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sabato, maggio 12, 2012

La terra svuotata: una recensione di Eugenio Baronti

 
Eugenio Baronti è stato assessore all'ambiente al comune di Capannori (Lu), creando quella rivoluzione nella gestione dei rifiuti basata sulla raccolta differenziata che ha portato Capannori ad essere famoso in Italia e anche nel mondo. Baronti è stato poi assessore regionale e al momento è il direttore dell'aeroporto di Tassignano dove ha creato una nuova struttura di ricerca nel campo aerospaziale e delle energie rinnovabili sotto il nome di "Zefiro innovazione". Eugenio Baronti è anche autore del libro recente "Con il piombo sulle ali" dove descrive la sua esperienza politica. Questo post è tratto dal suo blog.

lunedì, gennaio 02, 2012

La saga dei minatori


Di Ugo Bardi




 La morte di John Henry, mitico “steel driving man” che sfidò e vinse la macchina a vapore, ma ne fu sconfitto a sua volta. Un quadro di Palmer Hayden (1890-1973)



Dal libro di Ugo Bardi "La Terra Svuotata" (Editori Riuniti, 2011), alcune considerazioni sul futuro dell'uomo; non troppo ottimistiche ma nemmeno tanto pessimistiche.
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John Henry was a little baby boy
Sitting on his mama's knees
When he took up a hammer
And a little piece of steel
He said, “this hammer is gonna be the death of me, Lord, Lord!”


John Henry era un ragazzino
Seduto sulle ginocchia della mamma
Quando prese in mano un martello
E un pezzettino di acciaio
Disse, “questo martello sarà la mia morte, Signore, Signore!”


Canzone popolare americana del secolo XIX


Nella letteratura che ci descrive millenni di storia umana leggiamo di guerrieri, condottieri, esploratori, poeti e tante altre figure gloriose. Poco o nulla ci viene detto di quelli che hanno fornito ferro per le spade e gli scudi dei guerrieri, oro per condottieri e gioielli per le dame che i poeti hanno cantato. 
Della storia di questa schiera di minatori, poco è rimasto di scritto, fra quel poco, un frammento è la canzone di John Henry, il cui lavoro era di piantare sbarre d'acciaio a martellate nella roccia; perforandola quel tanto che bastava per poi infilarci dentro un candelotto di dinamite. Come tante storie drammatiche, anche questa non è a lieto fine. John Henry sfidò lo “steam drill”, il martello pneumatico a vapore, riuscendo a sconfiggerlo ma solo per poi accasciarsi morto per il tremendo sforzo. In poche righe, leggiamo tutta la saga dei minatori umani: tanto lavoro, e alla fine, per che cosa? Per sparpagliare e disperdere quello che il pianeta aveva impiegato miliardi di anni per accumulare.


In qualche migliaio di anni, abbiamo visto la saga del popolo dei minatori cominciare un po' in sordina con prime miniere di ocra in Inghilterra, per poi crescere gradualmente; espandersi fino a diventare l'impresa immane che vediamo oggi. In pochi secoli, abbiamo visto un'immensa reazione chimica svilupparsi sulla superficie del pianeta che ha dato fuoco alle riserve di carbonio accumulate in milioni di anni di attività geologica. 

Nel processo, la reazione ha sparpagliato ceneri per tutto il pianeta, polveri finissime che contengono metalli pesanti che, anche quelli, erano stati concentrati in vene e depositi da miliardi di anni di processi idrogeologici. Di tutto quello che il pianeta aveva accumulato, gran parte è già sparita; quello che rimane viene rapidamente bruciato, incenerito e disperso. Siamo oggi forse al culmine di questa immensa reazione chimica e già vediamo la discesa che ci aspetta: il grande fuoco dei combustibili fossili non può durare in eterno. 

