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mercoledì, settembre 16, 2009

De Reditu



A dimostrazione dell'interesse che abbiamo per il tempo della caduta dell'Impero Romano, nel 2003 è uscito un film intitolato "de Reditu", tratto piuttosto liberamente dal testo di Rutilio Namaziano e che ci racconta della condizione dell'Impero nei primi anni del quinto secolo. E' stato ben poco nei cinema e il dvd non si trova in nessun posto. Sono riuscito però a scaricarlo da Internet (ringrazio Fabio Santoni per il link) e ora ve ne passo un breve commento.

Il "De Reditu Suo" è un documento raro che abbiamo dal tempo della dissoluzione dell'Impero. Scritto da un patrizio Romano in fuga dalla città ormai diventata invivibile, ci presenta un quadro impressionante di un mondo che stava scomparendo rapidamente. Nei primi anni del quinto secolo, Namaziano viaggia in nave verso la Gallia e ci parla di strade crollate, città abbandonate, fortezze in rovina, disordini e guerre. Insomma, gli ultimi anni di un impero che poi sarebbe scomparso anche formalmente qualche decennio dopo.

Ho commentato in un post sulla caduta dell'impero romano come Namaziano veda il crollo davanti ai suoi occhi ma non riesca a capirlo. Per lui è solo qualcosa di temporaneo che - prima o poi - dovrà passare con il ritorno di Roma alla gloria del passato. L'interesse del libro è sia nel quadro che ci da del crollo, sia in questa incapacità degli uomini del tempo di capirlo. L'ho chiamata la maledizione del pesce che nuota ma non riesce a percepire l'acqua. In questo problema sta il fascino del "De Reditu" che ci colpisce perché sentiamo di soffrirne anche noi.

Claudio Bondi, regista del film, deve aver sentito anche lui il fascino del libro in questo senso e si è dedicato a ricostruire per immagini il senso e lo spirito del testo di Namaziano. Certo, fare un film storico di un'epoca così remota è difficile e per forza ci si scontra con delle incongruenze. Qui, la casa di Namaziano ha degli infissi che sembrano comprati alla Obi. La barca di Namaziano sembra presa da un acquapark e la scena dei gladiatori è banale, per non dir di peggio, con la storia del "pollice verso" ripresa senza il minimo spirito critico. L'incontro con il miliziano toscano che parla in dialetto pisano moderno, poi, non può non far venire da ridere.

Ma, a parte questi dettagli, il film riesce a essere credibile, forse più per merito di Namaziano che di Bondi. In qualche modo, vediamo veramente il mondo degli ultimi sprazzi di esistenza dell'impero romano, con le sue rovine, le sue campagne desolate e le spiagge deserte. Ci sono i guerrieri Goti, alti e biondi, che bevono vino nelle poche locande rimaste e gli eremiti cristiani, sulla loro isola di Capraia, fanatici così come Namaziano ce li ha descritti. Ci sono anche elementi del medioevo che avanza: gli amici di Namaziano gli raccontano come hanno organizzato i loro contadini in milizie ormai indipendenti dal potere centrale. Sono i "domini", i signori locali che nei secoli si trasformeranno nei feudatari medievali.

In contrasto, c'è l'Impero che ancora non si rassegna alla propria scomparsa; con il prefetto di Roma che ancora lancia condanne a morte e con l'imperatore Onorio, che sta a Ravenna, che manda i suoi cavalieri corazzati a far vendetta contro Namaziano. Quest'ultimo è un po' forzato nel ruolo che il regista gli impone; quello di rivoluzionario/restauratore, partito con l'idea di fomentare una rivolta delle legioni della Gallia e di restaurare l'Impero di una volta. Eppure, è una parte che non stona rispetto a quello che possiamo capire da quello che Namaziano ci ha lasciato scritto.

Atmosferico, lento, didascalico, avventuroso, strano, sognante, curioso. Da vedere.

mercoledì, agosto 19, 2009

La decadenza delle rese agricole e la decadenza dell'Impero Romano

Immagine: mosaico Villa Imperiale del Casale, Sicilia.


created by Eugenio Saraceno


Prendo spunto da un precedente ottimo post di Ugo Bardi che individua nella disfatta di Teutoburgo l'inizio della fine dell'impero. Qualche commentatore ha storto la bocca ricordando che dopo quella disavventura vi furono decine di altre campagne vittoriose e conquiste imponenti, basti pensare a Traiano e la Dacia. Ovviamente citare Teutoburgo è una iperbole per dire che la Germania è stato il primo terreno di conquista dove il bottino di guerra non valeva le spese della campagna, in seguito le legioni rinunciarono a priori ad una impresa simile in Irlanda, pur avendovi una testa di ponte (utilizzata a scopi solamente commerciali sembra) ed essendo attestati in forze a breve distanza oltre il canale di San Giorgio. Lo stesso valse per la Scozia.

