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lunedì, settembre 19, 2011

Berlinguer e i limiti dello sviluppo

Qualche giorno fa ero per lavoro a Roma. La sera, bighellonando per la città, ho letto un manifesto che presentava una festa della CGIL alle Terme di Caracalla, articolata in diversi giorni di convegni e iniziative, per ricordare le figure di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer. Quella sera c'era proprio un dibattito sullo scomparso segretario del PCI, con la partecipazione di noti politici. Non potevo perdere una simile occasione, essendo un profondo estimatore del lungimirante pensiero politico di Berlinguer.

Lo spazio dibattiti era gremito come sempre meno accade agli incontri politici italiani, di una folla attenta e partecipe. Tutti i relatori hanno messo in evidenza le straordinarie doti del politico sardo che tanto lo distinguevano dai politici di oggi: la riservatezza, il rifiuto della personalizzazione della politica, il rigore morale, la serietà. Io avrei aggiunto il rifiuto della demagogia, ed è stupefacente ricordare il misterioso carisma di questo personaggio nei confronti di un popolo come quello italiano storicamente incantato da politici populisti, retorici e, appunto, demagogici.

Ma soprattutto è stata ricordata la straordinaria attualità delle sue tesi, come il primato della democrazia anche in una società socialista, la "questione morale" annunciata in una celebre intervista ad Eugenio Scalfari nel 1981, per finire con la visione profetica, ma all'epoca poco compresa e vilipesa, dell'"austerità", il tentativo politico forse più avanzato nell'occidente consumistico di porre la società di fronte ai problemi e alle contraddizioni dei "limiti dello sviluppo".

Ci voleva una nuova e forse più devastante crisi per rivalutarne le intuizioni, ho pensato con un pò di soddisfazione personale, avendo pubblicato su questo blog, ormai più di tre anni fa, l'articolo "Berlinguer ti voglio bene" citando alcuni passi dei suoi discorsi pubblici sull'argomento. Invito a rileggerli con attenzione, sono di una stupefacente attualità.

Sono i grandi uomini che influenzano i fatti della storia o sono le condizioni storiche che fanno emergere i grandi uomini? E' un pò come rispondere al quesito se è nato prima l'uovo o la gallina. Però, pensando alla drammatica situazione che stiamo vivendo e alla pochezza dei politici italiani, ottusamente fermi in attesa di "tempi migliori" che non arriveranno più, sto cominciando a convincermi cha la risposta possa essere la prima.

mercoledì, agosto 24, 2011

Un giovane di 86 anni

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha partecipato qualche giorno fa, a Rimini, all’incontro annuale dell’associazione cattolica Comunione e Liberazione.
Il discorso del Presidente ha affrontato il tema di attualità della crisi economica globale e dei suoi effetti sulla stabilità finanziaria dello Stato italiano, indicando senza giri di parole, le vie del risanamento, in primis la lotta serrata all’enorme evasione fiscale e ricordando l’importanza delle celebrazioni dell’Unità d’Italia come elemento di coesione nazionale indispensabile in una fase delicata e cruciale per il nostro paese.

Vi voglio però proporre una parte del discorso di Napolitano che pochi commentatori hanno evidenziato, ma che dal nostro punto di vista, appare estremamente innovativa e lungimirante:
“Si impone perciò un’autentica svolta: per rilanciare una crescita di tutto il paese – Nord e Sud insieme; una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito ; una crescita ispirata a una nuova visione e misurazione del progresso, cui si sta lavorando ormai da anni, su cui si sta riflettendo in qualificate sedi internazionali. Al di là del PIL, come misura della produzione, e senza pretendere di sostituirlo con una problematica “misura della felicità”, in quelle sedi si è richiamata l’attenzione su altri fattori: “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”. E’ a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.”

Le cronache giornalistiche ci informano che dall’inizio alla fine, il discorso del Presidente è stato accompagnato da autentiche ovazioni dei congressisti e a questo punto dobbiamo domandarci per quale motivo la più alta carica dello Stato goda oggi di un così ampio e trasversale consenso che travalica le tradizionali e consolidate contrapposizioni tra gli italiani.
Sicuramente a ciò contribuisce l’alto profilo politico, culturale ed umano del personaggio, ma egli rappresenta principalmente il consolidarsi di una tendenza storico - sociale avviata ed avvertita già nei settennati dei suoi ultimi predecessori, Ciampi, Scalfaro e, per certi versi, Cossiga. Di fronte a un sistema politico sempre più autoreferenziale, rissoso e politicamente inadeguato, incapace di perseguire con efficacia l’interesse generale della Nazione, gli italiani vedono nella figura del Presidente della Repubblica l’unica istituzione “super partes” in grado di saper rappresentare il bene comune e fare da argine ai rischi di disgregazione economica e sociale.

Viviamo in un periodo di cambiamenti epocali che richiederanno interventi efficaci e decisioni strategiche anche sul piano istituzionale, pena la disgregazione del collante sociale. Credo che dovremo iniziare a riflettere seriamente a una riforma del sistema istituzionale italiano che preveda l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato, intesa come elemento di stabilizzazione, garanzia e fiducia nelle istituzioni rappresentative, alla stregua di altre consolidate democrazie europee ed occidentali.
Le condizioni che determinarono l’attuale assetto costituzionale, con l’attribuzione di un ruolo centrale al Parlamento, come reazione e tutela rispetto a un tragico e rovinoso periodo della storia nazionale, sono profondamente mutate. In un quadro di corretto bilanciamento dei poteri e di un idoneo sistema di pesi e contrappesi tra gli organi dello Stato, è possibile a mio parere operare per una trasformazione in senso presidenziale della democrazia italiana.

mercoledì, agosto 17, 2011

Il paese del Gattopardo

Una delle poche disposizioni ragionevoli e condivisibili dell'ultimo decreto governativo per la riduzione del disavanzo pubblico è il tentativo di sfoltire la selva di enti locali italiani, abolendo province e accorpando alcuni comuni. Come avevo scritto tempo fa in un precedente articolo, la tanto sbandierata soppressione tout court dell'ente provincia è in realtà una misura inutile e demagogica. Ma la fusione di comuni e province sotto una determinata soglia dimensionale potrebbe in effetti consentire di ottenere qualche economia di scala.

Ma come spesso accade in Italia, questo giusto principio amministrativo è stato trasposto in maniera talmente confusa e contraddittoria nel corpo legislativo che rischia di essere completamente vanificato.

Il decreto, così come pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, prevede infatti che “…sono soppresse le Province diverse da quelle la cui popolazione rilevata al censimento generale della popolazione del 2011 sia superiore a 300.000 abitanti o la cui superficie complessiva sia superiore a 3.000 chilometri quadrati.”
E’ stato affermato che in questo modo si sarebbero salvate dalla soppressione alcune province con popolazione inferiore ai 300.000 abitanti, come Sondrio, Siena, Grosseto e altre. Anche se non sono un giurista, mi sembra evidente che l’attuale testo preveda che sia le province con meno di 300.000 abitanti, sia quelle con superficie inferiore ai 3.000 chilometri quadrati dovranno sparire. Dal punto di vista logico e grammaticale, questo dovrebbe essere il significato della congiunzione “o” posta tra le due condizioni.
Se l’intenzione del legislatore fosse stata quella annunciata dai giornali, il testo corretto avrebbe dovuto contenere la congiunzione “e” che implica la presenza di ambedue le condizioni ai fini della soppressione dell’ente provinciale.
Così, una delle conseguenze paradossali dell’attuale situazione normativa potrebbe essere che la Liguria non avrebbe più province, in quanto la Provincia di Genova ha una superficie di circa 1900 chilometri quadrati e le altre meno di 300.000 abitanti. A meno che province confinanti non decidessero di accorparsi. Ma il decreto non prevede questa possibilità.
Si tratta di sviste amministrative grossolane, ma probabilmente diranno che si tratta di un errore di stampa e lo correggeranno in fase di conversione in legge del decreto. Se anche fosse così, i burocrati ministeriali avrebbero però il dovere di controllare l’esattezza del testo prima della sua pubblicazione.

Questa parte dell'articolo in corsivo l'ho scritta successivamente a seguito di alcune osservazioni alle considerazioni precedenti che mi hanno indotto ad eseguire alcuni approfondimenti. Un letterato da me consultato, ha confermato la correttezza dal punto di vista grammaticale della mia interpretazione della norma. D'altra parte, il commento di Weissbach all'articolo ha colto un elemento logico che sembrerebbe confermare l'interpretazione giornalistica a favore degli estensori della legge: la doppia negazione della frase trasformerebbe dal punto di vista del linguaggio logico la congiunzione o in e. Si tratta quindi di un caso di interpretazione normativa controversa. I manuali consigliano comunque di evitare nelle leggi le doppie negazioni e di esprimere il significato delle congiunzioni in modo chiaro e univoco, in altre parole una legge deve essere il più possibile semplice e facilmente interpretabile. Quindi, concludendo, sarebbe opportuna una formulazione dell'articolo di questo tipo: "Sono abolite le Province con popolazione inferiore a 300.000 abitanti e superficie inferiore a 3.000 chilometri quadrati."