Come tutti i fuochi, divora il combustibile che lo produce e, alla fine, si spegnerà lasciando solo cenere. Senza più vene, senza più pozzi, senza più giacimenti, non ci saranno più nemmeno minatori. E' la fine di un ciclo brevissimo dal punto di vista geologico ma che, per noi umani, era sembrato nella natura delle cose. Non lo era.



Certo, abbiamo ancora miniere da sfruttare e pozzi di petrolio da trivellare. Ma è inesorabile che un giorno vedremo la sparizione dell'attività mineraria così come l'abbiamo conosciuta nei secoli passati: sparisce la figura del minatore con il suo piccone e il suo elmetto con la lampada incorporata. 

Qualunque cosa succeda nei prossimi anni, le miniere di una volta non esisteranno più e non si riformeranno per centinaia di migliaia di anni, o forse milioni. Alcuni minerali, probabilmente, non si riformeranno mai più su questo pianeta. Il carbone, per esempio, si è formato come il risultato di condizioni ambientali particolari del periodo Paleozoico e che è possibile che non vedremo mai più nei prossimi milioni, o anche miliardi, di anni. 

Senza carbone, è molto costoso raffinare i metalli; senza metalli a basso costo è difficile pensare a una società industriale. E' difficile costruire oscuri mulini satanici, come William Blake definiva le industrie, solo col carbone di legna; le foreste tendono ad esaurirsi troppo velocemente. Può darsi che la rivoluzione industriale degli ultimi secoli sia stata l'unica di tutta la storia del pianeta. 



Quello che lasciamo ai nostri discendenti è un pianeta diverso, un pianeta svuotato, una Terra che ha caratteristiche climatiche e ambientali che non sono più quelle di una volta. 

I cambiamenti sono tanti; il principale è forse la grande immissione di biossido di carbonio nell'atmosfera che ha portato la sua concentrazione a livelli che non si riscontravano da decine di milioni di anni. Questo grande picco del biossido di carbonio è stato creato dalla combustione di sostanze che non facevano parte della biosfera ormai da milioni di anni: i combustibili fossili: petrolio, gas e carbone. Trattandosi di sostanze aliene ai cicli biologici esistenti, la biosfera non potrà che assorbirne una parte, adattandosi per quanto possibile. 

Il resto, una frazione significativa, rimarrà nell'atmosfera per centinaia di migliaia di anni. Tale è la portata delle modifiche che abbiamo fatto al nostro pianeta in sole poche centinaia di anni di attività frenetica. Non possiamo escludere che la forzante climatica del CO2 non trasporti l'intero pianeta a uno stato climatico che potrebbe somigliare a quello che era il clima qualche decina di milioni di anni fa: un pianeta caldissimo e privo di calotte glaciali dove non sappiamo se gli umani potrebbero adattarsi a vivere.



Quale sarà, allora, il destino della civiltà umana? Può darsi che saremo costretti a ritornare a una società prevalentemente agricola, con un livello tecnologico molto più basso di quello attuale, ma non è affatto detto. Utilizzando l'energia solare e tecnologie che non richiedono elementi rari ed esauribili, siamo perfettamente in grado di costruire una società in grado di gestire l'ecosistema planetario in modo tale da rimediare ai danni che noi stessi abbiamo causato e a restituire il pianeta alle condizioni in cui era quando l'abbiamo ereditato. 

Un pianeta ricco di vita e di diversità è una condizione che possiamo mantenere per millenni o anche periodi molto più lunghi. Da questo pianeta possiamo partire per continuare la grande impresa in cui ci siamo impegnati: capire e esplorare l'universo. 

sabato, dicembre 17, 2011

Il libro che ha dato inizio ad ASPO-Italia: La Fine del Petrolio


La copertina del libro del 2003 "La Fine del Petrolio" di Ugo Bardi. Quasi dieci anni dopo che è stato concepito, il libro non è ancora obsoleto e, rileggendolo, ci si trovano alcune previsioni che si sono avverate in modo quasi preoccupante. Esaurito da un pezzo in libreria, lo potete scaricare in formato pdf dal sito di Aspoitalia.