Tuttavia la Germania (potremmo parlare di Europa centroorientale, l'aerale germanico in epoca classica arrivava al Mar Nero) fu anche una risorsa per l'impero, in particolare per il commercio (specialmente di schiavi) e per il gran numero di mercenari assunti in servizio nelle legioni, alcuni dei quali furono valenti generali come Stilicone. Il contributo della Germania alla sopravvivenza dell'Impero romano fu essenziale tanto che poi proprio dalla dissoluzione del mosaico germanico ad opera degli Unni nascono le premesse per la fine politica dell'impero.

Parlo di fine politica perchè in realtà la fine economica era già giunta da tempo e l'unità politica non poteva sopravvivere a lungo alla fine della sua base economica, mentre la realtà culturale è sopravvissuta molto più a lungo, ancora oggi. In realtà nel 476 dc non si può parlare seriamente di fine di alcunchè; Odoacre e poi Teodorico furono a tutti gli effetti, limitatamente all'Italia e poco oltre, imperatori dei romani se non imperatori romani, ne proseguirono la politica, ne adottarono la capitale Ravenna, ebbero a che vedersela contro i barbari e contro i Romani d'oriente. La ragione della deposizione di Romolo Augustolo fu semplicemente il fatto che in Italia, al contrario delle altre ex provincie occidentali, (Gallia, Spagna) ai barbari invasori, (franchi, visigoti etc) non furono concessi il terzo delle terre poichè sarebbe stata una umiliazione insopportabile per la corte ravennate. Pertanto Odoacre, un capo dei mercenari al soldo dell'impero, decise di porre fine a quell'istituto formale, rimettendo peraltro le insegne imperiali d'occidente a Costantinopoli, con la buona scusa che l'impero doveva essere di nuovo uno solo, in cambio veniva nominato Patricius da Costantinopoli, imperatore non gli era concesso per le sue origini.
Dunque Odoacre agiva da cesare d'occidente de facto e si poneva sotto l'autorità morale di Costantinopoli, anche se poi è da vedere quanto questa fosse effettiva.

L'arrivo dei Goti di Teodorico non fa altro che istituzionalizzare l'imperatore romano-germanico e nonostante l'intervento di Costantinopoli con la disastrosa guerra greco-gotica l'Italia era destinata ad essere un regno romano-germanico tant'è che i greci non riescono a mantenere le proprie posizioni su gran parte della penisola lasciando poi spazio ai longobardi.

Cosa erano i regni romano germanici se non evoluzioni di quello che già era l'assetto politico economico del tardo impero ovvero la signoria protofeudale delle grandi villae e dei loro domini. La concessione del terzo delle terre agli invasori germanici significò semplicemente la cooptazione dei capi di questi ultimi nell'aristocrazia terriera romana tardoimperiale quella dei domini, grandi signori terrieri che negli ultimi tempi dell'impero erano de facto indipendenti. in cambio di queste terre gli invasori si impegnavano a rispettare usi e costumi dei locali (doppio diritto, romano per i romani e barbarico per i germani) e a fornire il nerbo della milizia. Del resto non lo facevano per bontà d'animo ma se volevano mantenere il controllo di un territorio, e non solo razziarlo e poi abbandonarlo, essendo relativamente pochi rispetto alla popolazione romana non avevano molte altre scelte. Il tutto funzionava meglio se al posto di una corte imperiale imbelle e sprecona ma romana doc c'era un re germanico che si occupava della guerra e di controllare i signori terrieri, i domini.

Vale la pena di approfondire la figura del dominus e l'evoluzione di questo ceto latifondista tanto potente all'interno delle sue terre da oscurare l'autorità dell'imperatore e da fornire un appellativo addirittura a Dio, cui spesso ci si rivolse come Dominus; presso un dominus i liberi contadini si rifugiavano dall'oppressione fiscale e burocratica del tardo impero, nonchè dalle scorrerie barbariche (gli eserciti barbarici non erano numerosi e puntavano decisamente verso le città ma dovevano essere molto meno ansiosi di saccheggiare le villae fortificate di un dominus, specie se questi li lasciava passare, concedeva un tributo e non li attaccava con le sue milizie private); molti contadini liberi preferivano diventare coloni di un dominus che continuare ad essere liberi in una situazione tanto precaria. Il dominus dava loro protezione ed un mansus, un terreno da coltivare e pretendeva un canone. Il dominus era anche il prestatore naturale per i suoi coloni e la conseguenza quasi sicura era divenire servi per debiti alla prima annata di carestia, il debito era difficile da estinguere con le basse rese dell'epoca e pertanto la servitù era a vita ed ereditaria, da qui nasce la servitù della gleba.

