel frattempo ha avuto dei seri ripensamenti sulle ragioni vere di certe posizioni (Ugo Bardi)Mi viene qualche dubbio, soprattutto in questi giorni, a ridosso del ventennale anniversario dalla vittoria dei no al referendum sul nucleare, ripensando a quel dicembre del 1986, un dicembre freddissimo, che seguiva il disastro nucleare di Chernobyl, mentre si correva nei campi gelati di Montalto di Castro, dove il governo italiano d'allora, aveva deciso di installare una centrale nucleare per la produzione di energia elettrica. In quei giorni del dicembre 1986, a Montalto di Castro, si diedero appuntamento molte realta' del movimento antinuclearista, di vari orientamenti politici, religiosi, ambientalisti, partitici, etc., a dimostrazione che il problema era davvero sentito dalla gente comune.
Non e' vero che in quel movimento si annidavano "terroristi rossi", come ebbe a dire un politico di quei tempi, col "vento in poppa". La repressione delle forze dell'ordine fu violenta. ci furono pestaggi, cariche alla stazione e nei prati limitrofi alla centrale, arresti e tutto cio' che uno stato conosce e detiene per stroncare una forte opposizione contro una mostruosita' come e' quella dell'atomo. Ma, a distanza di vent'anni, quella vittoria al referendum di un anno dopo, fu "farina del nostro sacco" unicamente? O intervennero forze talmente potenti, da pilotare le giuste lotte antinucleariste di migliaia di individui (italiani ed europei, fattore che non va dimenticato, ne' sottovalutato), per spostare la produzione di energia elettrica, in modo "definitivo", sul petrolio? E' assiomatico che l'Italia abbandono' il settore nucleare, senza aprire una seria discussione sulla produzione di energia elettrica da altre fonti non fossili (per l'appunto, le energie rinnovabili) e si concentro' tutta la produzione di energia dal petrolio, dal gas metano e anche dal carbone.
Una trama di un film ben preparato, fin nei minimi dettagli, da un meticoloso regista? C'e' anche un altro dato molto importante da ricordare, che veniva ripetuto anche tra noi antinuclearisti. Per questo dico che si sarebbe dovuto riflettere su una eventuale strumentalizzazione di poteri "alti" al di la' delle Alpi, la Francia aveva costruito numerose centrali nucleari, tutte molto potenti e potenzialmente, distruttive come quella di Chernobyl. Perche' quelle centrali stavano la', proprio in quel punto strategico, a ridosso del confine italico? Tutti ci chiedevamo se la Francia, di li' a poco, sarebbe divenuta esportatrice di energia elettrica prodotta dalla scissione dell'atomo! Avvenne proprio questa previsione semplice semplice.
Mi domando, oggi, dopo ventuno anni da quelle lotte, se non fu pilotato il movimento antinuclearista, forte delle migliaia di persone che lo animavano, per strategie economiche e geopolitiche incalcolabili. Un altro assioma e' che l'Italia, gia' seminata di raffinerie, divenne il primo terminale del petrolio che transitava nel Mediterraneo. In un attimo, come accade spesso nella vita, si giunge ai giorni d'oggi, con i mega-progetti dei rigassificatori, con la progettazione di terminal per lo stoccaggio del gas russo, etc. niente di nuovo, insomma. Sentendo puzza di picco petrolifero, dopo aver disseminato l'Italia di raffinerie, ora i soliti noti potenti del vapore, quello che fa correre la nazione, stanno tentando il colpo grosso con i rigassificatori, con le centrali a carbone (vedere Civitavecchia).
Ma le energie rinnovabili, unica vera risorsa in mano a questa umanita', con tutti i limiti che puo' avere, dove viene posta nell'agenda di questi potenti, di ambientalisti di carriera, di politicanti vari? Il tempo puo' correre, se lo si conta. oppure puo' anche non esistere. A noi la decisione.
Tornando al referendum del novembre 1987, mi ricordo anche le battute del senatore Andreotti, mente fervida e sempre attenta e sveglia, un tipo di politico che vale la pena, a prescindere dalla propria appartenenza politica, ascoltare. Rilascio' diverse dichiarazioni, tra cui alcune che ripetevano, come una cantilena, "...la Francia ha attaccate alle nostre belle Alpi delle centrali nucleari, e noi rinunciamo al nucleare? E' una follia!", ammettendo la sua posizione favorevole all'atomo, e inviando, nel contempo, messaggi ai potentati che potrebbero aver manipolato un movimento antinuclearista molto variegato, messaggi allora incomprensibili, ma che oggi risultano molto piu' chiari.
Dispiace pensarlo, per chi come me prese parte a quei movimenti sorti negli anni Settanta, ma cio' che accadde nel 1986 e poi nel 1987 (il referendum), ha molti lati oscuri, che ho tentato di analizzare. Pensare di essere stato un burattino senza fili, nelle mani di questi signori del vapore, mi fa infuriare. Ma mi da' la possibilita' di comprendere come potersi muovere in futuro, un futuro prossimo, molto complicato e difficile, per tutti, anche per i Potenti signori del Vapore.
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sabato, novembre 17, 2007
Gli scienziati e gli industriali

Gli scienziati e gli Industriali
di Ugo Bardi
www.aspoitalia.blogspot.com
Gli industriali sono tre. Tutti con lo stesso stile: vestito intero, cravatta monotinta, camicia rigorosamente bianca. Il più basso ha un vestito chiaramente di sartoria e la cravatta grigia di marca. Gli altri hanno vestiti forse un po' più andanti, ma sicuramente di marca. Sono tutti e tre ben rasati, capelli corti e senza occhiali. Il capo, quello più basso, si siede per primo a un'estremità della lunga tavola della sala riunioni, gli altri due gli si siedono ai lati.
Gli scienziati si distribuiscono all'estremità opposta della lunga tavola. Hanno giacche comprate alla Coop o alla Standa, pantaloni di velluto oppure jeans. Uno ha i baffi e i capelli lunghi; porta la cravatta a farfalla e la giacca a quadrettoni. Un altro, ben rasato, porta la giacca di velluto con le toppe ai gomiti. Altri due portano la barba, uno ha una cravatta rossa. Quasi tutti hanno gli occhiali. Io non ho nemmeno la giacca, soltanto un maglione.
Iniziano a parlare gli industriali. Il capo dice che la loro ditta è un leader nelle materie plastiche, che la concorrenza è sempre più difficile, che hanno bisogno di tecnologia per andare avanti. Per questo, dice, hanno preso contatto con l'università e il CNR e sono qui oggi.
Rispondono gli scienziati. Quello con la giacca di velluto con le toppe sembra il più vivace e racconta di un suo nuovo catalizzatore utile per polimerizzare questa o quest'altra cosa. Gli fa eco il baffuto con la cravatta a farfalla raccontando di altre reazioni che lui è capace di fare. Quello con la cravatta rossa rilancia con un altro sistema per fare una molecola che serve a qualcosa di molto importante. La parola "nanotecnologia" viene usata con grande frequenza.
Gli industriali ascoltano. Via via che gli scienziati snocciolano queste meraviglie, gli industriali sembrano sempre più perplessi. Gli scienziati sembrano recepire la perplessità degli industriali; il loro entusiasmo scema gradualmente. Alla fine, quello con la giacca di velluto e le toppe non sa chiaramente più che dire. Ci prova: "Perché non producete idrogeno?" dice.
C'è un attimo di silenzio. Il capo degli industriali tira un respiro profondo e dice "E a chi lo venderemmo?"
Segue un momento glaciale in cui gli scienziati continuano a sorridere, specialmente quello coi baffi; ma è un sorriso forzato. Gli industriali parlottano fra loro per un minuto o due. Poi il capo, quello più basso, prende la parola.
"La nostra ditta," dice " è un leader mondiale nella produzione di materie plastiche. Facciamo soprattutto bottiglie di plastica, piatti, bicchieri e altro materiale a perdere. Purtroppo, come sapete, il prezzo del petrolio è aumentato enormemente negli ultimi tempi. E se dobbiamo usare petrolio per fare plastica, siamo in difficoltà. O aumentiamo i prezzi dei nostri prodotti, e così perdiamo mercato, oppure riduciamo i profitti o, addirittura, lavoriamo in perdita"
Gli scienziati annuiscono, quasi compunti.
"Quello che abbiamo pensato," continua l'industriale, "è di sostituire il petrolio con la biomassa. Vorremmo costruire una "bioraffineria" che usi biomassa per permetterci di continuare a produrre bottiglie in plastica e altri simili prodotti. Per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto".
Allo snodarsi di queste frasi, il sorriso degli scienziati è ritornato reale; si è allargato e ora è a tutta faccia, addirittura più largo dei baffi di quello con la giacca a quadrettoni. "Certamente," dice quello con la giacca con le toppe, "lo possiamo fare!" Prosegue quello con la cravatta rossa: "Per trasformare la biomassa si può usare il catalizzatore nanostrutturato sull'olio di colza...." Tutti sorridono e si ricomincia la discussione, stavolta tutta centrata sulla biomassa e sulla bioraffineria - sempre con le nanotecnologie!
A questo punto, mi alzo in piedi e dico: "Signori, perdonatemi se vi interrompo, ma qui c'è un equivoco. La vostra discussione non sta considerando un punto fondamentale, e questo è il concetto di ritorno energetico. Al momento, vi può sembrare che la biomassa costi meno del petrolio, ma questa è un'illusione dovuta ai sussidi monetari che si danno all'agricoltura. Il costo reale della biomassa va contato in termini di energia, non di moneta. Si dice che un prodotto agricolo per un'unità di energia incorpori in media dieci unità di energia dai combustibili fossili. Non so se è un calcolo esatto, ma non può essere troppo sbagliato. Data questa situazione, è impensabile sostituire il petrolio con la biomassa, perlomeno agli stessi prezzi. Soprattutto è impensabile per farne prodotti usa-e-getta come le bottiglie di plastica. Se permettete un'altra osservazione, a mio parere usare la parola "biomassa" è un'offesa nei riguardi dell'infinita varietà di piante e animali di questo pianeta che non sono stati creati per farne bottiglie di plastica usa e getta."
Pensate che abbia detto veramente una cosa del genere? Ovviamente no. Sarebbe stato antipatico e offensivo nei riguardi di un gruppo di persone che stavano soltanto cercando di fare del loro meglio anche se, a mio parere, seguendo una strada sbagliata. Ho pensato queste cose, ma sono stato zitto. Finita la discussione, ho ringraziato e mi sono congratulato con tutti prima di andar via.
Tutto questo è avvenuto qualche mese fa. Non so se stiano ancora parlando di bioraffineria o se abbiano fatto qualcosa in proposito.
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venerdì, novembre 16, 2007
Agricoltura del passato o del futuro?

La figura qui sopra (clicca per ingrandire) rappresenta lo schema dei flussi energetici nel sistema agricolo dei 115 paesi meno sviluppati (continua a leggere sotto per i dettagli).
Questa è l'agricoltura del passato, più arcaica e meno sviluppata, o piuttosto è l'agricoltura del futuro, a basso input energetico fossile?
I paesi meno sviluppati sono un insieme molto eterogeneo, che comprende paesi in rapido sviluppo come la Cina, paesi con un'economia abbastanza sviluppata come l'Argentina, paesi poveri come l'Indonesia e paesi poverissimi come l'Etiopia. Cionostante, le differenze nel consumo energetico con i paesi ricchi sono impressionanti.
Questa agricoltura fa uso solo di 1000 kcal fossili pro capite al giorno per la coltivazione e l'allevamento, mentre l'occidente ne usa quasi 7000.
