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lunedì, gennaio 02, 2012

La saga dei minatori


Di Ugo Bardi




 La morte di John Henry, mitico “steel driving man” che sfidò e vinse la macchina a vapore, ma ne fu sconfitto a sua volta. Un quadro di Palmer Hayden (1890-1973)



Dal libro di Ugo Bardi "La Terra Svuotata" (Editori Riuniti, 2011), alcune considerazioni sul futuro dell'uomo; non troppo ottimistiche ma nemmeno tanto pessimistiche.
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John Henry was a little baby boy
Sitting on his mama's knees
When he took up a hammer
And a little piece of steel
He said, “this hammer is gonna be the death of me, Lord, Lord!”


John Henry era un ragazzino
Seduto sulle ginocchia della mamma
Quando prese in mano un martello
E un pezzettino di acciaio
Disse, “questo martello sarà la mia morte, Signore, Signore!”


Canzone popolare americana del secolo XIX


Nella letteratura che ci descrive millenni di storia umana leggiamo di guerrieri, condottieri, esploratori, poeti e tante altre figure gloriose. Poco o nulla ci viene detto di quelli che hanno fornito ferro per le spade e gli scudi dei guerrieri, oro per condottieri e gioielli per le dame che i poeti hanno cantato. 
Della storia di questa schiera di minatori, poco è rimasto di scritto, fra quel poco, un frammento è la canzone di John Henry, il cui lavoro era di piantare sbarre d'acciaio a martellate nella roccia; perforandola quel tanto che bastava per poi infilarci dentro un candelotto di dinamite. Come tante storie drammatiche, anche questa non è a lieto fine. John Henry sfidò lo “steam drill”, il martello pneumatico a vapore, riuscendo a sconfiggerlo ma solo per poi accasciarsi morto per il tremendo sforzo. In poche righe, leggiamo tutta la saga dei minatori umani: tanto lavoro, e alla fine, per che cosa? Per sparpagliare e disperdere quello che il pianeta aveva impiegato miliardi di anni per accumulare.


In qualche migliaio di anni, abbiamo visto la saga del popolo dei minatori cominciare un po' in sordina con prime miniere di ocra in Inghilterra, per poi crescere gradualmente; espandersi fino a diventare l'impresa immane che vediamo oggi. In pochi secoli, abbiamo visto un'immensa reazione chimica svilupparsi sulla superficie del pianeta che ha dato fuoco alle riserve di carbonio accumulate in milioni di anni di attività geologica. 

Nel processo, la reazione ha sparpagliato ceneri per tutto il pianeta, polveri finissime che contengono metalli pesanti che, anche quelli, erano stati concentrati in vene e depositi da miliardi di anni di processi idrogeologici. Di tutto quello che il pianeta aveva accumulato, gran parte è già sparita; quello che rimane viene rapidamente bruciato, incenerito e disperso. Siamo oggi forse al culmine di questa immensa reazione chimica e già vediamo la discesa che ci aspetta: il grande fuoco dei combustibili fossili non può durare in eterno. 

Come tutti i fuochi, divora il combustibile che lo produce e, alla fine, si spegnerà lasciando solo cenere. Senza più vene, senza più pozzi, senza più giacimenti, non ci saranno più nemmeno minatori. E' la fine di un ciclo brevissimo dal punto di vista geologico ma che, per noi umani, era sembrato nella natura delle cose. Non lo era.



Certo, abbiamo ancora miniere da sfruttare e pozzi di petrolio da trivellare. Ma è inesorabile che un giorno vedremo la sparizione dell'attività mineraria così come l'abbiamo conosciuta nei secoli passati: sparisce la figura del minatore con il suo piccone e il suo elmetto con la lampada incorporata. 

Qualunque cosa succeda nei prossimi anni, le miniere di una volta non esisteranno più e non si riformeranno per centinaia di migliaia di anni, o forse milioni. Alcuni minerali, probabilmente, non si riformeranno mai più su questo pianeta. Il carbone, per esempio, si è formato come il risultato di condizioni ambientali particolari del periodo Paleozoico e che è possibile che non vedremo mai più nei prossimi milioni, o anche miliardi, di anni. 

Senza carbone, è molto costoso raffinare i metalli; senza metalli a basso costo è difficile pensare a una società industriale. E' difficile costruire oscuri mulini satanici, come William Blake definiva le industrie, solo col carbone di legna; le foreste tendono ad esaurirsi troppo velocemente. Può darsi che la rivoluzione industriale degli ultimi secoli sia stata l'unica di tutta la storia del pianeta. 



Quello che lasciamo ai nostri discendenti è un pianeta diverso, un pianeta svuotato, una Terra che ha caratteristiche climatiche e ambientali che non sono più quelle di una volta. 

I cambiamenti sono tanti; il principale è forse la grande immissione di biossido di carbonio nell'atmosfera che ha portato la sua concentrazione a livelli che non si riscontravano da decine di milioni di anni. Questo grande picco del biossido di carbonio è stato creato dalla combustione di sostanze che non facevano parte della biosfera ormai da milioni di anni: i combustibili fossili: petrolio, gas e carbone. Trattandosi di sostanze aliene ai cicli biologici esistenti, la biosfera non potrà che assorbirne una parte, adattandosi per quanto possibile. 

Il resto, una frazione significativa, rimarrà nell'atmosfera per centinaia di migliaia di anni. Tale è la portata delle modifiche che abbiamo fatto al nostro pianeta in sole poche centinaia di anni di attività frenetica. Non possiamo escludere che la forzante climatica del CO2 non trasporti l'intero pianeta a uno stato climatico che potrebbe somigliare a quello che era il clima qualche decina di milioni di anni fa: un pianeta caldissimo e privo di calotte glaciali dove non sappiamo se gli umani potrebbero adattarsi a vivere.



Quale sarà, allora, il destino della civiltà umana? Può darsi che saremo costretti a ritornare a una società prevalentemente agricola, con un livello tecnologico molto più basso di quello attuale, ma non è affatto detto. Utilizzando l'energia solare e tecnologie che non richiedono elementi rari ed esauribili, siamo perfettamente in grado di costruire una società in grado di gestire l'ecosistema planetario in modo tale da rimediare ai danni che noi stessi abbiamo causato e a restituire il pianeta alle condizioni in cui era quando l'abbiamo ereditato. 

Un pianeta ricco di vita e di diversità è una condizione che possiamo mantenere per millenni o anche periodi molto più lunghi. Da questo pianeta possiamo partire per continuare la grande impresa in cui ci siamo impegnati: capire e esplorare l'universo. 

domenica, novembre 27, 2011

La Terra Svuotata

Esce in questi giorni il mio nuovo libro "La Terra Svuotata". Un bel po' di sangue, sudore e lacrime che il libro mi è costato in questa torrida estate. Ora, per fortuna, è finito

Come vi potete immaginare dal titolo, è una storia delle miniere e dei minatori che parte dalle prime miniere di selce di oltre 10.000 anni fa e arriva alla situazione attuale dove la corsa all'estrazione sta svuotando la terra dei tesori minerali che si erano accumulati nel corso di miliardi di anni di attività geologica. Il libro riprende ed espande anche alcuni dei temi del mio primo libro, "La Fine del Petrolio" del 2003. Si parla anche di energia rinnovabile, delle prospettive della sostenibilità in un mondo svuotato delle sue risorse minerali, dell'immancabile "Limiti dello Sviluppo". Insomma, è un po' un compendio dell' "UgoBardiPensiero".

Per questo libro, devo ringraziare moltissime persone per il loro contributo. In particolare, il titolo mi era costato lunghe elucubrazioni che non mi avevano portato a niente, finché Toufic El Asmar non è venuto fuori con il suggerimento giusto. Ringrazio anche Luca Mercalli per la prefazione come pure tutti i membri di ASPO-Italia.

Di seguito qui, la descrizione sul sito di Editori Riuniti.

[...] Le preoccupazioni sull'esaurimento del petrolio sono all'ordine del giorno, ma sono solo una parte di un problema molto più grande. Quando si esauriranno i minerali? Partendo da questa domanda, Ugo Bardi costruisce un racconto di tutta la storia dell'attività mineraria umana, dall'età della pietra fino al petrolio ai nostri giorni. Abbiamo ancora tante cose da scavare e tanto petrolio da estrarre ma, in tempi non lunghissimi, ci troveremo di fronte al limite della capacità umana di sfruttare il nostro pianeta per le sue risorse minerali. Sarà la “fine del popolo dei minatori” che ci porterà a percorrere strade nuove e sconosciute per tenere in piedi la nostra civiltà. [...]