Di converso gli schiavi del latifondo scomparvero gradualmente diventando anch'essi coloni e servi tenutari di un mansus, confondendosi poi con gli ex liberi e diventando una unica classe di villici. E'in questo processo di convergenza delle classi inferiori e degli schiavi verso la comune servitù della gleba al servizio del dominus che leggo la vera fine dell'impero romano classico e certamente c'entra qualcosa l'EROEI, in questo caso l'eroei della produzione agricola o resa di energia del prodotto agricolo diviso l'energia impiegata per coltivarlo (in termini di cibo e legno consumato dai lavoratori e dagli animali da lavoro).

La società schiavistica classica esisteva grazie alla buona resa agricola ed alla disponibilità di schiavi a buon mercato dalle razzie delle provincie conquistate in epoca tardo repubblicana. Vi erano tanti schiavi e tante terre produttive che era semplice diventare straricchi mettendo tanti schiavi a lavorare se si aveva tanta terra. Eco di questa antica bolla economica è in Catone, in Cicerone e molti altri autori repubblicani che ne parlano come di un normale business, Catone consiglia di vendere gli schiavi anziani o malati e di non andare troppo per il sottile con loro. Il fatto che si potesse disporre di tanti schiavi e divenire tanto ricchi significa che comunque l'inefficienza della gestione schiavile nelle campagne poteva essere compensata appunto dalle buone rese e da qualche pratica non troppo umana di sbarazzarsi di quelli palesemente improduttivi; ciò non garantiva che la produttività di ciascuno schiavo fosse ottimale. Gli schiavi comunque dovevano essere sostentati, si narra che in Sicilia, dopo la conquista della Siria vi fossero tanti schiavi siriaci e che alcuni padroni non li sostentassero lasciandoli vagare nelle campagne (altrui) a far razzie. Ciò presto degenerò in un grave problema di ordine pubblico per cui vi furono le grandi rivolte servili e le relative repressioni; prima quelle siciliane e poi le ben più note capeggiate da Spartacus.

Vi era chiaramente un surplus di schiavi improduttivi, anzi distruttivi eppure l'economia dell'epoca andava a gonfie vele. Nei secoli successivi vi furono meno schiavi meglio gestiti eppure, già all'epoca di Nerone, Columella nel suo De Agricultura si lamenta ampiamente della qualità del lavoro schiavile nei latifondi, schernendo coloro che incolpavano della riduzione delle rese agricole il troppo sfruttamento della terra nei secoli passati. Secondo Columella era tutta colpa degli schiavi maldestri e pigri. Meglio avere dei coloni, in particolare per alcune colture, sono più produttivi afferma il nostro autore, e comunque se si hanno degli schiavi meglio trattarli in modo più umano per stimolarne la produttività, ed essere presenti sul latifondo a controllare ed a gestire altrimenti tutto andrebbe a rotoli. Un latifondista repubblicano avrebbe delegato tutta la gestione del latifondo ad un suo sovrintendente e sarebbe restato a Roma a fare una vita elegante, non si sarebbe mai preoccupato che la terra potesse essere gestita male, la terra in quei tempi era ricchezza per definizione, piuttosto gli ultraricchi proprietari terrieri contemporanei di Cicerone rischiavano molto di più di impoverirsi per investimenti sbagliati, come ad esempio finanziare il politico sbagliato in vista delle elezioni.

Si è affermato da più parti che la fine della disponibilità di schiavi dalle campagne militari abbia provocato la crisi dell'impero; vi sono numerosi argomenti che contraddicono questa tesi.

* Il commercio di schiavi razziati da barbari nelle terre barbariche (ma anche in quelle romane) e venduti nelle città di frontiera romane era fiorente anche durante il tardo impero, questi potevano essere tramite Reno e Danubio trasportati velocemente ed a basso costo per nave sui mercati delle provincie. Non era certo necessario mobilitare delle legioni per andare a catturare schiavi quando le rivalità tra tribù barbariche sfociavano in frequenti guerre e razzie di schiavi che potevano essere venduti ai romani; ciò era conveniente per tutti, i proprietari romani potevano acquistare schiavi a prezzo accessibile ed i barbari si disfacevano dei loro nemici che non avrebbero potuto utilizzare come servi per la diversa organizzazione dell'economia.