E’ stato poi scritto da alcuni giornali che il decreto sancirebbe l’abolizione di circa 1900 piccoli comuni. E’ falso, in quanto è previsto solo che nei Comuni con popolazione pari o inferiore ai 1000 abitanti, confinanti con altri comuni nella stessa condizione demografica, il Sindaco rimanga l’unico organo amministrativo (con la soppressione di consiglio e giunta comunali). In questa situazione però, “tutte le funzioni amministrative” verrebbero gestite dall’”Unione Municipale” dei comuni interessati. I Sindaci dei Comuni sceglierebbero tra di loro il Presidente dell’Unione Municipale, con la conseguenza paradossale che i cittadini di tutti i comuni meno uno eleggerebbero un sindaco fittizio, costretto a cedere le proprie competenze al presidente dell’unione municipale e i cittadini di un solo comune eleggerebbero il Sindaco effettivo anche degli altri comuni dell’Unione. Mi pare evidente che tale paradosso possa essere risolto solo allargando la base elettorale a tutti i Comuni dell’Unione.
Ma c’è di più. Gli abitanti dell’Unione Municipale devono essere almeno 5000 (salvo diversa decisione della Regione), da cui si deduce che i comuni interessati confinanti devono essere in linea teorica almeno cinque, concretamente almeno sei. Una condizione alquanto improbabile sul territorio nazionale.
Tralascio altre evidenti incongruenze del disposto normativo, per concludere che nessuno dei più di 8100 Comuni italiani verrà soppresso e che l’unione dei più piccoli appare scarsamente praticabile sul piano applicativo. Come al solito, in Italia tutto sembra cambiare affinchè nulla cambi.

sabato, luglio 23, 2011

Ci attendono tempi interessanti

La notizia degli ultimi giorni è l'inizio del disfacimento della maggioranza di governo, che si concluderà molto probabilmente con la fine anticipata del Governo Berlusconi. Nella Lega, la lotta intestina che covava da tempo sembra risolta a favore del delfino del segretario, il ministro Maroni. In termini psicanalitici, il figlio ha ucciso il padre, a livello politico è prevalsa una linea di rottura dell'asse di ferro con Berlusconi.

Non sappiamo se sia in atto un gioco delle parti tra il capo e l'aspirante capo, ma Bossi e la Lega avevano già perso la loro partita politica da tempo, scommettendo su una disunità degli italiani storicamente infondata e culturalmente inesistente. Le celebrazioni del 150° hanno ancora una volta dimostrato che il popolo italiano ha una salda identità nazionale ed è coeso. La recente indagine di una nota società demoscopica ha verificato che le parole secessione e federalismo sono agli ultimi posti dell'immaginario collettivo italiano.
Il rinnovato spirito patriottico è inoltre alla base di quella ripresa dello spirito civico che ha determinato i risultati delle recenti elezioni amministrative e referendarie, sancendo la sconfitta delle forze di governo e di una visione della politica che interpreta i comportamenti elettorali come semplice espressione degli interessi materiali in gioco.

Ora ci attendono tempi molto interessanti. La stasi economica strutturale, la crisi dei debiti sovrani e, dal nostro punto di vista, la crisi energetica post picco petrolifero, rappresentano nel loro insieme un evento catastrofico che potrà sfociare in un declino irreversibile della società italiana o rappresentare (come ha più volte evidenziato il Presidente della Repubblica) un'opportunità storica per il nostro paese di superamento dei mali atavici che ci affliggono.

Occorreranno grandi personalità politiche ed elevati profili di statista per affrontare queste emergenze, che l'attuale panorama politico italiano non sembra minimamente garantire.

Staremo a vedere. Alla fine potremo anche rispondere alla domanda se sono i grandi uomini che fanno la storia o se è la storia che fa i grandi uomini.

venerdì, giugno 17, 2011

Auguri a Marco Pagani

Due ottime notizie giungono in questi giorni da Novara. La promozione in Serie A dopo 55 anni della storica squadra di calcio della città piemontese e l'elezione di Marco Pagani nel Consiglio Comunale di Novara.

Marco Pagani è socio Aspoitalia ed ha scritto insieme ad Ugo Bardi l'articolo sul picco dei minerali che abbiamo pubblicato qualche giorno fa. Gestisce un interessante ed utilissimo blog "Ecoalfabeta" su cui ha pubblicato di recente il suo "manifesto" politico per l'importante incarico che lo attende.

Condividiamo le interessanti proposte in esso contenute e riteniamo che la sua elezione sarà molto utile per il futuro sostenibile della città.

Complimenti e tanti auguri Marco.

venerdì, giugno 03, 2011

Un'analisi del voto

Contravvenendo alla consuetudine di non commentare sul blog i risultati elettorali italiani, vi propongo una personale analisi dell’ultimo voto amministrativo, perché mi pare che in esso si siano manifestate tendenze e orientamenti nuovi nell’elettorato, in tema con quanto sosteniamo da anni su queste pagine.

Molti in Italia, compreso Berlusconi grande sconfitto delle ultime elezioni amministrative, danno un'interpretazione di tipo economico al sorprendente risultato che ha ridimensionato pesantemente i partiti di governo. Cioè sarebbero le condizioni economiche generali del paese, mal fronteggiate dal governo a spiegare le vittorie dei Sindaci di centro sinistra, in gran parte delle città in cui si è votato.

Sicuramente questa è una delle motivazioni del voto, ma non si tratta a mio parere di quella decisiva perché la principale attiene a ragioni che niente hanno a che vedere con le condizioni materiali degli italiani, e che si possono ricondurre e sintetizzare in una sola parola: “Dignità”.

Semplicemente, una maggioranza numericamente ampia del popolo italiano non ne può più di essere derisa e vilipesa nel contesto internazionale. E ciò, non solo per motivi contingenti legati anche ai comportamenti disdicevoli del presidente del consiglio, ma per quella serie di difetti nazionali che ci squalificano da secoli nel resto del mondo: illegalità diffusa, criminalità organizzata, inefficienza della pubblica amministrazione, spregio del bene comune a favore degli interessi individuali. Cioè quella carenza di senso civico che impedisce all’Italia di valorizzare dovutamente il suo pur grande ruolo economico e culturale nel mondo.

Si tratta di una domanda collettiva di riscatto che parte dalle comunità locali ma che assume chiaramente una rilevanza nazionale e i toni di una rivendicazione forte dei valori positivi dell’identità nazionale. Non è un caso che il partito maggiormente penalizzato sia stato la Lega Nord e che ciò sia avvenuto nell’anno dei festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Gli elettori hanno così indirizzato i propri voti più che verso partiti inadeguati e dominati sempre più da nomenclature autoreferenziali e inadatte a interpretare l’evoluzione sociale, verso quei candidati Sindaco che sembravano interpretare meglio questo desiderio di serietà istituzionale e dignità nazionale. Speriamo che i nuovi eletti sappiano rispondere positivamente a queste grandi e finora irrisolte aspettative.

martedì, gennaio 11, 2011

Il discorso del Presidente

Questa volta ho passato la fine del 2010 fuori dell’Italia e non ho potuto ascoltare, come faccio quasi sempre, il discorso del Presidente della Repubblica di fine anno. Così, con un po’ di ritardo, ho rimediato leggendo il testo integrale del discorso di Giorgio Napolitano disponibile a questo indirizzo.

Complessivamente ho apprezzato le parole del Presidente che, mi pare, in questo frangente di generale impazzimento e mediocrità della politica e delle istituzioni, rappresenti ormai uno dei pochi argini al progressivo imbarbarimento e alla dissoluzione della società italiana.
Mi permetto di segnalare di seguito alcuni dei passaggi a mio parere più significativi del discorso, per poi concludere con un breve commento.

“Siamo stati anche nel corso di quest'anno 2010 dominati dalle condizioni di persistente crisi e incertezza dell'economia e del tessuto sociale, e ormai da qualche tempo si è diffusa l'ansia del non poterci più aspettare - nella parte del mondo in cui viviamo - un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato. Ma non possiamo farci paralizzare da quest'ansia : non potete farvene paralizzare voi giovani. Dobbiamo saper guardare in positivo al mondo com'è cambiato, e all'impegno, allo sforzo che ci richiede. Che esso richiede specificamente e in modo più pressante a noi italiani, ma non solo a noi: all'Europa, agli Stati Uniti. Se il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile, ciò non significa che si debba rinunciare al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato dalla globalizzazione.”

“Nelle condizioni dell'Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell'aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale. Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni ; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l'oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall'abituale frastuono e da ogni calcolo tattico.”

“Reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l'Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate. E richiede coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell'ultimo decennio. Disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Impoverimento di ceti operai e di ceti medi, specie nelle famiglie con più figli e un solo reddito. E ripresa della disoccupazione, sotto l'urto della crisi globale scoppiata nel 2008.”

“Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Ci serve, ci aiuta, ripercorrere nelle sue asprezze e contraddizioni il cammino che ci portò nel 1861 a diventare Stato nazionale unitario, ed egualmente il cammino che abbiamo successivamente battuto, anche fra tragedie sanguinose ed eventi altamente drammatici. Vogliamo e possiamo recuperare innanzitutto la generosità e la grandezza del moto unitario : e penso in particolare a una sua componente decisiva, quella dei volontari. Quanti furono i giovani e giovanissimi combattenti ed eroi che risposero, anche sacrificando la vita, a quegli appelli per la libertà e l'Unità dell'Italia! Dovremmo forse tacerne, e rinunciare a trarne ispirazione? Ma quello resta un patrimonio vivo, cui ben si può attingere per ricavarne fiducia nelle virtù degli italiani, nel loro senso del dovere comune e dell'unità, e nella forza degli ideali.”

