domenica, agosto 31, 2008
Teologia del riscaldamento globale
Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, Masaccio.
Molta dell'opposizione al concetto che il riscaldamento globale sia causato dall'uomo è di origine politica e fa capo a quei gruppi economici che sarebbero danneggiati dai provvedimenti per ridurre il problema. In generale, questo tipo di opposizione si esprime attraverso considerazioni apparentemente scientifiche che cercano in qualche modo di smontare il quadro della situazione così come è sostenuto dalla stragrande maggioranza dei climatologi. Molte di queste considerazioni "scientifiche" non si rivelano tali a un esame approfondito, ma piuttosto combinazioni di bugie, verità parziali e offuscamento dei dati. Ma, comunque sia, vengono presentate come se lo fossero.Esiste, tuttavia, un'opposizione che non ha nessuna pretesa di avere un fondamento scientifico; ovvero che il riscaldamento globale causato dall'uomo semplicemente non può esistere in quanto in contraddizione con la legge divina. Fra i vari esempi, uno recente è questo rapporto sul dibattito sul riscaldamento globale al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione del 2008:
Dal Resto del Carlino, mercoledì 27 agosto (pg. 29)
A RIMINI SCIENZIATI FUORI DAL CORO
Uomo, sei troppo piccolo per distruggere il mondo
Il Meeting contro il catastrofismo ambientale
dall'inviato MASSIMO PANDOLFI
- RIMINI -
L' UOMO non è Dio. Ci si può mettere tutto l'impegno che si vuole, ma
il pianeta non l'abbiamo fatto noi. E neanche lo possiamo
distruggere. Il Meeting di Comunione e Liberazione smonta, con
numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti, il catastrofismo
ambientale che va tanto di moda in questi anni.
Queste prime righe espongono un concetto che possiamo riassumere come: "Solo Dio poteva creare il mondo, solo Dio può distruggerlo". Questa posizione non la si trova soltanto in questo rapporto di Pandolfi, ma è abbastanza tipica di un certo atteggiamento a volte politico e a volte religioso. In certi ambienti della destra fondamentalista americana, per esempio, si considera blasfemo sostenere che il petrolio è una risorsa finita; sarebbe come porre limiti all'onnipotenza divina. Portato all'estremo, il concetto dice che non ci sarà tempo per l'uomo per far danni al pianeta o esaurire le risorse: l'apocalisse (o quello che alcuni chiamano "rapture") arriverà prima.
Partendo da questa posizione preconcetta, non c'è poi troppo da stupirsi che si riescano a trovare "numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti" contro il "catastrofismo ambientale", pescandoli più o meno a caso dal grande calderone che è il negazionismo. Non varrebbe la pena mettersi a smontare riga per riga il pietoso articolo di Massimo Pandolfi (lo trovate in fondo) pieno di errori, inesattezze e assurdità. Oltretutto, credo non sia nemmeno fedele a quello che è stato veramente detto al meeting e alla mostra "atmosphera" al meeting di CL che, dalla descrizione che ne viene data, poteva anche essere una cosa seria.
Piuttosto, si tratta di confrontarsi con la posizione teologica sul riscaldamento globale. Se uno è convinto che Dio non permetterà all'uomo di surriscaldare il pianeta, non c'è nessuna argomentazione scientifica che potrà convincerlo del contrario. Ma è vero questo? O non è piuttosto questa una forma di pseudo-teologia, proprio come il negazionismo è una forma di pseudo-scienza?
Non pretendo di mettermi a fare il teologo, non è il mio mestiere. Mi limito pertanto a riportare qui la visione di alcuni che ne sanno certamente più di me e, altrettanto certamente, più di quelli che hanno ispirato Massimo Pandolfi nel suo rapporto dal meeting di CL.
Cominciamo col dire che la Chiesa Cattolica non ha preso una posizione sulla questione del cambiamento climatico. Per ora, si è limitata a delle discussioni dove è stato dato spazio anche a negazionisti di basso livello, come Zichichi. Tuttavia, è chiarissimo che la Chiesa NON avalla la teoria che l'uomo non può danneggiare il pianeta per ragioni teologiche, e nemmeno potrebbe farlo perché sarebbe una totale assurdità. Vediamo, per esempio, questi stralci dal testo del Cardinale Martino al convegno sui cambiamenti climatici organizzato nel 2007 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che possiamo prendere come rappresentativi dell'atteggiamento della Chiesa cattolica.
... a conclusione di questa mia breve introduzione, permettetemi di condividere con voi la lezione, molto pertinente e istruttiva, che ci viene dai primi capitoli della Bibbia dove si parla della creazione e del rapporto che deve avere l’uomo, con le sue molteplici attività con il creato. Nel disegno del Creatore, infatti, le realtà create, buone in se stesse, esistono in funzione dell’uomo. Creandolo a sua immagine e somiglianza, Egli vuole che “domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26). Lo stupore davanti al mistero della grandezza dell’uomo fa esclamare il salmista: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato; gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8,5-7).
Il dominio dell’uomo sul creato, tuttavia, non deve essere un dominio dispotico e dissennato; al contrario, egli deve “coltivare e custodire” i beni creati da Dio. Beni che l’uomo ha ricevuti come un dono prezioso, posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. La proibizione di mangiare “dell'albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,17) ricorda all’uomo che egli ha ricevuto tutto come dono gratuito e che continua ad essere una creatura, e non sarà mai il Creatore. Il peccato dei nostri padri fu provocato proprio da questa tentazione: “diventereste come Dio” (Gen 3,5). Adamo ed Eva vollero avere il dominio assoluto su tutte le cose, senza sottomettersi alla volontà del Creatore. Da allora l’uomo dovrà trarre il cibo dal suolo con dolore e con il sudore del suo volto mangiare il pane (Gen 3,17-19). Coltivare per sviluppare l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini: questa è la grande sfida che abbiamo di fronte anche riflettendo sui cambiamenti climatici.
Quella di Martino è una posizione molto cauta e conservativa, ma in sostanza, il concetto che ci viene dalla Genesi è chiaro. Il paradiso terrestre fu dato ad Adamo ed Eva perché lo coltivassero e lo custodissero; non era una specie di Club Med dove tutto era gratis e non c'era da preoccuparsi di niente. L'uomo ha una responsabilità nei riguardi della creazione; fallire in questa responsabilità vuol dire, come minimo, essere cacciati via con una spada fiammeggiante.
Una posizione più specifica è espressa con grande chiarezza dal Vescovo Uhl di Friburgo, sempre nello stesso meeting, del quale riporto qualche stralcio tradotto (testo completo, in fondo).
La protezione del clima mondiale è una questione di giustiza. Ogni essere umano ha il diritto di vivere e di vivere bene. Per esercitare questo diritto, gli esseri umani hanno bisogno della loro parte di aria pura, acqua pulita, un posto dove vivere, un lavoro, un giusto compenso per il loro lavoro e sufficiente energia. Senza queste risorse di base che vengono dalla Terra, che sono necessarie per la vita, nessuno può beneficiare di altri diritti umani. A che serve la dignità all'essere umano che ha fame, freddo, o sete? Che valore ha il diritto alla vita per l'essere umano che perderà la sua base per l'esistenza attraverso la minaccia del cambiamento climatico globale?
Anche se la natura, come concetto generale, non può essere un'entità con dei diritti - questo è riservato agli esseri umani - è utile applicare il classico principio della legge naturale alla natura stessa. E' chiamato „Neminem laedere“ – non nuocere. Questo concetto si oppone a ogni uso improprio e alla distruzione insensata delle risorse naturali unicamente per lo scopo di produrre a basso costo e ottenere alti profitti. E' una violazione di questo principio che si verifica quando le centrali elettriche emettono polveri non filtrate e particelle inquinanti e l'energia così prodotta non è nemmeno utilizzata correttamente. E' una violazione di questo principio quando le automobili consumano troppo e la tecnologia disponibile per aumentare l'efficienza non viene utilizzata. E' una violazione di questo principio quando si continua ad aumentare il consumo di kerosene nel traffico aereo e le linee aeree sono premiate per questo spreco attraverso sgravi fiscali. Tutte queste emissioni aumentano l'effetto serra e causano danno a lungo termine al clima considerato come una risorsa naturale.
Uhl non potrebbe essere più chiaro nello specificare che la questione del riscaldamento globale non è soltanto nel rapporto fra uomo e Dio, ma anche fra gli esseri umani: è una questione di giustizia.
Credo che questo sia sufficiente per mostrare come la posizione religiosa sulla questione del riscaldamento globale sia articolata e ricca di spunti; ben lontana dal rozzo negazionismo di certi pseudo-teologi. E' vero che la posizione cristiana è umano-centrica e in questo differisce da certe posizioni che possiamo definere come "naturo-centriche". C'è chi vede la natura al servizio dell'uomo e chi la vede come un'entità indipendente sulla quale l'uomo non può accampare nessun diritto. Ma se non portiamo all'estremo nessuna di queste due posizioni possiamo arrivare a una via di mezzo che soddisfa tutti (e anche la natura). L'uomo fa parte della natura e ha una responsabilità nei riguardi di se stesso e della natura allo stesso tempo. Come avrebbero dovuto fare Adamo ed Eva con il paradiso terrestre, il nostro pianeta deve essere "custodito e coltivato", altrimenti qualcuno ci caccerà via con una spada fiammeggiante.
In sostanza, il riscaldamento globale non se ne andrà negandolo, non importa con quali scuse. Dobbiamo lavorarci sopra e non serve invocare Dio che rimetta a posto graziosamente quello che noi abbiamo rovinato. Non c'è bisogno di essere grandi teologi per sapere che Dio aiuta chi si aiuta.
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Nel seguito, l'articolo completo di Massimo Pandolfi sul meeting di CL a Rimini. Scansione gentilmente fornita da Massimo de Carlo.
Dal Resto del Carlino, mercoledì 27 agosto (pg. 29)
A RIMINI SCIENZIATI FUORI DAL CORO
Uomo, sei troppo piccolo per distruggere il mondo
Il Meeting contro il catastrofismo ambientale
dall'inviato MASSIMO PANDOLFI
- RIMINI -
L' UOMO non è Dio. Ci si può mettere tutto l'impegno che si vuole, ma
il pianeta non l'abbiamo fatto noi. E neanche lo possiamo
distruggere. Il Meeting di Comunione e Liberazione smonta, con
numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti, il catastrofismo
ambientale che va tanto di moda in questi anni: l'effetto serra che
uccide la Terra; il caldo che avanza e che ci soffocherà; i
ghiacciai che si sciolgono; l'inquinamento; le polveri sottili; i
camini che fumano porcherie. Tutto ciò insomma che ha fatto dire allo
scienziato america-no Gregory D. Poster: «I disastri ambientali
provocati dai cambiamenti cli-matici minacciano il futuro dell'umanità
in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo. Dal 1968
i gruppi eversivi hanno ucciso 24mila persone, ogni anno invece ne
muoiono 240mila per i danni del clima».
BALLE. O meglio: «C'è un mistero ultimo che determina le cose — dice
Alessandra Vitez, responsabile delle mostre del Meeting: una si
intitola 'Atmosphera. Realtà e miti dei cambiamenti climatici' —
l'uomo non è tutto». «La scienza, al momento, non è in grado di dare
vere risposte certe — aggiunge Marco Bersanelli, docente di
astrofisica, uno degli scienziati più in vista di CI — e quando vi
sentite dare risposte certe e sicure, non fidatevi: sono spesso
figlie di interessi e preconcetti».
INTENDIAMOCI: non è che i ciellini, fatta questa premessa, invitino
l'uomo a sgassare in auto oppure a continuare a scaricare a più non
posso rifiuti e industriali. Questo no. Però fanno capire a chiare
lettere che certe battaglie ed esasperazioni ambientaliste lasciano
il tempo che trovano. Valter Maggi è docente presso l'Università
Bicocca di Milano e responsabile del progetto che alcuni anni fa ha
perforato per 3mila metri e passa chilometri l'Antartide, per cercare
di avere informazioni da quelli che definisce gli 'archivi naturali'
del Pianeta. Dice: «II clima si muove. Già in tempi non sospetti, e
cioè quando l'uomo ancora non esisteva, la Terra ha subito mutazioni
importanti del clima». «La Groenlandia una volta era coperta da
foreste — aggiunge Elio Sindoni, direttore di Scienze e Ambiente
sempre alla Bicocca — e il Sahara era un giardino fiorito». Allora
l'uomo non viaggiava con auto inquinanti. Il Meeting di Rimini non si
limita alle chiacchiere. Prova anche a dare dei numeri e a sfatare
alcuni tabù.
I PIÙ SPASSOSI:
1)1 ghiacciai si stanno sciogliendo. Sì e no. Cioè: al polo nord sì,
ma al polo sud i ghiacciai si stanno in realtà allargando.
2) La Terra rischia di diventare una palla di fuoco? Beh, è vero che
negli ultimi cento anni la temperatu-ra è aumentata di circa 0,8
gradi; ma lo sapete che su Giove, negli ultimi quindici anni, il
termometro è invece salito di 7 gradi, da -200° a -193° ? Che ci
siano anche lì dei marziani inquinatori?
3) In quattro milioni di anni, ci sono stati momenti assai più
caldi e con una maggiore concentrazione di anidride carbonica; e
quattro milioni di anni fa noi mortali non eravamo forse neanche
nei pensieri di Dio o della cicogna.
4) Si dice che questo benedetto riscaldamento della Terra sia
causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie,
però è stato dimostrato che l'uomo incide solo per l'l%.
5) Ogni giorno scompaiono dalla faccia della Terra 30 km di boschi,
ma in realtà le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982
al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%. E allora?
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Segue il testo completo dell'intervento del Vescovo Uhl al convegno del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace.
Auxiliary Bishop Dr. Bernd Uhl Rome, 27. April 2007 Archdiocese of Freiburg, Germany
Global Climate Change and Catholic Social Teaching
Global climate change caused by human activities is a reality for which there is a broad consensus in the global scientific community. In the meantime those entrusted with political responsibility have come to realize that only a combined effort can reduce the long-term increases in average global temperatures and subsequent destructive results for nature and humanity. Climate protection has become a pivotal topic of national and international politics. During the past months the heads of state of China, USA, and Russia and also of states in the European Union have declared their willingness to reduce CO2 emissions.
I. Sacred Teaching Authority of the Church and Climate Change
1. Gaudium et Spes, the Pastoral Constitution on the Church in the Modern World (1965)
Climate change is one of the "signs of the times" affecting the Catholic Church as a global organization. The Catholic Church must take a stand on this present-day and urgent question. According the Second Vatican Council, the Church has the duty to scrutinize the signs of the times and to interpret them in the light of the Gospel (Gaudium et Spes 4). The Church shares the hopes and fears of humanity. Interestingly enough though, in this document where the challenges and problems burdening humankind are listed, the threat to the natural resources of this planet is not mentioned.
At that time, maintaining creation and protecting the climate were at most topics of only marginal interest in public discussions. In 1965 no one gave any thought to the possibility that emissions of greenhouse gases could have dramatic consequences for the Earth's atmosphere and thereby for human beings, animals, and plants. Gaudium et Spes is marked by a generally optimistic tone. However, the pastoral constitution is absolutely important for the further development of Church teaching. It encourages the Church to take on burning issues of the day. Church teaching can't only be interested in the timeless questions of theology; it also has to answer the current and urgent questions of the present day.
2. From Populorum Progessio (1967) to the Compendium of the Social Doctrine of the Church (2004)
This year we celebrate the 40th anniversary of the Pope Paul VI.'s encyclical Populorum Progressio, on the development of peoples. It is a milestone in the history of Catholic Social Teaching. The encyclical urgently demands international solidarity with respect to the development of peoples. Pope Paul VI. makes suggestions regarding just distribution of the goods of this world. "... the earth truly was created to provide man with the necessities of life and the tools for his own progress ... God intended the earth and everything in it for the use of all human beings and peoples ..." (No. 22) The created goods of this world (bona creata) are to benefit everyone. Many such goods are mentioned by name, including material goods and education. But here also things like air, water, or climate aren't expressly listed as common goods. At that time they were considered to be unendangered goods, which naturally would always be available in unlimited amounts. Their purity and distribution, and certainly the warming of the Earth's atmosphere, weren't a subject of discussion.
It wasn't until the many encyclicals and speeches of Pope John Paul II. that topics such as environment, ecology, gene technology, environmental pollution, biodiversity, protection of forests, atmosphere and biosphere, toxic waste, energy consumption, biotechnology, and other environmental topics emerged. In January of 1987 in an address to a study group at the Pontifical Academy of the Sciences the pope expressed the central idea: "Climate is a good that has to be protected." It is encouraging that the Compendium of the Social Doctrine of the Church has gathered and organized the scattered statements from papal teachings on the topic of protection of the environment. This shows that papal teachings were always commenting on questions of bioethics in public discussions and that these teachings were up to date. The Catechism of the Catholic Church (1993) speaks in general about the responsibility of human beings for creation. The seventh commandment enjoins respect for the integrity of creation making it therefore a religious duty to maintain the integrity of nature. Mineral resources, plants, and animals are to be put to wise and moderate use. Therefore it is certainly legitimate to include climate in its entirety, consisting of air, water, ocean currents, snow, ice, and surface land, in the definition of this duty. (No. 2415).
II. Basis of Sacred Church Teaching About Climate Protection
The Church's teaching on climate protection is nourished by two sources. Its reasoning is based on Biblical knowledge on the one hand and on social and philosophical principles on the other. This teaching is supported by arguments of theology and of natural law. Sacred Church teaching reaches inward to the members of the Church, but also outward into world opinion. The most important lines of argument with respect to protection of the environment and of climate are: Creation is good because it was made by God. Human beings have the responsibility to maintain it. There is such a thing as improper use of natural goods by human beings. Natural goods like water, air, and land belong to all people, but they aren't distributed in an equitable manner. The world community, the individual countries, and every individual have the duty to preserve the environment.
God's Creation
"We believe that the Earth is a gift from God … the cosmos displays the goodness, beauty and power of God". This is how the Australian Conference of Bishops' position paper on climate change begins1. This brochure is very well designed and directed at the general public. It explains the most essential aspects in a few sentences and lets pictures do the talking. This brochure can motivate people to see God's handiwork in creation.
According to Biblical teachings about the creation of the world (Genesis 1 and 2), the earth is a gift from God to human beings, who themselves are made in the image of God. Human beings are intertwined with nature as the summit of a step-by-step development. But they also stand in opposition to creation in order to form it and to use it. God looks at everything, which He has made and finds it "very good". (Genesis 1,31). This Biblical view of the cosmos and nature as God's creation has consequences for our way of thinking and speaking. It makes a crucial difference whether we talk about "creation" or about "environment", just as it makes a difference whether we speak of an "unborn child" or an "embryo". Use of language makes for a differentiation of values. "Environment" sounds neutral, less important, secondary. The word "creation" embodies value. It reminds us of God, the Creator of all things. Today however the concept "environment" may also be merely neutral technical terminology. It is used over and over again in proclamations of Catholic teaching as a matter of course.
Still, the concept of "environment" can also conceal a view of the world that wants to do without God, resulting in nature being seen and made absolute as the only creative quantity. Without a belief in God's creation, there is a danger that nature or the earth will be made into a god. Then human beings would have no counterpart; they would be nothing more than a result of nature. Radical ecological movements like ecocentralism can then go so far as to subordinate everything to the protection of nature and the environment. They demand radical measures of population control in order to reduce the numbers of human beings on earth in order to restore a natural balance. Pope John Paul II. criticized this view of the environment severely.
The Role of Human Beings in Protecting the Climate
Christian teaching about protection of the climate is based on a certain image of human beings. "For man, created to God's image, received a mandate to subject to himself the earth and all it contains, and to govern the world with justice and holiness … to relate himself and the totality of things to Him Who was to be acknowledged as the Lord and Creator of all ...3. Global Climate Change: A Plea for Dialogue, Prudence and the Common Good (2001), A Statement of the United States Conference of Catholic Bishops, speaks of human stewardship of God's creation.
Human beings have the freedom and the responsibility, and are called upon to use the gifts they have been given to protect human life and dignity, and to exercise their care for God's creation with intelligence and justice. Human beings have the capacity to transform and in a certain sense create the world through their own work and therefore should remind themselves that all things come from God's prior and original gift of the things that are4.
It contradicts this image of human beings when they exhaust the possibilities of natural resources. Human dominion over the Earth is not absolute and must not be practiced arbitrarily. The greatness of humanity consists of being good stewards of the natural goods of this Earth.
The Disturbed Relationship Between Human Beings and Creation
Human beings live from the fruits of the earth that nourish them, use the domestic animals that serve various purposes, exploit the mineral riches in the ground, and need water, energy, and air in order to live. There is a symbiosis between human beings and nature. Particularly in the culture of gardens you can sense the original harmony of nature and human beings. Many people take pleasure in their own garden and discover peace, quiet, and relaxation there. The parks and zoos in many cities of the world are also oases of quiet and islands of peace among human beings and between nature and human beings.
However, the dominating experience in dealings of human beings with nature is quite a different one. Often there was uncontrolled exploitation of nature. Forests were destroyed, bodies of water were polluted, the air was poisoned, oceans were over-fished, and land was contaminated. The threatening climate catastrophe is a result of inconsiderate and thoughtless consumption of natural resources. The original balance between human beings and nature, which God intended, as described to us in Genesis 1 and 2, has been destroyed by the hubris of human beings. Original sin described in Genesis 3 doesn't just have an effect on the relationship between God and human beings; it also affects the relationship of human beings to nature.
Pope John Paul II.'s encyclical Centesiums annus (1991) places the blame for the ecological crisis on the behavior of human beings who set themselves up in place of God and make arbitrary use of the earth, subjecting it without restraint to their will. Nature is then more tyrannized than governed by human beings who subsequently end up provoking a rebellion on the part of nature (No. 37). In this context, Pope John Paul II. speaks of "consumerism“, by which he means that human beings, alienated from God, deplete the goods of this Earth and even their own existence in an excessive and undisciplined manner.
"All have sinned" St. Paul observes in his Letter to the Romans (3,23). In this case, of course, he is talking about how the Jews don't have any advantage over the pagans when it comes to sin or redemption. However, in very dramatic images Paul describes how human beings have broken away from God's commandments. All are infected with original sin.
In dealings with God's creation, all also have sinned. Global climate change has its causes all over the world. All countries, peoples, and human beings on the earth share the responsibility for greenhouse gas emissions, for destruction of forests which absorb such gases. In the industrialized countries energy produced in power plants, industry production itself, and, above all, automobile traffic result in massive amounts of CO2 being expelled into the atmosphere. In countries of the southern hemisphere, forests are being cleared and burned exhaustively and progressively. At the very least, each and every one of us wastes energy because we use energy carelessly without paying attention to the consequences. Therefore it's pointless to seek individual guilty parties for global climate change and the ecological crisis. Sometimes it's Christianity, Communism, the United States, oil companies, or others who are accused. All share the responsibility to a greater or lesser extent; therefore all have to make their contribution to protecting the climate.
Protection of the Climate Is a Question of Justice
Protection of the world climate is a question of justice. Every human being has a right to live and to live well. To exercise this right, human beings need a share of the common goods of the world. Human beings have a right to pure air, clean drinking water, a place to live, work, a just compensation for this work, and sufficient supplies of energy. Without this basic supply of the goods of the Earth, which are necessary for life, none can avail themselves of other human rights. What good is human dignity for the human being who is starving, freezing or thirsting? What good is freedom for the human being who can't move away? What good is a right to life for the human being who will lose his basis for existence through the threatening global climate change?
One of the great accomplishments of Catholic Social Teaching and the papal encyclicals was to have pointed out the conflict between capital and work in the 19th century and to have shown ways to overcome or to moderate these contradictions. Catholic Social Teaching played a decisive role in overcoming radical and dictatorial solutions such as those offered by communism or liberalism. In many countries Catholic Social Teaching influenced legislation, political parties, and various social movements - I will limit myself to mentioning Christian trade unions and the International Kolping Society - and contributed to improving the social situation of workers. Catholic Social Teaching always emphasized the priority of human factors over capital. "People are in the center of our comments" is the express intention of Gaudium et Spes in its summary of Church teaching regarding the relationship between the Church and the world. Justice and peace for human beings are the goals of this pastoral constitution. Justice for creation was not yet a topic. That industrial production was carried out to the detriment of nature and that this continues yet today have only recently become dramatically clear. Justice for nature is the main demand of our time. We don't just need social management of the earth's goods; we also need ecological management.
Even if nature as a general concept can't be an entity endowed with rights - that is reserved for human beings - it is helpful to apply the classic principle of natural law to nature itself. It is called „Neminem laedere“ – Do no one any harm. This concept opposes every improper use and the senseless destruction of natural resources merely for the purpose of cheap production and high profits. It is a violation of this principle when power plants give off unfiltered soot and polluting particles and the energy produced isn't even used correctly. It is a violation of this principle when automobiles consume too much gasoline and available technology for fuel efficiency is not utilized. It is a violation of this principle when kerosene consumption in air traffic continues to increase, and the airlines are rewarded for this waste through tax breaks. All these emissions aggravate the greenhouse effect and cause long-term damage to the climate as a natural resource
Naturally nature can't be injured or suffer like an actual legal entity. The air doesn't care if it is four or eight degrees warmer. The cosmos and the earth have experienced much more extreme temperatures. As far as that goes, human beings can only "hurt" nature in a figurative sense. But by abusing nature, in the final analysis human beings damage themselves, because they are also a part of the ecosystem. Human beings damage themselves and present generations because global climate change is more and more noticeable in increasing heat waves, storms, and floods. But above all human beings damage future generations who will be increasingly impacted by the effects of global climate change. Human beings damage animals and plants. Our current lack of protection of the climate is a global and inter-generational problem of justice.
The Church understands itself as an advocate for justice. It - like Jesus Christ - champions the poor in a special way. Global climate change caused by human beings affects the poor in particular. The burdens of global climate change are distributed disproportionately. In particular, the poor countries of the southern hemisphere, which only made marginal contributions to global climate change, have difficulties in adjusting to the changes. The industrialized countries on the other hand, who were chiefly responsible for the emissions of greenhouse gases which damage the climate, can protect themselves from the consequences far better 5. The poorer and weaker the people are, the fewer the means they have to avoid the consequences of global climate change or to adjust to it or to remedy the damage already done. This is also true for entire regions of the world.
In comparison to the wealthy industrialized nations, the countries of the southern hemisphere as well as the Arctic and its neighboring countries are affected to a much greater extent. The consequences of global climate change drastically take their toll on people there, although their per capita contribution towards the causes of global climate change are still rather negligible. Much the same applies to the poorer populations groups in the more affluent countries. This is why it is a question of justice that the industrial, transformational, and emerging nations as well as the elites in the developing countries impose limits on their own "fossil development" and take on the main burden of imposing necessary measures for avoiding or at least mitigating worldwide use of fossil fuels as well as adapting to and to mastering these limits.
Measures for Protection of Climate
In a talk to participants of a physics symposium on December 18, 1982, Pope John II. pointed out the crucial role of energy generation and production for the further development of humanity. Energy production also has decisive significance with respect to protection of the climate and the goal of restricting the increase of the average temperature of the earth by the year 2050 to approximately 2° C. The pope refers to the necessity of identifying new sources of energy, developing alternative sources, and increasing the security levels of nuclear energy.
Reducing CO2 emissions from conventional power plants is missing in this catalog of measures. There is also no urgent appeal to save energy. However it isn't the duty of Church teaching to make technological suggestions. In the areas of politics and science, people know what has to be done to protect the climate. What is missing is a firm determination to do what is necessary and to do it together. Only a common effort of all countries, non-government organizations (NGO's), and every individual can prevent a climate catastrophe.
The Vocation of the Church With Respect To Climate Protection
According to the teachings of the Second Vatican Council, the holy people of God and the sacred teaching authority of the Church share also in Christ's prophetic office7. It is the task of this sacred teaching authority to appeal to human beings to repent and to warn them about the harmful repercussions of their actions. After the tower in Siloam collapsed and buried so many people under it, Jesus called to the people around him and said to them "If you do not repent, you will all perish as they did!" (Luke 13,5). Generally prophets don't see more than anyone else. However, prophets recognize facts and developments that others don't want to see because they just don't want to be bothered or are deliberately blind to them. Often people let themselves be controlled by their own self-interest.
The facts and circumstantial evidence of the threatening climate development are on the table for all to see. You just have to take notice of them and draw the logical conclusions. In its prophetic function, the Church as a global organization has the duty to make its faithful and all humanity aware of the scenarios threatening the future and, trusting in God, to motivate people to take the necessary steps toward repentance. In many countries the Church has a strong position as a moral institution enjoying high public trust. Through sermons and catechesis it reaches millions of people daily in churches, universities, schools, pre-schools, youth groups, and the mass media. The Church must strengthen and further develop its role as a global player with respect to protecting the climate. The Church will have to make contributions to protecting the climate in those countries where it owns many buildings, forests, plots of land, and vehicles. The Church should invest its money in companies which truly work for protection of the climate. They who demand protection of the climate must practice it themselves.
Summary and Recommendation
"Climate is a good that must be protected". This sentence from Pope John Paul II. is the crucial message of the sacred Church teaching about the problem of global climate change, whereby the Church places itself on the side of all those who are seriously concerned about the future of creation and humanity. In the meantime, at the level of the bishops' conferences there are numerous systematic and comprehensive papers and statements about the problems facing the climate. The Papal Council for Justice and Peace has gathered and organized the many statements of Pope John Paul II. on the topic of "protection of creation" in the Compendium of the Social Doctrine of the Church.
In conclusion if I could have one wish, it would be for a papal encyclical very soon dealing with the future of creation, thereby including protection of the climate. This would clearly point the direction for the position and the interests of the Catholic Church with respect to climate protection. All those in the Catholic Church who champion the cause of preservation of creation would be energized. World public opinion would take notice. Church teachings and pronouncements on the topic of global climate change are still pretty much scattered. They need to be reinforced, to be summarized, and to be made theologically accessible by way of the highest sacred teaching of the Church. The time has come.
Annotations
1 Climate Change; Our Responsibility to Sustain God’s Earth. Australia 2005.
2 Kompendium der Soziallehre der Kirche, Freiburg 2006, deutsch Nr. 463).
Compendium of the Social Doctrine of the Church
3 vgl. Gaudium et spes Nr. 34.
4 vgl. Johannes Paul II., Centesimus annus Nr. 37.
5 vgl. Der Klimawandel: Brennpunkt globaler, intergenerationeller und ökologischer
Gerechtigkeit. Deutsche Bischofskonferenz 2006.
6 Kompendium der Soziallehre der Kirche Nr. 470.
Compendium of the Social Doctrine of the Church
7 Lumen Gentium Nr. 12.
Etichette: cambiamento climatico
sabato, agosto 30, 2008
Paura di volare parte IV
A tale proposito, a tema di smentita, mi permetto solo di dubitare su tale ultimo esito finale. Continuo a ritenere avvantaggiati i tedeschi di Lufthansa, in quanto raccolgono l’esplicito consenso dei sindacati che preferiscono un modello di relazioni sindacali orientato alla cogestione e della Lega Nord che sostiene l’aeroporto di Malpensa a scapito di Fiumicino.
Niente di nuovo sotto il sole, la solita Italia da operetta, con una classe dirigente di infima qualità, intenta sempre ad anteporre le proprie esigenze politiche alla buona amministrazione e a una corretta gestione delle risorse pubbliche.
Etichette: trasporti
venerdì, agosto 29, 2008
Partecipare ai sistemi complessi
La Scienza del '900 ci ha regalato, tra tante altre cose, una nuova disciplina, tuttora in sviluppo: la complessità. Essa studia con modelli fisico-matematici e numerici i cosiddetti sistemi dinamici, ossia quelle porzioni di materia in cui più corpi (a loro volta più o meno articolati) interagiscono tra loro secondo meccanismi più o meno noti.
I sistemi complessi prendono letteralmente a schiaffi la fisica classica deterministica, che ci rassicura per la sua potenza previsionale e la bellezza formale. Per descriverli dobbiamo prendere in prestito le equazioni integro-differenziali post galileiane, metterle insieme e trovare la (o le) soluzioni con tecniche di approssimazione e simulazioni numeriche. Tali soluzioni non sono "garantite al limone", ma si manifesteranno ad un certo tempo con una certa probabilità.
Ma perchè dobbiamo interessarci di un qualcosa di così "difficile"? Non sarebbe più sbrigativo passare alle vie più spicce?
Il fatto è che la realtà è complessa, non tanto nel senso di "complicata", ma per il fatto che è il risultato di una quantità inimmaginabile di semplici processi tra loro interagenti.
Si crea allora una "foresta" di cause ed effetti (che tra l'altro a volte si confondono tra loro) in cui una piccola variazione delle condizioni iniziali comporta cambiamenti enormi nella risposta: è il famoso "effetto farfalla".
Mentre nella meteorologia e in molte altre scienze applicate la complessità è riconosciuta e modellizzata (come ci insegnano Luca Mercallie Luca Lombroso), in altri settori che pure straripano di complessità assistiamo a una minore consapevolezza. Si pensi a quante volte, a livello politico, si prendono decisioni-lampo atte a gestire una situazione presente, seguendo una qualche convenienza a corto raggio, senza preoccuparsi delle implicazioni e degli effetti domino più probabili.
In realtà, questo può succedere anche a una persona singola, specie quando deve decidere qualcosa in una situazione di pressing o di panico: spesso e volentieri ci si impegola in un rimedio peggiore del male.
Questo post in realtà mi è scaturito l'altra sera, quando mi sono posto il "problema del pacifista" : facendo un po' di critica (e autocritica), mi sono chiesto se un ipotetico pacifista può considerarsi slegato da ciò che alimenta la macchina della guerra. Mi è venuto in mente un mio amico, obiettore di coscienza come me, la cui azienda di cui è dipendente produce in buona parte aerei da combattimento e sistemi di puntamento. Lui, personalmente, non lo farà, tuttavia partecipa a un sistema che lo fa al 70%. Io lavoro per un'azienda che ha firmato una fornitura decennale di pneumatici all'amministrazione Bush, per sostenere la "missione" in Iraq. Personalmente mi occupo di materie prime, il nostro stabilimento produce altri pneumatici, c'entro qualcosa? C'entro, c'entro ...