In questo modo è possibile in media garantire a 5 miliardi di persone una dieta da 2450 kcal al giorno di prodotti vegetali e 330 di prodotti animali.
Purtroppo questo input alimentare è mal distribuito, dal momento che si va dalle 3400 kcal pro capite di Cuba alle 1830 dell'Etiopia.
Se la produzione agricola dei paesi più poveri fosse però divisa equamente al loro interno (senza quindi contare quello che potrebbero fare i paesi ricchi) si avrebbero in media quasi 2800 kcal a testa al giorno, che è il livello alimentare di un paese come l'Argentina.
La minore dipendenza dai combustibili fossili dovrebbe in teoria mettere i paesi poveri al riparo dalle conseguenze del picco del petrolio. La situazione potrebbe però aggravarsi in futuro per i due fattori combinati della crescita demografica e della corsa all'occidentalizzazione del tenore di vita di diversi paesi emergenti.
Cosa accadrà se e quando la Cina diventerà carnivora come l'Occidente?
Non esistono valutazioni precise del consumo energetico della filiera alimentare post agricola nei paesi poveri; la "freccia nera" di 2000 kcal rappresenta semplicemente una stima basata sul fatto che in consumi fossili pro capite nei paesi meno sviluppati sono circa un ottavo di quelli nei paesi ricchi. Ho quindi semplicemente assunto che l'input fossile per ogni caloria di cibo prodotta fosse un ottavo di quello dei paesi ricchi. In questo modo non si dovrebbe sottostimare l'apporto fossile, anche perchè ogni giorno vengono anche consumate 2700 kcal pro capite da biomassa per cuocere i cibi (la freccia verde/nera).
Fonti:
Database FAO per i dati relativi ai flussi energetici del foraggio e del cibo
Mario Giampietro, Energy use in agriculture, Encyclopedia of life sciences, 2002, per gli input fossili in agricoltura
Heller e Keoelian, Life Cycle-Based Sustainability Indicators or Assessment of the U.S. Food System , Center for sustainable systems, University of MIchigan, 2000 per gli input fossili della filiera alimentare.
L'energia da biomassa usata per la cottura è valutata nell'articolo The fuelwood problem della FAO.
(non illustro qui la metodologia che ho usato per i calcoli, perchè è piuttosto lunga;lo farò in un articolo apposito)
Etichette: agricoltura, petrolio
giovedì, novembre 15, 2007
Rifkin: il venditore di olio di serpente
Gli americani parlano di "snake oil" (olio di serpente) per quel tipo di intrugli miracolosi che dovrebbero far bene ai calli, curare il mal di testa, e far andar via anche le emorroidi. Da noi, tendiamo a correlare i venditori di questi intrugli alla ormai storica figura di Vanna Marchi.Con qualsiasi termine lo si voglia definire, un venditore di intrugli di grande successo è Jeremy Rifkin che continua a imperversare con le sue idee sull'idrogeno. E' un ospite regolare - sempre a pagamento da quello che si sente dire - di conferenze e dibattiti. Ultimamente, lo abbiamo visto come ospite addirittura del parlamento italiano, osannato da quasi tutti i parlamentari.
Così come l'olio di serpente viene detto curare le malattie più svariate, Rifkin ci propone l'idrogeno come rimedio universale dei guai più vari. Se le idee di Rifkin sono grandiose, sono anche molto confuse. Ci sono perlomeno tre concetti che possiamo identificare nella proposta di Rifkin, e forse anche di più.
1. L'idrogeno come mezzo di stoccaggio dell'energia rinnovabile. Questa è un idea nel complesso sensata. L'idrogeno potrebbe essere una delle tecnologie che ci permetteranno di risolvere il problema dell'intermittenza delle fonti rinnovabili. L'efficienza del ciclo dell'idrogeno come stoccaggio energetico non è molto alta e ci potrebbero essere alternative migliori, ma potrebbe funzionare se ci lavoriamo sopra.
2. L'idrogeno come vettore energetico. Rifkin parla di un'analogia fra la produzione di idrogeno e l'Internet. Ovvero, dovremmo tutti produrre idrogeno a casa, essere interconnessi casa per casa con delle tubazioni che trasportano idrogeno e scambiarselo a seconda delle necessità; un po' come facciamo con la posta elettronica. L'idea è sotto certi aspetti affascinante ma, dal punto di vista pratico, è il disastro totale. L'idrogeno è un pessimo vettore energetico; ha una bassa densità volumetrica di energia, rovina i tubi in metallo, è pericoloso da trasportare in bombole, la conversione è energeticamente inefficiente e, soprattutto, i costi di un sistema del genere non sarebbero nemmeno stratosferici; sarebbero interstellari! Insomma un'idea insensata sotto tutti i punti di vista. Tanto più che esiste un vettore energetico molto migliore è che ha già una sua rete di distribuzione: l'elettricità
3. L'idrogeno come sostituto dei combustibili fossili, in particolare nei veicoli stradali. I problemi qui sono molteplici: hanno a che fare con la difficoltà di trasportare l'idrogeno in bombole o sotto forma di liquido criogenico e con la mancanza di un sistema di distribuzione dell'idrogeno come combustibile. Inoltre, l'idea di un veicolo stradale a idrogeno ha senso soltanto se si usano pile a combustibile per convertire l'idrogeno a elettricità, altrimenti sarebbe terribilmente inefficiente. Ma le pile a combustibile utilizzabili su un veicolo hanno moltissimi problemi, fra i quali quello di dipendere da costosi catalizzatori al platino. A parte il costo, non c'è abbastanza platino su questo pianeta per fare abbastanza pile per equipaggiare i veicoli esistenti. I problemi sono molteplici e, apparentemente, estremamente difficili da risolvere: sono più di vent'anni che si fanno prototipi di veicoli a pile a combustibile e ancora non ne esiste uno che sia in produzione. Ciononostante, si continuano a spendere soldi pubblici per ulteriori prototipi.
4. Infine, ci sono vari e vaporosi slogan di Rifkin, come "la terza rivoluzione industriale," l'"economia basata sull'idrogeno" e altri. Ma non bastano gli slogan per fare cose serie.
Va detto anche che nessuno di questi concetti è veramente originale. Rifkin si è limitato a recuperare idee sviluppate da altri ben prima di lui e a impaccarle insieme. Lo ha fatto mettendole in una forma accattivante che andava a soddisfare l'appetito sia del pubblico come dei politici per una soluzione facile e indolore dei gravissimi problemi che abbiamo di fronte. Rifkin, in sostanza, ha fatto soltanto del marketing.
Cosi', in gran parte grazie a Rifkin, l'idrogeno è diventato immensamente popolare nell'immaginazione del pubblico e dei politici. Il risultato è che stiamo impiegando grandi capitali e risorse per inseguire una tecnologia, quella dell'idrogeno come vettore o come combustibile per i veicoli stradali, per la quale ci vorranno perlomeno decenni di lavoro per arrivare a qualcosa di pratico (come ammesso dagli stessi proponenti). Lo stiamo facendo senza nessuna chiara evidenza che ci arriveremo mai e nemmeno che ne valga la pena. Non solo, ma qualsiasi processo produca o faccia uso di idrogeno, anche se parte dai più sudici combustibili fossili, viene visto come qualcosa di buono per definizione. Anche un processo che trasforma combustibili fossili in idrogeno viene a volte definito come "rinnovabile" e addirittura finanziato come tale con soldi pubblici. Tutto questo è stato un grave danno per le tecnologie rinnovabili vere. Un danno paragonabile sotto certi aspetti allo scandalo del CIP6, anche quello il risultato di una voluta confusione fra ciò che è rinnovabile e ciò che non lo è.
Negli ultimi tempi, politici, funzionari e scienziati che si sono impegnati pubblicamente sulle idee di Rifkin stanno cominciando ad accorgersi di aver fatto un'immane fesseria. Purtroppo, non sanno come uscirne senza fare una figuraccia. Il re continua a camminare pavoneggiandosi come se avesse addosso una pelliccia di visone. Ma sta cominciando a rendersi conto di essere nudo.
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mercoledì, novembre 14, 2007
Special guest at Caterpillar

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La crescita esponenziale dei prezzi del petrolio
“Da secoli le sorprendenti conseguenze della crescita esponenziale affascinano chi le scopre. Un’antica leggenda persiana narra di uno scaltro uomo di corte che donò al sovrano una bellissima scacchiera e chiese, in cambio, un chicco di riso per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via. Il sovrano fu pronto ad acconsentire, e ordinò che si portasse qualche sacco di riso dai suoi granai. La quarta casella richiese otto chicchi, la decima ne richiese 512, la quindicesima 16384 e la ventunesima diede al cortigiano più di un milione di chicchi di riso. Giunti alla quarantesima casella, si dovette ammonticchiare più di un milione di milioni di chicchi. Il pagamento non sarebbe mai potuto arrivare fino alla sessantaquattresima casella: ci sarebbe voluto più riso di quanto il mondo intero potesse offrire.
Un indovinello francese per bambini illustra un altro aspetto della crescita esponenziale: l’evidente subitaneità con la quale una grandezza che cresca esponenzialmente si approssima a un limite prefissato. Supponete di avere un laghetto nel quale cresce una ninfea, che raddoppia le proprie dimensioni ogni giorno. Se potesse svilupparsi liberamente, la ninfea coprirebbe completamente il laghetto in trenta giorni, soffocando tutte le altre forme di vita presenti nell’acqua. Per qualche tempo la pianta appare piccola, cosicché decidete di non preoccuparvene finchè non sarà arrivata a coprire per metà lo specchio d’acqua. In quale giorno questo accadrà? La risposta è: al ventinovesimo giorno. Resta, dunque, un solo giorno per salvare il laghetto. (Al venticinquesimo giorno, la pianta copre appena un trentaduesimo del laghetto; al ventunesimo, ne copre solo una frazione pari a 1/512: per la maggior parte del mese la pianta, pur continuando a raddoppiare con regolarità, rimane quasi invisibile e comunque non preoccupa. Si vede bene come la crescita esponenziale, combinata con la disattenzione, possa portare al superamento del limite!)”.
Finora il genere umano non sembra preoccuparsi più di tanto dei rischi per l’ambiente della crescita esponenziale, ma negli ultimi tempi, c’è un caso di crescita esponenziale che sta creando grande allarme sociale, quello dei prezzi del petrolio. Nel grafico riportato in alto, ottenuto adattando la curva dei prezzi pubblicata dal Sole 24 Ore, si nota che in effetti, dalla fine del 2001 sembra essersi innescato un meccanismo di questo tipo. Se in precedenza le quotazioni del greggio erano caratterizzate da lunghi periodi di valori bassi, interrotti da grandi picchi conseguenze di tensioni geopolitiche, da sei anni la curva ha assunto un tipico andamento esponenziale che ho cercato di approssimare con un’interpolazione grafica che mette in evidenza un raddoppio dei prezzi circa ogni tre anni: 20 dollari al barile a fine 2001, 40 dollari al barile a fine 2004, 80 dollari al barile a fine 2007. Proiettando questa tendenza verso il futuro otteniamo un valore dei futures al 2010 di 160 dollari al barile, lasciando all’immaginazione del lettore la prosecuzione della curva negli anni successivi. Naturalmente, la crescita esponenziale di un qualsiasi parametro, ha bisogno di una causa intrinseca per scatenarsi, quello che gli antichi definivano “primum movens”. Secondo molti questa causa è da ricercare nella speculazione finanziaria, nella cattiveria dei petrolieri, negli interessi dei produttori o nel destino cinico e baro. ASPO ritiene invece che la crescita esponenziale dei prezzi del petrolio possa essere originata dall'approssimarsi del picco del petrolio, data fatidica oltre la quale l’offerta di greggio non potrà più soddisfare una domanda in crescita. Cosa succederà ai prezzi nella terra di nessuno del post picco, dove le leggi fondamentali dell’economia neoclassica fondate sull’equilibrio perenne della domanda e dell’offerta non funzioneranno più, è un enigma avvolto nel mistero che solo nei prossimi anni potrà essere sciolto.
martedì, novembre 13, 2007
La carica dei negazionisti

Gentile Direttore,
sul Foglio di Venerdì 9 Novembre sono apparsi due articoli dal titolo “Perché quota cento dollari non fa paura” e “Perché quota cento è comunque un guaio” nei quali Michael Lynch afferma che “la teoria del picco petrolifero è il risultato della cattiva applicazione di modelli semplicistici a fenomeni complessi”. Su queste posizioni si collocherebbero anche i “pensatoi liberisti statunitensi molto ascoltati dalla Casa Bianca”. Si cita poi Leonardo Maugeri dell’ENI, secondo il quale “gli alti prezzi sono la premessa di una nuova ondata di investimenti: quando i loro effetti si saranno materializzati, le quotazioni del petrolio scenderanno”. Infine, il CERA di Daniel Yergin ci rassicura che “non siamo in un’era di scarsità assoluta: le riserve stimate oggi sono tre volte superiori a quelle calcolate dai pessimisti dell’Agenzia internazionale dell’energia, cioè 3740 miliardi di barili invece di 1200”.
