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giovedì, giugno 05, 2008

I Rifiuti di Granada VIII - Il filo per i panni da plastica riciclata


Un filo per panni fatto con plastica recuperata dalla cooperativa dei riciclatori di San Paolo del Brasile (cortesia di Jutta Gutberlen). Una piccola cosa, ma anche una dimostrazione che si possono fare delle cose concrete con un po' di buona volontà. Per ulteriori informazioni, vedete il sito del "participatory sustainable waste management project" (PSWM)


Concludo - per ora - con questa immagine la serie dei post sul convegno "Waste Management 2008" di Granada. Ho ancora dei post in preparazione, ma credo che sia il tempo di lasciare il blog anche ad altri argomenti. Spero che abbiate trovato degli spunti interessanti in questa serie; personalmente mi limito a dire che è stata forse la conferenza più interessante alla quale ho mai partecipato. Grazie a tutti per l'attenzione e torneremo poi sull'argomento

mercoledì, giugno 04, 2008

I rifiuti di Granada VII - la cucina atomica del Dr. Anilir

Serkan Anilir descrive la sua cucina autonoma al convegno "Waste Management 2008" di Granada


La prima impressione che ho avuto di Serkan Anilir si può descrivere con le classiche parole "questo è matto da legare". In effetti, a sentire il suo progetto è difficile pensarla altrimenti. E' partito con l'idea di un piccolo inceneritore sotto il lavello della cucina (!!). Poi manda la CO2 che si forma a un reattore che la fa interagire con idrogeno creato da un elettrolizzatore alimentato dal generatore connesso all'inceneritore. Poi ha trovato il modo di connettere il tutto a un sistema idroponico che produce anche insalata. Mi aspettavo da un momento all'altro che dicesse che c'era anche un piccolo reattore nucleare nel WC o da qualche parte. Non l'ha detto, ma c'è andato vicino quando ha menzionato la De Lorean del film "Ritorno al Futuro" come sua fonte di ispirazione.

Bene, chiaramente Anilir ha esagerato, però io credo che, passato il primo shock, quello che sta facendo vada valutato con attenzione; soprattutto per il suo valore innovativo.

Non tutto quello che è innovativo deve per forza essere meglio di quello che non lo è. Però, in un mondo come il nostro, che cambia a una velocità pazzesca, se non riusciamo a innovare siamo condannati. Questo è un concetto particolarmente importante per quanto riguarda la questione dei rifiuti dove sto notando sempre di più la tremenda resistenza che c'è in tutti i settori contro l'innovazione.

Vedete, per me quello dei rifiuti è un mondo piuttosto nuovo. Io sono abituato a lavorare nel campo dell'energia. Con l'energia, se hai qualcosa di appena un po' innovativo, industrie e istituzioni te lo strappano letteralmente dalle mani. Nei rifiuti, se hai l'idea del secolo, il massimo che ottieni da assessori e gestori è un'occhiata distratta e un "oh-hum". Ho sentito a un convegno il rappresentante di un azienda nazionale di gestione dire che sui rifiuti "non si deve fare ricerca" perché "poi le cose non funzionano" (lo giuro, ha detto proprio così).

Ci sono delle ragioni per questo differente comportamento e credo di averle identificate. Quello dell'energia è un mondo competitivo dove valgono, più o meno, le regole del mercato. Se hai una trappola per topi migliore di quella dei tuoi concorrenti, il mercato è tuo. Non sempre è così, ma nel complesso la regola vale. Ma, nel campo dei rifiuti, non c'è un vero è proprio mercato. Ci sono le amministrazioni locali che, in teoria, dovrebbero cercare di scegliere le soluzioni migliori per conto dei cittadini. Nella pratica, esiste sempre il rischio che i membri di dette istituzioni si mettano daccordo con le aziende che gesticono i rifiuti non in funzione del benessere dei cittadini ma del proprio benessere personale. In sostanza, il mercato non se lo piglia chi ha la trappola per topi migliore, ma chi da una mazzetta al funzionario che sceglie quali trappole comprare.

Ne consegue che la migliore gestione dei rifiuti, e anche la più innovativa, la dovremmo trovare dove c'è la miglior qualità della pubblica amministrazione. Ora, se da noi ci lamentiamo tanto dei nostri amministratori, evidentemente qualche ragione c'è e io sospetto che questo sia il motivo per il quale i rifiuti sono ammistrati così male da noi. In contrasto, dovremmo vedere la buona gestione dove le strutture amministrative sono tradizionalmente di buona qualità.