Nella realtà complessa, ognuno è azionista (in grande o in infinitesima misura, come sui mercati)di tutto quello che succede, anche se apparentemente distante nel tempo e nello spazio.
Etichette: complessità, decision making, pacifismo
giovedì, agosto 28, 2008
Il petrolio è uno di noi
Il modesto sottoscritto, Ugo Bardi ( a destra), discute animatamente con Roger Bentley, segretario di ASPO internazionale, in Irlanda nel 2007.
Il testo che segue è un esperimento letterario: una conferenza testuale detta davanti a un'udienza virtuale. L'idea nasce dai dibattiti in cui sono impegnato negli ultimi temi. Mi sono accorto che il dibattito parlato è sempre molto più ricco e più sofisticato del dibattito scritto sui vari blog e mailing list su internet. Questi ultimi, tendono rapidamente a scendere a insulti, battibecchi, infinite serie di botta e risposta che non sono utili a nessuno. Non che non possa capitare di insultarsi e prendersi a male parole in un dibattito faccia a faccia, ma è molto più difficile quando entrano in gioco tutti fattori di comunicazione non verbale: sguardo, atteggiamento, tono di voce. Entrano allora in azione i nostri "neuroni specchio" che portano la discussione su un miglior livello di comunicazione. Insomma, esiste un "arte della retorica" (retorica intesa in senso positivo, come la si intendeva nel passato) nel dibattito parlato che, putroppo, tende a sparire nel dibattito scritto.
Allora, ho pensato qui di fare una prova: scrivere un testo come se fosse un esposizione parlata. Mi sono ricordato di una conferenza che ho fatto qualche tempo fa, e mi sono ri-immedesimato in me stesso mentre parlavo. Così, ho scritto il testo di getto, come se parlassi all'udienza di quella volta. Non è esattamente lo stesso discorso che ho fatto quella volta, anzi, include cose nuove che per il momento non ho ancora detto in pubblico o scritto da nessuna parte.
Il risultato lo vedete qui di seguito. Non l'ho modificato o limato che in misura minima rispetto alla versione buttata giù di getto. Lo stile è molto diverso da quello che viene quando uno scrive pensandoci sopra. Ci sono ripetizioni, frasi spezzate, il filo del discorso non è perfetto. Però, mi è parso interessante provare e il testo che è venuto fuori ha una sua vitalità e un suo interesse. O, almeno, così mi sembra. Ditemi voi cosa ne pensate. U.B.
Buongiorno a tutti. Per prima cosa, vi ringrazio di essere qui oggi. Mi capita di parlare a vari tipi di udienze: scienziati, geologi, gente comune. Cerco di adattare il messaggio a seconda di chi ho davanti ma, di solito, però, posso parlare meglio se ho davanti delle persone che lavorano nelle aziende, persone che fanno cose pratiche.
Vedete, mi capita ogni tanto di essere intervistato in televisione. La domanda che mi fanno sempre è "professore, ma quanto petrolio c'è?" Non che la domanda non vada bene: è una domanda legittima. Merita una risposta e io credo di poterla dare; perlomeno approssimata. Il problema è che la faccenda non sta tutta in quanto petrolio c'è. E' uno dei parametri, certo, importante quanto si vuole, ma non il solo. Allora, in televisione hai 30 secondi e poco più. Se mi metto a spiegare le cose come stanno, non riesco a far passare il messaggio. Se dico semplicemente quanto petrolio c'è, non serve; non è quello il messaggio giusto. Di petrolio ce n'è ancora; è ovvio. Ma non è quello il problema. Il problema è la velocità alla quale lo consumiamo.
Sembra strano; sembrerebbe un messaggio semplice; eppure non si riesce a farlo passare: la cosa importante è quanto velocemente consumiamo il petrolio che rimane. Però, appena tiro fuori una cifra, tipo 1000 miliardi di barili, che è un valore approssimativamente giusto per le riserve rimanenti, allora tutti concludono che non c'è nessun problema, grazie professore, e ora intervistiamo il sig. Pasquale Capralunga, barista di Caltanissetta che ci spiega la sua ricetta del cappuccino al prezzemolo.
Ora, invece, oggi abbiamo più tempo. Allora, vi posso spiegare le cose un po' più in dettaglio e farvi notare certe cose che, sicuramente, sapete già, ma che forse non avete focalizzato bene.
Il petrolio è quello che chiamiamo una risorsa. Le risorse sono di tanti tipi; biologiche, minerali, finanziare, e anche umane, perché no. Il petrolio è una risorsa importante, certamente. Forse la più importante di tutti - certamente non potremmo vivere come viviamo oggi senza petrolio. Ma è una risorsa come le altre; ovvero si pone il problema di come gestire le risorse. Questa è una domanda che ci possiamo fare in termini molto generali: come ci gestiamo una risorsa qualsiasi?
Ora, tipicamente, quando ci facciamo questa domanda ci viene in mente di aprire un testo di economia per trovare la risposta. Penso che molti di voi abbiano studiato economia all'università. Io no, io ho studiato chimica, ma già da qualche anno mi sono messo a studiare l'economia. E' una cosa molto interessante. Mi sono preso in mano i libri di testo di scienze economiche per il primo e il secondo anno di università. Li ho trovati assai noiosi, ma questo credo che sia inevitabile. Non so perché ma i libri di testo sono sempre noiosi. Anche i testi di chimica sono noiosi. Anzi, molto peggio. Poi, la chimica è una cosa interessantissima quando la si mette in pratica, come lo è anche l'economia quando la si mette in pratica, ma non è questo il punto.
Allora, se cercate su un libro di testo di economia come ci dovremmo gestire una risorsa, che so, una miniera di rame o un pozzo di petrolio, non ci trovate scritto niente. Ci sono tanti ragionamenti su come le ditte e gli individui ottimizzano i loro ricavi in un libero mercato. C'è tantissimo sul meccanismo dei prezzi che, infatti, è quello che permette di ottimizzare tante cose, la produzione, eccetera. Ma come gestirsi un pozzo di petrolio, ovvero a che velocità estrarlo, cioè se estrarlo in fretta oppure un po' per volta. Beh, su quello non c'è scritto quasi niente.
E invece il problema c'è e andrebbe considerato. Per esempio, sapete che i pozzi di petrolio del Mare del Nord sono entrati in produzione nei primi anni '80. Quelli che li gestivano hanno fatto una cosa molto semplice: produrre finché ce n'è, alla massima velocità possibile, e non importa i prezzi di mercato. Questa è stata una cosa piuttosto stupida, perché hanno estratto e venduto il petrolio durante tutto il periodo in cui costava poco, circa dal 1985 al 2000. Cioè, non hanno pensato di aspettare un po'. Oggi il petrolio costa tanto, ma i pozzi del Mare del Nord sono in declino. Hanno fatto una bella scemenza. Gli inglesi se ne sono accorti. Lo ha detto anche il primo ministro Gordon Brown; certo, se avessimo aspettato un po' a estrarre, ha detto, oggi potevamo fare un bel po' di soldi; ma non potevamo prevedere che i prezzi sarebbero andati come sono andati. Che genio. Verrebbe voglia di dirgli, ma togliti quella bistecca di maiale che hai sugli occhi! Quello che sta succedendo oggi era previsto già dal 1998; vi posso dare il riferimento bibliografico dell'articolo su "Science" che lo diceva. Magari ci potevi non credere, magari dicevi che altra gente ti aveva detto altre cose. Ma proprio dire che non si poteva prevedere, mamma mia; è darsi di imbecille da solo. Magari si diverte così, magari è uno di quei masochisti che gli piacciono le cose che gli fanno schifo. Ma lasciamo perdere.
Allora, sui libri di testo di economia si parla molto di ottimizzare la produzione, e ci sono dei modelli matematici anche molto raffinati per questo. Ma quando si va a vedere cosa succede nello sfruttamento delle risorse, che non è la stessa cosa di condurre un'industria, molto spesso quello che succede è molto semplice: produrre sempre al massimo possibile, qualunque cosa succeda. Non è semplice: è rozzo, è una cosa brutale e stupida. Vi faccio un esempio. Sapete tutti delle difficoltà che hanno i pescatori negli ultimi anni. Le rese di pesca diminuiscono, questo è perché si è pescato tanto e ci sono meno pesci. Allora, cosa fa la commissione europea? Finanzia i pescatori perché si comprino delle barche più grosse, armate di radar e altre attrezzature sofisticate. Così possono pescare di più anche con meno pesci in mare. Si, ma così finisce che fanno uno sterminio di pesci anche peggiore. Poi tornano dalla Commissione Europea a lamentarsi. E ora? Cosa fanno quelli della commissione europea? Gli danno una portaerei nucleare? Così sono sicuri che tutti i pesci che potevano pescare li pescano buttando in mare una bomba atomica. Si faceva nel dopoguerra di pescare nel fiume buttandoci dentro una vecchia bomba a mano. Dopo, però, di pesci non ne trovavi più per un pezzo. Per fortuna, ora questi si contenteranno di sussidi, ma ormai il danno è fatto.
Questo fatto delle pescherie, traduzione del termine inglese "fisheries", in realtà è cosa ben nota. Già l'aveva capito un economista che si chiamava Gordon nel 1953. Aveva pubblicato degli articoli dove spiegava come si sarebbe duvuto gestire una pescheria per non fare quel tipo di disastri che sono stati fatti negli ultimi tempi. Ma nessuno gli ha dato molta retta, perlomeno in pratica. Non so, voi che avete studiato economia, avete sentito nominare Gordon, inteso come economista - non Flash Gordon, quello dei fumetti? No, infatti, lo conoscono in pochi. Nei libri di testo dell'università non compare. O perlomeno io non ce lo ho trovato.
Eppure, Gordon aveva detto delle cose semplicissime. Addirittura banali. Credo che sia stato il primo a parlare del concetto di "maximum sustainable yeld", ovvero "massima resa sostenibile". Gordon si era accorto che i pescatori non hanno veramente controllo di quanto pescano. Quando gli capita un pesce, diciamo, una balena, devono pescarla. Se non la pesca chi l'ha vista per prima, la pescherà un altro. Non la può tenere da parte; non la può conservare. Deve venderla al prezzo che il mercato da; qualunque sia. Questa è la ragione, dice Gordon, per la quale i pescatori sono di solito poveri. Non so se avesse letto "I Malavoglia" di Verga, non credo, ma il concetto è quello.
Allora, quello che succede quando tutti pescano tutto quello che possono è che alla fine non ci sono più pesci. I pesci si esauriscono, proprio come il petrolio e le curve per la caccia alla balena dell'800 sono come quelle della produzione del petrolio. Ci sono tante somiglianze; incluso il fatto che quando si comincia a essere in difficoltà con la produzione si cerca di rimediare con grandi investimenti e grandi tecnologie per produrre di più. Ma nessuno si accorge che più produci, prima esaurisci quello che stai producendo. Questa cosa la chiamiamo "sovrasfruttamento", che è un termine che usano gli ambientalisti, ma in realtà viene dall'analisi economica che avevano fatto Gordon e altri molto tempo fa. Probabilmente vi viene in mente a questo punto la storia di Garrett Hardin; la sua "tragedia dei commons". E' la stessa cosa, ma Hardin non era un economista. Era un biologo e non sapeva che Gordon era venuto prima di lui. Per la maggioranza degli economisti di oggi, o comunque per i politici che di solito danno retta agli economisti, comunque, nè Gordon nè Hardin hanno molta importanza. Altrimenti non si pagherebbero i pescatori per comprare navi più grosse e più belle e così esaurire più in fretta i pesci.
Allora, vedete che l'economia intesa come quella che si legge nei libri di testo non ci aiuta molto a capire come si deve gestire una risorsa, ovvero a sfruttarla nel modo migliore possibile e evitare di ritrovarsi dei pescatori senza più pesci da pescare. Certo, quando si parla di sfruttamento delle risorse, tutti pensano che sia un problema economico e, in effetti, lo è. Ma, nella pratica, gli economisti non ci hanno messo sopra molta attenzione e del resto neanche i politici e neanche i pescatori. Eppure sono i primi a rimetterci. Ma, si sa, la gente preferisce il guadagno immediato al guadagno futuro. Peschiamo oggi finché ci sono pesci, estraiamo oggi il petrolio finché ce n'è. Il governo inglese degli anni '80 e '90 ha fatto la stessa fesseria con il petrolio che hanno fatto i cacciatori di balene dell'800.
Questa cosa della preferenza per il guadagno immediato non è che non esista in economia. Esiste, e ci hanno ragionato sopra i grandi economisti dell'800 e poi un signore che si chiama Hotelling, che probabilmente avete sentito nominare, ci ha fatto un modello, anzi una regola, che prende il suo nome: la regola di Hotelling. Ci dice che, in teoria, uno che ha un pozzo di petrolio dovrebbe centellinare l'estrazione in modo da lasciarsi sempre qualcosa per il futuro. Questo è determinato da quello che si chiama la "funzione di discount", ovvero dal fatto che la gente preferisce il godimento immediato di un bene rispetto a un godimento futuro. Questo è ovvio, ma la funzione di discount lo quantifica. Secondo Hotelling, uno dovrebbe estrarre petrolio piano piano in modo da tenere costante la resa economica mediata dalla funzione di discount. Anche su questo, ci sarebbero tantissime cose da dire, soprattutto nel fatto che la funzione di discount che si usa in economia ha probabilmente poco a che vedere con quella "vera" che sta nella testa della gente.
Nella pratica, la gente non ha centellinato per niente i beni esauribili. La funzione di discount che hanno in testa, forse, è molto più ripida di quanto gli economisti non dicano. Ovvero, la gente preferisce molto di più una soddisfazione immediata. Appunto, il governo inglese ha ragionato per i pozzi del mare del Nord come ragionano i bambini davanti a una torta: me la mangio tutta subito, poi si vedrà se mi viene il mal di pancia.
Allora, dato che l'economia non ci aiuta molto; vorrei invitarvi a considerare il problema da un altro punto di vista. A volte, cambiando punti di vista, certe volte i problemi che sembrano impossibili diventano semplici. Se non abbiamo una buona teoria economica per la gestione delle risorse, beh, in fondo è comunque una questione di gestione. Gestione è quello che chiamiamo anche "management" ed è un settore scientifico che ha le sue università, le sue riviste, la sua teoria, eccetera. Il management è una cosa molto più pratica e diretta della scienza dell'economia, che spesso si perde in strane teorie che magari alla fine non servono a nulla. La teoria del management si pone esattamente il problema che ci poniamo ora: come gestire al meglio le risorse, che qui si intendono principalmente come risorse umane.
E' proprio questo il punto. Se cominciate a pensare in termini di risorse umane, vedete che ci sono dei metodi di gestione che sono sostenibili - come diremmo per delle risorse economiche. I vostri collaboratori, li volete gestire in modo che diano il meglio, ma non li volete far lavorare 16 ore al giorno e poi, quando cascano morti, li sostituite. Non li volete gestire come si gestiscono oggi i pozzi di petrolio. O magari anche le pescherie oceaniche.
Una volta che cominciate a ragionare in questo senso, vedete i punti di contatto fra la gestione delle risorse economiche e quella delle risorse umane. C'è gente che gestisce i propri collaboratori come se fossero risorse economiche. Li sfrutta e poi li butta via. Hitler faceva così con i soldati tedeschi. A Stalingrado, ha detto, resistete fino all'ultimo uomo! Appunto, li ha gestiti come se fossero pozzi di petrolio. E quelli, poveracci, non avevano altra scelta. Ma, visto come è andata a finire, la strategia di Hitler non è molto efficace, su questo credo che siate daccordo. Poi i Giapponesi hanno inventato i Kamikaze, che non sono stati molto più efficaci; e nemmeno i kamikaze di oggi.
Ora, io credo che il fatto che le risorse umane vanno gestite in un certo modo sia chiaro a tutti, a parte Hitler, i Giapponesi e certi Mollah. Vale a dire che i vostri collaboratori non vanno sovrasfruttati. Non vanno gestiti come kamikaze. Vanno gestiti in modo tale che siano contenti di fare quello che fanno. Credo che fosse chiaro anche in epoche storiche. Per esempio, certe volte nei film si vedono gli egiziani che costruivano le piramidi - si vedono i soldati del faraone che frustano gli operai che portano i pietroni in cima. Questa è proprio una scemenza. Non so quanto sia difficile costruire una piramide, ma non credo proprio che sia una cosa facile. Se quelli devono stare tutto il giorno a portare pietroni sotto il sole, se anche li prendi a frustate, non è che li portano meglio. Anzi. Gli archeologi hanno scoperto dei dati che dicono che i costruttori di piramidi erano persone libere e orgogliose del loro lavoro. E' lo stesso per quelli che remavano nelle galee. Nei film, li prendono a frustate per farli remare. Ma se quello deve remare, se lo prendi a frustate non rema meglio. Anzi, rema molto peggio. Da quello che si sa, gli antichi galeotti erano ben nutriti e ben trattati. Erano atleti come quelli che oggi fanno le olimpiadi e nessuno oggi si sognerebbe di frustare i centometristi per farli correre più forte. Non funziona così.
Ora, se passate da un aeroporto ci troverete quasi sempre uno scaffale nella libreria dove ci sono i libri che vi insegnano a essere un buon manager. Non ci troverete mai un libro che vi insegna come gestire le risorse economiche, non so, una miniera o un pozzo di petrolio. A parte questo, questi libri mi sembrano un po' tutti uguali. Non che siano fatti male - anzi, ci mettono molto impegno a spiegarti come diventare un manager in un minuto. Questo del manager in un minuto c'è in tutti gli aeroporti da anni, tanto che, un pezzo per volta, me lo sono letto tutto senza comprarlo. Ho risparmiato qualcosa. Tempo fa, me ne sono comprato uno che si intitolava "Le tecniche di management di Attila l'Unno" o qualcosa del genere. Beh, era divertente e, alla fine dei conti, diceva le stesse cose di quello del manager in un minuto. Mi sembra che dicano più o meno tutti le stese cose.
Tutto quello che dicono questi libri, bene o male, è "non sovrasfruttate le vostre risorse" ovvero i vostri collaboratori. Con questa regola, magari ci potrei scrivere un libro "il manager da tre secondi" e magari la trovate negli aeroporti. Chissà. Ma, scherzi a parte, credo che qui stia la chiave di volta di tutta la faccenda della gestione delle risorse naturali: "non sovrasfruttatele" .
Questo era quello che vi stavo dicendo fin dall'inizio. In fondo, è una cosa semplicissima, ma ce ne rendiamo conto se ci liberiamo di una certa sovrastruttura che ci arriva dalle scienze economiche. Vi ricordate il postulato di fondo: quello della massimizzazione della funzione utilità. Ovvero si suppone che gli operatori cerchino il loro massimo beneficio immediato. Ovvero, detto meglio, il massimo beneficio mediato dalla funzione di discount. Proprio quello è il nocciolo della scienza economica e proprio quello è la cosa che ci fa sfruttare male le risorse. E' un principio che non dobbiamo applicare, sottolineo proprio questo; non lo dobbiamo applicare. Altrimenti finisce che cerchiamo sempre questo massimo beneficio immediato e sovrasfruttiamo le risorse. Allora succedono i disastri che sappiamo e quelli che verranno. Dobbiamo pensare a sfruttare la risorsa a lungo termine. A sfruttarla al suo livello di maximum sustainable yield. Al diavolo la funzione discount. Proprio come sfrutteremmo un collaboratore prezioso; uno che è motivato e dedicato, uno che ci aiuta nel nostro lavoro, uno che non dobbiamo controllare tutte le mattine se ha timbrato il cartellino.
Ovviamente, per certe risorse, il maximum sustainable yield è zero. Questo è il caso del petrolio che ci metterà milioni di anni per riformarsi dopo che lo abbiamo bruciato. Lo sovrasfruttiamo a qualunque ritmo di estrazione. Ma, anche qui, c'è sovrasfruttamento e sovrasfruttamento. Di petrolio, come dico sempre in tv, ce n'è tanto. Se lo usassimo con parsimonia, durerebbe ancora molto, molto a lungo. E' una questione di parsimonia. Ma se questo si può dire per le risorse umane, non si può dire per le risorse naturali. Peggio che l'eresia al tempo dell'inquisizione. Colin Campbell, il fondatore di ASPO, ha provato a dirlo per il petrolio proponendo una cosa che ha chiamato "protocollo del petrolio". L'idea era di sfruttarlo con parsimonia per farlo durare di più. Per carità! Gli hanno dato di folle criminale. Il petrolio va sfruttato fino all'ultima goccia e alla massima velocità possibile. Poi, quando sarà finito, qualche santo sarà. Poi, appunto, viene fuori Gordon Brown e dice "Toh... il petrolio sta finendo. Non lo potevamo prevedere...."
Allora, ci possiamo domandare: come mai questo fatto che non dobbiamo sovrasfruttare i nostri collaboratori è ovvio, e ci sono libri interi negli scaffali degli aeroporti a raccontarcelo, mentre che non dobbiamo sovrasfruttare le risorse non è affatto ovvio. Non solo non ci sono libri negli aeroporti a spiegarlo, ma tutti dicono esattamente il contrario - ovvero "estraiamo sempre più petrolio" o "peschiamo sempre più in fondo e di più"?
Beh, questo me l'ha spiegato mia figlia che studia neurologia. Mi ha raccontato di una cosa che si chiama "neuroni a specchio". Non so se avete mai sentito nominare i neuroni a specchio che sono una struttura che sta nel nostro cervello. L'ha scoperta principalmente un signore dell'università di Parma che si chiama Rizzolatti. Ha fatto una grande scoperta. E' una cosa interessantissima, tanto e vero che sono stato anche a Parma a trovarlo, Rizzolatti. Veramente un lavoro bello, di quelli che cambiano il mondo; meglio detto che cambiano il modo in cui vediamo il mondo.
Allora, tutti noi abbiamo una parte specifica del cervello che serve solo a "specchiare" le azioni degli esseri umani che ci circondano. Ovvero, se io muovo la mano, così come la sto muovendo ora; mi gratto la testa, per esempio. Nel vostro cervello, i neuroni specchio si stanno attivando esattamente come se anche voi vi grattaste la testa. Questo si chiama specchiare in neurologia. Per uno come me che si diverte a fare modelli matematici, si chiama modellizzare. Quando fai un modello, il computer specchia la realtà in un programma che sta nel suo processore; il vostro cervello specchia i vostri vicini in una struttura neuronica apposita.
L'esistenza dei neuroni a specchio probabilmente è il risultato di milioni di anni di evoluzione. Ce li hanno anche le scimmie e, se ho capito bene, anche i cani e gli uccelli. Ma gli esseri umani ce li hanno di più e migliori. Se non avete i neuroni a specchio, siete degli autistici. Non capite le intenzioni di chi vi sta intorno, vi muovete come il classico toro nel negozio di bicchieri di cristallo. Ma la vita dell'autistico è molto difficile. Gli altri esseri umani sono le vostre migliori risorse e anche i vostri peggiori nemici. Dovete capirli, modellizzarli, altrimenti non avete scampo. Se siete un manager e i vostri neuroni a specchio non funzionano, siete un pessimo manager. Avete bisogno di capire, di modellizzare chi vi sta intorno. Altrimenti, tenderete soltanto a sfruttarli, a farli lavorare finché non cascano morti. Li tratterete come Hitler ha trattato i suoi soldati a Stalingrado e vedete come gli è andata a finire. Li tratterete come se fossero dei giacimenti di petrolio e, infatti, i neuroni a specchio non funzionano per il petrolio.
Questo è forse il nocciolo del problema che abbiamo. Non abbiamo strutture neuroniche che ci permettano di specchiare, ovvero modellizzare le risorse inanimate che ci circondano. Per questa ragione, non riusciamo a gestirle decentemente. Non solo non le gestiamo bene, le distruggiamo una dietro l'altra, proprio come il toro che attraversa a tutta corsa il negozio di bicchieri. Il toro forse ha dei neuroni a specchio, ma se ce li ha funzionano per le mucche e altri tori, non per i bicchieri di cristallo.
Ci vorrebbero dei neuroni a specchio per gli alberi, i prati, le balene e anche per i pozzi di petrolio. Non so se ce li abbiamo, i dati di Rizzolatti non sembrano dirci che ci sono. Ma c'è chi ha chiamato i neuroni specchio in "neuroni Dalai Lama", ovvero i neuroni che ci danno empatia verso quello che ci circonda. Parlando del Dalai Lama, ci viene in mente che nel buddismo si rispettano anche le creature non umane e anche le creature inanimate. Forse, i neuroni specchio per tutto il pianeta ce li abbiamo tutti. Forse sono solo un po' atrofizzati da troppi libri di teoria economica. Con un po' di esercizio, chissà che non li si possano rimettere in forma e utilizzare.
Allora, arrivati alla fine di questo discorso, credo di avervi presentato il problema da un lato che forse non avevate considerato. Gestire le risorse naturali come se fossero risorse umane. A me sembra una buona idea, e ve la sottopongo. Certo, bisogna metterla in pratica. Può darsi che valga la pena di considerare il petrolio come se fosse uno di noi. Chi lo sa, forse così le cose funzionerebbero meglio.
martedì, agosto 26, 2008
Dinamica dei prezzi di una risorsa finita
Molti hanno letto l’ormai celeberrimo “I limiti dello sviluppo”, il rapporto di carattere generale, non tecnico, redatto quasi quarant’anni fa per informare uomini politici e opinione pubblica sulle conclusioni a cui erano giunti alcuni scienziati applicando al sistema Mondo un modello di previsione globale basato sulla dinamica dei sistemi. Pochi sanno però, che il lavoro completo comprendeva anche altri due volumi di carattere tecnico, usciti successivamente, "Verso un equilibrio globale" e “La dinamica dello sviluppo in un mondo finito”. Il primo conteneva alcuni rapporti tecnici che descrivono un modello di simulazione completo, applicato a uno o più settori del modello globale. Il secondo, conteneva la descrizione in termini tecnici del modello di simulazione globale denominato “Mondo 3”.
In questi giorni, spolverando i miei libri, con piacevole sorpresa, ho ritrovato il primo di questi ultimi due volumi. E’ del 1973 ed ha per sottotitolo “studi del System Dynamics Group del MIT”. Tra i rapporti tecnici in esso contenuti, mi ha colpito particolarmente quello intitolato "Ciclo vitale del ritrovamento di una risorsa finita: uno studio sul gas naturale negli USA" di Roger F. Naill. Già la citazione tratta dal Wall Street Journal del 2 Giugno 1970 che precede il rapporto è molto significativa: “Per la prima volta nella storia, le risorse di energia del paese non sono in grado di soddisfare la domanda in continuo aumento. L’uso dell’elettricità, del gas naturale, del carbone e di altri combustibili da parte di industrie e privati americani sta aumentando con una velocità maggiore rispetto a quella con cui le fonti di energia possono accrescere la loro produzione. Alcuni esperti giudicano il problema temporaneo, ma altri ritengono che si sia giunti a una svolta storica in cui le risorse di energia, che non avevano mai costituito un problema, diventano un fattore limitante dello sviluppo nazionale”. E ora sappiamo chi aveva ragione. Ma ancor di più interessanti sono le conclusioni dello studio che, secondo l'autore, rappresenta non solo la dinamica evolutiva di alcune variabili connesse allo sfruttamento del gas naturale, ma di qualsiasi risorsa non rinnovabile. Tra i grafici presenti nello studio vi allego quello principale, di cui tutti gli altri sono
una derivazione. Vi prego di notare la curva del prezzo, molto simile qualitativamente alla curva reale dei prezzi petroliferi attuali. La gelida asciuttezza di queste curve sembra un lontano ammonimento ai commentatori contemporanei a trascurare le fallaci apparenze della dinamica dei prezzi quotidiana per concentrarsi sullo scenario tendenziale determinato dalla limitatezza della risorsa e dai fondamentali dell’economia.
In questi giorni, spolverando i miei libri, con piacevole sorpresa, ho ritrovato il primo di questi ultimi due volumi. E’ del 1973 ed ha per sottotitolo “studi del System Dynamics Group del MIT”. Tra i rapporti tecnici in esso contenuti, mi ha colpito particolarmente quello intitolato "Ciclo vitale del ritrovamento di una risorsa finita: uno studio sul gas naturale negli USA" di Roger F. Naill. Già la citazione tratta dal Wall Street Journal del 2 Giugno 1970 che precede il rapporto è molto significativa: “Per la prima volta nella storia, le risorse di energia del paese non sono in grado di soddisfare la domanda in continuo aumento. L’uso dell’elettricità, del gas naturale, del carbone e di altri combustibili da parte di industrie e privati americani sta aumentando con una velocità maggiore rispetto a quella con cui le fonti di energia possono accrescere la loro produzione. Alcuni esperti giudicano il problema temporaneo, ma altri ritengono che si sia giunti a una svolta storica in cui le risorse di energia, che non avevano mai costituito un problema, diventano un fattore limitante dello sviluppo nazionale”. E ora sappiamo chi aveva ragione. Ma ancor di più interessanti sono le conclusioni dello studio che, secondo l'autore, rappresenta non solo la dinamica evolutiva di alcune variabili connesse allo sfruttamento del gas naturale, ma di qualsiasi risorsa non rinnovabile. Tra i grafici presenti nello studio vi allego quello principale, di cui tutti gli altri sono
lunedì, agosto 25, 2008
Perché Geordie fu impiccato
Così lo impiccheranno con una corda d'oroE' un privilegio raro
Rubò sei cervi dal parco del Re
Vendendoli per denaro.
Fabrizio de Andrè, "Geordie", 1965,
Nella canzone, il conflitto si è risolto a favore del Re, e Geordie è finito impiccato. Potremmo immaginarci una fine diversa, in cui Geordie capeggia una rivoluzione contadina, prende d'assalto il castello e fa tagliare la testa al Re. Dopodiché, viene dichiarata la repubblica il bosco dei cervi diventa proprietà del popolo. Si tagliano gli alberi e si sterminano tutti i cervi. Il popolo decide spontaneamente di usare i ricavi della vendita del legno e della carne di cervo per erigere una gigantesca statua di bronzo a Geordie. Il Soviet supremo, capeggiato da Geordie, istituisce l'agricoltura collettivizzata e fa piantare il grano nell'area che era una volta il bosco dei cervi. I Kulaki che si oppongono alla collettivizzazione vengono sterminati. Le rese agricole calano in ragione del sovrasfruttamento e non corrispondono a quelle stabilite dal piano quinquennale. In risposta, il Soviet supremo fa fucilare i sabotatori e i nemici del popolo. La carestia viene esacerbata dai provvedimenti draconiani del governo che vietano ai contadini di spigolare nei campi incolti. L'erosione dovuta alla deforestazione riduce ulteriormente la resa dei raccolti e causa ulteriore carestia, ma le rivolte sono ferocemente represse e i nemici del popolo impiccati in gran numero. A questo punto, un contadino che scava nel suo orto scopre un pozzo di petrolio. Vende i diritti di sfruttamento a una multinazionale e con i profitti importa cibo dall'estero per nutrire la popolazione. Questa si rivolta in massa contro Geordie e i suoi, li caccia via, abbatte la gigantesca statua di bronzo di Geordie e incorona Re il contadino. Quest'ultimo procede a ripiantare il bosco e introdurvi dei cervi. Chi si azzarda a rubarne uno verrà impiccato con una corda d'oro.
La "Canzone di Geordie" di Fabrizio de Andrè è un adattamento di un'antica canzone popolare inglese. Ne esistono varie versioni, in tutte la forza del testo deriva dal contrasto fra la pena dell'impiccagione e quello che a noi sembra un crimine non grave: il furto di un certo numero di cervi, venduti "per denaro" nella versione italiana mentre in inglese vengono venduti a "Boheny", una città non bene identificata. In tutte le versioni si parla di impiccagione con una "corda d'oro" a indicare la severità della punizione.
Queste ballate popolari di solito hanno una base umana e sociale ben definita e raccontano di conflitti reali, anche se in forma poetica. Così, ci deve essere una tagione se la ballata ci racconta esattamente questa storia e ci deve essere una ragione per la quale rubare "i cervi del parco del re" è un crimine tanto grave da meritare l'impiccagione. Proviamo a ragionarci sopra.
Dal punto di vista dell'economia classica, i cervi sono una risorsa che ha un valore monetario in un'economia di mercato. Se avete studiato economia, vedrete che nei libri di testo si parla di "ditte" o "operatori" che ottimizzano i loro profitti o, detto in modo più formale, "massimizzano la loro funzione utilità". Ma questa ottimizzazione avviene sempre in un contesto in cui un operatore ha il completo controllo dei mezzi con cui produce qualcosa. In altre parole, si lavora in un regime di proprietà privata delle risorse.
Quando si tratta di cervi, però, la cosa si fa più complicata. Di chi sono i cervi che vagano liberamente nei boschi? Nel diritto romano, la selvaggina era definita come "res nullius", cosa di nessuno. Chiunque, in linea di principio, poteva appropriarsene. Oggi, definiamo lo stesso concetto con il termine di risorse di "libero accesso" ("free access"). Il problema delle risorse free access, è che chi le sfrutta non può ottimizzare la produzione a seconda delle condizioni del mercato. In un regime di free access, se ti capita di incontrare un cervo nel bosco, non puoi metterti a ragionare sul suo valore di mercato e se ti conviene ammazzarlo o no. Sai che se non lo ammazzi tu adesso non è detto che lo ritroverai quando sarà più conveniente ammazzarlo e se non lo ritrovi tu lo ammazzerà qualcun altro. Quindi ti conviene ammazzarlo ora, anche se sai bene che il mercato è saturo di cervi e a venderlo non ci guadagnerai quasi niente.
Questo tipo di problemi delle risorse di free access è ben noto in economia fin dagli anni 1950, quando si cominciò a modellizzare la pesca. Si scoprì che c'era una buona ragione per la quale i pescatori sono di solito poveri: non possono ottimizzare la loro produzione. Più tardi, Garrett Hardin descrisse il problema con il nome della "Tragedia dei beni comuni" (the Tragedy of the Commons). Nel linguaggio di Hardin, "beni comuni" aveva lo stesso significato di "risorsa di libero accesso", anche se si riferiva a degli ipotetici pascoli liberi piuttosto che al caso reale dell'industria della pesca.
Il problema delle risorse free access non è solo quello dell'impossibiltà per gli operatori di ottimizzare i loro profitti. E' molto più grave: se, come si diceva, ogni cacciatore trova conveniente ammazzare ogni cervo che incontra, finirà che si ammazzano più cervi di quanto i cervi non si possano riprodurre. Questo vuol dire che si preleva una quantità di risorsa superiore a quella con la quale la risorsa si riproduce. Alla fine, non rimangono più cervi da cacciare. Questo fenomeno si chiama "overshoot" (sovrasfruttamento). E' tipico anche questo della pesca, basti pensare alla caccia alla balena nel secolo XIX che ha sterminato fino quasi all'estinzione le specie cacciate a quell'epoca. Non tutti lo sanno, ma la teoria di Hardin è quella che genera il "Picco di Produzione" che si trova nel caso del petrolio e tante risorse minerarie - ma non approfondiamo qui questo argomento.
In pratica, per evitare l'overshoot non c'è che mettere la risorsa sotto controllo di un'autorità; ovvero privatizzarla o affidarla alla gestione da parte di un'autorità pubblica. Nel caso dei cervi, quello che usiamo oggi è un sistema di quote e licenze stabilite dal governo, accoppiate alla chiusura della caccia per certi periodi. Al tempo di Geordie, i cervi erano proprietà del re, e chi li rubava finiva impiccato. In entrambe i casi, la risorsa non è più "free access". E' stata privatizzata esplicitamente nel caso del parco del re, un po' meno esplicitamente nel caso della gestione moderna della caccia; ma il concetto è quello.
Quindi, capite le ragioni del conflitto che sentiamo descritto nella canzone di Geordie. Il valore economico dei cervi per chi li poteva vendere sul mercato era molto superiore a quello che il re ne poteva trarre tenendoli nel suo parco. In effetti, la storia dell'umanità si può vedere come una serie di conflitti fra chi vedeva le risorse come dei "commons" e chi le vedeva come proprietà privata. E' uno dei temi cari a un certo filone dei film western: la lotta dei contadini che volevano privatizzare la terra, e degli allevatori che volevano tenerla come pascolo "free access". Nel complesso, la gestione delle risorse come "commons" si è rivelata fallimentare nella storia umana, a parte per certe risorse che non si prestano al sovrasfruttamento, (pensate per esempio alla legna nel bosco; è impossibile sovrasfruttarla finché uno si limita a raccogliere rami secchi caduti). Hardin aveva ragione quando parlava di "tragedia dei commons".
Ai nostri tempi, la tragedia dei commons si sta verificando con il petrolio. Questa affermazione farà sobbalzare più di un economista sulla sedia. Ma quale free access? I giacimenti di petrolio sono proprietà privata. Vero, però pensateci sopra un attimo. La proprietà del giacimento esiste solo dal momento in cui viene identificato. Prima di trivellare, non si sa se il petrolio c'è o non c'è in un certo posto. Il mondo è un'unica immensa foresta dove i cervi (i giacimenti di petrolio) si nascondono. Una volta catturato, il cervo è di proprietà del cacciatore, ma finché non si sa dov'è, è una risorsa free access. L'esplorazione petrolifera è un tipico esempio di free access a una risorsa.
Certo, una volta che il petrolio è stato trovato, niente vieterebbe al proprietario di lasciarlo dov'è senza sfruttarlo. Questa è una cosa che non si può fare con un cervo morto, che va a male, ma con un pozzo di petrolio, si. Nella pratica, tuttavia, fino ad oggi tutti i possessori di pozzi di petrolio si sono affrettati a sfruttare i pozzi alla massima velocità possibile, vendendo "per denaro" il petrolio estratto proprio come Geordie aveva fatto con i cervi del parco del re.
Questa strage petrolifera non corrisponde a come gli operatori si dovrebbero comportare secondo la teoria economica corrente. Su questo punto, Harold Hotelling aveva presentato negli anni '30 un suo modello, oggi noto come "La regola di Hotelling". Secondo Hotelling, il possessore di una risorsa non rinnovabile poteva massimizzare la propria funzione utilità estraendo piano piano e sempre meno in vista dell'arrivo futuro di un'altra risorsa (detta "backstop") che avrebbe rimpiazzato quella in uso. Ma non è così che si sono comportati i proprietari dei giacimenti petroliferi fino ad oggi.
Il fallimento della regola di Hotelling applicata ai pozzi del petrolio ha probabilmente a che fare con il postulato di base che Hotelling aveva usato. Hotelling aveva ragionato che un bene vale sempre meno a seconda di quanto è lontano nel tempo il suo godimento (meglio un uovo oggi che una gallina domani). Questa riduzione di valore viene detta "funzione di discount" e, secondo l'economia classica, è un esponenziale negativo. In realtà, sembra che la funzione reale per la maggior parte degli esseri umani scenda in modo molto più ripido di un esponenziale. Quello che è successo è che per gli operatori petroliferi la prospettiva di un esaurimento della possibilità di trovare ulteriore petrolio era sufficientemente lontana nel tempo che il valore dei pozzi in quel futuro era considerato zero. In altre parole, si sono comportati come se pensassero che il petrolio fosse infinito. Quindi, non hanno minimamente pensato a ottimizzare la produzione a lungo termine, come avrebbe voluto Hotelling.
Le cose potrebbero cambiare nel futuro e ci sono evidenti elementi che fanno pensare che i proprietari dei giacimenti stanno cominciando a pensare che non è il caso di estrarre sempre e comunque alla massima velocità possibile. Sta entrando in azione un nuovo meccanismo che non è più quello descritto dai "commons" di Hardin, ma che potrebbe essere proprio quello descritto da Hotelling. Oggi, chi possiede un giacimento, comincia a ragionare che, una volta esaurito, non sarà facile trovarne un altro. Pertanto, comincia a stringere sui rubinetti e a ridurre la velocità di estrazione. Questo non renderà il petrolio infinito, ma è uno dei fattori che causano il picco del petrolio. Potrebbe, fra le altre cose, rendere la discesa del dopo-picco molto più rapida di quella che era stata la salita.
Così, a questo stadio della storia del petrolio, si ricrea il conflitto fra "commons" e privatizzazione; fra Geordie e il Re. I paesi consumatori (Geordie) chiedono a gran voce che si estragga il petrolio (i cervi) e lo si venda "per denaro". I paesi produttori (il Re) non hanno nessuna intenzione di sprecare il loro petrolio (i cervi) in questo modo. E' un conflitto ancora embrionale, ma con l'invasione dell'Iraq può darsi che ne abbiamo visto una prima avvisaglia. E' tutto da vedere chi finirà impiccato alla fine.
Etichette: commons
domenica, agosto 24, 2008
Il secondo compleanno del blog ASPO - Italia