* gli schiavi si riproducevano generando nuovi schiavi; Columella ed altri autori si profondono in consigli per favorire la riproduzione degli schiavi, anche concedendo notevoli privilegi alle schiave con prole numerosa (si fa per dire ma l'esenzione dal lavoro per una schiava è già notevole)

* era molto frequente fin dall'età repubblicana che gli schiavi più abili venissero manomessi ovvero liberati; la ragione era che il liberto doveva al suo ex padrone un tributo periodico ma la sua produttività aumentava notevolmente in quanto poteva realizzare dei guadagni propri. L'effetto finale per l'ex padrone era ricevere sotto forma di tributo più di quanto il lavoro dell'ex schiavo fruttava prima della sua manomissione, inoltre il liberto non doveva più essere mantenuto, diveniva cliente e spesso poteva/doveva aiutare l'ex padrone.

* In oriente la società schiavile era meno sviluppata basandosi principalmente l'economia su rapporti di dipendenza simili alla servitù; eppure l'economia orientale fu meno soggetta a crisi di quella occidentale basata in gran parte sul lavoro schiavile; ciò è avvalorato ampiamente dal fatto che l'impero d'oriente sopravvisse politicamente più a lungo di quello d'occidente avendo una economia più efficiente che permise più a lungo di sostenere le istituzioni imperiali e militari oltre al fatto che l'occidente dovette presto imitare le pratiche produttive d'oriente.


Tornando all'opera di Columella e considerando gli argomenti sopra riportati viene da chiedersi per quale ragione i latifondisti repubblicani diventassero straricchi senza alcuna gestione particolare della terra, usando solo schiavi e non i più produttivi coloni, mentre i latifondisti del I e II secolo si lamentano del lavoro schiavile e cercano contromisure per aumentare la produttività?

Possibile che gli schiavi all'epoca repubblicana fossero stati diligenti e produttivi mentre ai tempi di Nerone pigri e maldestri tanto da essere accusati di aver "rovinato" la terra e causato rese decrescenti. Più probabile che avessero ragione coloro che Columella deride, i disfattisti che affermavano il degrado della terra, un tempo molto più fertile, essere dovuto al troppo sfruttamento dei secoli passati, reso possibile dalla copiosa disponibilità di manodopera schiavile.

Una disputa che è ancora molto attuale oggi tra chi vede le cause del degrado economico nell'impoverimento delle risorse del pianeta e chi tende a dare la colpa a determinate categorie di attori, gli immigrati fannulloni e delinquenti, gli arabi ingordi di petrodollari, i russi cattivi e gli speculatori cinici.

Oggi come allora si cerca di ovviare al declino economico aumentando l'efficienza del processo, Tuttavia aziende iperefficienti, avendo tagliato tutti i costi possibili, sfruttato il lavoro precario e licenziato il personale inutile spremono oggi magri profitti rispetto ad aziende ipertrofiche di soli 20-30 anni fa, gravate di masse di personale ipergarantito. Allora si ovviò facendo a meno degli schiavi che dovevano essere sostentati anche in caso di bassa resa, optando per i coloni che garantivano un canone d'affitto e una resa costante al proprietario. Il decremento delle rese si scaricava direttamente sui coloni che dovevano comunque garantire il canone. Qualora non vi riuscissero non avevano diritto ad un sostentamento e dovevano fare debiti col proprietario per onorare quanto dovuto a lui stesso ed in pratica ne divenivano servi ovvero oltre al canone dovevano gli interessi e li ripagavano eventualmente con prestazioni lavorative extra o altri favori detti corvate (le corvèè dei servi della gleba medioevali).

Questa secondo me la vera chiave di lettura della decadenza dell'impero romano, se la resa decrescente delle campagne militari di conquista ne fermò l'espansione, la resa decrescente della produzione agricola ne ostacolò la conservazione. Quando la resa delle produzioni agricole fu troppo bassa i contadini ed i latifondisti iniziarono a riorganizzarsi nelle villae ad economia curtense servile, questa riorganizzazione economica comportò sia un impoverimento dei liberi agricoltori, un tempo nerbo elettorale e militare della repubblica, che un minore afflusso di tasse verso le istituzioni imperiali perchè i piccoli contadini, divenendo coloni e protetti del dominus non esponevano più il loro reddito al fisco. Gli esattori avevano lavoro facile se dovevano andare ad esigere i tributi da una famiglia di piccoli coltivatori, molto meno facile andare a pretendere il dovuto da un grande latifondista o da un suo colono. Per contro i coloni dovevano un canone al dominus garantendo comunque e sempre il reddito del dominus anche al ridursi delle rese. L'effetto fu un rafforzamento della grande aristocrazia terriera ai danni dei piccoli coltivatori e dell'istituzione imperiale che perse via via le sue strutture più onerose, quella militare in primo luogo, ovviando con risorse sempre meno costose ed affidabili (perchè pagate sempre meno) come i mercenari germanici e in seguito unni; poi la stessa sovrastruttura burocratica imperiale fu sostituita dalla più snella istituzione del regno romano barbarico, tutto si fece più piccolo ed agile, le entità politiche, gli eserciti, le città (che dovevano essere comunque sostentate dal contado ed era impossibile rifornire una città se non con derrate reperibili entro 20-30 km di raggio, a meno che la città non fosse raggiungibile via acqua e il percorso non fosse infestato di pirati).

