sabato, gennaio 31, 2009
Una notizia buona e una cattiva
La crisi economica ha determinato quindi nel settore dei trasporti una conseguenza positiva, cioè la riduzione della mobilità su gomma. La sensibile riduzione delle differenze di prezzo tra benzina e gasolio, ha poi invertito la tendenza apparentemente inarrestabile alla sostituzione di auto alimentate a benzina con quelle diesel. La somma di questi due fattori dovrebbe produrre effetti positivi sul livello di emissioni inquinanti e climalteranti del sistema dei trasporti italiano.
C’è però una cattiva notizia. Invece di affrontare la crisi dell’auto orientando le risorse pubbliche a favore del riequilibrio modale tra gomma e ferro e tra mobilità privata e collettiva, le istituzioni mondiali, comprese quelle italiane, stanno finanziando massicciamente il salvataggio pubblico delle aziende automobilistiche, nell’illusione che questi provvedimenti possano determinare una ripresa dell’economia e dell’occupazione. Ma, come gli economisti più avveduti hanno consigliato (leggete questa intervista del Premio Nobel Joseph Stiglitz), invece di continuare a buttare soldi su un modello di sviluppo insostenibile, sarebbero invece auspicabili interventi pubblici nel settore delle infrastrutture ecologiche, e politiche dei redditi finalizzate a trasferire risorse dai ceti più ricchi a quelli più poveri.
Per quanto riguarda il settore dei trasporti, ho stimato in un precedente articolo le risorse finanziarie statali da destinare a sostegno di un grande programma decennale di potenziamento del sistema ferro-tranviario nelle aree urbane italiane. I circa 15 miliardi di euro necessari potrebbero essere reperiti in parte cancellando progetti autostradali inutili (solo il Ponte sullo Stretto vale dai 4 ai 6 miliardi) e per il resto aumentando ad esempio le accise sui carburanti di appena 2 centesimi al litro (considerando un consumo annuo di carburante di circa 45 miliardi di litri, si otterrebbero 9 miliardi di euro in dieci anni).
venerdì, gennaio 30, 2009
Abitudini, inerzie e altre patologie / 5 : horror - pannolini
Riporto di seguito la storia, così come l'ho tratta da un sito scientifico/divulgativo.
[...]
Anni ’50-’60: la struttura di base
Tutte le innovazioni che hanno portato al pannolino usa e getta moderno, immesso sul mercato nel 1961, furono effettuate a partire da una struttura di base messa a punto nel 1951 dalla stessa Donovan e composta da una parte esterna impermeabile, da un sistema assorbente a base di carta e da un metodo di chiusura in cui le spille da balia furono sostituite con fermagli di metallo e di plastica.
Anni ’70: si perfeziona la qualità
È dagli anni settanta in poi che il pannolino monouso subì le variazioni qualitative più significative in termini di maggiore potere assorbente e traspirante che, insieme alla perfetta vestibilità e all’elevato comfort, sono i requisiti essenziali dei prodotti attualmente disponibili. Furono introdotte le fibre di cellulosa al posto della carta assorbente e utilizzati sistemi di chiusura sempre con caratteristiche di maggiore praticità (strisce di velcro, linguette regolabili).
Anni ’80: un migliore potere assorbente e drenante
Agli inizi degli anni ottanta al corpo centrale assorbente, formato da due strati di fluff in pura cellulosa a fibra lunga, venne aggiunto un polimero superassorbente (super absorbent polymer o SAP) in grado di ritenere una quantità di urina pari a 20-30 volte il proprio peso. In pratica lo strato di cellulosa contenente SAP consente la tenuta e l’imprigionamento dei liquidi, mentre l’altro strato possiede un effetto drenante. Nello stesso periodo fu anche dimezzato lo spessore del pannolino modificando il rapporto tra la consistenza dello strato fluff (più ridotto) e quella del SAP (più spesso), con evidenti vantaggi in termini di vestibilità e di praticità d’uso, caratteristiche che vennero ulteriormente migliorate negli anni successivi.
Dal 2000 ad oggi: tecnologia all’avanguardia al servizio della delicatezza e ipoallergenicità cutanea
Gli anni 2000 sono stati contrassegnati dall’introduzione di uno strato sottofiltrante - formato da fibre atte a velocizzare l’assorbimento dei liquidi - interposto tra il nucleo centrale assorbente e la superficie a contatto della pelle formata da un tessuto-non tessuto (polipropilene) resistente e ipoallergenico.L’ultima innovazione in termini cronologici è stata la realizzazione di un rivestimento esterno microforato traspirante che, lasciando circolare liberamente l’aria, abbassa l’umidità interna e mantiene la cute più fresca e asciutta, caratteristiche essenziali a prevenire o ridurre i casi di dermatite da pannolino così frequenti tra i neonati e i bambini.
Prima degli anni '60, esistevano soltanto i "pannolini tradizionali riutilizzabili", che a loro volta costituivano il naturale perfezionamento di fasciature in cotone/lino utilizzate nei secoli precedenti.
E' fuori discussione il fatto che il livello qualitativo di oggi non ha paragoni, soprattuto in termini di resistenza nel tempo alla penetrazione dell'umidità; si tratta però di un'iper-prestazione, più che tutto di una "comodità" (essenzialmente, in termini di tempo speso per l'igiene del bimbo) che paghiamo tutti in termini energetici e ambientali. Non è un caso che l'esplosione dei pannolini "usa e getta" sia avvenuta negli anni di grande crescita nella disponibilità petrolifera ed economica pro capite (il boom degli anni '60).
Se al tempo "buttare via" dei pannolini aveva un effetto praticamente trascurabile, oggi non è più così. Lascio a un'altra occasione (o a qualche lettore curioso) lo sfizio di calcolare la massa o il volume di pannolini gettati ogni giorno nel mondo, e mi limito ad osservare che si tratta di rifiuti "da discarica" (o da inceneritore), in quanto non elevabili a materie secondarie. Una vera sequenza horror per chi ha a cuore lo stato di salute dei cicli energetici.
PS Non vorrei fare dell'assolutismo, soprattutto perchè non mi sono mai occupato del problema in prima persona, non avendo figli :-) Tuttavia, se oggi siamo a un 99,99999% di usa e getta, una società al 90% di lavabili, e 10% di usa e getta (per quando si ha proprio fretta) sarebbe davvero così fuori dal mondo?
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Gli altri post della saga:
- Abitudini, inerzie e altre patologie / 4 : paranoie da lavapiatti
- Abitudini, inerzie e altre patologie / 3 : il paradosso del frigorifero
- Abitudini, inerzie e altre patologie / 2 : l'etica del rasoio
- Abitudini, inerzie e altre patologie / 1 : la pausa caffè
Etichette: consumismo, inerzia, rifiuti, sociologia
giovedì, gennaio 29, 2009
Jutta Gutberlet e la "community economics" per la gestione dei rifiuti urbani

Lo scorso dicembre (poco più di un mese fa), abbiamo avuto a Firenze la gradita visita del prof. Jutta Gutberlet, di cui vi avevo già parlato in un post precedente.
Avevo invitato Jutta Gutberlet da noi per raccontarci la sua esperienza con la gestione dei rifiuti a San Paolo, in Brasile. Questo lo ha fatto con due interessantissimi seminari; uno a Firenze (polo di scienze sociali) e l'altro a Sesto Fiorentino (polo scientifico). Peccato che fossimo già vicini alle ferie natalizie e che la visita è stata breve; per cui non c'è stata la possibilità di un'interazione approfondita con il gruppo ASPO-Italia. Comunque, è stato già un ottimo inizio.
Il concetto di "picco del petrolio" non è centrale nel lavoro di Jutta, ma il suo approccio è perfettamente coerente con la visione dei "picchisti". La riduzione della disponibilità delle materie prime, in effetti, ci sta portando in una situazione in cui il mondo globalizzato si trova ad aver preso una china discendente che lo porterà a scomparire in tempi più o meno lunghi. A questo punto, le ricette di una volta per combattere la povertà - per esempio sviluppo o grandi opere - non funzionano più.
Lo sviluppo inteso in senso tradizionale crea posti di lavoro, è vero, ma anche consuma risorse di cui siamo sempre più a corto. Per cui, se vogliamo creare lavoro e combattere l'impoverimento generalizzato non possiamo fare a meno di affrontare il problema del recupero delle "materie seconde". Questo recupero si genera nel modo migliore nell'ambito di quella che oggi chiamiamo "filiera corta" che ha il vantaggio, fra le altre cose, di ridurre i costi di trasporto. Inoltre, il basso valore monetario del materiale recuperato si gestisce al meglio in una situazione di economia di comunità dove non pesano le infrastrutture burocratiche dei processi tradizionali. Quindi, è essenziale recuperare le materie seconde attraverso strutture "leggere". Queste possono essere del tutto informali, a livello individuale; oppure possono essere cooperative come quelle che Jutta Gutberlet ha studiato in modo approfondito in Brasile. Le cooperative di San Paolo, in effetti, sembrano aver avuto un notevole successo sia nel recupero dei rifiuti, sia nell'essere riusciti a creare posti di lavoro e un notevole miglioramento dell'accettazione sociale dei propri membri.
Il campo di studi di Jutta Gurberlet è, in realtà, più vasto e più complesso della sola gestione dei rifiuti. E' quello che si chiama "community economics"; ovvero lo studio dell'economia nelle comunità - in particolare quelle povere e svantaggiate. L'economia di comunità non si occupa soltanto di rifiuti, ma di varie e molteplici problematiche. Ci sono questioni di educazione, microcredito, pianificazione, logistica, cittadinanza, accettazione sociale, eccetera. Tutte queste cose fanno parte di un insieme che sta generando un grandissimo interesse che si sta affermando, fra le altre cose, anche nella forma nota come le "Transition Town" che stanno cominciando ad apparire anche in Italia. In effetti, i dati recenti ISTAT che indicano che in Italia il 5% delle famiglie ha difficoltà a trovare abbastanza soldi per pagare il cibo ci rendono le favelas brasiliane più vicine di quanto non ci potessero sembrare fino a non molto tempo fa.
Questo è il lavoro di Jutta Gutberlet, che è nata in Germania, ma che è cresciuta in Brasile e che ora vive in Canada. Una persona di grandissimo valore che speriamo di poter avere di nuovo in Italia nel prossimo futuro. Ulteriori informazioni su questo argomento si trovano al sito del "Participatory Sustainable Waste Management"
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Alcune immagini del lavoro di Jutta Gutberlet.
mercoledì, gennaio 28, 2009
Il picco dell'Impero Romano
Il "picco di Hubbert" dell'Impero Romano. Ci mancano dati storici dettagliati sull'economia romana, perciò dobbiamo affidarci ai dati archeologici. Qui vediamo alcuni elementi indicativi della vitalità dell'economia romana: l'inquinamento da piombo, indicativo dello stato dell'industria, la quantità delle ossa di animali, indicativo dello stato dell'industria alimentare, e il numero di navi naufragate, indicativo dello stato del commercio. Tutti questi indicatori hanno un massimo intorno al 1 secolo d.c., che corrisponde, in effetti, al momento di massimo fulgore dell'impero. (figura da "In search of Roman economic growth, di W. Scheidel, 2007")
L'imperatore Marco Aurelio (121-180 a.d.) ci ha lasciato le sue memorie che ci sono arrivate, intatte, attraverso quasi due millenni. Ci troviamo molti dettagli interessanti della vita di un uomo che si trovava a essere a capo di un immenso impero. Tuttavia, in queste memorie non riusciamo a trovare il sia pur minimo accenno dal quale si possa dedurre che l'imperatore si rendeva conto che qualcosa non andava con l'impero; che l'immensa struttura che si trovava a guidare stava già cominciando a scricchiolare. Pochi decenni dopo la morte di Marco Aurelio, l'impero andava incontro alla "crisi del terzo secolo" dalla quale non si sarebbe mai più veramente ripreso.
La caduta dell'impero romano è un argomento che ha affascinato gli storici per millenni. Questi, però, non sono mai riusciti a mettersi veramente daccordo sulle ragioni del declino e del crollo. A partire da Gibbon che lo attribuiva all'effetto del cristianesimo, si sono elencate letteralmente decine di cause per il crollo di una compagine che, al suo massimo splendore, sembrava invincibile e eterna. Negli ultimi tempi, - forse per esaurimento delle idee - era venuto di moda dire che l'impero non era mai veramente crollato, semplicemente si era trasformato in strutture politiche differenti. Ma questa interpretazione è stata recentemente abbandonata: i risultati delle ricerche archeologiche hanno documentato il crollo economico, e non solo politico, dell'Impero Romano.
Qui, non pretendo di mettermi alla pari con i tanti storici che hanno discusso con grande competenza questo argomento. Mi limito a proporre una mia interpretazione che è più che altro un piccolo esercizio di dinamica dei sistemi applicato all'impero romano. Per favore, non prendetela per niente di più di questo, ma può darsi che ci dia degli spunti di discussione interessanti.
Allora, il concetto di base della dinamica dei sistemi è quello di "feedback", ovvero il sistema risponde agli stimoli non in modo proporzionale agli stimoli stessi, ma amplificandoli o smorzandoli. Il feedback positivo è quello che causa la crescita rapida di un sistema quando il sistema risponde alla disponibilità di risorse incrementandone lo sfruttamento in modo esponenziale. E' così che crescono, per esempio, le popolazioni biologiche quando hanno abbondante cibo a disposizione. In questo caso, il feedback è strettamente correlato al concetto di EROEI, "ritorno energetico per investimento energetico, dalle iniziali in inglese. Più alto è l'EROEI più rapida è la crescita.
Nel caso dell'impero romano, come spieghiamo la crescita rapida del sistema a partire dal tempo della monarchia e della repubblica? Evidentemente, dobbiamo trovare le risorse di cui l'impero si "nutriva" per crescere. Non ci sono dati quantitativi in proposito, ma possiamo supporre che queste risorse fossero formate principalmente dal bottino delle conquiste. L'impero - come tutti gli imperi della storia - era un predatore dei popoli confinanti. Cresceva per mezzo di un meccanismo di feedback quasi biologico. Sconfitto un popolo confinante, si rubava tutto quello che si poteva rubare e poi si arruolavano gli sconfitti nelle legioni per fargli andare a conquistare altro bottino un po' più in la. Questo meccanismo si chiama accumulazione di capitale. Con l'oro accumulato si potevano pagare nuove legioni e con nuove legioni si potevano invadere nuovi territori e rubare ancora più oro. Al culmine della sua traiettoria, l'Impero aveva mezzo milione di uomini, oltre l'1% della popolazione, sotto le armi in oltre 50 legioni di soldati professionisti.
Tuttavia, il problema della crescita economica, qualunque sia la risorsa sfruttata, sta nella resa economica - meglio detto energetica - della risorsa stessa. Valeva la pena conquistare i popoli vicini solo se c'era una resa economica/energetica sufficiente per dare ai Romani la possibilità di accumulare risorse per nuove conquiste. Ma, col tempo, i Romani si sono trovati di fronte allo stesso problema che abbiamo noi oggi con il petrolio: si sfruttano prima le risorse ad alto EROEI dopo di che uno si trova in difficoltà con quello che rimane; a basso EROEI. In altre parole, l'EROEI diminuisce gradualmente col tempo e con esso la spinta alla crescita.
Al culmine della loro espansione, verso l'inizio del primo secolo a.d., I romani si trovavano in mancanza di prede. A Est, c'era l'impero dei Parti, troppo forte per essere conquistato. A Sud avevano il deserto del Sahara, dove non c'era niente da conquistare. A Ovest avevano l'Oceano Atlantico e a Nord popolazioni allo stesso tempo povere e bellicose: Germani, Pitti e Irlandesi. Tutte risorse a basso EROEI.
Non è un caso che il primo segnale dell'arresto dell'espansione dell'Impero sia arrivato con la sconfitta di Carrhae contro i Parti, nel 53 a.c. A portare le legioni romane in quella sfortunata spedizione in Oriente era Marco Licinio Crasso, a quel tempo "l'uomo più ricco di Roma". Questo ci dice qualcosa di come si accumulava la ricchezza nell'Impero Romano: con la conquista militare. A Carrhae, i Romani erano arrivati con un corpo di spedizione numeroso, bene armato e addestrato. Ma non si dimostrò sufficiente. Il feedback della conquista da positivo si trasformava in negativo. L'impero non accumulava più capitale; lo dissipava. Dal primo secolo in poi, la storia dell'Impero passa attraverso tante campagne militari, più o meno fortunate, ma la tendenza è sempre quella: il declino. Già Augusto aveva ridotto le legioni da 50 a 28, ma il numero di uomini in armi era sempre di oltre 300.000. Più tardi, la rivolta giudaica del 66 a.d. era stata l'occasione di depredare un nuovo nemico; con la differenza che la Giudea era una provincia dell'Impero. Predatore senza più prede, l'impero ormai divorava se stesso. Con il bottino del saccheggio di Gerusalemme, l'impero poteva lanciare una nuova guerra di espansione, quella contro la Dacia al tempo di Traiano. Fu l'ultima conquista Romana.