Sono trascorsi ormai due anni da quando il prof. Ugo Bardi ha lanciato il blog di ASPO - Italia (cioè, da fine agosto 2006).
Il successo del primo anno si è riconfermato, inoltre si sono verificati alcuni interessanti sviluppi.
Senza stravolgere la filosofia del blog, abbiamo voluto fare in modo che i soci e anche i frequentatori più assidui potessero entrare come parte attiva nella creazione dei documenti. Questo aspetto un po' "open source", che punta a valorizzare la produttività individuale "gratuita", si sta rivelando un buon volano di crescita culturale. Pur essendo ancora in una fase embrionale, potrebbe essere la chiave per un' "esplosione esponenziale", in senso figurato, di questa community. Per il momento, molto dobbiamo alla verve creativa di Ugo!
Pertanto, rinnovo qui l'invito a chi desiderasse pubblicare in forma di post dei lavori da lui/lei prodotti a contattarmi a franco.galvagno@gmail.com. Grazie a quanti contribuiscono con post e commenti a rendere ricco il blog!
Suona un po' strano parlarne qui, a distanza di due anni ... ma di che cosa si discute in questo blog?
Il titolo è stato recentemente cambiato da "Energia, Materie Prime e Ambiente" in "Risorse, Economia e Ambiente". Si tratta di 3 aspetti intimamente collegati, che in un ideale percorso termodinamico raccontano la vita dell'Uomo: come e quanto sfruttiamo le Risorse, come organizziamo in base ad esse la nostra Economia e i nostri ordinamenti politici, e infine come andiamo a impattare sull'Ambiente, sia in termini di inquinamento che di cambiamento climatico.
Il successo del primo anno si è riconfermato, inoltre si sono verificati alcuni interessanti sviluppi.
Senza stravolgere la filosofia del blog, abbiamo voluto fare in modo che i soci e anche i frequentatori più assidui potessero entrare come parte attiva nella creazione dei documenti. Questo aspetto un po' "open source", che punta a valorizzare la produttività individuale "gratuita", si sta rivelando un buon volano di crescita culturale. Pur essendo ancora in una fase embrionale, potrebbe essere la chiave per un' "esplosione esponenziale", in senso figurato, di questa community. Per il momento, molto dobbiamo alla verve creativa di Ugo!
Pertanto, rinnovo qui l'invito a chi desiderasse pubblicare in forma di post dei lavori da lui/lei prodotti a contattarmi a franco.galvagno@gmail.com. Grazie a quanti contribuiscono con post e commenti a rendere ricco il blog!
Suona un po' strano parlarne qui, a distanza di due anni ... ma di che cosa si discute in questo blog?
Il titolo è stato recentemente cambiato da "Energia, Materie Prime e Ambiente" in "Risorse, Economia e Ambiente". Si tratta di 3 aspetti intimamente collegati, che in un ideale percorso termodinamico raccontano la vita dell'Uomo: come e quanto sfruttiamo le Risorse, come organizziamo in base ad esse la nostra Economia e i nostri ordinamenti politici, e infine come andiamo a impattare sull'Ambiente, sia in termini di inquinamento che di cambiamento climatico.
I Temi dominanti riguardano le risorse minerarie (energetiche e non), quelle bioorganiche (tra cui quelle agricole e ittiche), i "rifiuti" e le emissioni , gli scenari macroeconomici, gli aspetti psicologici, sociali e politici. Ultimo e non per importanza, il problema del riscaldamento globale.
In modo trasversale si parla delle Tecnologie passate, presenti e future che accompagnano l'Uomo nella sua continua evoluzione.
Sperando di non cadere nella trappola dell'autocelebrazione vi passo alcuni dati di massima sul blog.
Ecco il grafico dei visitatori unici (ogni punto raggruppa i dati di una settimana):
Si nota il tempo di latenza iniziale, i "crolli" estivi e il trend di lenta crescita costante.
In due anni, quasi 400.000 visualizzazioni di pagina e quasi 125.000 visitatori "unici".
La fedeltà" dei lettori: più della metà dei visitatori sono tornati sul sito più di 3 volte in questo tempo; una buona parte lo hanno fatto decine o centinaia di volte.
Curiosità: in 135 Paesi è stato effettuato almeno un click...
Etichette: comunicazione, statistica
venerdì, agosto 22, 2008
Picco del petrolio e federalismo fiscale
Su Repubblica di domenica scorsa, nel consueto editoriale, Eugenio Scalfari affronta il tema del federalismo fiscale, concludendo che “In queste condizioni, quali che siano le opinioni di Tremonti e di Calderoli, parlare di federalismo fiscale è pura accademia e fumo negli occhi per distogliere l'attenzione da questioni assai più cogenti. Una trasformazione radicale del sistema tributario e dei poteri amministrativi effettuati in tempi di recessione e di deflazione è inattuabile poiché comporta gravissimi rischi. Come se, in tempi di tempesta, il timone della nave fosse affidato a venti timonieri anziché ad uno. Basta enunciare un'ipotesi del genere per esserne terrorizzati”. Sono d’accordo, probabilmente l’eminente giornalista non è del tutto conscio della crisi strutturale dell’economia indotta dall’approssimarsi del picco del petrolio, però intuisce correttamente che il mondo sta per entrare in una fase di recessione e che questa condizione possa essere combattuta meglio dagli Stati nazionali, piuttosto che da un’accozzaglia di regioni, fragili economicamente, inadeguate sul piano amministrativo, maggiormente condizionabili da spinte localistiche.
Il picco del petrolio non sarà una passeggiata e richiederà scelte e decisioni difficili e impopolari, che solo una salda direzione centrale potrà assumere e un’economia di dimensione almeno nazionale potrà supportare. Invece, in Italia, il nuovo governo, con il colpevole assenso di una parte dell’opposizione, guidata da una schiera amministratori locali forse preoccupati più di ritagliarsi maggiori spazi di potere che dell’interesse generale, si sta avviando a proporre un’ipotesi di riforma federalista che prevede pesanti trasferimenti di competenze e risorse dallo Stato alle Regioni e agli enti locali, aprendo la strada a una separazione di fatto del paese.
Purtroppo, a 150 anni dall’Unità d’Italia, parafrasando Massimo D’Azeglio, “non abbiamo ancora fatto gli italiani” e nei banchi del Parlamento e del Governo siedono rappresentanti di una forza politica, la Lega, dotata di forte potere di condizionamento politico, che non si limitano solo a deridere i simboli dell’Unità nazionale, ma perseguono deliberatamente una strategia di frammentazione dell’unità nazionale, senza suscitare un’adeguata reazione nell’opinione pubblica, nelle altre forze politiche e negli organi preposti a tutelare le norme e i principi costituzionali.
Sia chiaro, penso che una riforma che responsabilizzi maggiormente le Regioni italiane, evitando l’abitudine cronica di alcune di esse allo spreco e allo sperpero delle risorse pubbliche sia necessaria, ma lo Stato deve mantenere e rafforzare tutte le funzioni strategiche previste nella Costituzione e, in alcuni casi, riacquisire alcune competenze specifiche.
Nei settori più vulnerabili rispetto alla crisi energetica ed economica incombenti, è indispensabile che lo Stato si riappropri delle funzioni di pianificazione e controllo in materia energetica, non efficaci su scala regionale; riacquisti un ruolo strategico nelle decisioni in materia di trasporti, in particolare predisponendo programmi infrastrutturali nel settore del trasporto pubblico locale, lasciando agli enti locali solo compiti attuativi; mantenga un ruolo di indirizzo e controllo nel settore agricolo-forestale; accentui il ruolo di guida dell’economia nazionale per proteggere le fasce più deboli della popolazione dall’accentuarsi delle sperequazioni sociali.
Più in generale, deve continuare ad essere garantito un livello omogeneo di istruzione pubblica e una garanzia di tutela sanitaria di base per tutti i cittadini italiani.
Etichette: politica, transizioni
giovedì, agosto 21, 2008
La grande profezia