Il paese che ha probabilmente la migliore pubblica amministrazione al mondo è il Giappone, questo ve lo posso dire anche perché ci ho vissuto per un certo periodo. Laggiù, con la densità di gente che c'è, se fanno uno sbaglio nella gestione dei rifiuti è un disastro, altro che Napoli!! In effetti, però, se andate a Tokyo, di rifiuti non ne vedrete nemmeno traccia; non ci sono nemmeno i cassonetti lungo le strade. E' tutto raccolta condominiale e domiciliare; tutto viene raccolto, riciclato, compostato e incenerito localmente, tipicamente sotto il parco pubblico di quartiere. Sono evolutissimi e soltanto in Giappone potreste trovare un progetto nominato "super eco-town" riferito a Tokyo. E indovinate da dove viene lo studio del prof Serkan Anilir? Dall'università di Tokyo!

La società giapponese, in effetti, è una società fortemente favorevole all'innovazione tecnologica. Sono abbastanza sicuro che se il direttore di una società che gestisce i rifiuti dicesse pubblicamente che non bisogna fare ricerca perché poi le cose non funzionano, beh, credo che lo darebbero al cuoco del Teppan-Yaki, quello col coltellaccio, per farne un arrosto a fettine.

Ripeto che l'innovazione non è di per se il miracolo infallibile, ma certamente, in Italia, sapere che si tolgono i soldi alla ricerca scientifica per finanziare il buco del bilancio dell'Alitalia non ci da molta fiducia nel nostro futuro. Con la crisi dei rifiuti, ci stiamo dimostrando incapaci di innovare; sembra che siamo solo capaci di imporre con la forza soluzioni obsolete.

Fatte le dovute proporzioni e correzioni, invece, la cucina atomica del Dr. Alanir potrebbe essere una buona sorgente di ispirazione anche per cose come la crisi di Napoli. Certo, non possiamo mettere un inceneritore sotto ogni lavello, ma l'idea di incoraggiare i cittadini a rendersi responsabili eautonomi nei riguardi dei loro rifiuti è quella giusta.



Potete leggere una descrizione del lavoro di Serkan Alanir in questo articolo. Tokyo me la ricordo come la città più pulita che abbia mai visto in tutta la vita. Trovate qui una descrizione delle politiche di gestione e trattamento dei rifiuti a Tokyo






[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

martedì, giugno 03, 2008

I rifiuti di Granada VI - l'esplosione del salgemma


Vladimir Dubinko parla dei suoi esperimenti sulla stabilità dello stoccaggio di scorie radioattive alla conferenza "Waste Management 2008" a Granada.


Le grandi conferenze scientifiche sono sempre molto dispersive e faticose. Giri da una sessione all'altra, trovi che certe cose che ti sembravano interessantissime dal titolo, in realtà non ti interessano per niente. Trovi oratori bravi e oratori che non si capisce neanche di cosa parlano. Trovi un po' di tutto e il risultato finale è una specie di sfinimento mentale che ti coglie e ti fa stravaccare su una sedia con gli occhi vitrei e puntati all'infinito.

Ma, certe volte, ti capitano sorprese piacevoli. Una di queste è stata la presentazione di Vladimir Dubinko, ricercatore ukraino. Uno dei soggetti di questa conferenza erano i rifiuti radioattivi e Dubinko ha fatto vedere i suoi risultati sullo stoccaggio delle scorie radioattive dentro quelle che in inglese si chiamano "salt dome" e che in italiano vanno sotto il nome di "formazioni saline" o semplicemente salgemma. Il sito di stoccaggio di Scansano di cui si è parlato qualche tempo fa, era di questo tipo. L'idea è che questi siti sono stabili da diverse centinaia di milioni di anni; pertanto sono un buon posto per immagazzinare le scorie radioattive

Dubinko però ha scoperto un problema. Ha visto che esponendo il salgemma (NaCl) alle radiazioni, si formano delle bolle di cloro all'interno della struttura. Queste bolle indeboliscono il solido e alla fine lo fanno letteralmente esplodere. E' un fenomeno abbastanza noto nella scienza dei materiali. A me è capitato scaldando un blocco di silice; sembrava una roccia indistruttibile e, invece, è andato in un milione di pezzi portandolo solo a 300 gradi. Dopo abbiamo scoperto che conteneva delle minuscole inclusioni di carbonato di calcio che, scaldando, rilasciavano CO2 gassoso. Dubinko l'ha visto succedere con il salgemma irradiato, ma non solo; anche su altre rocce in teoria resistenti, come il granito. Una perfetta illustrazione del principio di Lao Tsu che diceva (mi pare) "chi è duro alla fine si spezza".