[...] I cambiamenti causati dall'attività estrattiva umana sono qualcosa che non si era mai verificata con la rapidità attuale in centinaia di milioni di anni di storia planetaria. Questi cambiamenti stanno trasformando la Terra in un pianeta completamente diverso. Non è detto che questo nuovo pianeta che noi stessi stiamo creando non si riveli ostile alla vita umana. Che ci piaccia o no, l'ambiente non è un giocattolo per gli ambientalisti. L'ambiente è quella cosa che ci fa vivere. E noi stiamo giocando con questa cosa che ci fa vivere come se non avesse nessuna importanza. In questo libro troverete una descrizione della situazione petrolifera e di tutte le risorse naturali, minerali e rinnovabili. Ci troverete le ragioni che ci spingono a dipendere così totalmente da risorse insostituibili e non rinnovabili. Ci troverete come la nostra fissazione con il petrolio ci stia conducendo a uno scontro con l'ecosistema causato dall'esaurimento e dall'inquinamento; uno scontro che non possiamo vincere, comunque vada. E, infine, ci troverete qualche nota sul futuro che forse vi potrà essere utile. Come si sa, il futuro non si può prevedere, ma riguardo al futuro si può essere preparati. [...]

(Dall’introduzione dell’autore)

Ugo Bardi, è docente dal 1990 presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze. La sua carriera precedente include periodi di studio e insegnamento presso le università di New York, Marsiglia, Berkeley e Tokyo. Attualmente si occupa di nuove tecnologie energetiche e di politica dell’energia È membro dell’associazione ASPO, un gruppo di scienziati indipendenti che studiano le riserve di petrolio mondiali e il loro esaurimento. Ha pubblicato: La fine del petrolio, Editori Riuniti, 2003; Il libro della Chimera, Edizioni Polistampa Firenze, 2008; con Giovanni Pancani, Storia petrolifera del bel paese, Edizioni Le Balze, 2006; The Limits to Growth Revisited, Springer Briefs in Energy, 2011.

INDICE

9 Prefazione di Luca Mercalli


11 Introduzione

Parte prima. Minerali

19 Il popolo dei minatori
59 Il regalo di Gaia: l'origine dei minerali
83 La macchina mineraria universale: energia ed estrazione

Parte seconda. Energia

113 L'ankus del re: la storia dei combustibili fossili
143 Il genio dell'energia: uranio e l'ultima speranza per la crescita
173 L'oca nella bottiglia: le energie rinnovabili

Parte terza. Sostenibilità

217 Balene e barili: come si esauriscono le risorse
242 L'isola degli angeli: modelli del mondo
267 Il cuculo che non voleva cantare; oltre il collasso

287 Conclusione

martedì, giugno 21, 2011

La macchina mineraria universale

Di Ugo Bardi -traduzione di Massimiliano Rupalti






La miniera di carbone di Garzweiler in Germania in un'immagine da Google Earth. Il satellite ha colto due giganteschi macchinari al lavoro. Misurate con il righello di Google, ogni “braccio” delle macchine misura circa 120 metri (circa 400 piedi). Queste non sono macchine minerarie universali, ma danno una qualche idea della scala delle moderne operazioni minerarie. Si ritiene che la miniera di Garzweiler contenga più di un miliardo di tonnellate di riserve di carbone.


Introduzione


In una storia di fantascienza che ho avuto sotto mano molti anni fa, un gruppo di esploratori erano rimasti intrappolati in un remoto pianeta ed hanno avuto bisogno di costruire una nuova nave spaziale usando i materiali locali. Non avevano né tempo né risorse per gli scavi minerari tradizionali, così hanno costruito una “macchina mineraria universale” che estraeva elementi dalla crosta del pianeta. La macchina rompeva la roccia, la scaldava e la trasformava in plasma atomico. Gli ioni del plasma venivano accelerati e in seguito separati a seconda della massa da un campo magnetico. In entrata c'era semplice roccia ed in uscita c'erano tutti gli elementi presenti nella roccia originaria, ognuno allegramente impacchettato nella sua scatola.


Quella storia (mi pare che fosse di Poul Anderson) mi ha sempre affascinato. Perché non possiamo costruire una macchina simile qui sulla Terra e smettere di preoccuparci della fine delle risorse minerarie? Alcuni economisti sembrano pensare all'esaurimento delle risorse in questi termini, infatti, come se avessero una macchina mineraria universale pronta. Una delle dichiarazioni preferite che potete sentire su questo tema è che non esistono cose come le risorse finite. I prezzi creano le risorse a seconda di quello di cui avete bisogno. Se i prezzi sono abbastanza alti, potete sempre fare profitti anche estraendo da materiale minerale molto povero. Fino a che non resterete a corto di crosta terrestre da scavare, non esaurirete un bel niente o, al massimo, non avrete problemi per molto, molto tempo. Julian Simon, autore del libro “L'Ultima Risorsa” (1985), era forse il campione di questa scuola di pensiero. Fra le altre cose, disse che abbiamo risorse minerarie per “7 miliardi di anni” (Simon 1995).


Di recente, questo tipo di entusiasmo sull'abbondanza delle risorse sembra essere diventato meno popolare. Comunque, l'opinione generale è ancora quella ottimista, come mostrato in innumerevoli articoli della stampa popolare ogni qualvolta la questione dell'esaurimento è dibattuta. Sfortunatamente, l'idea che entità non fisiche, i prezzi, possano creare entità fisiche, le risorse minerarie, è molto problematica. I prezzi sono solo cartellini, etichette che appiccichi su qualcosa. Se hai bisogno di qualcosa non è sufficiente cambiare l'etichetta che c'è sopra; hai bisogno di energia.


L'energia è l'entità fisica che definisce cosa puoi estrarre e cosa no. Simon ed i suoi sostenitori hanno ragione nel dire che la quantità di risorse minerarie non è certa. Ma la quantità estraibile di risorse è definita non dai prezzi, ma dalla quantità di energia che puoi permetterti di impiegare per l'estrazione. E, diversamente dai prezzi, l'energia è una risorsa limitata.


In futuro, la fornitura di energia potrebbe ben diminuire al graduale esaurimento dei combustibili fossili. Se consideriamo anche i problemi del progressivo esaurimento dei bacini minerari più ricchi in densità di materiale, è chiaro che l'industria mineraria affronta una sfida formidabile. Quanto a lungo potremo continuare ed estrarre all'attuale ritmo? Saremo in grado di mantenere in opera la società industriale? Esiste qualcosa tipo “l'estrazione sostenibile”?


Queste domande sono di difficile risposta ma non possono essere ignorate a lungo. Diversi studi recenti pubblicati enfatizzano il carattere “finito” delle risorse ed i verosimili problemi che dovremo presto affrontare (Gordon et al 2006, Ayres 2007, Pickard 2007, Cohen 2007). In un recente lavoro pubblicato su “The Oil drum” Ugo bardi e Marco Pagani (2007) hanno mostrato che la produzione mineraria di diversi metalli e diversi composti hanno raggiunto il picco e sono in declino. Altri prodotti metallurgici segnano un picco imminente. Tutto ciò, naturalmente, è evidenziato anche dalla tendenza all'aumento dei prezzi di tutti i prodotti minerari negli ultimi anni. Chiaramente, non stiamo parlando di qualcosa lontano nel tempo, ma di qualcosa che potrebbe iniziare ad accadere proprio adesso.



Un esempio della curva “a campana” che descrive la produzione di alcune risorse minerali, in questo caso, piombo (Da Bardi e Pagani, 2007)


Le risorse minerarie del pianeta.

Si ritiene che la crosta terrestre contenga 88 elementi in concentrazioni che sono comprese in un dominio di almeno sette ordini di grandezza. Alcuni elementi sono definiti come “comuni”, con concentrazione oltre lo 0,1% in peso. Di questi, 5 sono tecnologicamente importanti in forma metallica: ferro, alluminio, magnesio, silicio e titanio. Tutti gli altri esistono in concentrazioni minori, a volte molto minori. La maggior parte dei metalli di importanza tecnologica sono definiti “rari” ed esistono prevalentemente in basse concentrazioni che costituisco la pietra ordinaria, vale a dire che sono dispersi a livello atomico in silicati ed altri ossidi. La disponibilità media di elementi rari nella crosta terrestre, tipo il rame, zinco, piombo ed altri, è al di sotto dello 0,01% (100 ppm). Alcuni, tipo oro, platino e rodio, sono molto rari ed esistono nella crosta in pochissime parti per milione o anche meno. Comunque, la maggior parte degli elementi rari formano anche composti chimici specifici che si possono trovare in concentrazioni relativamente alte in regioni chiamate “depositi”. Quei depositi dai quali in effetti estraiamo metalli e che si chiamano minerali.


La quantità totale dei depositi di minerale nella crosta è spesso descritta come inversamente proporzionale al grado, ovvero alla concentrazione (“La legge di Lasky”). Ciò significa che i depositi a bassa concentrazione sono molto più comuni di quelli ad alta concentrazione e contengono una quantità di materiali molto più grande. Come conseguenza, quando l'esaurimento progressivo dei minerali ad alta intensità forza l'industria mineraria a spostarsi a minerali ad intensità più bassa, avete l'effetto che la quantità di risorsa aumenti (“non esaurisci le risorse, le aumenti” come disse Odell nel 1994). Questa apparente abbondanza è una delle ragioni del grande ottimismo di alcune persone sulla disponibilità dei minerali. Sfortunatamente, questa abbondanza è un'illusione per diverse ragioni; una è che la legge di Lasky non è valida per l'intera gamma dalla concentrazione della crosta.