C'è una vecchia barzelletta sui carabinieri che va più o meno così: "Appuntato, si sporga dal finestrino e mi dica se la freccia funziona oppure no." "Brigadiere, sto guardando: ora si, ora no, ora si, ora no......."
Il senso comico della storia sta nel fatto che il personaggio che osserva dal finestrino ha così poca memoria da dimenticarsi che, prima di essere spenta, la freccia era accesa e viceversa. E' l'esagerazione caricaturale di una storia vera che ci racconta lo psichiatra Oliver Sachs di un suo paziente che soffriva di amnesia per la memoria a lungo termine.
Se il paziente di Sachs era un caso patologico, l'atteggiamento di certi "esperti" petroliferi sembrerebbe alle volte meritare anche quello un'indagine clinica. Quando il prezzo va su per un po', tutti dicono che è un disastro irreversibile. Quando il prezzo va giù, che non c'è niente da preoccuparsi. Appunto, come la freccia della macchina dei carabinieri: "ora si, ora no....."
Per dare un esempio non recentissimo di questa amnesia patologica, mi ricordo sempre di un convegno di un paio di anni fa in cui un parlamentare della repubblica (per pietà, non faccio nomi), che parlava dopo di me, disse che era totalmente in disaccordo con la mia analisi dato che "i prezzi del petrolio si sono abbassati". A quel tempo, tutti consideravano altissimi prezzi intorno ai 60 dollari al barile e il fatto che fossero temporaneamente scesi sotto i 50 sembrava motivo sufficiente per il nostro parlamentare di ritenere che tutti i problemi fossero scomparsi. Non era in grado di ricordarsi - amnesia patologica, appunto - che un anno prima i prezzi erano ben sotto i 40. Avrei voluto ricordarglielo, ma era una persona talmente importante che non aveva tempo per sentire le repliche e dopo questo suo brillante intervento se n'è andato sulla sua auto blu.
Possiamo ipotizzare, forse, un attacco degli alieni che usano un raggio decerebrante come arma contro gli esseri umani? Solo così si può spiegare come - quest'estate del 2008 - il fatto che i prezzi del petrolio siano scesi sotto i 120 dollari al barile (dopo aver toccato i 150) venga considerato da moltissima gente come motivo sufficiente per non preoccuparsi più di quella strana cosa che certuni avevano chiamato "il picco del petrolio", anzi di negarne senz'altro l'esistenza.
Fortunatamente, sembra che alcuni di noi siano immuni a quest'arma decerebrante aliena o, forse, semplicemente non soffriamo di amnesia. Basta poco, in effetti, per rendersi conto che queste fluttuazioni dei prezzi sono un elemento ricorrente di una curva che è in netta crescita dal 2003. Sulla base dei dati storici che coprono un paio di anni, era facile aspettarsi che avremmo avuto delle oscillazioni importanti.
Leggete cosa scrivevo a Gennaio di quest'anno in un post che intitolavo "previsioni per il 2008":
I prezzi potrebbero aumentare ben oltre i 100 dollari al barile, ma continueranno ad essere estremamente volatili. Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi di un crollo temporaneo, al che tutti diranno che la crisi del petrolio era solo una bufala. Per un po'.
Una notevole profezia, vero? Eppure non ci voleva tanto. Bastava guardare i dati storici (e portare tutti i giorni uno speciale elmetto anti-raggio decerebrante alieno).
Notate, comunque, che la profezia non si è ancora completamente realizzata. Il crollo lo do per "temporaneo". Vediamo cosa succede a fine anno, poi mi posso vestire da mago con il vestito blu con le stelle e tutto il resto.
Etichette: prezzi
mercoledì, agosto 20, 2008
L'arte della retorica nel dibattito sul riscaldamento globale: il "punto caldo" della troposfera
i nostri antenati conoscevano e coltivavano l'arte della retorica.
In un post precedente, ho sostenuto che la retorica è una nobile e antica arte che non merita l'opinione spesso negativa che ne abbiamo oggi. La retorica non consiste nell'imbrogliare la gente (quella è un'altra cosa: si chiama "propaganda") ma nel presentare i propri argomenti nel modo migliore e più convincente e - allo stesso tempo - essere preparati a confutare quelli dell'avversario. Il dibattito pubblico è un arte raffinata che si impara solo con la pratica. Qui, ne porto un altro esempio.
Luglio 2008 - in un circolo ARCI nei dintorni di Firenze
E' una serata calda e il circolo è pieno di gente che beve birra, fuma, chiacchera e guarda la televisione. Nella loggia dove si tiene il dibattito sono venute una quindicina di persone. Non c'è male; solo qualche anno fa, in altre occasioni estive, poteva succedere che non venisse nessuno a sentir parlare di energia e ambiente.
In questa occasione sono il solo oratore della serata; per cui cerco di dare un quadro a tutto campo della situazione. Non parlo solo di petrolio, ma descrivo anche il problema del riscaldamento globale. La gente che mi ascolta è chiaramente interessata: ormai l'atteggiamento della platea lo "sento" come lo sente un attore consumato.
Comincia il dibattito. Come sempre, mi trovo di fronte a domande di gente consapevole che bisogna fare qualcosa, anche se non hanno perfettamente chiaro cosa. Sono interessati a soluzioni pratiche. Mi chiedono dei miei pannelli fotovoltaici. Viene fuori il discorso dei doppi vetri, delle biciclette, degli autobus e cose del genere.
A un certo punto, qualcuno prende la parola in platea. Vedo subito che il tono è diverso. Comincia a parlare di clima; parte molto da lontano descrivendo come funzionano i modelli dell'IPCC. Quello che dice suona giusto, nel complesso, ma bisogna vedere dove vuole andare a parare. Dopo un po', comincia a parlare del "punto caldo" che i modelli proporrebbero come la "firma" del riscaldamento globale. Questo "punto caldo", dice, dovrebbe essere nella troposfera, ma non lo si trova. Perciò i modelli dell'IPCC, dice "sono stati screditati". Continua dicendo che - di conseguenza - non esiste nessuna prova che l'effetto serra sia causato dalla CO2, e quindi dall'attività umana.
Lo guardo mentre continua a parlare. Ha l'aria di una persona normale; sui trent'anni, con la barba. Di cosa sta parlando? Di questo "punto caldo" della troposfera non avevo mai sentito parlare. Qualunque cosa sia, se fosse vero che c'è una discrepanza importante fra teorie e misure, i climatologi ne starebbero dibattendo e la cosa non mi sarebbe sfuggita. Se nessuno degli esperti ne parla, evidentemente la discrepanza non c'è, oppure non è importante. Ma non è con questo argomento che posso rispondere. D'altra parte, vedo chiaramente che la gente che ascolta è perplessa. Sul riscaldamento globale sono state dette tante cose, e sempre serpeggia l'idea che sia un complotto per tartassarci ulteriormente con tasse e balzelli. Non sarà mica vero, per caso?
Il tale continua a parlare. Troppo a lungo. Gli ascoltatori hanno perso il filo delle sue elucubrazione e questo mi da il tempo di elaborare una strategia di risposta. Una delle leggi della retorica è che non devi mai dare spazio all'avversario. Se del punto caldo non ho mai sentito parlare, so come rispondere.
Alla fine, si accorge anche lui che ha parlato troppo a lungo. Si guarda un attimo intorno e poi si siede. La gente è tuttora perplessa; si aspetta una risposta da parte mia. Bene; eccola che arriva:
"Egregio signore, vedo che lei ha sollevato dei punti interessanti sui modelli climatici dell'IPCC. Purtroppo, però, devo dirle che ha fatto un errore fondamentale; un errore, purtroppo, molto comune. Lei si basa su un imperfezione dei modelli per sostenere che la CO2 non causa riscaldamento. Sbagliato. Non è a questo che servono i modelli. Che la CO2 causi un riscaldamento dell'atmosfera è un fatto fisico. Nessun modello dell'atmosfera potrebbe provare o smentire un fatto che deriva dalle proprietà fisiche della molecola di CO2, ovvero dalla sua capacità di assorbire la radiazione infrarossa. Questa è una cosa nota da più di un secolo e che si misura in laboratorio: vorrebbe negarla?"
(A questo punto, faccio una breve pausa a effetto. La gente in platea annuisce. Ricomincio.)
"Le faccio un semplice esempio. Supponiamo che lei accenda un caminetto in una stanza. Lei sa che è un fatto fisico che la fiamma riscalderà la stanza. Ora, se le chiedessi di prevedere esattamente che temperatura la stanza raggiungerà, lei avrà bisogno di qualche modello, probabilmente piuttosto complicato, che tenga conto dell'isolamento termico, dei doppi vetri, della circolazione dell'aria nella stanza, e di tante altre cose. Un buon modello le darà una previsione approssimata. Può darsi benissimo, tuttavia, che non riesca a prevedere al decimo di grado la temperatura della stanza, o esattamente la temperatura di ogni parte della stanza. Ora, dal fatto che il modello non da previsioni esatte, lei andrebbe a concludere che il fuoco non scalda la stanza?"
(altra pausa ad effetto. Ormai è stato silurato sotto la linea di galleggiamento - non resta che farlo colare a picco)
"Vede quindi che le imprecisioni dei modelli non sono un motivo per negare l'effetto del riscaldamento dei gas serra che, ripeto, è un fatto fisico. Certamente, non sappiamo con precisione assoluta di quanto la terra si riscalderà a causa del biossido di carbonio. C'è chi arguisce, in effetti, che l'effetto del sole è più importante di quello del biossido di carbonio. Ma lei sa anche, o dovrebbe sapere, che la concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera è la più alta mai osservata su questo pianeta da quasi un milione di anni a questa parte. E sta continuando ad aumentare. Questo deve portare per forza a un riscaldamento e lei vorrebbe dirci che non ce ne dobbiamo preoccupare? Semmai, le imprecisioni dei modelli sono un motivo per preoccuparci di più. I modelli, infatti, potrebbero essere ottimisti e il riscaldamento globale potrebbe essere molto più forte e più dannoso di quanto non prevedano".
A questo punto, il mio interlocutore si tace. Tutti quelli intorno a lui lo guardano come se avesse appena proposto di nominare Adolf Hitler per il Nobel postumo per la pace. Il dibattito continua su altre cose; lui non interviene più. Più tardi, se ne va silenziosamente. Peccato. Avrei voluto chiedergli dove aveva trovato questa faccenda del punto caldo.
Tornato a casa, cerco su internet. La ricerca è laboriosa, ma alla fine trovo qualcosa su un sito italiano che era probabilmente l'origine delle affermazioni del mio interlocutore. Secondo questo sito:
"nei periodi nei quali la temperatura al suolo ha continuato a salire e quindi anche le temperature troposferiche avrebbero dovuto mostrare un trend di crescita ben definito. Così non è, la realtà descritta dalle osservazioni è ben diversa dalle simulazioni, non c’è traccia di alcun hot spot delle temperature in quota. L’effetto serra di chiara origine antropica come descritto dai modelli di simulazione non esiste."
Da dove arriva questa affermazione? Il sito non lo dice; nel testo ci sono delle citazioni bibliografiche ma la bibliografia in fondo all'articolo non c'è, quindi è impossibile risalire alle fonti. Questo non da una buona impressione - anzi, la da pessima. Comunque, mancando i riferimenti, non si può dire niente sulla validità di queste disquisizioni.
Dopo lunghe ricerche su internet, credo che una spiegazione sulla questione del punto caldo la si trovi in questo articolo su realclimate. La cosa è estremamente complicata e astrusa e non sono sicuro di aver capito esattamente tutti i dettagli. Ma, in sostanza, potete leggere che, nel 2007, un gruppo di ricercatori (Douglass, Pearson, Singer e Christy) hanno pubblicato un articolo in cui sostenevano che i modelli climatici predicevano un riscaldamento dell'alta troposfera nelle regioni tropicali che, invece, non si osserva. Qui, nessuno usa il termine "punto caldo" (hot spot") ma sembra chiaro che è questo che intendono. In realtà, i dati che realclimate riporta fanno vedere che a) questo riscaldamento tropicale non è la firma del riscaldamento antropogenico ma si verifica anche per altri tipi di riscaldamento e b) che non è che questo punto caldo non ci sia, può essere benissimo mascherato dall'errore nelle misure. Fra le altre cose, l'articolo fa vedere che, se non si tiene conto dei gas serra, non si riesce a spiegare il raffreddamento della stratosfera, che è una cosa osservata sperimentalmente. Quindi, semmai i modelli provano qualcosa, provano che il riscaldamento è antropogenico.
In sostanza, questa storia del "punto caldo mancante" della troposfera è un'altra bufala; una delle tante sul cambiamento climatico. E' una bufala poco nota, in quanto piuttosto astrusa e complicata; ma comunque una bufala.
Però questa storia illustra alcune delle leggi fondamentali della retorica. In un dibattito complesso come quello sul cambiamento climatico, ci sarà sempre qualcuno che cercherà di prendervi alla sprovvista sollevando qualche punto oscuro e marginale. Non bisogna cadere nella trappola. La strategia è di riportare il dibattito sui punti fondamentali senza farsi trascinare nella polemica sui dettagli. Se sui punti fondamentali siete ben preparati, nessuno vi potrà mettere in difficoltà.
Incidentalmente, ho scoperto in questi giorni che la bufala della mancanza del "punto caldo" è stata ripresa su un quotidiano australiano da un certo David Evans, auto-proclamatosi "climatologo" e "scienziato missilistico" ma che in realtà non è nessuna delle due cose. La critica alle affermazioni di Evans la trovate sul blog di Tim Lambert. E' curioso notare che quando hanno fatto notare a Evans che il "punto caldo" non è caratteristico del riscaldamento antropogenico e che, viceversa, ci sono altri elementi che fanno vedere come i modelli siano coerenti con l'origine antropogenica del riscaldamento, Evans ha risposto "beh, questo non prova che il modello funziona. Potrebbe essere fortuna..." Certa gente avrebbe proprio bisogno di qualche lezione nell'arte della retorica.
______________________________
Nota. I miei interventi in pubblico sono quasi sempre sull'argomento di cui mi occupo principalmente: l'esaurimento delle risorse, in particolare dei combustibili fossili. Quando necessario, faccio del mio meglio per fare da "proxy" dei veri climatologi, senza pretendere di essere un climatologo io stesso. Tuttavia, ho lavorato sulla stretta correlazione che esiste fra il consumo di combustibili fossili e riscaldamento globale ponendo la domanda "ci sono abbastanza combustibili fossili per causare un riscaldamento planetario disastroso?" La risposta, secondo me, è affermativa, come potete leggere in questo articolo.
Etichette: riscaldamento globale
martedì, agosto 19, 2008
Fra dieci miliardi di anni