Ora, non mi fate sproloquare di cose di cui so poco. Non mi intendo di scorie radioattive e ancora meno di stoccaggio geologico. Però, la presentazione di Dubinko mi ha fatto vedere problemi che non sospettavo esistessero. Se mettiamo le scorie in queste salt dome impermeabili; ci resteranno davvero per milioni di anni? Oppure la radioattività spaccherà tutto molto prima, facendo penetrare acqua e sparpagliando le scorie dappertutto?

Non è detto che il fenomeno che Dubinko ha trovato in laboratorio si verifichi anche nella pratica. Non ci sono dati affidabili su cosa potrebbe succedere in un milione di anni, o fra mille anni, o anche solo pochi secoli. Non è affatto detto che Dubinko abbia dimostrato che lo stoccaggio nel salgemma o nel granito non sia sicuro. E', comunque, un'illustrazione dell'immensa complessità di queste cose e della difficoltà di gestirle correttamente,

La cosa mi ha fatto più che altro riflettere su quelli che vorrebbero risolvere la questione del nucleare in italia a colpi di referendum. Ovvero ridurre tutta questa faccenda difficile e complessa a una scelta fra nucleare si e nucleare no; con da una parte alcuni che ti raccontano di quanto è bello e perfettamente sicuro il nucleare e dall'altra quelli che ti portano una sfilata di gente vestita da mutanti del post-olocausto. La cosa è un tantinello più sottile ma, purtroppo, i nostri metodi decisionali sono rimasti all'800 e non ammettono altre risposte che non siano "si oppure "no". Più si va avanti, più il mondo diventa complicato. Più diventa complicato, più sembra che siamo incapaci di gestirlo.


Anche queste cose si imparano a una conferenza sui rifiuti. L'articolo di Dubinko, in inglese, lo trovate a questo link.






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I rifiuti di Granada V - Il picco dei rifiuti

Il modesto sottoscritto (Ugo Bardi) fa la sua presentazione al convegno di Granada sui rifiuti


Oggi è stato il mio turno alla conferenza. Ho parlato del "picco dei rifiuti", (peak waste). E' il risultato di una ricerca che sto facendo da un po' di tempo dove cerco di applicare ai rifiuti gli stessi modelli che si usano per il petrolio. Il risultato è inequivocabile, stiamo piccando e non lo dicono solo i modelli: i dati sperimentali sono abbastanza chiari. L'Europa è già in declino in termini di produzione di rifiuti domestici, gli Stati Uniti sono sul loro picco dei rifiuti, l'Italia, come al solito in controtendenza su tutto, vede la propria produzione di rifiuti tuttora in rapido aumento, anche se con qualche tendenza a rallentare.

Non c'è gran che da stupirsi di questo risultato: in un mondo finito niente può continuare a crescere all'infinito; figuriamoci i rifiuti. L'economia mondiale è come un grande macchinario. Se ha meno carburante, comincia a girare più piano, e produce anche meno gas di scarico. Da questo, deduco che nel futuro avremo meno rifiuti e dovremo cominciare a deciderci a considerarli per quello che sono: ovvero una preziosa sorgente di materie prime che saremo sempre più in difficoltà a ottenere dalle sorgenti tradizionali. Ho detto nella mia presentazione che "we can't anymore waste our waste" che non riesco a tradurre esattamente in italiano, ma vuol dire che non possiamo più "sprecare i rifiuti".

L'accoglienza alla mia presentazione è stata abbastanza incoraggiante. Mentre parlavo, vedevo molta gente annuire, convinta. Qualcuno mi quardava come se fossi un marziano ma, dalle domande e dalle discussioni che ho avuto dopo, ho visto che il messaggio è senz'altro passato, a parte alcuni dei soliti impervi. Anche il chairman, che mi aveva fatto qualche domanda critica, è venuto fuori essere una bravissima persona, convinto della necessità di introdurre le energie rinnovabili e che era più che altro rimasto scioccato quando ha capito che il picco del petrolio - di cui ho anche parlato - rischia di causare una grave crisi alimentare nei paesi poveri.

C'erano state un altro paio di presentazioni dove facevano vedere previsioni sulla produzione dei rifiuti: poco più che estrapolazioni lineari. Brave persone questi, ma l'industria dei rifiuti è terribilmente indietro rispetto all'industria petrolifera. Quest'ultima è addirittura ossessionata dalle predizione del futuro mentre sembra che chi si occupa di rifiuti non sia particolarmente interessato a sapere che cosa si dovrà aspettare anche a soli pochi anni di distanza.