Secondo Brian Skinner (1976-79), la quantità di una risorsa nella crosta terrestre non è semplicemente inversamente proporzionale alla concentrazione. Piuttosto, la distribuzione è “bimodale”, cioè che c'è un grande picco per elemento come costituente a bassa concentrazione ed un picco più piccolo per lo stesso elemento in deposito. L'assenza di concentrazione nel mezzo dei due picchi è ciò che Skinner chiama la “Barriera Mineralogica”. Il concetto è mostrato nella seguente figura.

Il concetto della barriera mineralogica di Skinner. La dimensione relativa dei due picchi non è in scala.


Non abbiamo dati sufficienti per costruire un diagramma di Skinner in scala ma, per una stima approssimativa della differente grandezza dei due picchi, possiamo fare un rapido calcolo per il caso del rame. Per il picco minimo di concentrazione, possiamo dire che la disponibilità media di rame nella crosta alta è riportata essere intorno a 25 parti per milione (Wikipedia 2007). Considerata un'area terrestre di 150 milioni di kmq e una densità media di roccia di 2,6 g/cc, possiamo calcolare qualcosa come 10 trilioni di tonnellate di rame disponibili entro un km di profondità dalla superficie. Per il picco delle alte concentrazioni ci mancano i dati completi, ma possiamo considerare che l'USGS stima le risorse di rame del territorio globale in circa 3 miliardi di tonnellate. La dimensione reale dei tutti i depositi di rame esistenti è certamente maggiore, ma non dovrebbe essere lontano da quest'ordine di grandezza. Quindi, il rapporto in termini di dimensioni dei due picchi è di almeno 1 a 1000.


Ci sono delle eccezioni al modello di Skinner, l'uranio per esempio non sembra avere un doppio picco (Deffeyes 2005) e questo potrebbe essere messo in relazione alle caratteristiche chimiche specifiche degli ioni di uranio. Poi, naturalmente, i minerali comuni, ferro ad esempio, esistono in alta concentrazione su tutta la crosta e non hanno una vera barriera mineralogica. Ma la distribuzione bimodale è probabilmente la condizione generale di praticamente tutti i metalli rari.


Estrazione


Quello minerario è un processo a vari livelli. Il primo è la fase dell'estrazione, in cui il minerale viene estratto dalla terra. Poi, segue la fase di arricchimento, dove la parte utile del minerale viene separato dal rifiuto (chiamato anche “ganga”). Normalmente seguono ulteriori fasi di lavorazione; per esempio la produzione di metallo richiede una fase di riduzione ed una di raffinazione. Tutti questi passaggi richiedono energia. Per essere esatti, dovremmo piuttosto usare il concetto di “exergia” al posto di energia, ma nel contesto dell'estrazione la differenza è trascurabile.


Facciamo un esempio pratico. Oggi, estraiamo rame da risorse minerali (prevalentemente calcopirite CuFeS2) che lo contengono in concentrazioni dell' 1-2%. L'energia coinvolta nell'estrazione, lavorazione e raffinazione del metallo di rame sta in un dominioe di 30-65 megajoules (MJ) per chilogrammo (Norgate 2007) con una media riportata da Ayres (2007) di 50 MJ. Usando il valore di 50 MJ, abbiamo bisogno di circa 0,75 exajoules (EJ) per la produzione mondiale di rame (15 milioni di tonnellate/anno). Questo è circa lo 0.2 % della produzione mondiale di energia primaria (400-450 EJ) (Lightfoot 2007).


La tabella seguente elenca l'energia specifica necessaria per la produzione di alcuni metalli comuni, insieme al fabbisogno di energia per la produzione mondiale attuale.




Energia specifica e totale per la produzione di alcuni metalli. I dati sull'energia specifica provengono da Norgate e Rankin (2002). Quelli sulla produzione totale dall'United States Geological Survey (USGS) per il 2005.



Notate come la produzione mondiale dell'acciaio da sola richieda una quantità di energia (24 EJ) equivalenti a circa il 5% della fornitura mondiale (circa 400-450 EJ). Siccome fare acciaio richiede carbone, questo dato è approssimativamente concorde con il fatto che il 13% della produzione mondiale di carbone va per l'acciaio e il carbone vale circa il 25% dell'energia primaria mondiale (fonte www.worldcoal.org).


Presi insieme, questi dati indicano che l'energia totale usata per estrarre e produrre metalli potrebbe essere sull'ordine del 10% del totale. Questa stima sembra essere coerente con quella di Rabago ed altri (2001) che riporta un range del 4-7% e quelli di Goeller e Weisnet (1978) dell'8,5% per l'industria metallurgica dei soli Stati Uniti.


Affrontare la barriera mineralogica


Durante la storia dell'estrazione mineraria, abbiamo estratto minerali dai bacini ad alta densità sfruttando l'energia fornita gratuitamente da processi geochimici di un remoto passato (vedi De Wit 2005). I bacini contengono moltissima energia, generata sia dal calore del nucleo terrestre, sia dall'energia solare in combinazione con i processi biologici. La Terra è un pianeta geochimicamente vivo e l'esistenza dei bacini minerari e dei depositi è una conseguenza di ciò. Ma i processi che hanno creato i minerali sono estremamente rari ed i minerali sono una risorsa finita.


C'è poca speranza di trovare sorgenti di alta densità di minerali oltre a quelli che già conosciamo. La crosta del pianeta è stata esplorata completamente e scavare a fondo non sembra essere di aiuto, dal momento che i minerali si formano prevalentemente grazie a processi geochimici (specialmente idrotermici) che avvengono vicino alla superficie. Il fondo degli oceani potrebbe essere una sorgente di minerali (Roma 2003) ma fino ad ora non un singolo grammo di nulla è stato estratto da lì. Gli oceani stessi contengono ioni metallici ma in concentrazioni estremamente ridotte. Con la possibile eccezione dell'uranio (Seko 2003) estrarre minerali dall'acqua del mare è fuori discussione. Per esempio, tutto il rame disciolto negli oceani basterebbe per soli dieci anni della presente produzione mineraria (Sadiq 1992). Infine, c'è il vecchio sogno fantascientifico di estrarre dalla luna e dagli asteroidi. Ma se il nostro problema è l'energia, non possiamo permetterci il costo energetico di viaggiare sin là. Per di più la luna e gli asteroidi sono geochimicamente “morti” e non contengono minerali.


Inoltre, mentre continuiamo ad estrarre, non abbiamo altra prospettiva che quella di procedere progressivamente verso bacini a bassa intensità di minerale. In generale, l'energia richiesta per estrarre qualcosa da una miniera è inversamente proporzionale al grado di densità del minerale. Questo perché ci vuole dieci volte più energia per lavorare un minerale che contiene un decimo del minerale utile (Skinner 1979). Questa relazione è valida per minerali della stessa composizione che cambiano solo di concentrazione.


Potremmo anche esaurire completamente un certo tipo di minerale e dover passare a minerali di composizione chimica diversa. E' già successo in passato, ad esempio per i metalli nativi. Il ferro, ad esempio, era trovato un tempo in forma metallica, pronto ad essere forgiato, sotto forma di meteoriti. Questa sorgente è stata esaurita completamente come risorsa mineraria molto tempo fa. Cambiare minerale normalmente significa un aumento della quantità di energia richiesta per l'estrazione.


A seconda del tipo di prodotto, il cambio di densità del minerale potrebbe avere effetti notevoli, o quasi nessuno, sulla richiesta totale di energia. L'alluminio, per esempio, è un caso estremo in cui l'estrazione e l'arricchimento giocano un ruolo minore (Norgate e Rankin, 2000). Ciò non è sorprendente, considerato che estraiamo alluminio dal minerale di bauxite che lo contiene in alte concentrazioni, circa il 30-70% sotto forma di ossido di alluminio. La situazione è diversa dalla maggior parte dei metalli, dove il minerale contiene una quantità molto minore di elemento utile. L'oro è un esempio in cui quasi tutta l'energia è richiesta per l'estrazione e l'arricchimento. Il rame è un esempio di situazione intermedia dove quasi il 50% dell'energia va per estrazione ed arricchimento.


L'esaurimento dei minerali ad alta densità è un problema che, alla fine, ci porterà ad affrontare la barriera mineralogica di Skinner. La quantità di minerali dall' “altra parte” della barriera è enorme. Se potessimo riuscire ad estrarre da questa zona di concentrazione, non avremmo problemi di esaurimento per sempre o almeno per i “7 miliardi di anni” che menzionava Julian Simon. Comunque, questo richiederebbe una quantità di energia ben oltre le nostre capacità attuali.