Quale è, secondo me, il succo del discorso presidenziale? Cari concittadini, scordatevi per il futuro il Bengodi della crescita economica illimitata a cui ci eravamo abituati, non illudetevi che lo Stato possa più garantire come in passato l’assistenzialismo e gli sprechi che hanno determinato la voragine del debito pubblico, lavoriamo per ridurre le rendite di posizione e le diseguaglianze della società italiana, rinsaldiamo la coesione sociale facendo riferimento alla forza e agli ideali che ispirarono gli italiani che si batterono per l’Unità del paese.

Non è e non può essere, per l’età e la cultura del Presidente, completamente un approccio “picchista”, ma Giorgio Napolitano giunge per altre vie, con una lucidità assente in gran parte dei politici italiani, a conclusioni abbastanza convergenti con chi come me è cosciente del problema cruciale e ineludibile del limite delle risorse e dello sviluppo.

giovedì, dicembre 09, 2010

L'Italia dopo il picco del petrolio

Nel panorama delle democrazie occidentali, il sistema politico italiano si configura come un’anomalia rispetto allo schema prevalente fondato sul conflitto dialettico tra due aree politico – culturali, quella di tradizione socialista o socialdemocratica e quella che genericamente possiamo definire conservatrice – liberale.

La storia del nostro paese ha determinato la natura di questa anomalia. Dopo la disfatta della seconda guerra mondiale, il quadro nazionale fu monopolizzato da due partiti molto lontani dagli orientamenti politici europei: la Democrazia Cristiana, espressione politica delle masse cattoliche escluse fino a quel momento dal “non expedit” di Pio IX e il Partito Comunista strettamente collegato al regime stalinista.
In conseguenza di questa situazione, l’Italia divenne di fatto uno snodo cruciale tra i due blocchi contrapposti facenti capo agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica. Ciò determinò da una parte la subordinazione degli interessi nazionali alle potenze dominanti, dall’altra sancì una tutela politica extra istituzionale da parte dello Stato Vaticano e del movimento comunista internazionale.
Queste condizioni storiche consentirono la cristallizzazione per circa cinquant’anni del quadro politico nazionale e solo dopo il crollo del muro di Berlino il sistema implose, deflagrando rapidamente e rovinosamente sulla spinta di Tangentopoli.

Da allora, e sono passati vent’anni, assistiamo a una lunga serie di scosse di assestamento che stanno modificando radicalmente il sistema politico senza però condurlo ancora verso una configurazione moderna di tipo europeo. Le ragioni di una perdurante anomalia sono da ricondurre al processo contraddittorio di trasformazione della sinistra italiana, per ora materializzatosi in un Partito Democratico dall’incerta identità, alla discesa in campo di un partito legato agli interessi personali di un imprenditore privato, all’emergere di una forza politica nel nord del paese che propone addirittura la rottura dell’Unità nazionale.
Come un fenomeno carsico riemergono in superficie tendenze e pulsioni distruttive presenti nel corpo sociale del paese sin dalla sua costituzione, tenuti compressi durante la guerra fredda: le conseguenze di un processo unitario incompleto, la carenza di senso dello Stato, l’immaturità democratica che spesso sfocia nel populismo e nel desiderio dell’uomo forte.

Ma si tratta a mio parere solo di un passaggio di fase che dovrebbe condurre in breve tempo a una configurazione più stabile, favorita dalle particolari condizioni storiche, economiche ed ambientali.
La crisi economica strutturale che stiamo vivendo e il sopraggiungere del picco del petrolio accentueranno le differenze sociali e, conseguentemente, l’evoluzione del Partito Democratico verso una formazione politica di tipo socialdemocratico in grado di rappresentare adeguatamente la spinta verso una redistribuzione del reddito tra le classi sociali.
Le sempre maggiori esigenze di autosufficienza economica ed alimentare sbaraglieranno le residue velleità secessioniste della Lega, in favore di una maggiore integrazione delle aree del paese. L’inevitabile declino del berlusconismo, se non altro per ragioni anagrafiche, favorirà l’aggregazione di nuove forze politiche di ispirazione cattolica e di una nuova destra di stampo liberale.

In definitiva potremmo avere, invece della temuta disgregazione del paese, una maturazione politica e culturale in una situazione di declino economico. Molto affascinante come tema di studio.

sabato, luglio 10, 2010

L'amaro destino dei verdi

Qualche giorno fa ho ascoltato per caso una trasmissione radiofonica che commemorava, mettendone in luce la complessa e articolata figura di politico e pensatore, uno dei fondatori dei Verdi italiani, Alex Langer, purtroppo scomparso prematuramente e tragicamente.
La trasmissione approfondiva principalmente l’originale contributo offerto da Langer alla tematica della multiculturalità e alle sue battaglie per il superamento dei conflitti etnici che avevano segnato anche la sua vita in Alto Adige di italiano di confine. Egli operò incessantemente per il grande ideale utopico della fratellanza tra i popoli, ostacolato dalle tante barriere sociali, linguistiche e culturali. Si potrà dire che tra i motivi del suo tragico gesto ci fosse anche il senso di fallimento personale provato durante le atroci vicende che dilaniarono la ex Jugoslavia, ma purtroppo nessuna analisi potrà restituirci la vita di questo grande uomo di originale e profondo spessore etico e morale.
Mentre ascoltavo la radio, inevitabilmente, essendo anch’io stato uno dei fondatori delle prime liste verdi in Italia ed avendone condiviso per due decenni le sorti politiche ed istituzionali, il ricordo di Langer mi ha riportato alla mente tutti i dubbi e le domande che mi hanno attraversato negli ultimi anni riguardo il sostanziale fallimento dell’esperienza politica verde in Italia. Di come fosse stato possibile che un’esperienza inizialmente positiva, trainata da personaggi come Langer di elevato valore culturale, politico e persino scientifico, degenerasse gradualmente in un partito di mediocri arrivisti destinato all’autodistruzione e alla sostanziale scomparsa dal panorama politico italiano.
Sicuramente il motivo più appariscente è stata la conquista del partito, con il colpevole e tacito consenso di tutti i leader nazionali, da parte di una nuova classe dirigente rozza, impreparata, carrierista. Però, secondo me, questo è stata solo la conseguenza di condizioni strutturali del quadro politico e sociale italiano. La situazione storica e politica del nostro paese ha disegnato un sistema di partiti eccessivamente frammentato e ciò ha impedito che i verdi seguissero le stesse sorti dei partiti fratelli in altri paesi meno divisi sul piano della rappresentanza politica. Però, c’è un altro elemento, spesso sottovalutato ma secondo me determinante. L’ecologia, nella sua accezione più nobile, è uno dei luoghi di riflessione e azione politica maggiormente collegati al senso dello Stato, al preminente valore della cosa pubblica, alla responsabilità individuale e civile. Tutti valori che, per profonde e complesse ragioni storiche non sono radicati nel nostro paese, quanto lo sono nei paesi del nord Europa. E in ultima analisi, in una democrazia, sono gli elettori a decidere il successo o la sconfitta delle forze politiche.
Ricordo che pochi mesi prima della sua scomparsa invitammo Alex nella mia città per un’iniziativa dei verdi locali e nulla sembrò presagire la sua successiva tragica decisione di togliersi la vita. Ma dopo, ho sempre sospettato che tra i motivi della sua delusione esistenziale ci fosse anche la visione, per noi non ancora chiara, del declino di una grande idea di rinnovamento della politica italiana.

lunedì, giugno 21, 2010

La ‘Sindrome Nimby’ ha colpito anche il progetto KiteGen




created by Eugenio Saraceno


Accade sempre più di sovente che anche le fonti rinnovabili siano colpite dalla sindrome ‘NIMBY’ acronimo inglese di Not In My BackYard ovvero ‘Non nel mio cortile’, un atteggiamento di opposizione ed ostruzionismo rivolto contro la realizzazione di una certa infrastruttura, da parte degli abitanti della zona in cui l’opera dovrà essere costruita.
Spesso a generare tale atteggiamento sono reali preoccupazioni per la salute, come accade per molte opere per le quali è appurato che peggiorino la qualità dell’aria o dell’acqua, oppure possano rappresentare una possibile fonte di incidenti gravi come le centrali nucleari o a carbone.
Per le centrali elettriche operanti con fonti rinnovabili i motivi del nimby sono solitamente molto meno allarmanti, contro l’eolico si invoca il deturpamento del paesaggio o un pericolo per il volo di alcune specie di uccelli.
Nel caso del KiteGen non poteva mancare l’atteggiamento nimby da parte di gruppi di persone abitanti nella zona in cui ha avuto inizio a Febbraio 2010 la costruzione del primo impianto pilota da 3 MW, anche se le motivazioni sono state ancor meno convincenti.

KiteGen è un progetto per lo sfruttamento dell’energia eolica d’alta quota mediante grandi aquiloni pilotati automaticamente da un computer a terra tramite di una coppia di cavi che hanno anche la funzione di portare a terra la preziosa energia (sotto forma di trazione su un sistema di argani collegati ad un generatore di energia elettrica).