In sostanza, mi è parsa un'udienza molto ricettiva e interessata. Molto più sveglia dell'udienza media dei convegni sui rifiuti in Italia, dove anche ho presentato questi stessi risultati ma, il più delle volte, nella quasi totale indifferenza. La sessione di oggi mi conferma l'impressione che ho avuto fin dall'inizio di questa conferenza: Molta di questa gente, anche se non tutti, credono a quello che fanno e hanno una visione etica evoluta e apprezzabile. Molti ricercatori europei e nord-americani sono impegnati in collaborazioni con i paesi poveri, e ci sono molti rappresentanti anche dai paesi poveri. I problemi sono enormi dappertutto, ma forse i "poveri" sono partiti col piede giusto. Non potendo permettersi trattamenti hi-tech come i megainceneritori, riciclano al meglio possibile e nel contempo fanno ingegneria sociale cercando di aiutare le fasce più povere. Un giorno o l'altro ci troveremo a doverli rincorrere e ce lo saremo meritato.



L'articolo che ho presentato alla conferenza di Granada, scritto in collaborazione con Alessandro Lavacchi, lo potete trovare iscrivendovi al forum "nuove tecnologie energetiche" (link in alto a destra) e scaricandolo dalla sezione "file"




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lunedì, giugno 02, 2008

I Rifiuti di Granada IV - la conferenza


Jutta Gutberlet dell'Università di Victoria (Canada) parla della sua esperienza con la
gestione dei rifiuti di San Paolo, in Brasile.


Come avrete notato, ho investito un bel po' di tempo e di risorse sulla conferenza sui rifiuti di Granada. Avevo l'idea che ne sarebbe valsa la pena e oggi ve lo posso confermare. Ne valeva la pena. Assolutamente. Completamente. Senza l'ombra di un filo di dubbio.

La conferenza è cominciata subito benissimo stamattina con la prima presentazione invitata di Arjan van Timmeren dell'università di Delft, Olanda. Ha parlato del concetto di "metabolismo urbano", che è una variazione sul tema generale di "ecologia industriale". Van Timmeren parla di un concetto estremamente ambizioso; il riciclo totale, non solo di quello che noi chiamiamo "RSU" (rifiuti solidi urbani) ma anche dei rifiuti organici umani. Ha realizzato dei sistemi completi a vari livelli, dalla casa singola all'intero quartiere. Sono quasi delle astronavi urbane, che mettono in pratica sulla terra quello che si fa nello space shuttle, in effetti la sua "vacuum toilet" sembra essere derivata da quella dello shuttle. Ma sulla terra si può anche ottenere energia dal biogas dei rifiuti di origine umana. A parlarci, van Timmeren è il perfetto profilo dell'aspista, si occupa anche di dirigibili (!!).

Dopo un talk come quello di van Timmeren ho pensato che me ne potevo anche tornare a casa; non avrei potuto sentire niente di meglio. Invece, oggi pomeriggio ho sentito Jutta Gutberlet , dell'università di Victoria, in Canada, parlare dell'integrazione della raccolta e il riciclo dei rifiuti nel tessuto sociale del Brasile. L'idea è di dare un lavoro e un reddito agli "outcast" brasiliani. Sembra che la cosa abbia funzionato alla grande. Una fascia sociale disprezzata e respinta ha acquisito una logica e un posto nella società. Sono diventati grandi esperti nel separare i materiali e la gente li conosce e li apprezza. Dice che li invitano anche a bere il caffé e a chiaccherare quando passano. Le ho chiesto se non si potrebbe fare la stessa cosa con in nostri Rom, e lei mi ha detto "perché no?". Già, in effetti, perché no? Persona molto interessante questa sig.ra Gutberlet; di genitori tedeschi è cresciuta in Brasile e ora vive in Canada. Parla inglese, tedesco, portoghese, spagnolo e anche un po' di Italiano.

Finito qui? No, in realtà ho avuto un ulteriore illuminazione; anche se forse non così potente come quella ricevuta dalla Gutberlet. Ho fatto una lunga chiaccherata con il chairman della conferenza, il prof. Carlos Brebbia. Anche lui è una personalità estremamente interessante. Argentino, ingegnere civile di formazione, è il direttore del Wessex Research Institute. Si occupa un po' di tutto, una classica mente poliedrica. Si occupa anche di deforestazione. Abbiamo scambiato idee; lui ha fatto uno studio specifico sulla deforestazione in Islanda, io lo sto facendo sull'Irlanda.