Il culmine della traiettoria dell'impero forse lo ha colto bene Marguerite Yourcenar nel suo "Memorie di Adriano." A un certo punto, ci descrive l'Imperatore Traiano, ormai non più giovane, che si è lanciato all'assalto dell'Asia e che si rende conto dell'enormità dell'impresa e dell'impossibilità di compierla. Forse, era proprio quell'istante il "Picco di Hubbert" dell'impero. Con la morte di Traiano, finisce un'epoca.
Dopo Traiano, la vita dell'Impero al tempo degli Antonini è quieta ed è anche prospera, ma c'è un problema: i conti non tornano. L'impero dissipa più capitale di quanto non ne incameri. E' come un orologio a molla che nessuno si preoccupa di ricaricare; deve fermarsi prima o poi. I Romani non si rendono conto che un'economia basata sull'agricoltura non può avere gli stessi ritorni economici di una basata sulla rapina. L'impero non riesce a vivere entro le proprie possibilità. Mantiene un immenso apparato militare e si imbarca in un costosissimo programma di "grandi opere" basato sulla fortificazione dei confini (i "limes") dell'impero. E' probabile che questa campagna di costruzioni sia stata più un grande affare per le lobbies militari/edilizie dell'epoca che una vera necessità strategica. Il fatto è, comunque, che i Romani si ritrovano con un immenso sistema di fortificazioni che dovevano essere presidiate a costi - come diremmo oggi - "insostenibili"
Per il terzo secolo a.d., l'impero è ridotto a un guscio vuoto; il nulla circondato da fortificazioni. Il crollo era inevitabile, anche se l'agonia durò un paio di secoli per l'impero di occidente e qualche secolo in più per quello d'oriente. Della fine dell'impero romano di occidente, ci resta il rapporto di Rutilio Namaziano, scritto nei primi anni del quinto secolo a.d. Namaziano, in fuga da Roma, vede il crollo dell'impero davanti ai suoi occhi ma nemmeno lui, come Marco Aurelio secoli prima, riesce a rendersi conto di cosa c'è che non va. Non riesce a capire le ragioni del crollo e le attribuisce solo a un temporaneo rovescio di fortuna.
La dura legge dell'EROEI non perdona.
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Ci potremmo domandare per pura curiosità, cosa sarebbe potuto succedere se i Romani avessero potuto fare un'analisi dinamica della loro situazione quando ancora potevano fare qualcosa per evitare il crollo e il declino. Ammettiamo l'esistenza di un grande sapiente che viene dalle brume di Britannia, un antenato di Merlino che si chiama Ianus Forresterius. Costui va a Roma e si presenta davanti a Marco Aurelio; gli dice "Imperatore, il mio nuovo calcolatore analogico azionato da schiavi, mi dice che l'impero è condannato, e che entro cinquant'anni inizierà il crollo"
Al che, Marco Aurelio è tentato di mandare Forresterius a quel paese (ovvero, a Eburacum, in Britannia, da dove è venuto) ma, essendo una persona paziente, si trattiene.
"Ditemi, saggio Forresterius, che cosa dovremmo fare per evitare il crollo previsto dal suo - ahem - "calcolatore" che, immagino, sia un particolare tipo di oracolo...."
"Imperatore, dovete ritornare alla sostenibilità: state spendendo troppo per le legioni e per le fortificazioni. Dovete sciogliere le legioni e abbandonare le fortificazioni. "
"Ma, Forresterius, se facciamo così, come faremo per evitare che i barbari ci invadano?"
"Imperatore, i barbari invaderanno sicuramente se l'impero si indebolisce per mantenere venticinque legioni."
"Ma se sciogliamo le legioni...."
"Imperatore, dovete studiare sistemi di difesa sostenibile: difendete le città con delle mura. Si chiama "relocalizzazione"....."
"Ma, onorabile Forresterius....."
"Imperatore, se non fate così, i limes crolleranno e l'impero cesserà di esistere!
A questo punto, Marco Aurelio considera seriamente l'idea di fare appendere Forresterius per i piedi dai suoi pretoriani. Essendo però molto, molto paziente, si limita a ringraziare Forresterius e lo rispedisce a Eburacum sotto scorta con l'ordine di non farsi più vedere.
Questo è, più o meno, quello che è successo quando Jay Forrester, ai nostri tempi, ha sviluppato per la prima volta l'applicazione della dinamica dei sistemi al "sistema mondo" e ne ha predetto il crollo per i primi decenni del ventunesimo secolo. Forrester era l'originatore del gruppo che produsse "I Limiti dello Sviluppo" nel 1972. Non l'hanno appeso per i piedi (anche se c'è stato chi è andato vicino a proporlo), ma non è stato creduto. L'imperatore oggi sta alla Casa Bianca a Washington, ma sembra che non si renda conto di cosa sta succedendo, non più di quanto non se ne rendesse conto Marco Aurelio ai suoi tempi.
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martedì, gennaio 27, 2009
I veri mali di questo secolo
Quanto ero piccolino, ho frequentato il catechismo, come credo la maggior parte di chi legge; quasi certamente, se fossi nato in qualche altra realtà sociale (Groenlandia, o Africa centrale per esempio) avrei fatto un altro percorso.
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lunedì, gennaio 26, 2009
Cthulhu contro il minieolico
Cthulhu, la creatura mostruosa e malvagia che infesta gli scantinati dei ministeri italiani e che si dedica al sabotaggio della sostenibilità, contro il risparmio energetico e contro il fotovoltaico. Ora, se la prende con il minieolico, come ci racconta Pietro Cambi in questo post dal blog "Crisis"Da "Crisis", post di Pietro Cambi
Come volevasi dimostrare.
Sembrava troppo bella la notizia che finalmente, grazie alla delibera ARG/elt 99/08 , era diventato operativo il conto energia anche per gli impianti minieolici.
Dopo un mese di rimbalzi da un operatore telefonico ad un altro sono andato direttamente alla sede Enel di Firenze e mi hanno allungato la NUOVA modulistica necessaria, ai sensi delle delibere Arg/elt/99/08 e AEEG n. 348/07, per richiedere l'allacciamento di un impianto Minieolico da 6 Kw, come quello che vorrei installare su un terreno di Caprese Michelangelo (Ar).
In pratica si tratta di depositare una ENORME mole di documentazione, solo per avere un preventivo dei costi di allacciamento, la stessa mole che sarebbe necessario depositare per centrali elettriche da centinaia di MEGAWATT di potenza e non Kw, come la turbinetta eolica in questione.
Il motivo, sinceramente, mi sembra uno solo: scoraggiare, nei fatti, i piccoli produttori di energia da fonti rinnovabili, secondo uno schema classico ed anche troppo chiaro, nei suoi risvolti ed interessi.
Quando ho letto l'elenco della documentazione necessaria, GIA' IN FASE DI SEMPLICE RICHIESTA DI ALLACCIAMENTO/PREVENTIVO, non ho potuto trattenermi dall'esclamare "§@?#%&!!!"
Potete verificare da soli:
Per i pigri, ecco qui un elenco dei documenti principali ( nemmeno tutti).
F1 - planimetria (carta tecnica regionale) dell'area dove ricade la connessione in scala 1:10.000 o 1:25.000 con ubicazione degli impianti;
• F2 - planimetria catastale dell'area dell'impianto in cui siano evidenziate le proprietà dei terreni sui quali l'impianto di produzione è destinato ad insistere;
• F3 - documento, mediante dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, attestante la disponibilità del sito oggetto dell'installazione dell'impianto. Tale documento deve indicare almeno i presupposti di tale disponibilità in termini di proprietà o di eventuali diritti di utilizzo;
• F4 - documentazione progettuale degli interventi previsti secondo quando indicato nella Norma CEI
0-2. In particolare dovrà essere prodotta la seguente documentazione:
• F4.1 - schema elettrico unifilare della parte dell'impianto a corrente alternata tra generatori e dispositivi di conversione statica ed il punto terminale dell'impianto di utenza per la connessione con indicazione dei possibili assetti di esercizio. Sullo schema sono indicati in dettaglio organi di manovra, protezione presenti ed eventuali punti di derivazione dei carichi;
• F4.2 - descrizione (tipologia, caratteristiche tecniche di targa) dei seguenti componenti:
• F4.2.1 - generatori, convertitori e/o eventuali motori elettrici di potenza;
• F4.2.2 - dispositivi (generale, di interfaccia e/o di generatore) e protezioni associate;
• F4.2.3 - sistemi di rifasamento (eventuali);
• F4.2.4 - eventuali trasformatori;
• F4.3 - caratteristiche sistema di misura dell'energia prodotta e/o immessa (marca e modello del misuratore - solo nel caso in cui non sia Enel Distribuzione a fornire il servizio);
• F4.5 - informazioni sulle eventuali apparecchiature potenzialmente disturbanti presenti nell'impianto (compilazione scheda apparecchiature sensibili e disturbanti del cliente –
Allegato AC alla "Guida alle connessioni alla rete elettrica di Enel Distribuzione");
• F5 - numero delle sezioni di impianto, come definite dall'art. 5.4 della delibera n. 90/07 e successive modificazioni e integrazioni, in particolare quelle apportate dalla delibera n. 161/08;
• F6 - attestazione del rispetto o meno delle condizioni di cui alla deliberazione n. 42/02 (solo nel caso di allacciamenti di impianti di cogenerazione) - modulo disponibile sul sito internet del GSE (www.gsel.it);
• F7 - attestazione del rispetto o meno delle condizioni di cui all'articolo 8, comma 6, del decreto legislativo n. 387/03 (solo nel caso di allacciamenti di impianti ibridi);
• F8 - attestato di versamento dell'importo dovuto;
• F9 - certificazione asseverata da perizia indipendente relativa all'utilizzo della potenza in prelievo esclusivamente per i servizi ausiliari (se è stato compilato il punto C1.13 e il punto D1)
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domenica, gennaio 25, 2009
Spigolature: linkoteca di Aspo-Italia
L’idea del titolo del post m’è venuta rileggendo il bell’articolo di Giorgio Nebbia:
‘Agli inizi del 1900 si avvertivano anche i segni dell’impoverimento delle riserve di nitrati; il picco della produzione fu raggiunto nei primi decenni del Novecento, anche per la crescente richiesta di esplosivi durante la prima guerra mondiale (1914-1918).Negli anni 20 l’estrazione di nitrati nel Cile fu razionalizzata con l’intervento, nel 1924, dei capitali dei fratelli americani Murry e Sol Guggenheim, con l’adozione di altri perfezionamenti dovuti a Elias Anton Cappelen-Smith Jr. e l’introduzione di macchinari per la frantumazione e l’estrazione del “caliche”. Si ebbe una breve ripresa della produzione negli anni 30 del Novecento, ma nel frattempo i nitrati sintetici si stavano diffondendo in tutto il mondo e il declino del nitro cileno fu inarrestabile e le “oficinas” chiusero una dopo l’altra’
Ora ad abbassare la serranda sono le industrie e le aziende che spesso hanno rappresentato il settore di punta degli ultimi decenni:
‘DHL Deutsche Post taglia 13,000 posti di lavoro American Express taglia 7000 posti di lavoro [….] Motorola taglia 10.000 posti di lavoro Nokia taglia 1800 posti di lavoro. Sony taglia 20.000 posti di lavoro [….] Hewlett Packard taglia 24.000 posti di lavoro Renault taglia 1100 posti di lavoro Le scuole francesi tagliano 25.000 posti di lavoro’ eccetera, eccetera
Nel Regno Unito i politici si mobilitano con risolutezza:
‘THE prime minister is preparing crisis measures to support workers who lose their jobs in anticipation of an avalanche of new year redundancies. Gordon Brown has called an emergency summit of cabinet colleagues, business leaders and trade unions to decide how to cope with the swelling army of the unemployed. Experts say that as many as one in 10 workers could be laid off if the government fails to kick-start the economy, pushing the level of unemployment above 3m’
mentre in Spagna tornano a rifiorire ‘professioni’ neglette:
‘The number of applicants for the Spanish army rose almost 82 percent last year compared to 2007 as a result of job cuts during the economic crisis, Spanish daily El Pais reported on Tuesday’
forse nell’attesa che torni di moda il seminario sacerdotale, arginando così la crisi delle vocazioni.
Come recuperare un lavoro, atipico finché si vuole, ma non passibile di obsolescenza più o meno programmata ? Esiste ad esempio un’iniziativa della regione Lazio:
‘Sellai, tappezzieri, decoratori, fotografi, acquafortisti, falegnami, arrotini, peltrai, orafi, miniaturisti, liutai, tessitori e mosaicisti. Inizia una nuova stagione per gli antichi mestieri e l'artigianato di qualità nel Lazio, l'Assessorato regionale all'Istruzione infatti, al fine di promuovere e conservare gli le antiche arti artigiane che rischiano di sparire, ha messo a disposizione 2.500.000 euro del Por – Fondo sociale europeo 2007/2013, per fornire una formazione professionale nel ramo a disoccupati e inoccupati di età compresa tra i 18 ed i 30 anni’
probabilmente quelle di liutaio e mosaicista non sono esattamente professioni destinate a un radioso futuro, ma vogliamo scommettere che prossimamente i mestieri di falegname, arrotino e tessitore conosceranno una rinascita ? Il bando scade il 2 febbraio 2009
Si potrebbe essere attratti dalla possibilità di lavorare sulle piattaforme petrolifere, almeno finché saranno produttive; ecco dunque uno spunto:
‘Lavorare sulle piattaforme petrolifere nell'oceano. Si può lavorare sulle piattaforme Off-Shore come: manutentori, sommozzatori, catering e staff, ingegneri, chimici, geologi, psicologi, educatori, infermiere, medici ...)’
