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mercoledì, dicembre 15, 2010

Sole, gas o nucleare?




Riproduco qui di seguito alcuni punti di un articolo di Maurizio Ricci apparso su "Repubblica" del 12 Dicembre del 2010.

E' interessante perché mostra quanto sia difficile la pianificazione in campo energetico - meglio detto, l'assenza totale di pianificazione a lungo termine in questo campo.

Così come ce le descrive Ricci, stiamo facendo delle cose totalmente assurde, ovvero investire su un'infrastuttura sia nucleare sia di importazione di gas dalla Russia che - se sommate insieme - ci porterebbero, in teoria, a un aumento di disponibilità di energia elettrica semplicemente improponibile. Date le condizioni della nostra economia, molto probabilmente non abbiamo nessun bisogno dei 100 TWh in più che Ricci ipotizza per il 2030 - meno che mai dei 200 TWh in più che sembrerebbero disponibili come conseguenza degli investimenti pianificati.

Notate come chiosa Ricci che il tutto vale "ammesso che non ci sia anche un boom delle rinnovabili" (non sia mai che tale orrore avvenga!!!!)

Ma è pensabile che, come dice Ricci, da qui al 2030 ci siano in Italia otto centrali nucleari (ma non si era sempre detto quattro? Vabbè che tanto sono virtuali, potrebbero altrettanto bene essere 16). Se l'industria investe così pesantemente sui gasdotti, sembrerebbe proprio che non ci credano minimamente. E alle rinnovabili, evidentemente, non ci crede proprio nessuno al livello di quelli che pianificano queste cose.

Ma il bello è che tutti (incluso Ricci), evidentemente, credono che gas e uranio siano infiniti.

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L'Italia tra gas russo e nucleare Rischiamo di avere troppa energia


da "Repubblica" del 12 Dicembre 2010


MAURIZIO RICCI


ROMA - Gas o nucleare? Le rivelazioni di WikiLeaks sulle inquietudini americane di fronte agli accordi Roma-Mosca per South Stream, il gasdotto che dovrebbe trasportare in Italia il gas russo, hanno rilanciato il dibattito sulle dipendenza energetica del nostro paese dall'estero e sui modi per contenerla. South Stream, si sostiene, è una leva cruciale per allentare, grazie al metano che mette a disposizione, la nostra dipendenza energetica. Se si fanno i conti, però, il risultato è paradossale: nell'ansia di assicurarsi risorse affidabili, l'Italia rischia di nuotare, presto, in un mare di energia superflua. A meno di non compiere, fin d'ora, quando gli investimenti vengono programmati, scelte delicate e difficili.

Attualmente l'Italia consuma, ogni anno, 320-330 terawattore di elettricità (ogni terawatt corrisponde ad un milione di megawattore). Il grosso di questa elettricità viene dalle centrali a gas: ogni anno importiamo 30-35 miliardi di metri cubi di metano da destinare a queste centrali. Entra in scena il piano nucleare del governo. Se tutte le centrali atomiche previste (almeno otto) venissero realizzate, poiché ognuna produce circa 12 terawattore l'anno, disporremmo di un centinaio di terawattore in più. Servono questi cento terawattore?

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Supponiamo, per fare una media, che i 400 terawattore di consumi vengano raggiunti dopo il 2030, quando il piano nucleare dovrebbe essere, in larga misura, già realizzato. Avremmo 300 terawattore prodotti come oggi (ammesso che non ci sia anche un boom delle rinnovabili) e 100 con il nucleare. Tutto bene, apparentemente. Però, bisognerebbe spiegarlo a chi, in questo momento, sta investendo o pensa di investire in South Stream e nelle altre infrastrutture, progettate per portare più gas in Italia. E lo sta facendo in grande, moltiplicando gasdotti e rigassificatori. Se tutti i progetti in corso andassero in porto, l'Italia si troverebbe a disporre di una marea di metano.

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L'Italia avrà bisogno di 100 terawattore di elettricità e se ne vedrebbe offerti 200: 100 dal nucleare e almeno altrettanti dal metano. Scegliere non sarà facile e le rinunce saranno dolorose. Ma, probabilmente, inevitabili, che si tratti di rigassificatori, di South Stream o di altri gasdotti, di centrali atomiche. Altrimenti, uno dei due contendenti, metano o atomo, al momento di offrire la propria produzione, si troverà fuori mercato e il flop potrebbe rivelarsi insostenibile per le aziende coinvolte.

Gli interessi in ballo, infatti, sono enormi. L'Enel, e chi altro si imbarcherà nell'avventura nucleare, deve decidere, ora, se investire circa 50 miliardi di euro per la realizzazione di centrali che entreranno in funzione fra 10-20 anni. Ma anche le infrastrutture del gas non costano poco: solo per South Stream, la spesa ufficialmente prevista da Eni e Gazprom supera i 15 miliardi di euro e, secondo gli esperti, oscilla, in realtà, trattandosi di un gasdotto, in larga parte, sottomarino, fra i 19 e i 24 miliardi di euro, quasi il triplo del concorrente Nabucco, che corre tutto via terra. Anche gli affari del gas sono grossi: per avere un'idea, il fatturato che, oggi, realizza l'Eni nel settore metano è di oltre 30 miliardi di euro l'anno.