Facciamo un calcolo approssimativo per valutare questa energia. Consideriamo il rame, ancora, come esempio. Il rame è presente in concentrazioni di circa 25ppm nella crosta superiore (Wikipedia 2007). Per estrarre il rame dalla crosta indifferenziata, avremmo bisogno di frantumare la roccia fino ad un livello atomico fornendo una quantità di energia comparabile a quella che è servita a formare le rocce stesse. In questa media, possiamo prenderla come qualcosa nell'ordine dei 10 MJ/kg. Da questi dati possiamo stimare circa 400 GJ/kg per l'energia di estrazione. Ora, se volessimo continuare a produrre 15 milioni di tonnellate di rame all'anno, come facciamo oggi, estraendolo dalla roccia normale, questo calcolo dice che dovremmo spendere 20 volte l'attuale produzione mondiale di energia primaria. I prezzi non possono rendere la roccia comune una sorgente di metalli rari, non di più di quanto la "danza dei fantasmi" non poteva rendere gli Indiani invulnerabili alle pallottole dei bianchi.


Naturalmente, questa è solo una stima rozza di ordine di grandezza. Potremmo non aver bisogno di polverizzare la pietra a livello atomico e potremmo trovare aree della crosta che contengono più rame della media. Per esempio, Skinner (1979) ha proposto che potremmo estrarre rame da un tipo di argilla chiamata biotite a che necessiterebbe di un'energia di estrazione approssimativamente 10 volte maggiore dell'attuale. Se il problema fosse solo il rame, sarebbe fattibile. Ma se dobbiamo aumentare la richiesta di energia di un fattore 10 per tutti i metalli rari, chiaramente arriviamo rapidamente a livelli che non possiamo permetterci, perlomeno oggi.


Il futuro dell'estrazione


Nel breve periodo, non sembra che dobbiamo affrontare problemi critici in termini di forniture minerali, perlomeno finché possiamo mantenere la nostra fornitura energetica stabile. Consideriamo ancora il rame come esempio. La USGS stima le riserve base di rame in 950 milioni di tonnellate (2007) (anche se Grassmann e Meyer riportano valori più bassi). Se potessimo mantenere stabile il tasso di estrazione avremmo circa 60 anni di fornitura di rame. Naturalmente, il tasso di estrazione non è mai stato costante durante la storia dell'estrazione del rame. Un modello più realistico (Bardi e Pagani 2007) tiene conto della crescita e del declino delle forniture e vede la produzione del rame raggiungere il picco in circa 30 anni da adesso.



Una proiezione del tasso di produzione del metallo di rame da estrazione. Da Bardi e Pagani, 2007



Trenta anni al picco, o sessanta all'esaurimento totale, può sembrare vicino, ma non è domani. In molti altri casi non sembra che siamo vicini al totale esaurimento (E.G. Cohen 2007). Comunque, ci sono casi in cui l'esaurimento sembra essere un problema più pressante, come per l'indio, un metallo importante per l'industria elettronica e potrebbe scarseggiare presto. Inoltre, alcuni metalli potrebbero fronteggiare un serio esaurimento a causa di un aumento della domanda. Per esempio, se dovessimo usare le celle a combustibile su larga scala per il trasporto, le riserve di platino conosciute sarebbero verosimilmente insufficienti per gli elettrodi catalitici. (Dipartimento dei trasporti 2007)


Questi sono problemi seri, ma sono marginali rispetto ai problemi reali che abbiamo e che sono anche più immediati. I minerali, come abbiamo detto, sono definiti in termini di energia necessaria per l'estrazione. Per continuare ad estrarre dalle attuali forniture minerali abbiamo bisogno almeno di una fornitura energetica costante. Ma, nel prossimo futuro, la nostra fornitura energetica potrebbe scendere anziché salire. La diminuzione della fornitura energetica influenza tutti gli stadi della produzione di beni minerali, non solo l'estrazione e la raffinazione. Questo può avere effetti avversi ed immediati nella produzione di beni minerali.


Oggi, l'energia usata per l'estrazione e la lavorazione dei minerali proviene principalmente dai combustibili fossili e, in qualche caso, è direttamente dipendente da combustibili liquidi prodotti dal petrolio greggio. Per esempio, è stato riportato (DOE 2007) che il 34% dell'energia utilizzata nell'industria mineraria degli Stati Uniti è composto da gasolio. I combustibili fossili sono risorse che sono state pesantemente sfruttate in passato, sono in fase di rapido esaurimento e sono in vista del picco entro poche decadi al massimo. Il picco nella produzione di risorse minerali è un fenomeno generale che è in relazione all'incremento dei costi di prospezione, estrazione, e lavorazione quando la risorsa diventa rara e più costosa. Al momento, il petrolio greggio si sta avvicinando al proprio picco di produzione mondiale (picco del petrolio) e ci si aspetta un irreversibile declino produttivo nei prossimi anni (vedi http://www.peakoil.net/). Gli altri due principali combustibili fossili, gas naturale e carbone, sono previsti al loro picco più avanti, ma comunque nei prossimi decenni.


Non abbiamo bisogno di aspettare il picco della produzione reale per vedere una risorsa diventare più costosa sia in termini di energetici, sia in termini monetari. Se ci vuole più energia per estrarre e raffinare il petrolio, questo investimento supplementare in energia condizionerà direttamente il processo di estrazione che fa uso di petrolio come fonte energetica. Così, se l'attuale tendenza al declino nella produzione di combustibili fossili continua, non saremo in grado di sfruttare tutte le risorse minerali esistenti dal lato “buono” della barriera mineraria. Se non cambia nulla, in un futuro non lontano vedremo un declino nella produzione di tutti i beni minerali: “il picco dei minerali” (vedi Bardi e Pagani, 2007). Il picco della produzione dei minerali pone un problema serio ed immediato in termini di mantenimento di una fornitura di beni minerali all'economia mondiale.


Strategie di mitigazione


Come reagire al futuro declino della produzione di minerali? Ci sono due modi: o stimoliamo (o forziamo) le miniere a produrre di più o usiamo in maniera più efficiente quello che siamo ancora in grado di produrre. Possiamo ulteriormente elencare alcune strategie più dettagliate: 1) attraversare la barriera mineralogica, 2) sostituire, 3) riciclare, 4) riusare e 5) fare con meno.


1. Attraversare la barriera mineralogica. Questa strategia equivale a costruire – ed alimentare – una vera e propria macchina mineraria universale ed estrarre i minerali che ci servono dalla crosta indifferenziata. Ciò risolverebbe il problema una volta per tutte ed il sogno di Julian Simon (risorse per 7 miliardi di anni) diverrebbe realtà. Questo tipo di estrazione sarebbe “sostenibile”, nel senso che potrebbe durare tanto a lungo quanto a lungo potremo fornire la grande quantità di energia necessaria per questo scopo. La superficie del pianeta non sarebbe tanto bella, dopo il passaggio di questi mostri giganti ma, se avessimo energia sufficiente per alimentarli, potremmo probabilmente permetterci di spostare l'intera operazione nello spazio. Probabilmente nessuno si lamenterebbe se rovinassimo esteticamente lontani asteroidi. Comunque, come abbiamo detto, la richiesta di energia per una tecnologia del genere è nettamente al di sopra di qualsiasi cosa possiamo concepire per il prossimo futuro. Richiederebbe una svolta radicale nella produzione di energia, probabilmente una nuova forma di fusione nucleare. Non possiamo lasciar cadere questa possibilità, ma non possiamo contarci.


2. Sostituzione. Già nel 1976, Brian Skinner ha intitolato uno dei suoi saggi “Una seconda età del ferro?”. Intendeva dire che il futuro si potrebbe verificare uno spostamento generale dei processi industriali dagli elementi rari verso quelli comuni, come il ferro. Durante lo stesso anno, Goeller e Weinberg avevano esaminato la situazione in un saggio nel quale proponevano quella che chiamavano “Il principio della sostenibilità infinita”. Il loro lavoro è citato talvolta come la demolizione definitiva del catastrofismo. Ma essi avevano correttamente riconosciuto che le sostituzioni richiedono profondi cambiamenti nella tecnologia e nella società. Quello che sia Skinner sia Goeller e Weinberg hanno trascurato di affermare esplicitamente era che la sostituzione richiede energia, spesso molta energia.


Facciamo alcuni esempi di sostituzione in modo da illustrare il problema energetico. Uno classico quello della sostituzione del rame con l'alluminio come materiale conduttore. L'alluminio è uno dei metalli comuni nella crosta terrestre ed usarlo al posto del rame sembra promettente contro il problema dell'esaurimento dei minerali. L'alluminio è un conduttore più povero ed è infiammabile quando si surriscalda ma, con qualche precauzione, è possibile usarlo per quasi tutte le operazioni di carico elettrico. Il problema è che, abbiamo verificato, servono 120 MJ/kg (o 210 MJ/kg) per produrre alluminio metallico dove invece servono 50 MJ per produrre un kg di rame. Siccome il nostro problema più pressante è l'energia, non la densità del minerale, l'idea di sostituire il rame con l'alluminio è una soluzione per il problema sbagliato.