Ebbene l’idea della presenza in quota dei leggeri e sicuri (sono vincolati da due cavi indipendenti) profili alari del KiteGen ha suscitato timori in alcuni residenti di Berzano S.Pietro (AT), abitanti nei dintorni dell’impianto in costruzione. Scenari apocalittici di grossi teli di plastica (tali sono i Kite) che piombano (ma non dovrebbero cadere a mò di paracadute?) sulle case dei poveri vicini disintegrandole sono stati addotti come ragioni di una serie di esposti volti a rallentare o possibilmente bloccare l’iter autorizzativo del cantiere presso la giunta del piccolo centro. In ultimo un tale guardiaboschi, si è presentato al cantiere sostenendo che era stato aperto un nuovo sentiero di accesso attraverso la macchia che circonda il sito, quando tale sentiero era una strada vicinale preesistente e perfettamente regolare come attestato dalla dettagliata documentazione presentata al comune dal proprietario del terreno. L’azione del pubblico ufficiale ha provocato la sospensione dei lavori.

Così, nonostante moltissimi berzanesi fossero fieri di ospitare il progetto e si aspettassero dal KiteGen ricadute positive per il loro territorio, la costruzione del primo generatore ha subito dei rallentamenti. Si era perciò pensato di proseguirla altrove: un altro comune piemontese, Sommariva Perno, ha autorizzato i lavori sul sito di una ex discarica, una zona disabitata e per ora nessuno ha eccepito nulla.
Nel momento in cui esce il post, fortunatamente, la situazione a Berzano si è sbloccata.

Di seguito riportiamo l’articolo del Corriere di Bra, esso testimonia il forte interesse che amministrazione pubblica ed imprenditoria locale hanno per l’opportunità di portarsi in casa l’avveniristico impianto, che è stato recentemente scelto tra i migliori esempi di innovazione italiana da presentare all’esposizione di Shanghai.

lunedì, maggio 24, 2010

La prima volta


In questo lavoro, Armando Boccone ripercorre la storia dello sviluppo della Bassa Mesopotamia: i fenomeni che arrivarono a maturazione nel sesto millennio b.f.(before present),  l’esportazione di questa realtà su un territorio più vasto di quello in cui prese piede inizialmente, la crisi e l'epilogo.
Da questo iter emergono rapporti molto profondi con quella che è la realtà attuale.


created by Armando Boccone

Introduzione

Il titolo assegnato a questo lavoro può fare pensare alla prima esperienza d’amore avuta nella vita, con i ricordi contrastanti di gioia e di paura, di qualcosa che era naturale e bello fare oppure che non bisognava fare perché peccato, delle conseguenze che ci sarebbero state, ecc.

Il post invece parlerà di quando, nel sesto millennio b.p. nella Bassa Mesopotamia, con la città di Uruk come baricentro, arrivarono a maturazione, per la prima volta, quelle condizioni che poi contraddistingueranno tutta la storia successiva, e, in misura più estrema, la storia attuale.
A un certo punto la Bassa Mesopotamia coinvolse nel suo sviluppo un territorio più vasto, che andava dall’area Siro-palestinese all’Iran settentrionale e meridionale, dalla catena montuosa del Tauro nell’Anatolia meridionale alla penisola arabica e all’Afganistan, creando una complessa e interconnessa realtà.
Si parlerà soprattutto della crisi a cui, per la prima volta, andò incontro questa complessa e interconnessa realtà e degli esiti concreti che si ebbero.

Perché questo lavoro?

Il motivo è molto semplice: si vedono degli aspetti comuni fra la realtà venuta a maturazione nella Bassa Mesopotamia nel sesto millennio b.f. e l’attuale situazione, per cui la crisi che riguardò quella realtà e gli esiti che si ebbero potrebbero essere interessanti per capire l’attuale crisi e le conseguenze che ne potrebbero conseguire.
Uruk: la prima città!

Ai fini di analisi e di comunicazione molte volte è necessario sezionare la realtà e considerarne solamente una parte: è necessario cioè un impoverimento della realtà affinché questa sia comprensibile.

L’espressione che dà il titolo a questo paragrafo (cioè “Uruk: la prima città”) è ovviamente una semplificazione per rendere comprensibile il fenomeno perché l’urbanizzazione (e degli altri fenomeni a cui questo era strettamente intrecciato in rapporti di feedback) aveva già una lunga storia.

E’ però necessario che l’impoverimento della realtà non sia eccessivo altrimenti si cade nell’errore opposto. Si faranno quindi solamente dei brevi cenni alla realtà precedente, giusto per comprendere meglio quanto avvenne nella Bassa Mesopotamia nel sesto millennio b.p.

Circa 10 mila anni fa avvenne il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura e alla pastorizia. Tale passaggio non avvenne contemporaneamente su tutta la Terra, ma prima in certi luoghi e successivamente in altri, avvenne con gradualità, con situazioni intermedie, alle volte con forti progressi e alle volte con arretramenti, con aspetti diversi in relazione al diverso contesto ecologico e culturale in cui avveniva. La stessa cosa può dirsi del passaggio dal villaggio di gruppi nomadi o seminomadi, composti da circa una trentina di individui fra uomini, donne e bambini, allo status di "città".
I villaggi iniziarono ad essere consistenti già con la cultura natufiana, che si basava ancora sulla caccia e raccolta, che si sviluppò nell’area siro-palestinese circa 12 mila anni fa, con consistenze di 150-200 individui per villaggio. Anche se di rivoluzione urbana si può parlare solamente in Mesopotamia nel quarto millennio a.C., prima con Uruk e poi, nel millennio successivo, con le città-stato della civiltà sumera, probabilmente già alcuni millenni prima, per esempio con Gerico in Palestina e con Çatal Hϋyϋk in Anatolia, sia la struttura sociale che quella urbana iniziarono a subire mutamenti. Gerico raggiunse circa 2 mila abitanti mentre Çatal Hϋyϋk ne raggiunse 5-6 mila.
Bisogna ricordare che ciò che contraddistingue la città da un villaggio è che nella città avviene una diversa organizzazione sia nel corpo sociale che nella struttura urbana. Questa diversa organizzazione si manifesta in una differenziazione sia nel corpo sociale che nella struttura urbana. A rigore di logica i primi mutamenti si ebbero quando si passò da una consistenza della popolazione dei villaggi da circa 30 persone in media a consistenze di 150-200 e poi di 250-500 persone.

I caratteri della Bassa Mesopotamia nel sesto millennio b.p.

L’urbanizzazione fu solamente uno degli aspetti che arrivarono a maturazione nella bassa Mesopotamia nel sesto millennio b.f.. Gli altri aspetti, strettamente connessi e in continuo rapporti di feedback, furono l’incremento demografico, la specializzazione del lavoro, lo sviluppo tecnologico, l’agricoltura irrigua basata sulla coltivazione di cereali, legumi e ortaggi, l’allevamento caprovino, la creazione di un surplus alimentare che andava a coloro (artigiani, mercanti, sacerdoti, scribi, ecc) non addetti direttamente alla produzione agro-pastorale, ecc.
A questa struttura fu dialetticamente collegata la creazione di un nuovo sistema di valori basati sull’individuo inteso come centro di interessi (dapprima solamente diversi ma poi anche in contrapposizione a quella degli altri individui, visto la scarsità, storicamente determinata, di risorse), sulla gerarchia intesa come orizzonte-contesto in cui si collocano gli individui (indicandone le diverse posizioni e i connessi diversi oneri/diritti nella distribuzione di beni e servizi), sulle derive sociali, con la formazione di corporazioni in conseguenza dei rapporti particolari che si formavano fra gruppi sociali e le attività lavorative che svolgevano, e, infine, sulle derive culturali, intese come quel fenomeno per cui ogni popolazione umana, a contatto con un ambiente ecologico particolare, acquisisce un determinato pacchetto culturale (che, in presenza di condizioni di penuria di risorse materiali, si contrappone in modo molto marcato a quello di altri gruppi umani).

Fermo restando che la visione più corretta è quella sistemica, cioè quella che vede tutti gli aspetti sopra indicati come in continuo rapporto di feeedback fra di essi, bisogna dire che ciò che nel mondo moderno è stato reso possibile dall’utilizzo dei combustibili fossili (carbone e poi petrolio) da circa due secoli a questa parte, nella Bassa Mesopotamia nel sesto millennio b.p.. fu reso possibile dall’agricoltura irrigua accoppiata all’uso dell’aratro seminatore a trazione animale. Con una imponente mobilitazione di masse umane buona parte del territorio fu drenato, furono creati canali per l’irrigazione e furono creati dei campi a forma di rettangoli molto allungati con il lato corto che dava sui canali. I campi ricevevano la necessaria pendenza in modo che non ristagnasse l’eventuale acqua in eccesso. In un territorio così strutturato l’agricoltura cerealicola (grano e orzo) dava rese con un rapporto di 30:1 e oltre fra raccolto e semente.

Questa complessa realtà a un certo punto coinvolse nel suo sviluppo (e per il suo sviluppo), un territorio più vasto. A spingere e ad accelerare questo coinvolgimento fu probabilmente l’assenza nella regione di metalli (rame e stagno), pietre dure e legname, di cui invece erano ricchi quei territori di cui si è parlato.