Qualche tempo fa, mi hanno chiesto se è possibile prevedere il futuro fra cento anni. La risposta era ovvia: no, non è mai possibile prevedere esattamente il futuro. Ma, nel sottofondo della domanda, c'era un'altro concetto, ovvero vale la pena preoccuparsi del futuro; oppure non è piuttosto il caso di vivere alla giornata? Dopotutto, quando si sente dire che "il petrolio durerà ancora 40 anni", il sospiro di sollievo in chi ascolta è quasi palpabile. Perché preoccuparsi di cose che avverranno fra quaranta anni? Ci penserà chi ci sarà.
Però, sembra che alcuni di noi pensino diversamente. C'è una categoria di persone che sono interessate al futuro; non importa quanto lontano; non importa se non lo vedranno. Credo che chi ha questo atteggiamento veda il futuro con lo stesso atteggiamento di come vede il passato. Il passato è morto; ovviamente, e c'è chi non se ne interessa minimamente. Ma interessarsi del passato è un modo di evitare di rifare sempre gli stessi errori. Può darsi che possiamo fare la stessa cosa con il futuro.
Non ci sono libri di storia del futuro, ciò non toglie che il futuro sia affascinante. Una volta c'erano le profezie e chi guardava il cielo alla ricerca di segni divini. Oggi parliamo di "scenario forecasting". Non si fanno profezie, ma serve anche per capire il presente cercando di figurarsi come e cosa potrebbe diventare.
Qui, mi sono divertito a portare all'estremo il concetto di scenario forecasting. Non pretende di essere niente di più che un esercizio fatto per divertimento. Solo per ricordarsi che passato e il futuro sono lo specchio l'uno dell'altro. Qualunque cosa ne vogliate pensare, non potete dire che non sia ambizioso!
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Dal big bang fino a dieci miliardi di anni nel futuro: due scenari
di Ugo Bardi.
IL PASSATO
- 10 miliardi di anni fa. L'universo è giovane. E' cominciato solo meno di quattro miliardi di anni prima, ma è già abbastanza simile all'attuale. Ci sono stelle, galassie e pianeti.
- 1 miliardo di anni fa. Il sistema solare si è formato intorno a una stella di seconda generazione circa 4 miliardi e mezzo di anni prima. I pianeti del sistema sono già formati e non molto di versi dagli attuali. Un miliardo di anni fa, la terra aveva già un'atmosfera, oceani e forme di vita unicellulari. Anche Marte potrebbe averli avuti, ma solo per breve tempo - i suoi mari sono evaporati circa due miliardi di anni fa.
- 100 milioni di anni fa. Forme di vita multicellulari si sono formate circa 550 milioni di anni fa con la cosiddetta "esplosione del Cambriano". I vertebrati e le piante hanno colonizzato la terra circa 400 milioni di anni fa. 245 milioni di anni fa avviene la più grande estinzione di massa della storia dei vertebrati, generata forse da un eruzione vulcanica che ha immesso grandi quantità di gas serra nell'atmosfera. 100 milioni di anni fa, i dinosauri sono la forma di vita multicellulare più comune.
- 10 milioni di anni fa. Colpita da un asteroide, 65 milioni di anni fa, la Terra è passata attraverso una nuova grande estinzione che ha fatto scomparire i dinosauri. Ma la terra si è ripresa abbastanza rapidamente e ora è popolata di mammiferi e uccelli. Fra i mammiferi, esistono già i primati.
- 1 milione di anni fa. Le specie homo erectus e homo abilis sono in grado di controllare il fuoco e creare semplici utensili in pietra.
- 100.000 anni fa. La specie che chiamiamo "homo sapiens" esiste già nella sua forma attuale.
- 10.000 anni fa. Fine dell'ultima era glaciale. Inizio dell'Olocene, l'homo sapiens comincia a praticare l'agricoltura. Gli ultimi competitori dell'Homo Sapiens, i Neanderthal, si sono estinti.
- 1000 anni fa. Aumento rapido della popolazione umana con lo sviluppo generalizzato delle pratiche agricole su tutto il pianeta.
- 100 anni fa. E' iniziata l'era industriale. Carbone e petrolio sono i combustibili che permesso un'ulteriore espansione della specie umana, che supera in questa fase il miliardo di individui.
- 10 anni fa. Il carbone è in declino ormai da mezzo secolo; prime avvisaglie dell'inizio del declino del petrolio. L'aumento della popolazione umana rallenta, con l'indicazione di un declino imminente.
IL FUTURO IN DUE SCENARI: UNO BRUTTO E UNO BELLO.
1. Lo scenario "brutto"
Fra 10 anni. Nel 2020, le risorse energetiche della società sono calate paurosamente. Il picco del petrolio si è verificato intorno al 2010 e, oggi la produzione petrolifera è ridotta a due terzi di quella del picco. E' in declino anche la produzione di di gas naturale. Chi produce carbone non lo esporta e la Cina e gli Stati Uniti continuano a inquinare l'atmosfera con le loro centrali a carbone. L'uranio scarseggia e chi non ha miniere di uranio sul territorio è stato costretto a chiudere le centrali; è successo in Francia che ora si trova in carenza di energia elettrica ed è costretta a importarla dagli impianti rinnovabili danesi e tedeschi. Le guerre per il petrolio hanno devastato il Medio Oriente e la crisi finanziaria mondiale ha ridotto enormemente le capacità di investimento. Gli impianti rinnovabili continuano a produrre energia dove sono stati installati, ma non ci sono le risorse per installarne di nuovi. La produzione industriale e agricola crollano, quest'ultima anche a causa della desertificazione e dell'uso del suolo agricolo per la produzione di biocombustibili. La popolazione umana comincia a calare per malnutrizione e malattie.
Fra 100 anni. Nel 2100, la parabola industriale umana si è quasi completamente compiuta per via del cambiamento climatico e l'esaurimento delle materie prime. Da decenni non si estraggono più nè gas naturale nè petrolio, mentre la produzione mineraria è crollata a livelli che sono solo una piccola frazione di quella di una volta. Le guerre per il petrolio dei primi decenni del secolo hanno indebolito la società, sprecando quel che rimaneva di risorse. La scelta fatale è stata di puntare tutto sul carbone, che ancora si estrae in Asia centrale, nell'America del Nord e in Australia. In queste zone, rimane attiva una società industrializzata, sia pure a livelli produttivi e tecnologici molto più bassi di quelli dell'inizio del ventesimo secolo. Le centrali a carbone producono ancora energia elettrica e, dalla liquefazione del carbone, si ottengono combustibili liquidi che permettono di tenere in piedi una certa mobilità, ormai riservata quasi esclusivamente a mezzi militari. Ancora, si vedono carri armati e aerei da combattimento che si scambiano missili e cannonate. Il cambiamento climatico e il decadimento dell'agricoltura ha portato al crollo della popolazione che si è dovuta spostare nelle zone continentali dell'estremo nord e dell'estremo sud, dove è ancora possibile coltivare la terra. Nel resto del mondo, Europa, Africa, Asia del Sud e altri, il crollo della popolazione e la desertificazione ha riportato la società a un livello preindustriale. Pochi centri ancora organizzati sono circondati da vaste aree dove chi è sopravvissuto di arrangia come può.
Fra 1000 anni. Nel 3000 a.d., la civiltà industriale è solo un ricordo. Il riscaldamento globale ha fatto esplodere la bomba climatica dei clatrati di metano. L'arresto delle correnti termoaline oceaniche ha consegnato il pianeta a un deserto infuocato in quelle che erano una volta le sue aree fertili. Quasi tutti i mammiferi di grande taglia si sono estinti. Gli umani sopravvivono soltanto nelle frange continentali dell'estremo nord del pianeta, e - al sud - in Patagonia e in Tasmania, dove è ancora possibile l'agricoltura. Incredibilmente, si continua a estrarre un po' di carbone e a utilizzarlo per una metallurgia primitiva che fa uso dei resti che la civilizzazione del ventesimo secolo ha lasciato. Gli esseri umani, pur ridotti a numeri microscopici in confronto al loro momento di splendore, continuano a farsi la guerra con vecchi cannoni e moschetti.
Fra 10.000 anni. Il pianeta è ancora nella fase di riscaldamento. Le fasce temperate sono degli inferni di calore dove niente può sopravvivere. Le aree del nord sono tundre aride. I mari sono privi degli effetti ossigenanti delle correnti e si sono trasformati in deserti marini. Gli esseri umani si sono estinti, insieme con quasi tutti i vertebrati. Sopravvivono, sempre a rischio di estinzione, erbivori e carnivori di piccola taglia nelle frange più a nord e più a sud dei continenti.
Fra 100.000 anni. Il pianeta mostra qualche segno di ripresa. La temperatura non aumenta più e l'erosione dei silicati comincia a ridurre la concentrazione di CO2 nell'atmosfera. Qualche foresta rigogliosa ricompare nel nord del pianeta e le poche specie sopravvissute sembrano in leggera espansione
Fra 1 milione di anni. Il pianeta si è completamente ripreso. La tettonica planetaria ha riassorbito gran parte della CO2 generata dalla combustione dei fossili. Le calotte polari si sono riformate e questo ha fatto ripartire le correnti termoaline oceaniche. La vita riprende a colonizzare le zone temperate con nuove specie.
Fra 10 milioni di anni. Il pianeta è di nuovo rigoglioso e abitato da forme di vita complesse. Riprende la caratteristica bistabilità che genera periodiche ere glaciali. In Africa, alcune specie di creature arboree cominciano ad abitare la savana e a usare pietre scheggiate per macellare le loro prede. Sviluppano un linguaggio complesso e iniziano a coltivare la terra. Col tempo, sviluppano civiltà sofisticate che costruiscono torri e piramidi, ma non sviluppano mai una civiltà industriale per mancanza di carbone; tutto bruciato durante l'era industriale umana.
Fra 100 milioni di anni. Il pianeta è di nuovo sotto stress. L'aumento graduale dell'intensità della radiazione solare sposta l'equilibrio climatico verso una nuova fase di riscaldamento globale. Il pianeta si desertifica nuovamente. Le creature intelligenti si estinguono, le loro città di pietra cadono in polvere. Inizia un'estinzione generalizzata di tutti i vertebrati.
Fra 1 miliardo di anni. La terra è stata sterilizzata dal calore solare in espansione. Qualche forma di vita unicellulare rimane presente sottoterra.
Fra 10 miliardi di anni. Il sole si è espanso a livello tale da ridurre la terra a un grumo di cenere, per po collassare in una debole nana bianca. La galassia e l'universo si spengono gradualmente con l'esaurirsi del big bang primordiale.
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2. Lo scenario "bello"
Fra 10 anni. Nel 2020, le risorse energetiche della società sono calate paurosamente. Il picco del petrolio si è verificato intorno al 2010 e, oggi la produzione petrolifera è ridotta a due terzi di quella del picco. E' in declino anche la produzione di di gas naturale. La situazione genera un accordo internazionale per fare uno sforzo per rimpiazzare i combustibili fossili con risorse rinnovabili. Si decide anche di ridurre al massimo possibile l'uso del carbone, utilizzando le testate nucleari accumulate negli anni per rifornire le centrali atomiche esistenti e utilizzarle al meglio possibile nella fase di transizione. Non si riesce a evitare l'inizio del declino della popolazione umana a causa di malnutrizione e malattie. Tuttavia, stimolata dallo sviluppo delle rinnovabili, verso il 2020 l'economia da segni di ripresa dalle crisi finanziarie precedenti
Fra 100 anni. Lo sviluppo delle rinnovabili ha dato i suoi frutti. Quasi l'1% della superficie del pianeta nelle zone equatoriali è coperto di pannelli fotovoltaici dell'ultima generazione, che danno efficienze dell'ordine del 60%. Nei paesi nordici, poco soleggiati, si fa grande uso dell'eolico d'alta quota, con impianti che discendono dal "Kitegen," ideato all'inizio del ventesimo secolo. Si fa grande uso anche del geotermico profondo; utilizzabile ovunque. Tutti questi impianti producono energia elettrica in grande abbondanza. La società è ormai completamente elettrificata. Sono decenni che non si estraggono e non si usano combustibili fossili. Non si usano più combustibili di nessun tipo e l'idea stessa di bruciare qualcosa per ottenere energia viene considerata stupida, se non criminale, visto i danni che ha fatto nel ventesimo e ventunesimo secolo. Il pianeta è ancora sotto stress per l'eccesso di gas serra emessi durante la fase di utilizzo dei fossili, ma le concentrazioni hanno cominciato a diminuire e il pianeta da segni di ripresa, sia pure mantenendo segni di desertificazione nei paesi tropicali. Le ultime centrali nucleari sono state chiuse verso il 2060; non ce n'è più bisogno. L'economia si è stabilizzata su un livello di buona prosperità basato sull'abbondante flusso di energia elettrica che viene dalle rinnovabili. Un sistema sofisticato di rete di comunicazioni, che deriva dal vecchio internet, ha reso inutili i lunghi viaggi. Tuttavia, gli umani amano ancora spostarsi in dirigibile e per nave. Si comincia a riprendere l'esplorazione spaziale, che era stata abbandonata nei primi decenni del ventesimo secolo.
Fra 1000 anni. Nell'anno 3000 A.D. Il pianeta si è ripreso completamente dai danni subiti per colpa dell'attività umana nel ventesimo secolo. Adesso è gestito come un giardino sotto il totale controllo di un sofisticato sistema planetario di climatizzazione che regola la concentrazione di CO2 e l'irradiazione solare mediante un sistema di specchi. Il pianeta è rigoglioso come forse non era mai stato dato che tutti i parametri sono stati ottimizzati per massimizzare la produttività biologica. I deserti sono stati riforestati, le correnti termoaline pompano ossigeno negli oceani che sostengono una vita ricchissima di specie. Le grandi estensioni di pannelli fotovoltaici costruite nel ventunesimo secolo sono state smantellate, così pure come i vecchi eolici d'alta quota, che perturbavano le correnti atmosferiche. In gran parte, le sorgenti di energia sono oggi in orbita, e trasmettono energia elettrica sulla terra. In parte, si usa la fusione nucleare, che in questo periodo può usare direttamente idrogeno come combustibile. Ma gli umani consumano oggi enormemente meno energia di quanto non facessero una volta. Lo sviluppo dell'intelligenza artificiale ha permesso si passare la gestione del pianeta ai sistemi intelligenti "figli" degli umani. Gli umani hanno ottimizzato il loro numero a poche centinaia di milioni e abitano città splendidamente ornate dove si dedicano all'arte, alla musica e alla contemplazione. I loro figli a stato solido hanno colonizzato la Luna (non hanno bisogno di ossigeno) e quasi tutti i corpi solidi del sistema solare. La nuova intelligenza comincia a pensare al terraforming di Venere e di Marte. Si iniziano a lanciare astronavi interstellari.
Fra 10.000 anni. Gli esseri umani continuano la loro vita di contemplazione nelle loro splendide città immerse nel verde. La Nuova Intelligenza ha cominciato il terraforming di Venere, la cui temperatura sta cominciando a ridursi mediante l'introduzione di batteri ingegnerizzati nell'alta atmosfera. Inizia il progetto molto più ambizioso di terraformare Marte mediante un bombardamento asteroidale che rimetta in moto il vulcanismo interno. La Nuova Intelligenza comincia a colonizzare lo spazio interplanetario mediante creature orbitanti e statiti, creature leggerissime che veleggiano per il sistema solare sostenute dalla spinta della pressione della luce solare. Le astronavi interstellari cominciano ad arrivare alle loro destinazioni a migliaia di anni luce di distanza.
Fra 100.000 anni. La temperatura di Venere si è abbassata notevolmente e questo ha consentito di creare oceani e sviluppare un'ecologia locale basata su forme di vita terrestri. Alcuni esseri umani si sono trasferiti su Venere. Marte è una palla di fuoco in lento raffreddamento. La terra rimane un'oasi di verde. L'esplorazione della galassia è in corso. L'Intelligenza che gli umani avevano creato molte decine di migliaia di anni prima incontra altre intelligenze galattiche.
Fra un milione di anni. Venere e la Terra sono pianeti verdi e lussureggianti. Il raffreddamento di Marte è stato ottenuto mediante tecniche che sarebbero state inconcepibili per i terrestri del ventesimo secolo. Adesso, anche Marte ha oceani, un'atmosfera e una tettonica attiva, e comincia a ospitare forme di vita. L'esplorazione della galassia è completata; cominciano i piani per un internet galattico.
Fra 10 milioni di anni. L'evoluzione biologica ha creato nuove specie su Marte, Venere e la Terra. L'homo sapiens non è più da un pezzo la sola specie che utilizza utensili sofisticati. Esistono molteplici specie intelligenti, l'Intelligenza si è divertita a ricreare anche i Neandertal che adesso vivono in pace insieme ai sapiens. L'Intelligenza Galattica è un fatto.
Fra 100 milioni di anni. L'aumentata radiazione solare richiede un sofisticato sistema di specchi a trasmissione differenziata per mantenere la temperatura di Venere e della Terra entro i limiti tollerabili dalla vita. Questo non è un problema per l'Intelligenza Solare, che è avanzata verso una sfera di Dyson quasi completa con le sue statiti che circondano il sole.
Fra 1 miliardo di anni. La radiazione solare è aumentata talmente che è stato necessario spostare sia i pianeti terrestri come le statiti orbitanti su orbite molto più lontane. Un anno terrestre è adesso 50 volte più lungo di come era una volta. Ma la Terra rimane un pianeta verde e lussureggiante, come pure Marte e Venere. Tre gioielli, gloria dell'Intelligenza, che ornano il sistema solare.
Fra 10 miliardi di anni. Il sole è collassato in una debole nana bianca, intorno alla quale ruotano ancora pianeti gelidi e morti. La galassia ha perso molti dei suoi soli in questo modo ed è ridotta a una misera ombra della sua gloria di una volta. L'Intelligenza si guarda intorno e vede la galassia ormai quasi spenta. E' venuto il momento. L'Intelligenza dice "vi sia la luce" E la luce è.
Ringrazio Maurizio Morabito per la correzione di un errore in una versione iniziale di questo testo.
Etichette: futuro
lunedì, agosto 18, 2008
Siamo azionisti della guerra in Ossezia ?
Immagine e link a fattisentire.net
Anche la guerra in Ossezia, tanto per essere originali, ha radici energetiche.
Il territorio ha terre molto fertili, ha riserve petrolifere inattaccate (seppur non si tratti di giacimenti giganti) e, cosa molto importante, è zona di transito per un oleodotto di enorme importanza strategica per il petrolio che dal Caspio arriva all'Europa, il Baku-Tbilisi-Ceyhan. La Russia ha cercato di bombardarlo, e afferma che ci sono le basi giuridiche per un massiccio intervento militare contro la Georgia.
Naturalmente quando succedono questi eventi l'attenzione del pubblico è fortemente polarizzata su singoli episodi (generalmente cruenti, a forte impatto emotivo) e su meccanismi parziali che inducono una visione incompleta e distorta della realtà: presenza di frange terroristiche da eliminare, rappresaglie di una parte o dell'altra, interventi "giusti"...
Gli aspetti economici e politici fanno la parte del leone e quasi "accompagnano" a pensare che la soluzione dei conflitti possa essere ricercata solo in essi.
Il Papa ha fatto il suo ennesimo appello a deporre le armi. Non che sia sbagliato, ma la sua efficacia è paragonabile a quella di un uomo in mezzo a una tempesta che grida "fermati ...".
E' pur vero che gli uomini al contrario della natura recepiscono e possono guidare, entro certi limiti, il corso degli eventi; tuttavia in un sistema dinamico complesso dobbiamo trovare la via per gestire il cambiamento. Sperare, disperare o usare la forza bruta sarà perfettamente inutile quando non controproducente.
La mamma di tutte le guerre è la fame di petrolio e di risorse in genere che ci prende in una morsa terribile di dipendenza, impedendoci di vedere il suo vero volto.
P.S . Il titolo non vuole essere soltanto psico-provocatorio. Chiunque abbia delle azioni su mercati internazionali, di qualunque settore, avrà tempo e modo di vedere quanto il loro valore sarà influenzato dalla presenza o dall'assenza dei flussi petroliferi dell'oleodotto di cui sopra.
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domenica, agosto 17, 2008
La tragedia degli anti-commons
I mercatini dell'usato sono un esempio di spazio comune, un "commons" che viene sfruttato per il beneficio di chi compra e di chi vende e anche di tutta la società, che evita i costi dello smaltimento di quello che viene riutilizzato per mezzo del mercatino. Purtroppo, ci sono degli esempi di legislazione recente che, in pratica, li proibiscono. E' il fenomeno degli "anti-commons", ovvero l'interdizione all'accesso a un bene comune con un danno a tutta la società.
Girellando l'altro giorno per Firenze, ho notato come i parcheggi per i residenti ai bordi della strada fossero desolatamente semivuoti. Evidentemente, molta gente è in vacanza. Ma i posti rimasti liberi non sono comunque accessibili ai non residenti. Se ti ci provi, ti becchi una bella multa anche se tutto il resto della strada è vuoto.
Questo è un piccolo esempio del problema degli "anti-commons". Vi ricorderete che Garrett Hardin, nel 1966, aveva pubblicato il suo saggio dal titolo "la tragedia dei commons", ovvero "la tragedia dei beni comuni". La tragedia di cui parlava Hardin è dovuta al fatto che quando certe risorse costano troppo poco, o addirittura sono "di libero accesso", si tende a sovrastruttarle e, alla fine, a distruggerle.
Questo è, evidentemente, quello che è successo per la maggior parte delle strade e dei parcheggi delle città storiche italiane. Fino a non molto tempo fa, parcheggi e strade erano di libero accesso a tutti e questo ha portato a un bel disastro di inquinamento e congestione. Oggi, ovunque, si cerca di rimediare mettendo tariffe e bloccando l'accesso ai parcheggi e alle strade ai non-residenti. L'unico modo per evitare la tragedia dei commons, in effetti, è privatizzarli; è quello che si fa per i parcheggi "solo per residenti".
Peraltro, si può anche esagerare e cadere nell'eccesso opposto: quello della tragedia degli anti-commons. Ovvero, bloccare artificialmente l'accesso a un bene e quindi sotto-sfruttarlo. La questione dei parcheggi vuoti non è una tragedia e si risolverà ben presto con il ritorno dalle ferie. Ma ci sono esempi ben peggiori e, in Italia, la tragedia degli anti-commons si esplicita più che altro con la gestione delle "materie seconde", ovvero di tutto quello che si può riciclare o riusare.
Le leggi che riguardano i rifiuti sono tali da impedire ogni tentativo di iniziativa privata per recuperare quello che è ancora recuperabile. Il "commons" dei rifiuti è monopolizzato e inaccessibile a chi ci volesse provare. E' recente la segnalazione dal movimento impatto zero (MIZ) di una legge regionale approvata in Emilia-Romagna che, nella pratica, rende impossibile organizzare mercatini di merce di seconda mano. E' una classica tragedia degli anti-commons che impedisce ai privati di accedere al "commons" della merce riutilizzabile. Il risultato è una perdita netta per tutta la società che è costretta a buttar via (a un costo) oggetti che potrebbero essere riutilizzati e che, invece, bisogna produrre un'altra volta (a un'ulteriore costo).
Questo tipo di legislazione ci fa ricordare la teoria della stupidità, del compianto professor Carlo Maria Cipolla. Secondo cipolla, gli stupidi sono quelli che nel far danno agli altri non ne ottengono alcun vantaggio personale. E' la stessa cosa per questo provvedimento, che danneggia indiscriminatamente tutti quanti.
Perché queste leggi? Sembra che siamo soffocati da un iper-regolazione legislativa che è concepita soltanto per bloccare le iniziative che potrebbero aiutarci a uscire dalla difficile situazione in cui ci troviamo. Mi viene in mente l'interpretazione di Tainter del collasso delle società complesse. Secondo lui, collassano perché diventano troppo complesse; ovvero soffrono di iper-regolazione, diventano troppo rigide e poi non sono più in grado di adattarsi ai cambiamenti. Beh, non vi fa venire in mente qualcosa?
sabato, agosto 16, 2008
Un picco al giorno: Il picco del consumo energetico in Italia
Il picco non si vede molto bene, ma c'è e deriva dalla somma dei contributi di tutte le fonti. Lo vedete meglio in questi dati, cortesia di J.S. Callahan che li ha estratti dal sito di BP.com. (non includono le rinnovabili, che sono comunque un contributo marginale).
Year 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007
Coal 13.7 14.2 15.3 17.1 17.0 17.2 17.5
Oil 92.8 92.9 92.1 89.6 86.7 86.7 83.3
Gas 58.5 58.1 64.1 66.5 71.2 69.7 70.0
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Total 165.0 165.2 171.5 173.2 174.9 173.6 170.8
Come vedete, il picco dei consumi energetici in Italia è stato nel 2005. E' un inversione di tendenza epocale.
In sostanza, siamo ufficialmente al di là del nostro picco e stiamo cominciando a rotolare per la china. Speriamo che nessuno si faccia male.
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Incidentalmente, a pagina 13, il rapporto ENEA contiene anche la seguente frase:
Visto che le riserve dichiarate sono rimaste pressoché immutate da parecchi anni e che si è a conoscenza di ben pochi nuovi giacimenti coperti in medio Oriente, ci si domanda se quei dati non siano in realtà più eterminati da decisioni sulle quote di produzione che il riflesso accurato di realtà geologiche. Molte zone di produzione, alcune molto più "giovani", al di fuori dell'OPEC, si trovano in una fase di declino produttivo, e anche per questo i dubbi sulla prossimità di un “picco della produzione petrolifera” sorgono e si concretizzano in aspettative di scarsità future e di prezzi elevati.
Miracolo! Hanno detto che c'è il picco del petrolio! Prima o poi, se ne dovevano accorgere anche loro.
venerdì, agosto 15, 2008
Un picco al giorno: il picco dell'acqua in Arabia Saudita
Un picco che mi sembra particolarmente adatto per un post che appare a ferragosto: il picco dell'acqua in Arabia Saudita.Come vedete, i Sauditi si sono consumati in una ventina di anni tutta l'acqua "fossile" che avevano; ovvero acqua che si era accumulata in acquiferi profondi nel corso di decine di migliaia di anni.
I Sauditi l'hanno estratta, usata per l'agricoltura, fatta evaporare nel caldo della penisola Arabica. Per un certo periodo, l'Arabia Saudita esportava grano in tutto il medio oriente. Adesso, la produzione agricola sta andando a zero, come era prima delle pompe e dei pozzi profondi. Ricreare la mitica fontana di Zamzam si è rivelata cosa di breve durata. Eh, beh, sei polvere, e polvere ritornerai.
Non che i sauditi soffriranno la fame e la sete: l'acqua la possono dissalare, il cibo lo possono importare. Solo finché hanno petrolio, però....
Più dettagli a questo post su TOD
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giovedì, agosto 14, 2008
Un picco al giorno: Il doppio picco della Russia
Vedete qui sopra il doppio picco di produzione petrolifera della Russia; i dati per l'intera Unione Sovietica non sono molto diversi.
Il picco produttivo dell URSS/Russia è stato nel 1991, in corrisponenza col crollo dell'Unione Sovietica. Douglas Reynolds, economista americano, ha dimostrato che il picco ha preceduto il crollo. Ovvero, il crollo non può aver causato il picco ed è invece molto probabile che sia stato il picco a causare il crollo.
Re petrolio domina, come sempre, e i sistemi politici si adattano. La politica non crea petrolio, nonostante le chiacchere.
Il crollo della produzione petrolifera ha creato un decennio disastroso per la Russia. Ma i Russi hanno lavorato sodo e sono riusciti a risalire. Hanno sfrondato enormemente la loro mostruosa burocrazia, hanno ridotto le spese militari; investito pesantemente in nuova esplorazione e nuove attrezzature. Il risultato è stato che la produzione ha ricominciato a salire e l'economia ha ricominciato ad andare bene. Con i prezzi del petrolio alle stelle, la Russia ha incassato una fortuna in dollari che, in parte, ha utilizzato per ammodernare il proprio esercito. Oggi, la Russia si può permettere di fronteggiare la NATO ad armi pari nel Caucaso, come la vicenda della Georgia dimostra.
Si, però siamo oggi al secondo picco per la Russia. Lo shock sarà meno duro, dato che il secondo picco, al contrario del primo, arriva in un momento di alti prezzi sul mercato internazionale. Cosa farà la Russia? Tirerà la cinghia ancora di più per cercare di creare un terzo picco? Molto difficile e molto costoso.
Ma non bisogna mai sottovalutare i Russi. La Russia, a partire dal tempo di Alexander Nevsky che sconfisse i cavalieri teutonici, ha la caratteristica di rimettersi sempre in piedi anche a partire da situazioni che sembrano disperate. I Russi hanno una buona base tecnologica nucleare e, fra le altre cose, l'unico reattore a neutroni veloci funzionante al mondo e anche delle discrete riserve di uranio. Con queste risorse, possono probabilmente tamponare il secondo picco per un certo periodo. Allo stesso tempo, devono muoversi in fretta verso l'energia rinnovabile, finché gli rimane la ricchezza che viene dal petrolio. Non sembra abbiano ancora capito completamente il potenziale che ha l'energia rinnovabile in un paese vasto come la Russia. Ma ci stanno arrivando rapidamente.
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mercoledì, agosto 13, 2008
Un picco al giorno: la produzione di energia negli Stati Uniti
Tutti i picchisti conoscono il "picco del petrolio" degli Stati Uniti; quello del 1971 che Marion King Hubbert riuscì così bene a prevedere nel 1962.
Tuttavia, se il petrolio negli USA ha seguito una bella curva a campana, non è così per le altre risorse energetiche. Hubbert aveva provato a prevedere anche il picco per la produzione di gas, ma qui non ci era riuscito. La produzione di gas USA ha avuto un picco più o meno quando Hubbert aveva predetto, ma poi ha seguito un andamento irregolare, niente curva a campana.
Bene, è interessante notare che se si sommano insieme tutte le sorgenti di energia nazionali negli USA si ottiene una bella curva a campana che ha piccato verso la fine degli anni '90. E' il "picco totale" della produzione di energia negli Stati Uniti.
Si sa che il picco porta a grandi sconvolgimenti politici. L'Unione Sovietica è svanita dopo aver raggiunto il proprio picco di produzione petrolifera. Gli Stati Uniti non si sono dissolti nel 2000, ma non c'è dubbio che qualcosa è cambiato nella loro politica e nel loro atteggiamento nei riguardi del resto del mondo. Sono diventati molto più aggressivi, in un modo non troppo differente da come aveva fatto l'Unione Sovietica nei suoi ultimi anni, con l'attacco all'Afghanistan e i suoi missili puntati contro l'Europa.
Aggiungendo le fonti importate al diagramma, vedremo che gli USA non hanno ancora raggiunto il loro picco di consumo totale. Ma ci si stanno avvicinando pericolosamente. Vedremo gli USA fare la fine dell'USSR? Beh, diciamo che non è probabile, come minimo. L'America è una federazione ben più antica e solida di quanto non fosse l'URSS, che era un mosaico di stati che parlavano lingue diverse e che sono andati ognuno per conto proprio alla prima crisi. Però, anche per l'America si prospettano tempi duri.
martedì, agosto 12, 2008
Un picco al giorno: la storia d'Europa in tre curve di Hubbert
La produzione di carbone dei principali produttori Europei. Dati da BGR (Germania) the Coal Authority (GB), e Charbonnages de France (Fr). L'Europa ha dominato il mondo per un paio di secoli, all'incirca dal '700 alla prima metà del '900. C'è chi ha detto che era perché gli Europei sono più intelligenti e meglio organizzati degli altri e, all'epoca, si diceva comunemente che erano una razza superiore - era il "fardello dell'uomo bianco" ("the white man's burden") come lo chiamava Kipling.
Può anche essere che gli europei fossero meglio organizzati di altri, ma le curve della produzione del carbone ci suggeriscono altrimenti. Il dominio Europeo del mondo va di pari passo con la curva di produzione del carbone. Sale con il carbone che sale, scende con il carbone che scende. Con il carbone si faceva l'acciaio, con l'acciaio si facevano le armi. Con il carbone si faceano anche treni e navi a vapore che trasportavano gli eserciti. E' con armi e con eserciti che si domina il mondo. Certo, gli europei hanno cominciato prima degli a sfruttare il carbone sul loro territorio. Americani e Cinesi sono arrivati molto dopo - ma oggi producono molto più carbone degli europei e sono loro a dominare il mondo.
Anche i singoli paesi hanno la loro parabola in dipendenza del carbone. La Francia è stato il primo paese Europeo a usare il carbone: Napoleone e le sue armate non sarebbero potute esistere senza il carbone. Ma la Francia non ha potuto reggere il passo con l'Inghilterra e la Germania, paesi che potevano produrre ben di più e che hanno dominato l'Europa durante l'era del carbone. Paesi che non avevano carbone (o quasi) come l'Italia, sono rimasti potenze di second'ordine.
Se vi ci volete divertire, in quelle tre curve ci leggete tutti gli eventi della storia moderna di Europa: la prima guerra mondiale e la seconda, il declino della Gran Bretagna, l'ascesa della Germania, il cambio di alleanza dell'Italia negli anni '30, quando l'inghilterra non poteva più esportare abbastanza carbone in Italia. Insomma, le ragioni storiche che hanno creato il mondo come è adesso.
Oggi, la produzione del carbone è alla fine ovunque in Europa. In Francia, non si produce più carbone dal 2005 - è veramente la fine di un'era che ci ha dato la rivoluzione francese, Napoleone, la Belle Epoque e la Tour Eiffel. In Inghilterra e in Germania se ne produce ancora - ma siamo agli sgoccioli. La legge di Hubbert non perdona.
lunedì, agosto 11, 2008
Un picco al giorno: Il picco delle foreste in Irlanda.
Un picco al giorno, leva l'abbondantismo di torno.
Siamo nel periodo estivo; molti lettori sono in ferie e comunque scollegati da Internet, incluso il nostro coordinatore, Franco Galvagno. Pertanto, non è il caso di impegnare il blog con post complessi e lunghi. Fino al prossimo week-end dopo ferragosto, mi limiterò a passarvi un picco al giorno, dai miei archivi, con brevi commenti. Molti di questi picchi non si riferiscono al solo petrolio; il fatto che ne esistano così tanti fa vedere come l'andamento "dinamico" dello sfruttamento delle risorse sia comune.