Facciamo un altro esempio. Supponiamo di avere problemi con la disponibilità di cromo. In questo caso avremmo problemi con la produzione di acciaio inox, che contiene cromo in quantità relativamente alte. Per molte applicazioni strutturali che richiedono robustezza e resistenza alla corrosione, l'acciaio inox potrebbe essere sostituito col titanio (Goeller e Weinberg 1976). Sfortunatamente il titanio è un metallo con un alto punto di fusione che richiede grandi quantità di energia per la produzione. Secondo Norgate ed altri (2007) abbiamo bisogno di 361 MJ/kg per produrre titanio metallico, contro gli appena 75 MJ/kg per l'acciaio inox. Ancora, la strategia della sostituzione si rivela essere affamata di energia.


Un ulteriore esempio è il mercurio. Goeller e Weimberg prendono il mercurio come loro paradigma di sostituibilità, per il fatto che è stato eliminato gradualmente e completamente dagli usi tecnologici durante gli scorsi decenni. Ma è anche vero che la sua sostituzione ha richiesto energia. Non abbiamo dati sull'energia che serviva per produrre un kg di mercurio. Considerate, per esempio, che il mercurio nelle pompe a vuoto è stato sostituito da olio sintetico prodotto da precursori fatti di petrolio greggio. Questo tipo di sostituzione ha richiesto energia per la sintesi dell'olio, così come per la sostituzione periodica del fluido che dura meno del mercurio. Questa ed altri tipi di sostituzione sono difficili da definire passi verso la sostenibilità.


Quindi, la sostituzione è una strategia che può contrastare l'esaurimento dei minerali, ma ad un prezzo alto in termini di energia. Non è così affamata di energia come la macchina mineraria universale, ma la “sostituzione universale” di tutti i metalli rari richiederebbe più energia di quella che che possiamo ragionevolmente pensare di avere nel futuro a breve e medio termine.

3. Riciclare. Se potessimo riciclare al 100% di efficienza, non esauriremmo mai niente. Ma il problem è lo stesso che con i metodi tradizionali di estrazione: riciclare richiede energia. Non richiede le stesse quantità che sono richieste da una macchina mineraria universale, ma il riciclaggio ad alta efficienza si è rivelato essere molto difficoltoso per diversi motivi.


Gestire i rifiuti sembra essere un tipico esempio della nostra tendenza a scontare ("discounting") il futuro (Hagens 2007). I rifiuti sono considerati un fastidio piuttosto che uno stock di risorse. Se non troviamo che sia conveniente riciclare qualcosa, lo abbandoniamo in una discarica o lo bruciamo in un inceneritore. In entrambi i casi il risultato è che il recupero è praticamente impossibile. Nel caso degli inceneritori, le ceneri prodotte disperse finemente sono un mix che richiederebbe trattamenti estremamente complessi e costosi in modo da recuperare metalli specifici (Shen e Fossberg, 2003) e, al momento, non viene fatto. Per le discariche, il recupero potrebbe essere più facile, ma ancora buttiamo metalli di valore e rifiuti potenzialmente tossici insieme, e questo non rende facile il recupero. Al momento, le discariche non sono sfruttate come sorgente di minerali a livello industriale anche se pare che lo siano in paesi del terzo mondo. Questo è possibile, comunque, solo a costi molto alti in termini di pericolo per la salute per le persone coinvolte nell'operazione.


Il risultato è che riusciamo a recuperare solo una frazione di ciò che buttiamo via. Secondo l'USGS (Papp, 2005), negli Stati Uniti il tasso medio del riciclaggio è di circa il 50% in peso per i principali metalli prodotti. Il tasso di riciclaggio massimo è del 74% nel caso del piombo. Il ferro è riciclato per circa il 50%; altri metalli comuni di meno: sia il rame sia l'alluminio non sono riciclati per più del 30%. Norgate e Rankin (2002) hanno riportato diversi valori, ma il livello medio di riciclaggio per la maggior parte dei metalli comuni rimane nell'ordine del 50%.


Ciò non è sufficiente per compensare il declino delle estrazioni. Se ricicliamo qualcosa al 50% significa che dopo 4 cicli di recupero avremo perso oltre il 90% del materiale col quale avevamo iniziato. Avremmo bisogno di fare molto meglio di così ma, evidentemente, non è facile e significherebbe un cambiamento radicale nel modo in cui è concepita e gestita la produzione industriale. Questo, a sua volta, richiederebbe un grado di pianificazione centralizzata che è improbabile che si materializzi prima che la scarsità di materiali divenga molto seria. Ancora, è la nostra tendenza a scontare il futuro (Hagens 2007).


4. Riuso. Riusare significa produrre prodotti che durino a lungo e che possano essere riparati e/o restaurati. Riusare richiede un po' di energia, ma probabilmente meno di ogni altra strategia che abbiamo preso in considerazione finora. Come esempio, possiamo pensare di fare le scocche delle auto in acciaio inox o titanio. L'energia richiesta per produrre acciaio inox (Norgate 2007) è circa doppia rispetto a quella richiesta per l'acciaio semplice, mentre il titanio ne richiederebbe circa dieci volte tanto. Comunque, una vettura fatta in acciaio inox o in titanio non arrugginirebbe mai e durerebbe praticamente per sempre. Naturalmente, questo tipo di strategia va contro il concetto stesso di tutto ciò che è normalmente pensato come una strategia di successo nel mercato delle automobili. Progettare prodotti in previsione di riusarli non è mai stato popolare e, in generale, il riuso sa di povertà, non solo per le auto. E' difficile immaginare che che con la nostra limitata capacità di pianificare per il futuro (Hagens 2007) potremmo cambiare la nostra attitudine. Comunque, se una crisi energetica ci colpisse, saremo costretti a usare ciò che abbiamo per tempi più lunghi, con tutti i problemi ed i limiti che comporterebbe. Potremmo anche usare i prodotti per scopi per i quali non erano stati progettati. Nel sud dell'Europa o in Nord Africa, potete trovare persone che fanno posacenere con le lattine. E' pensato come come gadget per i turisti, finora, ma le cose potrebbero cambiare in futuro.


5. Fare con meno. Questa è la strategia più facile; una che non richiede alcuna energia. Semplicemente, se non puoi permetterti qualcosa, non la usi. Non necessita nemmeno di interventi da parte del governo. Con meno energia e meno materiali a disposizione, potresti scoprire che non puoi permetterti un SUV per fare il pendolare. Così, potresti passare a una piccola utilitaria. Meglio ancora potresti passare alla bici oppure potresti camminare. Infine potresti non essere più capace di fare il pendolare. C'è moltissimo grasso superfluo che la società può perdere funzionando ancora in un modo a noi riconoscibile. Il problema è che, mentre perdiamo questo e quello, la società potrebbe entrare in una mortale spirale verso il basso che gradualmente distrugge le basi industriali del mondo. Il processo potrebbe portarci indietro al punto da dove siamo partiti prima della rivoluzione industriale: ad una società agraria con meno popolazione con un basso surplus energetico. Una simile società non potrebbe mantenere il livello tecnologico che abbiamo raggiunto.


Curiosamente, i nostri discendenti contadini non dovrebbero aver bisogno di tornare a scheggiare la selce. Recuperando anche solo un frazione delle più di 50 miliardi di tonnellate di ferro che abbiamo prodotto nei secoli passati, ne avrebbero a volontà per supportare ogni loro necessità. Pensate solo che ai tempi di Napoleone, quando la rivoluzione industriale era già iniziata, la produzione mondiale di ferro ed acciaio era meno di un milione di tonnellate all'anno, circa un millesimo di quello che è oggi. Coi frammenti recuperati dal nostro lavoro di fusione, i nostri discendenti potrebbero felicemente continuare a forgiare spade e aratri (e forse anche moschetti e cannoni) per molte migliaia di anni. Il metallo che rimarrebbe dalla nostra civilizzazione potrebbe anche provvedere al loro approvvigionamento di altri metalli per migliaia di anni, almeno di quelli che possono essere fusi e forgiati in fornaci a carbone di legna. Ciò esclude il titanio e qualche metallo esotico, ma lascia tutto il resto. Pensate che la nostra società ha prodotto così tanto metallo di rame che una quantità di circa 200 kg a persona è ancora in circolazione nel mondo industrializzato (Gordon 2006). Con così tanto rame, i nostri discendenti avrebbero bronzo in abbondanza per pentole e padelle ed anche per spettacolari sculture. Avrebbero persino l'alluminio, qualcosa che i nostri antenati pre-industriali non si sarebbero nemmeno sognati.

Conclusione e prospettive


La nostra civiltà ha profondamente cambiato la composizione chimica della parte superficiale della crosta terrestre. Depositi di elementi formatisi in centinaia di migliaia di anni di processi geochimici (Shen 1997) sono stati rimossi, trasformati ed in larga parte dispersi. Centinaia di migliaia di anni (almeno) saranno necessari per riformare questi depositi e tempi almeno dello stesso ordine di grandezza saranno richiesti per riformare sul pianeta petrolio e gas naturale. Alcuni minerali, come il carbone, sono stati formati in specifiche condizioni in un passato remoto e potrebbero non formarsi mai più nel futuro nelle quantità che esistevano prima che cominciassimo ad estrarli.


