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mercoledì, agosto 24, 2011

Un giovane di 86 anni

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha partecipato qualche giorno fa, a Rimini, all’incontro annuale dell’associazione cattolica Comunione e Liberazione.
Il discorso del Presidente ha affrontato il tema di attualità della crisi economica globale e dei suoi effetti sulla stabilità finanziaria dello Stato italiano, indicando senza giri di parole, le vie del risanamento, in primis la lotta serrata all’enorme evasione fiscale e ricordando l’importanza delle celebrazioni dell’Unità d’Italia come elemento di coesione nazionale indispensabile in una fase delicata e cruciale per il nostro paese.

Vi voglio però proporre una parte del discorso di Napolitano che pochi commentatori hanno evidenziato, ma che dal nostro punto di vista, appare estremamente innovativa e lungimirante:
“Si impone perciò un’autentica svolta: per rilanciare una crescita di tutto il paese – Nord e Sud insieme; una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito ; una crescita ispirata a una nuova visione e misurazione del progresso, cui si sta lavorando ormai da anni, su cui si sta riflettendo in qualificate sedi internazionali. Al di là del PIL, come misura della produzione, e senza pretendere di sostituirlo con una problematica “misura della felicità”, in quelle sedi si è richiamata l’attenzione su altri fattori: “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”. E’ a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.”

Le cronache giornalistiche ci informano che dall’inizio alla fine, il discorso del Presidente è stato accompagnato da autentiche ovazioni dei congressisti e a questo punto dobbiamo domandarci per quale motivo la più alta carica dello Stato goda oggi di un così ampio e trasversale consenso che travalica le tradizionali e consolidate contrapposizioni tra gli italiani.
Sicuramente a ciò contribuisce l’alto profilo politico, culturale ed umano del personaggio, ma egli rappresenta principalmente il consolidarsi di una tendenza storico - sociale avviata ed avvertita già nei settennati dei suoi ultimi predecessori, Ciampi, Scalfaro e, per certi versi, Cossiga. Di fronte a un sistema politico sempre più autoreferenziale, rissoso e politicamente inadeguato, incapace di perseguire con efficacia l’interesse generale della Nazione, gli italiani vedono nella figura del Presidente della Repubblica l’unica istituzione “super partes” in grado di saper rappresentare il bene comune e fare da argine ai rischi di disgregazione economica e sociale.

Viviamo in un periodo di cambiamenti epocali che richiederanno interventi efficaci e decisioni strategiche anche sul piano istituzionale, pena la disgregazione del collante sociale. Credo che dovremo iniziare a riflettere seriamente a una riforma del sistema istituzionale italiano che preveda l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato, intesa come elemento di stabilizzazione, garanzia e fiducia nelle istituzioni rappresentative, alla stregua di altre consolidate democrazie europee ed occidentali.
Le condizioni che determinarono l’attuale assetto costituzionale, con l’attribuzione di un ruolo centrale al Parlamento, come reazione e tutela rispetto a un tragico e rovinoso periodo della storia nazionale, sono profondamente mutate. In un quadro di corretto bilanciamento dei poteri e di un idoneo sistema di pesi e contrappesi tra gli organi dello Stato, è possibile a mio parere operare per una trasformazione in senso presidenziale della democrazia italiana.

lunedì, novembre 29, 2010

Un'università è come una cattedrale



L'ingresso dell'Università di Notre Dame, a Beirut, in Libano. E' proprio un bel campus in stile americano che non ha nulla dell'aspetto "post-olocausto nucleare" di molte università italiane negli ultimi tempi.



Con le ultime vicende della riforma Gelmini, mi è venuto in mente di confrontare con la situazione in Libano; un paese che comincio a conoscere abbastanza bene dopo ormai alcuni anni di collaborazione per il progetto RAMSES. Quest'anno, l'università di Notre Dame, a Beirut, mi ha dato un'ottima impressione. E' veramente un bel campus in stile americano - non da per niente quell'impressione di "post olocausto" che danno ultimamente le università italiane. 

Una caratteristica che ho notato all'Università di Notre Dame è la multiculturalità; anche questo la accomuna a quelle americane; molto meno a quelle italiane che si stanno sempre di più provincializzando.  A Notre Dame, per esempio, ci vedi studentesse che vengono paludate in nero col niqab dalla testa ai piedi. Insieme a loro, vedi studentesse vestite all'occidentale; pantaloncini corti e ombelico all'aria. Quelle tutte in nero arrivano probabilmente dall'Arabia Saudita o dai paesi del golfo, quelle assai meno paludate sono probabilmente Libanesi - supermoderne e occidentalizzate.  E' anche questo un fattore positivo di scambio culturale; ma anche, dal punto di vista dei Libanesi che sono persone pratiche, un modo di attirare nel paese un po' della ricchezza che i l'Arabia Saudita e i Paesi del Golfo fanno con il petrolio.

Fare un confronto fra l'università libanese e quella italiana sarebbe cosa lunga e complessa. Una cosa che credo si possa dire con certezza è che i Libanesi ci tengono molto alle loro università e al loro sistema di istruzione. E' un vanto per le varie comunità avere le università migliori e più prestigiose. E' la competizione che spinge. Lo vedi girando per il Libano: ci sono università un po' ovunque. Università piccole, certamente, magari non al livello di quelle Europee e Americane. Ma è chiaro che ce la mettono tutta a fare del loro meglio.

Che i ragazzi frequentino l'università è anche quello un vanto e una ragione di prestigio. Basti pensare che in Libano oltre il 38% dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni frequentano l'università (da questo rapporto). Dai dati Istat sulla popolazione e sugli immatricolati risulta che in Italia sono all'incirca la stessa frazione, ovvero il 40%. Probabilmente, però, in Italia gli studenti sono sparpagliati su una fascia di età più ampia, quindi è possibile che siamo messi peggio del Libano in termini di frazione di popolazione che frequenta l'università. Questo confronto è abbastanza impressionante, considerando tutti i problemi che ha un paese relativamente povero come il Libano, incluso guerre, conflitti interni, eccetera.

In sostanza, mi sembra di poter dire che il sistema universitario Libanese è un sistema dinamico e in crescita, mentre il nostro è un sistema in contrazione e in declino. Un sistema di ricerca è un po'come una cattedrale gotica; ci vogliono molti decenni, se non qualche secolo, per costruirlo. Ma per distruggerlo basta pochissimo: così come basta una bomba per demolire una cattedrale. Da noi, sembra che l'università sia considerata qualcosa da sopportare, se come qualcosa da demolire.

Beh.... se è questo lo scopo, ci stiamo riuscendo benissimo.