Il picco delle foreste in Irlanda. Dal libro di Eilleen McCracken "The Irish woods since Tudor times" (1972). Questi dati si riferiscono soltanto alla zona vicino a Dublino, ma è probabile che rappresentino il trend generale su tutta l'isola. All'inizio della dominazione inglese, nel '600, si riporta che l'Irlanda manteneva circa il 12% del territorio coperto da foreste spontanee. Per l'inizio dell'800, queste foreste erano completamente scomparse.
Secondo la mia interpretazione, la deforestazione dell'Irlanda ha scatenato una serie di fenomeni in cascata che vanno in questa sequenza:
- Lo spazio liberato dalle foreste ha consentito un aumento della produzione agricola.
- L'aumento della produzione agricola ha generato un'aumento della popolazione.
- L'aumento della popolazione ha generato il sovrasfruttamento del suolo con erosione dell'humus fertile.
- L'erosione ha generato una diminuzione delle rese agricole.
- La diminuzione delle rese ha generato la necessità di affidarsi a una monocultura ad alta resa, quella della patata.
- La dipendenza da una monocultura ha reso il sistema vulnerabile ai parassiti della moncultura stessa.
- La vulnerabilità del sistema ai parassiti si è manifestata con effetti devastanti sulla popolazione.
Etichette: picco, sovrasfruttamento
domenica, agosto 10, 2008
Il picco della mafia?