Abbiamo ereditato dalle passate generazioni un pianeta che è molto diverso da quello che era prima della rivoluzione industriale. I minerali abbondanti ed economici che i nostri antenati hanno usato per costruire la società industriale non ci sono più. Se vogliamo continuare sulla strada industriale, avremo bisogno di sviluppare nuove strategie per assicurarci una sufficiente fornitura di materiali. Ciò dipenderà prevalentemente dall'energia. Sarà la nostra capacità di produrre energia che determinerà le scelte future della società.


Se riusciremo ad incrementare la fornitura energetica, la sostituzione potrebbe compensare il declino nella densità di minerale e, se saremo veramente capaci di avere abbondanza di energia, potremmo mettere in pratica il sogno di un'infinita fornitura di minerali derivante dall'estrazione da asteroidi usando una macchina mineraria universale. Comunque, questo scenario non sembra molto verosimile.


E' molto più probabile che, in futuro, non saremo in grado di compensare la diminuzione della fornitura di combustibili fossili col nucleare o le rinnovabili. Questo ci porterà ad una riduzione globale della fornitura mondiale di energia e, in abbinamento con il graduale esaurimento dei minerali ad alta densità, ad una riduzione delle disponibilità di tutti i beni minerali. La reazione a questa situazione sarà una combinazione di strategie a bassa energia: riciclaggio, riuso e di fare con meno.


Nell'ipotesi peggiore, considerando anche i verosimili danni derivanti dai cambiamenti climatici, la crisi potrebbe essere così grave che potrebbe riportarci ad una società agraria. Coi frammenti rimasti della nostra civiltà, sarebbe un tipo di società agraria ricca di metalli, ma ancora una società a bassa tecnologia. Potrebbe mai ripartire con una nuova rivoluzione industriale? E' difficile da dire. La rivoluzione industriale che conosciamo era strettamente collegata alla disponibilità di carbone a buon mercato e questa cosa se ne è andata da che lo abbiamo bruciato. E' difficile realizzare “mulini satanici” solo col carbone di legna; le foreste tendono ad esaurirsi troppo velocemente. Forse ci sarà soltanto una rivoluzione industriale nella storia dell'umanità.


In mezzo a questi due estremi, estrarre dagli asteroidi e tornare ad un'agricoltura di sussistenza è perfettamente possibile immaginare scenari intermedi. Potremmo concepire una società che mantiene una fornitura di energia più piccola, ma non tanto più piccola dell'attuale da non riuscire ad usarla per mantenere una ridotta, ma non pari a zero, fornitura di minerali. Dovrebbe essere estremamente attenta ad evitare lo spreco di materiali e vedere alcune delle nostre abitudini (i viaggi aerei, per esempio) come pericolose stravaganze. Dovrebbe, questa società, riciclare e riusare ad un livello che ci apparirebbe difficile concepire oggi. In qualche modo, l'attitudine di questa società sarebbe paragonabile a quella del parsimonioso periodo Edo del Giappone (JSN 2003). Una simile società potrebbe mantenere il nostro livello tecnologico ed anche incrementarlo. Potrebbe ancora impegnarsi nell'esplorazione dello spazio, nella ricerca di base, nello sviluppo dell'intelligenza artificiale e altre ricerche culturali ed umane che non possono essere concepite senza un salutare surplus di energia e materiali.


Se arriveremo mai ad una tale società è difficile da dire. Avremmo bisogno di cominciare a pianificare già adesso, ma la nostra capacità di pianificazione a lungo termine è molto limitata (Hagens 2007). Almeno, da questa trattazione, possiamo dire che fra le nostre preoccupazioni immediate non dovrebbe esserci solo l'energia, ma anche la disponibilità di materiali fondamentali per l'industria.




Riconoscimenti: l'autore ringrazia Franco Galvagno, Marco pagani e Antonio Tozzi per i loro suggerimenti e commenti su questo saggio.


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martedì, giugno 14, 2011

Il Picco dei Minerali



Questo è un post di Ugo Bardi e Marco Pagani pubblicato qualche tempo fa su "The Oil Drum" (TOD) e che ha avuto un notevole successo, per cui lo ripropongo su "ASPO-Italia" in una traduzione di Massimiliano Rupalti. E' uno dei primi articoli che ho pubblicato su TOD, quindi lo stile è un po' accademico - col tempo ho cercato di scrivere queste cose con uno stile un po' più informale; comunque spero che lo troverete interessante.

Riassunto: Abbiamo esaminato la produzione mondiale di 57 minerali riportata nel database della United States Geological Survey (USGS). Fra questi, abbiamo trovato 11 casi in cui la produzione ha chiaramente raggiunto il picco ed è in declino. Diversi altri potrebbero essere vicini al picco o averlo raggiunto. Adattando la curva di produzione con una funzione logistica vediamo che, in molti casi, la quantità finale estrapolata dalle misurazioni corrisponde bene alla quantità ottenuta sommando la produzione cumulativa fino ad ora e le riserve stimate dall' USGS. Questi risultati sono una chiara indicazione che il modello di Hubbert è valido per la produzione mondiale di minerali e non solo per quelle regionali. Ciò supporta fortemente il concetto che il “picco del petrolio” è solo uno dei numerosi casi di picco e declino di risorse finite nel mondo. Molte altre risorse minerarie potrebbero raggiungere il picco e iniziare a declinare nel mondo nel prossimo futuro.

Un “picco” di produzione viene comunemente osservato per il petrolio in molte regioni del mondo (e.g. Laherrere, 2005). Secondo Hubbert (Hubbert 1956) la curva di produzione del petrolio greggio e di altri minerali ha la forma di una campana approssimativamente simmetrica; ciò significa che il picco avviene quando approssimativamente metà della risorsa estraibile è stata estratta. Dai dati regionali è un passo logico estrapolare la produzione mondiale e giungere alla conclusione che il picco globale (“peak oil”) sarà raggiunto. In molti casi l'analisi basata sul modello di Hubbert dice che il picco potrebbe avvenire tra pochi anni a partire da ora (2007).

Da quando il petrolio è la principale (quasi unica) sorgente di energia primaria nel mondo, è largamente riconosciuto che le conseguenze del picco potrebbero essere importanti, persino disastrose. Comunque, abbiamo un problema con l'idea che siamo vicini al picco mondiale del petrolio; nessuna delle principali risorse energetiche (petrolio, gas e carbone) ha raggiunto il picco mondiale finora. Quindi, come possiamo sapere che la situazione globale possa essere comparata con le situazione regionali che conosciamo? Un modo per rispondere a questa domanda è guardare ai meccanismi che producono il picco. Il modello di Hubbert è stato analizzato in diversi studi (Naill 1972, Reynolds 1999, Bardi 2005, Holland 2007). In tutti questi modelli il picco ed il declino sono il risultato del graduale aumento dei costi di produzione della risorsa, a loro volta dovuti all'esaurimento della stessa. Questi costi possono essere visti in termini monetari, ma possono anche essere misurati in unità di energia. Nel caso del petrolio, questo aumento dei costi è legato a fattori come il minore tasso di successo nella prospezione petrolifera, la necessità di sfruttare giacimenti più piccoli e costi più alti per la lavorazione di petrolio di minor qualità. Questi costi ridurranno gradualmente i profitti e, di conseguenza, la volontà degli operatori di investire in ulteriori estrazioni. Questo rallenterà la crescita e, col tempo, causerà il picco ed il successivo declino. Questa analisi non dipende dal tipo di risorsa si consideri né dalle condizioni globali/regionali di estrazione.

Comunque, questa interpretazione è lontana dall'essere accettata da tutti. Molti dicono che molti casi di picco regionali non sono dovuti al progressivo esaurimento ma a fattori politici o di mercato o entrambi ( vedi, per esempio, Engdhal, 2007, per una recente riproposizione di questa idea). Il modello di Hubbert è criticato anche perché non tiene in considerazione i prezzi. Nel caso globale, viene detto, i crescenti prezzi di mercato continuano a garantire profitti e, per questo, gli operatori continueranno ad investire sull'aumento del tasso di estrazione. Se non per sempre, almeno molto oltre il picco o la metà della disponibilità di una risorsa. Questa interpretazione proviene dagli anni 30 (Zimmermann, 1933) col cosiddetto “modello funzionale” dell'estrazione mineraria, che ha avuto un considerevole successo nella letteratura economica recente (e.g. Nordhaus 1992, Simon 1995, Adelman 2004). Studi recenti su modelli che tengono conto del prezzo (Holland 2006) indicano che il picco avverrebbe comunque, ma l'idea che i prezzi in aumento invaliderebbero il modello di Hubbert aleggia ancora. Alcuni studi, infatti, sostengono che la produzione di petrolio non raggiungerà mai il picco ma, piuttosto, raggiungerà un durevole plateau (CERA 2006).