Il commercio su lunghe distanze

La Bassa Mesopotamia fu costretta a importare i materiali suddetti. A organizzare il necessario commercio fu l’organizzazione templare con l’utilizzo di agenti commerciali, che via terra si servivano di lunghe carovane di asini e via acqua di imbarcazioni per le vie fluviali del Tigri e dell’Eufrate. In cambio di ciò che veniva importato venivano date modeste quantità di stoffe e altri prodotti finiti. Lo scambio era evidentemente ineguale ma rispecchiava le diverse scale di valori esistenti fra le due diverse realtà contraenti.

Le materie prime importate subivano già delle prime lavorazioni nei territori da cui provenivano. Questo era già una prima conseguenza del centro verso la periferia.

Secondo l’ideologia del tempo le materie prime distribuite nei vari territori più o meno lontani avevano il destino di affluire verso il centro del mondo (e cioè la Bassa Mesopotamia in questo caso). La periferia esisteva solamente per il centro. In cambio delle materie prime venivano date stoffe e altri prodotti di basso valore. Era da escludere lo scambio di generi alimentari perché ogni territorio viveva dei generi alimentari che produceva. Invece nelle iscrizioni risultava che a essere scambiate fossero generi alimentari (che, come si è detto, è decisamente da escludere visto il basso valore unitario, il peso e le lunghe distanze da percorrere). La motivazione di ciò probabilmente è da vedere nell’ideologia allora esistente in merito al rapporto fra centro e periferia: ciò che affluiva al centro era naturale che avvenisse mentre ciò che veniva dato alla periferia era considerato un dono e che (fatto non secondario in questa ideologia) era necessario alla loro sopravvivenza.

La struttura del territorio

Al centro del territorio di cui si sta trattando c’è Uruk. Al di là del centro ci sono territori culturalmente diversi, dove però Uruk è presente con colonie che sono veri e propri centri periferici di Uruk e che fanno da intermediare con i territori da cui provengono le materie prime. Nella fascia successiva ci sono territori che hanno una cultura materiale propria anche se l’organizzazione e la cultura locale riflette la presenza di Uruk. Nei territori più lontani ancora il centro intrattiene solamente sporadici rapporti commerciali con avamposti appunto commerciali, senza nessuna influenza di rilievo sulla cultura materiale locale. Ovviamente la realtà è molto complessa per cui è da presupporre l’esistenza di aree con caratteristiche intermedie rispetto a quelle viste. Le varie gradazioni dell’’influenza della cultura materiale di Uruk nei territori con cui questa aveva rapporti si sono individuati, con gli scavi archeologici, nel tipo di manufatti di ceramica, nella struttura urbana e nelle tecniche architettoniche, nelle cretule con sigilli per il controllo amministrativo dei magazzini e dei singoli contenitori di merci, ecc., presenti appunto in questi territori

Le colonie sembrano tante Uruk in scala ridotta, come testimoniano i resti di edifici pubblici come templi, magazzini, mura di fortificazione ed altro. La nascita di questi centri periferici è avvenuta con popolazioni provenienti da Ukuk e/o dalle zone circostanti. I rapporti fra la capitale e i centri minori erano improntati probabilmente sia a un rapporto di dipendenza che di autonomia. Il crollo di tutto il sistema coloniale di Uruk fa presupporre che le varie parti di questo sistema fossero però abbastanza interconnesse.

La crisi, il crollo e gli esiti

La complessa realtà sopra descritta durò un periodo relativamente limitato.
Quali le cause della crisi? I fattori furono sicuramente più di uno ma importanti dovettero essere sia una crisi della metropoli (Uruk), non più in grado di sostenere la complessa rete di rapporti economici del tipo che aveva realizzato e sia una forma di rifiuto, di rigetto, da parte delle varie culture locali nei confronti di quella realtà.
Prima della crisi, di cui adesso si tratterà, i tentativi di alcune culture locali, che insistevano su piccole nicchie ecologiche basate sull’allevamento caprovino, sull’agricoltura secca (cioè basata solamente sulle piogge) e microirrigua (cioè con approvvigionamenti limitati di acqua), di perseguire uno sviluppo urbano sull’esempio di Uruk (anche se non paragonabile quantitativamente a questo) fallirono sul nascere: c’era troppa differenza sia quantitativa che qualitativa rispetto all’ hinterland rappresentato dalla Bassa Mesopotamia su cui insisteva Uruk, che dava rese cerealicole anche di 30:1 e oltre fra raccolto e semente.
Il primo effetto della crisi fu l’immediata scomparsa degli avamposti commerciali nei territori più lontani.
Dopo il collasso dell’organizzazione Uruk andò incontro a un ridimensionamento. Alcune grosse colonie scomparvero come d’incanto mentre altre seguirono lo stesso destino di Uruk, perdendo i caratteri tipici della metropoli (grossi templi, mura di fortificazioni, centralizzazione politico-amministrativa) trasformandosi in grossi villaggi con le loro tipiche economie agro-pastorali. Le innovazioni tecnologiche e politico-organizzative, la specializzazione del lavoro e la gerarchizzazione, tipiche della cultura di Uruk, in parte, però, furono conservate.
Non era possibile per queste colonie conservare i caratteri, anche se in scala più ridotta, della metropoli, perché a esse mancava il “petrolio” di Uruk: la cerealicoltura irrigua con rese di 30.1 e oltre fra raccolto e semente. A ciò bisogna aggiungere la non confrontabilità, in quanto a estensione, dei rispettivi hinterland.

I rapporti interregionali si ridussero fortemente e le varie aree iniziarono ad acquisire caratteri propri. Si ebbe appunto una fase di regionalizzazione. E’ il caso della manifattura ceramica e delle incisioni sulle pietre dure e semi-preziose e di altri aspetti della cultura materiale che iniziarono ad acquisire caratteristiche proprie e diverse da quelle di Uruk.
Negli strati archeologici corrispondenti alla fase del ridimensionamento di Uruk si nota la forte riduzione della presenza di metalli, pietre dure e semi-preziose.
Probabilmente sarà il contrarsi della metropoli di Uruk  comportare in seguito l'affermarsi del “palazzo”, cioè di un sistema organizzativo-politico laico, senza attività cultuali, che in parte si contrapporrà e allo stesso tempo sarà complementare al sistema templare. La particolarità è che l’origine del “palazzo” avvenne al di fuori di Uruk, a Gemdet Nasr, nella parte settentrionale della Bassa Mesopotamia.

Ciò ricorda quanto avverrà poco meno di due millenni dopo, nel tardo bronzo (XII sec. a.C.), quando in seguito al collasso, in tutta l’area del Medio Oriente Antico, delle grandi strutture politico-organizzative, si affermarono la scrittura alfabetica al posto di quella cuneiforme e la metallurgia del ferro al posto di quella del bronzo. La scrittura alfabetica e la metallurgia del ferro già esistevano in precedenza ma la sua introduzione era impedita da alcuni “poteri forti” che facevano parte della struttura politica-organizzativa al potere: gli scribi, il cui potere si basava sulla conoscenza della complessa scrittura cuneiforme e i mercanti, che avevano il monopolio del commercio dello stagno e del rame. Con la crisi che interessò il tardo bronzo vennero appunto meno i portatori di interessi legati alla persistenza della scrittura cuneiforme e della metallurgia del bronzo, cioè gli scribi con le loro scuole e i loro privilegi, i ceti dei mercanti e l'organizzazione politico-amministrativa palatina nel suo complesso.

Quali altri esiti portò il collasso di quella complessa e interconnessa realtà creata da Uruk?
La ricerca archeologica riguardo a questo periodo non ha dato quella ricchezza di ritrovamenti che invece darà in riferimento ai periodi successivi.

Un’ultima cosa si vuole ricordare. Nelle culture locali la scrittura cuneiforme iniziò a presentare sviluppi originali differenziandosi da quella di Uruk. In quelle culture dove la lingua era diversa dal sumerico di Uruk le differenze nella scrittura si fecero ancora più evidenti, aventi l’obiettivo di registrare anche una lingua diversa.

Dopo la crisi della prima urbanizzazione però la Bassa Mesopotamia conservò il potenziale naturale e demografico per riprendersi abbastanza celermente e dare luogo successivamente a una nuova urbanizzazione.

Nella crisi che ha riguardato la prima urbanizzazione non si sono notate alcune cause che, unite a quelle già viste, caratterizzeranno le crisi a cui andranno incontro le successive urbanizzazioni. Esse sono rappresentate dall’impoverimento del territorio agricolo dovuto all’eccessivo sfruttamento con l’agricoltura irrigua (con fenomeni di salinizzazione dei terreni) e dei pascoli in conseguenza dell’allevamento caprovino, dal disboscamento di vaste aree per ottenere legname da costruzione, dalla sempre maggiore competizione politico-militare fra le diverse civiltà per l’accesso alle materie prime (soprattutto metalli) con conseguente distruzione delle infrastrutture agricole e urbane delle civiltà soccombenti, dal meccanismo socio-economico instaurato che portava alla sempre maggiore concentrazione delle ricchezze nei ceti che facevano parte delle grandi organizzazioni politico-amministrative del tempio e del “palazzo” e all’impoverimento di vaste masse contadine che andavano incontro all’asservimento quando non riuscivano a pagare i debiti (e, molte volte, nemmeno gli interessi sui debiti), ecc., ecc..