mentre mi sento di sconsigliare attività del tipo di cui al link seguente:
‘Di fatto è un'attività in proprio con possibilità di guadagni illimitati, economicamente autonoma, che permette di lavorare da casa in totale flessibilità con un investimento iniziale di circa 50 euro (con garanzia 30 giorni soddisfatti o rimborsati). In pratica è un grande centro commerciale online di cui si diventa "soci", il "CLUBShop-mall" che si può PROMUOVERE, GESTIRE ed AMMINISTRARE [….] Non bisogna avere esperienza particolare, ci sono dei corsi on line molto buoni e discretamente semplici da seguire e assistenza da parte di persone che già fanno questo lavoro. Altra cosa positiva è che non bisogna vendere niente a nessuno, solo fare pubblicità. Tutto sembra molto serio. E, soprattutto, non promettono facili guadagni. E' un vero lavoro, a tutti gli effetti’
come no ? Anche il miliardario lo è, sempre a tutti gli effetti. Un’alternativa sensata a simili frottole è quella dell’artigianato, vedi ad esempio:
‘Lunga è la tradizione dell’artigianato a Firenze, che fiorì contemporaneamente alla nascita delle Arti, corporazioni di mestiere che, sorte fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, favorirono in larga misura lo sviluppo della vita economica, politica e sociale della città attraverso il lavoro artigianale della popolazione’
e, in una prospettiva storica più recente:
‘Ho imparato i primi rudimenti di tessitura su un telaio a due licci circa vent'anni fa, non avendo ahimè tradizioni in famiglia (solo mio nonno era commerciante di stoffa.....) [….] Così è iniziata per me una nuova fase di approccio al lavoro. Ho cercato di concentrarmi di più sulle emozioni che provo: nell'ascoltare lo scricchiolio del telaio sotto i gesti cadenzati e continui e il tonfo del pettine contro la tela fatta; nel sentire il profumo del filato naturale che scorre, portato dalla navetta, tra i fili dell'ordito; e, perchè no, nel provare fastidio per la polvere che si va accumulando sotto il telaio. Mi sono resa conto che tutto questo: lavoro + emozioni + tempo + sentimenti + pensieri banali e non, tutto ciò va a far parte della storia di quel tessuto. Assieme al seme piantato nella terra, all'acqua che ha macerato la pianta dopo la raccolta, al sole che l'ha essiccata, per arrivare poi alle mani di chi ha filato la fibra e di chi l'ha tessuta ed infine all'atmosfera della casa che ha accolto il tessuto per usarlo come tovaglia, asciugamano, centrino, tenda, o altro e da ultimo come straccio. Tutto questo ha dato finalmente senso al mio lavoro, anche se anacronistico’
Un articolo di Marco Belpoliti (‘Elogio del lavoro manuale’) su La Stampa del 15 gennaio 2009 fornisce una possibile chiave di lettura del fenomeno lavoro in prospettiva futura:
‘Richard Sennett, uno dei maggiori sociologi viventi, pubblica ora un libro quanto mai attuale: L’uomo artigiano (Feltrinelli), una riflessione sul buon lavoro oggi, fatto con arte, sapienza manuale e intelligenza. Il suo punto di partenza è la distinzione tra l’animal laborans e l’homo faber, introdotta dalla sua maestra, la filosofa Hannah Arendt. Il primo è l’essere umano simile a una bestia da soma, la persona che fatica, condannata alla routine; il secondo è la figura dell’uomo e della donna che fanno un altro genere di lavoro: l’artefice, il creatore. Sennett pensa che questa distinzione sia sbagliata in quanto l’animale umano è un animal laborans capace di pensiero, indipendentemente dal fatto che svolga un lavoro manuale o intellettuale. Per il sociologo americano nel fare sono contenuti pensiero e sentimento; l’artigiano non è tanto il falegname, il liutaio, il fabbro, oppure il progettista di programmi informatici, quanto chi mette un impegno personale nelle cose che fa. L’abilità tecnica, scrive, è stata scissa dall’immaginazione e l’orgoglio per il proprio lavoro trattato come un lusso. In perfetto accordo con Levi - mai citato nel libro -, descrive l’artigiano come colui che è ancorato alla realtà tangibile e prova soddisfazione per il lavoro svolto, così che la ricompensa emotiva appare la molla per raggiungere l’abilità necessaria in ogni tipo di lavoro. Se il termine «maestria» sembra rimandare ai maestri artigiani del Medioevo e del Rinascimento, una realtà tramontata dopo l’avvento della società industriale, Sennett propone una nuova definizione del termine: maestria è «il desiderio di svolgere bene il lavoro per se stesso». Questo tipo d’attività riguarda sia il medico come il meccanico, l’informatico come l’artista, ma anche quella di genitori. [….] Oggi ben poche istituzioni si pongono come fine quello di produrre lavoratori felici. La felicità è stata spostata nella sfera del consumo. Inoltre, la new economy ha distrutto le forme tradizionali di ricompensa, dalla gratificazione psicologica a quella economica. La ricchezza destinata ai dipendenti di livello intermedio è rimasta stagnante nell’ultima generazione, mentre quella di coloro che stanno ai vertici è salita alle stelle. Nel 1974 in un’azienda americana un dirigente guadagnava trenta volte in più del lavoratore medio, oggi quattrocento volte di più. Può continuare la quantità ad essere il sistema di valutazione della qualità ? E lo stipendio del professore della scuola media di Usurate più basso di quello del tornitore di Maranello ?’
Per chiudere una foto del dicembre scorso che ritrae Carola Negrino, allieva della classe terza scientifico al Pascal di Giaveno, la quale, dopo una brillante prova di fisica, tornata a posto ha continuato a realizzare una sciarpa all’uncinetto mentre i compagni proseguivano nelle interrogazione. Un bell’esempio di uso intelligente del tempo libero.

Etichette: comunicazione, miscellanea
sabato, gennaio 24, 2009
Il prestigioso "Japan Prize" assegnato per il 2009 a Dennis Meadows, autore dei "Limiti dello Sviluppo"

E' un bel riconoscimento dopo tanti anni in cui il rapporto era stato vituperato e infamato in tutti i modi possibili. Sarà forse la situazione attuale che sta spingendo la gente a riconsiderare le cose, o forse, semplicemente, un'idea che si sta facendo strada come si merita.
Dennis Meadows è stato ospite del congresso ASPO-5 nel 2006 Pisa e molti di noi si ricordano della sua conferenza e della sua visione del futuro del mondo. A proposito di questo premio, mi ha detto privatamente che è dispiaciuto che Donella Meadows (scomparsa pochi anni fa) non possa ricevere anche lei il premio e che utilizzerà i 500.000 dollari del premio per una fondazione dedicata agli studi sulla sostenibilità.
Ecco l'annuncio dell'editore "Chelsea Green", che ha pubblicato nel 2005 la versione aggiornata del libro
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From Chelsea Green:
Dr. Dennis Meadows wins prestigious Japan Prize
Dr. Dennis Meadows, lead scientist and co-author of The Limits to Growth (1972) and its subsequent updates, is the winner of this year’s Japan Prize from the Science and Technology Foundation of Japan for “Transformation towards a sustainable society in harmony with nature.” This prestigious award is given once a year to people from all parts of the world whose original and outstanding achievements in science and technology are recognized as having advanced the frontiers of knowledge and served the cause of peace and prosperity for humankind. It carries a cash award of 50 million yen (about $500,000) and will be awarded during a Japan Prize Awards week in April 2009.
In 1972, three young scientists from MIT used systems dynamic theory to create a computer model (“World3”) that analyzed global resource consumption and production. Their report, funded by the Club of Rome and published as The Limits to Growth, created an international sensation and acquainted millions with the fact that large-scale industrial activities and population growth could destroy their own foundations—confronting global society with the very real prospects of self-inflicted collapse. It was an international bestseller, with over 30 million copies sold worldwide.
Later voted to be one of the 20th century’s ten most-influential environmental books, the text was the object of intense criticism by economists of the time. They dismissed it as Malthusian hyperbole. But events over the past three decades have generally been consistent with the book’s scenarios. The Limits to Growth later served as the foundation for “The Global 2000 Report to the President” as well as UN’s Brundlandt Commission.
Matthew Simmons, economist and founder of the world’s largest private energy investment banking practice, recently wrote, “The most amazing aspect of the book is how accurate many of the basic trend extrapolations . . . still are some 30 years later.”
Since its initial publication, Meadows, along with the late Dr. Donella Meadows and Dr. Jorgen Randers, has twice authored updates published by Chelsea Green: Beyond the Limits in 1992, and Limits to Growth: The 30-Year Update in 2004. In these updates, an improved world model was used to point out that the limiting features of the earth’s physical capacity, about which The Limits to Growth had sounded a warning, have continued to deteriorate, and that the time left for solving the problem is growing short; the authors urged that mankind not delay in taking the measures necessary to address the situation.
At the time of publication of Limits to Growth: The 30-Year Update, Lester Brown, Director of the Earth Policy Institute said, “Reading the 30th-year update reminds me of why the systems approach to thinking about our future is not only valuable, but indispensable. Thirty years ago, it was easy for the critics to dismiss the limits to growth. But in today’s world, with its collapsing fisheries, shrinking forests, falling water tables, dying coral reefs, expanding deserts, eroding soils, rising temperatures, and disappearing species, it is not so easy to do so. We are all indebted to the ‘Limits’ team for reminding us again that time is running out.”
Since the initial publication of The Limits to Growth, Dr. Meadows has continued to study the causes and consequences of physical growth on a finite planet. Among his numerous endeavors, he co-founded the Balaton Group, a famous environmental research network, and he has published many educational games and books about sustainable development that are used around the world.
“We are honored that Dennis Meadows is a Chelsea Green author and applaud his lifetime of work as an environmental leader, his groundbreaking research, and his dedication to forming a sustainable society,” says Margo Baldwin, president and publisher of Chelsea Green. “Working with Dennis and other Limits to Growth coauthors spurred our decades-long commitment to publishing foundational books the environment and sustainability, including our recently released Thinking in Systems by the late Dr. Donella Meadows.”
Dennis Meadows is Professor Emeritus of Systems Management, University of New Hampshire, and President, Laboratory for Interactive Learning. He lives in Durham, New Hampshire.
Etichette: i limiti dello sviluppo
venerdì, gennaio 23, 2009
Evento storico?
Sono disponibili sul sito di Terna S.p.A. i dati provvisori dei consumi elettrici italiani nel 2008. Se questi dati, come di solito avviene, verranno sostanzialmente confermati, si accentuerà una tendenza già segnalata in un mio precedente articolo e saremmo in presenza di un evento storico. Per la prima volta dal 1981 la Richiesta di Energia Elettrica nel nostro paese(Consumi Finali più le perdite della rete di trasmissione), si riduce rispetto all’anno precedente, da 339,9 Twh a 337,6 Twh. Un’analoga tendenza si può riscontrare per il Consumo Interno Lordo(la somma della Produzione Nazionale Lorda, misurata ai morsetti dei generatori elettrici, e il Saldo tra importazioni ed esportazioni), che passa da 360,2 Twh a 357,5 Twh. Questa riduzione complessiva è però il frutto di un aumento della Produzione Nazionale Lorda, da 313,9 Twh a 317,9 Twh, e di un calo delle importazioni, che passano da 46,3 Twh a 39,6 Twh.Nel grafico allegato, ricavato dai dati storici contenuti nel sito di Terna S.p.A., possiamo analizzare l’andamento della Richiesta di energia elettrica, a partire dal 1883 ad oggi. La crescita dei consumi elettrici è stata continua, interrotta brevemente solo in corrispondenza delle due guerre mondiali e del primo shock petrolifero. Questa volta, la riduzione dei consumi nel 2008 potrebbe essere determinata dall’effetto cumulato degli alti prezzi petroliferi registrati per gran parte dell’anno e della successiva crisi finanziaria ed economica, tuttora in corso.
L'attuale riduzione potrebbe anche corrispondere al picco dei consumi elettrici, perché l’uscita dalla crisi economica alimenterà una nuova crescita dei consumi energetici e dei relativi prezzi. Un meccanismo di retroazione negativa che potremmo definire del “cane che si morde la coda”.
Etichette: energia elettrica, modelli
giovedì, gennaio 22, 2009
Il picco della produzione industriale?
Se le fonti energetiche fossili stanno piccando e iniziando il loro declino, dovremmo vederne gli effetti sulla produzione industriale, che dovrebbe declinare anche quella.
Nella pratica, non è facile misurare quella cosa che chiamiamo "produzione industriale". Normalmente, gli economisti parlano di un "indice" della produzione che tiene conto dei valori diversi di quello che si produce: un microchip conta molto di più, a parità di peso, di un'automobile. Questo tipo di misura è piuttosto arbitrario e dipende dalla nostra percezione del valore di un prodotto.
Le stesse considerazioni valgono le unità monetarie: possiamo calcolare il valore della produzione industriale in termini di euro o dollari. Ma anche questo dipende dalla nostra percezione del valore di quello che viene prodotto; ovvero di quanto siamo disposti a pagarlo.
L'indice industriale Dow Jones è una media del valore delle azioni di 30 industrie considerate rappresentative. In realtà, non è solo la media, ma una media aggiustata con varie manovre per tener conto dei pesi diversi delle industrie e dei prezzi diversi delle azioni. Mi sembra di capire che non sia corretto per l'inflazione.
Quindi, anche il Dow Jones ha più che altro a che fare con la nostra percezione del valore di quello che si produce. Però, è anche probabile che la nostra percezione sia proporzionale al valore della produzione. Per cui, la stasi e il declino del Dow Jones degli ultimi tempi si possono interpretare come un "picco di Hubbert" della produzione industriale? Non è impossibile: in effetti la stasi in media dura ormai da una buona decina di anni. La fase attuale sembra simile a quella correlata alla grande crisi del petrolio dei primi anni '70 e, in effetti, la situazione è simile sotto molti aspetti.
Per il momento non si può dire con sicurezza come si metteranno le cose, ma non è impossibile che si vada verso un declino globale della produzione industriale. Lo vedremo nei prossimi anni.
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*nota: la scala logaritmica falsa le proporzioni di questo grafico; per esempio il crollo del 1929 ne viene notevolmente ingigantito. Questo è il grafico più completo che sono riuscito a trovare su scala lineare. Evidenzia la crescita rapidissima degli ultimi anni. Per portare questo grafico fino ai dati degli ultimi tempi, dovete pensare che nel gennaio del 2009 il Dow è calato a circa 8000, quindi c'è stato un picco nettissimo, anche se in forma di doppio picco.
http://www.visualizingeconomics.com/2006/05/10/graphing-historical-data-djia/
Etichette: collasso globale
mercoledì, gennaio 21, 2009
L'economia è uno strumento, non uno scopo
- "E' così"
A livello base troviamo il concetto dell'assegnazione dei prezzi delle Materie Prime, siano esse minerali (petrolio, oro, ...) che biologiche (grano, mais, ...). A livello gestionale, invece, trova posto il capitolo dei bilanci d'impresa. Da un punto di vista "naif", con il meccanismo dei prezzi si dovrebbe riuscire a gestire i flussi di Materie Prime finite, e con gli strumenti per la redazione dei bilanci si dovrebbero governare le aziende, pubbliche e private.
Nella pratica, le cose non sono così semplici, in quanto spesso si creano fenomeni-groviglio che portano ad output economici scollegati con la realtà. Le fluttuazioni dei prezzi sulle Materie Prime possono finire in spirali ribassiste o rialziste, con amplificazioni speculative, e condurre anche a tensioni geopolitiche, come nella recentissima disputa Gazprom russa vs Ucraina (con forti interazioni anche in Europa Orientale e perfino Occidentale).
I bilanci aziendali, e qui vi chiedo di non gridare ad alcuno scandalo, sono molto facili da manipolare. Non voglio dire con questo che tutti lo fanno, ma sicuramente qualcuno sì. Di alcuni abbiamo notizia al tiggì, di molti altri no. Qual è lo scopo? "Far vedere che". Se sulla carta va tutto bene, l'azienda risulta "solida" e allontana lo spettro del ridimensionamento, attira capitali, e potrà continuare a fare quello che ha sempre fatto.
A livello socioeconomico, l'attuale governo italiano ci ha letteralmente martellato circa la necessità di "essere fiduciosi" e di "rilanciare i consumi" [Traslando quest'ultima filosofia, risulterà che non dovremo ridurre i volumi di RSU prodotti, per non mettere in crisi gli attuali inceneritori].
In tutti questi esempi l'economia non è uno strumento di gestione, ma il fine.
Chi mastica un po' di termodinamica e di dinamica dei sistemi non può non vedere l'assurdo in tutto questo. Invece di dichiarare gli imminenti limiti sistemici, li neghiamo, li condiamo di politica e cerchiamo disperatamente di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. E in contemporanea, magari, organizziamo gruppi di preghiera contro la crisi.
In questi anni cruciali dobbiamo intraprendere le scelte giuste: ridurre la dipendenza dai fossili, spostare gli attuali concept produttivi verso il target della rinnovabilità, diffondere una sobria "cultura del consumo". La scienza della comodità, visto che è così che l'economia oggi si manifesta, non sarà in grado di darci i giusti feedback in tempo utile, già adesso non lo è: la tendenza, ironia della sorte, sarà proprio quella di accumulare l'intensità di un mega-feedback negativo, posticipandolo soltanto. In questa eventualità, potremo soltanto constatare l'evidenza di gravi sintomi tardivi.
PS Chi è appassionato di automotive sa che i sistemi di controllo passivo (giunto viscoso, controlli di trazione..) sono utili per percorsi non troppo accidentati; in condizioni dure, o peggio estreme sono insufficienti ed è bene non pretendere troppo, ma equipaggiarsi in modo consono al terreno che si sta per affrontare. E il secolo del peakoil & gas non sarà un periodo con poche perturbazioni.
Etichette: economia, psicologia
martedì, gennaio 20, 2009
God Bless you, Mr. Obama
Profezie

Spigolando su internet, ho ritrovato una cosa che avevo pubblicato su "The Oil Drum" il 9 Marzo 2008 in un articolo dal titolo "Cassandra's curse" (ovvero "La maledizione di Cassandra"). Eccolo qui, tradotto in Italiano:
Ora, immaginatevi che per qualche ragione la temperatura media del mondo dovesse stabilizzarsi, o addirittura scendere leggermente, per qualche anno. O immaginatevi che i prezzi del petrolio si dovessero stabilizzare or scendere per qualche anno. Queste cose non cambierebbero niente ai concetti di riscaldamento globale e di picco del petrolio, che trattano tutti e dure con cambiamenti a lungo termine. Ma sarebbe sufficiente per scatenare un'ondata di demonizzazione simile a quella che aveva travolto "I Limiti dello Sviluppo". Potrebbe facilemente causare un danno simile per gli sforzi contro il riscaldamento globale e l'esaurimento del petrolio.
Visto come stanno andando le cose, credo che basti per dimostrare che, in ASPO, non ci facciamo prendere spesso di sprovvista!
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Ecco il testo originale del mio articolo, in inglese:
Now, imagine that for some reasons the world's average temperatures were to stabilize, or even slightly go down, for some years. Or imagine that oil prices were to stabilize or go down for some years. That wouldn't change anything to the concepts of global warming and peak oil, which deal both with long term changes. But it would be sufficient to unleash a smear wave similar to that which engulfed LTG. It could easily do the same damage to the efforts against global warming and oil depletion.