Le teorie vanno e vengono ma una cosa è certa: anche la teoria più elegante necessita del supporto dei fatti. Se possiamo trovare esempi storici di risorse globali che hanno raggiunto il picco e sono declinate seguendo la curva a campana, questo supporterà fortemente l'idea che la teoria di Hubbert funziona anche per la produzione globale. Fino all'anno scorso c'era un solo esempio di un caso simile riportato in letteratura: quello sulla caccia delle balene nel 19° secolo (Bardi 2006). Le balene non sono una risorsa mineraria, ma lo “stock” di balene si comportò come una risorsa non rinnovabile poiché le balene furono “estratte” (cacciate) ad un tasso molto più veloce di quello della loro riproduzione. Recentemente, Dery ed Anderson (2007) hanno mostrato che la produzione globale di almeno una risorsa mineraria, pietra di fosfato, ha raggiunto il picco negli anni 80.

Soltanto due casi potrebbero non essere abbastanza per provare la validità generale del modello di Hubbert ma, qui, possiamo riportare che ci sono molti più casi di picco globale rispetto alla produzione di minerali. Dopo una esaustiva disamina dei dati della USGS sulla produzione mondiale di minerali (Kelly 2006) abbiamo trovato almeno 11 casi di minerali che mostrano una curva a campana globale con un picco chiaro. Il picco era evidente ed è stato confermato misurando i dati usando una funzione a forma di campana. Entrambi abbiamo usato funzioni derivative gaussiane e logistiche, riscontrando risultati molto simili. Entrambi i tipi di curva possono essere usati per misurare la curva di Hubbert come mostrato da Bardi (2005) e da Staniford (2006). In più abbiamo trovato diversi casi di minerali che potrebbero aver raggiunto il picco recentemente o esserci vicini, anche se non è ancora totalmente certo.

I dati USGS non sono stati esaminati solo per la presenza di picchi di produzione, ma anche analizzati in termini di disponibilità di minerale estratto ad oggi ed estrapolata nel futuro. Nella sua forma base, il modello di Hubbert afferma che la curva di produzione è simmetrica, questo significa che la produzione raggiunge il picco approssimativamente allorché la metà della risorsa da estrarre è stata estratta. Comunque, nella fase iniziale del ciclo di estrazione, è possibile stimare questa quantità come “massima quantità di risorse recuperabili” (Ultimate Recoverable Resources, URR). Secondo la BP (2007) nel caso del petrolio greggio l' URR è definito come “una stima della totale disponibilità di petrolio che potrà essere recuperato e prodotto. E' una stima soggettiva basta su informazioni parziali”. Questa stima è anche più soggettiva nel caso dei minerali diversi dal petrolio per diverse ragioni. Una è che la conoscenza delle risorse mondiali possono essere molto più incerte che nel caso del petrolio. Un'altra difficoltà potrebbe essere la mancanza di dati storici rilevabili. Infine, i minerali, diversamente dal petrolio o dal gas, spesso appaiono come risorse “graduate”, cioè che sono in depositi di diversa concentrazione. Così è molto difficile determinare il punto di cesura fra quanto sia estraibile e quanto non lo sia.
Tuttavia, il database della USGS riporta valori per la “riserve” di ciascun minerale considerato. Il concetto delle “riserve” è definito dall'USGS (2007) come: “Quella parte delle riserve base che potrebbe essere estratta economicamente prodotta al momento della determinazione. Il termine riserve non necessariamente implica il fatto che gli impianti di estrazione siano installati ed operativi”. Al contrario, sulle “riserve base” l'USGS dice che “ Le riserve base includono quelle risorse che sono attualmente economiche (riserve), marginalmente economiche (riserve marginali) ed alcune di quelle che sono attualmente subeconomiche (risorse subeconomiche). Ovviamente, le riserve base sono molto più vaste che non quanto stimato dall'USGS. Da questi dati l'URR di ogni minerale può essere misurato come la produzione cumulativa fino ad oggi più la quantità ancora estraibile. La seconda può essere presa come uguale alle riserve o alle riserve base. Abbiamo provato entrambe le possibilità ed abbiamo trovato che, in tutti i casi, l'area al di sotto della curva a campana estrapolata è molto più prossima alla quantità ottenuta usando le riserve che non quella ottenuta con le riserve base, come vi mostreremo in seguito. Notate, comunque, che una discrepanza in questa comparazione non invalida, di per sé, il modello di Hubbert: potrebbe semplicemente indicare che le stime delle riserve sono approssimate o sbagliate.

Abbiamo esaminato 57 casi di estrazione mineraria dai dati dell'USGS. Di questi, abbiamo trovato 11 casi in cui un chiaro picco di produzione è rilevabile. Questi casi sono elencati nella tabella 1. La tabella contiene anche l'URR derivato dalla somma della quantità della risorsa già estratta (fino al 2006) e la quantità di riserve elencate nelle tabelle dell'USGS. Questo valore può essere comparato alla quantità che le misurazioni logistiche o gaussiane della curva forniscono.



Tabella 1

Per 4 minerali (mercurio, piombo, cadmio e selenio) abbiamo trovato una buona concordanza fra l'URR determinato dalle misure logistiche e l'URR determinato dai dati dll'USGS (produzione cumulativa fino ad oggi più riserve). Per 5 minerali (tellurio, fosforo, tallio, zirconio e renio) l'URR ottenuto dalle misurazioni è ancora accettabilmente vicino a quello dei dati USGS, anche se minore. L'URR derivato dai dati USGS è significativamente più alto per il gallio ed il potassio. Questa discrepanza può essere attribuita alla grande incertezza sui dati del gallio e, per il potassio, per ragioni di mercato descritte nella scheda tecnica dell'USGS (USGS 2006). Se la riserva base viene adottata per effettuare la stima dell'URR, per tutti i minerali i risultati sono sempre molto maggiori di quelli ottenuti dalle misure dei dati sperimentali.

Vi mostriamo ora qualche esempio di picco. Cominciamo con il primo picco globale che può essere trovato nelle tabelle dell'USGS, quello del mercurio (Fig. 1)


Figura 1

Qui ci sono alcune dispersioni nei dati, ma le misure sono ragionevolmente buone e non c'è dubbio che un picco globale ha avuto luogo a metà degli anni 60. La quantità totale di mercurio estratto dal 1900 ad oggi è, approssimativamente, 540.000 tonnellate. Secondo i dati dell'USGS, le riserve mondiali di mercurio sono ridotte a 46.000 tonnellate che, sommate alla quantità già estratta, fornisce una quantità totale di mercurio estraibile di circa 590.000 tonnellate. Considerando che una ridotta quantità è stata estratta prima del 1900, questo valore è perfettamente in linea con quello ottenuto dalle misurazioni logistiche (580.000 tonnellate).

Un altro picco storico è quello del piombo (Fig. 2) che lo raggiunse nel 1986.


Figura 2

La misura è migliore che nel caso del mercurio ed i dati dell'URR calcolati dalle misure (330 milioni di tonnellate) sono in buona concordanza con quelli calcolati attraverso i dati USGS (290 milioni di tonnellate).

Un esempio più recente di picco è quello dello zirconio minerale concentrato (principalmente zircone, ZrSiO4), che è la fonte principale di zirconio e ossido di zirconio, due materiali importanti, spesso usati come componenti per materiali ad alta resistenza alle temperature.


Figura 3

Non c'è dubbio che la crescita quasi esponenziale dell'inizio della produzione ha cominciato a rallentare negli anni 70 e la stessa crescita è cessata nel 1990 per poi declinare. La misura dei dati ci dà la data del picco nel 1994. Secondo i dati USGS, l'URR di questo minerale dovrebbe essere di circa 670 milioni di tonnellate. Le misure della curva di produzione dà un valore più piccolo, circa 390 milioni di tonnellate. Da notare che le riserve USGS sono riportate in termini di tonnellate di ZrO2, mentre “minerali concentrati di zirconio” sono un mix di diversi minerali, prevalentemente zircone (ZrSiO4) e baddeleyte (ZrO2). Un ulteriore elemento di insicurezza, anche se minore, è la mancanza di dati di produzione degli Stati Uniti per qualche anno nei dati USGS. Tenendo conto di queste incertezze, la concordanza può essere considerata accettabile come ordine di grandezza.

Il selenio, un metallo importante per l'industria dei semiconduttori, ha raggiunto anch'esso il picco nel 1994, secondo una misurazione logistica (Fig. 4)


Figura 4

L'URR del selenio calcolato dai valori delle riserve USGS è in buona concordanza con l'area della curva misurata.