Brebbia mi ha illuminato in particolare su una cosa: vedete, con il fatto di andare a questa conferenza mi era rimasta una perplessità di fondo; non avrei dovuto piuttosto fare il bravo professore universitario di chimica e occuparmi solo di molecole come fanno i miei colleghi? Brebbia mi ha dato questa piccola illuminazione zen dicendomi "se vuoi fare qualcosa di utile devi diventare interdisciplinare e questo non è compatibile con quello che si fa all'università".

Eh, beh, Brebbia ha proprio ragione. L'università, in tutto il mondo, non ammette competenze interdisciplinari, premia invece la specializzazione. Questo rende estremamente difficile occuparsi di cose così profondamente interdisciplinari come l'ecologia industriale, il metabolismo urbano o anche semplicemente di rifuti visti come qualcosa di un pochino più variegato e complesso di un combustibile per gli inceneritori. Meglio detto, non è che nessuno te lo impedisca, ma non ne vieni premiato. In Italia, deve essere un problema più serio che in altri posti del mondo. Non che non ci siano italiani in questa conferenza e non fatemi dir male di loro perché mi sono parse bravissime persone. Ma indovinate in quale sessione sono concentrati? Indovinate anche qual'è l'unica sessione che ha un chairman italiano? Indovinato? Quella sugli inceneritori. Meno male che qui almeno li chiamano "incinerators" e non qualcosa tipo "thermalvaluegenerators".





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domenica, giugno 01, 2008

I rifiuti di Granada III - non c'è peggior disgrazia che esser ciechi a Granada



Dale limosina, mujer, que no hay en la vida nada como la pena de ser ciego en Granada

Fagli l'elemosina, moglie, perché non c'è peggior disgrazia in vita di esser cieco a Granada

Francisco Alarcón de Icaza



E' la geografia che determina la storia e, in qualsiasi posto ti capita di viaggiare, ci vuole abbastanza poco per cogliere i segni del passato. Granada è a metà fra le montagne della Sierra Nevada e la pianura dell'Andalusia. Le montagne innevate significano acqua; la pianura significa agricoltura. Queste pianure devono essere state fertili e ricche. Allo stesso tempo, per chi viveva in queste zone, la montagna portava ricchezza in forma di legname. Non c'è da stupirsi che l'Andalusia sia stata la sede di una raffinata civiltà, quella dell'ultimo reame arabo, fino alla reconquista nel 1492. Ma la pianura è oggi in gran parte deserto o, al massimo, sostiene l'olivicultura. Da quello che posso vedere dalle mappe di Google, le montagne a Est di Granada sono molto malridotte e spelacchiate.

Non ho trovato molti dati sulla deforestazione della Sierra Nevada, ma mi sembra probabile che sia stata completata dagli Arabi verso gli anni che hanno seguito la grande pestilenza medievale, ovvero dal 1400, circa. A quel punto, non è rimasta che la decadenza che fa seguito a tutte le deforestazioni. Una delle cause della decadenza che segue la deforestazione è che non c'è più il carbone di legna che serve a fare l'acciaio, e con quello si fanno le armi. Amin Maalouf, scrittore Libanese, ci racconta in "Leone l'Africano" di come i difensori di Granada al tempo della reconquista non solo non avessero cannoni ma non sapessero nemmeno utilizzare quelli catturati ai Castigliani. Non è necessariamente una verità storica, ma se Maalouf l'ha raccontata vuol dire che c'era qualche leggenda del genere e, si sa, le leggende hanno spesso una base storica.

In questo caso, quella di Granada è stata una decadenza lenta che ci ha lasciato una città vecchia molto elegante, con tante fontane e pareti ricoperte di azulejas colorate. Granada, come tutta la Spagna, ha ricominciato a espandersi solo in termin moderni, con l'energia che viene dal petrolio. Ora, come in tutto il mondo, intorno alla città vecchia c'è una cintura di edifici moderni, autostrade, e centri commerciali. Che sia petrolio o foreste, cambia poco, una volta che la risorsa è stata sfruttata fino in fondo non rimane che "rientrare". Agli antichi Moriscos di Granada è toccato un ritorno abbastanza dolce. Vedremo che cosa capiterà a noi.


Cosa c'entra tutto questo con la conferenza sui rifiuti? Beh, non tanto, ma in effetti i rifiuti sono una conseguenza del sovrasfruttamento delle risorse e sembra che ci sia una certa cognizione in questo ambiente che le foreste e la deforestazione sono cose importanti da tutti i punti di vista. Gli organizzatori hanno regalato a tutti i partecipanti un libro sulle foreste del Wessex, dove sta l'istituto che organizza il convegno. Oltre a quello, ci hanno dato il librone degli atti: 917 pagine. Me lo sto guardando con calma. Domani cominciano i lavori.




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