Dall'introduzione del libro "La Terra Svuotata" di Ugo Bardi, Editori Riuniti, 2011


L'11 Settembre del 2001 è una data che tutti si ricordano per via degli attentati alle torri gemelle di New York; un evento che ha cambiato la visione del mondo per molti di noi. Anche per me, quel giorno sono cambiate molte cose; ma per un altro motivo. Mi ricordo che quella mattina girellavo in una libreria di Berkeley, in California, ancora sotto shock dopo aver visto il crollo delle torri in televisione. Curiosando fra gli scaffali, mi capitò in mano un libro intitolato “Il Picco di Hubbert: la scarsità di petrolio prossima ventura.” Era scritto da un geologo americano, Kenneth Deffeyes. Mi bastò una scorsa a quel libro per ricavarne una piccola rivelazione; una di quelle illuminazioni che ti capitano ogni tanto nella vita. Quell'11 Settembre del 2001 è stato decisamente un giorno particolare per me.

Prima di allora, di petrolio me ne ero occupato sempre, ma in modo diverso. Per uno che fa il chimico di mestiere, il petrolio è un po' come la Colt 45 per il pistolero dei film western: non è detto che la devi usare a ogni momento, ma la tieni sempre a portata di mano. Così, avevo cominciato la mia carriera studiando argomenti correlati alla raffinazione del petrolio e avevo continuato a lavorarci sopra per molti anni. Ma era la prima volta che trovavo dei dati che rispondevano a una domanda che mi ero sempre fatto: il petrolio esiste in quantità finite, e quanto ancora potrà durare?

La risposta di Deffeyes non era piacevole. L'esaurimento del petrolio non era una cosa per un lontano futuro; era qualcosa di cui già allora cominciavamo a sentire le conseguenze. Deffeyes esponeva il concetto di “Picco del Petrolio” e spiegava che non voleva dire esaurimento. Voleva dire, piuttosto, costi talmente alti che la maggior parte di noi non avrebbero più potuto permettersi di usare il petrolio con la stessa noncuranza con cui l'abbiamo fatto fino ad oggi. Questo avrebbe costretto l'industria a ridurre la produzione, generando così quel massimo produttivo che viene chiamato a volte “Picco di Hubbert” dal nome del geologo americano, Marion King Hubbert, che aveva proposto il concetto per la prima volta, negli anni 1950. Secondo Deffeyes, il picco globale di produzione avrebbe potuto verificarsi entro una decina di anni, ovvero entro i primi due decenni del ventunesimo secolo.

Quell'11 Settembre del 2001, tante cose sono andate al loro posto, tante domande hanno avuto una risposta; incluso le vere ragioni dell'attacco alle torri gemelle di New York. Era un'altra salva delle “guerre per il petrolio” che non erano certamente cominciate allora e che sarebbero comunque durate ancora a lungo nel tentativo di controllare una risorsa che si faceva sempre più scarsa. Da allora, è cominciata per me una ricerca che ha cambiato la mia vita. E' stata la ricerca delle ragioni del nostro rapporto con il petrolio, del perché non ne possiamo più fare a meno e di cosa ci succederà via via che lo consumiamo, fino al giorno in cui, alla fine, quel poco che resterà sarà talmente costoso da estrarre che lo lasceremo dentro i pozzi. Un giorno, il petrolio sarà soltanto un ricordo del passato; è inevitabile. Quel giorno potrebbe non essere così lontano da non dover cominciare a preoccuparcene ora.

Con gli anni, mi sono accorto che il problema non è soltanto del petrolio, ma di tutte le risorse minerarie che utilizziamo: dai combustibili fossili (carbone e gas in aggiunta al petrolio) a tutti i metalli, i semiconduttori, i materiali da costruzione e quei preziosi fosfati senza i quali l'agricoltura non potrebbe produrre abbastanza cibo da sostenere sette miliardi di persone. Tutte queste sono risorse esauribili, nel senso che, a furia di estrarle e “consumarle” (ovvero trasformarle in rifiuti), finiremo con rimanere senza. E non è soltanto questo il problema; il fatto di trasformare le risorse in rifiuti ci crea enormi problemi di inquinamento, il principale dei quali è il riscaldamento globale creato dai prodotti di combustione degli idrocarburi e del carbone. E' una vera tenaglia quella che ci sta schiacciando fra due problemi: esaurimento è inquinamento.