C'è anche il caso di un picco ancora più recente, quello del gallio. Il gallio è un altro metallo importante per l'industria dei semiconduttori. Secondo l'interpretazione logistica dei dati, ha raggiunto il picco durante il 2000 (Fig. 5)




Figura 5

In questo caso, l'area sottostante la curva misurata è molto più piccola di quella calcolata dai dati delle riserve dell'USGS, probabilmente per l'alta incertezza nella stima delle riserve è molto alta. Una delle ragioni è che il gallio è prodotto solo come sottoprodotto dell'estrazione di altri minerali.
In linea di principio, i picchi che abbiamo riportato potrebbero essere dovuti a fattori diversi dall'esaurimento. Gli economisti tendono a distinguere fra domanda ed offerta ed il declino produttivo dei minerali potrebbe essere visto come il risultato di più economici e sicuri sostituti che sono entrati nel mercato e genera una riduzione della domanda. Ma molte delle leggi che hanno proibito l'uso del mercurio sono state approvate molto dopo il picco del mercurio (1962) e, come abbiamo visto, il mercurio ha raggiunto il picco quasi esattamente al “punto mediano” delle riserve disponibili, come previsto dal modello standard di Hubbert. Un caso simile, riduzione della domanda, può essere fatto per il picco del piombo, un altro metallo velenoso. Ma per molte applicazioni, per esempio le batterie delle auto, non è stato trovato alcun sostituto ancora per rimpiazzare il piombo. Inoltre, anche in questo caso il picco ha avuto luogo esattamente a metà delle risorse stimate.

Forse l'unico caso in cui il declino della produzione può essere attribuito a fattori di mercato è quello dell'ossido di potassio (o potassa) (K2O) che ha raggiunto il picco ad un valore della produzione cumulativa considerevolmente più bassa della metà e dove fattori di mercato sono stati effettivamente riportati come cause del declino (USGS 2006). In tutti gli altri casi mostrati nella tabella 1, non c'è alcuna causa evidente che possa portarci a pensare che il declino della produzione possa essere attribuita a riduzione della domanda. Per esempio, alcuni dei materiali elencati sono importanti per l'industria dei semiconduttori (gallio, tellurio, selenio), altri per l'industria metallurgica (zirconio, molibdeno) ed altri per l'agricoltura (pietra di fosfato). Non esistono sostituti per questi materiali. Quindi, il picco ed il declino dei minerali che abbiamo esaminato vanno interpretati come dovuti, almeno in parte, a fattori legati a una riduzione dell'offerta, a sua volta legata all'esaurimento.

Altri minerali esaminati nel database USGS mostrano un chiaro rallentamento del tasso di crescita della produzione, ma è difficile provare che un picco sia avvenuto. Ciò dipende fortemente dai dati degli ultimi anni e da quelli riportati dall'USGS (Kelly 2004) sotto l'etichetta “Sommario delle Materie Prime Minerali”, che sono aggiornate per gli ultimi due anni e disponibili al momento fino al 2006. Sfortunatamente, in alcuni casi questi gruppi di dati sono incoerenti fra loro. Per esempio, la produzione mondiale di vanadio sembra raggiunger il picco intorno al 2002 dall'annuario dei minerali, ma nei dati del Sommario delle Materi Prime Minerali mostra un improvviso salto di produzione nel 2005/2006 che lo porta ben al di sopra del picco precedente. I dati del vanadio nelle successive edizioni del “Sommario” non sono coerenti fra loro, per esempio nel 2007 la produzione mondiale per il 2005 è stata cambiata a 58.200 tonnellate dalle 40.200 elencate nelle tabelle dell'anno precedente. Le ragioni di questa correzione non sono spiegate ma sembrano in relazione ad incertezze nel riportare dati da stati come la Cina.

Diversi minerali oltre al vanadio mostrano simili salti di produzione che portano la curva di produzione ad abbandonare la tendenza al picco di pochi anni prima. Uno di questi casi è quello del minerale di ferro (Fig. 6) che mostra un vero “bastone da hockey” nei dati di produzione.



Figura 6

Ora, è difficile dire se la rapida ripresa negli anni scorsi è dovuta ad inconsistenze nei report o ad un vero incremento della produzione che può essere legata alla rapida crescita dell'economia Cinese (Pui Kwan Tse, 2005). Probabilmente entrambi i fattori giocano un ruolo e l'aumento improvviso della produzione potrebbe essere dovuta al fatto che l'economia cinese è, almeno in parte, “fuori sincronia” col resto del mondo. In ogni caso, saremo in grado di valutare la situazione del vanadio, minerale di ferro ed altri casi simili solo dopo che altri dati saranno disponibili e quando la loro consistenza sarà valutata dall'USGS.
Alcuni minerali nel database dell'USGS mostrano una continua crescita di produzione che, visivamente, appaiono come essere quasi esponenziali. Gordon ed i suoi collaboratori (Gordon 2006), hanno recentemente esaminato 5 metalli che mostrano questo comportamento: rame, zinco, stagno, nichel e platino. Non hanno usato il modello di Hubbert, ma hanno cercato di estrapolare la domanda di questi metalli in relazione alla crescita della popolazione mondiale prevista. Essi riportano che “nessun rischio immediato” esiste per la disponibilità degli stock di metalli, ma che “gli stock vergini di diversi metalli appaiono inadeguati a sostenere la qualità di vita del moderno “mondo sviluppato” per tutte le persone del mondo con la tecnologia moderna”.
Prendendo il rame come esempio, fino al 2006 i dati sperimentali possono, in effetti, essere misurati usando una funzione esponenziale, ma una funzione logistica fornisce lo stesso grado di accordo (Fig. 7)


Figura 7

Se estrapoliamo i due modelli poche decadi nel futuro vediamo lo scenario della Fig. 8 con il rame che raggiunge il picco intorno al 2040 secondo le misure logistiche.


Figura 8

I risultati delle misure sono in linea con le stime delle riserve di rame dell'USGS. Questa quantità è circa 0,5 – 1 gigatonnellate, ovvero anche meno del valore che può essere stimato dal modello logistico (2 gigatonnellate). La nostra analisi è quindi in linea con quella di Gordon, ma fornisce un quadro più dettagliato di quello che possiamo aspettarci in futuro. Altri metalli che mostrano un apparente crescita esponenziale della produzione finora possono essere esaminati in questo modo. Il risultato è che la maggior parte dei minerali dovrebbero raggiungere il picco nei prossimi decenni.

Ovviamente, ogni considerazione fatta finora dipende dall'assunto che i picchi mostrati nella tabella 1 sono picchi globali definitivi. E' un assunto ragionevole, ma anche opinabile, specialmente per quei minerali che hanno raggiunto il picco più di recente. Alcuni minerali sono molto sensibili ai cicli di mercato e mostrano diversi picchi. L'oro è il caso più evidente: i dati storici mostrano un picco nel 2001, ma il picco potrebbe essere solo uno di una serie di picchi osservati nella storia della produzione dell'oro. Anche se i minerali riportati nella tabella 1 appaiono essere scarsamente sensibili a questi cicli, possiamo essere certi del picco “definitivo” solo dopo che il ciclo estrattivo (o produttivo) è stato completato.

Questo, per il momento, è possibile è possibile ad un livello globale solo nel caso dell'olio di balena (Bardi 2006) e forse per il mercurio (Fig. 1). Tuttavia, i gruppi di dati sperimentali qui riportati e le relative analisi forniscono prove impressionanti sulla fondatezza dell'approccio di Hubbert. Vediamo, inoltre, che il picco e declino è un tratto comune della produzione mondiale della maggior parte dei minerali, come il modello di Hubbert predice. Non possiamo escludere che i recenti aumenti di prezzo di tutti minerali daranno inizio ad una nuova ondata di investimenti, ma, finora, le previsioni del “modello funzionale” non sembrano essere verificate.

Abbiamo bisogno anche di considerare che i costi d'estrazione non sono solo monetari, ma coinvolgono anche costi energetici. Questo fatto introduce un ulteriore fattore che potrebbe precipitare il picco ed il declino. L'energia coinvolta nell'estrazione di materie prime minerali, diciamo rame, non dipende solo dall'energia necessaria per estrarlo dal minerale e a raffinarlo. Dipende anche dall'energia necessaria per estrarre petrolio (o carbone o gas o uranio) e trasformarlo in potenza e macchinari utili all'estrazione del rame. Da quando i combustibili fossili si stanno esaurendo, è necessaria più energia per la loro produzione ed il risultato è un ulteriore aumento dell'energia per l'estrazione di tutti i minerali. Il sistema mondiale di estrazione è connesso in questo modo. Questa connessione potrebbe spiegare perché il picco della maggior parte delle materie prime minerali sembrano essere concentrate in un periodo che va dagli ultimi decenni del 20° secolo ai primi del 21°, il periodo in cui le difficoltà di produzione di combustibili fossili hanno iniziato a farsi sentire globalmente. Questa connessione potrebbe anche spiegare perché diversi minerali stanno raggiungendo il picco per i valori di estrazione cumulativa che sono inferiori a quelli che deriverebbero dalle stime USGS delle riserve disponibili. A meno che nuove ed economiche fonti di energia diventino disponibili, potremmo non essere mai in grado di sfruttare l'abbondante “riserva base” della maggior parte dei minerali e forse nemmeno le riserve per come sono stimate oggi.

Alla fine, il “picco del petrolio” sembra essere solo uno dei numerosi casi di picco mondiale e declino di una risorsa finita. La curva a campana è globalmente valida e per molti minerali, non solo per il petrolio e per casi regionali. In pochi anni, è verosimile che molte più risorse si vedranno raggiungere il picco e declinare.

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Ringraziamento: gli autori ringraziano John Busby per i suoi suggerimenti riguardo la produzione di metalli.

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