Forse è il caso di intervenire per fare un po’ di chiarezza su certi punti, in particolare, sulla credibilità del sig. Lynch. Già qualche dubbio potrebbe derivare dalle sue affermazioni dell’anno scorso secondo le quali oggi il petrolio dovrebbe costare meno di 40 dollari al barile. Lo stesso si può dire per i vari Think Tank Americani i quali sono organismi politici ma privi di ogni competenza in materia petrolifera. Infine, la stima di CERA dell’anno scorso sulle riserve petrolifere prevede un abbondanza di petrolio che è del tutto anomala rispetto a tutte le altre stime degli esperti. A distanza di un anno, questa stima è già stata smentita dall’andamento della produzione reale.
A proposito dei cosiddetti “modelli semplicistici”, termine che evidentemente si riferisce alla teoria del picco del petrolio, andrebbe spiegato che questi modelli sono stati storicamente in grado di fare delle ottime predizioni, al contrario di molti modelli economici standard che, come ammesso dalla stessa IEA nel loro rapporto “World Energy Outlook” del 2007 non sono stati in grado di prevedere il declino di aree importanti come quella del petrolio Messicano. La teoria del picco ha previsto correttamente questo declino, come pure quella del petrolio degli Stati Uniti e quella del petrolio del Mare del Nord.
Dispiace che entrambi gli articoli apparsi sul Foglio diano una visione estremamente parziale, e quindi distorta, del dibattito in corso, proponendo al lettore soltanto la versione ottimistica – troppo ottimistica secondo noi - di una sola delle due parti impegnate.
Il Foglio ovviamente si è guardato bene dal pubblicare, anzi perseverando con un nuovo articolo firmato Carlo Pelanda "Perchè se si regola la finanza derivata dal petrolio il prezzo del greggio scenderà" . Secondo costui, “i nuovi investimenti in capacità estrattiva, di trasporto e raffinazione” sposteranno “di secoli la data in cui vi sarà scarsità reale di petrolio e gas”, lo scenario di scarsità sarebbe “una favola” e, conclusione fideistica sul calo dei prezzi: “Ribasso oppure linciaggio di politici, banche e fondi. Scenderà”. Naturalmente, non sperate di trovare, tra le argomentazioni del Pelanda, qualche riferimento ad analisi e dati riguardanti la consistenza delle risorse petrolifere mondiali. L’autore sembra continuare in chiave moderna l’attività di divinazione degli antichi aruspici che interpretavano le indicazioni degli dei dal volo degli uccelli o nelle viscere degli animali.
E’ pertanto inutile continuare a tentare il confronto con personaggi che trasformano una questione cruciale per l’umanità in una desolante battaglia ideologica. Però, una considerazione per cercare di smontare la fiducia dei negazionisti, forse è opportuno farla. Il grafico in alto rappresenta la produzione di petrolio negli Stati Uniti. La curva, confermando la predizione di Marion King Hubbert, raggiunse un picco all’inizio degli anni ’70 e da allora declinò costantemente, costringendo la principale potenza mondiale a rifornirsi in altre aree del mondo e a instaurare una excalation senza fine di tensioni internazionali. Ai teorici dei nuovi investimenti bisognerebbe perciò chiedere se le difficoltà estrattive interne siano dovute a una tendenza masochistica degli Stati Uniti o a problemi strutturali insormontabili.
Il grande buco nero davanti a noi
Il grande buco nero
Di Ugo Bardi
Novembre 2007
Il buco nero assorbe qualsiasi cosa con cui venga in contatto e la fa scomparire per sempre al di la dell’orizzonte degli eventi. Non c’è dialogo con un buco nero; ci si può interagire soltanto in due modi: o esserne fagocitati o fagocitarlo. Il secondo modo è possibile solo se si è un buco nero più grosso. Tuttavia le leggi della meccanica quantistica fanno si che un buco nero non sia completamente nero. Può emettere materia e si dice che, molto occasionalmente, anche emettere cose strane e unusuali come un televisore o le opere di Proust rilegate in cuoio.
L'altro giorno, mi è venuto in mente questo unusuale comportamento dei buchi neri alla manifestazione "Viva Gaia" organizzata da "Film Studio" a Roma dove, insieme a Pietro Cambi, Debora Billi e Ringo Reemberg abbiamo presentato il cinquino elettrico. Alla manifestazione, abbiamo visto la proiezione del film "Chi ha ucciso l'auto elettrica" e abbiamo visto come quell’immenso buco nero che è la General Motors ha emesso una cosa strana e unusuale per una industria automobilistica: un’auto elettrica (la EV1) che non solo funzionava, ma funzionava anche bene. Un errore, questo, che la nostra Fiat si è sempre guardata con estrema cautela dal commettere e che, in effetti, non ha mai commesso.
Come ogni buco nero che si rispetti, tuttavia, la General Motors ha fatto valere la sua trememda forza gravitazionale e ha rapidamente riportato la EV1 all’interno del raggio di Schwarzschild (o era Schwarzenegger?) da dove niente può più ritornare nell’universo a noi accessibile. Per un brevissimo momento, pochi anni, è stata visibile in California questa curiosa entità di una vettura che poteva viaggiare senza petrolio, che aveva bisogno di quasi zero manutenzione, che non inquinava, non faceva rumore, e durava a lungo. Non era possibile, evidentemente, che la cosa fosse tollerata.
Va anche detto, a onor del vero, che il film è chiaramente di parte e può darsi anche che ci siano stati anche vari problemi tecnici con la EV1 che, forse, poteva anche non essere la meraviglia che ci viene descritta. Ma certo la crudeltà e la spietatezza con la quale la GM l’ha fatta scomparire spedendo allo sfasciamacchine tutti gli esemplari esistenti non si può non vedere come una reazione di difesa. E’ stato quasi un riflesso animale questo con la quale la GM si è liberata di un aggeggio che avrebbe fatto concorrenza ai ben più profittevoli SUV.
Anche il cinquino elettrico di ASPO-Italia è un evento unusuale partorito, sembrerebbe, da un buco nero in particolari doglie esistenziali che l’ha scaraventato nell’universo a noi accessibile. Anche in questo caso, ho l’impressione che già esistano potenti forze gravitazionali che mirano a risucchiarlo e a farlo riscomparire entro il raggio di Schwartzschild.
E' un'impressione che ho avuto anche la settimana scorsa parlando di picco del petrolio a un gruppo di economisti e di funzionari della Commissione Europea. L’impressione era quella di orbitare intorno a un immenso corpo oscuro; immobile e inamovibile. Era l’assoluta ininfluenzabilità dei funzionari, che mi sono parsi quasi tutti bene al di là del raggio di Schwartzschild dell'intelletto. Qualunque cosa gli dici, scompare al di la dell’orizzonte degli eventi e non ritorna più fuori. Il buco nero è ininfluenzabile.
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Etichette: cinquino elettrico, zhubon
lunedì, novembre 12, 2007
L'alter ego del Diavoletto di Maxwell

[ringrazio i commentatori del Blog di Debora Billi http://petrolio.blogosfere.it/ : Claudio M. e Climber15 per il riferimento iniziale, e l' "input" finale di Lorenzo su Aspoblog. Siamo in tanti a percepire le stesse cose in parallelo, questo è un buon segno]
Franco Galvagno direttore del blog "ASPOItalia"
Il blog ASPO-Italia ha avuto un buon successo in poco più di un anno; cosa che oggi ci spinge a cercare di migliorare ancora. Finora, sono stato io a occuparmi un po' di tutto; soprattutto a scrivere i post, ma anche a editare i contributi, stimolare altri a scriverli, eccetera. A questo punto credo che ci sia bisogno di fare di più e credo di non potercela fare da solo.
Mi sono accorto, in effetti, che gestire un blog è un'impresa che ti assorbe in un modo impressionante. E' coinvolgente, da delle grandissime soddisfazioni, ma alla fine è troppo. Comincio a soffrire della sindrome dell'overblogging.
D'altra parte, avevo sempre pensato al blog di ASPO Italia come un blog collettivo, per cui forse è meglio per me che ora prenda un po' le distanze. Non che voglio smettere di pubblicare post, assolutamente no. Ma penso che se riduco un po' l'impegno a gestire il blog potrò scrivere cose migliori. Mi piacerebbe anche dedicare un po' di tempo a scrivere in Inglese per TOD (The Oil Drum). Questo, d'altra parte, potrà dare più spazio ad altre persone che potranno dare un contributo anche migliore del mio sul blog ASPO-Italia.
Così, da una discussione con i soci di ASPO-Italia, è venuto fuori che Franco Galvagno accettava volentieri l'impegno di gestire il blog; cosa che abbiamo deciso di fare. Quindi, da oggi Franco è il direttore "ufficiale" del blog. Non è che ci saranno cambiamenti radicali; le stesse persone che hanno scritto post finora continueranno a scriverli (almeno spero) e speriamo anche che ci siano nuovi autori che vogliano proporci il loro lavoro.
Se vi sembra di avere un buon contributo da pubblicare su ASPO-Italia, mandatelo a Franco Galvagno update(franco.galvagno.3@alice.it) che lo valuterà. Accettiamo contributi sulle tematiche della nostra associazione, ovvero problemi "strategici" di energia, materie prime e ambiente. Ci interessano post che riportano dati, fatti e notizie, piuttosto che pure opinioni. Ci interessano anche traduzioni dall'inglese di articoli interessanti, soprattutto da TOD. Alla fine dei conti, comunque, sono due i fattori che contano: la qualità scientifica e il valore informativo per il lettore. Se pubblicare o no, sarà deciso sulla base di questi due fattori. Nel caso sorgesse qualche controversia, dirimerà il comitato scientifico di ASPOItalia.
Mille grazie, quindi a Franco Galvagno, del quale ecco qui una breve bio:
Durante gli studi universitari di Chimica si orienta in particolare sulla chimica-fisica dei Materiali, sulle Risorse e sull'Ambiente. Dal 2001 al 2006 ha ricoperto i ruoli di garanzia qualità, gestione di laboratorio Chimico, trattamento dei reflui, sistemi di gestione ambientale. Attualmente si occupa in particolare di un progetto di ottimizzazione sulle materie prime, processi e prodotti (settore industriale: Gomma). Dal 2004 è iscritto a Matematica, dove segue seminari e ha la possibilità di tenere contatti con l'ambiente universitario.Tra gli interessi extra ci sono le lingue straniere e il cicloturismo. A inizio 2007 scopre ASPO e altri siti amici, che lo portano ad approfondire maggiormente le problematiche Energetiche e quelle connesse.