Etichette: picco del petrolio, riscaldamento globale
lunedì, gennaio 19, 2009
In ricordo dei nostri antichi compagni di viaggio

Forse, come dicono alcuni, in tutti noi c'è un po' di sangue Neanderthal. Oppure, forse, siamo sempre stati due specie diverse e separate. I Neanderthal, però, sono stati sicuramente nostri compagni di viaggio su questo pianeta per parecchie decine di migliaia di anni, finchè non sono scomparsi, circa 25.000 anni fa.
I recenti studi dei resti fossili dei Neanderthal ci hanno fatto vedere quanto fossero simili a noi. Il computer non ha pregiudizi quando ricostruisce un volto da un cranio. L'immagine del bambino (o della bambina) Neanderthal, le cui ossa furono ritrovate in Spagna molti anni fa, ci ritorna un'immagine di un'umanità quasi sconcertante. Non sappiamo se avesse veramente gli occhi verdi; ma quasi certamente aveva i capelli e la carnagione chiara, come è la tendenza delle specie che vivono in zone fredde, come facev
ano i Neanderthal. Gli ultimi studi ci hanno detto che avevano spesso i capelli rossi. Guardate questa ricostruzione di una donna neanderthal (da PLoSBiology). Ha un'arcata sopraccigliare prominente, come è tipica dei crani neanderthal. Ma, a parte questo, è una di noi. Portatela da un parrucchiere, un po' di trucco e di rossetto, mettetele un bel vestito, qualche goccia di Chanel n. 5 e (se siete un maschio Cro-Magnon) vi verrà voglia di invitarla a una cenetta romantica a due.Eppure, è curioso come i Neanderthal abbiano subito una serie di insulti postumi da parte di noi Sapiens a distanza di tanti millenni dalla loro scomparsa. Guardate questa figura; è presa dall'Enciclopedia Britannica (nientemeno!). E' non è una delle peggiori. Da quando si sa dell'esistenza dei Neanderthal, ben pochi sono riusciti a liberarsi dallo stereotipo del "cavernicolo", pesante, curvo, dallo sguardo allucinato: un cretino, un
deficiente, un bruto. Una ricostruzione recente del National Geographic ci presenta una "donna Neanderthal", magari non dall'aria troppo cretina, ma che sembra si sia appena liberata della camicia di forza e stia ancora scappando rincorsa dagli infermieri dell'ospedale psichiatrico. Eppure, se i Neanderthal sono sopravvissuti per centomila anni e più, dovevano avere le loro virtù e non potevano essere certamente i cretini microcefali che appaiono in queste ricostruzioni. Deve essere sfuggito a chi le ha fatte che la capacità cranica dei neanderthal era pari (e, secondo alcuni, superiore) alla nostra. Così come gli deve essere sfuggito che una specie umanoide che vive in zone fredde del nord sarà molto probabilmente di capelli e carnagione chiara. Invece, nel 99% buono delle ricostruzioni che potete trovare in giro, i Neanderthal hanno capelli neri e carnagione scura.Come sempre, tendiamo a sovrapporre alla realtà quella che è la nostra percezione; a forzare i dati a corrispondere a quello che noi pensiamo la realtà dovrebbe essere. Così, la scoperta dei Neanderthal è avvenuta in un periodo, verso la metà dell'800, in cui praticamente tutto il mondo era diventato una colonia europea o era sotto l'influenza europea. L'idea della superiorità degli Europei rispetto alle popolazioni di altri continenti era talmente inserita nel sapere comune che alcuni l'avevano interpretata in senso pseudo-scientifico dopo aver letto l "Origine delle specie" di Charles Darwin, pubblicato nel 1859. Secondo questa interpretazione, l'evoluzione delle specie sul nostro pianeta era un movimento di perfezionamento che andava da specie "inferiori" verso specie "superiori". Era una piramide sulla cui cima stava seduto, tronfio e soddisfatto, l'uomo (o, più esattamente, l'uomo bianco)
Non ci dovrebbe essere bisogno di dire (ma purtroppo c'è bisogno) che il lavoro di Darwin non si presta minimamente a questa visione pseudo-scientifica propugnata dai vari razzisti storici che si sono susseguiti negli anni (e che, purtroppo, tuttora si susseguono). L'idea di Darwin della selezione naturale è che tutte le specie sono ugualmente evolute, in quanto tutte sono adatte a sopravvivere nel loro ambiente. Non c'è una graduatoria di superiorità fra una scimmia e un uomo, come non ce n'è fra un gatto e un elefante. Sono tutte il risultato di un processo evolutivo che è durato centinaia di milioni di anni. Tutte le creature viventi hanno percorso la stessa strada e nessuna è più avanti delle altre nella corsa verso un ipotetico traguardo di perfezione.
Ciononostante, fino a non molti anni fa, l'idea della superiorità umana (e della superiorità della "razza bianca") era un comune pensiero. Fra gli altri, ne hanno fatto le spese i Neanderthal, prototipi dei cavernicoli. Quale migliore esempio del manifesto destino dell'uomo bianco si poteva trovare? Il Neanderthal era la perfetta evidenza di una specie inferiore, non proprio l'anello mancante fra l'uomo e la scimmia ma, sicuramente, c'era evidenza di tratti "inferiori": arcata sopraccigliare prominente, fronte sfuggente, eccetera. Cesare Lombroso, l'antropologo dell'800 che aveva sviluppato l'arte di riconoscere i criminali dal loro aspetto fisico, li avrebbe sicuramente classificati come "criminali innati".
Perfino Jared Diamond è caduto in questo tipo di visione quando ha proposto che i Neanderthal siano stati spazzati via dai nostri antenati Cro-Magnon in qualcosa di simile a quello che oggi chiamiamo "pulizia etnica". Ma per fare una guerra di sterminio ci vuole un certo capitale accumulato e le società di cacciatori e raccoglitori semplicemente non ne ne hanno a sufficienza. Da quello che sappiamo dei cacciatori-raccoglitori moderni (per esempio gli indiani americani) sappiamo che il concetto di "guerra" gli è fondamentalmente alieno. Non che siano più pacifici di noi "civili", è solo che non hanno la possibilità di impegnarsi in azioni importanti: al massimo fanno dei raid stagionali per rubarsi donne e cavalli.
E verò, però, che le due specie (o sottospecie) Neanderthal e Cro-Magnon erano in competizione per lo stesso tipo di risorse: erano tutti e due cacciatori. Non era necessario che la competizione prendesse forme violente; bastava che i Cro-Magnon fossero leggermente più efficienti nella caccia per rendere un territorio poco interessante per i loro vicini Neanderthal. Questi ultimi erano costretti a spostarsi un po' più lontano e, piano piano, i Cro-Magnon avanzavano. Oppure, lo stesso meccanismo può essere stato il risultato di una maggiore adattabilità dei Cro-Magnon. Sembra che i Neanderthal fossero carnivori quasi puri e, in tempo difficili, forse sopravvivevano meno bene dei Cro-Magnon che, invece, si potevano adattare a una dieta vegetariana. In ogni caso, non dobbiamo pensare che la graduale sparizione dei Neanderthal sia stata dovuta ad atti violenti da parte dei Cro-Magnon.
L'Europa di quei tempi era uno spazio immenso, prevalentemente ghiacciato, dove Neanderthal e Cro-Magnon si incontravano sicuramente di rado e, probabilmente, si evitavano. Ma, forse, a volte la reciproca curiosità li spingeva a studiarsi da vicino. Non sappiamo cosa si siano detti, e se si sono capiti. Forse si sono scambiati pellicce e punte di freccia. Forse ci sono state fra loro storie d'amore o forse duelli e lotte crudeli. Non lo sapremo mai; l'unica cosa che sappiamo è che i Neanderthal ci appaiono sempre di più simili a noi: dignitosi, intelligenti, adattabili e interessanti.
Spariti i Neanderthal, noi siamo rimasti la sola specie del genere "homo"; tutte le altre, dall' homo abilis all'homo erectus si sono perse nei millenni. E' normale, comunque, che le specie facciano il loro ciclo e spariscano; toccherà anche a noi, prima o poi. Così, che noi siamo sopravvissuti e i Neanderthal scomparsi, potrebbe essere stato più un accidente del caso che una conseguenza della selezione naturale. Per questo, ci possiamo domandare cosa sarebbe successo se fosse successo il contrario. Se fossero stati i Neanderthal a ereditare il pianeta, avrebbero fatto le stesse cose che abbiamo fatto noi? Si sarebbero fatti guerra fra di loro? Avrebbero estratto carbone e petrolio? Avrebbero fatto i danni che stiamo facendo noi, oggi?
Non lo potremo mai sapere, ma sembra certo che i Neanderthal sapevano cantare, e forse questa è una cosa che loro ci hanno insegnato.
Etichette: selezione naturale
domenica, gennaio 18, 2009
Una cultura inadeguata
Il tema del processo in questa puntata è il seguente: i genitori di una ragazza di 14 anni hanno posizioni diverse sul modo di vedere il futuro a breve e a lungo termine della figlia.
Il giudice introduce il tema, parla dei diritti dei figli e dell’educazione che i genitori, in comune, devono dare al figlio affinché questo raggiunga le sue migliori condizioni di vita.
La ragazza fa nuoto agonistico e il padre (nonché allenatore) della ragazza vuole che continui in questa attività e che partecipi alle scadenze a breve termine (che mi pare sia la partecipazione a dei campionati regionali).
La madre invece dice che la figlia, in lacrime, si è confidata più volte con lei dicendole di non farcela in quella attività e di stare male. Vuole che la figlia per alcuni mesi sospenda l’attività per dedicarsi allo studio (che verrebbe compromesso dall’attività agonistica) e che faccia la propria vita di ragazza, con le sue amicizie e i primi amori.
Alcune volte intervengono la presentatrice e Barbara Alberti per dare ragione al padre: dicono se poi si dà importanza alle cose che dice la madre l’Italia non avrebbe mai conquistato medaglie d’oro alle olimpiadi.
Il padre (interrogato dall’avvocato che difende le ragioni del padre stesso) dice che quando la ragazza da adulta salirà sul podio e sarà la “number one” allora si scorderà dei fidanzatini e dei problemi che aveva a 14 anni.
Lo stesso padre, intervistato dall’avvocato che difende le posizioni della madre e che gli chiede quante volte la figlia, con quegli allenamenti continui e stressanti, riesca a vedere delle amiche, risponde: 1-2 volte al mese.
Interviene anche Barbara Alberti su questo punto, dando ragione al padre e aggiungendo che se non si facesse così l’Italia affonderebbe nel Mediterraneo (??) e che bisogna smetterla di dare sempre ragione ai ragazzi.
Alla “volata” in favore del padre si aggiunge la presentatrice dicendo che se i ragazzi non facessero sacrifici e stringessero i denti non si otterrebbero risultati.
Dopo le arringhe dei difensori delle due parti si riunisce la giuria per emettere il verdetto finale.
Il verdetto viene letto, con un po’ di suspence, da Barbara Alberti: il verdetto è a maggioranza ed è di 9 giurati a 4 a favore della posizione del padre.
Quale interpretazione dare dei valori veicolati dal numero di questo format andato in onda il 2 gennaio 2009? Da una piccola ricerca fatta sul Web sembra che con questo programma RAI 1 abbia vinto la battaglia per lo share contro Canale 5 sulla stessa fascia oraria.
Diceva Marshall McLuhan che il medium è il messaggio. Voleva dire che il messaggio è plasmato dalle caratteristiche tecniche del medium stesso (alle volte però questo studioso ha estremizzato). Però Marshall McLuhan diceva pure che il medium è il massaggio, nel senso che il medium massaggia, conforta, consola e conferma i valori culturali esistenti. Questo studioso dava questa funzione soprattutto alla televisione.
I valori veicolati dalla puntata del 02 gennaio di questo programma confermano, “massaggiano” dei valori che probabilmente sono abbastanza forti nella cultura italiana e non solo.
E’ anche vero che in televisione ci sono anche altri programmi ma molti di questi veicolano gli stessi valori.
L’attuale situazione è fortemente rivoluzionaria, in tutti i sensi. I problemi, compresenti e in continuo rapporto di feed back, sono l’esaurimento dei combustibili fossili, il rischio che cedano molti e delicati equilibri ecologici, la crisi finanziaria ed economica, ecc.
Pare che Einstein dicesse "Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l'ha generato."
L’attuale cultura, venuta a maturazione circa seimila anni fa in Mesopotamia, si basa sull’individuo, inteso come centro di interessi prima solamente diversi ma poi anche in contrapposizione a quella degli altri individui, sulla gerarchia intesa come orizzonte, il contesto, in cui si situano gli individui, indicandone le diverse posizioni e i connessi diversi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi e, infine, sulla deriva culturale, intese come quel fenomeno per cui ogni popolazione umana, a contatto con un ambiente ecologico particolare, acquisisce un pacchetto culturale particolare e, in presenza di condizioni di penuria di risorse materiali, in contrapposizione a quello di altri gruppi umani. Il fenomeno della deriva culturale, bisogna aggiungere, ha riguardato anche le varie componenti sociali di una stessa popolazione.
Questa cultura ha le sue motivazioni in diversi fenomeni che sono iniziati col neolitico, e che, compresenti e in continuo rapporto di feed back fra di essi, sono l’adozione dell’agricoltura e dell’allevamento al posto della caccia e raccolta, l’incremento demografico, l’urbanizzazione, la creazione di un surplus alimentare, la specializzazione del lavoro, la scarsità di risorse materiali, i problemi nella gestione del know how, ecc.
Intorno e connessi ai valori di “individuo” e gerarchia” si creò una costellazione di valori: sorsero i valori di “regola” per indicare i valori da seguire, di “criterio-esame” come metodo di entrata nelle caste e nell’ottenimento di qualsiasi funzione, di “comando” come condizione per volgere le situazioni a proprio favore, di “auto-affermazione” nel senso del raggiungimento di una “singolarità” all’interno del corpo sociale, di “indispensabilità” in quanto detentori in esclusiva di know how, di “esclusione” nel caso dei non validi e/o dei non aventi diritto o, in ogni caso, esclusi da certe posizioni, di uso dei beni consentito al alcuni e privato ad altri, di “reato” nel caso di contravvenzione alle regole, di “colpa” inteso come definizione di un comportamento non regolare, e di “pena” come strumento e deterrente necessario per il rispetto delle regole.
I valori della cultura di cui si è parlato sopra hanno portato alla situazione attuale fatta di buone condizioni di vita (istruzione di massa, sviluppo tecnologico, adeguato soddisfacimento dei bisogni alimentari, sanitari, ecc.) per una parte della popolazione mondiale e pessime condizioni di vita per un’altra parte. In ogni caso le buone condizioni di vita di una parte della popolazione mondiale sono state raggiunte al prezzo di guerre, epidemie, genocidi, deportazioni, carestie e quant’altro.
Adesso la realtà è diversa da come era non solo molti millenni fa ma anche rispetto ad alcuni decenni fa. Il pianeta è una realtà finita e un sistema culturale-economico che si basa sulla continua crescita mostra, ora più che mai, la sua inadeguatezza e insostenibilità.
Ma qual è la cultura adeguata a risolvere i problemi che attualmente l’umanità ha di fronte?
Sarebbe il caso di iniziare a dare qualche risposta a questa domanda!
Etichette: comunicazione, fenomeni sociali
sabato, gennaio 17, 2009
Fossilizzarsi ... o rinnovarsi
Etichette: comunicazione, psicologia
venerdì, gennaio 16, 2009
Allons enfants
Contrariamente alle mie previsioni, ma favorevolmente ai miei auspici, Air France – Klm ha strappato a Lufthansa il controllo di Alitalia, diventando socio di maggioranza nella nuova compagine sociale e preparandosi ad acquisire gradualmente l’intera società, al massimo dopo il vincolo contrattuale del 2013, oppure, al momento non improbabile di una prossima ricapitalizzazione. Non sto a ripetere valutazioni politiche ed economiche sulla vicenda, che ho già abbondantemente espresso in precedenti interventi. Mi interessa qui approfondire i motivi e le conseguenze dell’ingresso dei francesi in Alitalia.Per capire i motivi, dobbiamo allargare un po’ lo sguardo e notare quello che sta avvenendo nel sistema generale dei trasporti italiani. Alla fine del 2008 è stato annunciato l’ingresso in NTV, la nuova compagnia ferroviaria che farà concorrenza a Trenitalia sulle linee ad Alta Velocità, dei francesi di Sncf (Societé nationale des chemins de fer). Il progetto e l’assetto societario di Ntv sarà perciò il seguente: Mdp Holding (la società di Montezemolo, Della Valle e Punzo) ha il 38,4%, Intesa San Paolo (con Imi investimenti) ha il 20%, Generali Financial Holdings un altro 15%, Bombassei il 5%, la società dell’Ad. Giuseppe Sciarrone l’1,6%. E poi - per l’appunto - ci sono i francesi di Sncf con un 20%. Inoltre NTV è la prima società che ha scelto l’ultima generazione di treni ad alta velocità della società francese Alstom, presentato il 5 febbraio a La Rochelle, alla presenza del Presidente della Repubblica francese. Si chiama AGV e può raggiungere la velocità di crociera di 360 km/h con un consumo energetico minore del 15% rispetto agli altri treni ad alta velocità. Nella produzione sono coinvolti anche gli stabilimenti Alstom di Bologna e Savigliano.