In questa trattazione di come andò “la prima volta” si sono notati molti problemi che non sono molto diversi da quelli del mondo moderno e si sono notate anche le “soluzioni” che furono prese, che non sono molte diverse da quelle che prefigurano molti studiosi “futuristi".

sabato, maggio 22, 2010

Un paese sull'orlo del baratro

Se guardiamo con attenzione alla storia d’Italia, ci accorgiamo che il nostro paese ha una caratteristica singolare che lo differenzia dalle altre nazioni europee. Quella di andare avanti come se marciasse perennemente in bilico sull’orlo di qualche baratro economico, sociale, organizzativo, militare ed istituzionale ma, grazie all’arte di arrangiarsi, quella mistura di furbizia, inventiva, fantasia, individualismo, gattopardismo, con cui sono impastati da millenni i suoi abitanti, di riuscire sempre a sfangarla evitando all’ultimo momento di cadervi rovinosamente.
E’ accaduto sin dalle origini della nazione, quando uno scalcagnato esercito di mille rivoluzionari guidato da un geniale generale stava per essere sopraffatto a Calatafimi dalle preponderanti forze borboniche, per poi improvvisamente e miracolosamente volgere a proprio vantaggio le sorti di una battaglia che costituì il preludio determinante per la liberazione del sud del paese. Proseguì alla fine del 1800 quando lo scandalo della Banca Romana sembrò scuotere dalle fondamenta i primi accenni di crescita economica avviata da Giovanni Giolitti, il grande statista che ogni mattina recandosi al lavoro si fermava sull’attenti davanti all’ambasciata greca per ringraziarla di evitarci l’onta di essere gli ultimi d’Europa. Continuò dopo la Caporetto della Prima Guerra Mondiale e l’Armistizio della Seconda. Si confermò con la stagione del terrorismo per giungere fino ai nostri tempi con il quasi miracoloso ingresso nell’euro.
E, venendo all’attualità, come spiegare l’apparente contraddizione di riuscire a limitare i danni di una crisi economica devastante che sta trascinando nel dramma sociale, tra i cosiddetti PIGS (la I sta per Irlanda), prima la Grecia, poi il Portogallo e infine la Spagna dell’idolo indiscusso della sinistra italiana? Come interpretare questo apparente paradosso in un paese che possiede un debito pubblico in Europa secondo solo a quello della Grecia?
Con la forza della propria economia familiare e con un metodo errato di contabilizzare l’indebitamento degli Stati.
In un recente articolo sul Messaggero, Franco Fortis mette acutamente in evidenza che il parametro debito pubblico / PIL con cui si misura lo stato di salute di un’economia nazionale è impreciso e menzognero, perché rapporta uno stock di risorse finanziarie con un flusso di beni e servizi. Accade così che paesi con debiti paragonabili o inferiori a quelli italiani e PIL in maggiore crescita si trovino oggi molto più nei guai di noi. Se invece, come si vede nell’allegata tabella si raffronta il debito pubblico con un parametro che misura la ricchezza delle famiglie, la “ricchezza finanziaria netta”, ci si accorge che il nostro paese da questo punto di vista è praticamente allo stesso livello di grandi come la Germania e la Francia. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, secondo gli ultimi dati Eurostat del 2008, è pari a 43.000 euro per abitante, tra le più alte del mondo, quasi 4 volte più grande di quella dei greci, e più del doppio di portoghesi, irlandesi e spagnoli.
Morale della favola. Siccome questa grande ricchezza è anche il frutto di un “compromesso storico” con cui le classi dirigenti politiche hanno consentito in Italia un'evasione fiscale tra le più alte al mondo e considerando che, per le ragioni più volte descritte sulle pagine di questo blog, si può certamente escludere nel futuro una ripresa dell’espansione economica cui eravamo abituati in passato, per evitare di cadere finalmente anche noi nel baratro, le nostre famiglie dovranno accettare di ridurre un poco la propria ricchezza, con una maggiore fedeltà fiscale volta a ridurre l’enorme e limitante debito pubblico. Ma da quest’orecchio l’attuale governo, che rappresenta la maggioranza degli italiani, sembra irresponsabilmente sordo.

martedì, maggio 11, 2010

Lettera di Aspo alle amministrazioni regionali



In questi giorni le autorità regionali e provinciali italiane stanno ricevendo una lettera aperta da parte di Aspo, inviata con lo scopo di focalizzare l'attenzione sull'alta probabilità di un imminente crash petrolifero , e di aumentare l'informazione pubblica riguardo all'indissolubile legame tra crisi economica e disponibilità geologica di idrocarburi.


8 maggio 2010

Oggetto: Nota informativa – Petrolio, economia e società

Egregio Sig. Presidente,
Ci permettiamo di sottoporre alla Sua considerazione la presente comunicazione, con l’obiettivo di contribuire al quadro conoscitivo nel settore energetico, che costituisce materia concorrente tra Stato, Regioni ed Enti Locali.

LA DISPONIBILITA’ DI PETROLIO A BASSO COSTO E’ IN DECLINO

Sussistono ragioni molto fondate per ritenere che la crisi finanziaria, partita nel 2007 in modo graduale ed evoluta nel 2008 in un vero e proprio ridimensionamento dell’economia globale, tragga in gran parte la propria origine nell’incapacità di estrarre petrolio greggio in quantità sufficienti, e a costi sufficientemente bassi, tali da sostenere la crescita imposta dall’economia aperta di mercato ormai affermata in tutto il mondo.
La medesima crisi e la conseguente diminuzione dei consumi ha senza dubbio avuto l’effetto, molto temporaneo, di rallentare l’incipiente deficit di petrolio, ovviamente al costo di un relativo impoverimento di molti Paesi e degli strati più svantaggiati delle relative (e sempre crescenti) popolazioni; l’attuale stabilizzazione dei prezzi del barile di petrolio oltre gli 80 dollari testimonia tuttavia che i fondamentali scatenanti non si sono modificati.
La relativa e modesta ripresa in corso non potrà che accentuare e avvicinare il momento in cui l’offerta di petrolio non potrà più fare fronte alla domanda minima sufficiente a sostenere la crescita necessaria a uno sviluppo armonico e al benessere diffuso.
La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia e il Governo USA (cfr. Approfondimenti in fondo al testo) hanno diffuso per la prima volta un avvertimento che, se ben interpretato e seguito da azioni adeguate, potrà aiutare almeno ad attenuare gli effetti del prossimo “crash” petrolifero.

La nostra Associazione si permette di suggerire una particolare attenzione non soltanto al suddetto previsto evento, ma anche alla sua collocazione nel tempo, che è estremamente ravvicinata (entro 2-3 anni) e che di fatto rende difficilmente proponibili e praticabili programmi di riconversione a breve termine del sistema energetico e tecnologico.
Emerge qualche positivo elemento di speranza, almeno per il nostro Paese, rappresentato, a titolo d’esempio, dal vero e proprio “boom” del fotovoltaico, passato in pochi anni da una nicchia trascurabile a oltre 1.200 MW di potenza installata, e dell’eolico, la cui potenza installata presto raggiungerà i 5.000 MW, complessivamente contribuendo per quasi il 5% al fabbisogno nazionale di energia elettrica.
La via d’uscita è tuttavia stretta e lunga, e deve essere percorsa in fretta! Essa necessita un forte sostegno da parte di tutti i livelli di governo e amministrativi riguardo alla produzione di energia da fonti rinnovabili, al risparmio e all'efficienza energetica e al trasporto sostenibile.

QUALCHE DATO SUL PICCO DEL PETROLIO

Il grafico sottostante è stato prodotto dal Dipartimento dell’Energia (DOE) del Governo degli Stati Uniti d’America a partire dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), agenzia intergovernativa dei Paesi OCSE, dedicata allo studio e alle previsioni sul futuro energetico mondiale.

La stessa figura prospetta un futuro energetico molto preoccupante, caratterizzato a breve dal picco della produzione di combustibili liquidi.





Si tratta di un evento storico già in corso, il cui momento critico è collocabile, secondo i dati AIE, tra circa 18 mesi, intorno al valore di 87 milioni di barili al giorno.

La produzione di petrolio convenzionale, che è in pratica tutto il petrolio con cui è stato alimentato il metabolismo sociale ed economico mondiale almeno negli ultimi 50 anni, ha superato un picco di capacità nel 2008, ed è prevista declinare con un tasso annuo del 4%.

L’apporto di petrolio non convenzionale, essenzialmente sabbie bituminose e altri progetti simili, non coprirà che in minima parte il deficit che si sta aprendo tra domanda e offerta.

Tale deficit è rappresentato, nella figura, dall’area bianca classificata come l'insieme dei progetti produttivi ancora da identificare, che si trova tra la porzione colorata della figura data dalla somma della produzione delle varie categorie di liquidi combustibili e la curva in colore blu scuro, che rappresenta le previsioni dell'AIE sulla domanda da oggi al 2030.

In altre parole, la parte colorata della figura rappresenta la realtà, la parte bianca l’immaginazione.
Questa quantità di petrolio “immaginario” ammonterebbe, nel 2030, alla cifra stratosferica di 60 milioni di barili al giorno, pari alla produzione attuale di sei produttori come l’Arabia Saudita.