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sabato, novembre 10, 2007
Peak Oil... ciak, si gira

http://www.youtube.com/watch?v=wNZ-TpX7ceo
Forse sull'onda dei continui rincari del Crude Oil (si erano appena superati i 90 $ al barile) la televisione di Stato ha proposto questo servizio, sintetico ma a mio avviso molto ben fatto. Si parla di fenomeni economici e geopolitici come possibili cause dei rincari, ma si pone l'accento su quello che viene definito "dato di fondo preoccupante", quello che i Peakoilers conoscono bene, e che ha basi molto più "fisiche".
Alla fine c'è una breve intervista al prof. Ugo Bardi, presidente di ASPO Italia, in cui viene spiegato il Picco del Petrolio e vengono proposti stili di vita che riducono considerevolmente la dipendenza dalle Energie Fossili.
Non mi dilungo oltre per non anticipare completamente il video!
Aggiungo solo che mentre ASPO e altri gruppi di studio stanno facendo divulgazione di un certo spessore scientifico, alti dirigenti di compagnie petrolifere incolpano i cosidetti "ecocatastrofisti" di diffondere notizie false che sconvolgono i mercati. Su questo punto cercherò di essere un po' più preciso con un post dedicato; ora mi vengono in mente un paio di riflessioni...
1. Hubbert è stato deriso; il clima era di entusiasmo, il boom era sotto gli occhi di tutti, eppure aveva ragione
2. Hitler, nelle ultime settimane che hanno segnato la disfatta del suo esercito, ha voluto continuare una battaglia ormai persa. Le sofferenze della popolazione e dei soldati avrebbero potuto essere contenute, bastava arrendersi. Eppure...
Voglia di volare

Voglia di Volare
di Ugo Bardi, 9 Novembre 2007
www.aspoitalia.blogspot.it
ugo.bardi@unifi.it
Mi è venuto in mente in questi giorni che sono passati più di trent'anni da quando, nel 1976, facevo il primo viaggio nella mia vita su un jet che andava da Milano a New York. Non ho fatto conti precisi, ma credo di poter dire che da allora ho volato 200 o 300 volte e ho percorso sicuramente più di mezzo milione di chilometri, forse anche un milione. Quanto basta per andare dalla Terra alla Luna e ritorno.
Questo vuol dire che ho passato un buon mesetto della mia vita chiuso in un cilindro di alluminio pressurizzato, legato a un sedile duro e scomodo. I viaggi più lunghi che ho fatto sono durati anche 15 ore di fila, passate bevendo caffé schifoso, mangiando panini di plastica imbottiti di formaggio di gomma. Il tipo di viaggio che faccio di solito non prevede la business class se non occasionalmente; della prima classe, ovviamente, non se ne parla neanche.
Un altro mese di vita, o forse più, l'ho passato girellando per gli aereoporti: immensi luoghi che mi ricordano sempre la base lunare della fantascienza. Quando sono in aeroporto e mi capita di passare davanti a una finestra, mi aspetto sempre di vedere fuori i crateri e il cielo nero. Volendo, si può evitare di aggirarsi per ore con aria spettrale per corridoi, scale mobili e pedane semoventi rifugiandosi nei vari "club" delle linee aeree. Lì puoi bere caffè schifoso a volontà, guardare i programmi schifosi della TV e leggere gli articoli ancora più schifosi dei vari giornali. Personalmente, sebbene abbia guadagnato ampiamente i vari punti e privilegi che servono per accedere a questi club, di solito, preferisco aggirarmi con aria spettrale per i corridoi.
Di tutti questi viaggi, non mi sono mai capitate avventure particolari, a parte la noia delle attese, le dormite su poltrone scomodissime, la scortesia degli impiegati della sicurezza i quali, poveracci, se la devono ben rifare su qualcuno per essersi ritrovati incastrati a fare un mestiere stupido e mal pagato. Il massimo danno che ho subito è stato il mal di pancia in qualche volo un po' più turbolento. Peggiore è il danno che arriva dalla cancellazione del volo; quasi sempre per "motivi tecnici" che, nel caso della nostra compagnia "di bandiera", è spesso sospettosamente collegato a casi in cui avevi notato che c'erano pochi altri passeggeri ad aspettare quel volo. In caso di cancellazione, ti può spettare una lunghissima attesa ad aggirarti con aria spettrale per l'aeroporto. Oppure, ti può spettare un lunghissimo viaggio notturno in una corriera per la stessa destinazione che dovevi raggiungere in aereo. Altre volte, ti spetta ci una cena di robaccia scaldata in microonde e un letto con lenzuoli di plastica per aspettare il volo del giorno dopo. Il tutto è reso molto peggiore quando sei completamente sbalestrato dal cambio di fuso orario e dalla stanchezza di viaggi lunghissimi.
Però, vi dirò una cosa. Nonostante lo stress, la fatica fisica, il sonno da jet lag, l'eccesso di caffeina ritardi, cancellazioni, gente maleducata e tutto il resto, a me piace volare. Mi è sempre piaciuto, fin dalla prima volta.
Tutte le volte che l'aereo si alza, mi viene in mente la frase che disse Adolf Galland, comandante in capo della Luftwaffe tedesca, la prima volta che provò un aereo a reazione nel 1944: "sembrava che ci fossero gli angeli a spingere". Quando sei in volo, hai una sensazione di leggerezza e di completa sicurezza. Di quel quasi un milione di chilometri che ho viaggiato non vi posso raccontare il più minimo incidente meccanico. Nemmeno sugli aerei della Pan Am, compagnia sparita ormai da anni, che sembravano tenuti insieme dalla colla dei tappetini sul pavimento. Nemmeno su quelli dell'Alitalia che, misteriosamente, si guastano solo quando hanno pochi passeggeri.
Ma il bello di essere in aereo è il panorama. Va di moda fra i viaggiatori incalliti fare la scena di essere smagati; di preferire la poltrona vicina al corridoio, dove è più facile alzarsi per sgranchirsi le gambe. Ma per me no. Quando posso, scelgo sempre il posto col finestrino. I migliori sono quelli in coda, dove la vista non è impedita dall'ala dell'aereo. Alle volte si vedono soltanto nuvole, ma quando il cielo è chiaro, beh, è un po' come Google Earth, ma dal vero è tutta un'altra cosa.
Mi ricordo un temporale visto dall'alto sopra Milano, le nuvole al tramonto sopra Singapore. Mi ricordo un decollo dall'aeroporto di Newark con i grattacieli di Manhattan tutti illuminati che sfilavano come in un corteo. Le Alpi con in ghiacciai sono sempre uno spettacolo. Poi mi è capitato di passare sopra il Grand Canyon e sulle montagne deserte dell'Alaska. Le città dell'europa appaiono piccole come gioelli; perfettamente riconoscibili come se fossero disegnate sulla mappa. Mi ricordo la torre Eiffel di Parigi, piccola come uno stuzzicadenti piantato per terra; Venezia che sembra disegnata sul mare.
Eppure, negli ultimi tempi, tutte le volte che ho preso l'aereo ho sempre avuto l'impressione che fosse l'ultima volta. Non mi fraintendete; non ho presentimenti di morte. E' solo che, con tutta la buona volontà, non riesco a vedere come il trasporto aereo civile possa sopravvivere per più di qualche anno ancora.
Ogni volta che parto, mi viene in mente che l'aereo è carico di cherosene e che quel cherosene viene da petrolio che si è accumulato da antichi organismi del Giurassico che sono andati a morire su una spiaggia da qualche parte. Questo è successo svariate decine di milioni di anni fa e un altro Giurassico avrà bisogno di un po' di tempo per avvenire di nuovo. Nel frattempo prima o poi dovremo imparare a fare a meno del cherosene. C'è qualche modo per fare viaggiare gli arei senza cherosene?
Ahmé, no. Non c'è nessun modo pratico; non allo stesso prezzo, perlomeno. Certo, si possono immaginare varie soluzioni tecniche. L'idrogeno, per esempio; perché no? Nulla vieta di progettare aerei che vadano usando idrogeno liquido come carburante. Ma, attenzione, non per gli aerei di oggi. L'idrogeno liquido deve stare in un serbatoio criogenico e un serbatoio criogenico non può stare nelle ali, dove sta oggi il cherosene. Dovrebbe stare nella fusoliera, ma allora i passeggeri dove stanno? Dovremmo sostituire tutti gli aerei esistenti con nuovi aerei, ma questo avrebbe dei costi enormi. E l'idrogeno, di per se, costa molto più caro del cherosene a parità di energia fornita.
Lo stesso vale per altri carburanti. Possiamo fare liquidi che bruciano partendo dal carbone. Oppure possiamo fare biodiesel partendo dai cereali. In qualche modo, dovrebbe essere possibile alimentare gli aerei esistenti con questi carburanti. Ma a che prezzi? Chi potrà permettersi di pagarli? Mi risulta che c'è ancora gente che investe sulle compagnie aree, c'è chi sta costruendo nuovi aeroporti e cose del genere. A ognuno le sue scelte; personalmente mi è chiaro dove NON è decisamente il caso di mettere i miei risparmi.
In un certo senso, è anche bene che sia così. In fondo, il mio milione di chilometri me lo sono volato e, dopotutto, non mi fa particolare dispiacere se non mi capiterà più di trovarmi da qualche parte insieme a un altro centinaio di tizi che sono tutti volati laggiù in aereo per discutere su come risparmiare energia.
Da un altro punto di vista, però, non mi dispiacerebbe continuare a volare, anche se lo vorrei fare senza usare il petrolio. Un aereo fotovoltaico l'ho già visto su internet. E' un aggeggio carino, ma non il tipo di cosa che porta 300 passeggeri e il loro bagaglio alle Maldive. Forse potremmo ritornare ai dirigibili, possibilmente fotovoltaici. Sarebbe un bel viaggiare, soprattutto per chi, come me, ama guardare il paesaggio. Leggevo da qualche parte che i vecchi Zeppelin tedeschi viaggiavano talmente a bassa quota che i passeggeri potevano sentire i cani che abbiavano giù in basso. Se qualcuno tira fuori una cosa del genere, io mi prenoto!
Se volete approfondire l'argomento, potete dare un'occhiata a questo articolo recente su "The Oil Drum"
europe.theoildrum.com/
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venerdì, novembre 09, 2007
L'insostenibile pesantezza dell'agricoltura industriale

Se qualcuno è ancora convinto che l'agricoltura "moderna" è tecnologicamente superiore a quella di un secolo fa dovrebbe dare un'occhiata alla figura qui sopra (clicca per ingrandire).
Primo problema: la fossilizzazione
Non c'è che dire: le compagnie petrolifere sono riuscite a "fossilizzare" completamente l'agricoltura: ogni giorno, ogni abitante del mondo ricco consuma quasi 7000 kcal di combustibili fossili solo per la coltivazione e l'allevamento. Se consideriamo anche il costo energetico dell'intera filiera alimentare (altre 20000 kcal), scopriamo che per la nostra alimentazione quotidiana spendiamo circa un terzo del petrolio totale.
Agghiacciante. Quando si dice mangiare combustibili fossili...
Nel mondo del dopo picco, l'aumento del prezzo del petrolio inciderà notevolmente sulla filiera alimentare. Temo che le lamentele per l'aumento di 50 centesimi della pasta impallidiranno in confronto a ciò che ci aspetta...