Rimasero fiorenti solo le città che avevano tali caratteristiche, non a caso i re barbarici si insediarono nel nord Italia dove il trasporto fluviale nel bacino del Po garantiva rifornimenti stabili e città una volta minori come Pavia e Verona si trovarono ad essere capitali mentre Roma pur avendo il porto sul Tevere non poteva più ricevere facilmente rifornimenti essendo il Tirreno infestato dai pirati vandali e scese dal milione di abitanti della sua massima espansione ai 10.000 dell'alto medioevo). Le infrastrutture furono manutenute solo dove strettamente necessario e lasciate in rovina altrove, gli edifici, smontati pezzo per pezzo per costruirne altri limitrofi risparmiando l'oneroso trasporto di nuove pietre dalle lontane cave. Si narra che uno degli ultimi imperatori d'occidente, per pagare i mercenari dovette far grattare i residui di dorature da alcuni edifici di Roma un tempo ricoperti d'oro, ma il colmo fu che si dovettero grattare i residui "dimenticati" dai saccheggiatori goti di Alarico e poi dai successivi vandali di Genserico.

Anche il reperimento delle risorse minerali dovette snellirsi alquanto, non più lontane miniere, presidiate da costose legioni, ma ferro e piombo recuperati rispettivamente dalle graffe metalliche utilizzate un tempo per rafforzare i grandi edifici pubblici o per assicurarvi le lastre di travertino e dai tubi del sistema di approvigionamento idrico. I numerosi fori, della grandezza di un pugno praticati sul colosseo in precisi punti di giuntura tra due pietre stanno a ricordarci oltre 15 secoli dopo questa antica crisi da sovrasfruttamento delle risorse e i suoi drammatici esiti su quella civiltà.

giovedì, luglio 30, 2009

La caduta dell'impero Romano: un modello dinamico



E' disponibile sul sito "ASPO-italia una traduzione in Italiano del testo in inglese della mia presentazione al convegno "Peak Summit" ad Alcatraz (Perugia) il 20 Giugno 2009.

Ringrazio Enrico Battocchi per essersi preso l'impegno di tradurre questo testo di oltre 11.000 parole. E' qualcosa che forse avrei dovuto fare io, ma non riesco quasi mai a tradurre in Italiano le cose che scrivo in Inglese e viceversa. Ci ho provato, ma già è che tradurre è una cosa noiosa (questo lo so perché nel passato ho fatto il traduttore per arrotondare lo stipendio). Poi, quello che succede quando mi metto a lavorare su qualcosa che ho scritto io, mi viene in mente di cambiare questo o quello e alla fine viene fuori che la traduzione è un testo completamente diverso da quello che avevo cominciato a tradurre.

E' un po' come essere Jeckill e Mr. Hyde; quando uno scrive in una lingua, pensa in quella lingua e viene fuori un certo tipo di testo. Non è assolutamente la stessa cosa scrivere in direttamente in inglese in confronto con tradurre in inglese un testo scritto in italiano. Mi è successo che una rivista ha fatto tradurre in inglese un testo che avevo scritto in italiano. La traduzione è stata fatta da un traduttore professionista. Diciamo che il risultato è corretto dal punto di vista sintattico e grammaticale. Però, spero che quell'articolo in inglese non lo legga nessuno.

Quindi ringrazio di nuovo Enrico Battocchi per essersi preso questo impegno. Fra le altre cose mi ha spiegato il suo metodo per tradurre che consiste nel leggere il testo a voce alta, traducendolo in italiano "sull'istante" e parlando a un sintetizzatore vocale. I risultati, mi dice, sono abbastanza buoni e basta poi una passata sul testo per metterlo a posto e renderlo corretto e leggibile. Non ho mai provato, ma mi sembra una buona idea, sicuramente migliore che tradurre laboriosamente parola per parola dalla tastiera.

Quindi, ecco il testo in Italiano e - se avete voglia di digerirvi 11.000 parole - buona lettura!