I problemi, tuttavia, inizieranno molto prima, allorché la domanda inizierà a superare definitivamente l'offerta.
Purtroppo le scoperte di nuovi giacimenti, lungi dal ripetere i fasti dei tempi in cui furono individuati i grandi campi petroliferi che ci hanno generosamente servito per diversi decenni, dopo un picco a metà degli anni sessanta del secolo scorso, sono andate irregolarmente ma inesorabilmente calando e si attestano oggi intorno ad 1/5 dei consumi. Tali scoperte sono inoltre principalmente costituite da progetti petroliferi estremamente complessi dal punto di vista geologico e ingegneristico (per esempio in alto mare, in zone perennemente coperte da ghiacci, a profondità chilometriche, greggio di qualità scadente, contenente sostanze pericolose o da eliminare, complicate lavorazioni di enormi quantità di sabbie o di rocce).

Tale complessità si riflette, ovviamente e prima di tutto, in costi economici più alti e ritorni energetici minori (minore estrazione di petrolio per unità di energia spesa per estrarlo), aspetto, quest’ultimo, che, indipendentemente dalle quantità di petrolio ancora esistenti, definisce il “vantaggio” tramite il quale la struttura socio-economico-produttiva può continuare a svilupparsi.
Negli Anni Trenta del secolo scorso si utilizzava l’energia corrispondente a un barile di petrolio per estrarne cento, oggi con un barile se ne estraggono da dieci a quindici, e ciò pur tenendo conto degli enormi progressi tecnologici intervenuti nel frattempo!
La stessa crescente complessità della ricerca ed estrazione di petrolio si riflette anche, come purtroppo testimoniano le recenti cronache dal Golfo del Messico, in un aumentato rischio di incidenti dalle conseguenze particolarmente gravi e durature.
Da tempo la nostra Associazione ha divulgato ad ogni livello della società, dalle scuole elementari fino agli organi di governo dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali, l’entità, la tempistica e le possibili conseguenze del picco petrolifero, così come ora trovano conferma nel documento del Dipartimento dell’Energia del Governo degli Stati Uniti.
Il metabolismo sociale ed economico del nostro Paese, delle sue Regioni e città è ancora totalmente dipendente dalla fruibilità di combustibili liquidi a buon mercato.
Il panorama prevedibile nella fase di declino di disponibilità di tali combustibili è caratterizzato da costi crescenti degli stessi che si trascineranno dietro costi crescenti dell'energia in generale e delle materie prime (come si è visto nel periodo 2004-2008).
Tutti i settori produttivi, dai trasporti all’agricoltura, così come l’intero assetto economico e sociale soffriranno - in modo al momento imprevedibile - generando una riduzione delle disponibilità di beni, servizi e lavoro così come oggi li concepiamo.

Si rileva che l'attuale fase di sostituzione dei combustibili liquidi di origine petrolifera con il gas naturale può alleviare solo in minima parte i problemi per il settore dei trasporti.
La scrivente Associazione evidenzia quindi la necessità che l’azione politica e amministrativa si occupi nel più breve tempo possibile di garantire alla società il mantenimento dei servizi essenziali scoraggiando la deriva verso il superfluo e focalizzandosi verso la preparazione, sia materiale, sia culturale, di una comunità informata e resiliente, chiamata ad affrontare un periodo di diminuzione del flusso di beni e servizi senza per questo collassare o trasformarsi in qualcosa di diverso e sicuramente meno gradevole.
In questo quadro si evidenzia inoltre il carattere controproducente dei progetti di rilancio del paradigma vigente, rappresentati dall’ipotesi di incrementare l’uso del carbone e dal ritorno al nucleare, che sottendono l’idea non sostenibile della crescita materiale infinita.

Grati per la Sua considerazione, rimaniamo a disposizione per qualsiasi approfondimento.

Con Ossequio.

ASPO ITALIA

martedì, aprile 20, 2010

I politici subiscono (e a volte gestiscono) situazioni inerziali



In seguito all'entusiasmo di Obama nei confronti di tematiche come energie rinnovabili, cambiamento climatico e sanità, e anche dopo alcuni post di Ugo Bardi della serie "God Bless you, mr. Obama", devo ammettere di essere piuttosto deluso della decisione del premier USA di promuovere le trivellazioni off-shore.
La motivazione portata alla stampa è stata del tipo "Gli USA necessitano di petrolio estratto sul loro territorio per essere indipendenti energeticamente".
Peccato che proprio su questa tematica Obama aveva combattuto una battaglia elettorale contro McCain e Sarah Palin.
Purtroppo in politica il principio di non contraddizione non esiste, ma soprattutto non è affatto facile forzare delle svolte in una compagine in cui i grandi numeri sono dalla parte delle energie fossili.
Industrie di raffinazione, industria automobilistica, dei chemicals, negli USA (e non solo) l'Oil è la linfa vitale delle infrastrutture costituite. L'inerzia dei sistemi esistenti è enorme, ma la sua forza sarà ancora più intensa se non ci saranno informazione e volontà sufficienti per il cambiamento verso le energie rinnovabili e un rallentamento generale delle "velocità di produzione".
I politici, più che grandi condottieri, sono i gestori di quella che è la realtà esistente. A volte sono solo spettatori dotati di autorità. Probabilmente, solo l'acuirsi della crisi sistemica e il costituirsi progressivo di gruppi "dal basso" potranno portare a un cambio di mentalità che contagerà la classe politica.

mercoledì, aprile 14, 2010

Le lezioni dell'elezioni

Chi avesse voglia di seguire i dibattiti politici di questi giorni, si accorgerebbe che le analisi post elettorali italiane sono tra le più astruse, fantasiose, imprecise, cavillose e inutili esercitazioni del pensiero umano.
Sgombrando il campo dalla confusione interpretativa e dall’ipertrofia delle motivazioni, secondo me, il fattore decisivo delle ultime elezioni regionali è stata la presentazione in Piemonte della lista “cinque stelle” di Beppe Grillo. Essa, catalizzando una quota marginale di elettorato del centro-sinistra, ha consentito al centro-destra di acquisire un esiguo vantaggio dello 0,4%, utile però ad aggiudicarsi la presidenza della Regione. Se il movimento di Grillo non si fosse presentato in Piemonte, il risultato finale sarebbe stato di 8 a 5 a favore del centro-sinistra, nel nord sarebbe rimasto un argine alla deriva leghista e, diversamente da ora, si parlerebbe di vittoria dell’opposizione e di difficoltà politiche del governo. Poi, come sempre nella storia italiana, la Chiesa ha influito sugli equilibri politici, ma lo avrebbe fatto di meno senza l’aiuto determinante delle “cinque stelle”.
Si può condividere o meno questa analisi, ma di certo ora bisogna confrontarsi con il nuovo quadro politico. Premetto che Grillo non mi entusiasma politicamente, per i motivi che ho già spiegato in un articolo precedente. Però ritengo che i suoi militanti e, soprattutto il suo elettorato, siano portatori di giuste istanze di trasparenza, moralità, correttezza e rinnovamento della politica, meritevoli di grande attenzione. Come tutte le giovani formazioni politiche, manca di visione politica e ciò conduce a compiere gli evidenti errori tattici appena descritti: infatti, con la Presidenza Cota non solo il progetto di alta velocità ferroviaria sarà confermato, ma si rischia un pesante arretramento su tutte le altre questioni ambientali, energetiche e sociali che interessano il Piemonte.
Però, secondo me, il vero problema del movimento è l’indeterminatezza e l’ambiguità della linea politica e programmatica, addirittura incentivata dal suo fondatore. Faccio un solo esempio, già commentato in un mio recente articolo. Grillo ora manifesta dubbi nei suoi comizi sul futuro della mobilità fondata sull’automobile e poi, non dissociandosi sul blog, si avvantaggia opportunisticamente di una ridicola campagna per la riduzione del prezzo della benzina.
Infine una breve riflessione politica sui veri vincitori di queste ultime elezioni, i leghisti. Adesso tutti li elogiano e blandiscono, ma sono a mio parere, uno dei sintomi del declino dei valori umani e sociali che hanno contraddistinto in passato il nostro paese. Sono inoltre l'espressione di una cultura vetero - industrialista che da voce a settori del mondo produttivo ed economico assuefatto alla costante espansione dei consumi e della produzione, che vedono messi in dubbio dalla crisi economica i propri livelli di opulento benessere. Sono stato di recente dopo tanti anni a Verona, una delle città italiane che amo di più, e sono rimasto colpito da quell’impalpabile clima di intolleranza e diffidenza che sembra avvolgere le cose e gli uomini. Il Sindaco della città, ha appena rinunciato ai finanziamenti per un progetto tranviario già appaltato dalle amministrazioni precedenti, che avrebbe contribuito a ridurre l’inquinamento che si mangia i monumenti della città. Ma in tanti continuano a definirli “buoni amministratori”.