Secondo problema. Il carnivorismo
La disponibilità media di cibo di un occidentale si aggira intorno alle 3400 kcal/giorno. Dal momento che nessuno ingurgita una simile quantità di cibo, ci rendiamo conto di quanto siano elevati gli sprechi del nostro sistema agro-industriale.
Lo spreco maggiore si registra nell'allevamento e consumo di prodotti animali. Se per ogni kcal di origine vegetale occorrono 0,6 kcal di combustibili fossili, ne occorrono ben 6,4 per ogni caloria di origine animale (carne, uova, latticini).
L'allevamento intensivo del bestiame usa solo in minima parte il foraggio dei pascoli, mentre consuma una grande quantità di vegetali adatti al consumo umano: ben 4500 kcal al giorno per ogni abitante del mondo ricco. Questi vegetali potrebbero nutrire suppergiù altri 2,5 miliardi di esseri umani.
Database FAO per i dati relativi ai flussi energetici del foraggio e del cibo
Mario Giampietro, Energy use in agriculture, Encyclopedia of life sciences, 2002, per gli input fossili in agricoltura
Heller e Keoelian, Life Cycle-Based Sustainability Indicators or Assessment of the U.S. Food System , Center for sustainable systems, University of MIchigan, 2000 per gli input fossili della filiera alimentare.
(Non illustro qui la metodologia che ho usato per i calcoli, perchè è piuttosto lunga;lo farò in un secondo tempo in un articolo apposito)
Etichette: agricoltura, petrolio
giovedì, novembre 08, 2007
Da Bruxelles: la UE si muove, finalmente?
Vi scrivo una breve nota da Bruxelles dove si é appena concluso il primo workshop HOP! (High Oil Prices), un progetto europeo dedicato a modellizzare l'effetto degli alti prezzi del petrolio sull'economia europea e sui trasporti in particolare. Credo che con questo progetto sia la prima volta che la commissione europea ammette che, forse, forse, c'é qualche problemino con il supply.
Nel complesso vi posso descrivere il progetto HOP come un lodevole tentativo fatto da persone serie e competenti. Purtroppo il contesto é quello che è; la commissione é un pachiderma che si muove con la lentezza tipica dei pachidermi. Prima che si smuovano; ci vuole un rinoceronte a spingerli; e che prema con il corno in qualche parte sensibile.
Qui; vi posso raccontare che hanno partecipato tre rappresentanti della commissione; uno aveva ben chiara la situazione; gli altri due erano completamente impervi. Degli altri partecipanti; gli economisti sotto i 40 sembra che stiano cominciando a capire come stanno le cose, ma non tutti neanche di quelli. Gli economisti un po' più anziani, sono completamente rimossi dalla realtà. Quando sento parlare un economista over-50 mi stupisco sempre di come gente che non sa nulla di tecnologia possa avere tanta fede nella capacità della tecnologia di risolvere tutti i problemi.
Degli interventi che ho sentito ce n'é uno che mi ha colpito e ve lo racconto rapidamente. E' stato ad opera del Dr: Schade del Frauhofer Institute of Technology (economista under 40) che ha sostenuto che gli alti prezzi del petrolio non sono un male, anzi sono un grande stimolo all'innovazione. Sapete una cosa? Credo che abbia ragione. Il periodo in cui viviamo é estremamente simolante; mi ricorda molto gli anni della grande crisi; fine 1970; inizio '80. Anche oggi, come allora, c'è una ventata di nuove idee stimolanti, sia di tecnologia come di interpretazione della crisi. Personalmente, se ripenso al periodo fra le due crisi, mi domando cosa diavolo facevo per non annoiarmi. Negli ultimi anni; invece, ho imparato più cose, credo, che in tutto il resto della mia vita. E quello che ho imparato ultimamente si ricollega alle cose che avevo imparato al tempo della prima crisi.
Insomma, le difficoltà ci stimolano, speriamo solo che non si esageri.
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martedì, novembre 06, 2007
ASPO-Italia sull'energia nucleare
(immagine da Ecooutlet)
L’ENERGIA NUCLEARE AL TEMPO DELLA CRISI DEL PETROLIO.
Un commento di ASPO-Italia; l'associazione che studia il picco del petrolio.
www.aspoitalia.net
Il ventesimo anniversario del referendum anti-nucleare in Italia è un'occasione per ripensare alla questione energetica in un contesto che, in questi anni, si è fatto urgente e drammatico. Il picco globale del petrolio è imminente e, secondo alcuni studi, potrebbe essere già avvenuto nel 2006. Indipendentemente dalla data del picco globale, il sistema economico italiano sta già reagendo negativamente agli aumenti di prezzi: negli ultimi tre anni i consumi petroliferi nazionali si sono ridotti del 15%. Questa riduzione è stata parzialmente compensata dall'aumento di consumi di gas naturale, ma anche il gas è soggetto allo stesso progressivo esaurimento che ha portato il petrolio a raggiungere il suo picco. Lo stesso vale per il carbobe. Si pone allora il problema di dare energia al "sistema italia" in un mondo in cui i combustibili fossili si stanno facendo sempre più rari e costosi. Per questa ragione, in molte sedi in Italia si sta parlando della possibilità di ritornare al nucleare; abbandonato vent’anni fa.
La nostra analisi sulla questione nucleare si basa sugli stessi concetti che hanno permesso di prevedere in largo anticipo l'attuale crisi del petrolio, ma che possiamo altrettanto bene applicare all’uranio. L’uranio è una risorsa esauribile come il petrolio e si tratta di valutare per quanto tempo le riserve potranno fornire combustibile per le attuali centrali e se sarà possibile incrementare la produzione di energia nucleare nel futuro. Questo approccio non vuole ignorare gli altri problemi che sono associati con l'energia nucleare, come quello strategico, quello della sicurezza, quello della gestione delle scorie, e altri. Vogliamo tuttavia portare l'attenzione su un problema di fondo, quello della disponibilità di uranio minerale, del quale si è parlato poco fino ad oggi.
In questo tipo di analisi, emerge che le risorse di uranio estraibile mondiali sono estremamente limitate. Si può stimare che le risorse di uranio note permetteranno di mantenere in attività l'attuale parco di centrali nucleari al massimo per qualche decennio. In queste condizioni, è impossibile che si riesca a espandere in modo significativo la produzione con le attuali riserve nell'ambito dell’attuale tecnologia delle centrali a fissione a uranio arricchito. E’ stato proposto più volte che la produzione di uranio minerale potrà aumentare nel futuro utilizzando risorse attualmente non considerate economicamente estraibili, ma ci sono dei forti limiti a questo approccio. Se è vero che l'uranio è un elemento abbondante nella crosta terrestre, è anche vero che di queste risorse teoriche solo una una minuscola parte è interessante come fonte di energia. L'estrazione della maggior parte di questo uranio richiederebbe più energia di quanta non se ne potrebbe poi ottenere utilizzandolo come combustibile per le centrali nucleari.
Già ora ci sono gravi difficoltà di approvvigionamento per mantenere in funzione l’attuale parco di centrali nucleari. Come è noto, al momento l’energia nucleare rappresenta circa il 7% dell'energia primaria mondiale, ma la produzione di uranio minerale è molto inferiore al consumo. La differenza (circa il 40%) è ottenuta dallo smantellamento di vecchie testate nucleari sovietiche che, ovviamente, possonoessere considerate come una risorsa ancora solo per pochi anni. Aumentare la produzione di uranio minerale ai livelli necessari per un soddisfare anche solo la presente domanda appare molto difficile, per non parlare dei giganteschi investimenti che sarebbbero necessari per espanderla.
Sulla base di questi concetti, una ripresa dell'energia nucleare si presenta come estremamente problematica, soprattutto in Italia dato che non disponiamo di risorse nazionali di uranio o comunque di sorgenti sicure in vista di possibili crisi geopolitiche future. Una centrale nucleare è un investimento a lungo termine: la sua durata di vita è di almeno trent'anni e il pareggio economico ne richiede una decina circa. E' difficile pensare che degli investitori vogliano rischiare le somme necessarie per costruire nuove centrali senza avere la garanzia che queste possano avere combustibile a disposizione per la loro durata di vita prevista o anche soltanto per il tempo necessario per un ritorno economico dell'investimento.
Di conseguenza, riteniamo che le nostre risorse saranno meglio utilizzate nello sviluppo dell'energia rinnovabile, allo stesso modo in cui si sta facendo in Germania e in altri paesi europei. Per illustrare la potenzialità di queste risorse, basterà ricordare che sul territorio nazionale cade ogni anno energia solare equivalente a 300 miliardi di barili di petrolio, ovvero circa 1000 volte il consumo di petrolio italiano. Questa energia, non è soggetta a esaurimento e nemmeno a problemi strategici e politici.
Nonostante la prospettiva di scarsità di uranio, tuttavia, riteniamo anche che l'opzione nucleare non debba essere rifiutata in blocco. Esistono prospettive di nuovi sviluppi tecnologici che potrebbero alleviare il problema e, nel futuro, aprire strade completamente nuove per la produzione di energia. E' anche possibile che, in una fase transitoria, nucleare e rinnovabili possano operare insieme con reciproco vantaggio nell'ambito del concetto della "smart grid" ("rete intelligente"). Infatti, la caratteristica di "base load" della produzione di energia nucleare si accoppia bene con la produzione giornaliera variabile dell'energia solare che segue approssimativamente la domanda di energia elettrica della rete. In questo senso, le rimanenti risorse di uranio planetarie possono essere viste come un mezzo per favorire una transizione dolce verso un'economia basata sulle rinnovabili.
In ogni caso, riteniamo che i problemi relativi all'energia non si possano risolvere su basi ideologiche: l’energia non è né di destra né di sinistra. Nella situazione di grave carenza energetica in cui siamo oggi e considerando anche i problemi climatici planetari, non possiamo permetterci di trascurare nessuna possibilità di produrre energia senza bruciare composti fossili del carbonio.
Per un approfondimento sulla disponibilità di uranio minerale, si veda lo studio dell'Energy Watch Group
http://www.lbst.de/index__e.html?http://www.lbst.de/publications/studies__e/2006EWG-uranium__e.html
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Etichette: energia nucleare
sabato, novembre 03, 2007
Fare di ogni erba un fascio: la discussione sui biocombustibili
Qualche settimana fa, in una discussione sul forum "Petrolio", i membri del forum sono stati accusati di "fare di ogni erba un fascio" espressione assai appropriata parlando di biocombustibili. In sostanza, ci è stato detto che non è giusto dir male sempre e comunque dei biocombustibili - è vero che sono poco efficienti in certe condizioni di coltivazione, ma c'è biocombustibile e biocombustibile e non bisognerebbe demonizzare tutto indiscriminatamente. Ne è nata una discussione dove Giulio De Simon, autore di un interessantissimo articolo sui biocombustibili, ha risposto alle critiche. Vi riporto qui la discussione senza commenti. A voi il giudizio
(nota: il nome dell'interlocutore di Giulio è riportato qui come "GV". Avevo chiesto il permesso di mettere il nome per esteso, ma non ho avuto una risposta esplicita, probabilmente il messaggio gli è sfuggito. Semmai "GV" legge questo post mi può dire se va bene mettere il suo nome completo.)
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GV ha scritto:
Cari amici di ASPO, è sin dalla nascita della mailing list e dalle prime conferenze che seguo con grande interesse i dibattiti in lista. Molto spesso rimango favorevolmente colpito dal tono costruttivo e intelligente dei post. Tuttavia sono davvero perplesso quando con cadenza regolare vi accanite contro i biocombustibili facendo di tutta l'erba un fascio. Proprio a Firenze si è ormai creato un gruppo di professori e professionisti, ingegneri e agronomi che sono fortemente impegnati nell'implementazione di modelli di produzione sostenibili.