Immagine dal ministero degli interni. La linea rossa mostra gli omicidi di tipo mafioso, quella nera tutti gli altri omicidi legati ad atti di criminalità.
Guardate che cosa si trova spigolando su internet. Il picco della Mafia, sembrerebbe, è stato nel 1991. Può essere che la Mafia sia diventata più gentile? O forse che anche la Mafia abbia avuto il suo picco di Hubbert? Perché no? In fondo, anche la Mafia è un'organizzazione economica e forse risente delle difficoltà economiche di tutto il paese.
sabato, agosto 09, 2008
La dura legge dell'esponenziale
All'incirca intorno ai 16 anni (3° superiore), lo studente-tipo italiano incontra per la prima volta nel suo percorso la funzione esponenziale. Con un certa probabilità, arriverà a interiorizzarne l'essenza solo dopo qualche anno, ad esempio vedendone le applicazioni scientifiche (decadimento radioattivo, cinetica chimica, popolazioni di batteri...), tecnologiche (circuiti elettronici...) e finanziarie (tasso di interesse ... ) all'università.
Forse, però, di questi tempi non sarà necessario aspettare più di tanto. Tutto il mondo intorno a noi sta manifestando sotto più fronti comportamenti inequivocabilmente esponenziali.
[si veda, tra i tanti esempi possibili, questo post di Terenzio Longobardi sull'andamento del prezzo del petrolio]
Peggio che nel film "Speed", in cui almeno si poteva mantenere velocità costante; noi qui siamo costretti ad accelerare, e l'accelerazione non è neanche uniforme: da fantascienza.
La categoria dei cosidetti "catastrofisti" nasce nel momento in cui qualcuno si rende conto che certe dinamiche esponenziali (consumi di petrolio, di minerali, di alimenti; crescita demografica; aumento dei prezzi) si scontreranno prima o poi con alcune condizioni-limite (resa dei pozzi petroliferi e di altri giacimenti minerari; resa di terreni coltivabili; stipendi medi) e la mente vaga alla ricerca degli scenari più probabili, che vanno dal semplice "tirare la cinghia" a situazioni di malattia e carestia, fino ad arrivare a migrazioni di massa e a gravi conflitti civili e internazionali.
Per concludere, porto come esempio un'esperienza dolorosa che mi ha colpito recentemente, la morte per cancro di mio padre. Come i biologi ci insegnano, le neoplasie seguono leggi di crescita esponenziali a base 2 (ciascuna cellula si divide in due, come quelle sane del resto, ma con cinetiche differenti e non-controllo nella trasmissione dell'informazione genetica).
Da quando abbiamo scoperto la malattia, è trascorso un anno in cui gli effetti erano praticamente invisibili (tranne inusuali affaticamenti sotto particolare sforzo). Poi il primo peggioramento per interessamento cerebrale: un mese e mezzo di sintomi evidenti. L'ultima settimana, sintomi irreversibili. Frazioni di secondo... la morte.
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giovedì, agosto 07, 2008
Paura di volare - Parte III
Il nuovo governo sta lavorando al piano di risanamento della compagnia aerea di bandiera, l’Alitalia. Le prime indiscrezioni non promettono niente di buono. Una cordata nazionale, con dentro l’altra compagnia nazionale, AirOne, sarebbe intenzionata a fornire i capitali necessari. Il piano industriale prevederebbe un numero di lavoratori in esubero pari a circa il triplo di quelli previsti nella proposta di Air France – Klm. I debiti della compagnia ormai di fatto fallita confluirebbero in una bad – company pubblica, i cui ingenti costi verrebbero interamente accollati al contribuente italiano, già pesantemente penalizzato dal famigerato prestito – ponte di 300 milioni di euro stanziato dal governo per tenere artificialmente in vita Alitalia. La nuova compagnia, depurata dal pesante fardello di Alitalia, si porrebbe come vettore prevalentemente orientato sul mercato nazionale, cercando un solido partner internazionale, si parla della tedesca Lufthansa.Queste ipotesi sono state fortemente criticate da molti commentatori, che hanno giustamente evidenziato la migliore soluzione offerta qualche mese fa da Air France, in termini sia economici che industriali, in una trattativa fatta fallire dall’opposizione di Berlusconi e dei Sindacati.
A queste condivisibili considerazioni, vorrei aggiungere alcune riflessioni personali che non mi pare siano state sufficientemente evidenziate. Innanzitutto, sul piano politico, c’è da chiedersi per quale motivo si stia pervenendo a una soluzione strategicamente analoga a quella precedente, con Lufthansa al posto di Air France, ma sensibilmente peggiorativa soprattutto sul piano occupazionale. Una causa è sicuramente l’ottusità dei sindacati italiani, abbarbicati a un modello di relazioni sindacali antistorico, basato su logiche corporative e su un sostanziale diritto di veto nei confronti del management. L’altra è la scarsa lungimiranza dell’attuale Presidente del Consiglio, ma soprattutto il pesante condizionamento di una forza politica, la Lega, interessata solo a sostenere i presunti interessi del Nord rappresentati dall’aeroporto di Malpensa, a scapito di Fiumicino, su cui Air France era intenzionata a trasferire l’intero traffico della compagnia. La Lega è, a mio parere, la vera trionfatrice di questa vicenda, perché otterrà contemporaneamente il fallimento della compagnia nazionale, l’indebolimento dell’aeroporto romano e la sconfitta politica e d’immagine dei sindacati e del principale alleato di governo.
Ma nessuno sembra porsi la domanda fondamentale: esiste un futuro credibile per la nuova compagnia che sorgerà dalla ceneri di Alitalia? Quantunque “pulita” dalle scorie della defunta compagnia, quali sono le sue reali prospettive industriali?
Due sono i fattori che inducono a rispondere negativamente a queste domanda. Il primo è il prezzo del petrolio che, come ho scritto in un precedente articolo, sta pesantemente aggravando i conti di tutte le compagnie aeree, costrette ad operare tagli operativi e a procedere verso fusioni aziendali orientate a conseguire le opportune economie di scala (vedi il recente accordo British Airways – Iberia). La crescita esponenziale dei prezzi del barile renderà sempre meno competitivi i vettori locali, che dovranno inoltre subire sempre di più la concorrenza dell’Alta Velocità ferroviaria, che nei paesi europei dove è in funzione da diversi anni, sottrae quote notevoli al traffico aereo. Considerando che anche in Italia, seppur con ritardo, sta per essere completata l’Alta Velocità ferroviaria sul tratto Milano – Roma, che attualmente assorbe circa il 70% del traffico aereo nazionale, il rischio di un veloce fallimento anche della nuova compagnia nazionale è sicuramente elevato.
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mercoledì, agosto 06, 2008
La spigolatura dei rifiuti
"Le spigolatrici", di Francois Millet, 1857. La società contadina non aveva un "problema dei rifiuti" e gestiva con grande efficienza tutte le risorse disponibili, incluso le spighe che la mietitura del grano lasciava nei campi.
Questo testo riassume le riflessioni che ho fatto negli ultimi tempi sulla gestione dei rifiuti, un percorso che ho cominciato due anni fa, quando ho fatto parte della commissione interministeriale sulle migliori tecnologie di gestione dei rifiuti. Da allora, credo di aver capito molte cose sulla faccenda e le espongo. Ne è venuto fuori una cosa lunga e densa di concetti; forse un po' troppo lunga e troppo densa. Ma la faccenda dei rifiuti la sto trovando sempre più affascinante: c'è dentro tutto il nostro mondo, il modo con cui gestiamo le risorse, come organizziamo la società, come ci rapportiamo con il mondo che ci circonda. Spero che abbiate voglia di leggere questo bel malloppo; magari, se ci riuscite, anche fino in fondo. Se poi avete voglia di mandarmi i vostri commenti, sono benvenuti. Sulla base delle reazioni che ricevo, spero di poterne fare qualcosa di migliore. In realtà, qui c'è materiale per un intero libro che scriverò non appena avrò perfezionato una tecnica di clonazione di me stesso.
1. Introduzione.
Siamo abituati al fatto che esista un "problema rifiuti". E' curioso, però, che l'esistenza stessa dei rifiuti è una cosa nuova; tipica del mondo moderno. Nel passato, i rifiuti erano un problema minore o, addirittura, non esistevano fuori dei nuclei urbani. La società agricola pre-industriale era, a tutti gli effetti pratici, una società a "rifiuti-zero". Oggi, invece, abbiamo paura di finire sommersi dai nostri rifiuti e ci domandiamo cosa farne. Dobbiamo seppellirli? Bruciarli? Riciclarli? I rifiuti sono veramente delle "materie seconde" da cui trarre energia e risorse utili, oppure qualcosa che deve essere fatta sparire al meglio possibile?
Nonostante l'importanza di queste domande, in realtà, dei rifiuti si sa poco. Se guardiamo la teoria economica convenzionale, vediamo che si occupa di tante cose: produzione industriale, manodopera, prezzi, domanda, offerta, eccetera, ma non ci troviamo i rifiuti. Prendete una "funzione di produzione" standard e non ci troverete un termine per i rifiuti. Sui rifiuti, i testi di economia tacciono o danno soltanto delle trattazioni superficiali e questo vale anche per testi che proclamano esplicitamente di occuparsi di economia dell'ambiente. Tanto per fare un esempio, nel testo recente "economia ambientale" di Barry e Martha Field (McGraw Hill, 2006), la parola "rifiuti" (waste) appare per la prima volta a pagina 341 e soltanto nel contesto dei "rifiuti pericolosi". Il meglio che la teoria economica può dire è che i rifiuti sono beni di valore negativo, ovvero delle "diseconomie". Ma perché l'industria produce beni di valore negativo? Possiamo eliminare queste diseconomie, oppure c'è qualche ragione che le rende inevitabili?
Così, ci troviamo in una situazione simile a quella della medicina prima della scoperta dei virus e dei batteri. Facciamo il possibile per affrontare il problema dei rifiuti, ma non ne conosciamo le cause profonde. Dobbiamo allora applicare nuovi strumenti e nuove idee a un problema che sta diventando importante. Per capire come stanno le cose, possiamo e dobbiamo utilizzare forme di modellizzazione che fanno parte di un nuovo campo che cerca di integrare l'economia con la fisica. Ci sono varie definizioni: "econofisica", "bioeconomia", "ecologia energetica", e altri termini, (vedi, per esempio Charles Hall (2008). In questo campo, uno dei concetti fondamentali è quello di "ritorno energetico", ovvero il rapporto fra l'energia ottenuta e l'energia investita per una certa azione in un sistema biologico o economico. Questo rapporto viene definito EROEI (energy return for energy invested) o EROI (energy return on investment).
L'EROEI è il modo più semplice di esprimere un concetto che può sembrare anche banale, ma che viene spessissimo dimenticato. Non ha senso fare un'attività economica destinata a generare profitto, oppure un'attività biologica destinata alla sopravvivenza individuale, se il suo ritorno energetico è minore dell'investimento energetico necessario. In altre parole, nessuno scaverebbe un pozzo di petrolio se ci vuole più energia per farlo di quanta poi se ne possa tirar fuori dal petrolio estratto. La stessa idea si può esprimere con altre grandezze che, nella letteratura scientifica, prendono il nome, per esempio di "ritorno energetico" (energy yield), intensità energetica, o anche "transformity", un termine inventato da Howard Odum che è stato il pioniere di questo tipo di approccio. Per il profano, è difficile orizzontarsi in questa trattazione che spesso appare astrusa, specialmente nella formulazione di Odum, dove la transformity è espressa in funzione di una grandezza chiamata "solar em-joules". Ma, una volta che siete entrati in questo ordine di idee, vi si schiude davanti un intero mondo. L'analisi energetica (EROEI o transformity, o quello che volete) è la chiave di volta per capire quello che ci succede intorno. L'EROEI è affetta da incertezze nel calcolo, ma e' un concetto molto più potente del prezzo. Non dipende dalle fluttuazioni del mercato, dalle sovvenzioni statali, o dalla percezione umana. E' una grandezza fisica che è inesorabile nel determinare se qualcosa è fattibile oppure no.
In questa analisi, vedremo che i rifiuti sono sono risorse a bassa resa, sia economica che energetica. In altre parole, i processi che sfruttano i rifiuti come materia prima (o, se preferite, come materia seconda) hanno un basso valore dell'EROEI. Pertanto, il loro sfruttamento richiede strutture sociali, tecnologiche ed economiche "leggere", ovvero a basso costo energetico. Al momento, tuttavia, la società industriale non sembra essere in grado di generare questo tipo di strutture per cui i rifiuti sono effettivamente un costo per l'intera società. Viceversa, un'esempio di strutture del genere si trova nell'antica tradizione contadina della "spigolatura", che era nata esattamente per questo scopo è che sfruttava risorse a bassa resa nella tradizione dei "beni comuni" o "usi civici" tipici delle società agricole.
E' possibile translare questa tradizione nella società moderna? Vedremo che, pur senza negare le difficoltà, la nostra società si sta già adattando alle nuove condizioni sviluppando strutture sociali ed economiche per la gestione dei rifiuti che ricordano quelle dell'antica spigolatura.
2. La gestione dei rifiuti nel mondo agricolo.
Abbiamo letto tutti a scuola della "Spigolatrice di Sapri" (quella dei "trecento, giovani e forti"). Probabilmente, però, pochi di noi si sono domandati chi fosse e cosa facesse esattamente questa spigolatrice che racconta la storia. Oggi, in effetti, ci siamo dimenticati dell'esistenza di una cosa che si chiamava spigolatura. Eppure, esiste ancora oggi, anche se non se ne parla. Ma esisteva in modo molto più visibile e evidente al tempo della società contadina di una volta.
Nel mondo contadino, era tradizione e prassi che, dopo la mietitura del grano, si desse accesso ai campi ai più poveri che potevano così raccogliere le spighe rimaste per terra. Questo si chiamava "spigolatura". Ma non si faceva soltanto con il grano; si faceva con la frutta, con il riso, con le olive e con le castagne sull'Appennino. Era una tradizione antichissima che si trova menzionata esplicitamente anche nella Bibbia. Si può parlare di spigolatura anche in contesti diversi da quelli dell'agricoltura. Per esempio, Frank McCourt ci racconta nel suo romanzo "Le ceneri di Angela" di come la sua famiglia fosse riuscita a sopravvivere negli anni 1930 in Irlanda "spigolando il carbone", ovvero raccogliendo i pezzetti di carbone caduti sui bordi della strada dai carri che lo trasportavano.
La teoria economica moderna non ha mai preso in considerazione la spigolatura. Un po' è perche lo studio dell'economia è centrato sulle attività industriali, un po' perché la spigolatura non implica un passaggio di moneta e quindi è invisibile per gli economisti di oggi. Al massimo, gli economisti possono considerare le spighe cadute per terra come delle "diseconomie" che dovrebbero essere eliminate. Eppure, se la spigolatura è esistita per tanti secoli in una società povera come lo era quella contadina, è difficile pensare che fosse una diseconomia.
Possiamo spiegarci la funzione della spigolatura se usciamo dall'economia classica e usiamo invece i metodi i quella che si chiama, a volte, "bioeconomia" o "economia ecologica" (Hall 2008). Cerchiamo allora di esaminare la spigolatura in termini di energia guadagnata e energia spesa, ovvero di quel rapporto che viene definito EROEI (energy return on energy invested). Ogni attività, sia essa economica come biologica, deve rendere più energia di quanta ne consumi. Altrimenti non ha senso.
L'agricoltura è un'attività destinata a produrre energia in forma di calorie alimentari. Ma coltivare il grano è un'attività che ha un costo energetico e, anche quello, può essere misurato in calorie alimentari, perlomeno per l'agricoltura pre-industriale. Secondo le stime disponibili (Lough 1999), l'agricoltura di quell'epoca aveva un EROEI intorno a 1-5. Ovvero, nella migliore delle ipotesi, l'agricoltura rendeva 5 unità di energia per ogni unità di energia impegnata nella coltivazione. Era una resa sufficiente per sostenere la civiltà agricola di un tempo, ma neanche lontanamente sufficiente per la società industriale di oggi che si basa tutta sui combustibili fossili. I fossili hanno avuto fino ad oggi delle rese energetiche enormemente superiori a quelle dell'agricoltura. Estrarre il petrolio ai "tempi d'oro" (gli anni 1930-1950) aveva un'EROEI di oltre 100, secondo i dati disponibili. Nessuna sorpresa che i contadini di una volta fossero poveri mentre noi moderni, che estraiamo il petrolio, siamo ricchi (o meglio, lo siamo stati fino ad oggi).
Con un EROEI di 1-5, in agricoltura non c'è molto margine per fare errori. Sicuramente, nella società contadina tutto era ottimizzato e sappiamo bene che non si buttava via niente. Per questo, sembrerebbe strano che un'attività come la mietitura lasciasse delle spighe per terra. Era veramente una diseconomia, un'imperfezione? In realtà, è probabile che l'ottimizzazione del processo di mietitura includesse il fatto che non si raccoglieva il 100% del raccolto.
Ben pochi di noi oggi hanno esperienza diretta dell'uso della "falce fienaia" di una volta. Da quello che si può capire dai racconti dei vecchi e dalle rievocazioni, si può capire che mietere il grano era un lavoro durissimo: si trattava di andare avanti falciando a tutta forza, sotto il sole d'estate e per tutta la giornata (si sa che i contadini erano gente robusta). Ora, la linea dei contadini che avanzava falciando non poteva essere efficiente al 100%: un po' perché si sarebbero disturbati a vicenda, un po' perché non potevano perder tempo dietro a ogni ciuffo che rimaneva indietro. Il mestiere del falciatore è di falciare, non di raccattare ogni spiga che casca per terra.
Non abbiamo studi dettagliati su questo punto per cui mi devo limitare a fare un'ipotesi. Comunque, mi sembra probabile che l'EROEI della mietitura avesse il suo valore massimo per una certa frazione, inferiore al 100%, di spighe raccolte. Ovvero, se i mietitori si fossero fermati a raccogliere le spighe cadute per terra avrebbero aumentato il loro sforzo, riducendo il valore dell'EROEI del processo. Questo è, incidentalmente, un principio ben noto in economia: il principio dei ritorni decrescenti.
Entra in scena adesso la spigolatura. Come è possibile che riuscisse a sfruttare risorse che che la mietitura trascurava? La dura legge dell'EROEI deve valere anche per la spigolatura. Ma, se la spigolatura esisteva ed era così diffusa, evidentemente, doveva per forza avere una resa energetica accettabile. Questo era possibile per vari motivi. Il primo era la semplicità della tecnologia; lo spigolatore non usava utensili, mezzi di trasporto o attrezzature. Semplicemente, camminava per i campi raccogliendo quello che trovava. Oggi, chiameremmo la spigolatura un processo "a filiera corta."
Inoltre, la spigolatura era fatta da singoli individui o, al massimo, da gruppetti spontanei. Ovvero, non aveva i costi della gerarchia di un'organizzazione. E' noto in tempi moderni (Lough 1996) che l'efficienza di un'organizzazione è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'organizzazione stessa. Gli spigolatori, quindi, ottimizzavano anche questo parametro. In sostanza, la spigolatura utilizzava pochissima energia ed era molto simile al metodo usato dagli antichi cacciatori e raccoglitori di epoche pre-agricole, notoriamente più efficienti degli agricoltori che lo hanno sostituiti.
Un altro motivo per il quale la spigolatura era così efficiente è più sottile e ha a che vedere col suo valore sociale. Partiamo dal fatto che nessuna società è efficiente al 100% nell'allocazione delle risorse in termini di forza-lavoro. In altre parole, ogni società ha sempre un certo numero di disoccupati e semioccupati. Nella società agricola, in particolare, non tutti si potevano impegnare a tempo pieno nell'attività agricola vera e propria, per esempio le donne che erano impegnate anche nelle attività domestiche. Ma c'erano anche altre persone, ragazzi, disabili, anziani e altri, che non potevano accollarsi il lavoro agricolo pesante. Tutte queste persone erano potenzialmente un costo energetico per la società, dato che producevano meno di quanto non consumavano. Ora, se queste persone spigolavano, annullavano, o comunque riducevano, questo costo. La spigolatura, in altre parole, aumentava la resa energetica dell'intera società.
Questo è un punto fondamentale dell'analisi energetica dei processi. L'analisi EROEI standard prende in considerazione soltanto i costi strettamente inerenti al processo esaminato, detti anche "costi interni". I costi che il processo genera (o riduce) nella società sono detti "costi esterni" e non vengono considerati per convenzione. Tuttavia, anche questi costi possono essere quantificati dall'analisi che fa uso del concetto di "transformity". Ci ritorneremo sopra quando parleremo dei metodi moderni di trattamento dei rifiuti. Qui, mi limito a menzionare che la spigolatura era un tipico processo "win-win" (vinci-vinci) come dicono gli Americani. Ovvero, beneficiava tutta la società, non solo gli individui che la praticavano. Considerate la necessità che aveva la società contadina di adattarsi alle fluttuazioni del raccolto in relazione al clima, alle epidemie periodiche, e a tutti gli altri parametri che influenzavano l'economia agricola pre-industriale. In un'annata buona, c'era bisogno di più manodopera, in una meno buona la manodopera poteva essere in eccesso. La spigolatura, probabilmente, formava un "polmone" di risorse che permetteva un adattamento efficiente alle fluttuazioni della resa agricola. Era un po' come la nostra cassa integrazione. Notate anche come la spigolatura riduceva il rischio di conflitti sociali violenti dando una valvola di sfogo alla sezione più povera della società. Questi conflitti non potevano che peggiorare l'EROEI della società e quindi la spigolatura aveva anche questo effetto benefico.
La spigolatura non era soltanto un particolare processo produttivo; era integrata in tutto il sistema economico della società agricola; specializzato nella gestione di risorse a bassa resa energetica. Quella parte del raccolto che era oggetto di spigolatura era un "bene comune;" o "uso civico". Era un elemento tipico dell'economia agraria che includeva anche cose come i pascoli, la raccolta dei funghi, la legna per scaldarsi, eccetera. Esistevano parole specifiche per indicare questi beni: fungatici, pascolatici, legnatici, eccetera; tutte parole che oggi sono andate perse con la sparizione dei beni comuni. Notate anche qui la flessibilità delle strutture della società contadina. La proprietà dei campi era privata, ovviamente, ma per il periodo della spigolatura (e solo per quel periodo) diventava un bene comune.
La ragione di gestire la spigolatura nell'ambito di un bene comune è probabilmente un'altra conseguenza della sua bassa resa. Una proprietà privata ha dei costi in forma di recinzioni, guardiani, atti notarili, tassazione, eccetera. Un bene comune non ha niente del genere, non è recintato, non ha atti formali, non ha guardiani, non è soggetto a tasse. Tutte cose che peserebbero eccessivamente sulla resa limitata dei beni che può produrre.
Sui beni comuni (o "commons" in inglese) è molto nota l'analisi di Garrett Hardin che va sotto il nome di "tragedia dei beni comuni". Secondo Hardin, l'esistenza dei beni comuni innesca un meccanismo che, alla fine, genera la distruzione dei beni stessi. L'esempio portato da Hardin è quello di un ipotetico pascolo dove ogni pastore è libero di portare quante pecore vuole. Siccome ogni pastore ha un vantaggio nel portare al pascolo più pecore possibile, il risultato è che ci sono troppe pecore e l'erba viene distrutta. In termini moderni, questo fenomeno lo chiamiamo "sovrasfruttamento".
Il meccanismo di Hardin si verifica nei sistemi economici che gli economisti chiamano di "libero accesso". Un esempio fra i più antichi è la selvaggina che il diritto romano considerava una "res nullius", un "bene di nessuno". Ma, se nella caccia si ingenerano fenomeni di sovrasfruttamento, il risultato è un disastro. Oggi, la selvaggina non si può più considerare "res nullius" e la caccia è fortemente regolata in modo da evitare, almeno in parte, il sovrasfruttamento. In molti casi, la privatizzazione si è rivelata l'unico rimedio possibile. Come sappiamo, Geordie fu impiccato con una corda d'oro per aver rubato sei cervi dal parco del re. Il parco del re non era un "bene comune" e non poteva esserlo. Ci sono tantissimi esempi di beni che devono essere privatizzati o strettamente regolati per evitare che vengano sovrasfruttati.
Tuttavia, se gli "usi civici" sono sopravvissuti nella pratica comune per migliaia di anni, è chiaro che non potevano portare consistentemente a una tragedia da sovrasfruttameno. Certamente, questa tragedia non si verificava con la spigolatura del grano. Infatti, il modello di Hardin non si applica a questo tipo di sistemi per diverse buone ragioni. C'erano, in primo luogo, prassi, leggi e regole che limitavano lo sfruttamento dei beni comuni. Ma il meccanismo che impediva il sovrasfruttamento era dovuto alla natura stessa di bassa resa energetica dei beni comuni. Per scatenare la tragedia di Hardin, occorre che il bene sfruttato possa produrre un surplus tale da far si che quelli che ne fruiscono possano investire in uno sfruttamento più intenso. Ovvero, nel modello, bisogna che una pecora renda abbastanza soldi da poter permettere al pastore di comprare un'altra pecora. Ma risorse povere come legnatici, fungatici e pascoli di alta montagna non restituiscono profitti del genere. Chi raccoglie spighe di grano lo fa in un'ottica di sussistenza; non ne ricava profitti. Quindi, la resa dei beni comuni è troppo bassa per dare origine al sovrasfruttamento. Il modello di Hardin, in questo caso, non si applica.
In sostanza, viene fuori da questi ragionamenti che l'agricoltura pre-industriale era un sistema flessibile che gestiva le risorse in modo ottimale, riuscendo a chiudere quasi completamente i cicli di produzione e ottenere quello che oggi chiameremmo "sostenibilità". Questo non vuol dire idealizzare l'agricoltura come se fosse la mitica Arcadia. L'agricoltura, incluso quella preindustriale, può essere estremamente distruttiva e, in particolare, sovrasfruttare la "risorsa suolo". Questo si è verificato molte volte nella storia umana, come ci racconta, per esempio, Clive Ponting nel suo libro "Nuova storia verde del mondo" del 2007. Ma ci sono anche state società che sono riuscite a mantenersi in un equilibrio stabile con il suolo e, in ogni caso, la distruttività dell'agricoltura non è neanche lontanamente paragonabile a quella della società industriale.
Vorrei anche specificare che tutto questo ragionare sull' "ottimizzazione" delle risorse nella società agricola non va confuso con altri usi, assai criticabili, dello stesso termine. Più di una volta, qualcuno ha cercato di ottimizzare l'agricoltura eliminando lo "spreco" dei beni comuni e della spigolatura. Il risultato è stato spesso disastroso; basti ricordare l'esempio della "legge della spigolatura" del 1932 nell'Unione Sovietica che condannava a morte per fucilazione chi fosse stato sorpreso a spigolare perchè "danneggiava l'agricoltura". Non servi' certamente, anzi, probabilmente peggiorò le conseguenze dell "holodomor", la grande carestia che causò forse otto milioni di vittime in quelgli anni.
Esiste poi un grossolano stravolgimento del concetto di evoluzione biologica che va sotto il nome di "darwinismo sociale" e che vuole che la società si possa ottimizzare sulla base del principio della "sopravvivenza del più adatto." Questa teoria è stata, purtroppo, messa in pratica dai nazisti tedeschi con lo sterminio di massa delle persone ritenute un peso per la società. Teoria stupida, oltre che infame, se la confrontiamo con l'intelligente adattamento della società contadina che invece cercava di dare un posto e un minimo di risorse a tutti.
Inoltre, il concetto di "ottimizzazione" nella società contadina non implica affatto che si debba trascurare il lato di solidarietà umana della spigolatura. Al contrario, il concetto di spigolatura ha dei profondi risvolti umani, etici, e religiosi che - in Europa e nel mondo Mediterraneo - si sono espressi attraverso i concetti di carità cristiana. La Bibbia, per esempio, ordina esplicitamente, sia nel Deuteronomio che nel Levitico, ai proprietari dei campi di lasciare qualcosa da spigolare per i poveri. In altre regioni del mondo, concetti equivalenti sono stati espressi in altre forme culturali e religiose, ma è la stessa cosa. I mietitori al lavoro sapevano che le spighe che loro lasciavano cadere sarebbero state raccolte da qualcuno che ne aveva bisogno. Ne lasciavano cadere qualcuna in più apposta? Non lo possiamo sapere, ma può darsi. La solidarietà è parte del fatto di essere umani.
3. I rifiuti della società industriale.
Se proviamo ad applicare i concetti che abbiamo discusso alla società moderna, vediamo che non c'è posto per la spigolatura. La società industriale è nata sfruttando risorse ad alto contenuto energetico che permettevano di sviluppare processi ad alto EROEI. Queste risorse sono state prima il carbone e poi, soprattutto, il petrolio. Come si diceva, la resa energetica della società agricola, in termini di EROEI, era dell'ordine di 2-5 mentre quella dell'estrazione del petrolio dei tempi d'oro era oltre 100; ovvero almeno venti volte superiore. Con una resa così buona, ovvero un EROEI così ampio, era tale la ricchezza generata che non c'era bisogno per nessuno di spigolare (perlomeno in teoria). Il mondo industriale si poteva permettere pensioni di anzianità, cassa integrazione, assistenza sanitaria pubblica e tante altre cose. Le strutture sociali del mondo industriale sarebbero state impensabili nel mondo contadino che, semplicemente, non poteva permettersi niente del genere.
Ma, se il petrolio ci ha portato ricchezza, ci ha portato anche problemi. Come abbiamo visto nel caso dell'agricoltura, nessun sistema produttivo può essere efficiente al 100%. Era tanto abbondante la produzione industriale del mondo petrolifero che siamo stati quasi sommersi dai risultati della sua inefficienza. Ci siamo trovati del tutto impreparati a gestire la massa di rifiuti prodotti, non avendo nessuna esperienza del genere nelle migliaia di anni di società contadina che hanno preceduto quella industriale. I rifiuti moderni sono effettivamente una "diseconomia" ovvero un costo per la società. Li possiamo anche chiamare un "costo esterno" inerente all'attività industriale.
Si dice spesso che i rifiuti sono "risorse" o "materie seconde" ma, come le spighe di grano lasciate nei campi, sono risorse a bassa resa energetica; ovvero, richiedono molta energia per essere sfruttate in confronto a quella che possono produrre. Come tali, si prestano male ai metodi di sfruttamento industriale ai quali siamo abituati. Infatti, i metodi che abbiamo sviluppato per trattare i rifiuti sono stati, invero, primitivi, costosi o tutte e due le cose insieme. Per lungo tempo, non abbiamo saputo fare di meglio che seppellire i rifiuti mischiati tutti insieme in grandi buche. Più di recente, è venuto di moda bruciarli in grandi fornaci. I sistemi di riciclaggio sono ancora più recenti; in teoria molto migliori sia dell'incenerimento che della discarica ma, anche qui, costosi. Tutti questi sistemi, nonostante i proclami più o meno esagerati fatti dai loro fautori, sono veramente un peso economico, ovvero delle diseconomie, per la società. Così come stanno le cose oggi, bisogna pagare un prezzo, sia economico che energetico, per liberarsi dei rifiuti.
Evidentemente, i sistemi che abbiamo sviluppato per trattare i rifiuti sono ben lontani dall'elegante semplicità dell'antica spigolatura. Si parla di recupero delle "materie seconde" e di "termovalorizzazione", ma ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato in questi termini se non riusciamo ad ottenerne uno straccio di profitto, se non per mezzo di ampie sovvenzioni pagate dalle tasse dei cittadini. Cosa stiamo facendo di sbagliato?
Vediamo di fare una piccola analisi. Possiamo cominciare dall'incenerimento con recupero energetico - processo che alcuni chiamano con il curioso termine di "termovalorizzazione". Il prodotto utile di questo processo è energia in forma di energia elettrica. Così, abbiamo il vantaggio che possiamo direttamente comparare l'energia investita nella costruzione e gestione dell'inceneritore con l'energia ottenuta dall'inceneritore stesso. Ovvero, possiamo calcolare direttamente l'EROEI del processo.
Su questo punto, possiamo rifarci al lavoro di Otoma e altri del 1997, che ci dice che la produzione di energia elettrica da rifiuti ha un EROEI uguale a circa 2. Questo valore è stato sostanzialmente confermato dagli studi posteriori; per esempio possiamo dedurre un valore simile dai dati riportati da Ulgiati (2008). Ora, un EROEI uguale a 2 è molto inferiore a quello delle tecnologie commerciali per la produzione di energia che hanno valori, tipicamente, superiori a 10. Tuttavia, anche con un EROEI di 2, in principio, si guadagna qualcosa. Probabilmente, l'EROEI della spigolatura non era più alto di così.
Ciononostante, non riusciamo a rendere l'incenerimento dei rifiuti un processo economico. Senza le tasse che paghiamo sullo smaltimento dei rifiuti e - soprattutto - senza il contributo speciale per l'incenerimento che, in Italia, va sotto il nome di CIP6, gli inceneritori non darebbero alcun profitto economico. Come mai?
Qui, dobbiamo tener conto che l'EROEI è una misura soltanto parziale dell'efficienza di un processo complesso come quello dell'incenerimento. Un EROEI maggiore di uno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché un processo sia economicamente fattibile. L'analisi dell'EROEI, infatti, considera soltanto i costi interni di un processo, ovvero quelli strettamente correlati all'operazione del processo stesso. Non considera i molteplici costi esterni che sono dovuti alla struttura stessa della società che gestisce i processi. Nel caso dell'incenerimento, questi costi includono 1) i costi amministrativi e 2) i costi derivati dall'inquinamento e 3) quelli che derivano dalla distruzione di materie prime che devono essere rimpiazzate.
Se ci ragioniamo sopra, vediamo che questi costi non sono per niente trascurabili. Prendiamo in considerazione i costi amministrativi: un inceneritore ha una sovrastruttura amministrativa molto pesante. Ci sono segretarie, notai, ragionieri, commercialisti, revisori dei conti, eccetera. Inoltre, ha un'interfaccia di relazioni pubbliche: giornalisti, pubblicitari, quelli che portano le scolaresche a visitarlo, eccetera. Infine, i profitti dell'inceneritore devono includere le tasse che servono a pagare parlamentari, militari, cassintegrati, presentatori televisivi, nani, ballerine, professori universitari, eccetera. Tutti questi elementi non sono presi in considerazione dall'analisi dell'EROEI ma contano e, sicuramente, contano parecchio.
Consideriamo ora i costi relativi all'inquinamento. L'inceneritore non produce soltanto energia: produce anche rifiuti, come tutti i processi industriali. I rifiuti prodotti dall'inceneritore sono solidi; in forma di ceneri, e gassosi, in forma di gas serra (CO2) di polveri e altri inquinanti. Non dovremmo tener conto anche di questi rifiuti nell'analisi? Certamente si. Dovremmo aggiungere ai costi energetici dell'inceneritore quelli necessari per rimuovere la CO2 non rinnovabile emessa nell'atmosfera, e quelli derivanti dai danni alla salute umana fatti dalle polveri e dagli altri inquinanti. Questi costi sono molto difficili da calcolare. Ipoteticamente, potremmo conteggiare i costi energetici necessari per rimuovere la CO2 dall'atmosfera. Ma per quanto riguarda i danni fatti alla salute umana, sappiamo troppo poco per essere in grado di quantificarli. Sicuramente, però, non li possiamo trascurare.
Infine, c'è il concetto fondamentale che l'incenerimento trasforma materiali potenzialmente ancora utilizzabili in ceneri e gas dai quali, nella pratica, non si recupera più niente. Se vogliamo considerare tutti gli stadi del processo, non possiamo trascurare il fatto che, per esempio, se è vero che bruciare la plastica produce energia, è anche vero che questa plastica bruciata va rimpiazzata con altra plastica. Questo implica scavare pozzi di petrolio, raffinarlo, ottenerne plastica, stamparla in forma di bottiglie e altro, eccetera, tutte cose che hanno un costo energetico.
In sostanza, un sistema industriale destinato a produrre energia può dare un profitto economico nella società così com'è organizzata oggi soltanto se ha una resa energetica, ovvero un EROEI, molto maggiore di 1. Secondo Charles Hall, questo limite inferiore è intorno a 5, ma potrebbe anche essere superiore. E' chiaro quindi che la resa energetica dell'inceneritore è molto al di sotto di questo limite minimo. Quindi, non ci si deve stupire se sono necessari ampli sussidi statali perché gli inceneritori rimangano in funzione. Gli inceneritori sono una vera diseconomia.
Queste considerazioni fatte per gli inceneritori sono valide anche per gli altri metodi utilizzati per smaltire i rifiuti. La discarica è un sistema poco costoso in termini di investimenti e gestione, ma nella sua forma tradizionale non produce energia e non si prevede il recupero dei materiali conferiti. Le versioni moderne hanno la possibilità di ottenere un po' di energia ma il ritorno è scarso. Per la raccolta differenziata e riciclaggio valgono considerazioni diverse. Il riciclaggio "spinto" non prevede la produzione di energia, anche se lo si può fare in alcune versioni. Ne consegue che non possiamo applicare direttamente il concetto di EROEI per valutare la resa. Tuttavia, è possibile valutare altri parametri, per esempio il rilascio di inquinanti e di gas serra. Tutti gli studi disponibili indicano che in termini di impatto ambientale la raccolta differenziata accoppiata al riciclaggio è una strategia superiore sia all'incenerimento come alla discarica.
Ma, ciononostante, il riciclaggio come viene gestito oggi rimane una strategia costosa. Il recupero delle materie prime che si può fare mediante la raccolta differenziata non riesce a ripagare la raccolta stessa. Questo è dovuto in gran parte alle metodiche piuttosto primitive con cui la raccolta viene fatta; basata come lo è oggi sui cassonetti lungo le strade. Nella pratica, il fenomeno del conferimento improprio, ovvero il fatto che un certo numero di cittadini butta i rifiuti a casaccio, sconfigge le buone intenzioni e richiede ulteriori stadi di separazione, impianti complessi, con tutti i costi associati. Si può fare di meglio con la raccolta porta a porta che riduce i costi e migliora la qualità della separazione. Ma, anche qui, per il momento il processo non si regge economicamente da solo.
Così, nessuna delle strategie per trattare i rifiuti che abbiamo sviluppato fino ad oggi riesce ad essere economica, ovvero a trasformare i rifiuti in una risorsa. D'altra parte, se i rifiuti fossero veramente una risorsa, non li chiameremmo "rifiuti". Energia e entropia si coalizzano contro di noi e non riusciamo a trovare una tecnologia che riesca a sfruttare un materiale a bassa resa energetica e dove le materie prime recuperabili sono mischiate fra di loro.
Di per se, questo potrebbe non essere visto come un problema. Se liberarci dai rifiuti ci costa qualcosa, beh, sopportiamo e andiamo avanti. In fondo, nessuno è mai andato in bancarotta per colpa della tassa sui rifiuti urbani. Vero; fino ad oggi. Ma le cose stanno cambiando.
Stiamo cominciando a trovarci in difficoltà con il progressivo calo della resa dell'estrazione del petrolio e degli altri fossili. Con l'esaurimento dei giacimenti ad alto EROEI; ci troviamo davanti al fatto che l'EROEI medio dell'estrazione del petrolio è calato da circa 100, come era ai tempi d'oro, ai circa 15-20 di oggi. Anche l'estrazione delle materie prime si trova in difficoltà per l'esaurimento progressivo delle risorse "facili" che esistevano una volta. Questo si riflette su tutte le strutture della società e anche sulla situazione dei rifiuti.
In pratica, ci possiamo aspettare che la carenza di energia e di materie prime forzi l'industria a produrre in modo più efficiente e a produrre di meno. Di conseguenza, si produrranno meno rifiuti e rifiuti con più bassi valore in termini di contenuto energetico e di materie prime. Di conseguenza, il potere calorifico del rifiuto urbano si abbassa, mettendo in difficoltà i già poco efficienti inceneritori. Ma, in generale, questa riduzione del valore dei rifiuti metterà in difficoltà anche i sistemi di riciclaggio. E' probabile che dovremo pagare di più per smaltirli.
In sostanza, se il rifiuto è una "materia seconda", rimane comunque una materia seconda a basso EROEI che genera un surplus troppo basso per essere sfruttabile con i metodi industriali classici. Questo già basso EROEI è destinato a diminuire ulteriormente e, gi conseguenza, lo smaltimento verrà a costare più caro. Questo aumento dei prezzi va a scontrarsi con il generale impoverimento della società che non sarà più in grado di accollarsi i costi crescenti dello smaltimento dei rifiuti. In sostanza, andiamo verso una crisi sistemica che non sarà facile risolvere con i metodi tradizionali. Avremo meno rifiuti, ma il problema di sfruttarli in modo efficiente si farà sempre più importante e pressante.
4. La spigolatura dei rifiuti
Se i rifiuti sono una risorsa a resa troppo bassa per essere sfruttati con i metodi industriali tradizionali, proviamo a esaminare la questione dei rifiuti moderni alla luce della spigolatura delle società agricole. Come abbiamo visto, la spigolatura è una strategia apposita per sfruttare risorse a bassa resa. Possiamo pensare a qualcosa del genere per i rifiuti della società industriale?
In effetti, una volta che cominciamo a vedere le cose secondo questo punto di vista, vediamo che già oggi ci sono degli elementi di spigolatura nel modo in cui i rifiuti sono gestiti. Nella raccolta differenziata urbana, al cittadino viene richiesto di separare i propri rifiuti e di distribuirli in appositi contenitori. Questo è un lavoro che potrebbe essere fatto a valle, con macchinari appropriati, ma costerebbe più caro. Differenziando a monte, il cittadino riduce il costo energetico del sistema. Il lavoro del cittadino, in questo caso, è individuale e spontaneo, come lo era quello degli antichi spigolatori. A differenza di quest'ultimi, però, il cittadino non ricava nessun vantaggio pratico dalla sua buona volontà e questo è probabilmente uno dei motivi per i quali la raccolta differenziata non riesce ad andare oltre una frazione abbastanza piccola del totale dei rifiuti urbani raccolti.
Fuori dal nostro mondo industrializzato, la gestione dei rifiuti avviene spesso con metodologie molto più simili a quelle dell'antica spigolatura. Nei paesi poveri, esistono già da tempo gruppi di persone che si sono organizzati per sfruttare i rifiuti generati dalla parte ricca delle società. Sono gli spigolatori moderni che, tipicamente, operano nelle discariche, facendo un lavoro piuttosto malsano e pericoloso. Diverso è il caso di alcuni esperimenti di "ingegneria sociale" in corso, per esempio in Brasile (Gutberlet 2008), dove si cerca di incoraggiare le fasce sociali più povere a organizzarsi in cooperative che raccolgono e riciclano i rifiuti. Questi sono i cosiddetti "catadores", i raccoglitori, spesso organizzati, aiutati e istruiti dalle autorità. Questi esperimenti sembrano aver avuto un buon successo. I catadores raccolgono i rifiuti domestici, li separano manualmente, e la cooperativa dispone di semplici macchinari che ritrasformano - per esempio - la plastica in prodotti vendibili localmente. Fra gli altri esempi, il PET viene separato e trasformato in manufatti come funi per stendere i panni. Il risultato è che i catadores hanno acquisito un rispetto e un'accettazione nella loro società che prima non avevano. Da quello che si può capire, i catadores brasiliani sono orgogliosi del loro status e ne hanno buone ragioni.
Se ci spostiamo verso le società ancora definite come "ricche" vediamo fenomeni simili che si stanno generando a causa del generale impoverimento degli ultimi anni. In Italia, l'ADOC (sindacato dei consumatori) riporta il fenomeno di migliaia di pensionati che a Roma rovistano fra i banchi dei mercati dopo la loro chiusura per trovare qualcosa da mangiare. Sono i nuovi spigolatori. Un po' ovunque si verificano fenomeni del genere: nel mondo anglosassone si parla dei "binners", gruppi di persone sempre più numerosi che si arrangiano rovistando nei cassonetti dei rifiuti ("bins" in inglese)
Così, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, vediamo la nascita di un fenomeno che possiamo solo chiamare "spigolatura dei rifiuti". La differenza è l'atteggiamento. Nei paesi poveri, la spigolatura dei rifiuti è incoraggiata o perlomeno tollerata. Nei paesi ricchi; la società si irrigidisce nel rifiuto di questa pratica. In quasi tutti i paesi, il recupero dei rifiuti già conferiti nei cassonetti o nelle discariche è proibito dalla legge. In paesi come il Canada, si assiste allo squallido spettacolo di poliziotti armati che pattugliano le strade per impedire ai binners di accedere ai cassonetti. Anche da noi, il recupero dei rifiuti già conferiti da parte degli individui è considerato reato penale. Tutto questo ricorda i tempi dell URSS, anche se oggi non si fucilano gli spigolatori di rifiuti colti sul fatto.
Ci sono delle buone ragioni per questo differente comportamento. Nei paesi ricchi, i rifiuti sono artificialmente promossi a risorsa ad alta resa mediante sovvenzioni pagate dai cittadini in forma di tasse. In quanto risorsa ad alta resa, sono soggetti alla privatizzazione e allo sfruttamento industriale; per esempio procurando profitti per i gestori degli inceneritori. Nei paesi poveri, invece, la società non sarebbe in grado di accollarsi questi costi in forma di tasse. I rifiuti rimangono quello che sono veramente: ovvero risorse a bassa resa. In quanto tali; non sono interessanti per le lobby industriali e possono essere gestiti come beni comuni per il beneficio dei più poveri.
Ma le cose stanno cambiando molto rapidamente. Quelli che una volta erano i paesi "ricchi" sono ora entrati in una spirale di impoverimento che li sta portando ai livelli di quello che una volta era chiamato il "terzo mondo". L'impoverimento non colpisce tutti nello stesso modo; è accompagnato dall'aprirsi della forbice sociale con la creazione di un nuovo strato di poveri che si stanno pericolosamente avvicinando al limite della sopravvivenza fisica. Questa fascia è formata in parte da rifugiati e profughi di etnie diverse da quella italiana, ma anche in misura crescente da cittadini italiani "normali."
Queste persone potrebbero essere concretamente aiutate - e loro stessi aiutare la società italiana - se incoraggiati a "spigolare i rifiuti". Questo richiede però anche un radicale cambiamento di visione. Dovremmo cercare di smettere di considerare i rifiuti come un costo (una diseconomia) da pagarsi mediante le tasse e invece vederli come una risorsa che può essere utilizzata nell'arco di una strategia "vinci-vinci". Ovvero, come qualcosa che produce un doppio beneficio, sia alla società sia alle persone che si impegnano nella raccolta e nel riciclo. Questo implica studiare delle strategie di trattamento che siano sicure per chi le pratica; non si tratta - ovviamente - di aprire le discariche a gente armata di pale e rastrelli. Al contrario, si può e si deve organizzare questa strategia intorno al concetto di "raccolta porta a porta" attraverso un interazione volontaria fra chi produce rifiuti e chi li raccoglie - con reciproco vantaggio.
Ovviamente, a differenza del grano raccolto spigolando, i rifiuti solidi urbani, bottiglie e lattine, non hanno valore diretto per chi li raccoglie e la loro trasformazione in prodotti di valore commerciale richiede macchinari e attrezzature al di la della portata del singolo cittadino. Per questo, è necessario che la spigolatura moderna abbia un valore monetario. Ovvero, il cittadino che raccoglie e separa dovrebbe essere pagato per il lavoro che fa. Non è necessario che il rifiuto venga pagato più del suo valore di mercato; l'importante è il concetto: ovvero che chi raccoglie e separa i rifiuti viene pagato per il lavoro che fa. Data la situazione economica di molte categorie attuali, anche poco può fare la differenza per chi si trova in seria difficoltà. Si può comunque pensare a un pagarli anche di più, come si fa oggi in Germania, con un contributo dello stato che tiene conto dei costi esterni che l'attività dei riciclatori riduce - ovvero non un'elemosina ma un pagamento per un vero servizio fatto.
5. Conclusione
Da queste considerazioni emerge il concetto che dovremmo cercare di fare evolvere il nostro sistema di gestione dei rifiuti verso qualche cosa che rassomigli all'antica spigolatura. Ovvero, i rifiuti dovrebbero essere riciclati e riutilizzati usando strutture "leggere", a bassa burocrazia, che usano tecnologie semplici e ad alta efficienza, come pure cicli a filiera corta, a basso costo. In particolare, dovremmo affidarci al massimo all'iniziativa privata dei singoli e delle cooperative per diffondere nella società, soprattutto per le fascie sociali più deboli, i benefici che vengono dallo sfruttamento delle "materie seconde". Questo pone come condizione di base lo stabilire che i rifiuti - perlomeno in certe casi - sono un "bene comune" accessibile a tutti. Soltanto così, potremo mettere in gioco quei meccanismi "win-win" (vinci-vinci) che sono fondamentali per produrre una resa economica allo sfruttamento di sistemi a basso EROEI.
Purtroppo, se guardiamo le tendenze attuali, vediamo che vanno esattamente in direzione contraria. Strutture pesanti e fortemente burocratizzate, impalcatura legislativa rigida e complessa, restrizioni a tutto e a tutti, mancanza di libera concorrenza, tecnologie costose e poco efficienti, filiere lunghe o anche lunghissime. In sostanza, sembra che ci stiamo organizzando apposta per rendere lo smaltimento dei rifiuti quanto di più costoso e inefficiente si possa immaginare.
Possiamo sperare di invertire la tendenza? Per il momento, sembra proprio di no. L'attuale struttura di gestione dei rifiuti sembra impegnata più che altro nell'auto-perpetuazione, nella massimizzazione dei propri profitti, e nello sviluppo di una forma di gigantismo che non può portare altro che all'estinzione. Per quando la sparizione dei dinosauri dei rifiuti? Non sarà per agosto, e nemmeno per settembre ma, alla fine, l'universo non ha pietà per l'inefficienza.
Già oggi, comunque, l'esperienza brasiliana dimostra che è possibile organizzare i raccoglitori, i catadores, in modo che questi lavorino in sicurezza e con professionalità. Esistono già anche in Italia degli esperimenti di strutture cooperative dedicate alla raccolta e al riciclaggio dei rifiuti secondo il criterio che il rifiuto viene pagato a chi lo raccoglie e separa. Si tratta di esaminare questi casi e cercare di progredire in quella direzione e in Italia cominciano ad appareire delle interessanti iniziative in questo senso.
Nessuno è mai diventato ricco spigolando il grano, e nessuno mai diventerà ricco spigolando i rifiuti. Ma i nostri bisnonni hanno sicuramente spigolato e sono sopravvissuti e non se ne sono lamentati troppo.
- Ringraziamento: Ringrazio Jutta Gutberlet come la fonte di ispirazione per queste riflessioni
6. Bibliografia.
Queste note, come dicevo all'inizio, sono il risultato di una riflessione ancora in corso. Aggiungo qualche riferimento bibliografico, ancora incompleto
Bardi, 2008, "Il picco dei rifiuti". Ho scritto diverse cose sul fatto che la generazione dei rifiuti sembra aver raggiunto un picco e essere in diminuzione, la più recente la trovate sul blog di aspoitalia a aspoitalia.blogspot.com/2008/
Hall, Charles; Robert Costanza, 2008. "Ecological energetics." In: Encyclopedia of Earth. Eds. Cutler J. Cleveland (Washington, D.C.: Environmental Information Coalition, National Council for Science and the Environment). <http://www.eoearth.org/article/Ecological_energetics>
Lough, T., 1996, Energy Analysis of the structures of Industrial organizations. Energy Vol. 21, No. 2, pp. 131-139, 1996
Lough, T. 1999 "Energy, Agriculture, Patriarchy and Ecocide" di Thomas S. Lough su "Human Ecology Review", Vol. 6, No. 2, 1999 (www.humanecologyreview.org/pastissues/her62/62dietz.pdf)
Otoma, S. et al., 1997, "Estimation of Energy recovery and reduction of CO2 emission in municipal solid waste power generation. Resources, conservation and recycling, vol 20, p. 95-117
Ponting, C., 2007, A new Green History of the World, Vintage Books, London.
Ulgiati 2008, "Life cycle assessment of urban waste management: Energy performances and environmental impacts. The case of Rome, Italy", with Francesco Cherubini and Siliva Bargigli, Waste Management, in press.
Gutberlet 2008. la spigolatura dei rifiuti in azione, la si vede in questo video sul lavoro di Jutta Gutberlet in Brasile.
Un'inchiesta sul mondo degli spigolatori moderni si trova nel film di Agnes Varga "Gli spigolatori e la spigolatrice" (Les Glaneurs et la glaneuse), che non sembra esistere in versione italiana.
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martedì, agosto 05, 2008
Il picco del caviale