Anche nel trasporto urbano i francesi, che hanno una grossa esperienza nel settore, sono molto attivi nel mercato italiano dove, ad esempio, la Ratp, la società che gestisce i trasporti pubblici di Parigi, ha acquisito tramite project financing la realizzazione e gestione delle tre nuove linee tranviarie in costruzione a Firenze.
Si comincia quindi a capire perché Berlusconi, che in passato aveva fatto fallire la prima trattativa di Alitalia con Air-France e, condizionato dagli alleati della Lega, aveva espresso pubblicamente la propria preferenza per Lufthansa, abbia fatto buon viso a cattivo gioco, di fatto ratificando l’accordo con Air France. Dietro c’è un’alleanza strategica della grande industria pubblica francese con il mondo industriale italiano che conta e del sistema bancario che Berlusconi si prepara a scalare.
Ma le strategie e i conflitti all’interno del mondo economico italiano mi appassionano poco. Quello che invece mi interessa sono le conseguenze di queste scelte industriali per il paese. E secondo me esse saranno positive.
Innanzitutto, i francesi investono sull’intero paese, a differenza dei tedeschi che sono interessati solo al mercato del Nord Italia e per questo, erano alleati forse inconsapevoli della strategia secessionista della Lega (principale sconfitto nell’affare Alitalia).
Secondariamente, i francesi portano in Italia la propria esperienza e le grandi capacità amministrative nei settori dei servizi pubblici, grazie a una tradizione secolare di buona amministrazione e a una cultura manageriale di eccellenza formatasi in prestigiose scuole di pubblica amministrazione. Noi italiani, storicamente e antropologicamente dotati di fantasia e creatività nel settore dell’iniziativa privata, ma incapaci nella gestione della cosa pubblica, avremo tutto da guadagnare, in termini di efficienza, dalla contaminazione con culture amministrative capaci di far funzionare egregiamente i servizi di interesse collettivo.
Si potrebbe ripetere cioè, in piccolo, quello che avvenne nell’800 in Italia con il breve governo napoleonico, che involontariamente favorì ed accelerò il processo di emancipazione e liberazione nazionale.
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Quanto dovrebbe costare il petrolio?
Dati da Cambridge Energy Research (CERA), riprodotto da Nate Hagens (The Oil Drum)
Con l'abbassamento del prezzo del petrolio degli ultimi tempi, tutti hanno tirato un sospiro di sollievo. "Speriamo che duri così", ho sentito dire da una signora che comprava una camicia in un negozio della mia città.
Purtroppo, ho l'impressione che non durerà, e che se durasse così sarebbe molto peggio. Guardate la figura più sopra. Con il petrolio sotto i 40 dollari al barile (come lo è al momento in cui scrivo), secondo i dati di CERA, più di metà della produzione mondiale è venduta in perdita.
Nessuno produce per rimetterci e se vogliamo che la produzione continui ai livelli attuali, bisogna che il prezzo del petrolio risalga almeno a oltre 80 dollari al barile. Se i prezzi rimangono bassi come lo sono adesso, la produzione non potrà che diminuire drasticamente.
Speriamo che non duri!
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Nota: come avevo accennato in un post precedente, i costi di produzione si dividono in costi di "lifting" (estrazione vera e propria) a cui si aggiungono i costi di esplorazione e sviluppo. I costi di lifting sono abbastanza bassi in confronto ai costi di esplorazione e sviluppo. Per questo, una volta che uno ha trovato un giacimento e lo ha messo in produzione, è probabile che preferisca vendere comunque anche se sa che non sta riprendendo i costi totali. Per cui, anche con i prezzi bassi attuali, si continua a estrarre. Dove i bassi prezzi fanno danni è soprattutto sugli investimenti in nuove ricerche.
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giovedì, gennaio 15, 2009
I negazionisti dei gas serra
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mercoledì, gennaio 14, 2009
Arrabbiarsi per il clima
San Girolamo e il leone in un quadro di Colantonio (secolo XV). Girolamo (347-420) era noto fra le altre cose anche come persona assai irascibile. La storia del leone a cui Girolamo tolse una spina dalla zampa riflette questo suo ardore combattivo ed è anche una metafora per indicare la necessità di controllarsi. Qui non è che mi voglio paragonare a san Girolamo, però vi racconto di una volta che ho perso anch'io la pazienza in un dibattito.
Mi hanno detto più di una volta che, nei dibattiti, sono anche troppo accomodante con le opinioni altrui; che dovrei dire le mie opinioni con più forza. Probabilmente è vero; non sono uno che perde il controllo facilmente e neppure sono uno che vuole avere sempre ragione. Però, se non sono proprio San Girolamo, non ho nemmeno la pazienza di Giobbe. Qualche volta, anche se molto di rado, mi è capitato di arrabbiarmi di brutto a un dibattito.
L'ultima volta, mi è successo parlando agli studenti di un liceo. Parlare ai ragazzi delle scuole è una cosa che faccio sempre volentieri. Tutti si lamentano che i ragazzi non si interessano più a niente, che pensano solo alla TV, ai videogames, abiti firmati e tutto il resto. Forse è vero, ma è vero anche che non sono per niente fessi. Si rendono perfettamente conto che studiando stanno passando anni di fatica e sofferenza in cambio di una vita da precario a qualche call center. Non aiuta la scienza piuttosto polverosa e antiquata che molto spesso gli tocca studiare per forza.
Quando a questi ragazzi gli parli delle frontiere della scienza, di quella vera, quando gli parli di quella che chiamiamo "scienza dei sistemi terrestri," quando gli racconti di come funziona un intero pianeta, allora vedi subito che gli si accende la scintilla dell'interesse. Il futuro è roba loro e se ne rendono conto benissimo.
Allora, a questo liceo avevo parlato per un oretta. Ragazzi molto in gamba; curiosi, ma non ingenui; anche in grado di fare domande critiche e intelligenti. Sulla questione delle risorse e del clima, avevano subito capito cosa c'è dietro: le incertezze del caso ma anche, e soprattutto, i rischi per il loro futuro.
Alla fine, però, è intervenuto uno degli insegnanti che ha cominciato con la solita tiritera sul clima: ma non ne sappiamo abbastanza, e come spiega lei che il clima è sempre cambiato? Ma questa teoria di Milankovich è roba vecchia, e in Inghilterra si faceva il vino nel Medio Evo, e poi anche Marte si scalda.....
Per un po', ho cercato di spiegargli le cose gentilmente. Però lui ha continuato sullo stesso tono. A un certo punto, mentre lui parlava, mi è apparsa in mente un'immagine dei ragazzi che avevo davanti fra venti o trent'anni. Che mondo gli avremo lasciato? Che problemi dovranno fronteggiare? Mi è venuto in mente che questo era un insegnante e che per insegnare prima bisogna imparare - che razza di insegnante era questo qui che del problema climatico non sapeva che ripetere le leggende che aveva raccattato qua e la? (poi mi hanno detto che era l'insegnante di scienze!). Insomma, ho visto rosso, come si suol dire. Ho proprio perso le staffe, sono uscito fuori dai gangheri.
Glie ne ho dette di tutti i colori: che come insegnante ha una responsabilità nei riguardi dei ragazzi; che non può dirsi un insegnante uno che affronta un problema serio raccontando storielle. Che per mantenere i nostri piccoli privilegi, la nostra generazione sta distruggendo quel poco che resta delle risorse senza lasciare niente a quella che verrà. Che sottovalutando i rischi si ammazza la gente. Insomma, l'ho trattato, come si dice da noi "di pelle di becco". Ovviamente, non ne è stato contento ma non è riuscito veramente a replicare - travolto dal sacro furore che mi aveva colto.
In parte, come vi dicevo, è stato questo insegnante (per chiamarlo così) che mi ha fatto scattare la molla. Ma la molla era già carica. Il fatto è che messaggio sul cambiamento climatico e sull'esaurimento delle risorse sta passando, piano, piano, ma con una lentezza esasperante. Purtroppo, c'è gente che, direi, si ritrova funzionalmente incapace a considerare seriamente la questione. E' la stessa cosa che succede quando muore qualcuno sul lavoro; evidentemente c'è qualcuno che non ha preso seriamente la questione dei rischi. Non è una cosa che ti può lasciare indifferente.
Tutti hanno il diritto di dire la loro opinione. Però, certe volte ti viene da pensare cosa succederebbe se questi facessero gli stessi discorsi che fanno sul clima in altri campi. Mettiamo che a una riunione del comitato sicurezza aziendale qualcuno venisse fuori dicendo "Pericolo incendi? Non abbiamo prove che l'officina possa prendere fuoco. Non è il momento di fare i donchisciotte: gli estintori costano cari e la spesa rallenterebbe lo sviluppo dell'azienda." Beh, qualcuno rischierebbe di arrabbiarsi un po'. Nel caso del clima, quando leggi certe cose chiaramente scritte in malafede, come nel caso dell'ultima fiammata polemica sul preteso ritorno dei ghiacci polari ai livelli del 1979, non puoi fare a meno di arrabbiarti.
Presumo che San Girolamo avrebbe detto che è lecito arrabbiarsi per una cosa in cui uno crede. Ma se uno non è San Girolamo, è meglio tenersi dentro la rabbia. Credo che abbiate capito che questa storia non ve l'ho raccontata come un esempio da seguire. Ci vuole pazienza, prima o poi certi messaggi dovranno finire per passare.
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A proposito di arrabbiature, Leonardo Libero mi ha fatto vedere in questi giorni una sua nota che apparirà su "Energia dal Sole", dove si ne dice di tutti i colori contro il governo che non ha mantenuto le promesse elettorali sull'energia rinnovabile. Ha ragione; come dicevo, non tutti hanno la pazienza di Giobbe!
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martedì, gennaio 13, 2009
W.
In una piccola ma accogliente sala cinematografica locale ho assistito di recente al film W., del regista americano Oliver Stone, che racconta la vita e le opere dell’attuale, ma per fortuna ancora per poco Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush. Il film ha l’ambizione di delineare un affresco psicologico del protagonista, risultando alla fine proprio per questo, abbastanza noioso e ripetitivo, data la scarsa profondità psicologica ed esistenziale del personaggio. Le immagini impietosamente ci restituiscono la figura di un uomo scarsamente dotato intellettualmente che, superata una fase di alcolismo acuto nell’età giovanile, riesce a fare carriera politica solo grazie agli aiuti di un padre, George Bush Senior, che comunque non perde occasione per manifestare la sua profonda delusione per un figliolo così mal riuscito. Il film è ancora più deludente sul piano politico, ricostruendo in maniera banale ed eccessivamente semplificata alcune delle vicende politiche più importanti dell’ultimo decennio. Ad esempio, viene omessa completamente la descrizione della prima elezione di Bush jr., del tutto casuale e poco meritata, ottenuta solo grazie all’aiuto involontario (?) del candidato dei Verdi e Consumatori Ralph Nader, il quale sottrasse ad Al Gore i voti necessari per vincere. Inoltre, non si racconta che l’elezione si risolse in un sostanziale pareggio, che le schede elettorali dovettero essere conteggiate per mesi prima di poter assegnare, per una manciata di voti, la vittoria a Bush. Cosa sarebbe successo se non avesse prevalso l’ottuso integralismo di Nader e il candidato verde, non partecipando alle elezioni, avesse consentito a Gore di prevalere? Molto probabilmente la storia sarebbe un po’ cambiata. Si può supporre ad esempio, che il candidato democratico avrebbe sicuramente reagito diversamente e in maniera meno aggressiva all’attentato alle Torri Gemelle o avrebbe fatto assumere un ruolo di primo piano al proprio paese nella lotta mondiale ai cambiamenti climatici. La storia non si fa con i se, ma la politica sì e di tutto questo non c’è minima traccia nel film. Ma, nonostante questi difetti, io ritengo che il film vada visto, anzi andrebbe consigliato a più persone possibili, solo per una improvvisa ma illuminante e pedagogica scena incastonata nel bel mezzo della storia. Nello Studio Ovale, il Presidente insieme alla sua squadra di Governo discute animatamente la decisione di invadere l’Iraq di Saddam Hussein con il pretesto della presenza di armi nucleari nascoste. Il Vice Presidente Dick Cheney interviene per superare le resistenze del recalcitrante Colin Powell, più o meno affermando che “tra trentacinque anni gli Stati Uniti non avranno più petrolio, con il 5% della popolazione mondiale consumiamo il 25% del petrolio prodotto e che pertanto, l’occupazione militare e il controllo politico di una regione con le più elevate riserve petrolifere mondiali hanno un rilievo altamente strategico per gli interessi nazionali”. Il Presidente chiosa le convincenti argomentazioni del suo vice osservando che non è certo opportuno giustificare la guerra agli americani con argomentazioni energetiche così prosaiche, ma piuttosto appellandosi alla lotta contro il terrorismo internazionale o al valore della democrazia contro la tirannide, dando il via al feroce bombardamento che determinerà la fine del satrapo iracheno, l’occupazione americana del paese e la garanzia del secondo mandato per George Bush. The End.
Ma cosa accadrà in futuro con l’elezione del primo Presidente nero nella storia degli Stati Uniti? La risposta a questa domanda starebbe bene in una stimolante sceneggiatura cinematografica per un film di fantapolitica in cui potrebbero cimentarsi registi del calibro di Scott, Spielberg o Zemeckis. Un ispirato e lungimirante Barack Obama guida il declino della superpotenza verso un’epoca di pace e verso una società meno consumistica e dissipatrice fondata sulle energie rinnovabili e su sistemi di trasporto poco energivori. Oppure un realista e opportunista Barack Obama si rende conto che tra otto anni, quando scadrà il suo secondo mandato, la disponibilità interna di petrolio, seguendo la curva declinante successiva al picco dei primi anni ’70, sarà sempre più scarsa e non volendo rischiare l’impopolarità di mettere in discussione l’american way of life, continuerà sotto altre forme una politica militare di controllo dei principali luoghi di approvvigionamento petrolifero mondiali. A me piacerebbe il primo finale, ma temo che gli americani preferirebbero il secondo.
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lunedì, gennaio 12, 2009
Ghiaccio Agghiacciante
Figlio mio, un giorno tutto questo sarà tuo. Ovviamente, sarà tutto liquido è tu sarai in uno zoo da qualche parte, ma insomma.Una delle cose sorprendenti degli ultimi tempi è come i giornali abbiano presentato 2 settimane di normale freddo invernale come la prova definitiva che il concetto del riscaldamento globale causato dall'uomo sia una bufala. Si continua a far confusione fra climatologia e meteorologia e molti commentatori non si rendono conto che alcuni giorni di freddo intenso non sono prova di niente. Il 2008 rimane nella storia come uno dei 10 anni più caldi misurati fino ad oggi. Il riscaldamento globale non si è affatto interrotto.
La questione di un preteso allargamento dei ghiacci polari negli ultimi tempi è stata particolarmente rumorosa e aggressiva. Esce oggi sul sito di ASPO-Italia una valutazione critica di Claudio della Volpe sul recente polverone suscitato dalle notizie uscite sui giornali sulla situazione dei ghiacci. Il risultato è che le notizie sono esagerate e tendenziose e che non c'è nessun motivo per ritenere che la situazione dei ghiacci smentisca il fatto che il riscaldamento globale causato dall'uomo esiste e continua a progredire.