La caduta dell'Impero Romano: un modello dinamico.

giovedì, luglio 23, 2009

La caduta dell'Impero Romano

Questa maschera d'argento è stata trovata nella zona della battaglia di Teutoburgo, del 9 d.c e di cui quest'anno ricorre il bimillenario. Era appartenuta a un cavaliere romano, quasi certamente ucciso in quella battaglia dove tre intere legioni guidate dal generale Varo furono annientate dai guerrieri germanici guidati da Arminio. Fu questa famosa battaglia che mise fine al tentativo di Roma di espandersi nell'Europa dell'est e che dette origine alla leggenda di Augusto che, nella notte, vagava nel suo palazzo gridando "Varo, Varo, rendimi le mie legioni". A 2000 anni di distanza, questa battaglia ci ricorda la pochezza degli sforzi umani. Tanta lotta, tanto sangue, gloria e disonore, coraggio e codardia - tutto per niente. Qualche anno dopo, Germanico, il nipote dell'imperatore Tiberio, ritornò in Germania con ben otto legioni, sconfiggendo Arminio che poi fu ucciso dai suoi stessi uomini. Ma Germanico non poteva conquistare la Germania nemmeno con otto legioni, non più di quanto Varo potesse restituire ad Augusto le sue tre legioni riportandole indietro dal regno dei morti. Chissà cosa avrebbe pensato il cavaliere romano proprietario di quella maschera d'argento se avesse saputo che, 2000 anni dopo, sarebbe stata pubblicata su una cosa chiamata "blog".

Sarà il caldo che mi da alla testa, ma in questi giorni mi sono messo all'anima di trasformare in un post la mia presentazione al convegno TOD-ASPO di Alcatraz. Il risultato sono 11.000 parole che trovate su "The Oil Drum" a

http://europe.theoildrum.com/node/5528

Se, come è probabile, non avete voglia di digerirvi un simile malloppo tutto intero, ve lo riassumo rapidamente. In sostanza, la mia posizione è che l'Impero Romano non è crollato per un singolo motivo. Partendo dalla teoria di Joseph Tainter e utilizzando i metodi di dinamica dei sistemi dei "Limiti alla Crescita", sostengo che l'Impero ha percorso un ciclo inevitabile guidato dai meccanismi di trasformazione e sfruttamento delle risorse di cui disponeva. Queste risorse erano sia agricole che militari. L'impero ha concluso il suo ciclo quando ha esaurito (o, più esattamente, sovrasfruttato) queste risorse. Alla fine del ciclo, si era contratto su un livello di complessità più ridotto che al suo fulgore, è quello che noi chiamiamo "collasso".

Non è la prima elucubrazione che scrivo sull'impero romano, ne trovate un altra, anche quella che discute di Teutoburgo a questo link su ASPO-Italia.

mercoledì, gennaio 28, 2009

Il picco dell'Impero Romano

Il "picco di Hubbert" dell'Impero Romano. Ci mancano dati storici dettagliati sull'economia romana, perciò dobbiamo affidarci ai dati archeologici. Qui vediamo alcuni elementi indicativi della vitalità dell'economia romana: l'inquinamento da piombo, indicativo dello stato dell'industria, la quantità delle ossa di animali, indicativo dello stato dell'industria alimentare, e il numero di navi naufragate, indicativo dello stato del commercio. Tutti questi indicatori hanno un massimo intorno al 1 secolo d.c., che corrisponde, in effetti, al momento di massimo fulgore dell'impero. (figura da "In search of Roman economic growth, di W. Scheidel, 2007")



L'imperatore Marco Aurelio (121-180 a.d.) ci ha lasciato le sue memorie che ci sono arrivate, intatte, attraverso quasi due millenni. Ci troviamo molti dettagli interessanti della vita di un uomo che si trovava a essere a capo di un immenso impero. Tuttavia, in queste memorie non riusciamo a trovare il sia pur minimo accenno dal quale si possa dedurre che l'imperatore si rendeva conto che qualcosa non andava con l'impero; che l'immensa struttura che si trovava a guidare stava già cominciando a scricchiolare. Pochi decenni dopo la morte di Marco Aurelio, l'impero andava incontro alla "crisi del terzo secolo" dalla quale non si sarebbe mai più veramente ripreso.

La caduta dell'impero romano è un argomento che ha affascinato gli storici per millenni. Questi, però, non sono mai riusciti a mettersi veramente daccordo sulle ragioni del declino e del crollo. A partire da Gibbon che lo attribuiva all'effetto del cristianesimo, si sono elencate letteralmente decine di cause per il crollo di una compagine che, al suo massimo splendore, sembrava invincibile e eterna. Negli ultimi tempi, - forse per esaurimento delle idee - era venuto di moda dire che l'impero non era mai veramente crollato, semplicemente si era trasformato in strutture politiche differenti. Ma questa interpretazione è stata recentemente abbandonata: i risultati delle ricerche archeologiche hanno documentato il crollo economico, e non solo politico, dell'Impero Romano.