In un post precedente avevo menzionato la sparizione del caviale nero dai negozi di Mosca. Bene, ecco qui i dati che ho pubblicato oggi su "the oil drum", dove vi potete leggere l'articolo completo con i riferimenti bibliografici e tutto.
Insomma, questi picchi ci sono veramente e quando una risorsa viene sovrasfruttata, prima o poi sparisce. Addio! E da notare come i Russi si sono decisi a fare qualcosa per fermare l'esaurimento dello storione solo 30 anni dopo il picco, quando ormai non c'era rimasto quasi nulla.
Non è un buon precedente. Speriamo bene
Il negoziante e il professore

IL NEGOZIANTE E IL PROFESSORE
Questo dialogo si è svolto a casa mia. E' riferito a memoria ma è tutto vero.
Il negoziante: "Mi scusi, professore, se la disturbo...."
Io: "Ma le pare; è un piacere."
N. "Sa, oggi l'ho vista in televisione."
I. "Eh... ogni tanto, in effetti, mi capita che mi intervistano...."
N. "E non è la prima volta. La seguo sempre. "
I. "Beh, grazie."
N. "Così mi sono permesso di venire a casa sua...:"
I. "Ha fatto bene. Sono tanti anni che ci conosciamo"
N. "Per farle una domanda."
I. "Mi dica."
N. "Senta, professore, mi hanno fatto un preventivo per i pannelli. Quelli voltaici..."
I. "Pannelli fotovoltaici? Interessante"
N. "Per tre cosi.."
I "Tre kilowatt...?"
N. "Si, kilowatt. Il preventivo mi sembra ragionevole; ho chiesto a diverse persone"
I. "Beh, si, i prezzi sono abbastanza standard"
N. "Senta, le volevo chiedere. Secondo lei, ne vale la pena?"
I. "Mah... certamente si. Io, perlomeno, li ho messi sul mio tetto"
N. "Dice che dopo un po' non funzionano più"
I. "No, quella è una leggenda."
N. "C'è anche chi mi ha detto che non conviene."
I. "C'è chi dice così, in effetti."
N. "Ma perché dicono così?"
I. "Beh, vede, per parlare di convenienza bisogna ragionare in termini di ammortamento."
N. "....."
I. "L'ammortamento, si. E' una cosa che si applica ai beni detti a fecondità ripetuta...."
N. "...."
I. "Tenendo conto del tasso di inflazione sul periodo di vita del bene..."
N. "Professore...."
I. "Si?"
N. "Le volevo chiedere una cosa."
I. "Mi dica."
N. "L'hanno pagato per l'energia che ha prodotto?"
I. "Si. mi hanno pagato"
N. "Per la cifra che hanno detto?"
I. "Si."
N. "Sa, professore, a me interessava questo. Ho fatto un po' di conti. E' una vita che lavoro, qualche soldo l'ho messo da parte. E sono tutti nelle banche. E ci ho già rimesso un sacco di soldi e quelli continuano a dirmi che l'economia migliorerà. E invece va sempre peggio"
I. "In effetti"
N. "Allora, questi cosi, questi voltaici, durano venticinque anni, mi dicono.
I. "E' vero. Durano anche di più"
N. "E per venticinque anni questi pannelli continuano a produrre. Ora, sono tanti anni che lavor e ho visto che quando uno ha qualcosa da vendere, qualcosa che serve, allora non farà mai la fame. E questi pannelli producono elettricità. Sa, questa è la mia pensione, non le pare? Non le sembra meglio che tenere i soldi nelle banche?"
I. "Eh, si....."
N. "Non ha ragionato così anche lei, per caso?"
I. "Infatti...."
N. "Ma, mi diceva di questo ammortamento.....?"
I. "Non importa."
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lunedì, agosto 04, 2008
Ferro o gomma: questo è il problema
Tra le conseguenze inevitabili della crescita inarrestabile dei prezzi petroliferi e della minore disponibilità futura di petrolio, ci sarà anche una domanda crescente di trasporto collettivo, a cui bisognerà rispondere con un’offerta adeguata in termini quantitativi e qualitativi e concorrenziale dal punto di vista economico.Tutti i paesi europei evoluti hanno compreso che il modo più efficace per ottenere questi risultati è quello di potenziare o riconvertire al ferro la rete di trasporto collettivo, in particolare con la realizzazione di moderne linee tranviarie urbane ed extraurbane. I motivi di questa scelta sono sintetizzati in un mio articolo di qualche anno fa.
In questa sede, intendo mettere brevemente a confronto le prestazioni generali di un mezzo di trasporto pubblico su gomma (autobus) con quelle di un moderno veicolo tranviario.
Innanzitutto, in termini qualitativi, un autobus offre condizioni di viaggio decisamente scadenti, a causa delle vibrazioni e dei sobbalzi provocati dalle caratteristiche meccaniche del mezzo, mentre il tram moderno a pianale ribassato fornisce prestazioni nettamente migliori in termini di comodità e confort, che uniti alla facile accessibilità rendono questo mezzo particolarmente appetibile verso i potenziali utenti. Poi l'autobus, viaggiando nella stessa sede del traffico privato, è vittima anch'esso della congestione che ne riduce fortemente i tempi commerciali di spostamento. Il tram ha una sede propria e ciò garantisce velocità e affidabilità di frequenza che, unite alle caratteristiche precedenti, rendono questo mezzo competitivo anche con il trasporto privato. Le corsie preferenziali utilizzate in qualche caso dagli autobus per ovviare a questo inconveniente, non solo occupano più spazio della sede tranviaria, ma si possono rimuovere in qualsiasi momento, basta una protesta dei commercianti o degli automobilisti. Inoltre il tram è estremamente
silenzioso in rapporto ai mezzi su gomma e non trasmette vibrazioni agli edifici circostanti. Il tram è più adatto ai centri storici anche perchè i raggi di curvatura più corti gli consentono di passare anche in strade strette e tortuose. A differenza degli autobus, il tram si può integrare completamente alla rete ferroviaria grazie alle attuali tecnologie che consentono la percorrenza sia dei binari stradali che di quelli ferroviari, ampliando enormemente il bacino d’utenza e l’efficienza dei collegamenti. La costruzione di una linea tranviaria consente anche la riqualificazione urbanistica della città lungo il tracciato. Infine, questione determinante, la capacità di trasporto nettamente superiore a quella degli autobus, grazie alle moderne vetture articolate, che permette al tram di avere un rapporto autisti/passeggeri trasportati impensabile per i mezzi su gomma. E' questo il motivo per cui i tram garantiscono frequenze di 5-6 minuti (3 minuti nelle ore di punta) impossibili per gli autobus. L'insieme di questi vantaggi fa sì che i passeggeri dei tram moderni crescano in maniera esponenziale rispetto a quelli degli autobus o filobus presenti sulle linee preesistenti.La questione dei costi. E' vero che il costo di investimento per una rete su gomma è inferiore, ma se si analizza il problema con più attenzione si scopre che nel complesso anche dal punto di vista economico il tram è vincente. In primis, se si considera che, mediamente, tre-quattro autobus trasportano lo stesso numero di passeggeri di un tram e che il ricambio dei mezzi su gomma è molto più frequente di quello su ferro, diciamo tenendoci bassi di circa tre ordini di grandezza, nell'intero arco di vita il costo del mezzo tranviario risulta inferiore. Rimane lo svantaggio per il tram della costruzione del materiale rotabile stradale e della rete di alimentazione. Però si tratta di un investimento con tempi di ammortamento enormemente superiori e i costi di manutenzione sono più bassi di quelli dei sistemi su gomma. Per lo stesso motivo della superiore capienza, e della maggiore efficienza del sistema di trazione elettrico, i con
sumi energetici specifici del tram sono inferiori e questo determina un altro vantaggio economico. E' stato verificato che le attività economiche lungo il percorso del tram in genere triplicano i volumi di affari rispetto alla situazione precedente. Ma l'elemento determinante sono i costi di gestione ed esercizio che, per tutti i motivi che ho cercato di sintetizzare in precedenza, sono enormemente a favore del tram. In Italia, i servizi di trasporto pubblico, prevalentemente su gomma, hanno un rapporto tra i ricavi dalla vendita dei titoli di viaggio e i costi operativi decisamente basso, intorno al 30% e, come si può vedere da questo grafico a destra, è in continuo calo.
Tutte le aziende sarebbero destinate alla chiusura senza generose compensazioni pubbliche (in totale circa 3 miliardi di euro all'anno). Inoltre, come si evince da questa tabella, la voce principale di costo è quella per il personale. Questo fattore strutturale, associato alle caratteristiche negative del mezzo su gomma citate in precedenza e ai sempre più stringenti vincoli della spesa pubblica, rendono impraticabile l’espansione del servizio richiesta dall’aumento della domanda. Nel caso dei tram, grazie alla maggiore capacità di trasporto unita alla crescita esponenziale dei passeggeri dovuta alle condizioni favorevoli di viaggio, alla puntualità e frequenza delle corse, il rapporto tra costo del personale e passeggeri trasportati raggiunge valori ottimali, e il rapporto tra ricavi dai titoli di via
ggio e costi operativi cresce sensibilmente, avvicinandosi nelle linee più efficienti al 100%.Infine, anche per quanto riguarda i costi energetici, la situazione si sta facendo sempre più critica per le aziende di trasporto su gomma, nei cui bilanci questa voce incide per circa il 10%. Ma, come si può vedere da quest’ultimo grafico, anche questi costi sono destinati a pesare sempre più in seguito alla crescita esponenziale dei prezzi petroliferi. I mezzi elettrici invece, oltre ad avere consumi specifici più bassi, sono avvantaggiati da costi energetici meno legati alle dinamiche dei prezzi del petrolio.
Etichette: efficienza, trasporti
domenica, agosto 03, 2008
Verso una società solare
Guest post di Giorgio Nebbia

Immagine: Una visione del mondo mediterraneo connesso in un unico network di centrali elettriche a energia rinnovabile. Da "geotimes".
La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 31 luglio 2008
Verso una società solare
Di Giorgio Nebbia
Proviamo a guardare al 2050 anche se ci appare un anno lontanissimo. Nei decenni che ci separano da allora gli abitanti della Terra dovranno risolvere alcuni problemi fondamentali come l’aumento del prezzo e la scarsità del petrolio, la scelta o il rifiuto dell’energia nucleare, i mutamenti climatici con conseguenti frane e alluvioni, la scarsità di acqua, l’aumento di prezzo e la scarsità dei prodotti alimentari. Problemi non ambientali, ma strettamene economici dalla cui soluzione dipendono occupazione, tasse, consumi, bilanci degli stati, lusso e povertà. Alcuni suggeriscono che entro tale data lontana molti di tali problemi potrebbero essere risolti, senza centrali nucleari, ricorrendo all’energia solare, edificando una “società solare”.
La fonte di energia, il Sole, non appartiene a nessuno, ritorna sempre uguale ogni anno, fornisce calore, produce il vento, il moto ondoso, la circolazione dell’acqua degli oceani, il moto delle acque che scendono nelle valli (l’energia idroelettrica, 3.000 miliardi di chilowattore all’anno oggi nel mondo, è l’unica fonte di energia “solare” usata su larga scala), e, soprattutto, “fabbrica” con la fotosintesi vegetali sia prodotti alimentari sia altri utili come materiali da costruzione e come combustibili. Ogni anno sulle terre emerse arriva energia solare in quantità equivalente a quella “contenuta” in 25.000 miliardi di tonnellate di petrolio, 2.500 volte quella (10 miliardi di t) che gli esseri umani usano oggi sotto forma di petrolio, carbone, gas, tutti tratti da pozzi e miniere con riserve limitate e che si impoveriscono ogni anno.
Dal punto di vista tecnico-scientifico con l’energia raggiante del Sole si può fare tutto. Bastano 4.000-5.000 chilometri quadrati di terreno coperti da celle fotovoltaiche per ottenere tutta l’elettricità “consumata” oggi ogni anno in Italia (340 miliardi di chilowattore); 200.000 chilometri quadrati per ottenere con lo stesso processo tutta l’elettricità (18.000 miliardi di chilowattore) consumata oggi ogni anno nel mondo. Un appartamento della superficie di cento metri quadrati riceve nel corso di un anno, alle nostre latitudini, tanta energia solare da assicurare, con adatti dispositivi, elettricità, calore, illuminazione e condizionamento dell’aria per tutto l’anno. I motori a vento, alcuni di dimensioni “domestiche”, adatti per un appartamento, possono fornire una frazione dell’elettricità consumata in un anno da una famiglie di 4 persone (circa 3000 chilowattore all’anno); gli impianti di grandi dimensioni, con pale di 40 metri di diametro, possono produrre da 1 a 1,5 milioni di chilowattore all’anno. La forza delle acque che scorrono, tenute in moto dal Sole, nei fiumi della Terra può essere imbrigliata per fornire elettricità.
Un terzo circa dell’energia viene consumata nel mondo nei mezzi di trasporto, soprattutto sotto forma di benzina, gasolio, combustibili per aerei e navi (circa tre miliardi di tonnellate all’anno), oggi ottenuti dal petrolio. Tutti questi carburanti possono essere ottenuti, in alternativa, con processi chimici noti, dai prodotti vegetali non alimentari come derivati del legno, sottoprodotti agricoli e forestali. Ogni tonnellata di prodotti alimentari (grano, mais, girasole) è accompagnata (sotto forma di paglia, stocchi, tutoli, eccetera) da due tonnellate di materie ligno-cellulosiche che possono essere trasformate in carburanti con tecniche già note, senza toccare la disponibilità di alimenti umani. Un milione di ettari di foresta o di adatte piantagioni energetiche non alimentari ogni anno produce --- un “pozzo petrolifero” inesauribile --- da uno a due milioni di tonnellate di carburanti per auto senza alterare gli equilibri ecologici, senza richiedere concimi e irrigazione.
Con l’elettricità solare è possibile produrre idrogeno da trasportare in condotte, come avviene oggi per il metano; con l’elettricità solare è possibile far funzionare fabbriche e assicurare occupazione, e far muovere mezzi di trasporto. Con le varie forme di energia derivate dal Sole è possibile aumentare le risorse di acqua sia potabile, sia industriale. Una società moderna ha però bisogno di molti altri prodotti: cemento che richiede pietre e calore, acciaio, alluminio, rame e molti altri metalli; per molti processi sarà necessario ricorrere ancora ai combustibili fossili, ma in quantità minore rispetto ad oggi e quindi con un inquinamento atmosferico molto ridotto e con molto minori alterazioni del clima.
La produzione dei metalli dai minerali può essere realizzata con idrogeno ottenuto per elettrolisi o direttamente usando l’elettricità ottenuta dal Sole. La stessa che consente di ottenere molti prodotti chimici industriali, come ammoniaca, acido nitrico, concimi. Una società ha bisogno di gomma e plastica e fibre tessili che oggi richiedono petrolio, ma si tratta di materiali e merci che sono stati (e in parte sono ancora) prodotti dal regno vegetale e animale con processi noti, abbandonati quando una tonnellata di petrolio costava pochi euro anziché seicento euro come oggi e si credeva che le riserve di idrocarburi fossero illimitate.
A questo quadro i nemici del solare fanno varie obiezioni; non c’è dubbio che la transizione al solare richiede enormi innovazioni ingegneristiche, nell’edilizia e nei mezzo di trasporto, nella struttura delle città, innovazioni peraltro che mettono in modo l’economia e l’occupazione. La seconda obiezione riguarda i costi del calore e dell’elettricità ottenuti dal Sole, oggi superiori a quelli delle fonti fossili, ma tale critica non tiene conto dei vantaggi economici dell’occupazione che verrebbe richiesta dai nuovi processi e impianti e della possibilità di evitare i costi, destinati a crescere, dovuti all’inquinamento e alle alterazioni climatiche come alluvioni, frane, desertificazione, siccità, incendi. La terza obiezione viene spacciata come ecologica: i motori eolici alterano il paesaggio; i carburanti vegetali tolgono il pane di bocca ai paesi poveri, ma ho già detto che lo schema proposto si avvale di materiali non alimentari; future centrali idroelettriche altererebbero molti equilibri naturali; le centrali che usano l’energia delle onde incidono sulle coste, una obiezione che non tiene conto dei guasti e inquinamenti provocati dalle attuali fonti di energia (e dall’attuale uso speculativo dissennato delle risorse territoriali).
La quarta obiezione è di natura geopolitica: l’intensità della radiazione solare è maggiore in paesi poco industrializzati, in molti casi arretrati, con bassa densità di popolazione, come l’Africa, le zone tropicali asiatiche e americane, dove si trovano anche deserti, o grandi foreste, o grandi fiumi. La società solare ha bisogno di grandi spazi e la sua attuazione porterebbe certamente uno spostamento verso tali paesi dei centri industriali ed economici, come del resto sta già avvenendo dall’Europa e dall’America settentrionale verso la Cina e l’India. Gli attuali paesi industriali produrrebbero ed esporterebbero tecnologie, processi, innovazione, in cambio di elettricità e carburanti solari importati dai paesi oggi arretrati. Potrebbe non essere un male: alcune posizioni forti economiche e finanziarie ne verrebbero a soffrire, ma molti altri paesi si avvierebbero, col Sole, verso uno sviluppo economico e umano.
Utopie ? Forse neanche tanto. Una transizione verso l’energia solare è già in atto. Lo dimostrano il fatto che i cosiddetti “biocarburanti”, ottenuti da vegetali “fabbricati” dal Sole, sono ormai quotati nelle borse merci e scambiati a milioni di tonnellate all’anno, che la pubblicità di dispositivi solari appare sempre più di frequente: si moltiplicano i venditori di pannelli solari, di motori eolici anche domestici, di appartamenti “solarizzati” a basso consumo di energia, di automobili elettriche, addirittura di grattacieli con le pareti coperte di celle fotovoltaiche. Al punto che i pannelli e le apparecchiature solari sono ricercate anche … dai ladri: una impresa vende già dispositivi antifurto per proteggerli. E i ladri, si sa, mettono gli occhi su qualcosa che vale.
sabato, agosto 02, 2008
Tre passi avanti e due indietro

Diceva Mark Twain che la bugia ha fatto il giro del mondo mentre la verità si sta ancora allacciando le scarpe.*
Siamo di fronte a due problemi che ci stanno piombando addosso da due direzioni opposte: il riscaldamento globale e l'esaurimento dei combustibili fossili. Messi come siamo, fra l'incudine e il martello, c'è ancora gente che trova il fiato, il tempo, e la voglia di chiaccherare a vanvera pensando che, chissà, se un problema viene negato con foga sufficiente, forse sparirà da se.
Così, recentemente, un signore chiamato Arthur Robinson fa una conferenza stampa dove dichiara che "Circa 32.000 scienziati dissentono dal "consenso" sul global warming". La notizia esce sul sito dell'AAPS (associazione dei medici e chirurghi americani, noti per la loro competenza in campo climatico). Poi, qualcuno traduce e mette su Comedonchisciotte il comunicato. A questo punto, mi cominciano ad arrivare lettere (finora me ne sono arrivate quattro) in cui mi si chiede se questa storia del riscaldamento globale non è per caso tutta una bufala.
Ora, che cosa devo rispondere? Solo che se qualcuno pensa che una petizione possa dichiarare che il riscaldamento globale non esiste o che non è un problema, fa lo stesso errore di quel consiglio comunale che - secondo la leggenda - aveva legiferato a maggioranza l'abolizione della legge di gravità.
In particolare, a proposito della petizione del sig Robinson, una piccola ricerca in rete vi fa scoprire che è in giro dal 1999 con il nome di "Oregon Petition". Queste 32000 firme si sono accumulate in un periodo di quasi 10 anni e non c'è modo di sapere se quelli che hanno firmato 10 anni fa non abbiano cambiato idea oggi, quando si è accumulata un'evidenza ben più robusta del riscaldamento globale di quanto non si potesse dire allora. Inoltre, la petizione non ha nessuna forma di verifica delle firme e delle qualifiche dei firmatari. Di questi, non si sa chi e come possa definirsi qualificato a parlare di clima. Infine, il testo della petizione dice soltanto che "non c'è evidenza scientifica che i gas serra emessi dall'attività umana potranno causare un riscaldamento catastrofico dell'atmosfera terrestre". Perciò potrebbe essere stata firmata in perfetta buona fede da persone che ritengono che il problema del riscaldamento globale sia grave ma non "catastrofico".
Ma non c'è niente da fare; queste cose continuano a imperversare. Per esempio, gira in continuazione la bufala secondo la quale il petrolio - espresso in euro - non costa di più oggi di quanto non costasse nel 2000** (c'è cascato anche Giulietto Chiesa). Continua a girare anche la bufala del "petrolio abiotico" nella forma di un disgraziato articolo scritto da un Roberto Vacca completamente fuori dal mondo che in questi giorni è riapparsa qui e anche qui. Anche su questa faccenda mi sono arrivate diverse lettere di persone perplesse, fra gli altri da un consigliere regionale. Trovate sul nostro blog la confutazione della bufala del petrolio abiotico. Ma per quanto uno possa confutare e dimostrare, le fesserie continuano a girare.
Insomma, sembra che la velocità con la quale riusciamo a renderci conto della portata di quello che ci sta per piombare addosso sia enormemente inferiore a quella con la quale i guai ci stanno piombando addosso. Se va bene, facciamo tre passi avanti e due indietro. Ma potrebbero anche essere tre passi avanti e tre indietro; o anche tre avanti e quattro indietro. A questa velocità, purtroppo, si va molto poco lontano.
* Ringrazio Andrea per questa citazione di Mark Twain.
** E' una bufala basata su un valore falso dato per il prezzo del petrolio nel 2000.
Etichette: riscaldamento globale
venerdì, agosto 01, 2008
Imagini dalla russia
Qualche foto del mio viaggio in Russia di fine Luglio 2008, con brevi commenti.

Foto presa dall'appartamento di un mio collega. E' il tipico aspetto della periferia di Mosca. Questa era una zona agricola fino agli anni '70.

L'aspetto delle periferie di Mosca è molto simile a quello delle nostre città. Non avete bisogno di traduzione per capire cosa dice quell'insegna rossa in cirillico

Non solo c'è pieno di negozi dappertutto, ma ti portano anche a casa la pizza e il sushi, come da noi.

Lo sviluppo edilizio ha ripreso forza negli ultimi anni. Palazzoni in costruzione nella periferia sud di Mosca.

Tramonto a Mosca. Non vi so dire delle condizioni dell'inquinamento atmosferico. "A naso" direi che è migliorato rispetto a com'era anni fa. Tuttavia, questi tramonti rossi indicano che l'aria non è proprio pulitissima.

Un bell'inceneritore. Periferia sud di Mosca. Anche questo contribuirà qualcosina alle polveri atmosferiche.

Problemi di rifiuti. Sicuramente non manca il posto per le discariche nei dintorni di Mosca, ma ciononostante, gestire i rifiuti di 12 milioni di persone non deve essere una cosa facile.

La metropolitana di Mosca. Queste sono le scale mobili che portano alla stazione. La metropolitana è molto ben tenuta e funziona perfettamente con treni ogni minuto, anche ogni 50 secondi nelle ore di punta.

L'infrastruttura ferroviaria nei dintorni di Mosca è impressionante.

E tuttavia, i Russi hanno preso gusto alle automobili. Questo SUV non è fotografato a Los Angeles, ma nella zona di Lublino, sud di Mosca.
Etichette: Mosca