Link all'articolo di Claudio della Volpe
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domenica, gennaio 11, 2009
Fabrizio de Andre: il poeta
Fabrizio de André non ha mai direttamente menzionato cose come l'energia o l'ambiente nelle sue canzoni. Un poeta vero, come lui lo era, canta della gente e delle emozioni, ed è questo che lui faceva. Aveva questa incredibile capacità di capire, di immedesimarsi, di far parte. I grandi e i piccoli, gli umili e gli altezzosi, gli sciocchi e i furbi. In tutti, anche nei peggiori, trovava sempre un barlume di umanità. Il male non esiste come entità contrapposta al bene. Il male è solo l'assenza del bene, così come il buio è soltanto assenza di luce. Un vero poeta è come un raggio di luce che allontana le tenebre. Fabrizio de André lo era. Era la realizzazione di una cosa che un altro poeta, Orazio, disse duemila anni prima di lui: "Nulla di umano mi è estraneo" (nihil humani mihi alienum puto).In questo inizio oscuro del terzo millennio, stiamo cominciando ad accorgerci che non abbiamo bisogno di aggeggi strani: idrogeno, fusione, o che altro, per risolvere i problemi che ci affliggono. Abbiamo bisogno di fare quello che faceva Fabrizio de André, trovare il bene nel nostro prossimo e riconoscerlo come uno di noi stesso. E il nostro prossimo è anche il mondo che ci circonda che non è un supermercato da cui tirar fuori quello che ci serve (e senza nemmeno volerlo pagare). E' parte di noi e distruggendolo distruggiamo noi stessi.
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Fabrizio de André è stata una grande ispirazione per me fin dai tempi del Liceo. Non credo che questa fonte di ispirazione sia venuta fuori esplicitamente molto spesso, ma almeno in un post su questo blog, si. E' intitolato "Perché Geordie fu impiccato"
Prezzi bassi: problema risolto!
Il grafico mostra in rosso i prezzi reali del petrolio (corretti per l'inflazione) e in blu gli investimenti nel settore petrolifero. Fonte: http://www.calculatedriskblog.com/2008/12/impact-of-falling-oil-prices-on-energy.html segnalazione cortesia di Joules Burn. E' incredibile quanta gente abbia tirato un sospiro di sollievo con il crollo dei prezzi del petrolio degli ultimi tempi. Prezzi bassi, problema risolto - tutto a posto era solo colpa degli speculatori.
E' incredibile quanta gente non abbia capito che i problemi cominciano ora. Guardate la figura più sopra: gli investimenti nel settore petrolifero sono funzione diretta del prezzo del petrolio. Con i prezzi alti, si investe in nuovi progetti. Con i prezzi bassi, gli investimenti crollano. In effetti, si sta parlando ora di tagli un po' ovunque nel settore.
Se non si investe, la produzione cala. Certo, la resa degli investimenti si vede dopo un certo tempo; ma il risultato è ovvio: il picco di Hubbert.
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sabato, gennaio 10, 2009
Forecasting
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giovedì, gennaio 08, 2009
Il primo anno dopo il picco: previsioni per il 2009

La visione ASPO del futuro del petrolio (e in generale di tutte le risorse) è basata sul concetto di EROEI (rapporto fra l'energia prodotta e l'energia investita nell'estrazione). Come è ovvio, si tende a sfruttare prima le risorse energetiche più facili da estrarre, ovvero quelle ad alto EROEI. Col tempo, la resa energetica diminuisce, cosa che costringe la società a impegnare risprse sempre maggiori per mantenere la produzione. A lungo andare questo causa il picco e il declino della produzione. Ancora prima del picco, l'effetto è un impoverimento generalizzato della società che si accentua con il diminuire dell'EROEI.
Il sistema economico reagisce alla diminuzione dell'EROEI con il meccanismo dei prezzi. Prezzi alti del petrolio enfatizzano la necessità di trovare nuove fonti energetiche; prezzi bassi (e la recessione annessa) enfatizzano la necessità di una contrazione generalizzata del sistema economico. I meccanismi del mercato finanziario (chiamateli pure "speculazione" se volete) causano oscillazioni spettacolari fra questi due estremi. Tuttavia, il fatto che in un momento particolare i prezzi del petrolio siano bassi o alti ha poco a che vedere con la realtà della disponibilità di risorse per la produzione che sono il risultato di scelte e investimenti fatti su scala decennale.
Ora, a che punto siamo all'inizio del 2009? Per quanto riguarda il petrolio, abbiamo ancora capacità produttive sufficienti a compensare il declino già iniziato di molte regioni importanti, come la Russia e il Messico. Perciò, nel 2009 non ci sarà un crollo della produzione. Tuttavia, è probabile un calo significativo: siamo in una fase in cui il sistema economico non è in grado di impegnare risorse sufficienti per forzare il mantenimento della produzione al livello degli anni passati.
La questione dei prezzi del petrolio è complessa e molto più difficile da prevedere. Nella situazione attuale, i produttori possono cercare di ridurre la produzione per fare aumentare i prezzi. In particolare, l'Arabia Saudita potrebbe riprendere temporaneamente il suo vecchio ruolo di "swing producer". Mancano però oggi le risorse finanziarie per far ripartire un'altra corsa agli aumenti che riporti il petrolio ai livelli di ben oltre i 100 dollari al barile che aveva raggiunto nel 2008.
Quello che possiamo dire è che il prezzo "giusto" del petrolio dovrebbe corrispondere approssimativamente al costo del "barile marginale"; ovvero a quello dei giacimenti più costosi in produzione. Secondo i dati dell'EIA nel 2006 questo barile marginale valeva circa 70 dollari. Oggi vale sicuramente di più per cui, per mantenere i profitti, i produttori non dovrebbero vendere a meno di circa 80 dollari al barile.
Tuttavia, le cose non sono così semplici, in primo luogo perché la produzione è destinata a diminuire e questo eliminerà dal mercato i giacimenti troppo costosi. In secondo luogo, i costi di produzione sono la somma dei costi di esplorazione e sviluppo e di quelli di "estrazione" ("lifting") veri e propri. Questi ultimi sono una piccola frazione del costo totale, dell'ordine dei 10-20 dollari al barile (sempre dati EIA). Per cui, chi ha un giacimento in produzione trova comunque conveniente produrre anche se sa che non sta recuperando i costi di investimento. Per costringere i produttori a chiudere i pozzi e dedicarsi all'allevamento delle capre bisognerebbe che i prezzi scendessero intorno ai 20 dollari al barile. Questo è anche possibile, ma è difficile che duri a lungo.
Quindi, l'abbassamento dei prezzi del petrolio che abbiamo visto ultimamente non è destinato ad avere effetti immediati sulla produzione. Dove l'effetto è importantissimo, invece, è nel distogliere risorse dagli investimenti in nuove esplorazioni e nuovi giacimenti, soprattutto in risorse "non convenzionali"; tipo le sabbie bituminose. L'effetto finale sarà il crollo irreversibile della produzione, ma lo vedremo solo fra qualche anno.
Per quanto riguarda le altre risorse fossili, gas naturale e carbone, la situazione è più complessa che nel caso di quella del petrolio e si presta meno bene a previsioni dettagliate. Per il gas naturale, nel 2009 ci potranno essere problemi regionali di approvvigionamento. Il caso della crisi Russo-Ukraina è superficialmente preoccupante ma, nonostante gli annunci bellicosi della Russia, l'Ukraina ha ereditato l'infrastruttura dei gasdotti dall'Unione Sovietica. La Russia non può interrompere le forniture di gas all'Ukraina senza bloccare gran parte delle proprie esportazioni.
Nel complesso le capacità produttive di gas naturale dalla Russia sono costanti o in leggero declino - molto difficilmente la Russia potrà incrementare la produzione nel prossimo futuro ma, al contrario, si prospetta una probabile riduduzione delle esportazioni. La fornitura per l'Europa pertanto dipenderà fortemente dal Nord-Africa, che dovrebbe ancora avere qualche capacità di incremento produttivo nei prossimi anni. Pertanto, per il 2009 non ci si aspetta carenza di gas naturale. in Europa. Il crollo finanziario, però, potrebbe bloccare la crescita dei sistemi di trasporto per liquefazione-rigassificazione e trasformare in un sogno irrealizzabile l'idea di un "OPEC del gas".
Il carbone rimane un mondo a parte, influenzato più dai problemi di trasporto che dalle capacità produttive. Molti dei produttori principali, la Cina, per esempio, non esportano e utilizzano il carbone soltanto per la produzione locale di energia elettrica. In Italia, è probabile che la crisi in atto nei trasporti marittimi metterà fine all'illusione di poter tornare al carbone come fonte di energia.
Per quanto riguarda l'uranio, la produzione mineraria è stata in leggero calo nel 2007; mancano ancora i dati per il 2008, ma sembra che la tendenza continui. La carenza di uranio minerale viene tuttora rimediata con uranio proveniente da testate nucleari smantellate. La produzione di energia elettrica nucleare mondiale è stata in calo per la prima volta nel 2007. Non ci sono ancora i dati per il 2008, ma può darsi che l'energia nucleare abbia piccato con un anno di anticipo rispetto al petrolio. I
L'abbassamento graduale dell'EROEI di produzione di tutte le fonti di energia minerali si riflette su tutta l'economia che sta per entrare in una fase di contrazione generalizzata. Questa contrazione ha effetto un po' su tutti i settori; non c'è bisogno di essere grandi predittori per capire che il 2009 si prospetta come un anno molto difficile. Per esempio, è difficile pensare che le rinnovabili (fotovoltaico e eolico) potranno mantenere i ritmi di crescita vertiginosi che hanno visto negli anni passati. Tuttavia, ci sono buone speranze di poter mantenere un certo livello crescita, perlomeno in quei paesi dove si è capito che la scommessa sulle rinnovabili è la sola speranza che abbiamo per il futuro. Un settore dove la situazione potrebbe già farsi drammatica nel 2009 è quello dell'agricoltura, dove ci stiamo trovando in difficoltà crescenti a mantenere la produzione a livelli tali da assicurare cibo per tutti. I problemi del 2009 potrebbero essere ben più gravi che semplicemente riempire i serbatoi delle automobili.
mercoledì, gennaio 07, 2009
Le crisi energetiche non sono il gossip
Con l'informazione che ci ritroviamo (forse è questo che noi italiani ci meritiamo, per qualche oscura colpa dei nostri avi, chissà) è facile essere indotti a credere che le crisi del petrolio (estate-autunno 2008), del gas (2009), e di una qualunque materia prima di origine fossile siano delle mode, dei fatti da descrivere a posteriori a mò di gossip.
Qui si parla ad esempio della situazione relativa ai gasdotti russi passanti per l'Ucraina.
Da qui, si vede benissimo che stiamo facendo acqua da tutte le parti. Oltre ad avere un orizzonte di sicurezza di "alcune settimane", che francamente mi sembra ridicolo, Scajola dimostra il suo approccio provinciale: l'obiettivo è la "nostra tranquillità", e ce ne infischiamo allegramente di analizzare il problema da un punto di vista generale, diciamo in tutta la sua "fossilità".
Ieri un mio contatto su skype in Bulgaria mi ha confermato che da un giorno sono senza gas nella rete civile, e si scaldano ad elettricità. Praticamente nel modo più inefficiente, visto che la quasi totalità delle forniture elettriche proviene da fonti fossili.
Potrebbe anche essere che la Russia voglia fare una dimostrazione di forza, per recuperare crediti dall'Ucraina, e anche per testare la leva del gas, che le è favorevole. Questo, però, tutto deve farci pensare tranne che a una manifestazione modaiola di capricci dei potenti: il picco del petrolio e del gas rientreranno, se proprio vogliamo forzare, nel capitolo privilegiato delle "mode durature".
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martedì, gennaio 06, 2009
Energia "on demand"

Mio figlio è venuto al mondo negli Stati Uniti nell'ormai remoto 1982, quando laggiù stava cominciando a passare la moda di allattare i bambini "by the scale and by the bottle" ovvero con "bilancia e biberon". In Italia, mi risulta che allattare al seno non era mai veramente scomparso ma, in America, paese tecnologico per eccellenza, per un certo periodo il latte artificiale e la bilancia erano state cose quasi obbligatorie fin dai primissimi giorni di vita. Sembra che non si tenesse conto del fatto che i nostri antenati sono stati allattati al seno per milioni di anni e, bene o male, sono sopravvissuti, altrimenti noi non saremmo qui.
Comunque fosse, a quell'epoca erano rimaste alcune regole un po' rigide che accompagnavano l'allattamento. Secondo quanto ci dissero le ostetriche, dovevano passare almeno tre ore fra una poppata e l'altra. L'allattamento "on demand", ovvero quando il bambino aveva fame, era considerato una cosa addirittura pericolosa. Mi ricordo che mia moglie fece dei tentativi di adeguarsi a questo orario vagamente prussiano ma, apparentemente, il pargolo si ricordava benissimo che i suoi remoti antenati non avevano orologi. Quindi protestava rumorosamente quando aveva fame e questo avveniva di solito ben prima delle tre ore canoniche. Alla fine, è stato allattato più che altro "on demand" e non sembra averne sofferto dato che alla fine ne è venuto fuori una creatura di dimensioni normali.
Il latte materno è un bell'esempio di quei beni sempre disponibili, come si dice a volte, "on demand". Peccato che, nella vita adulta, ben poche cose ci arrivano on demand, ovvero immediatamente e ogni volta che ne abbiamo bisogno. Per alcune di queste, abbiamo un attaccamento che si potrebbe definire come infantile; per esempio per l'automobile che teniamo disponibile on demand, sotto casa. E' parte della nostra abitudine al petrolio abbondante e a buon mercato, cosa dalla quale non siamo stati ancora svezzati (ma prima o poi, ci tocca....)
A parte il latte materno, gestire qualunque bene o servizio in modo tale che sia disponibile in qualsiasi momento implica costi ben lontani dall'ottimizzazione. Se uno è veramente molto ricco, si può permettere anche l'aereo privato che lo aspetta all'aeroporto, pronto a partire. Per le persone normali, però, non è pensabile arrivare all'aeroporto senza prenotazione e partire per New York dopo mezz'ora - a meno che uno non sia disposto a pagare un accidente e abbia anche fortuna. Il servizio aereo è ottimizzato in modo tale che gli aerei siano sempre pieni; si potrebbe pensare anche di ottimizzarlo in modo tale che ci sia sempre posto per chiunque arrivi, ma gli aerei non sono autobus e farli viaggiare parzialmente vuoti aumenterebbe ancora di più i costi di un servizio già molto caro.
Come fanno le compagnie aree a far partire gli aerei sempre pieni? Ci riescono mediante una tecnica che si chiama "gestione della domanda", definita anche "flessibilizzazione della domanda". Questo si fa principalmente per mezzo di prezzi variabili. Se uno prenota molto in anticipo, paga prezzi convenienti. Via via che l'aereo si riempie, i prezzi aumentano e così i profitti della compagnia aerea. Se l'aereo non è completamente pieno poco prima della partenza, ci sono offerte speciali, viaggi "just in time" e altre cose.
La gestione della domanda è una tecnica economica tipica di servizi e prodotti piuttosto costosi. Per l'automobile, non ce n'era bisogno fino ad oggi e ci siamo potuti permettere di averne una a testa, o quasi, durante il periodo dorato del petrolio abbondante. Ma, via via che le risorse si riducono, è probabile che diventi impensabile tenere un'automobile inutilizzata per la maggior parte del tempo; come è il caso di solito per le auto private. E' possibile che in un futuro non molto remoto, avere un auto privata sia cosa riservata ai ricchi, più o meno come oggi lo è l'aereo o l'elicottero privato.
C'è un altro tipo di merce (o servizio, se preferite) che è oggi gestito come disponibile "on demand"; l'energia. Per esempio, si suppone che ogni volta che avete bisogno di benzina basta che vi fermiate al primo distributore e ne potete comprare quanta ne volete. Questa è una cosa che ci sembra naturale, ma non è sempre così ovunque. In periodi di crisi, la benzina viene razionata, oppure dovete fare lunghe code ai distributori, oppure proprio non c'è e la dovete comprare al mercato nero. I beni possono esistere "on demand" solo quando sono abbondanti.
Un altro esempio molto importante di bene disponibile on demand è l'energia elettrica, dove si suppone che ci sia energia in ogni momento, semplicemente attaccando la spina. La gestione della domanda di energia elettrica a livello di utenze domestiche è oggi piuttosto primitiva: consiste quasi unicamente nel fatto che la notte l'energia costa meno che di giorno e nei limiti di assorbimento di ogni utenza. Tutti siamo abituati ad avere energia quanto ci serve, senza limiti o quasi, e senza pensarci troppo. E' energia "on demand" resa possibile dai combustibili fossili a buon mercato che hanno giocato per tanti anni il ruolo del latte materno per la società industriale.
Siamo talmente abituati al fatto che l'energia elettrica sia disponibile on demand che ci sembra improponibile che la si possa ottenere dalle fonti rinnovabili. La critica che si sente spesso in proposito è "ma le rinnovabili sono intermittenti" come se questo mettesse la parola fine a ogni discussione (c'è chi ha scritto un intero libro su questo ovvio concetto; poteva risparmaiarsi la fatica). Ora, è chiaro che un impianto fotovoltaico, per esempio, non genera energia di notte e che un impianto eolico non ne genera quando non c'è vento. Ma la critica è concepita nell'ottica di un mondo che va rapidamente a sparire: quello di un sistema di produzione basato sui combustibili fossili che producono "on demand" a buon mercato.