Qui, non pretendo di mettermi alla pari con i tanti storici che hanno discusso con grande competenza questo argomento. Mi limito a proporre una mia interpretazione che è più che altro un piccolo esercizio di dinamica dei sistemi applicato all'impero romano. Per favore, non prendetela per niente di più di questo, ma può darsi che ci dia degli spunti di discussione interessanti.

Allora, il concetto di base della dinamica dei sistemi è quello di "feedback", ovvero il sistema risponde agli stimoli non in modo proporzionale agli stimoli stessi, ma amplificandoli o smorzandoli. Il feedback positivo è quello che causa la crescita rapida di un sistema quando il sistema risponde alla disponibilità di risorse incrementandone lo sfruttamento in modo esponenziale. E' così che crescono, per esempio, le popolazioni biologiche quando hanno abbondante cibo a disposizione. In questo caso, il feedback è strettamente correlato al concetto di EROEI, "ritorno energetico per investimento energetico, dalle iniziali in inglese. Più alto è l'EROEI più rapida è la crescita.

Nel caso dell'impero romano, come spieghiamo la crescita rapida del sistema a partire dal tempo della monarchia e della repubblica? Evidentemente, dobbiamo trovare le risorse di cui l'impero si "nutriva" per crescere. Non ci sono dati quantitativi in proposito, ma possiamo supporre che queste risorse fossero formate principalmente dal bottino delle conquiste. L'impero - come tutti gli imperi della storia - era un predatore dei popoli confinanti. Cresceva per mezzo di un meccanismo di feedback quasi biologico. Sconfitto un popolo confinante, si rubava tutto quello che si poteva rubare e poi si arruolavano gli sconfitti nelle legioni per fargli andare a conquistare altro bottino un po' più in la. Questo meccanismo si chiama accumulazione di capitale. Con l'oro accumulato si potevano pagare nuove legioni e con nuove legioni si potevano invadere nuovi territori e rubare ancora più oro. Al culmine della sua traiettoria, l'Impero aveva mezzo milione di uomini, oltre l'1% della popolazione, sotto le armi in oltre 50 legioni di soldati professionisti.

Tuttavia, il problema della crescita economica, qualunque sia la risorsa sfruttata, sta nella resa economica - meglio detto energetica - della risorsa stessa. Valeva la pena conquistare i popoli vicini solo se c'era una resa economica/energetica sufficiente per dare ai Romani la possibilità di accumulare risorse per nuove conquiste. Ma, col tempo, i Romani si sono trovati di fronte allo stesso problema che abbiamo noi oggi con il petrolio: si sfruttano prima le risorse ad alto EROEI dopo di che uno si trova in difficoltà con quello che rimane; a basso EROEI. In altre parole, l'EROEI diminuisce gradualmente col tempo e con esso la spinta alla crescita.

Al culmine della loro espansione, verso l'inizio del primo secolo a.d., I romani si trovavano in mancanza di prede. A Est, c'era l'impero dei Parti, troppo forte per essere conquistato. A Sud avevano il deserto del Sahara, dove non c'era niente da conquistare. A Ovest avevano l'Oceano Atlantico e a Nord popolazioni allo stesso tempo povere e bellicose: Germani, Pitti e Irlandesi. Tutte risorse a basso EROEI.

Non è un caso che il primo segnale dell'arresto dell'espansione dell'Impero sia arrivato con la sconfitta di Carrhae contro i Parti, nel 53 a.c. A portare le legioni romane in quella sfortunata spedizione in Oriente era Marco Licinio Crasso, a quel tempo "l'uomo più ricco di Roma". Questo ci dice qualcosa di come si accumulava la ricchezza nell'Impero Romano: con la conquista militare. A Carrhae, i Romani erano arrivati con un corpo di spedizione numeroso, bene armato e addestrato. Ma non si dimostrò sufficiente. Il feedback della conquista da positivo si trasformava in negativo. L'impero non accumulava più capitale; lo dissipava. Dal primo secolo in poi, la storia dell'Impero passa attraverso tante campagne militari, più o meno fortunate, ma la tendenza è sempre quella: il declino. Già Augusto aveva ridotto le legioni da 50 a 28, ma il numero di uomini in armi era sempre di oltre 300.000. Più tardi, la rivolta giudaica del 66 a.d. era stata l'occasione di depredare un nuovo nemico; con la differenza che la Giudea era una provincia dell'Impero. Predatore senza più prede, l'impero ormai divorava se stesso. Con il bottino del saccheggio di Gerusalemme, l'impero poteva lanciare una nuova guerra di espansione, quella contro la Dacia al tempo di Traiano. Fu l'ultima conquista Romana.