In particolare mi riferisco ai progetti di coltivazione della Jatropha Curcas che stiamo portando avanti con successo in molti paesi. La Jatropha come forse qualcuno già saprà è un'arbusto che ha bisogno di relativamente poca acqua per crescere e iniziare a produrre frutti e ben si adatta a terreni semi-marginali.
Già nel sito dell'ASPO ho provato a dare avvio ad una discussione sull'argomento, ma se andate a verificare le risposte in merito sono davvero debolucce.
Vi porto l'esempio di un progetto che stiamo portando avanti in Senegal. Lo sponsor iniziale è un illuminato privato del Nord-Est che ha deciso di dare avvio con il nostro supporto ad una cooperativa per la coltivazione della Jatropha. Il modello impiegato è fortemente incentrato su pratiche di outfarming e prevede l'utilizzo di intercropping con ortaggi e altri cash crops. I prodotti della coltivazione della Jatropha sono: un fertilizzante organico che viene riutilizzato nelle pratiche agronomiche e l'olio di Jatropha. Quest'ultimo verrà utilizzato localmente per la produzione di energia poichè il Senegal sta attraversando un periodo di shortage nella fornitura di energia elettrica. Se il modello avrà successo, si potrà pensare ad uno scale-up del progetto che preveda la produzione di biodiesel per il mercato locale. Come infatti saprete il Senegal non possiede risorse petrolifere.
Credo che sarebbe molto più interessante per tutti noi se iniziaste a fare dei distinguo.
Saluti a tutti,
GV
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Caro G.,
Come in tutte le tecnologie energetiche, il primo conto da eseguirsi è quello termodinamico.
Per questo sono sufficienti solo tre dati: 1) la produttività in tonnellate secche di biomassa / (ettaro anno), 2) latitudine in cui si prevede di ottenere tale coltura, 3) potere calorifico superiore su massa secca della biomassa.
Ho cercato qua e là su internet i dati necessari e sotto trovate i conti (si prendano come valutazioni per ordini di grandezza). Ripeto le considerazioni fatte nel documento "Confronto fotovoltaico e biomassa" sul sito di Aspo
(http://www.aspoitalia.it/images/stories/desimon/desimonfvbiomasse.pdf):
da http://www.jatrophabiodiesel.org/bioDiesel.php?_divid=menu6 si trova che la produttività dell'olio di Jatropha Curcas in India è di 3000 kg / (ettaro anno)
da http://www.ecoworld.com/home/articles2.cfm?tid=325 l'insolazione in India è di 1600-2200 kWh/ (mq anno), assumiamo il valore medio di 1900 kWh/ (mq anno)
da http://www.jatropha.net/ seguendo il collegamento "Use of the oil" si trova il potere calorifico dell'olio di circa 40 MJ/kg
dal prodotto di potere calorifico per la produttività fornisce una produttività di energia immagazzinatata nell'olio di 120 000 MJ / (ettaro anno) = 3.3 kWh / (mq anno)
dal rapporto di questo con l'insolazione annuale si ottiene il rendimento da Sole a olio: 3.3 / 1900 = 0.18 %.
Questo è un valore in linea con quanto ricavabile solitamente dalle biomasse.
Manca da tener conto delle perdite energetiche per tutto il ciclo di coltivazione e, se usato come biodiesel, di quelle per raffinazione e del motore a combustione interna. Assumiamo molto ottimisticamente il 75% di perdite per arrivare alla ruota, si ottiene un rendimento complessivo di 0.18*0.25=0.045%.
Per confronto, il rendimento del fotovoltaico arriva, fin alla ruota, anche pessimisticamente al 5% con tecnologia attuale, più di cento volte meglio.
Si possono mettere numeri più precisi nei conti sopra, ma dubito si rivoluzionino i risultati.
Si conferma quindi che l'uso energetico delle biomasse è estremamente inefficiente, tale da richiedere vaste estensioni di terreno coltivabile per soddisfare l'unità di domanda di energia. Conseguenza: spingendosi quindi su questa via dello sfruttamento dell'energia solare, si entra in competizione con la coltivazione ad uso alimentare e, come sta accadendo, il prezzo degli alimenti aumenta (non solo per le speculazioni). Per muoverci in auto (e/o consumare elettricità), stentiamo a sfamarci.
Saluti, Giulio
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GV ha scritto:
Caro Giulio,
senz'altro un confronto sul piano termodinamico fra le due "tecnologie" è un uno strumento utile di valutazione. Tuttavia premiare una tecnologia piuttosto che un'altra unicamente attraverso un confronto sulle loro efficienze di conversione energetica mi sembra utile unicamente da un punto di vista teorico. Pur continuando a mantenere l'argomento ridotto ai minimi termini, vorrei infatti introdurre aggiungere almeno un altro parametro: il tempo.
Mi sembra che tutti quanti qui (chi + chi - ) possano essere convinti sul fatto che:
1) il modello di sviluppo del mondo "occidentalizzato/globalizzato..etc" sia insostenibile.
2) che al massimo entro 20 anni, prenderemo una bella musata. (Quanto grave?? Mi ricordo di aver letto anche dei numeri piuttosto macabri a proposito) e dunque è bene fare il massimo sforzo per diversificare al massimo le fonti di approvvigionamento energetico.
3) che se ordino oggi 10 MW di PV mi chiedono di ripassare tra qualche anno.
4) che mediamente un PV in un villaggio africano se lo possono permettere in 2: il capo villaggio e il prete e se lo possono permettere perchè glielo abbiamo portato noi. E probabilmente sarà per molto tempo così.
5) introdurre la coltivazione della Jatropha è veloce, semplice e economico.
Detto questo, vorrei porti una domanda: prendi una città a caso, per esempio Milano. Secondo te, i cittadini di Milano passeranno indenni dal PeakOil perchè hanno piazzato il loro bel pannello solare sui loro tetti grigi oppure perchè si sono messi a coltivare girasoli all'Idroscalo? Io credo che entrambe le soluzioni siano davvero poca cosa. Ma di fronte al carattere di estrema urgenza della questione, mi complimenterei con tutti e due i cittadini per la loro piccola azione, specchio molto probabilmente anche di una buona comprensione e di un atteggiamento diverso e costruttivo verso il problema energetico.
Per come la vedo io, quello che dovrebbe essere fatto da qui ai prossimi 20 anni è di cercare il più velocemente possibile di diversificare le fonti energetiche in modo da cercare di prendere la "musata" il meno forte possibile. Poi in seguito (ma ovviamente anche nel frattempo, ma senza disperdere troppe energie ) avremo tutto il tempo di ragionare su quale tra le rinnovabili sia effettivamente la migliore e quindi cercare di convergere su essa.
GV
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Gentile GV,
concordo pienamente sul fatto che sia necessarion tener conto anche del fattore tempo, poiché siamo ben lungi dal ragionare dal punto di vista dello stato stazionario.
Siamo ancora d'accordo quando dici la nostra situazione è insostenibile, ambientalmente già da oggi, economicamente tra poco.
Dobbiamo *tentare* di sostituire le fonti fossili con le altre (qualunque esse siano, meglio le rinnovabili) in ottica di diversificazione, e anche qui ci siamo, almeno per limitare i danni.
Per scegliere i pesi degli impegni economici su queste diverse tecnologie è fondamentale la quantificazione, ovvero discutere sui numeri. Senza ripetermi, invito a concentrare le critiche sul mio articolo sul sito ASPO che citavo.
La termodinamica viene prima dell'economia, poiché la prima è fisica con le sue inviolabili leggi, mentre la seconda può essere facilmente distorta, es. tramite l'incentivazione pubblica o altri fattori di mercato. Infatti la primissima attività che si fa nella valutazione e progettazione di un sistema energetico è il calcolo dei bilanci energetici, solo dopo di cui si parla di soldi. una volta nota la produttività di energia e i componenti d'impianto necessari. Se una tecnologia non sta in piedi termodinamicamente non lo potrà alla lunga nemmeno economicamente: all'estremo è ovviamente dannoso sfruttare una fonte/tecnologia che abbia rendimento nullo. Ora lo sfruttamento delle biomasse non ha rendimento nullo, ma molto vicino (<<1%) e il collo di bottiglia sta nella fotosintesi, ovvero il passaggio dall'energia solare (abbondantissima) al potere calorifico della biomassa (alla fine molto scarsa). Ciò causa il dover impiegare enormi superfici agricole per soddisfare l'unità di energia consumata.
Conseguenza è far aumentare i prezzi degli alimenti, problema già attuale, e (boomerang) a sua volta anche il prezzo della stessa energia prodotta da biomassa. Visti i numeri questa tendenza è ben lungi dall'essere transitoria, ma sarà sempre crescente. Teniamo conto che l'agricoltura, oltre a fornire il primo bene per eccellenza (gli alimenti), anche consuma un'enorme quantità di acqua (bene ancora prima necessario del cibo): l'agricoltura ne usa più del 60% del consumo totale.
Quindi meglio un utilizzo diretto dell'energia solare che non passi attraverso la fotosintesi: fotovoltaico, solare termico in tutte le sue forme.
Se guardiamo le questioni economiche in atto, ci accorgiamo che l'offerta di fotovoltaico non riesce a far fronte alla domanda e questo sta causando una fermata della discesa dei prezzi se non un aumento, oppure un ritardo nelle forniture (come hai evidenziato). Il collo di bottiglia in questo caso è la produzione di silicio, quindi una mancanza di infrastrutture, piuttosto che un problema fisico (il silicio è abbondantissimo). Ora molte aziende stanno costruendo nuovi impianti per la produzione di silicio e, secondo la stima di alcuni analisti, il collo di bottiglia dovrebbe spostarsi già nel 2009. Inoltre gli sforzi scientifici son attualmente indirizzati a ridurre i costi di produzione del silicio e a ridurne la quantità necessaria per kW.
Sono molto più fiducioso che la ricerca tecnologica riesca ad abbattere il costo del fotovoltaico (già energeticamente positivo), piuttosto che si riesca a centuplicare la resa delle biomasse tramite le biotecnologia.
Naturalmente ci sono altri problemi del fotovoltaico (non da ultimo quello della stabilità della rete elettrica e dell'accumulo a breve e stagionale dell'energia). Ma non vorrei dilungarmi troppo, rimando questi argomenti ad altri filoni di discussione.
Per quando riguarda l'Africa esistono moltissime applicazioni a bassa tecnologia che possono essere acquistati anche a basso costo: ad esempio le cucine solari a concentrazione, essiccatoi, ... Se lo scopo della Jatropha è produrre biodiesel, allora il problema non si sposta perché ancora gli africani dipendono dalla nostra tecnologia per acquistare i motori a combustione interna.
Se non ci muoviamo già da ora nella direzione giusta, tra pochi anni ci troveremo nella stessa situazione dell'Africa a non disporre della finanza (ora abbondante grazie soprattutto al petrolio) per acquistare e ancor prima produrre il fotovoltaico o le altre tecnologie per lo sfruttamento dell'energia solare.
Non vorrei fissarmi troppo: ci sono altre fonti energetiche su cui diversificare soprattutto in ottica transitoria. Sta di fatto che l'energia solare, se sfruttata in modo efficiente come ad esempio con il fotovoltaico, è in grado da sola e con un minimo impiego di superficie di soddisfare tutta la domanda mondiale di energia. L'impiego delle biomasse invece, se sfruttate in modo estensivo come qualcuno vorrebbe, causeranno in brevissimo tempo gravi danni sia economici che ambientali. Esse hanno senso solo se intese come scarti provenienti da altre attività produttive, il cui costo economico e ambientale per la sua produzione è stato già sostenuto per il bene primario.
ciao, Giulio
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venerdì, novembre 02, 2007
Lettera Aperta all'Onorevole Silvio Berlusconi
Leonardo Libero, direttore di "Energia dal Sole" ci invia questo messaggio e il documento allegato. Merita di essere letto per rendersi conto dello squallore in cui questo povero paese è ridotto.