Oggi, con la liberalizzazione del mercato elettrico, ci stiamo muovendo rapidamente verso un sistema della gestione della domanda di elettricità che va sotto il nome di "flessibilizzazione della domanda". Già lo si fa per le industrie che possono scegliere se acquistare energia a buon mercato, ma con il rischio di black out, oppure energia garantita, ma a prezzo più alto. Per i privati, questa scelta non esiste ancora, ma è possibile che ci si arrivi nel prossimo futuro. Tutto questo fa parte del concetto di "rete intelligente", dove sia la produzione come il consumo si adattano alle condizioni ambientali e di mercato. E' un modo per ottimizzare entrambe le cose in un sistema che può accomodare benissimo fonti intermittenti viste non come un'eresia ma come un ciclo di produzione che la domanda "flessibilizzata" può seguire.
Nel caso delle fonti rinnovabili intermittenti, la flessibilizzazione della domanda è una strategia alternativa a quella dell'immagazzinamento dell'energia. Non che l'energia elettrica non si possa immagazzinare; si può fare con bacini idroelettrici, batterie, aria compressa o altri metodi. Ma è sempre un costo aggiuntivo, per cui una rete veramente intelligente cercherà di ridurlo al minimo.
Così, potremmo trovarci ad avere energia a buon mercato verso mezzogiorno (quando gli impianti solari producono al massimo) e programmare - per esempio - di far partire la lavatrice in quel momento, oppure ricaricare le batterie dei veicoli. Oppure, potrebbe arrivarci la notifica di una perturbazione in arrivo: stasera verso le 9 ci si aspetta di avere il massimo produttivo degli impianti eolici; è un buon momento per accendere la pompa di calore a costi bassi. In un mondo futuro basato sulle rinnovabili, non è che in una notte senza vento uno dovrà restare al buio. Però bisognerà consumare l'energia immagazzinata, per esempio nei bacini idroelettrici, oppure generata dalla biomassa. In entrambi i casi, costerà più cara.
Tutto questo, per il momento, ci può sembrare remoto ma ci stiamo muovendo in questa direzione. Per approfondire, leggetevi l'ottimo articolo Flessibilizzazione della domanda di energia elettrica di Berizzi, Bovo e Chemelli.
Etichette: energie rinnovabili
lunedì, gennaio 05, 2009
Le auto corrono con energia verde elettrica, non gas
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Avere una flotta di veicoli alimentati a gas naturale (NGVs) significherebbe semplicemente sostituire la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio verso una dipendenza dal gas naturale, un altro combustibile fossile. E' dimostrato che gli Stati Uniti hanno appena il 3 per cento di riserve di gas naturale di tutto il mondo e che, anche senza un aumento della domanda di un flotta NGV che ne deriverebbe, il paese già consuma quasi un quarto di gas naturale mondiale. Con le percentuali attuali di consumo, le riserve degli Stati Uniti sono in grado solo di soddisfare la domanda nazionale di altri nove anni.
La produzione USA di gas naturale è rimasto relativamente costante nel corso degli ultimi due decenni ed è improbabile che possa aumentare nel lungo periodo, nonostante l'aumento del consumo. Di conseguenza, qualsiasi aumento della domanda è probabile che debba essere soddisfatta da un aumento delle importazioni. Alla fine degli anni '80, le importazioni nette USA di gas naturale, principalmente dal Canada, sono triplicate. L'US Department of Energy (www.energy.gov) prevede che entro il 2016 la maggior parte delle importazioni di gas naturale degli Stati Uniti proverranno da fuori del Nord America.
Con la Russia e l'Iran al vertice nell'elenco dei paesi con le più grandi riserve dimostrate di gas naturale, una crescente dipendenza dalle importazioni non farebbe altro che aumentare la vulnerabilità strategica degli Stati Uniti. Queste due nazioni, che insieme ad altre 14 controllano insieme quasi tre quarti del mondo riserve di gas naturale, sono membri del Gas Exporting Countries Forum (www.gecforum.org) (Forum dei paesi esportatori) che è stato istituito nel 2001. Mentre non vi è alcuna prova diretta che questi paesi stiano cercando di formare un cartello del gas naturale, durante la riunione annuale del Forum del 2005 si sono discusse le modalità per mantenere un soddisfacente prezzo elevato del gas naturale.
Proprio come il petrolio, il gas naturale è una risorsa "finita", non rinnovabile. Ciò significa che il passaggio ad una flotta di NGVs sarebbe, nella migliore delle ipotesi, a breve termine. Poiché il gas naturale diventa sempre più difficile da estrarre e più costoso, una flotta di NGVs all'incirca di 20.000 veicoli richiederebbero a sostegno l'installazione di stazioni di rifornimento di gas naturale , l'idea del gas dovrebbe semplicemente essere abbandonata.
Un investimento migliore è quello che sostiene una flotta di veicoli elettrici ibridi plug-in (PHEVs - ricarica delle batterie dalla rete elettrica), come la Chevy Volt programmata per la vendita nel 2010, che possono utilizzare l'attuale infrastruttura elettrica. Uno studio da parte del US Department of Energy's Pacific Northwest National Laboratory (www.pnl.gov) ha rilevato che se tutte le automobili degli Stati Uniti fossero PHEVs, l'attuale infrastruttura degli Stati Uniti potrebbe fornire energia per più del 70 per cento della flotta. La ricarica delle batterie potrebbe essere fatta soprattutto di notte, quando la domanda di elettricità è bassa. In una economia di energia domestica emergente basata su eolico, solare, geotermia e altre fonti di energia, la rete verde può sostituire i combustibili fossili come base di generazione elettrica che sarà anche alla base di un sistema di trasporti ecologici. Al di là della rete, sistemi di alimentazione distribuiti costituiti di celle solari su tetti, per esempio, potrebbe essere utilizzato anche per dare energia ai PHEVs.
Con l'odierno mix energetico, i PHEVs alimentati dall'energia elettrica di rete sono quasi tre volte più efficienti rispetto ai NGVs sulla base "well-to-wheel" (dal pozzo alla ruota ) se si considera l'intero ciclo di vita della fonte di energia e il combustibile dalla estrazione alla combustione per la propulsione dei veicoli. Ciò è dovuto al fatto che i motori a combustione interna, come ad esempio quelli usati dai veicoli di oggi alimentati a gas naturale per una flotta automobilistica, sono incredibilmente inefficienti. Solo il 20 per cento dell'energia del carburante è utilizzato per spostare il veicolo. L'altro 80 per cento è sprecata come calore. Pertanto, la scelta dei veicoli elettrici al posto dei veicoli NGVs può ridurre drasticamente la domanda di energia.
Questo fatto importante sembra essere sfuggito T. Boone Pickens, il leggendario magnate del petrolio del Texas che sta ora promovendo un piano per sostituire il gas naturale nel settore di produzione di energia elettrica con energia elettrica prodotta dal vento e utilizzare quel gas naturale reso disponibile per una flotta di NGVs. Bruciare gas naturale in un impianto a ciclo combinato sappiamo essere ben tre volte più efficiente della combustione del gas naturale utilizzato in una macchina. Comprendendo anche le perdite derivanti dalle apparecchiature elettriche di trasmissione, distribuzione, caricabatterie, generare energia elettrica da un impianto a gas naturale per caricare le batterie di una macchina elettrica sappiamo che è ben due volte più efficiente. Mantenere il gas naturale nel settore elettrico per produrre energia per una flotta di PHEVs è quindi la scelta logica. L'energia elettrica prodotta dal vento dovrebbe a sua volta sostituire l'elettricità prodotta da centrali termoelettriche a carbone, la fonte più inquinante di alimentazione.
In normali condizioni di guida, dal pozzo alla ruota (well-to-wheel) le emissioni di biossido di carbonio per i veicoli ad energia elettrica prodotta da centrali elettriche alimentate a gas naturale producono emissioni pari ad un quarto rispetto alle autovetture che direttamente bruciano gas naturale. Poiché un PHEV che opera in modalità solo elettrica non ha emissioni allo scarico, il trasporto elettrico può spostare la maggior parte delle emissioni di carbonio di milioni di veicoli elettrici agli impianti elettrici centralizzati, semplificando notevolmente il compito di controllare le emissioni.
Quando si rimpiazza l'energia elettrica prodotta da impianti a combustibili carboniosi con impianti eolici e solari le emissioni cumulative di anidride carbonica degli impianti centralizzati saranno notevolmente ridotte.
L'inquinamento da CO2 non è l'unica preoccupazione ambientale. Negli ultimi dieci anni, il calo della produzione di gas naturale convenzionale negli Stati Uniti è stato compensato dal ricorso a diverse fonti non convenzionali, come ad esempio metano coalbed, tight sandstones (arenarie), e di gas shales. Tra il 1998 e il 2007, questa produzione non convenzionale è aumentata dal 28 al 47 per cento della produzione totale. La crescente dipendenza da gas shales, in particolare, fanno aumentare le preoccupazioni per il consumo di acqua e la contaminazione. Estrazione di gas da questa fonte comporta fratture idrauliche, un processo che inietta acqua, sabbia, e prodotti chimici in scisti a strato a pressioni estremamente alte. Il processo può utilizzare milioni di galloni (1 gallone = 3,7854118 litri) di acqua per l'estrazione ed è ben noto che si verifichino delle perdite di sostanze chimiche nelle falde acquifere circostanti. Il Commissario del Dipartimento di Protezione Ambientale per la città di New York ha recentemente scritto al New York State Department of Environmental Conservation ( www.dec.ny.gov ) esprimendo le proprie preoccupazioni che riguardano le perforazioni per l'estrazione del gas naturale nelle formazioni Marcellus Shale che contamineranno la separazione delle acque di New York City, compromettere la potabilità dell'acqua. L'opposizione alla produzione non convenzionale è probabile che cresca in quanto le società del gas tentano di espandere le operazioni in più aree sensibili.
In materia di economia, guidare di veicoli elettrici è di gran lunga più conveniente che guidare veicoli a benzina o gas naturale. Negli Stati Uniti un'auto nuova può percorrere circa 30 miglia (1 miglio = 1,609344 chilometri) in media con un gallone di benzina (1 gallone = 3,7854118 litri), che costava $ 3,91 nel luglio 2008 (ultimi dati disponibili del prezzo del gas naturale). Viaggiare per stessa distanza con il gas naturale ha un costo di circa $ 2,51, mentre con l'elettricità, utilizzando l'attuale mix di generazione elettrica, il costo è di circa 73 cent di dollaro ( 58 eurocent).
Oltre ad essere più conveniente, l'elettricità è meno vulnerabile agli shock dei prezzi del gas naturale. L'elettricità può essere generata da diverse fonti di energia, così l'impatto di un possibile rapido aumento del prezzo di un qualsiasi combustibile di solito è temperato da prezzi più stabili per gli altri combustibili. Nella nuova economia delle energie rinnovabili, i prezzi dell'elettricità sarà "isolato" contro lo shock dei carburante, dal momento che l'energia dal vento e sole è abbondante e gratuita.
Mentre il prezzo dell'energia elettrica residenziale negli Stati Uniti è aumentato solo del 30 per cento dal 1995, il prezzo del gas naturale è più che triplicato a causa dell'aumento della domanda e dei costi di produzione. Con la rapida industrializzazione economie come la Cina e l'India si prevede che debbano competere con gli Stati Uniti per la richiesta di gas naturale, quindi i prezzi continueranno probabilmente la loro forte tendenza al rialzo.
La scelta del gas naturale per alimentare i nostri veicoli può portare gli Stati Uniti giù verso lo stesso costoso ed inefficiente percorso che ha creato la nostra dipendenza dal petrolio estero e la nostra dipendenza verso risorse che in ultima analisi, si esauriranno. La scelta di produrre elettricità verde può portarci in una nuova direzione-uno che porterà al miglioramento della sicurezza energetica ed una stabilizzazione del clima.
Tabelle e grafici qui http://www.earthpolicy.org/Updates/2008/Update79_data.htm
(*) Jonathan G. Dorn, Staff Researcher, holds a B.S. in Applied Biology, summa cum laude, from The Georgia Institute of Technology, a M.P.P. in Environmental Policy from University of Maryland, and a Ph.D. in Environmental Science from University of Arizona. He has served as an ORISE Fellow in the HIV Branch of the Centers for Disease Control and Prevention, an Environmental Fellow in the U.S. House of Representatives, and a field researcher at Estacion Biologica La Suerta in Costa Rica where he studied Lepidoptera species diversity. Jonathan has written and published articles on HIV variability and detection, bioremediation of hydrocarbons, GMOs and the WTO, and international environmental agreements, such as NAAEC. Jonathan’s current interests include climate change, water scarcity, and ecological economics. As a staff researcher at EPI, Jonathan contributes to on-going research projects and writes Plan B Updates. In his spare time, Jonathan enjoys home restoration projects, gardening, nature walks, and entertaining his cats.
(**)The Earth Policy Institute was founded May 2001 by Lester Brown and Reah Janise Kauffman to provide a vision of a sustainable future and a plan for how to get from here to there.
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domenica, gennaio 04, 2009
La cultura come abitudine statistica
Nelle popolazioni additate come "meno evolute", la terza voce è in genere trascurabile, proprio per la scarsa significatività del degrado ambientale in un sistema poco-niente industrializzato. Si pensi ad esempio alle piccole comunità di allevatori di alpeggio, o di pescatori in una costa scarsamente abitata, o di aborigeni. Ciò che attrae il turista occidentale, in effetti, è proprio questo stile di vita così diverso da quello frenetico in cui è immerso.
Etichette: consumi, fenomeni sociali, psicologia
sabato, gennaio 03, 2009
Riscaldarsi alla giapponese
Mi ricordo benissimo di come si faceva a scaldarsi a casa di mia nonna molti anni fa. Non c'era il riscaldamento centrale e nemmeno stufe; ho in mente l'immagine di mia zia che riempiva uno "scaldino" di ceramica con brace raccolta dalla cucina economica. Poi metteva lo scaldino sotto la sedia e avvolgeva sedia, scaldino e se stessa in una coperta. Mi ricordo di averlo fatto anch'io qualche volta, anche se da piccolo non mi era consentito toccare la brace. Ma vi posso dire che si stava che era una meraviglia.
E' un bel concetto quello di scaldare soltanto il volume intorno alla persona. L'ho ritrovato molti anni dopo quando ho abitato in Giappone durante un intero inverno. Questo è avvenuto svariati anni fa, ma mi dicono che le cose non sono molto cambiate oggi: gli edifici in Giappone hanno pareti sottili, niente doppi vetri, non c'è quasi mai il riscaldamento centrale. Per scaldare si usano più che altro pompe di calore elettriche. Sono abbastanza efficienti ma in un inverno a Tokyo, col freddo che fa, tenere accesi questi aggeggi al massimo tutto il tempo è rovinoso dal punto di vista economico. Questo non succede solo nelle case private; mi ricordo che anche all'università faceva un freddo vigliacco e che gli studenti si scaldavano con stufe di fortuna di vario tipo.
Non che ai Giapponesi manchino le capacità o le risorse di scaldare le case. Soltanto, mi è parso di capire che non gli interessa molto. Probabilmente è il risultato di un'antica tradizione; per i Giapponesi, in qualche modo, non c'è una gran differenza fra l'interno e l'esterno della casa. Se è freddo fuori, è giusto che in casa uno se ne accorga.
Questo non vuol dire che i Giapponesi siano dei masochisti; in effetti c'è un metodo tradizionale per scaldarsi in casa, il kotatsu, che gioca un po' il ruolo culturale del nostro caminetto (che non esiste in Giappone). Non è un attrezzo che si usa tutti i giorni, ma è ancora abbastanza comune nelle case.
Il kotatsu è semplicemente un tavolo basso "vestito" con una coperta tutta intorno. All'interno, c'è un riscaldatore; una volta era a legna, oggi è elettrico. Ci si siede intorno al kotatsu; nella versione tradizionale sopra dei cuscini, in quelle più moderne su delle sedie basse che danno appoggio alla schiena. Le gambe stanno sotto la coperta, al caldo. Il risultato è un bel riscaldamento della parte inferiore del corpo, mentre il resto può tendere al congelamento. Nella pratica, la cosa è molto più piacevole di quanto non si pensi: dalla mia esperienza sembra che la circolazione del sangue distribuisca abbastanza bene il calore dalle gambe al resto del corpo.