Il culmine della traiettoria dell'impero forse lo ha colto bene Marguerite Yourcenar nel suo "Memorie di Adriano." A un certo punto, ci descrive l'Imperatore Traiano, ormai non più giovane, che si è lanciato all'assalto dell'Asia e che si rende conto dell'enormità dell'impresa e dell'impossibilità di compierla. Forse, era proprio quell'istante il "Picco di Hubbert" dell'impero. Con la morte di Traiano, finisce un'epoca.

Dopo Traiano, la vita dell'Impero al tempo degli Antonini è quieta ed è anche prospera, ma c'è un problema: i conti non tornano. L'impero dissipa più capitale di quanto non ne incameri. E' come un orologio a molla che nessuno si preoccupa di ricaricare; deve fermarsi prima o poi. I Romani non si rendono conto che un'economia basata sull'agricoltura non può avere gli stessi ritorni economici di una basata sulla rapina. L'impero non riesce a vivere entro le proprie possibilità. Mantiene un immenso apparato militare e si imbarca in un costosissimo programma di "grandi opere" basato sulla fortificazione dei confini (i "limes") dell'impero. E' probabile che questa campagna di costruzioni sia stata più un grande affare per le lobbies militari/edilizie dell'epoca che una vera necessità strategica. Il fatto è, comunque, che i Romani si ritrovano con un immenso sistema di fortificazioni che dovevano essere presidiate a costi - come diremmo oggi - "insostenibili"

Per il terzo secolo a.d., l'impero è ridotto a un guscio vuoto; il nulla circondato da fortificazioni. Il crollo era inevitabile, anche se l'agonia durò un paio di secoli per l'impero di occidente e qualche secolo in più per quello d'oriente. Della fine dell'impero romano di occidente, ci resta il rapporto di Rutilio Namaziano, scritto nei primi anni del quinto secolo a.d. Namaziano, in fuga da Roma, vede il crollo dell'impero davanti ai suoi occhi ma nemmeno lui, come Marco Aurelio secoli prima, riesce a rendersi conto di cosa c'è che non va. Non riesce a capire le ragioni del crollo e le attribuisce solo a un temporaneo rovescio di fortuna.

La dura legge dell'EROEI non perdona.

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Ci potremmo domandare per pura curiosità, cosa sarebbe potuto succedere se i Romani avessero potuto fare un'analisi dinamica della loro situazione quando ancora potevano fare qualcosa per evitare il crollo e il declino. Ammettiamo l'esistenza di un grande sapiente che viene dalle brume di Britannia, un antenato di Merlino che si chiama Ianus Forresterius. Costui va a Roma e si presenta davanti a Marco Aurelio; gli dice "Imperatore, il mio nuovo calcolatore analogico azionato da schiavi, mi dice che l'impero è condannato, e che entro cinquant'anni inizierà il crollo"

Al che, Marco Aurelio è tentato di mandare Forresterius a quel paese (ovvero, a Eburacum, in Britannia, da dove è venuto) ma, essendo una persona paziente, si trattiene.

"Ditemi, saggio Forresterius, che cosa dovremmo fare per evitare il crollo previsto dal suo - ahem - "calcolatore" che, immagino, sia un particolare tipo di oracolo...."
"Imperatore, dovete ritornare alla sostenibilità: state spendendo troppo per le legioni e per le fortificazioni. Dovete sciogliere le legioni e abbandonare le fortificazioni. "
"Ma, Forresterius, se facciamo così, come faremo per evitare che i barbari ci invadano?"
"Imperatore, i barbari invaderanno sicuramente se l'impero si indebolisce per mantenere venticinque legioni."
"Ma se sciogliamo le legioni...."
"Imperatore, dovete studiare sistemi di difesa sostenibile: difendete le città con delle mura. Si chiama "relocalizzazione"....."
"Ma, onorabile Forresterius....."
"Imperatore, se non fate così, i limes crolleranno e l'impero cesserà di esistere!

A questo punto, Marco Aurelio considera seriamente l'idea di fare appendere Forresterius per i piedi dai suoi pretoriani. Essendo però molto, molto paziente, si limita a ringraziare Forresterius e lo rispedisce a Eburacum sotto scorta con l'ordine di non farsi più vedere.

Questo è, più o meno, quello che è successo quando Jay Forrester, ai nostri tempi, ha sviluppato per la prima volta l'applicazione della dinamica dei sistemi al "sistema mondo" e ne ha predetto il crollo per i primi decenni del ventunesimo secolo.
Forrester era l'originatore del gruppo che produsse "I Limiti dello Sviluppo" nel 1972. Non l'hanno appeso per i piedi (anche se c'è stato chi è andato vicino a proporlo), ma non è stato creduto. L'imperatore oggi sta alla Casa Bianca a Washington, ma sembra che non si renda conto di cosa sta succedendo, non più di quanto non se ne rendesse conto Marco Aurelio ai suoi tempi.