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Gentili amici,
l’onorevole Silvio Berlusconi ha firmato la presentazione di un libro di Franco Battaglia dal titolo "L'illusione dell'energia dal Sole" e lo ha fatto molti mesi prima (febbraio) che il libro uscisse (ottobre); quindi, devo presumere, senza averlo letto finito nè aver sentito altre opinioni oltre a quelle dell'autore. Il libro è per ora sconosciuto ai librai e non è quindi, per ora, pericoloso in sé. Ma non si può ignorare l’importanza che ha avuto, che ha e che probabilmente ancora avrà “il Cavaliere” nel quadro della politica italiana. Perciò non ho potuto fare a meno di scrivergli la "lettera aperta" che vi anticipo, che pubblicherò sulla mia rivista "Energia dal Sole" e cercherò di diffondere il più possibile; essendo ovvio che dall'accusa di “illudere” il prossimo – rivolta in quel testo a tutti noi che l’energia solare sosteniamo – sia doveroso difendersi.
Vi ringrazio dell'attenzione e Vi porgo cordiali saluti.
Leonardo Libero
direttore di Energia dal Sole
Il documento è disponibile in formato pdf
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Valutazione della capacità portante in una società agraria post-industriale
da The Oil Drum: Europe di "WisdomfromPakistan" veicolato da Euan Mearns
Traduzione di Antonio Tozzi

Valutazione della capacità portante (carrying capacity) in una società agraria post-industriale
Posted by Euan Mearns on November 1, 2007 - 10:00am in The Oil Drum: Europe
Questo è un guest post da parte di WisdomfromPakistan. Wisdom è un ingegnere informatico che vive e lavora a Karachi, una colta città di circa 20 milioni di persone. Wisdom ha condotto una sua ricerca sulle necessità nutrizionali e sulla capacità portante (carrying capacity) della Terra che vorrebbe condividere con i lettori di The Oil Drum.
Con l'approssimarsi del picco del petrolio, seguito a breve dal picco del gas ed infine del picco dell'energia, dovremo ritornare all'agricoltura come alla fonte primaria di energia per la società. L'agricoltura post-picco sarà radicalmente diversa da quella moderna. L'agricoltura odierna è una consumatrice di energia piuttosto che una produttrice. Nei paesi sviluppati occorrono l'equivalente di dieci calorie di energia da combustibili fossili introdotti in fattoria sotto forma di fertilizzanti, pesticidi e carburante per il trasporto per ottenere una caloria sotto forma di cibo (vedi anche qui e qui).
Parte di questo dispendio può essere ridotto mediante la localizzazione, che taglia in maniera considerevole le spese del carburante per il trasporto, ma altre spese, come quelle per fertilizzanti e pesticidi, non si possono ridurre senza subire una considerevole riduzione della produzione di cibo. Un'analisi dettagliata della situazione, di come siamo arrivati a questo e una valutazione della produttività agricola pre-industriale, si rende dunque necessaria.
Fino al 1950 l'agricoltura mondiale è stata condotta per lo più su base organica, senza spargere prodotti chimici artificiali nel suolo. Dopo la seconda guerra mondiale si fecero sforzi per riconvertire la gran massa di sostanze chimiche prodotte per scopi militari in prodotti per l'agricoltura. Nel 1960, con l'avvento della rivoluzione verde, l'agricoltura modiale compì una lenta transizione verso un regime basato sui fertilizzanti artificiali. Come risultato, la produzione di cibo aumentò mediamente di 2,5 volte. Questo incremento di produttività proviene da un più alto assorbimento di azoto, coltivazioni selettive e un alto rapporto fra massa della parte commestibile della pianta rispetto alla massa totale.
Maggiore assorbimento di azoto significa maggiore consumo di acqua. Quest'ultimo è stato consentito dalla costruzione intensiva di bacini e opere di canalizzazione allo scopo di raccogliere sufficiente acqua in inverno da consentire due raccolti all'anno.
Un più alto rapporto fra massa della parte commestibile della pianta rispetto alla massa totale significa disporre di minore residuo dal raccolto da destinare alla nutrizione degli animali, dal momento che una maggiore percentuale della pianta è utilizzata per alimentare le persone.
Coltivazioni selettive
Coltivazioni selettive vuol dire far crescere soltanto varietà ad alto rendimento. Ciò riduce la resistenza contro i parassiti, dal momento che grandi estensioni di terreno coltivate con la stessa varietà sono facile bersaglio per i parassiti. Per compensare questo inconveniente si ricorre a una gran quantità di pesticidi. Per esempio, in Cina, nel 1949, si coltivavano circa 10000 varietà differenti di riso. Nel 1970 queste si sono ridotte a 1000 e nel 2002 a 300. Inoltre, le 14 varietà più utilizzate occupano più del 40% della superficie totale attualmente coltivata a grano. L'India aveva 30000 tipi differenti di grano. Ora il 90% della superficie coltivata a grano è coperta da 10 varietà altamente produttive ("Saving Crop Diversity Key to Winning War On Hunger", Reuters, 7/3/01). Di 700 specie addomesticate dall'uomo, quelle che forniscono il 90% del cibo al mondo sono soltanto 30. (FAO, "The State of the World's Plant Genetic Resource for Food and Agriculture", Rome, 1997, p 14).
Come sempre accade, l'efficienza è stata ottenuta a spese della resilienza, dal momento che le specie meno produttive ma più resistenti alle avversità sono state estromesse dal sistema agricolo.
La produzione mondiale media di grano era 1000 kg per ettaro all'anno nel 1950. Dal 1970 è stata spinta fino a 5000 kg per ettaro all'anno nel sud dell'Asia e 10000 kg per ettaro all'anno in Europa e Stati Uniti. E' una delle ragioni per le quali il mondo è stato capace di compensare il rapido incremento della popolazione. Nel 1950 la popolazione mondiale era circa 3 miliardi, adesso è più che raddoppiata, ma la superficie agricola è rimasta all'incirca la stessa. Inoltre la dieta mondiale è passata da una base principalmente vegetariana ad una più basata sul consumo di carne. Attualmente la rivoluzione verde non è più capace di garantire un ulteriore aumento di produttività, mentre la popolazione mondiale continua a crescere. Non c'è più terra agricola inutilizzata disponibile. Di conseguenza la produzione agricola pro capite ha cominciato a diminuire.
Fabbisogno energetico e dieta bilanciata
Il bisogno primario dell'uomo è il cibo. Abbiamo bisogno del cibo per le nostre funzioni vitali, per riprodurci, per lavorare e divertirci. L'unità di energia utilizzata dai dietologi è la Caloria (o kilocaloria), cioè, 4200 joule di energia, abbastanza per innalzare la temperatura di un kg di acqua di 1°C.
L'energia di cui ha bisogno un adulto tipico è 2500 Calorie al giorno. Per i bambini e gli anziani ne occorrono meno, per cui, in media, occorrono 2000 Calorie a testa al giorno. Il calcolo si può fare qui
Le calorie introdotte mediante il cibo devono provenire per il 55%-60% da carboidrati, 12%-15% da proteine e 33%-25% grassi. Gli intervalli di variazione suddetti si basano sulle differenze di clima, cultura e preferenze personali. Per i nostri calcoli prendiamo i valori più raccomandati, cioè 60% dai carboidrati, 12% dalle proteine e 28% dai grassi. Si tenga presente che questo è un tentativo di riassumere dati molto complessi e variabili in una forma comprensibile. Ci sono centinaia se non migliaia di cibi disponibili per uso umano, la scelta dipende molto dalla religione, dalla cultura, dal clima, dalle preferenze personali e via dicendo. La produttività di cibo varia molto a seconda della posizione geografica..
Uno schema di dieta bilanciata :
Kg / anno
Grano e cereali 100
Latte 100
Frutta 100
Verdura 25
Carne (capra, cavallo, pecora) 25
Olio 12.5
Zucchero 12.5
Frutta secca / uova 12.5
Spezie 12.5
Produzione media mondiale di cibo in kg per ettaro all'anno prima della rivoluzione verde:
kg per ettaro all'anno
Grano e cereali 1000
Frutta e Verdura 2000
Latte 500
Carne (capra, cammello, cavallo) 125
Carne (pesce, pollo) 250
Olio 500
Zucchero 500
Frutta secca / uova 500
Spezie 500
Superficie agricola necessaria per persona in mq:
mq per persona
Grano e cereali 1000
Frutta e Verdura 500
Olio 250
Zucchero 250
Frutta secca / uova 250
Spezie 250
Pascolo 1000
Cotone, tè, caffè, lana ecc. 500
Note:
• La produzione di uova è stimata essere almeno doppia rispetto alla carne di pollo. Questo grazie all'energia che si risparmia con l'utilizzo diretto delle uova nell'alimentazione umana, energia che altrimenti sarebbe utilizzata dal pollo durante la sua vita. Il pollo infatti deve crescere, dopo la schiusa dell'uovo, e guadagnare peso fino all'età di alcune settimane prima di poter essere macellato.
• La terra necessaria per le verdure è così poca (25/ 800 * 4000 = 125 mq) che si può far crescere accanto al grano, o cereali. E' il metodo tradizionale cinese di coltivare verdure insieme al riso. In ogni caso ovunque si coltivino grano, o cereali, occorre sempre affiancare una coltura azoto-fissante allo scopo di preservare la fertilità del suolo.
• Mille metri quadri di pascolo forniscono 200 kg di foraggio all'anno. La quantità di foraggio necessaria per il latte e la carne è 400 kg. Questo perché occorrono 2 kg di foraggio per avere 1 kg di latte e 8 kg di foraggio per 1 kg di carne di capra, cammello o cavallo. I rimanenti 200 kg di foraggio provengono dagli scarti di coltivazione, foglie, ecc. dal grano, o cereali, frutta e verdura. 100 kg di grano, o cereali, forniscono160 kg di foraggio, 100 kg di frutta ne danno 200 kg, da 50 kg di varia origine (olio, zucchero, spezie e frutta secca) si ottengono 80 kg di foraggio. Assumendo che il potere calorico residuo sia la metà nel momento in cui viene consumato dagli animali tutto ciò equivale complessivamente a 200 kg di foraggio.
Una ripartizione semplificata della terra è la seguente:
Coltivazione di grano o cereali 1000 mq a persona
Pascolo (coltivazione di foraggio) 1000 mq a persona
Frutteto 500 mq a persona
Coltivazione di tè, cotone, lana 500 mq a persona
Olio 250 mq a persona
Zucchero (miele o canna) 250 mq a persona
Frutta secca 250 mq a persona
Spezie 250 mq a persona
Acqua
L'acqua è un altro fattore importante per la produttività agricola. Una terra ricca di materiale organico e minerali non serve a niente senza una fonte d'acqua. La fonte d'acqua primaria è la pioggia che cade direttamente sulla terra. Si usano anche fonti secondarie per incrementare la produttività. Infine le fonti terziarie, come i pozzi, che riciclano, almeno in parte, l'acqua già utilizzata nella fattoria.