Per cui, seduti intorno al kotatsu, si sta divinamente. Di solito ci si siede con gli amici o in famiglia. Si può mangiare, bere saké, fumare, giocare a carte, guardare la televisione, tipicamente si mangiano i mikan, dei mandarini un po' aspri che vanno molto di moda in Giappone in inverno. Nella versione moderna, sono sicuro che il kotatsu è ideale per metterci sopra il notebook e lavorare senza farsi venire il freddo ai piedi (come sta succedendo a me in questo momento, mentre scrivo questo post). Inoltre, il kotatsu è la materializzazione del paradiso per i gatti di casa che ci si trasferiscono in pianta stabile. Il tutto richiede solo l'energia di una lampadina a infrarossi da 400 W che è regolata da un termostato e quindi neanche opera a tutta potenza tutto il tempo.
Il kotatsu rimane una cosa tipicamente giapponese, anche se mi dicono che ne esiste una versione simile in Iran. Volendo, se ne può importare uno dal Giappone, ma la cosa è complessa e costosa. Sto giocherellando con l'idea di costruirmene uno, cosa non difficile. Il problema è che, se sono sicuro che piacerebbe moltissimo ai miei gatti, non è detto che sia lo stesso per gli umani in famiglia.
Più che altro, il kotatsu è un concetto culturalmente alieno al modo di pensare che abbiamo oggi per quanto riguarda il comfort domestico; ovvero quello di riscaldare uniformemente tutta la casa. Se ci pensate, è un concetto un po' buffo; sarebbe come dover sempre tenere tutte le luci accese in tutte le stanze. Certo, tornare agli scaldini oggi sarebbe considerato cosa un po' strana. Però, spigolando su internet, ho trovato qualcosa che ha a che fare con l'idea di scaldare per irraggiamento solo certe aree della casa. Non so dirvi se questo sistema funzioni bene - non l'ho provato e non voglio fare pubblicità a nessuno. Ve lo cito soltanto come un'idea che mi sembra interessante e che è un modo di pensare sostanzialmente diverso da quello comune oggi.
A mio parere, la questione del riscaldamento domestico è una cosa ancora tutta da scoprire in un mondo in cui ci muoviamo verso una disponibilità più ridotta di energia. La soluzione a cui stiamo tendendo in occidente è quella di sigillare le case e isolarle dall'ambiente esterno al massimo possibile. In principio, è una buona idea, ma può darsi che ci siano altre soluzioni basate su "filosofie" differenti. Lo vedremo col tempo.
Un kotatsu del 1890, circa. Questo era riscaldato a carbone di legna, ma il concetto non è cambiato da allora. Da www.oldphotosjapan.com
Il kotatsu è comune nella vita quotidiana giapponese. Qui in una versione "manga".
Etichette: risparmio energetico
venerdì, gennaio 02, 2009
L'efficienza è un mezzo, non uno scopo

Tempo fa, mi è capitato di dibattere con un collega a uno dei soliti congressi sull'energia. Il collega in questione aveva presentato un suo progetto che mirava ad aumentare l'efficienza della combustione del carbone nelle centrali elettriche. Come succede spesso in questi congressi, non c'è mai tempo per un vero dibattito, per cui il nostro scambio è stato piuttosto indiretto. Tuttavia, chi ci ha ascoltato quel giorno, avrà probabilmente inferito dal tono di voce gelido e dalle nostre espressioni che io consideravo il collega un nemico dell'uomo intento a perfezionare un'arma di distruzione di massa e che lui mi considerava un ecoterrorista pericoloso, di quelli verdi fuori e rossi dentro.
Premetto, che conosco il collega come persona competente nel suo campo e non ho dubbi che il suo progetto potrebbe effettivamente portare a un miglioramento nell'efficienza di combustione del carbone. Ma rimane la mia perplessità sulla validità di impegnare cotanta competenza in quel particolare scopo.
Ma perplesso perchè, esattamente? Se fossimo arrivati a un vero dibattito, mi sarei trovato di fronte alla domanda: "ma perché ti opponi a migliorare l'efficienza delle centrali a carbone? Si emettono meno CO2 e meno inquinanti, si importa meno carbone dall'estero, si riduce il deficit commerciale del paese, si migliora la competitività del "sistema Italia." Insomma, Ugo, non sarai mica davvero malato di ideologia?"
Su questa faccenda dell'efficienza, il caso della centrale a carbone non è il solo dove ho dei forti dubbi. Tempo fa, a una mostra sull'energia rinnovabile a Roma campeggiavano due SUV - regolare motore diesel - nel bel mezzo del capannone pieno di pannelli fotovoltaici e impianti eolici. Ho chiesto all'espositore cosa ci stavano a fare li' e lui mi ha detto "sono piu' efficienti dei SUV normali". Un collega che era con me mi ha gentilmente tirato via per un braccio prima che esplodessi in escandescenze.
Insomma, se in nome dell'efficienza possiamo continuare a bruciare carbone o andare in giro con le SUV, allora c'è qualcosa di profondamente sbagliato nella faccenda. In effetti, mettere delle SUV che vanno con un motore diesel alla mostra delle energie rinnovabili oppure parlare di "carbone pulito" sono cose che non possono essere definite che forme di "greenwashing," ovvero sciacquare nella vernice verde cose che verdi non sono.
Ma perché, esattamente? In primo luogo, dovremmo cercare di definire che cosa intendiamo per "efficienza" (o "ecoefficienza"). Già qui ci accorgiamo che c'è un problema perché esistono varie definizioni:
1. Efficienza intesa rendimento nel trasformare i combustibili fossili in energia elettrica o meccanica. Questo è il caso della centrale a carbone di cui parlavo prima, ma anche quello dei SUV alla mostra sull'energia.
2. Efficienza intesa come rendimento negli usi finali dell'energia elettrica o del riscaldamento di edifici. Elettrodomestici di classe A, lampadine ad alta efficienza, doppi vetri, isolamento e simili.
3. Efficienza intesa come resa energetica di ciclo di vita (EROI o EROEI). Ovvero il rapporto fra l'energia investita e l'energia ottenuta durante tutto il tempo di vita da un certo impianto.
4. Efficienza intesa come resa di conversione della luce solare da parte dei pannelli fotovoltaici o a concentrazione.
5. Efficienza intesa come resa definita come il rapporto fra il PIL prodotto e l'energia consumata nell'economia in generale. Spesso semplicemente definita dagli economisti come "efficienza".
Allora, cosa si intende esattamente quando si parla di "migliorare l'efficienza"? Una in particolare o tutte queste cose? E quando miglioriamo l'efficienza, siamo sicuri di stare migliorando qualcosa che vale la pena di migliorare? Più in generale, dov'è che vale veramente la pena di spendere soldi e risorse? Che cos'è che è vero miglioramento e che cosa invece solo "greenwashing" ("dipingere di verde")?
Ci ho pensato sopra e sono arrivato a una conclusione, ovvero che dovremmo stare attenti a come usiamo i termini "efficienza" e "ecoefficienza." Dovremmo chiarire il punto fondamentale che è:
Questo concetto lo possiamo applicare a tutte le definizioni che abbiamo elencato più sopra. Vale la pena di migliorare l'efficienza se lo scopo è buono. E questo non è sempre il caso. Per esempio: demolite una fabbrica, licenziate gli operai, costruite al suo posto una banca o un centro commerciale e noterete che questo fa aumentare l'efficienza così come definita al punto 5 dell'elenco dagli economisti. Questa è una buona cosa? Forse certi economisti direbbero di si, ma credo che pochi sarebbero daccordo. Non è decisamente il caso di distruggere le fabbriche in nome di questo tipo di "efficienza".
Altro esempio: ci sono celle fotovoltaiche "ad alta efficienza" che hanno rese di conversione vicino al 40%. Efficientissime, ma costano talmente care che non servono a nulla nella pratica. In questo caso, è la resa di EROEI che conta. Non che non si debba lavorare su celle che hanno più alte resa di conversione, ma perlomeno rendiamoci conto di qual'è la priorità: ci servono celle con alto EROEI, non necessariamente con alta resa di conversione.
In termini più generali, possiamo dire che esiste uno scopo che dobbiamo sempre preoccuparci perseguire. Lo scopo è quella cosa che si chiama sostenibilità. Anche qui, bisogna evitare il greenwashing e le fesserie che si dicono in giro. C'è una sola possibile definizione di sostenibilità che è:
Ovvero, una condizione in cui si usa energia solare come fonte primaria e si riciclano tutte le materie prime. Questa è la condizione di base del concetto del "C2C" ("cradle to cradle", ovvero dalla culla alla culla) di cui accenno nella nota in fondo. Armati di questa definizione, come pure quella che ci dice che l'efficienza e un mezzo e non uno scopo, possiamo esaminare la logica del punto dal quale siamo partiti. Vale la pena spendere soldi e risorse per costruire SUV o centrali a carbone più efficienti?
La risposta è "no". Costruire SUV o centrali a carbone più efficienti non ci avvicina alla sostenibilità, anzi ce ne allontana per delle ottime ragioni. Se si fa una SUV che consuma un po' meno per chilometro percorso, la cosa più probabile è che il proprietario si potrà permettere di fare più chilometri e quindi consumerà la stessa quantità di gasolio di prima. Questo è si chiama il "paradosso di Jevons", ma non è affatto un paradosso: è una cosa ovvia e che succede sempre. Fateci un po' caso e troverete esempi dappertutto.
Potrebbe anche essere che il proprietario decida di non aumentare il chilometraggio percorso e che la SUV consumi effettivamente una quantità minore di gasolio. Di conseguenza, si ridurrà un po' la domanda di combustibili fossili; questo ne farà abbassare leggermente i prezzi e causerà un aumento dei consumi in altri settori. Questa è un'altra forma del paradosso di Jevons, detto anche "effetto rebound" o "postulato di Khazzoom-Brookes (non ne ho colpa io: qui tali si chiamano così).
C'è una sola eccezione a questo ragionamento. Potrebbe essere utile aumentare l'efficienza di processi non rinnovabili se la riduzione di prezzi generata fosse assorbita interamente in tasse più alte in forma di "carbon tax". In questo caso non si verifica il paradosso di Jevons a livello dell'utente finale. Ma il governo cosa ne fa del ricavato delle tasse extra? Potrebbe utilizzarlo per fare cose utili, tipo incentivare le energie rinnovabili, ma i governi non sono particolarmente noti per spendere bene i soldi delle tasse che incassano ed è probabile che anche qui si verifichi qualche forma di paradosso di Jevons, stavolta a livello di spese dello stato.
In sostanza, migliorare l'efficienza dei SUV, delle centrali a carbone, degli inceneritori o cose del genere ci allontana dalla sostenibilità perchè, normalmente, per migliorare cose che non vale la pena di migliorare si sprecano risorse che potrebbero essere meglio usate. Questa conclusione si applica anche a processi "a valle". Se l'energia elettrica viene dal carbone, usare lampadine ad alta efficienza ha lo stesso problema: è come aumentare la resa della centrale stessa. Quindi è soggetto al paradosso di Jevons e al postulato di quegli altri due tali dal nome strano.
Ovviamente, la cosa è diversa se l'energia elettrica viene dall'energia rinnovabile: in questo caso è perfettamente sensato - anzi obbligatorio - mettere lampadine ad alta efficienza, usare lavatrici di classe A, eccetera. L'energia risparmiata, in questo caso, può venire effettivamente utilizzata per cose utili. La mia energia elettrica viene in gran parte dal mio impianto fotovoltaico, per questo le mie lampadine sono tutte ad alta efficienza.
Nella realtà pratica, in Italia l'energia elettrica viene principalmente dai fossili, per cui la mia conclusione è che le lampadine "ecoefficienti" sono meno prioritarie di altre cose. Ovvero, se uno le vuole mettere per risparmiare (e in effetti risparmia) fa bene se quello che risparmia lo mette da parte per cose utili; magari per contribuire al costo di un impianto fotovoltaico. Ma se lo usa per contribuire al costo di una SUV, allora è inutile.
Insomma c'è un problema di priorità. Le risorse sono limitate; le possibilità di migliorare questa o quella cosa sono tantissime: da dove dovremmo cominciare? Io credo che dobbiamo cominciare subito usando quello che ci resta (ormai non tantissimo) per lo scopo che mi sembra fondamentale:
ovvero energia rinnovabile e riciclo delle materie prime. Io credo che questa sia una priorità fondamentale e prima cominciamo meglio e, altrimenti rotoleremo lungo la china discendente del picco di Hubbert senza possibilità di salvezza.
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Qui mi sono limitato ad accennare alcuni elementi di una questione molto complessa e che ha a che fare con il principio "C2C" (cradle to cradle, dalla culla alla culla). Questo principio è la base per la costruzione di una società durevole e vivibile. Ma ci vuole un pò di tempo per spiegare questo concetto, quindi per ora mi limito a rimandarvi al sito di Ignasi Cubina (in Spagnolo, Catalano e Inglese) che mi ha iniziato al concetto di C2C.
Etichette: C2C, efficienza
giovedì, gennaio 01, 2009
Il riciclaggio dei regali
Non è da molti anni che sono venuto a conoscenza del fenomeno del riciclaggio dei regali. Questo fenomeno consiste, come si può intuire, nel regalare ad altri i regali ricevuti. La prima impressione che mi feci fu quella di un fenomeno molto squallido, e che io non avrei mai fatto niente del genere.
Ultimamente sto rivedendo questa posizione, non nel senso che abbia iniziato a riciclare regali ma nel senso di rivedere tutto il fenomeno.
Il dono ha un significato antropologico molto importante: serve a rinsaldare la solidarietà fra le persone e prevede che il ricevente faccia a sua volta un dono verso la persona da cui lo ha ricevuto. Fu l’antropologo Marcel Mauss ad indagare antropologicamente questo fenomeno. Forse le cose sono però un po’ più complesse e forse un po’ diverse da come le aveva intese questo studioso.
Non è il caso di addentrarsi in una complicata spiegazione antropologica del dono ma limitarci alla situazione odierna.
In passato, in condizioni di penuria, il regalo nei ceti popolari aveva sicuramente un valore d’uso e non andava sprecato.
Ricordo che quando ero ragazzino nelle settimane successive al matrimonio gli sposi ricevevano amici e parenti. Gli sposi offrivano ai visitatori una tazza di caffè oppure un bicchierino di rosolio mentre ricevevano in regalo derrate alimentari o generi di conforto come pacchi di caffè, di zucchero, di pasta, di riso e cose simili.
Adesso però le cose sono cambiate rispetto al passato!
Ricordo che qualche tempo fa fra colleghi di lavoro si trattò di decidere di quale regalo fare ad un collega che andava in pensione. Qualcuno fece la proposta di regalare una stampa artistica ma decidemmo di chiedere ad una collega (al momento non presente) che conosceva meglio il collega che andava in pensione. La risposta fu di eliminare quella proposta perché il pensionando aveva la cantina piena di regali simili.
Ricordo che molti anni fa una amica mi regalò un profumo. Non faccio uso di profumi ma, visto che lo ebbi in regalo, in seguito, 2-3 volte all’anno, lo ho usato. La conseguenza è che adesso ho 7-8 confezioni di profumi, alcuni delle quali mai aperte e il profumo di quella amica non è ancora esaurito. Alcune volte ho usato uno di questi profumi come deodorante per il bagno, usando la boccetta come quando il prete benedice la casa con l’acqua santa.
Il motivo del riciclaggio del regalo risiede nella mancanza di valore d’uso per il ricevente del regalo stesso per cui a conti fatti è meglio riciclarlo che buttarlo via o accantonarlo in soffitta o in cantina.
Per il fenomeno regali penso che sia avvenuto quello che ultimamente è successo nella finanza: ambedue hanno perso ogni contatto con la realtà.
Quale sbocco dare al fenomeno dei regali, in un contesto caratterizzato dalla prospettiva dell’esaurimento dei combustibili fossili e del rischio del venire meno di molti equilibri ecologici? La soluzione al fenomeno dei regali potrebbe essere anche un modo di impostare migliori rapporti sociali.
Una cosa da fare sicuramente è quella abbandonare l'idea di regali legati a gusti personali che non si conoscono.
I genitori, nel caso di feste per il proprio figlio, potrebbero dire chiaramente di non accettare regali. In questo caso una soluzione potrebbe essere quella di accettare denaro che poi i genitori potrebbero utilizzare per acquistare regali “mirati” per il figlio.
Per i bambini, sarebbe bello che genitori, parenti ed amici insegnassero dei giochi o raccontassero delle storie invece che coprirli di regali inutili.
Sarebbe bello che si fosse disponibili verso gli amici e verso i parenti nel caso di esigenze reali, come quella di badare al bambino oppure ad un genitore non autonomo nel caso di loro assenza.
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