Tutte queste cose non mi erano ancora chiarissime in quel giorno dell'attacco alle Torri Gemelle di New York, ma cominciavo già a intuirle. Così, tornato in Italia, ho cominciato a studiare il petrolio non più come una serie di molecole da raffinare ma come parte di un ciclo economico e ecologico planetario. Più tardi, ho conosciuto di persona Kenneth Deffeyes, l'autore del libro che mi aveva messo su questa strada. Ho anche conosciuto Colin Campbell, fondatore di “ASPO” l'associazione per lo studio del picco del petrolio. E' stato Campbell a incoraggiarmi a continuare con gli studi che avevo cominciato a fare. Ho conosciuto anche tanti altri studiosi che si erano interessati al picco del petrolio. Jean Laherrere, geologo francese co-fondatore di ASPO e straordinario analista dei dati petroliferi, Matt Simmons, finanziere americano esperto di petrolio che mi ha messo sulla strada di riesaminare e rivalutare il lavoro dei “Limiti dello Sviluppo” del 1972, Ali Morteza Samsam Bakthiari, geologo iraniano capace di recitare Dante Alighieri in italiano a memoria, e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare.

Nel 2002, ho invitato Colin Campbell in Italia a presentare il suo lavoro in una conferenza che ha tenuto all'università di Firenze. Dopo la conferenza, io e un gruppetto di ricercatori italiani ci siamo riuniti nel mio ufficio e abbiamo fondato la sezione italiana dell'associazione per lo studio del picco del petrolio: ASPO-Italia, che si è rivelata negli anni un crogiolo di menti brillanti e originali. Ci siamo messi a studiare non solo il petrolio, ma tutte le risorse, sia rinnovabili che non rinnovabili, e a proporre soluzioni in termini di “sostenibilità”. Forse un concetto abusato, certo, ma l'unico che ci da una speranza per il futuro.

Molto del lavoro che ho fatto in questi 10 anni è stato di divulgazione, più che altro su internet, sul sito di ASPO-Italia e sul mio sito che si intitola “Effetto Cassandra.” Ma non ho fatto solo divulgazione; piano piano, sono entrato nell'argomento al punto di pubblicare diversi articoli su riviste scientifiche internazionali e sono anche entrato nel gruppo degli autori di “The Oil Drum” un sito internet specializzato in argomenti petroliferi e di risorse minerali. Nel 2003 avevo pubblicato “La Fine del Petrolio,” il mio primo libro in assoluto. Come succede spesso in Italia, molti libri di scienza passano inosservati e anche questo non è che sia apparso sulla lista dei best-seller. Ma ha avuto successo in altri modi. Apparentemente, a molta gente ha fatto lo stesso effetto che aveva fatto a me il libro di Deffeyes sul picco di Hubbert che avevo trovato in quella libreria di Berkeley, l'11 Settembre del 2001. Negli anni, ho ricevuto molte lettere di persone che mi hanno scritto “questo suo libro ha cambiato la mia visione del mondo.” In più, “La fine del petrolio” si è rivelato un libro singolarmente profetico. Rivisto oggi, a distanza di alcuni anni, è impressionante notare quante cose scritte nel testo poi si sono avverate o si sono rivelate essere come descritte; dall'aumento dei prezzi del petrolio al disastro dell'invasione dell'Iraq. Non mi prendo nessun merito per questo valore profetico del libro; è un merito che va a quelli che mi hanno insegnato queste cose: Campbell, Laherrere, Deffeyes, Bakhtiari e tanti altri.