mercoledì, marzo 24, 2010

Lettera ai candidati (di qualsiasi elezione democratica)



created by Luca Pardi


Proponiamo sul blog di Aspo questo post di Luca Pardi, uscito oggi sul suo blog.
Per un aspista come me è difficile non inorridire di fronte a campagne elettorali propagandistiche e scollegate dalla dinamica dei sistemi: "Lavoro, lavoro, lavoro per tutti"; "Piani per rilanciare i consumi e la crescita"; e via di questo passo.
E' comunque comprensibile che in un sistema macroscopico quale quello della società nel suo complesso, sia mediamente difficile rendersi conto dello stato dell'arte di quello che sta molto probabilmente per accadere. Quando siamo immersi nella folla di una sagra di un paese mai visto prima, difficilmente riusciamo a fare fisicamente il percorso che avevamo immaginato. Bisognerebbe volare a 3 metri da terra, e individuare il miglior percorso nella moltitudine di flussi di persone che interagiscono in modo piuttosto caotico.
Allo stesso modo, non siamo riusciti ancora a capire molti meccanismi del funzionamento del cervello; se ne fossimo in grado, il cervello sarebbe così evoluto da risultare imperscrutabile.
Le situazioni autoreferenziali hanno questa piccola "pecca" di essere difficilmente governabili e di condurre sovente a paradossi.
Siamo parte di una situazione che è più grande di noi. Avremmo la possibilità di muovere alcune leve cruciali, ma nè l'uomo medio nè (di conseguenza !) i politici hanno il coraggio di farlo. L'inerzia dei sistemi ormai costituiti è davvero grande.
Se non riusciremo ad attuare azioni ben più incisive delle domeniche a piedi e delle auto a GPL per tutti, arriveremo a toccare con mano il comportamento dei sistemi reali quando sono portati al limite: disoccupazione, inflazione, problemi di stabilità bancaria, difficoltà di approvvigionamento, stabilità sociale a rischio, tensioni internazionali   (FG)


Caro candidato,

iniziata l'ultima settimana di campagna elettorale ognuno si chiede per chi sarebbe meglio votare, per motivi di interesse personale, generale, nazionale, umano …. e la confusione si fa preoccupante.

Personalmente avrei un criterio molto semplice: votare qualunque politico che mostri di comprendere una o più delle questioni elencate qui di seguito (o possibilmente l'intera sequenza):


1- La crisi economico – finanziaria in cui siamo piombati nel 2008 non è altro che l'effetto di un più generale manifestarsi dei limiti della crescita economica. Il fattore più evidente di questi limiti è stato il raggiungimento di un picco di produzione globale del petrolio convenzionale che ha determinato un aumento impetuoso del prezzo dell'energia nel periodo 2004-2008 (da 30 a 140 USD/barile) che il sistema del credito basato sulla continua estensione del debito non poteva reggere altro che in condizioni di crescita materiale infinita. Fine della crescita, fine del sistema finanziario contemporaneo.

2- Il globalismo economico, le istituzioni che lo governano e le infrastrutture fisiche che lo rendono possibile dipendono da un flusso continuo di energia a basso costo. Fine dell'energia a basso costo: fine del globalismo economico e delle sue strutture locali cioè dell'intero sistema da cui dipendiamo attualmente per ogni singola azione della nostra vita.

3- Raggiunti I limiti della crescita economica e superati molti dei confini ecologici del pianeta, si è raggiunto anche il limite della crescita demografica. L'unica opzione sensata è un progetto politico di rientro dell'economia e della popolazione. Tale progetto non può evitare nel prossimo futuro un periodo di instabilità e incertezza, ma è l'unica via di uscita praticabile per attenuare, se non evitare, il collasso del sistema.

4- Tale progetto non può che partire dal 'locale'. La produzione industriale, e in particolare la produzione di energia, deve essere diffusa sul territorio e restare nelle mani delle comunità locali. Il modello di produzione e distribuzione polare dell'energia è incompatibile con il progressivo assottigliamento della dispobibilità di risorse fossili e minerali ed è impensabile in assenza o in fase di assottigliamento della disponibilità di combustibili liquidi.

5- L'intero modello di trasporto di merci e persone è legato alla disponibilità di combustibile a buon mercato. Nessuna delle soluzioni proposte per la sostituzione dei combustibili liquidi con altri combustibili (biocombustibili, idrogeno, carbone liquefatto ecc …) sono praticabili per un volume di traffico come quello attuale. Il sistema di trasporti attuale è condannato, tanto vale prenderne atto. Le case automobilistiche sono un dinosauro come le compagnie aeree. Quanto di questo potrà restare in piedi non è certo, ma quello che è certo è che si dovrà pensare ad un modo di rispondere alla crisi dell'auto e di tutto il sistema dei trasporti e del suo indotto.

Un modello di trasporto che garantisca una residua capacità di movimento di persone e merci deve essere basato principalmente sul trasporto pubblico perchè, piaccia o meno, la stagione del trasporto automobilistico di massa è al crepuscolo. Con una crescente elettrificazione della produzione di energia, la trazione elettrica potrà diventare un'alternativa praticabile per il trasporto individuale e non, ma non è pensabile, neppure in questo caso, di riproporre il modello “una automobile per ciascuno” per mancanza di risorse.

6- La produzione di cibo è attualmente legata a filo doppio alla disponibilità di combustibili liquidi e perciò di petrolio a buon mercato. L'intera filiera agroalimentare industriale globalizzata va incontro a difficoltà crescenti nella fase di assottigliamento della disponibilità di petrolio. Si deve assecondare e stimolare lo sviluppo di filiere alternative che siano ecologicamente e socialmente sostenibili. Anche in questo caso non si può prescindere da una rilocalizzazione della produzione.

La rilevanza delle questioni sopra elencate in una competizione elettorale democratica come quella attuale è altissima. Le elezioni in questione riguardano infatti in gran parte le regioni che, in Italia, appaiono come la divisione territoriale dimensionalmente più adatta per mettere in atto progetti di gestione e governo dell'emergenza. Un candidato serio dovrebbe promettere di opporsi, o in caso di vittoria di porre fine, ad ogni progetto che nasca da una visione conformistica di crescita economica: blocco dei progetti edilizi, blocco della costruzione di strade e capannoni e di ogni altra infrastruttura che porti a quel drammatico consumo del territorio che ha distrutto il suolo fertile delle nostre regioni, marginalizzato e frammentato gli habitat naturali e saturato, senza altra giustificazione che la crescita indifferenziata, gli ecosistemi con gli scarti del nostro metabolismo sociale ed economico. Riduzione a zero dei rifiuti, blocco della costruzione e dell'uso degli inceneritori. Ripensamento totale della politica energetica: abbandono dei e opposizione ai megaprogetti che implicano una produzione polare dell'energia (rigassificatori, centrali nucleare e termoelettriche) a favore di una produzione distribuita, adatta alle necessità delle comunità locali e basata sull'uso esclusivo delle fonti rinnovabili. Questo porterà quasi certamente ad una riduzione dell'offerta e quindi dei consumi, ma è l'unica via per affrontare realisticamente e da subito l'emergenza. Difesa dei suoli agricoli e ripristino della loro fertilità. L'agricoltura industriale petrolio dipendente è segnata, ci si deve attrezzare per produrre cibo in quantità sufficiente per la popolazione residente. E' abbastanza ovvio che un progetto di totale autonomia alimentare sia di lunga o lunghissima durata, a meno che non sia forzato e traumatico per cause esterne (fatto che non si può escludere), ma prima si comincia a metterlo in atto, meno traumatico sarà il passaggio. Per fare questo le valutazioni sull'uso del suolo devono essere fatte olisticamente con il rigoroso rispetto dei vincoli ecologici e non in ossequio alle (sole?) convenienze economiche. Ad esempio l'uso dei suoli fertili e dei prodotti agricoli per la produzione di biomassa e biocombustibili deve essere valutata in vista dell'uso del suolo come fonte primaria di cibo.

Si deve considerare non solo l'urgenza attuale, ma la sostenibilità di certe produzioni. In un ottica del genere diventa chiaro come il sole che ogni progetto di produzione di biocombustibili deve essere abbandonato, ma anche l'uso della biomassa, utilizzando, ad esempio, gli scarti delle produzioni alimentari, può non essere considerato sostenibile a causa del mancato ritorno al suolo agricolo di una parte sostanziale dei nutrienti necessari al ripristino della fertilità. In poche parole per la sostenibilità si deve adottare non le leggi della politica economica, ma quelle della politica ecologica che tiene conto della natura termodinamica del mondo fisico in cui viviamo, fatto di cui l'economia si è dimenticata sia nella pratica che nella teoria.

Per la sostenibilità si deve altresì smettere di elevare lamenti per la decrescita della natalità. La descrescita della natalità è un fatto positivo che non può che aiutarci ad affrontare gli anni che verranno. Dalla decrescita della natalità si deve, di fatto, passare alla decrescita della popolazione. Questo sarebbe l'obbiettivo sensato da perseguire in ogni regione, nell'intero paese e sul pianeta. Una politica di riduzione demografica non può prescindere da una opportuna politica che affronti il temporaneo invecchiamento della popolazione non come una calamità, ma come un INEVITABILE fenomeno da governare.

Nessuna altra ipotesi può condurre ad alcunchè che somigli ad una politica sensata. Questo è il realismo, questo è essere pragmatici. Il resto appare come il sogno stralunato di una classe politica che non è in grado di comprendere i fenomeni in cui si è trovata ad operare e vive nel mondo dell'intrattenimento- spettacolo- informazione come se fosse il mondo reale. Tale classe politica non può chiedere il mio voto.