600 mm di pioggia su un ettaro significano 1000 tonnellate d'acqua. Per una coltura estiva, per lo meno dalle mie parti, l'80% della pioggia cade durante il monsone, proprio quando la pianta ne ha bisogno. Così sono sufficienti 2000 metri cubi d'acqua direttamente dalla pioggia per coltivare il cibo necessario per persona per ettaro usando queste quantità d'acqua richieste (vedi anche qui), assumendo una perdita d'acqua del 20% per via dell'evaporazione e l'assorbimento da parte del suolo prima che essa sia utilizzata dalle piante. Il calcolo include l'acqua che occorre per le necessità medie mondiali di 3,5 kg di cotone, 1,1 kg caffè e 0,5 kg di tè pro capite all'anno.
Se si fa uso di canali, sono disponibili ulteriori 2000 metri cubi d'acqua (considerando una perdita del 33% tra il bacino e la fattoria a causa dell'assorbimento da parte del suolo, dell'evaporazione, ecc.) per ettaro, per manternere 5 persone per ettaro.
Capacità portante (carrying capacity)
Proviamo a stimare la capacità portante mondiale sulla base della dietà di cui sopra. L'area agricola del mondo è 150 milioni kmq, cioè circa 15 miliardi di ettari. iil 10% di essa può essere coltivata a grano. Il 10% a pascolo e un altro 20% come foreste per allevarci animali In tutto 6 miliardi di ettari sono utilizzabili per la produzione di cibo.
Questi 6 miliardi di ettari possono produrre cibo per un totale di 15 miliardi di persone in maniera sostenibile, ammesso che:
1) Non ci siano altre specie a parte gli esseri umani.
2) La popolazione umana sia distribuita in modo tale che più persone vivano dove c'è più terra arabile.
Fra 4 milioni di specie di piante e animali esistenti oggi, noi siamo soltanto una delle tante specie: ci sono molte specie di animali, inclusi uccelli e insetti, delle quali non possiamo fare a meno per la nostra esistenza. Per esempio, alcuni di essi ne mangiano altri in modo tale da contenere il loro numero. Altri, come le api del miele sono necessari per l'impollinazione senza la quale la produzione di cibo sarebbe molto bassa e così via.
La popolazione umana non è distribuita in funzione della terra arabile. In Australia e Canada 20 milioni di persone vivono in 9 milioni di kmq, circa 2,5 persone per kmq. Nel sub-continente indiano almeno 1,2 miliardi di persone vivono in appena 4 milioni di kmq, 300 persone per kmq. Così, in alcuni luoghi c'è molto meno terra arabile per persona che in altri.
Oggi, di tutto il cibo prodotto sul pianeta, gli esseri umani consumano il 40%. Ciò conferma che la capacità totale del pianeta è di 15 miliardi di persone (o una massa equivalente di altre specie di animali, insetti, uccelli).
Assumendo che possiamo utilizzare in maniera sostenibile il 40% della produzione di cibo mondiale per noi stessi, lasciando il resto a tutte le altre specie, possiamo avere cibo per 6 miliardi di persone su questo pianeta, nel caso di una popolazione equamente distribuita. Dal momento che così non è, la sostenibilità a lungo termine della popolazione umana su questo pianeta va da i 2 ai 4 miliardi. Prendendo la media, 3 miliardi, questa è più o meno la popolazione del mondo alla fine della seconda guerra mondiale.
Come incrementare la produttività
Se si potessero riciclare gli scarti agricoli in modo più efficiente, in modo da conservare la gran parte del loro potere calorico, la necessità dei pascoli verrebbe eliminata, risparmiando 1000 mq. Inoltre, utilizzando più riso che grano si può risparmiare ulteriore superficie, dato che la produttività del riso è tipicamente tre volte quella del grano, senza danneggiare il suolo. Questi due accorgimenti, insieme, possono ridurre la terra necessaria pro capite a 2000 mq.
Se si possono coltivare due scpecie di piante anziché una, utilizzando l'acqua in eccesso dai canali e sotterranea, la produttività può essere raddoppiata.
Nelle terre più fertili, dove la resa delle coltivazioni è doppia rispetto alla media mondiale pre-industriale, basterebbe metà della terra pro capite. Globalmente, però, la maggiore produttività delle terre più fertili corrisponde ad una minore produttività in quelle meno fertili. "La magia dei grandi numeri". Così questa non è una soluzione su larga scala.
In breve la necessità di superficie pro capite può fluttuare tra 1,6 ettari del epoca feudale nell'Europa centrale (dove metà della terra era tenuta incolta e l'altra metà rendeva metà della media mondiale) a 1000 mq nelle culture vegetariane, basate sul riso. Per il mondo nel suo complesso si può prudentemente assumere 0,4 ettari a persona.
Conclusioni
Nella dettagliata discussione di cui sopra abbiamo stabilito che per la dieta media di lungo termine pre-industriale, occorrono 0,4 ettari pro capite di terra arabile. Inoltre abbiamo visto che usando il 40% di tutto il cibo prodotto al mondo (attualmente consumato da 4 milioni di specie di piante e animali) si possono sostenere 6 miliardi di persone sulla Terra. Dal momento che la popolazione umana non è distribuita secondo la disponibilità di terra arabile, in realtà, possono essere sostenuti solo tra i 2 e i 4 miliardi di persone. Una stima ragionevole è 3 miliardi, pari alla popolazione dell'umanità al termine della seconda guerra mondiale e prima della rivoluzione verde.
Cosa accadrà alla popolazione in eccesso è materia di pura speculazione. Visto che i combustibili fossili non scompariranno in un giorno ci si può attendere un graduale declino della popolazione o subito dopo il picco dell'energia o dopo un certo tempo.
Anche come avverà il calo della popolazione è materia di mera speculazione. In un mondo più povero ci si possono attendere tassi di natalità più elevati, come si osserva nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli sviluppati. Così è plausibile che il declino sia causato da un peggioramento dello stato di salute, con una conseguente riduzione nell'aspettativa di vita e un incremento della mortalità infantile.
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giovedì, novembre 01, 2007
Morto il pilota della bomba di Hiroshima

Arriva oggi la notizia della morte, giovedi' scorso, di Paul Tibbets, il pilota dell'aereo che nel 1945 sganciò la bomba atomica su Hiroshima.
Tibbets non può vantarsi di essere stato il più grande sterminatore della storia. Ma, sicuramente, la bomba sganciata dal bombardiere "Enola Gay" è stato un record di rapidità che ha sterminato 80.000 persone in pochi secondi e altre 60.000 entro qualche anno.
Tibbets ha dichiarato più volte di "non avere rimpianti" per quello che aveva fatto; che "aveva sonni tranquilli" e anche che "lo rifarebbe se si ripresentassero le stesse circostanze".
Quello che colpisce della figura di Tibbets non è tanto il fatto che abbia premuto il fatidico bottone che sganciò la bomba nel Luglio del 1945. Obbediva agli ordini, si era in piena guerra e, probabilmente, non sapeva nemmeno lui esattamente quali sarebbero state le conseguenze di quello che stava facendo. Colpisce però che nei 60 anni che seguirono non abbia trovato il modo di esprimere, non diciamo qualche tipo di pentimento o di ripensamento, ma perlomeno una parola di simpatia umana nei riguardi delle sue vittime. La sua biografia non è né quella di un eroe di guerra, ne quella di un grande malvagio. Sembra piuttosto la biografia di un impiegato di un'azienda di derattizazione. Come qualcuno ha commentato a proposito di questo post; è la banalità del male.
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U.S. pilot who dropped Hiroshima bomb dies: report
Thu Nov 1, 2007 12:49pm EDT
CHICAGO (Reuters) - Paul Tibbets, the pilot of the U.S. bomber that dropped the first atomic bomb on Japan on August 6, 1945, died on Thursday at age 92, a newspaper reported.
Tibbets, who died at his home in Columbus, Ohio, had suffered strokes and was ill from heart failure, the Columbus Dispatch said in its online edition.
An experienced pilot who had flown some of the first bombing missions over Germany during World War Two, Tibbets was a 30-year-old colonel commanding the Enola Gay, a B-29 Superfortress bomber named for his mother.
After a six-hour flight to Japan, Tibbets' crew dropped the bomb, code-named "Little Boy," over Hiroshima at 8:15 a.m.
"If Dante had been with us on the plane, he would have been terrified," Tibbets said later. "The city we had seen so clearly in the sunlight a few minutes before was now an ugly smudge. It had completely disappeared under this awful blanket of smoke and fire."
The bomb instantly killed about 78,000 people. By the end of 1945, the number of dead had reached about 140,000 out of an estimated population of 350,000.
Three days later the United States dropped an atomic bomb nicknamed "Fat Man" on Nagasaki. Japan surrendered on August 15, 1945, bringing World War Two to an end.
Tibbets said in interviews he did not regret the decision to drop the bomb.
He became a brigadier general before leaving the military in 1966. Later he was president of Executive Jet Aviation, a Columbus-based international air-taxi service, the newspaper said.
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Il colpo di grazia ai biofuels
In un articolo apparso su Atmospheric Chemistry and Physics Discussion, afferma che le emissioni di CO2 da combustibili fossili risparmiate usando i biocombustibili sono ampiamente compensate dalle emissioni di N2O.
Come è noto, l'ossido di diazoto è un potentissimo gas serra con un GWP pari a 296: una sola molecola di N2O fa il lavoro di 296 molecole di CO2! Effettuando un budget globale dell'azoto, Crutzen stabilisce che la formazione di N2O dai fertilizzanti azotati di sintesi è assai più alta di quanto stimato finora: dal 3% al 5% dell'azoto immesso nei campi viene rilasciato in atmosfera. Dal momento che l'emissone diretta è stimata intorno all'1%, il resto dovrebbe essere dovuto a emissione indiretta dalle superfici di fiumi, estuari e zone costiere, all'allevamento degli animali e a deposizione atmosferica di ammoniaca e NOx.
Con questi maggiori valori di emissione, i biofuel sono tutti bocciati (tranne uno) all'esame del global warming. Per ogni tonnellata di CO2 fossile risparmiata le sole emissioni di N2O (in termini di CO2 equivalente) sono ad esempio da 1 a 1,7 t per la colza da biodiesel e da 0,9 a 1,5 t per il mais da bioetanolo.
Le cose non vanno meglio con le biomasse residue (i tanto acclamati biofuel di seconda generazione): da 1,5 a 2,4 t per le foglie di barbabietola, da 0,9 a 1,6 t per le radici e da 0,9 a 2,6 t per i foraggi.
L'analisi di Crutzen prende in esame solo le emissioni di N2O e non tutte le altre emissioni nell'intero ciclo di lavorazione delle biomasse (produzione del fertilizzante, pesticidi, gasolio per i trattori, energia elettrica...). L'analisi non tiene conto però nemmeno dei sottoprodotti utili ottenuti nella produzione di biocombustibile. Secondo l'autore, questi due aspetti potrebbero compensarsi; per deterinarlo con precisione, occorrerebbe però fare un LCA completo
L'Unione Europea sta sostenendo, anche finanziariamente, l'introduzione di colture di colza per il biodiesel; sarà un caso, ma questa primavera, attraversando la regione della Champagne, in Francia ho visto più campi di colza che vigneti...
In questo modo, l'UE non si rende quindi conto di finanziare l'effetto serra: + 70% rispetto al petrolio!
Etichette: biofuel
A proposito di Hubbert
Un commento di Antonio Tozzi
antonio.tozzi@yahoo.com
"Non importa quanto è "costato" in termini assoluti produrre, ciò che rileva è se il costo sostenuto sia inferiore alla disponibilità a pagare dei consumatori, in tal caso esisterà un mercato e avverrà lo scambio, e il prezzo sostenuto sarà il "valore"dell'oggetto di scambio".
E' la teoria marginalista del valore. Sembrerà strano ma è scienza.
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